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Nuove prospettive di cura: la prescrizione sociale per la gestione delle patologie croniche

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La prescrizione sociale registra una attenzione crescente a livello globale come pratica complementare alla medicina tradizionale. Attiva da oltre trent’anni nei Paesi del Nord Europa, si fonda sul riconoscimento dei determinanti sociali della salute e promuove un approccio non clinico orientato al ben-essere complessivo della persona, con particolare attenzione a chi vive situazioni di vulnerabilità.

Si tratta di un programma  che può essere attivato, ad esempio, dai medici di base nell’ambito dell’assistenza primaria, attraverso il coinvolgimento di una figura dedicata – l’operatore di collegamento (link worker) – formalmente introdotta in Inghilterra nel 2019 all’interno delle Primary Care Networks (PCN). Il suo compito è connettere le persone alle risorse disponibili nella comunità, facilitando l’accesso ad attività culturali, artistiche, sociali, sportive o a contatto con la natura.

La prescrizione sociale non solo sostiene la salute del singolo individuo, ma apporta benefici all’intero tessuto sociale, contribuendo ad alleggerire il carico sul sistema sanitario e sulla rete familiare. Si configura innanzitutto come un intervento preventivo, capace di contrastare l’aggravarsi delle condizioni di salute e di ridurre il ricorso a farmaci, prestazioni specialistiche e ospedalizzazioni. Allo stesso tempo, offre un supporto significativo nella gestione quotidiana della malattia, migliorando la qualità della vita.

La prescrizione sociale sostiene la salute del singolo individuo e alleggerisce il carico sul sistema sanitario e sulla rete familiare

Crescono anche le evidenze scientifiche sugli impatti positivi della prescrizione sociale, soprattutto per le persone che convivono con patologie croniche. Tra queste rientrano le condizioni a lungo termine caratterizzate da multimorbilità complessa, spesso correlate a fattori come l’invecchiamento, il genere femminile, un basso reddito e una rete sociale fragile.

Malattie croniche non trasmissibili: la dimensione del problema

Secondo l’Osservatorio Globale della Salute, le malattie croniche non trasmissibili (NCD), come quelle cardiovascolari, i tumori, il diabete e le patologie respiratorie rappresentano una delle sfide più rilevanti per la salute pubblica a livello mondiale. Nel 2021, le NCD sono state responsabili di oltre 43 milioni di decessi, e circa l’82% delle morti premature (cioè sotto i 70 anni) si è verificato nei Paesi a basso e medio reddito.

Nel 2021 le NCD sono state responsabili di oltre 43 milioni di decessi

Le malattie cardiovascolari costituiscono la prima causa di morte globale, con oltre 19 milioni di decessi all’anno, seguite dai tumori (circa 10 milioni) e dalle malattie respiratorie croniche (oltre 4 milioni).

Nel 2022, si stimavano oltre 800 milioni di persone affette da diabete, con una prevalenza tra gli adulti pari al 14%. Nello stesso anno, ben 445 milioni di persone sopra i 30 anni non avevano accesso a un trattamento farmacologico adeguato. Il diabete è stato inoltre la causa diretta di circa 1,6 milioni di decessi, il 47% dei quali si è verificato prima dei 70 anni, a conferma del suo forte impatto in termini di mortalità precoce.

Le malattie croniche, che compromettono la qualità della vita delle persone, richiedono inoltre un’attenzione crescente da parte dei sistemi sanitari, sia sotto il profilo clinico sia economico, a causa della necessità di diagnosi precoci, terapie durature e frequenti ospedalizzazioni. I relativi costi sono elevati e comprendono spese dirette – come farmaci, monitoraggi e visite specialistiche – e spese indirette legate all’assistenza continuativa e alla gestione delle condizioni nel lungo periodo. Tali oneri non solo mettono sotto pressione i bilanci dei servizi sanitari pubblici, ma incidono in modo significativo anche sulle famiglie, soprattutto nei Paesi in cui il sistema sanitario è sotto-finanziato o l’accesso alle cure preventive è limitato.

Evidenze scientifiche sui benefici

Alla luce di ciò, la prescrizione sociale si configura come un approccio complementare, accessibile e sostenibile. A confermarne l’efficacia è una revisione sistematica con meta-analisi pubblicata nel 2024, che ha valutato l’impatto degli interventi di prescrizione sociale nella gestione delle condizioni croniche negli adulti. L’analisi ha incluso 12 studi controllati randomizzati e quasi-randomizzati condotti in Stati Uniti, Regno Unito, Belgio e Australia, esaminando esiti quali la qualità della vita, il livello di attività fisica, il ben-essere psicologico e indicatori clinici specifici per patologia.

Il cancro e il diabete sono risultati essere le principali condizioni a lungo termine rilevate, per le quali sono stati applicati interventi della durata variabile tra 8 settimane e 18 mesi, su un campione complessivo di 3.566 pazienti, con un’età media di 48 anni e una maggioranza femminile pari al 61,1%.

Tra i risultati emersi, si sono osservati miglioramenti significativi nella qualità della vita sia a breve sia a lungo termine, in particolare per coloro che hanno partecipato con maggiore frequenza agli interventi di prescrizione sociale (oltre tre incontri).

La prescrizione sociale migliora la qualità di vita a breve e a lungo termine

Solamente due studi hanno evidenziato un aumento rilevante nella frequenza (almeno tre volte a settimana) e nella durata dell’attività fisica svolta dai partecipanti.

Per quanto riguarda gli indicatori clinici specifici, sette studi hanno analizzato l’effetto dell’intervento di prescrizione sociale sui livelli di emoglobina glicata (HbA1c) in persone con diabete. Quattro di questi hanno riscontrato miglioramenti significativi nei livelli di HbA1c nei gruppi di intervento, con esiti positivi a 6 mesi, 12 mesi e 18 mesi di follow-up. Inoltre, è stata osservata una riduzione del disagio psicologico e degli episodi depressivi associati alla gestione del diabete.

La prescrizione sociale migliora gli indicatori clinici e riduce disagio psicologico e depressione

Sintomi come dispnea, tosse, respiro sibilante, debolezza, affaticamento e ridotta capacità di esercizio fisico compromettono la qualità della vita e contribuiscono alla progressiva riduzione della partecipazione sociale. L’Art on Prescription (AoP), ovvero la prescrizione di interventi di partecipazione culturale ed espressione creativa, ha mostrato effetti benefici anche su pazienti affetti da patologie polmonari croniche, spesso associate a rilevanti impatti biopsicosociali.

Una revisione pubblicata nel 2019 suggerisce che l’integrazione di attività artistiche come la musica e la danza nei percorsi di cura delle malattie respiratorie croniche è associata a un miglioramento della capacità di esercizio fisico e della funzionalità dei muscoli respiratori. Queste pratiche, inoltre, promuovono la partecipazione a esperienze di gruppo, rafforzando il ben-essere relazionale e aumentando il senso di soddisfazione sociale.

L’Art on Prescription migliora la capacità di esercizio fisico e la funzionalità dei muscoli respiratori, oltre al ben-essere relazionale e al senso di soddisfazione sociale

Esperienze operative

Molti dei risultati positivi legati alla prescrizione sociale trovano riscontro nella pratica, con numerosi casi di successo in particolare nel Regno Unito, che rappresenta uno dei contesti più avanzati nell’implementazione di questo approccio. Tra le iniziative più rilevanti vi sono quelle documentate dalla National Academy for Social Prescribing (NASP), un ente benefico istituito nel 2019 con l’obiettivo di promuovere e sostenere la diffusione della prescrizione sociale.

Un esempio significativo è rappresentato dal programma Ways to Wellness, attivo a Newcastle dal 2015,che si rivolge a persone affette da condizioni di salute a lungo termine, indirizzate dai link worker verso una rete di attività e risorse comunitarie – tra cui arte, cultura, volontariato, supporto sociale e attività fisica. I risultati indicano che l’86% dei partecipanti ha riportato un miglioramento del proprio ben-essere, mentre i costi delle cure secondarie (ospedaliere e specialistiche) per paziente sono risultati inferiori del 27% rispetto al gruppo di controllo.

Un altro esempio operativo è rappresentato dal programma AoP nel Gloucestershire, costituito come un consorzio di organizzazioni che promuovono interventi per la salute basati sull’arte e sulla creatività. Il programma è stato commissionato dal Servizio Sanitario Nazionale inglese e si rivolge a persone affette da diverse patologie, tra cui diabete di tipo 1, epilessia e cancro, registrando significativi miglioramenti nei livelli di ansia e depressione.

Nel Regno Unito la prescrizione sociale è ormai una realtà consolidata: numerosi programmi attivi hanno già dato prova della loro efficacia

Programmi come questi, insieme alle evidenze scientifiche sugli impatti generati, rafforzano la visione della prescrizione sociale come uno strumento integrato nella medicina di base, capace di rispondere in modo più ampio e personalizzato ai bisogni di salute. Ciò è possibile anche grazie ai link worker, figure fondamentali che mettono a disposizione tempo e competenze per comprendere la condizione fisica, psicologica, sociale e personale del paziente, aiutandolo a orientarsi tra i servizi sanitari e le risorse offerte dalla comunità.

Per approfondire

Dal Fascicolo Elettronico alla fiducia del cittadino: dati, dialogo e programmazione

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Un dibattito aperto e concreto sull’innovazione digitale nel sistema sanitario pubblico. Questo il cuore dell’incontro “L’innovazione nel Sistema Sanitario Nazionale: Ecosistema Dati Sanitari – presente e futuro”, promosso dal Ministero della Salute in collaborazione con il Dipartimento per la Trasformazione Digitale della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

L’evento ha rappresentato una delle tappe del roadshow nazionale “Ecosistema dei dati sanitari. Il Fascicolo Sanitario Elettronico per modernizzare la Sanità”, che ha attraversato l’Italia coinvolgendo le Regioni in un confronto operativo sui temi della sanità digitale e sulle modalità di attuazione del Decreto sull’Ecosistema dei Dati Sanitari (EDS).

Il Fascicolo Sanitario Elettronico è al centro del dialogo per innovare la sanità, non solo digitale

«Il Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0 svolge un ruolo centrale nel percorso di trasformazione e ammodernamento del Sistema Sanitario Nazionale”, ha dichiarato Alessio Butti, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’Innovazione Tecnologica. «È una piccola – ma grande – rivoluzione: ai cittadini garantiamo un canale unico, semplice e sicuro di accesso ai propri dati sanitari; al sistema sanitario offriamo uno strumento prezioso per la cura, la prevenzione e la programmazione delle politiche di salute».

Il Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0 e il ruolo del Dipartimento per la Trasformazione Digitale

Il FSE 2.0 rappresenta oggi uno degli assi portanti del percorso di digitalizzazione del SSN. Per sostenerne l’attuazione, il Dipartimento per la Trasformazione Digitale ha sviluppato tre linee guida nazionali:

  1. Operative, per orientare le Regioni nell’implementazione tecnica e nella gestione dei dati;
  2. Formative, destinate a rafforzare le competenze digitali dei professionisti sanitari;
  3. Comunicative, per coinvolgere in modo chiaro cittadini e operatori nella transizione digitale.

A queste si aggiunge un modello di governance partecipativa, che mira a coinvolgere pienamente le amministrazioni regionali attraverso gruppi di lavoro, workshop e un repository nazionale di buone pratiche, strumenti e materiali formativi.

La copertura nazionale del Fascicolo cresce grazie a collaborazione e dati condivisi

Un approccio che sta già producendo risultati tangibili: l’86% delle Regioni e Province autonome ha avviato percorsi di formazione dedicati al FSE. Di queste, il 90% ha coinvolto figure apicali del SSR (+10% rispetto a giugno 2025), l’81% i professionisti sanitari (+5%), e il 67% i medici di medicina generale e pediatri di libera scelta (+15%). Le ultime Regioni, Abruzzo e Calabria, avvieranno le attività entro fine ottobre 2025, garantendo così una copertura nazionale completa.

Butti: «Un ecosistema del buon senso, non solo dei dati»

Nel suo intervento, il Sottosegretario Butti ha ricordato che il successo del Fascicolo Sanitario Elettronico dipende dalla collaborazione tra tutti gli attori del sistema sanitario: «Vogliamo che tutte le competenze confluiscano in un contenitore unico, in cui le Regioni facilitino uno scambio continuo. È così che si cresce: incrociando competenze diverse, professionisti diversi, territori diversi».

Secondo i dati più recenti, la quasi totalità dei medici delle strutture pubbliche è abilitata all’uso del Fascicolo; tra gli specialisti la media nazionale di abilitazione è dell’87%, mentre il 98% dei medici di medicina generale e pediatri ha effettuato almeno una consultazione del FSE nel secondo trimestre 2025. Anche tra i cittadini cresce la partecipazione: il 44% ha già utilizzato il proprio Fascicolo.

Un passo importante sarà l’attivazione del nuovo portale nazionale del FSE, accessibile anche tramite IT-Wallet e App IO. «Abbiamo sperimentato l’App IO in Lombardia per gestire le liste d’attesa e ridurre i no show – ha spiegato Butti – e in 12 mesi la percentuale dei no show è scesa del 30%. Estendere questa sperimentazione a livello nazionale significa recuperare risorse da reinvestire nel SSN».

«Ma serve anche un ecosistema del buon senso», ha concluso. «Abbiamo bisogno dei giornalisti, dei medici, degli infermieri, dei farmacisti, dei direttori generali. La salute non ha colore politico: è un obiettivo comune, e l’innovazione deve essere al servizio dei cittadini».

Mennini: «Dal Fascicolo al data lake per una programmazione più efficace»

Sulla stessa linea si è espresso Francesco Saverio Mennini, Capo Dipartimento della Programmazione, dei dispositivi medici, del farmaco e delle politiche in favore del SSN: «Il Fascicolo Sanitario Elettronico è uno strumento essenziale anche per la programmazione sanitaria, perché consente di creare un vero data lake nazionale. Mettiamo in rete dati finora frammentati a livello locale e regionale, e questo ci permette di accedere a informazioni in tempo reale, identificare criticità, valutare le performance e allocare le risorse in modo più razionale».

Più dati, migliore programmazione: servizi sanitari più vicini ai cittadini

Mennini ha anche evidenziato il valore del dialogo con le Regioni, in particolare sul fronte delle liste d’attesa: «Abbiamo costruito un sistema collaborativo. Il Ministero non si pone come controllore, ma come alleato. La piattaforma nazionale oggi funziona e riceve dati completi da tutte le Regioni, proprio grazie a questa cooperazione».

Quintavalle: «Formazione e fiducia, la chiave del successo»

Dalla prospettiva territoriale, Giuseppe Quintavalle, Direttore Generale della ASL Roma 1, ha sottolineato l’importanza della formazione e del coinvolgimento del cittadino: «Abbiamo seguito con grande partecipazione le indicazioni regionali e attivato una cabina di regia formativa. Migliaia di professionisti sono stati formati per conoscere e utilizzare il Fascicolo. L’adesione dei medici di medicina generale è al 95%, quella degli specialisti al 60%, ma vogliamo crescere ancora».

La sanità digitale cresce con la fiducia e il coinvolgimento del cittadino

L’obiettivo, ha spiegato Quintavalle, è duplice: generare fiducia e semplificare l’esperienza d’uso: «Il cittadino deve capire che il FSE non è uno strumento tecnico riservato agli esperti, ma un servizio utile e familiare, come l’app della banca o del parcheggio. La semplicità è essenziale, soprattutto per le persone anziane. Per questo abbiamo attivato una rete di volontari che li accompagna passo dopo passo all’uso del Fascicolo digitale».

Siccardi: «Telemedicina e FSE, due facce della stessa trasformazione»

Anche AGENAS è impegnata nel percorso di integrazione tra telemedicina e Fascicolo Sanitario Elettronico. «Siamo a un buon punto – ha spiegato Giulio Siccardi, Direttore UOC Sistemi Informativi dell’Agenzia – anche se non è un punto d’arrivo. Le Regioni hanno collaudato le infrastrutture e ci stanno inviando i primi dati: a dicembre 2025 dovremo certificare il raggiungimento del target di 300.000 assistiti in telemedicina, ma le proiezioni ci dicono che lo supereremo».

Serve una grande opera di comunicazione verso i cittadini

L’obiettivo ora è integrare i servizi di telemedicina nell’ecosistema dei dati sanitari entro il 2026. «Il portale nazionale del FSE sarà il punto di accesso ai servizi digitali: prenotazioni, televisite, telemonitoraggi. Ma serve una grande operazione di comunicazione verso cittadini e professionisti, per far capire che questo ecosistema non è futuro, è già realtà».

Ruggeri: «Dallo Stato alle Regioni, un confronto continuo»

Il percorso di digitalizzazione della sanità italiana poggia su un equilibrio tra autonomia regionale e coordinamento nazionale. Come ha ricordato Antonino Ruggeri, rappresentante del Coordinamento della Conferenza Stato-Regioni: «L’obiettivo comune è trovare soluzioni innovative, mantenendo i nostri valori. Il confronto con gli stakeholder – dal Garante Privacy al MEF, da AGENAS al Ministero della Salute – è continuo e costruttivo. Non c’è imposizione, ma co-progettazione: tutti i documenti che arrivano in Conferenza ricevono esito positivo perché il lavoro di confronto avviene già nella fase di costruzione».

Il dialogo Stato-Regioni rafforza l’implementazione del Fascicolo e la fiducia

Ruggeri ha evidenziato come la condivisione delle buone pratiche territoriali sia una delle leve più efficaci per garantire omogeneità e sicurezza nella trasformazione digitale del SSN.

Mandelli (FOFI): «Comunicare in modo univoco per rafforzare la fiducia»

Anche il mondo delle farmacie gioca un ruolo chiave nella sanità digitale. Andrea Mandelli, Presidente della Federazione Ordini dei Farmacisti Italiani (FOFI), ha ricordato come la “farmacia dei servizi” sia ormai parte integrante del sistema di prossimità sanitaria.

«Vent’anni fa era solo un sogno. Oggi la telemedicina in farmacia è una realtà quotidiana. I dati mostrano un interesse crescente e un impegno straordinario da parte dei farmacisti. Ma serve un ulteriore passo avanti: costruire una comunicazione sanitaria univoca, coerente, soprattutto su temi come i vaccini. È un dovere verso i cittadini».

Mandelli ha anche sottolineato l’importanza del recente disegno di legge per la semplificazione, approvato in prima lettura al Senato, che apre nuove prospettive per l’integrazione delle farmacie nei servizi digitali del SSN.

Un ecosistema in costruzione

Dall’interoperabilità dei sistemi alla formazione degli operatori, dalla collaborazione istituzionale alla fiducia del cittadino, il percorso verso un ecosistema dei dati sanitari realmente integrato è in piena evoluzione.

I numeri confermano un impegno diffuso: infrastrutture collaudate, reti regionali attive, cittadini sempre più coinvolti. Ma la sfida resta aperta – quella di rendere l’innovazione digitale non solo un progetto tecnologico, ma una leva di equità e prossimità per il Servizio Sanitario Nazionale.

Come ha ricordato Butti, «ogni rivoluzione tecnologica, grande o piccola che sia, richiede tempo, visione e pazienza». E il percorso dell’ecosistema dei dati sanitari dimostra che questa visione è già in atto.

Nuovo Regolamento AIFA: verso un’Agenzia più moderna, efficiente e trasparente

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Con la presentazione del nuovo Regolamento, l’Agenzia Italiana del Farmaco entra in una fase cruciale della sua riorganizzazione. Una tappa che, come ha sottolineato il presidente Robert Nisticò, «cade in un momento cruciale per il settore farmaceutico, anche in virtù della revisione del Testo unico sulla legislazione farmaceutica, che rappresenta un passaggio fondamentale verso un comparto sempre più moderno e in linea con le sfide internazionali e nazionali. È una fase in cui il rapporto tra innovazione, sostenibilità economica e accesso alle cure deve trovare un nuovo equilibrio, e l’Agenzia Italiana del Farmaco è chiamata a svolgere un ruolo di garante al centro delle dinamiche tra cittadini, pazienti, sistema sanitario e industria».

Nisticò ha sottolineato come la riforma punti a dotare AIFA di una struttura più agile e capace di rispondere con tempestività alle sfide poste dall’innovazione terapeutica.

Il nuovo Regolamento rafforza la governance di AIFA e valorizza l’HTA per coniugare accesso, innovazione e sostenibilità

«Con la nuova organizzazione – ha aggiunto – la nostra missione è diventare un’Agenzia più moderna e meglio attrezzata per assicurare una rapidità di accesso ai farmaci, soprattutto quelli innovativi, costosi e personalizzati, senza sacrificare l’equilibrio finanziario del sistema sanitario. Vogliamo promuovere un modello che premi la vera innovazione terapeutica, evitando costi ingiustificati legati a prodotti che di innovativo hanno solo il nome».

Il nuovo Regolamento ha introdotto due direzioni di livello dirigenziale generale – Amministrativa e Tecnico-scientifica – e la Conferenza dei dirigenti, luogo di confronto tra i vertici dell’Agenzia per definire le strategie operative. Al centro del nuovo assetto, l’Area Accesso al farmaco e HTA, ritenuta strategica per garantire un equilibrio tra accesso, valore terapeutico e sostenibilità economica.

Gemmato: “Riforma frutto di un percorso di continuità e rispetto dell’autonomia dell’Agenzia”

Presente alla cerimonia, il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato ha evidenziato il valore politico e istituzionale di questo passaggio.

«È la prima volta che, da Sottosegretario, vengo in AIFA – ha dichiarato – proprio per rimarcare il rispetto per un lavoro indipendente, forte e di alto profilo tecnico. Il nuovo Regolamento dà continuità al percorso avviato dal Governo nel 2022 con il Decreto Calabria, che aveva già indicato la necessità di riformare in profondità l’Agenzia».

Il Sottosegretario ha quindi ricordato due temi di particolare rilievo per il settore farmaceutico: il trasferimento dei farmaci dalla distribuzione diretta alla convenzionata e la semplificazione normativa attraverso il Testo unico.

«Abbiamo introdotto un meccanismo che, ogni 30 marzo, consente ad AIFA e al Ministero della Salute di aggiornare l’elenco dei farmaci che passano dalla distribuzione diretta a quella convenzionata. Questo permetterà ai cittadini di accedere ai trattamenti in modo più semplice, attraverso farmacie territoriali aperte ogni giorno, migliorando l’aderenza terapeutica e riducendo le ospedalizzazioni. È un intervento che unisce efficienza, prossimità e sostenibilità».

Il nuovo Regolamento dà continuità al percorso di riforma di AIFA avviato dal Governo nel 2022 con il Decreto Calabria

Riguardo al nuovo Testo unico, Gemmato ha ribadito l’obiettivo di rendere il quadro normativo «più snello e trasparente», anche per attrarre investimenti e ricerca. «Il nostro Paese è oggi primo in Europa per produzione farmaceutica e quarto al mondo per export. È fondamentale che la nostra legislazione sia chiara e moderna, capace di valorizzare l’industria nazionale e di facilitare l’accesso dei cittadini alle cure».

Rispondendo a una domanda di TrendSanità sul tema dei farmaci a basso costo, Gemmato ha affrontato il nodo della sostenibilità industriale: «Oggi abbiamo farmaci che costano meno di 5 euro, come la metformina, venduta a poco più di un euro al mese, ma che devono comunque rispettare standard di produzione, confezionamento e sterilizzazione. È evidente che in queste condizioni le aziende faticano a mantenerli sul mercato, con il rischio di carenze e aumento della spesa, perché le terapie vengono sostituite da farmaci più costosi. Stiamo lavorando con AIFA e MEF a misure straordinarie che garantiscano la disponibilità di questi medicinali essenziali, auspicabilmente già a partire dalla prossima Legge di bilancio».

Russo: “Tempi più rapidi e valutazioni integrate. Tavolo permanente con le Regioni”

Il direttore tecnico-scientifico di AIFA, Pierluigi Russo, ha evidenziato i progressi già compiuti e le prospettive aperte dalla riforma.

«Con questo Regolamento – ha spiegato – si compie un passo avanti decisivo verso l’ottimizzazione e lo snellimento delle procedure burocratiche, riducendo i tempi dei procedimenti autorizzativi. Già oggi, grazie alla nuova Commissione scientifica ed economica, possiamo condurre la valutazione tecnico-scientifica e la negoziazione dei prezzi in parallelo, con un significativo guadagno in efficienza».

Russo ha aggiunto che, nonostante le pendenze accumulate negli anni passati, i dati mostrano «un trend di miglioramento costante» e un aumento delle rinegoziazioni dei prezzi.

«Il nostro obiettivo – ha proseguito – è continuare a garantire che l’Italia resti tra i Paesi europei con la più ampia offerta di farmaci rimborsati: oggi siamo all’80% di quelli approvati da EMA. Risultati che con la riorganizzazione interna dell’Agenzia puntiamo a migliorare ulteriormente a beneficio dei cittadini».

Con la riorganizzazione si riducono i tempi di autorizzazione e cresce la cooperazione con le Regioni

Rispondendo alle domande di TrendSanità, Russo ha affrontato anche il tema della gestione dei farmaci obsoleti e della collaborazione con le Regioni.

«Nel caso dei dispositivi medici, l’obsolescenza si gestisce facilmente: quando una tecnologia è superata, smettiamo di acquistarla. Per i farmaci è diverso: quelli più datati spesso coprono patologie croniche o rare e non possono essere semplicemente rimossi dal mercato. È un equilibrio delicato che richiede un approccio più attento. Quando c’è la vera obsolescenza nel settore farmaceutico, un medicinale non viene più utilizzato perché è superato da nuovi medicinali».

Sulla collaborazione istituzionale, ha ricordato l’avvio di un Tavolo AIFA-Regioni permanente: «Il coordinamento con le Regioni è essenziale. Stiamo costruendo un percorso strutturato. C’è bisogno di una gestione documentale che necessita di mettere a terra documenti e dati, in uno scambio bidirezionale. Non sarà solo un tavolo di confronto, ma un luogo operativo dove AIFA propone obiettivi concreti e le Regioni restituiscono feedback e indicazioni sulle criticità da affrontare insieme».

Pavesi: “Dalla riforma alla piena operatività. Ora servono risorse umane adeguate”

Per il direttore amministrativo Giovanni Pavesi, il nuovo Regolamento rappresenta la fase operativa della riforma AIFA avviata due anni fa.

«Con questa riorganizzazione – ha dichiarato – abbiamo messo le gambe alla riforma dell’Agenzia. Il nostro obiettivo è garantire ai cittadini la migliore assistenza farmaceutica possibile al costo più sostenibile, premiando la vera innovazione e contenendo i costi di quella che, a volte, di nuovo ha solo il nome sulla scatola».

AIFA è un’Agenzia ampiamente autofinanziata, ma con 600 dipendenti svolge compiti che, in altri Paesi, sono gestiti da strutture con personale più che doppio

Pavesi ha poi sottolineato la necessità di rafforzare gli organici per adeguarsi agli standard europei: «L’AIFA è ampiamente autofinanziata dai proventi delle proprie attività, svolte a favore delle aziende, che giustamente la retribuiscono. L’Agenzia, anche alla luce della sua riorganizzazione necessita di potenziare il suo personale, anche perché nel resto d’Europa le Agenzie analoghe possono contare su organici molto più ampi. A titolo d’esempio quella tedesca conta 1.350 dipendenti contro i nostri 600, nonostante l’AIFA sia l’unica a sostenere anche l’onere della contrattazione dei prezzi. Per questo – conclude – ci auguriamo che, ottimizzata la sua organizzazione, si possa ora rafforzare l’Agenzia con nuove figure professionali, avendo sempre come obiettivo il bene comune della migliore offerta di cure possibili».

In sintesi, il nuovo Regolamento segna per AIFA l’avvio di una stagione di rinnovamento istituzionale e gestionale. Una riforma che punta su trasparenza, efficienza e cooperazione con tutti gli attori del sistema, con l’obiettivo di coniugare rapidità di accesso, sostenibilità e valorizzazione della vera innovazione terapeutica.

Il primo professore digitale d’Italia: un avatar in cattedra

Un professore in carne e ossa e il suo gemello digitale, sempre pronto a rispondere agli studenti. È questa la novità presentata dall’Università dell’Insubria insieme all’Università di Bologna: il primo Digital Twin italiano capace di riprodurre fedelmente un docente.

Il protagonista è Davide Tosi, titolare dell’insegnamento di Big Data e Delegato della Rettrice per l’Intelligenza artificiale. Il suo avatar 3D è stato sviluppato grazie alla collaborazione con il professor Gustavo Marfia e con un gruppo di ricercatori e tesisti del VARLab, il laboratorio di Realtà Virtuale e Aumentata dell’ateneo bolognese.

Il risultato è una copia pressoché identica del docente. Stesso aspetto, stessi movimenti e una voce sintetizzata che riproduce quella reale. Non si tratta però solo di una simulazione estetica. L’avatar sfrutta un sistema di intelligenza artificiale generativa addestrato sui contenuti del corso di Big Data ed è quindi in grado di interagire con gli studenti, rispondere ai loro dubbi e approfondire gli argomenti affrontati a lezione, in qualsiasi momento.

Non è fantascienza, ma una sperimentazione che sta prendendo piede anche in altre università, come ad esempio, il progetto AI-Learn@Sapienza, presentato dall’Università di Roma La Sapienza al Policlinico Umberto I. Il programma è strutturato come un vero e proprio trial clinico randomizzato in cui 50 studenti di Medicina saranno divisi in due gruppi, uno con lezioni tradizionali e l’altro affiancato da un professore-avatar basato sull’IA. Al termine, tutti affronteranno lo stesso caso clinico simulato da un paziente-avatar, per valutare l’efficacia del nuovo approccio.

Per capire qualcosa in più su questa nuova forma di didattica, TrendSanità ha intervistato il Professor Tosi.

Perché realizzare un professore avatar?

«L’idea nasce dalla volontà di continuare a sperimentare tecnologie innovative e dirompenti, come l’intelligenza artificiale generativa, cercando di creare soluzioni concrete. Al tempo stesso, volevamo capire come queste applicazioni potessero integrarsi nella didattica universitaria. Nel 2024 avevamo sviluppato il primo politico basato su intelligenza artificiale, candidato alle europee di giugno. Quest’anno abbiamo deciso di provare con un professore avatar, che avesse anche tutta la shape, capace di riprodurre in 3D non solo la mia voce e il mio aspetto, ma anche i miei pensieri».

C’è il rischio che commetta un errore didattico o fornisca informazioni sbagliate agli studenti? In questo caso chi è responsabile?

«L’avatar è stato creato e addestrato su un insieme circoscritto di contenuti: libri di testo, slide del mio corso di Big Data, appunti, articoli scientifici dedicati al tema. Si tratta di un contesto molto limitato, utilizzato per il fine tuning del modello di AI generativa, così da ridurre il rischio di errori o “allucinazioni” tipiche dei large language model. Gli errori, naturalmente, non possono essere esclusi, ma il sistema è stato testato in modo approfondito per garantire affidabilità. È bene ricordare che parliamo di strumenti di supporto, che non devono sostituire libri, slide o lezioni in aula. Anzi, rappresentano un’opportunità per allenare lo spirito critico».

Se una risposta dell’avatar non coincide con quanto spiegato in classe, lo studente può notarlo, accorgersi delle discrepanze, interrogarsi su dove sta l’errore e approfondire

In che modo sono tutelati i dati sensibili (domande, stili di apprendimento, ecc.) degli studenti durante le lezioni con un professore virtuale?

«Basta anonimizzare i dati degli studenti che hanno posto le domande al professore virtuale. Al corpo docente non interessa raccogliere informazioni su come gli studenti utilizzano questo strumento, quali domande pongono al sistema ecc., ma solo offrire un supporto in più allo studio e alla didattica».

L’uso dell’AI rischia di ridurre il ruolo e il valore dei docenti in carne e ossa e aumentare la precarietà o può solo diventare un supporto alla didattica?

«L’avatar, o meglio lo human digital twin, va considerato come uno strumento di supporto, non di sostituzione. Sarebbe come sostenere che l’esistenza di libri di testo, slide o contenuti multimediali renda superflue le lezioni in aula, niente di più sbagliato. La lezione frontale rimane fondamentale per trasmettere non solo conoscenze, ma anche esperienza. Un docente che insegna Big Data da anni porta con sé un bagaglio maturato in contesti di ricerca, industriali e aziendali, che trasmette agli studenti e arricchisce la didattica».

È compito dei docenti non chiudersi all’uso della tecnologia, ma guidare gli studenti a sfruttare al meglio questi strumenti

Quanto è reale il rischio che si perda l’insegnamento di un pensiero critico affidando le lezioni a un algoritmo?

«Il pensiero critico non si perde, a patto che le tecnologie messe a disposizione siano usate in modo opportuno e adeguato. È compito dei docenti non chiudersi all’uso della tecnologia, ma guidare gli studenti a sfruttare al meglio questi strumenti. L’esempio è semplice. Nessuno direbbe che avere le slide o Internet a disposizione impedisca di sviluppare capacità critica. Dipende da come sono utilizzati. Lo stesso vale per l’intelligenza artificiale».

Quali garanzie etiche e legali servono affinché l’introduzione di avatar e intelligenza artificiale non crei nuove disuguaglianze o dipendenza tecnologica?

«Il rischio delle disuguaglianze è reale e va affrontato. Molti studi evidenziano che il digital divide crescerà per chi non saprà utilizzare strumenti di intelligenza artificiale generativa.
Inoltre, è importante ricordare che l’AI non si riduce a ChatGPT o ai grandi modelli linguistici, quella è solo una parte. Non imparare a servirsi di queste tecnologie come strumenti di supporto, non come sostituti del proprio lavoro o dello studio, significherebbe ampliare il divario tra chi ha accesso e competenze e chi invece ne resta escluso. Connessione, licenze, infrastrutture, chi ne è privo sarà inevitabilmente svantaggiato».

Vaccini COVID-19: la Commissione sigla appalto congiunto

La Commissione europea ha firmato, su richiesta di 14 paesi, un contratto quadro di aggiudicazione congiunta con l’azienda farmaceutica spagnola HIPRA. I paesi partecipanti potranno ordinare fino a 4 milioni di dosi del vaccino anti COVID-19 a base proteica Bimervax®, a seconda delle necessità e del contesto nazionale e senza un numero minimo di dosi da acquistare. Il contratto avrà una durata massima di due anni, e i vaccini saranno pronti per la consegna in tempo per l’attuale stagione vaccinale.

Dichiarazione della Commissaria Lahbib

Hadja Lahbib, Commissaria per la Parità e per la Preparazione e la gestione delle crisi, ha dichiarato: «Con l’emergere di casi di COVID-19 e di nuove varianti, la protezione contro questi virus è essenziale, in particolare per i più vulnerabili. Con l’appalto congiunto odierno, miglioriamo la nostra preparazione e garantiamo la fornitura delle contromisure mediche necessarie contro la persistente minaccia della COVID-19. Questo vaccino di HIPRA segue un approccio end-to-end, dalla ricerca e sviluppo alla produzione, interamente in Europa, il che rafforza la nostra autonomia strategica e diversifica il nostro portafoglio di vaccini. Ci impegniamo a rafforzare la nostra sicurezza sanitaria per un’Europa più sicura, più sana e meglio protetta».

Un’opzione in più per i sistemi sanitari

Benché siano già disponibili vaccini a mRNA, questo contratto di appalto congiunto aumenta le opzioni a disposizione dei sistemi sanitari pubblici offrendo vaccini a base proteica. Questo tipo di vaccino contiene frammenti di una proteina specifica del virus. Questi frammenti sono sufficienti affinché il sistema immunitario della persona riconosca che la proteina specifica non dovrebbe essere presente nell’organismo e risponda producendo difese naturali contro l’infezione da COVID-19.

Il vaccino sarà prodotto interamente in Europa, rafforzando autonomia e sicurezza sanitaria

Produzione europea per maggiore autonomia strategica

Un ulteriore vantaggio dell’accordo odierno con HIPRA è che la ricerca e sviluppo, la produzione, l’infialamento e il confezionamento avvengono tutti in Europa. Ciò rafforza l’autonomia strategica degli Stati membri accorciando la catena di approvvigionamento e riducendo la dipendenza dai paesi terzi per la produzione e l’esportazione.

Un meccanismo di preparazione a livello UE

Dal 2022, 38 paesi hanno firmato l'”accordo di aggiudicazione congiunta”, un meccanismo dell’UE per acquistare congiuntamente contromisure mediche su base volontaria e flessibile. Questo meccanismo contribuisce alla preparazione a livello dell’UE alle crisi di sanità pubblica e alle pandemie.

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Professionisti della salute nei Tribunali: al via il corso per i CTU sanitari

Si è tenuto a Genova il primo incontro formativo per Consulenti tecnici di ufficio (CTU) in ambito sanitario. Promosso dall’Ordine delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione, della prevenzione (Ordine TSRM e PSTRP) di Genova, Imperia e Savona a cui afferiscono 19 categorie di operatori della salute. Il corso nasce dalla Riforma Cartabia che ha istituito l’albo nazionale dei CTU, con l’obiettivo di uniformare la disciplina e ampliare l’accesso alle professioni sanitarie come esperti nei tribunali.

Una svolta per la giustizia italiana. Il giudice, trovandosi dinanzi a delle controversie tecniche e altamente specifiche – per esempio, una presunta responsabilità medica, l’adeguatezza di una procedura diagnostica, o l’uso corretto di una apparecchiatura – deve potersi dotare dell’assistenza di un parere esperto e ben informato. È qui che entra in gioco il CTU o perito,  nominato dal giudice per fornire una consulenza imparziale e tecnica, affine alle proprie competenze.

Il DM 109/2023 ha aperto gli albi consulenti anche ai professionisti sanitari non medici

Se qualche anno fa questa attività era riservata ai solo medici, dopo l’emanazione del Decreto Ministeriale (DM) 109 del 4 agosto 2023, anche i professionisti sanitari, non appartenenti alla classe medica, possono trovare posto all’interno degli albi per consulenti tecnici di ufficio o periti, tenuti presso i tribunali. 

Il riconoscimento, dunque, del ruolo del professionista sanitario come esperto in sede giudiziaria è anche il frutto del lungo percorso evolutivo che queste figure hanno compiuto negli anni. Infatti, oggi per diventare un professionista sanitario ed esercitare la professione corrispondente, è necessario conseguire una laurea, iscriversi all’ Ordine professionale e aggiornarsi periodicamente, per fornire pareri, non solo “tecnici”, ma anche giuridicamente ed eticamente qualificati.

«Il nostro Ordine – osserva il Presidente Antonio Cerchiaro – è attivo a più livelli per facilitare l’accesso dei professionisti sanitari all’interno dell’elenco dei consulenti tecnici, e promuovere una formazione adeguata orientata al contesto forense come l’incontro odierno».

L’Ordine delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione, della prevenzione (Ordine TSRM e PSTRP) promuove accesso e formazione forense per i professionisti sanitari

Non mancano però le criticità. In molte procure, l’elenco dei CTU è ancora dominato dalla professione medica, con una scarsa presenza o addirittura assenza dei professionisti sanitari. 

«Spesso – afferma Simona Tani, Componente del Consiglio direttivo dell’Ordine TSRM e PSTRP – a influenzare la proposta degli avvocati e la nomina da parte del Giudice di selezionare come CTU un medico, è la scarsa conoscenza delle competenze di questi operatori della salute, ostacolandone la piena valorizzazione del loro ruolo».

Tuttavia, il crescente numero di contenziosi sanitari, unito alla complessità delle tecnologie usate in medicina, rende imprescindibile l’apporto di figure altamente specializzate. Il professionista sanitario come CTU o perito può essere – e spesso è – l’anello mancante per garantire una giustizia davvero competente in ambito sanitario.

Nella giornata si sono intervallate relazioni di alto profilo, che hanno fornito ai discenti una formazione qualitativa eccellente, stimolando un confronto costruttivo con chi è intervenuto.

A Torino TRIP 2025: un viaggio tra soglie, creatività e relazioni urbane

Torna l’11 e 12 ottobre 2025 la seconda edizione di TRIP, il festival diffuso di design, arte e relazioni urbane che anima il Barriera Design District, il primo distretto di design di Torino. Per due pomeriggi consecutivi (sabato e domenica, dalle 15:00 alle 19:30) oltre venti location – tra studi d’artista, cortili, negozi, botteghe, gallerie, showroom e laboratori – apriranno le proprie porte per mostre, installazioni, performance, talk e progetti site-specific.

TrendSanità, e la casa editrice SEEd nel suo complesso, partecipano al festival TRIP aprendo la propria (nuova) sede di via Cervino 75 per ospitare mostre e installazioni, con un focus particolare sul rapporto tra arte e salute, in linea con il tema 2025 del festival – La soglia – che invita a superare i confini fisici, creativi e sociali.

TrendSanità e SEEd partecipano al festival TRIP 2025, unendo arte, salute e comunità

Sottolinea Lucrezia Nardi, curatrice del festival: «La soglia ci interessa perché è il luogo dell’incontro: tra discipline, pratiche e persone. Vogliamo che TRIP sia un’occasione per sperimentare e per mettere in relazione idee che producono città».

Aggiunge Simone Eandi, amministratore di SEEd: «La partecipazione a TRIP rappresenta per noi un ulteriore passo nella ricerca di contaminazione tra linguaggi ed esperienze. Crediamo che il dialogo tra arte e salute costituisca oggi una frontiera particolarmente significativa, capace di generare visioni innovative. In qualità di società benefit, il nostro impegno è orientato alla diffusione del sapere non solo verso la comunità scientifica, ma anche nei confronti dei cittadini, sostenendo progetti che abbiano un impatto positivo per la società e per il quartiere».

Commenta Ivano Viotto, co-fondatore e responsabile comunicazione del Barriera Design District: «TRIP 2025 è molto più di un calendario di appuntamenti: è la dimostrazione che una comunità, quando lavora insieme, può davvero dare forma a nuove visioni di futuro».

Il tema 2025: La soglia

Concepita come spazio liminale, architettonico, simbolico e corporeo, la soglia diventa lente per esplorare i margini della città e del quotidiano. TRIP la propone come luogo di transizione e incontro, dove ambiguità e possibilità si trasformano in dialogo e rigenerazione urbana. Le tre declinazioni — Attraversare, Incontrare, Condividere — orientano la programmazione, mettendo in relazione persone, pratiche e spazi.

TRIP 2025 esplora “La soglia” come spazio di incontro e innovazione culturale

Percorso e location

Il cuore pulsante del festival è in via Cervino, con un itinerario che da Edit si estende fino ai Docks Dora, coinvolgendo realtà storiche e nuove presenze selezionate tramite call internazionale.

Il festival mette in rete: spazi indipendenti e studi d’artista, cortili e aree pubbliche trasformate in palcoscenici per performance, botteghe artigiane e showroom con progetti espositivi, gallerie e spazi consolidati, in dialogo con TRIP Beyond.

TRIP Beyond

Accanto al percorso diffuso, TRIP Beyond mette in rete le realtà culturali già attive sul territorio, aperte eccezionalmente durante il weekend. Tra queste il MEF – Museo Ettore Fico, insieme a gallerie (Gagliardi e domke), e spazi espositivi (Cervino 28, Officine adHoc, Mocambo) che arricchiscono la geografia culturale del festival.

Due giorni di arte e design nel cuore del Barriera Design District a Torino

Ospiti nello spazio TrendSanità/SEEd

Lo spazio di via Cervino 75 ospiterà progetti e collaborazioni con:

Per il programma completo e la mappa delle location clicca su @barrieradesigndistrict

Sanità e ambiente: la sostenibilità entra nei processi decisionali

Da lungo tempo i player della filiera della salute hanno inserito la parola “sostenibilità” nella propria mission aziendale. E da altrettanto tempo che media e payer cercano di districarsi tra ciò che è greenwashing e le iniziative che puntano veramente a rendere sostenibile uno dei settori a maggior impatto ambientale. Ebbene, pare che il concetto di sostenibilità e le sue reali applicazioni stiano entrando a buon diritto anche nelle stanze dei payer. Che cercano di fare leva sulla sostenibilità delle tecnologie sanitarie per innescare un processo virtuoso, di stimolo per tutta la filiera a considerare la sostenibilità ambientale un valore di prodotto. E tutto può partire dalla possibilità di inserire la sostenibilità nei processi decisionali di acquisto di farmaci, dispositivi medici e tecnologie digitali.

Il settore sanitario è il maggiore emettitore di CO2 nell’ambito dei servizi

Ma a che punto siamo e dove siamo diretti? È questa la domanda a cui ha provato a dare una risposta l’evento “Settore sanitario e sostenibilità ambientale”, organizzato e moderato da Luisa Lentini (Topic Leader Healthcare, Bocconi Alumni Community) in collaborazione con Giulio Magni (Topic Leader Sustainability) presso la Bocconi Alumni Clubhouse, nuova sede SDA Bocconi di Milano. In questo salotto milanese l’argomento è stato affrontato coinvolgendo attori protagonisti del panorama sanitario: accademia, industria (pharma e medical devices) e istituzioni.

Sanità e ambiente: un legame indissolubile

Nel corso dell’incontro è emersa chiaramente una verità: il legame tra ambiente e salute è indissolubile e bidirezionale. Da un lato, l’ambiente impatta sulla salute umana – basti pensare all’aumento delle patologie respiratorie come asma o BPCO (broncopneumopatia cronica ostruttiva) strettamente correlate all’inquinamento e ai decessi legati alle ondate di calore. Dall’altro, è il settore sanitario stesso a generare un impatto ambientale non trascurabile: «Si stima che sia responsabile del 4% delle emissioni globali di CO₂, risultando il maggiore emettitore nell’ambito dei servizi», ha messo in evidenza Vittoria Ardito, Lecturer Health Policy del CERGAS – SDA Bocconi.

L’HTA tra evidenze hard e impatto ambientale

È stata proprio l’anidride carbonica una delle protagoniste più citate dell’incontro presso l’ateneo milanese. Giacché, come ha specificato Ardito, l’emissione di CO₂ è l’impatto ambientale più facilmente misurabile per quanto riguarda il settore sanitario e può essere valutata attraverso il Life Cycle Assessment (LCA) analizzando tutte le emissioni lungo la filiera del prodotto sanitario, dalla produzione alla distribuzione.

Come valorizzare nell’HTA anche evidenze “soft”, accanto a efficacia clinica e impatto economico?

Il problema, che rimane un interrogativo senza risposta presso gli addetti ai lavori, è come riuscire a integrare in modo sistemico l’impatto ambientale delle tecnologie sanitarie nei framework di HTA. In altri termini, come poter valorizzare all’interno delle matrici costo-efficacia dell’HTA, che storicamente si basano su evidenze “hard” – efficacia clinica e impatto economico, – anche evidenze “soft” come l’impatto organizzativo e sociale, o la maggiore-minore produzione diretta-indiretta di anidride carbonica?

Il procurement come leva per la transizione

Se è vero, a detta degli esperti, che la questione ambientale fatica ancora a trovare una collocazione strutturata nei processi di HTA e che manca ancora un’integrazione sistematica dell’ambiente, il terreno su cui si stanno compiendo passi più concreti è quello del public procurement. Come ha affermato Ludovica Mager, Researcher in Public Management del CERGAS – SDA Bocconi «Il 70% delle emissioni legate alla sanità deriva dall’intera filiera – produzione, distribuzione, utilizzo e smaltimento – e il Green Deal europeo ha già indicato il procurement come leva strategica per favorire la transizione ecologica del settore».

Il terreno su cui si stanno compiendo passi più concreti è quello del public procurement

Del resto in Italia, il Codice degli Appalti del 2016 ha introdotto l’obbligo di inserimento dei criteri ambientali minimi (CAM) nelle gare pubbliche. Cionondimeno, come emerso durante l’evento, serve un cambio di passo. Che contempli tre pilastri: una leadership ambientale da parte delle stazioni appaltanti e delle aziende fornitrici del Servizio Sanitario Nazionale, un aumento delle competenze tecniche nei team di acquisto e strumenti di monitoraggio dei risultati per valutare l’efficacia delle politiche di sostenibilità adottate.

ARIA: ascoltare il mercato per gare più sostenibili

Un esempio concreto di stimolo della filiera della salute a considerare la sostenibilità come leva di valore del prodotto è stato illustrato da Elisa D’Autilia, responsabile della struttura Dispositivi e Tecnologie medicali nella direzione Centrale Acquisti di ARIA Lombardia, che ha avviato un’interlocuzione con il mercato per comprendere che cosa sia realisticamente richiedibile in termini di sostenibilità. «Non possiamo calare dall’alto requisiti che oggi il mercato non è pronto a soddisfare», ha spiegato D’Autilia.

I requisiti di sostenibilità devono essere verificabili e non penalizzare soluzioni clinicamente valide

Peraltro, ARIA ha già esplorato l’ipotesi di indicare come sostenibilità quella relativa al packaging dei medical device, come l’uso di imballaggi riciclabili (a esclusione di quello primario e secondario che sono funzionali al dispositivo medico stesso) o consegne con veicoli a basso impatto ambientale. Tuttavia, ha evidenziato la referente di ARIA, in generale «è fondamentale che i requisiti di sostenibilità siano verificabili e che non penalizzino le soluzioni clinicamente più valide, ma ancora in ritardo sotto il profilo ambientale».

Le aziende si stanno muovendo? L’indagine di ARIA

Sempre in tema di allineamento tra domanda di sostenibilità delle centrali di acquisto e capacità di risposta da parte del mercato, ARIA, insieme ad Assolombarda e Farmindustria, a giugno-luglio 2025 ha condotto un’indagine sulla sostenibilità delle aziende operanti in sanità, a cui hanno partecipato 89 realtà del settore farmaceutico, dei dispositivi medici e dei servizi. L’output generale ha rivelato un buon livello di consapevolezza e conoscenza degli strumenti di sostenibilità, dalle certificazioni ambientali e sociali, al controllo della supply chain, fino alla gestione degli imballaggi.

Su 89 aziende partecipanti al questionario, 78 dichiarano di operare secondo principi di sostenibilità ambientale e/o sociale e il 79% di esse promuove la sostenibilità ambientale, mentre il 73% è impegnato anche su quella sociale.

Certificazioni e filiere sostenibili: luci e ombre

Alcuni relatori all’evento in Università Bocconi

Sempre secondo l’indagine di ARIA, circa un player su due possiede la certificazione ISO 14001, ma meno di 1 su 10 ha etichette ambientali di prodotto (ISO 14024 o 14025), ponendo così l’attenzione sulle aree prioritarie di intervento, che sono: gestione dei rifiuti, controllo della filiera, imballaggi.

Va un po’ meglio per quanto riguarda la policy ambientale sulla supply chain spesso pubblica e condivisa con fornitori anche indiretti, che è fatta propria dal 58% degli operatori.

Pare poi di più facile approccio l’adesione alla nuova direttiva europea CSDDD 2024/1760 sulla responsabilità ambientale e sociale d’impresa, rispetto alla quale il 73% delle aziende sta già adottando misure specifiche.

Interessante anche il dato sugli imballaggi: il 65% delle aziende utilizza materiali riciclati o riciclabili, anche se solo il 20% lo fa per oltre la metà dei propri imballaggi.

Molto più positivo e fattivo invece l’impegno delle aziende in ambito sociale. In questo senso le priorità delle aziende includono: pari opportunità di genere (80%), diritti umani e lavoro dignitoso (75%), inclusione generazionale (61%). A ciò si aggiunge il fatto che il 67% ha una policy di sostenibilità sociale nella catena di fornitura, anche se solo il 54% la condivide con i fornitori diretti, e appena un terzo la estende oltre il primo anello.

Molto da lavorare resta infine in tema di monitoraggio: solo il 57% delle aziende ha procedure per verificare il rispetto della sostenibilità lungo la supply chain, e il 51% per gestire eventuali violazioni.

Appalti pubblici: le proposte delle aziende per premiare chi è sostenibile

Detto quindi che lato committenza la sostenibilità potrebbe diventare un vero e proprio elemento distintivo delle procedure di procurement in ambito sanitario, come la vedono le aziende fornitrici? Un interessante spunto di riflessione è arrivato da Francesco Scarpa, Health Economics & Market Access Manager di Johnson & Johnson, che ha sottolineato come «la vera sfida non sia solo sviluppare nuovi prodotti sostenibili, ma dimostrare la sostenibilità dei processi già in atto»; ad esempio, riuscire a tradurre gli outcome clinici in CO₂ risparmiata. «Basti pensare al risparmio di emissioni ottenuto grazie all’utilizzo di suture che riducono le infezioni post-operatorie in situ e, quindi, all’evitato ritorno del paziente in ospedale, all’evitato ricovero e all’evitato ricorso a farmaci per risolvere l’infezione».

Gli operatori chiedono premialità nei bandi per le certificazioni ambientali/sociali, l’economia circolare e la gestione di imballaggi/rifiuti

Più in generale le proposte delle aziende vanno nella direzione che la sostenibilità conti davvero nei punteggi di gara. Più in particolare, che ci sia premialità nei bandi attraverso la valorizzazione delle certificazioni ambientali/sociali (es. ISO 14001, SA8000), delle pratiche di economia circolare, della riduzione di emissioni di CO₂, dell’uso di imballaggi sostenibili, della gestione dei rifiuti, dell’inclusione e della parità. E ancora si richiede maggiore trasparenza, dando evidenze concrete dei risultati Environmental, Social, and Governance (ESG), come rendicontazione ambientale e bilanci sociali.

Il futuro: sostenibilità come requisito d’accesso alle gare di appalto?

La direzione pare ormai tracciata: la sostenibilità non è più discutibile e diventerà un elemento sempre più permeante il settore sanitario sia a livello produttivo sia in fase d’acquisto. Ma in quale modo e in quali tempi ci sarà un vero e proprio ingresso della sostenibilità nel procurement sanitario?

L’obiettivo è creare un modello di procurement sostenibile, equilibrando aspetti clinici, ambientali ed economici

Ha chiosato pragmaticamente la referente di ARIA: «Realisticamente potremmo ragionare sul fatto che entro cinque anni si arrivi a inserire dei requisiti minimi di sostenibilità in tutte le gare, non solo come elemento premiale, ma come requisito di accesso. L’obiettivo a medio termine è la creazione di un modello di procurement realmente sostenibile, che metta sullo stesso piano esigenze cliniche, ambientali ed economiche».

Telemedicina preoperatoria: opportunità e sfide secondo SIAARTI

Elena Giovanna Bignami, presidente Società Italiana Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Terapia Intensiva (SIAARTI), racconta a TrendSanità il nuovo white paper sulla telemedicina in ambito preoperatorio, illustrando come televisite, questionari e programmi di telepreabilitazione possano innovare il percorso anestesiologico, migliorando accessibilità, efficienza e sicurezza per pazienti e professionisti

“Scudo penale” per i medici: cosa cambia in oftalmologia

Il Consiglio dei Ministri, il 4 settembre scorso, ha approvato un nuovo disegno di legge che introduce uno “scudo penale” per i medici. Secondo la norma, i professionisti della salute saranno perseguibili solo in caso di colpa grave, purché abbiano seguito le linee guida e le buone pratiche cliniche. L’obiettivo dichiarato è ridurre la medicina difensiva e rafforzare la serenità nell’esercizio della professione, ma il dibattito resta acceso: da un lato la tutela dei pazienti, dall’altro la necessità di garantire ai medici condizioni più chiare di responsabilità.  

Abbiamo chiesto a chi si occupa di Medicina Legale in ambito oftalmologico di aiutarci a capire cosa cambierà davvero. In oftalmologia il rischio di contenziosi è medio-basso, se paragonato a discipline “ad alta intensità di urgenza” come per esempio la chirurgia d’urgenza. Tuttavia, il danno visivo ha un impatto molto forte sulla qualità di vita del paziente quindi, ogni contenzioso ha un’elevata valenza risarcitoria.

Lo “scudo penale” limita la responsabilità dei medici alla colpa grave, con l’obiettivo di ridurre la medicina difensiva

Ne abbiamo parlato a TrendSanità con Demetrio Spinelli, Presidente S.I.O.L Società Italiana Oftalmologia Legale, già Direttore della S.C. oculistica della Fondazione IRCCS Cà Granda Ospedale Maggiore Policlinico I.C.P., e Renato Mantovani, Avvocato Penalista Foro di Milano e Presidente del Comitato Etico Territoriale n. 5 della Lombardia e Membro del Comitato Etico Regionale Emilia-Romagna Sezione A.

Demetrio Spinelli

Dal suo osservatorio di Presidente di S.I.O.L., ritiene che lo “scudo penale” rappresenti un reale passo avanti per la serenità dei medici o vi sono rischi di fraintendimenti nella sua applicazione?

«Lo “scudo penale” non protegge i medici dal contenzioso promosso dai pazienti, ma richiede che il Giudice tenga conto di tutte quelle circostanze che caratterizzano il grado di colpa: grave o lieve».

In oftalmologia, dove molti interventi hanno margini di rischio intrinseci (chirurgia refrattiva, retina, glaucoma), quanto la nuova norma aiuta a distinguere l’errore professionale dall’inevitabile complicanza clinica?

«Il Giudice deve tenere conto nell’accertamento della colpa di tutte quelle circostanze che possono influire sull’insorgere di una complicanza clinica, cioè di un evento avverso non prevedibile e non prevenibile: risorse umane ridotte, conoscenze cliniche assenti o ridotte, carenze organizzative, complessità della patologia e quanto altro caratterizza il grado della colpa».

Le linee guida in oftalmologia sono sufficientemente chiare e aggiornate per costituire un reale parametro di giudizio in sede legale, oppure servirebbe un lavoro di armonizzazione e revisione?

«Sappiamo che quando la condotta risulta conforme alle linee guida delle società scientifiche e alle buone pratiche cliniche, la punibilità è ridotta alla colpa grave: purtroppo in oftalmologia esistono pochissime linee guida di società scientifiche oftalmologiche accreditate, per cui è necessario riferirsi alle buone pratiche assistenziali».

In oftalmologia il contenzioso è medio-basso, ma ad alto impatto risarcitorio

Crede che questa disposizione contribuirà a ridurre la medicina difensiva senza indebolire la fiducia dei pazienti nella responsabilità dei professionisti sanitari? E quale ruolo possono avere le società scientifiche, in modo specifico S.I.O.L. nel monitorarne l’impatto?

«È ovvio che l’obiettivo di tali disposizioni è quello di ridurre il fenomeno della medicina difensiva senza alterare il rapporto di fiducia tra medico e paziente che spesso, viceversa è più contento davanti ad una prescrizione di una serie di indagini, peraltro superflue.

Scopo della SIOL è informare da un lato tutti gli oculisti sulle problematiche legate alla responsabilità professionale invitandoli a partecipare agli eventi formativi che SIOL organizza in proprio o presso i congressi delle altre società scientifiche oculistiche e dall’altro informare i pazienti tramite i media che non tutti gli eventi avversi insorti nel corso di una chirurgia oftalmica sono legati a colpa del chirurgo oculista, ma sono complicanze vere e proprie non prevedibili né prevenibili».

Renato Mantovani

Avvocato Mantovani, il nuovo scudo penale riduce la responsabilità penale dei medici ai soli casi di colpa grave: secondo lei, questa scelta trova un equilibrio corretto tra tutela del professionista e diritto del paziente alla giustizia?

«La norma che andrà ad estendere lo scudo, con il richiamo alle linee guida e alla buona pratica clinica, inquadra l’atto medico eventualmente contestato rendendolo una malpractice, in modo chiaro e lascia alla valutazione e discrezionalità del Pubblico Ministero e, in caso di rinvio al giudizio, del Giudice, di fare valutazioni equilibrate interpretando il contesto nel quale la vicenda medica si è svolta e valutando se la colpa (qualora riconosciuta) sia da ritenere lieve o grave».

In un contesto come quello medico, dove spesso il confine tra errore e complicanza è sottile, quanto è rischioso lasciare alla sola interpretazione giudiziaria la definizione di colpa grave?

«Si deve sperare che vengano istituite sezioni di Tribunale con giudici esperti e con competenza maturata nel tempo e nella evoluzione delle normative che trattano la colpa medica e vengano istituiti elenchi di consulenti medico legali veramente competenti con conoscenza dell’orientamento giurisprudenziale più recente in ambito di responsabilità sanitaria».

C’è il pericolo che, riducendo l’esposizione penale, si attenui anche il senso di responsabilità etica del medico, o al contrario lo scudo potrebbe rafforzare l’agire secondo coscienza professionale?

«La nuova normativa prevede anche un implemento degli aspetti formativi (con ECM) del personale sanitario sia con corsi sull’avanguardia delle soluzioni cliniche specifiche settore per settore sia su una informazione anche in ambito del diritto che si occupa del settore sanitario».

La sfida ora passa ai giudici e alle società scientifiche: servono competenza, formazione e linee guida

Guardando oltre la singola responsabilità, pensa che questa norma possa influire sul rapporto fiduciario medico-paziente e sulla qualità del sistema sanitario nel suo complesso?

«Non credo possa cambiare il rapporto di carattere etico medico-paziente, anche in questo ambito credo sia molto utile invitare tutti i medici a partecipare ad eventi formativi dove si illustra con chiarezza il contenuto e la validità etica del Codice deontologico che regolamenta la loro professione».

Lo “scudo penale” in oftalmologia appare quindi, alla luce delle dichiarazioni degli Esperti, come un passo verso maggiore chiarezza per i medici, ma lascia aperti nodi cruciali: la scarsità di linee guida ufficiali, il peso della discrezionalità giudiziaria e la necessità di formazione continua. La vera sfida sarà conciliare tutela del paziente e serenità professionale senza ridurre la fiducia reciproca.