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Palombo: «Vogliamo creare un hub trasversale, rafforzato dalla collaborazione con università e imprese»

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Alessandro Palombo, bioingegnere e ricercatore con una lunga esperienza nelle tecnologie applicate alla salute, è il nuovo direttore del Centro nazionale per l’Intelligenza artificiale, l’HTA e la Tecnoassistenza dell’Istituto superiore di sanità. Un nuovo hub che riunisce competenze in telemedicina, robotica, nanotecnologie e valutazione delle innovazioni sanitarie, con l’obiettivo di guidare l’Italia in una fase decisiva: governare l’impatto dell’intelligenza artificiale in medicina, trasformandola da rischio potenziale in opportunità per pazienti e sistema sanitario. TrendSanità ha incontrato il neo-direttore per approfondire di cosa si occuperà il Centro e con quali linee strategiche.

Direttore Palombo, quali sono gli obiettivi principali del nuovo Centro nazionale e quale ruolo avrà all’interno dell’Istituto superiore di sanità?

«L’Istituto superiore di sanità ha oltre 90 anni di storia. È nato con una missione precisa, la lotta alla malaria, e oggi è l’organo tecnico-scientifico del ministero della Salute, con il compito di tutelare la salute pubblica in ogni sua dimensione, mantenendo indipendenza e terzietà. Il nuovo Centro nazionale per l’Intelligenza artificiale, l’HTA e la Tecnoassistenza rappresenta un passaggio fondamentale in questa evoluzione. È l’erede del Centro Tecnologie innovative per la Sanità pubblica e riunisce competenze diverse: HTA, telemedicina, intelligenza artificiale e robotica, nanotecnologie e terapie innovative, chimica e fisica per la medicina, biomedicina spaziale e subacquea, fino a una sezione dedicata alla gestione sanitaria in ambienti estremi ed emergenze.

Il Centro contribuirà alla definizione di linee guida pratiche e condivise e all’elaborazione di protocolli chiari per la gestione degli algoritmi

La sua organizzazione riflette questa vocazione multidisciplinare. L’Unità di Telemedicina, Ingegneria biomedica e Medicina digitale lavorerà sullo sviluppo di piattaforme e dispositivi per il monitoraggio a distanza e per l’assistenza integrata. Accanto a essa, l’Unità dedicata a Nanotecnologie, Nonomateriali e Terapie innovative esplorerà l’uso di materiali avanzati e di tecniche di manifattura additiva per dare vita a protesi personalizzate, organi artificiali e nuove soluzioni terapeutiche. L’Unità di Chimica e Fisica per la Medicina, invece, si occuperà di medicina nucleare e di integrare l’imaging con l’intelligenza artificiale, così da potenziare la diagnosi precoce, la valutazione prognostica e il monitoraggio delle terapie.

Il Centro punta a diventare un hub trasversale tra ricerca, sviluppo e applicazioni

Un ruolo particolarmente importante sarà svolto dall’Unità di HTA e Dispositivi medici, che avrà il compito di valutare l’efficacia, la sicurezza e la sostenibilità delle innovazioni, garantendo un utilizzo basato su evidenze scientifiche e un corretto inserimento nelle politiche sanitarie. A questa si affiancherà l’Unità su intelligenza artificiale e Robotica, responsabile dello sviluppo di algoritmi predittivi, modelli di apprendimento automatico e sistemi robotici in grado di affiancare i clinici e migliorare i percorsi assistenziali, sempre nel rispetto della trasparenza e dell’etica. L’obiettivo è diventare il cuore pulsante dell’innovazione tecnologica dell’Istituto. Non un centro che accentra, ma un hub trasversale, capace di raccordare ricerca, sviluppo e applicazioni concrete. In questo modo l’innovazione non rimane confinata ai laboratori, ma diventa strumento operativo per il Servizio sanitario nazionale, al servizio dei cittadini».

L’intelligenza artificiale è ormai un tema centrale anche in sanità: in che modo il Centro intende favorirne un utilizzo sicuro, etico e realmente utile per medici e pazienti?

«L’intelligenza artificiale è diversa da ogni altra tecnologia: non solo ci aiuta a decidere, ma può influenzare le nostre decisioni. È uno strumento straordinariamente potente, che se usato nel modo giusto può fare molto bene, ma se impiegato senza consapevolezza può produrre rischi e disuguaglianze. Per questo il Centro si propone come garante. Per raggiungere questo obiettivo, il Centro contribuirà alla definizione di linee guida pratiche e condivise, alla creazione di standard di qualità riconosciuti a livello nazionale e internazionale, e all’elaborazione di protocolli chiari per la gestione degli algoritmi.

L’AI non ci aiuta solo a decidere, ma può influenzare le nostre decisioni

Ogni algoritmo dovrà essere valutato non solo per le prestazioni tecniche, ma anche per trasparenza, robustezza, bias, implicazioni etiche e protezione dei dati sensibili. La privacy e la dignità della persona restano valori imprescindibili. Accanto a questo, un punto decisivo è la formazione. Anche il miglior sistema di intelligenza artificiale fallisce se i professionisti non sanno usarlo, interpretarne i risultati o comunicarli ai pazienti. Per questo vogliamo creare una nuova cultura digitale in sanità, con corsi di aggiornamento, percorsi universitari e progetti pilota nelle strutture sanitarie. Solo così l’intelligenza artificiale diventerà un alleato prezioso, capace di ridurre errori diagnostici, migliorare la tempestività delle cure e aumentare la fiducia dei cittadini nel sistema.

Spazio anche per testare le soluzioni in progetti pilota su piccola scala

Il Centro promuoverà anche progetti pilota in ospedali, strutture territoriali, RSA e contesti di cura innovativi. Queste sperimentazioni sul campo permetteranno di valutare in maniera concreta l’efficacia delle soluzioni, di adattarle alle diverse realtà operative e di correggerne eventuali limiti prima della diffusione su larga scala. L’obiettivo è rendere l’adozione dell’intelligenza artificiale un processo graduale ma solido, capace di rispondere alle esigenze reali dei cittadini e dei professionisti».

L’acronimo HTA (Health Technology Assessment) richiama la valutazione delle tecnologie sanitarie: come verranno integrate intelligenza artificiale e HTA nel lavoro quotidiano del Centro per supportare decisioni cliniche e politiche sanitarie?

«L’HTA è la bussola che guida la valutazione delle tecnologie. Serve a stabilire se uno strumento sia utile, sicuro, sostenibile ed eticamente accettabile. Ma i processi tradizionali oggi non bastano più: la tecnologia corre molto più veloce. Con l’Intelligenza artificiale possiamo trasformare l’HTA in un percorso dinamico e continuo, che accompagna le tecnologie in tutte le fasi del loro ciclo di vita: dall’horizon scanning alla certificazione, fino al monitoraggio degli effetti reali nella pratica clinica. Grazie all’analisi di grandi quantità di dati clinici, epidemiologici ed economici, possiamo avere valutazioni aggiornate e tempestive, utili non solo ai ricercatori ma anche a medici e decisori politici.

Tra gli obiettivi, l’armonizzazione di criteri e metodologie nazionali e internazionali

L’Intelligenza artificiale offre strumenti potenti per raccogliere, analizzare e interpretare enormi quantità di dati clinici, epidemiologici, gestionali ed economici, permettendo valutazioni più rapide, più precise e costantemente aggiornate. Non si tratterà più di un processo rigido e statico, incentrato su analisi ex post, ma di un percorso dinamico e continuo che inizia con l’osservazione e l’analisi delle tecnologie emergenti, per poi accompagnarle in tutte le fasi del loro ciclo di vita, fino alla misurazione degli impatti concreti nella pratica clinica e organizzativa. In questo modo, sarà possibile individuare tempestivamente rischi e opportunità, orientando con maggiore efficacia sia le scelte terapeutiche sia le politiche sanitarie.

L’obiettivo è armonizzare criteri e metodologie con altre istituzioni nazionali e internazionali, così da creare un linguaggio comune e fare dell’Italia un modello di riferimento anche in Europa».

Guardando ai prossimi anni, quali pensa possano essere le applicazioni più promettenti dell’intelligenza artificiale in ambito sanitario – a livello italiano e internazionale – e come si potrà passare dalla sperimentazione all’adozione diffusa?

«Il campo più maturo è la diagnostica per immagini. Gli algoritmi già oggi supportano radiologi e specialisti nell’individuazione precoce di tumori, patologie cardiovascolari e malattie neurodegenerative. A breve diventeranno parte integrante dei referti, riducendo disuguaglianze territoriali e migliorando la qualità diagnostica. Un’altra area cruciale è la medicina personalizzata. Integrando dati genetici, clinici e ambientali, sarà possibile definire terapie su misura, anticipare la risposta ai farmaci e ridurre gli effetti collaterali.

Diagnostica per immagini, medicina personalizzata, monitoraggio da remoto e applicazioni di frontiera sono gli ambiti più promettenti per l’AI

Il monitoraggio remoto è un altro fronte decisivo: sensori e piattaforme digitali permetteranno di seguire i pazienti cronici e anziani a distanza, riducendo i ricoveri e alleggerendo gli ospedali. È un cambiamento radicale, che aumenta autonomia e qualità della vita. Infine, guardiamo alle applicazioni di frontiera: la biomedicina spaziale e subacquea. Tecnologie sviluppate per astronauti o per scenari oceanici estremi possono trovare impieghi concreti nella sanità quotidiana, ad esempio per l’assistenza in zone remote o in situazioni di emergenza ambientale. Sono settori che sembrano lontani, ma che in realtà hanno ricadute dirette sulla vita di tutti i giorni.

Anche la comunicazione è cruciale e il Centro la considera parte della propria missione

Tuttavia, il passaggio dalla sperimentazione all’adozione diffusa non sarà automatico. Sarà necessaria una governance forte, capace di coniugare la spinta dell’innovazione con il rigore della valutazione scientifica e regolatoria. Le tecnologie dovranno essere validate sul campo, certificate nella loro sicurezza e qualità, integrate in architetture di dati sicure e interoperabili, e soprattutto accompagnate da programmi di formazione per i professionisti sanitari. Senza questo passaggio, il rischio è che soluzioni promettenti restino confinate a progetti pilota senza trasformarsi in benefici reali per i cittadini. In questo contesto, il nuovo Centro avrà un ruolo significativo. Non si limiterà a osservare le innovazioni, ma le accompagnerà lungo tutto il loro ciclo di vita: dalla fase di ideazione e sperimentazione, alla valutazione tramite Health Technology Assessment, fino alla diffusione su larga scala all’interno del Servizio Sanitario Nazionale. L’obiettivo sarà quello di garantire che l’AI e le tecnologie più avanzate non restino semplici esercizi accademici, ma diventino soluzioni concrete, sostenibili ed etiche, capaci di rafforzare il sistema sanitario e migliorare la salute dei cittadini».

Il Centro che lei dirige avrà inevitabilmente un rapporto con aziende, istituzioni e università: quali forme di collaborazione immagina per accelerare ricerca, innovazione e trasferimento tecnologico?

«L’innovazione in sanità non nasce dall’azione di un singolo, ma dalla capacità di costruire reti solide e trasversali. Con le università svilupperemo percorsi congiunti di formazione e ricerca, capaci di aggiornare chi già lavora e di formare nuove figure professionali: data scientist clinici, ingegneri biomedici esperti di intelligenza artificiale, specialisti di HTA con competenze digitali avanzate.

Università e imprese saranno partner del Centro per la costruzione di reti solide e trasversali

Con le imprese attiveremo partnership strategiche per accelerare sviluppo e validazione delle tecnologie, ma sempre nel rispetto di criteri condivisi di eticità, sicurezza e sostenibilità. Non basta che l’innovazione arrivi sul mercato: deve essere utile, sicura e accessibile ai cittadini. Alle istituzioni – dal ministero della Salute alle Regioni – offriremo supporto tecnico-scientifico, contribuendo a linee guida, modelli di governance e valutazioni indipendenti. Ma la vera sfida è costruire veri ecosistemi di innovazione pubblico-privati: piattaforme di dati federati sicure e interoperabili, progetti pilota in scenari reali, standard condivisi a livello nazionale e internazionale. Solo così potremo ridurre il divario tra laboratorio e corsia e portare più rapidamente ai cittadini i benefici delle nuove tecnologie.

La vera sfida è costruire veri ecosistemi di innovazione pubblico-privati

Naturalmente c’è anche un altro tema molto importante da affrontare: quello della comunicazione. Conta moltissimo. E non parlo solo di comunicazione verso gli addetti ai lavori, ma verso tutti i cittadini. Oggi si tende a considerarla forma, mentre in realtà è sostanza. Se le nuove tecnologie – oggi l’intelligenza artificiale, domani i dispositivi impiantabili o altre innovazioni – non vengono spiegate con chiarezza, rischiamo di generare diffidenza o addirittura paura. Viceversa, una comunicazione corretta e condivisa diventa strumento di consapevolezza collettiva. Il nostro compito non è soltanto sviluppare e valutare tecnologie, ma anche aiutare le persone a comprenderle e a usarle meglio. Perché una tecnologia, per quanto avanzata, non serve a nulla se non viene accettata e utilizzata correttamente dalla comunità a cui è destinata. Per questo, accanto a ricerca, HTA e innovazione, il Centro considera la comunicazione parte integrante della propria missione. È il modo migliore per fare in modo che l’innovazione sia davvero al servizio di tutti, e non solo di pochi».

Percorsi regionali e innovazione nel glioma di basso grado. Focus Emilia-Romagna

I gliomi di basso grado rappresentano una sfida complessa per il sistema sanitario: patologie rare, con decorso lungo, che richiedono diagnosi tempestive e presa in carico multidisciplinare.

In questo contesto, il ruolo delle Regioni diventa centrale per garantire equità, appropriatezza e sostenibilità dei servizi offerti ai pazienti.
La Regione Emilia Romagna si distingue per la sua capacità di sviluppare modelli organizzativi avanzati nel settore sanitario, orientati alla presa in carico integrata e al coordinamento tra centri di riferimento, realtà territoriali e servizi di supporto. L’attenzione alla programmazione sanitaria, alla ricerca e alla valorizzazione delle competenze professionali costituisce un terreno fertile per l’introduzione di innovazioni organizzative, tecnologiche e digitali nei percorsi dedicati ai tumori cerebrali.

La LIVE approfondirà l’esperienza regionale, con l’obiettivo di analizzare punti di forza, criticità aperte e possibili strategie di miglioramento, alla luce dei bisogni non ancora soddisfatti dei pazienti.

Ne parliamo con:

  • Enrico Franceschi
    Direttore UOC Oncologia del Sistema Nervoso, IRCCS Istituto Scienze Neurologiche Bologna
  • Sabrina Amerio
    Direttrice Intercent-ER

Conduce:

  • Rossella Iannone
    Direttrice responsabile TrendSanità

Bronchiolite da RSV: oltre 25mila ricoveri l’anno. Pediatri di Famiglia: «Anticorpi monoclonali e vaccinazione in gravidanza per proteggere i bambini»

Al XIX Congresso Nazionale della Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP), in corso a Cagliari fino a domenica, riflettori puntati sul Virus Respiratorio Sinciziale (RSV), principale causa di bronchiolite nei bambini sotto i due anni e responsabile ogni anno in Italia di oltre 25mila ricoveri. Un tema di grande attualità in vista della stagione autunno-invernale, che oggi può essere efficacemente affrontato grazie alla disponibilità di anticorpi monoclonali specifici, in grado di garantire l’immunizzazione di tutti i nuovi nati durante la loro prima stagione epidemica.

Le campagne di immunizzazione avviate in quasi tutte le Regioni italiane, con il coinvolgimento dei punti nascita e degli ambulatori dei Pediatri di Famiglia, hanno già evidenziato risultati significativi, con una riduzione di circa il 70% delle visite ambulatoriali e degli accessi al pronto soccorso, e una diminuzione di circa l’80% delle ospedalizzazioni per le forme più gravi.

Antonio D’Avino

«Il RSV rappresenta un pericolo concreto per i bambini più piccoli, soprattutto sotto l’anno di vita, tale da richiedere il ricorso alle cure del Pediatra di Famiglia e, nei casi più gravi, il ricovero in ospedale e in terapia intensiva per via delle complicanze respiratorie – ha sottolineato Antonio D’Avino, Presidente nazionale FIMP -. L’impatto sulla salute dei bambini e sulle famiglie è enorme, senza trascurare i costi a carico del Servizio Sanitario Nazionale per la gestione delle complicanze. Eppure, tutto questo oggi è prevenibile, come dimostrano le prime esperienze regionali, grazie alle opportunità di immunizzazione disponibili nel nostro Paese. Va ricordato che non esistono terapie specifiche contro l’infezione da RSV: la prevenzione è la nostra arma più efficace».

Un rischio ulteriore riguarda le conseguenze a lungo termine: «Accade frequentemente che i bambini colpiti da bronchiolite da RSV risultino successivamente più esposti ad altre infezioni respiratorie e possano sviluppare episodi ricorrenti di broncospasmo o asma, una malattia infiammatoria cronica delle vie aree che può rivelarsi particolarmente invalidante – ha aggiunto Martino Barretta, Responsabile dell’Area Vaccini e Immunizzazioni della FIMP -. Oggi disponiamo di strumenti sicuri, efficaci e innovativi, che consentono di proteggere i più piccoli, ma non solo, riducendo significativamente i casi gravi di bronchiolite durante la stagione epidemica. È una conquista importante di sanità pubblica che come Pediatri di Famiglia vogliamo sostenere e promuovere presso le famiglie, con l’auspicio che sia garantita a tutti i nuovi nati alla loro prima stagione epidemica, senza differenze regionali».

Al fianco dell’immunizzazione neonatale, un’ulteriore strategia preventiva è la vaccinazione in gravidanza che consente alla madre di trasferire gli anticorpi al neonato e di proteggerlosin dai primi giorni di vita.

«Informare adeguatamente le famiglie sulle opportunità di prevenzione contro gravi malattie è per noi fondamentale – aggiunge D’Avino -. I Pediatri di Famiglia, presenti capillarmente su tutto il territorio, sono un punto di riferimento affidabile per chiarire dubbi, orientare i genitori nelle strategie di prevenzione, anche oltre la vaccinazione, e promuovere scelte consapevoli per la salute dei bambini».

Dopo la cerimonia inaugurale di ieri, il Congresso FIMP 2025 entra nel vivo con oltre 800 partecipanti e tre intense giornate di lavori. Tra i focus di confronto e approfondimento scientifico: patologie croniche e rare ad alto impatto nell’età pediatrica, con particolare attenzione all’integrazione ospedale-territorio e al ruolo delle reti assistenziali, prevenzione e strategie vaccinali, dall’infanzia all’adolescenza, e il tema cruciale dell’appropriatezza prescrittiva, con particolare attenzione all’uso degli antibiotici.

Sessioni specifiche saranno inoltre dedicate al benessere psicosociale e alla crescita del bambino, con approfondimenti su alimentazione, stili di vita e disturbi dell’età evolutiva. Ampio spazio verrà riservato all’innovazione scientifica e digitale, con focus sull’uso dell’intelligenza artificiale, sulle nuove tecnologie applicate alla pratica pediatrica e sulle prospettive di ricerca.

«Ci auguriamo che questo appuntamento possa rappresentare un momento di confronto e di crescita per la nostra Professione – ha concluso D’Avino -. La molteplicità e l’attualità dei temi del Programma scientifico testimoniamo il dinamismo della nostra professione e la volontà di affrontare, con spirito scientifico e con responsabilità, le sfide presenti e future della pediatria di famiglia. La prevenzione, l’innovazione e la vicinanza alle famiglie restano i pilastri su cui costruire la salute dei bambini di oggi e degli adulti di domani».

«In sanità ci affidiamo alle metriche sbagliate»

L’anno prossimo si chiuderà la finestra di finanziamenti legati al PNRR, che ha messo a disposizione del SSN nuove soluzioni digitali e nuovi setting assistenziali.

Con Francesco Longo, Professore Associato del Dipartimento di Social and Political Sciences presso l’Università Bocconi e ricercatore del CERGAS (SDA Bocconi), abbiamo parlato dell’esigenza di iniziare a usare gli strumenti che oggi abbiamo a disposizione.

La grande sfida è infatti impararare a usare la tecnologia, un passaggio che richiede un cambio di paradigma rispetto alle attività che sono state svolte finora.

«Noi usiamo la metrica sbagliata per misurare il fenomeno giusto», afferma Longo. Nella videointervista di TrendSanità l’esperto spiega che cosa intende e segnala su che cosa ci si dovrebbe soffermare davvero.

Morbillo: dall’inizio dell’anno 432 casi di cui 12 ad agosto, l’87% in non vaccinati

Dall’inizio dell’anno sono stati notificati al sistema di sorveglianza 432 casi di morbillo, di cui 12 nel mese di agosto. I numeri sono contenuti nell’ultimo bollettino della sorveglianza pubblicato oggi.

Dei casi notificati nel 2025 58 (13,4%) sono importati e 23 sono casi correlati a casi importati. Venti Regioni/PPAA hanno segnalato casi nel 2025, ma più della metà (278/432; 64,4%) è stata segnalata da sole cinque Regioni (Lombardia, Emilia-Romagna, Lazio, Calabria e Sicilia). L’incidenza più elevata è stata osservata in Calabria (33,6/milione abitanti) seguita dalle Marche (21,3/milione), dalla P.A. di Bolzano (19,5/milione) e dalla Sicilia (19,1/milione). A livello nazionale, l’incidenza nel periodo è stata pari a 11 casi per milione di abitanti.

«Il principale contesto di trasmissione rimane quello familiare – scrivono gli esperti nel bollettino -, seguito da ambienti sanitari e ospedalieri. Una quota non trascurabile dei casi è stata associata a viaggi internazionali. Si ricorda che il virus del morbillo è estremamente contagioso: il virus può persistere nell’aria e sulle superfici fino a due ore e una persona infetta può trasmetterlo già quattro giorni prima della comparsa dell’esantema. La vaccinazione è l’unico strumento efficace per proteggersi dal morbillo e dalle sue complicanze».

L’età mediana dei casi segnalati è pari a 31 anni (range: 0-71 anni). Il 49,3% ha un’età compresa tra 15 e 39 anni e un ulteriore 26,6% ha 40 anni o più. Tuttavia, l’incidenza più elevata è stata osservata nella fascia di età 0-4 anni (53,0 casi per milione). Sono stati segnalati 21 casi in bambini sotto l’anno di età (incidenza 56,4 casi per milione).

Sempre in riferimento ai casi del 2025, lo stato vaccinale è noto per 408 dei 432 casi segnalati: 355 casi (87,0%) erano non vaccinati al momento del contagio, 36 casi (8,8%) erano vaccinati con una sola dose, 14 casi (3,4%) erano vaccinati con due dosi. Per i rimanenti tre casi vaccinati (0,7%), non è noto il numero di dosi ricevute.

Circa un terzo dei casi (30,8%) ha riportato almeno una complicanza. Le complicanze più frequentemente riportate sono state epatite/aumento delle transaminasi (11,3% dei casi totali) e polmonite (11,3%). Sono stati segnalati tre casi di encefalite, rispettivamente in due adulti e in un preadolescente, tutti non vaccinati. Per il 53,5% dei casi viene riportato un ricovero ospedaliero per morbillo, e per un ulteriore 14,4% una visita in Pronto Soccorso.

In Italia, la copertura per due dosi nei bambini di 5-6 anni di età è pari all’ 84,8% (dati 2023), e nessuna Regione ha raggiunto la copertura del 95% per la seconda dose. Uno studio recente coordinato dall’ISS e dalla Fondazione Bruno Kessler pubblicato su The Lancet stima che quasi un italiano su dieci sia suscettibile al morbillo, cioè privo di protezione immunitaria contro il virus; i giovani adulti risultano particolarmente a rischio in molte regioni, anche dove le coperture pediatriche sono elevate.

Nel periodo tra gennaio e agosto 2025 sono stati segnalati due casi possibili di rosolia, rispettivamente dalla Campania, in un adulto di 55 anni, con stato vaccinale non noto, e dalla Sardegna, in un adulto di 46 anni non vaccinato.

Veneto, CIMO-FESMED boccia la riorganizzazione delle chirurgie: «Considerare anche esiti interventi, non solo i numeri»

In Veneto sono stati recentemente adottati due decreti che fissano i criteri per l’individuazione dei centri di riferimento chirurgici per i pazienti affetti da tumore allo stomaco, al colon e al retto. Tenendo in considerazione esclusivamente il numero di interventi effettuati nel 2024, gli ospedali sono quindi stati suddivisi in tre tipologie: quelli che raggiungono la soglia di interventi individuata e possiedono i requisiti strutturali tecnologici e professionali; quelli che garantiscono solo il livello minimo di chirurgia; e quelli dove è possibile fare diagnosi e trattamenti ma non interventi chirurgici.

«Siamo fortemente contrari ai criteri individuati, che non tengono in considerazione altri fattori fondamentali come, ad esempio, il tasso di sopravvivenza a 30 giorni, eventuali complicanze post-operatorie o l’esperienza del singolo chirurgo – dichiarano Guido Quici, Presidente nazionale del sindacato dei medici Federazione CIMO-FESMED, e Giovanni Leoni, Presidente CIMO-FESMED Veneto -. Come è stato già evidenziato da Vincenzo Bottino, Presidente dell’associazione dei chirurghi ACOI, occorrerebbe quindi passare da un approccio numerico ad uno basato sugli esiti misurati, con equità, prossimità e tempi certi di cura».

«Inoltre – aggiungono Quici e Leoni – una tale riorganizzazione risulta eccessivamente penalizzante per i pazienti, costretti a viaggi continui, e per gli ospedali periferici, che in assenza di interventi in elezione non potranno eseguire nemmeno gli interventi urgenti collegati a queste patologie, con la naturale e conseguente fuga dei professionisti dalle strutture più piccole».

«Dubitiamo inoltre che gli ospedali hub del Veneto abbiano le capacità strutturali e professionali di affrontare la centralizzazione degli interventi, con il rischio che le liste d’attesa si allunghino – specifica Leoni -. Un tale cambio di paradigma, opposto alla politica della “medicina di prossimità” ripetuto da tutti come un mantra, non fa che creare enorme confusione e perplessità sia nei professionisti che nei cittadini».

«Spesso il Veneto su questioni che riguardano la sanità fa da apripista ad altre Regioni – aggiunge Quici – e non vorremmo che tali decisioni, basate su criteri numerici, venissero adottate anche in altre parti d’Italia. CIMO-FESMED è da sempre sostenitrice di una riorganizzazione razionale della rete e dei servizi ospedalieri, ma si tratta di processi delicati e complessi, che vanno necessariamente intrapresi tenendo in considerazione le evidenze scientifiche e coinvolgendo i professionisti, che conoscono le necessità e le criticità di ogni branca della medicina e dell’offerta sanitaria di ciascun territorio».

La Federazione CIMO-FESMED chiede dunque alla Regione Veneto di adottare una delibera programmatica e di indirizzo chiara, che tenga conto anche delle criticità evidenziate.

Per quattro italiani su 10 almeno tre fattori di rischio cardiovascolare

Sono 4 su 10 (40%) gli italiani con almeno tre fattori di rischio cardiovascolare, che includono la sedentarietà, il fumo, l’eccesso ponderale, il consumo di almeno cinque porzioni di frutta e verdura al giorno o patologie come il diabete, l’ipertensione o l’ipercolesterolemia. Il consumo di sale è uno degli elementi da non trascurare: a tal proposito sono cinque su 10 gli italiani che fanno attenzione o cercano di ridurre la quantità di sale assunta a tavola, nella preparazione dei cibi così come nel consumo di quelli conservati. Lo evidenziano i dati della sorveglianza Passi riferiti al biennio 2023-2024 che riguardano il rischio cardiovascolare e il consumo di sale, pubblicati oggi.

Ipertensione più frequente negli uomini, colesterolo alto nelle donne

L’ipertensione è poco frequente fra i giovani adulti ma la sua diffusione cresce considerevolmente con l’età, passando da poco più del 2% prima dei 35 anni al 33% fra i 50-69enni. Fortemente associata all’eccesso ponderale (supera il 28% fra le persone in sovrappeso oppure obese) è più frequente fra gli uomini (20% rispetto 16% fra le donne) e, come accade per gli altri fattori di rischio cardiovascolare legati agli stili di vita, è anche più frequente fra le persone socialmente più svantaggiate, per disponibilità economiche o istruzione. L’80% delle persone ipertese dichiara di essere in trattamento farmacologico e molti di aver ricevuto i consigli per tenere sotto controllo la pressione arteriosa, come diminuire il consumo di sale (83%), svolgere regolarmente attività fisica (81%) e controllare il peso corporeo (76%).

L’ipercolesterolemia è anch’essa associata all’età (cresce da meno del 4% fra i 18-34enni al 30% fra i 50-69enni) e all’eccesso ponderale (è riferita dal 24% fra le persone in sovrappeso oppure obese e dal 14% fra le persone normo/sottopeso), sembra più frequente fra le donne e si associa allo svantaggio sociale, per istruzione o risorse economiche. Sembra anche esserci una differenza geografica che va a svantaggio delle Regioni settentrionali, con l’eccezione delle Marche (28%) che registrano il valore più elevato.

Dai dati Passi 2023-2024 emerge che oltre 4 persone su 10 con colesterolo alto dichiarano di essere in trattamento farmacologico e la maggior parte ha ricevuto il consiglio di consumare meno carne e formaggi (86%) e più frutta e verdura (77%), di fare regolare attività fisica (81%) e controllare il peso corporeo (74%).

Uso consapevole del sale, maggiore tra le donne e al Nord. Buona conoscenza dei benefici del sale iodato

L’uso consapevole del sale è più frequente fra le donne (62% rispetto al 52% negli uomini), nelle persone più grandi di età (raggiunge il 65% fra i 50-69enni in comparazione al 45% fra i 18-34enni) e con un maggiore livello di istruzione. L’attenzione al consumo di sale è inoltre maggiore in chi risiede al Nord, con un divario di ben 10 punti percentuali rispetto al Sud (62% rispetto al 52%). L’attenzione al consumo di sale riguarda poi in generale una persona su tre con una malattia cronica.

Guardando nel dettaglio a coloro che hanno una diagnosi di ipertensione arteriosa o di insufficienza renale (per cui la riduzione del consumo di sale diventa strumento di controllo della malattia), la percentuale di utilizzo consapevole risulta più alta (75% e 74% rispettivamente), ma non raggiunge comunque i livelli attesi.

Relativamente al sale iodato, vi è un buon livello di consapevolezza tra gli italiani sull’importanza di assumere iodio attraverso il sale iodato. Complessivamente, infatti, il 78% delle persone intervistate (erano il 67% nel 2015) sceglie di utilizzare il sale iodato, moltissimi lo usano abitualmente (47% sempre e il 15% spesso) mentre altri riferiscono di usarlo qualche volta (17%).

Autismo, paracetamolo, vaccini: le Società Scientifiche fanno chiarezza

La Società Italiana di Pediatria (SIP), la Società Italiana di Medicina d’Emergenza-Urgenza (SIMEU), la Società Italiana di Medicina d’Emergenza-Urgenza Pediatrica (SIMEUP) l’Associazione Italiana per lo Studio del Dolore (AISD) e la Società Italiana Medici Pediatri (SIMPE) ribadiscono l’importanza di una corretta informazione sanitaria, fondata su evidenze solide e su una comunicazione responsabile. In un contesto in cui dichiarazioni non supportate da dati rischiano di creare allarme sociale, diventa fondamentale proteggere l’opinione pubblica da messaggi fuorvianti che possono compromettere la salute individuale e collettiva.

Negli ultimi giorni alcune affermazioni del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump hanno sollevato dubbi circa la sicurezza dell’uso del paracetamolo in gravidanza e un presunto legame con l’insorgenza di disturbi dello spettro autistico. Dopo i chiarimenti forniti da istituzioni scientifiche internazionali e nazionali, le Società Scientifiche italiane ritengono importante ribadire e rafforzare il messaggio, offrendo la prospettiva di chi quotidianamente è accanto a pazienti, famiglie e donne in gravidanza.

Il Presidente della Società Italiana di Pediatria, Rino Agostiniani, afferma: «Le evidenze disponibili non mostrano alcuna correlazione tra l’assunzione di paracetamolo in gravidanza e un aumento del rischio di autismo. Non emergono nemmeno associazioni con malformazioni del feto o del neonato. Il paracetamolo può quindi essere usato, se clinicamente necessario, in piena sicurezza». E aggiunge: «È importante ricordare che non esiste alcun legame tra vaccinazioni e autismo. I vaccini pediatrici rappresentano una conquista della medicina moderna e restano uno strumento imprescindibile per la tutela della salute dei bambini e della collettività».

Un messaggio condiviso anche dai medici dell’emergenza. «Allo stato attuale non esistono evidenze su una correlazione tra paracetamolo e autismo – sottolinea Alessandro Riccardi, Presidente Società Italiana Medicina d’Urgenza e Emergenza (SIMEU) –. Ci preoccupa l’idea che qualche donna possa rifiutare un farmaco sicuro in gravidanza, come il paracetamolo, che da decenni utilizziamo con efficacia per trattare dolore e febbre. Il rischio è che si ricorra a farmaci più pericolosi, come i FANS, oppure che non vengano curate condizioni acute, con conseguenze gravi. Già in passato il falso mito della correlazione tra vaccini e autismo ha creato danni enormi alla prevenzione. Non possiamo permettere che lo stesso accada con il paracetamolo».

«Come pediatri continuiamo con serenità il nostro lavoro al servizio dei bambini, basandoci su linee guida consolidate ed evidenze scientifiche rigorose. Gli allarmi che giungono da oltreoceano non hanno attualmente fondamento scientifico a sostegno – afferma Stefania Zampogna, Presidente della Società Italiana Medicina Emergenza Urgenza Pediatrica (SIMEUP) –. Ricordiamo che messaggi contrari all’uso appropriato di farmaci dovrebbero essere avanzati solo se sostenuti da dati solidi e coerenti, per non generare allarmismi ingiustificati e rischi per la salute derivanti da una mancata terapia. Auspichiamo che i decisori politici, nell’ambito del loro ruolo di tutela della salute pubblica, continuino a supportare la comunità scientifica nello studio approfondito di queste tematiche e nella diffusione di informazioni corrette, evitando comunicazioni fuorvianti che possano disorientare cittadini e professionisti sanitari».

Sulla stessa linea l’Associazione Italiana per lo Studio del Dolore (AISD). «Ad oggi non vi è alcuna evidenza scientifica che supporti una correlazione tra paracetamolo e autismo – dichiara il Presidente Diego Fornasari –. il paracetamolo, se usato correttamente, rimane un farmaco sicuro e raccomandato dalle principali autorità sanitarie, anche in gravidanza. L’AISD invita pertanto a riferirsi esclusivamente alle linee guida ufficiali e alle evidenze scientifiche accreditate».

Anche la Società Italiana Medici Pediatri (SIMPE) ribadisce con chiarezza la sua posizione. «Il paracetamolo è il farmaco di prima scelta per trattare febbre e dolore nelle donne in gravidanza, se assunto correttamente e sotto supervisione medica – afferma Giuseppe Mele, Presidente SIMPE –. I rischi del non trattare febbre alta o dolore intenso in gravidanza sono ben maggiori rispetto a presunti pericoli mai dimostrati. Non ripetiamo l’errore già visto con i vaccini, dove ci sono voluti più di 15 anni per smentire un mito privo di fondamento. È nostro dovere fornire messaggi chiari, rassicuranti e basati sulla scienza, a tutela delle mamme e dei loro bambini».

Dai campioni alla conoscenza: ViVa, la biobanca dell’ISS per la ricerca multidisciplinare

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Dietro ogni avanzamento della medicina ci sono campioni biologici e dati accuratamente raccolti, conservati e studiati nel tempo. Sono queste risorse, invisibili ai più ma decisive per la ricerca, a permettere di comprendere i meccanismi delle malattie, sviluppare nuove terapie e migliorare la prevenzione.

Per rispondere a questa esigenza, all’Istituto Superiore di Sanità sta nascendo ViVa, una biobanca che si estenderà su circa 700 metri quadrati e potrà contenere fino a 5 milioni di campioni – umani, animali ed ecologici – insieme alle informazioni che li accompagnano. Una vera e propria infrastruttura multidisciplinare, pensata per supportare in modo sistematico la ricerca biomedica e ambientale, che si inserisce nella strategia internazionale di centralizzazione e qualificazione delle biobanche di ricerca, e che nasce dalla collaborazione fra l’Istituto Superiore di Sanità e partner industriali con esperienza nella progettazione di laboratori per la crioconservazione dei campioni.

ViVa integrerà campioni umani, animali, microbiologici e ambientali in un’unica struttura

Per capire meglio le caratteristiche della biobanca, che cosa conterrà e che tipo di ricerca sarà possibile sviluppare abbiamo intervistato Luisa Minghetti, direttore del Servizio Tecnico Scientifico Coordinamento e supporto alla ricerca dell’Istituto Superiore di Sanità.

Che cos’è una biobanca?

Una biobanca di ricerca è una infrastruttura dove i campioni biologici sono raccolti, preparati e conservati per essere resi disponibili per scopi di ricerca. Oltre ai campioni, la biobanca di ricerca conserva tutti i dati relativi ai campioni in una piattaforma informatica; i dati sono la vera ricchezza della biobanca, in quanto aumentano con i risultati delle nuove ricerche eseguite sui campioni biologici nel corso del tempo.

In Italia esistono numerose biobanche di ricerca, per lo più presenti in ospedali, IRCCS, enti di ricerca, molte delle quali fanno parte della rete nazionale BBMRI.it che afferisce all’infrastruttura di ricerca europea delle Biobanche e delle Risorse BioMolecolari BBMRI-ERIC, un consorzio che mette in rete le biobanche di ricerca di oltre 20 Paesi europei.

Che cosa differenzia ViVa dalle biobanche già esistenti?

Luisa Minghetti

Come detto, esistono in Italia molte biobanche di ricerca. Nella gran parte dei casi si tratta di strutture che custodiscono campioni di sola origine umana, o in alcuni casi di sola origine animale. La Biobanca che stiamo realizzando presso il nostro Istituto, in partnership con SIAD Medigas, sarà una biobanca multidisciplinare nella quale conservare materiale biologico di molteplici origini e tipologie (animale, umana, microbiologica, ambientale). Questa sarà una unicità di ViVa e rispecchia la multidisciplinarietà della ricerca condotta in ISS, che tocca tutti gli ambiti relativi alla tutela della salute pubblica.

L’ISS dispone attualmente di varie aree di crioconservazione, dove sono custodite importanti collezioni di campioni biologici umani  – come ad esempio la biobanca di popolazione nell’ambito del progetto Cuore, che si basa sulla raccolta di campioni biologici da donatori di tutte le età, associati ai dati individuali raccolti al momento del prelievo (stili di vita, fattori di rischio, condizioni a rischio, patologie, fattori ambientali) – ma anche ambientali come, ad esempio, quelli che si stanno raccogliendo nell’abito di un recente progetto ISS in collaborazione con la Marina Militare per lo studio dei rischi per la salute, correlati ad ambiente e clima in una visione di Planetary Health (salute del pianeta).

La realizzazione della nuova biobanca consentirà di centralizzare e porre in qualità le strutture per la raccolta, preparazione, conservazione dei campioni biologici, seguendo una strategia internazionale che riconosce l’esigenza di creare infrastrutture di Biobanking – o biobancaggio – centralizzate e complesse ma più sostenibili.

Come ViVa può supportare la ricerca traslazionale?

I campioni biologici sono il materiale di elezione per la ricerca biomedica e in particolare per la ricerca traslazionale, che ha lo scopo di trasferire le scoperte ottenute dalla ricerca di base alla pratica clinica per il miglioramento della salute umana, attraverso la prevenzione, la diagnosi e il trattamento delle malattie.

I dati sono la vera ricchezza della biobanca, poiché crescono con le nuove ricerche eseguite nel tempo

La qualità dei materiali biologici e dei dati associati sono essenziali per garantire risultati attendibili, riproducibili e affidabili. È quindi necessario garantire la qualità dei campioni durante tutte le fasi della ricerca: dalla raccolta del campione, all’analisi e alla conservazione, secondo i requisiti di qualità definiti da linee guida di buona pratica e dalla recente norma UNI ISO 20387, specifica per l’accreditamento di qualità delle biobanche.

Patente di guida per persone con diabete, un DDL per semplificare le procedure

Un disegno di legge che modifichi le attuali procedure per il rilascio e rinnovo della patente di guida per le persone con diabete e che, anche alla luce dell’evoluzione terapeutica, le semplifichi, conciliando la sicurezza con la libertà di circolazione e la non discriminazione.

È il DDL “Semplificazione delle procedure per il rilascio, il rinnovo e la conferma della patente di guida ai soggetti affetti da diabete”, presentato dal Senatore UDC Antonio De Poli, primo firmatario, nel corso dell’evento promosso da FAND – Associazione Italiana Diabetici Odv, “Come si affronta il diabete nella Regione Veneto: un modello da seguire?” a Padova lo scorso 20 settembre. Un disegno di legge che accoglie la battaglia che FAND come associazione promuove da sempre, quella cioè di modificare la normativa sulla patente di guida per le persone con diabete, che ad oggi non riconosce il loro pieno diritto alla circolazione, discriminandole sulla base di un semplice stigma non supportato dai dati.

«La sinergia tra associazioni, medici e istituzioni, come voi testimoniate con l’importante iniziativa di sabato scorso a Padova, è la strada giusta per assicurare assistenza sanitaria adeguata e dare risposte concrete ai pazienti, quindi alle persone affette da diabete e anche alle loro famiglie». Così il Senatore UDC Antonio De Poli, autore, in Senato, di questo DDL.

«Il disegno di legge – spiega – introduce delle modifiche all’articolo 119 del Codice della strada con riferimento alle disposizioni per l’accertamento dei requisiti fisici e psichici per il conseguimento e il rinnovo della patente da parte dei soggetti diabetici. Si tratta di un DDL che rappresenta, secondo noi, il giusto equilibrio fra due esigenze: da un lato, la sicurezza della circolazione e dall’altro lato il diritto alla libertà di circolazione e a non essere discriminati per le persone affette da diabete. L’attuale normativa prevede delle limitazioni che non tenevano conto dell’evoluzione in campo terapeutico. Riteniamo necessaria la revisione della disciplina normativa», spiega ancora, visto che le «le terapie più all’avanguardia consentono un monitoraggio più efficace dei livelli glicemici, riducendo i rischi di ipoglicemia e iperglicemia che possono compromettere l’idoneità alla guida».

«Ringraziamo il Senatore De Poli per la sensibilità dimostrata nell’accogliere le nostre sollecitazioni», afferma Manuela Bertaggia, Presidente di FAND, «Tra i tanti parlamentari ai quali ci siamo rivolti nell’evidenziare le discriminazioni contenute nella normativa che disciplina il rinnovo della patente per le persone con diabete, lui ha l’importante merito di aver predisposto il disegno di legge che auspichiamo possa essere sottoscritto dai suoi colleghi e dai deputati che vogliono dimostrare la loro sensibilità verso una criticità che ci vede come associazione in prima linea. Da sempre FAND si è impegnata nell’evidenziare questo problema concreto per milioni di persone verso le quali ad oggi non c’era certezza nelle procedure sanitarie, solo a causa di un’etichetta, “l’essere diabetici”, anche senza nessuna casistisca che dica che le persone con diabete sono più pericolose alla guida o che negli anni abbiano provocato più incidenti. Tutto ciò non è supportato dai dati. Nel ringraziare De Poli che ha messo la prima pietra, auspichiamo che in tanti sottoscrivano il disegno di legge affinché la procedura legislativa possa essere avviata nel più breve tempo possibile e si possa davvero applicare una revisione oramai indispensabile».