Sei aree di competenza che rappresentano altrettanti pilastri della sanità del futuro, con l’obiettivo di costruire un ecosistema in cui l’innovazione sia intesa non solo come progresso tecnico, ma come strumento di equità, sostenibilità e partecipazione. Queste le caratteristiche del neonato Centro Nazionale – Intelligenza Artificiale e Tecnologie Innovative per la Salute (IATIS) dell’Istituto Superiore di Sanità, il cui avvio è stato annunciato il 15 ottobre in occasione di una Lezione Magistrale del Cardinale Pietro Parolin dal titolo “Etica dell’Intelligenza Artificiale”.
Il Centro si articolerà in sei aree di competenza che rappresentano altrettanti pilastri della sanità del futuro
La prima area di competenza, dedicata a Telemedicina, Ingegneria Biomedica e Medicina Digitale, svilupperà piattaforme per la gestione integrata dei pazienti e dispositivi per il monitoraggio a distanza, costruendo una sanità più accessibile e di prossimità. L’area di Nanotecnologie e Terapie Innovative aprirà la strada a protesi su misura e dispositivi terapeutici intelligenti, frutto di stampa 3D e materiali avanzati. Quella di Chimica e Fisica per la Medicina integrerà imaging, medicina nucleare e AI per migliorare diagnosi precoci e terapie personalizzate. L’area di Intelligenza Artificiale e Robotica svilupperà algoritmi e sistemi automatizzati per la chirurgia e la riabilitazione, con una costante attenzione alla sicurezza e alla trasparenza. L’area di Health Technology Assessment e Dispositivi Medici garantirà che ogni innovazione sia valutata in base a criteri di efficacia, sicurezza, sostenibilità ed equità, fornendo supporto tecnico-scientifico a istituzioni nazionali e internazionali. Infine, l’area di Biomedicina Spaziale e Subacquea studierà le risposte del corpo umano in condizioni estreme, producendo conoscenze utili anche per l’emergenza e la medicina territoriale.
Promuoverà anche un nuovo modello culturale basato sulla collaborazione tra discipline diverse: medicina, ingegneria, informatica, economia, diritto ed etica
«Un’impostazione – ha spiegato il presidente del’Iss Rocco Bellantone durante l’evento – che si colloca nel solco della riflessione maturata su questi temi dall’Istituto Superiore di Sanità nel corso degli anni con la propria Unità di Bioetica e con la più recente istituzione del Gruppo di lavoro, aperto anche al contributo della Chiesa, nato appositamente per elaborare principi e raccomandazioni utili per orientare verso un uso giusto, trasparente e sicuro dell’AI».
Il Centro, oltre a sviluppare soluzioni tecnologiche, promuoverà anche un nuovo modello culturale basato sulla collaborazione tra discipline diverse – medicina, ingegneria, informatica, economia, diritto ed etica – creando un linguaggio comune tra ricercatori, clinici e decisori pubblici. «L’obiettivo – afferma il direttore dello IATIS Alessandro Palombo – è costruire un ecosistema in cui l’innovazione sia intesa non solo come progresso tecnico, ma come strumento di equità, sostenibilità e partecipazione».
Questa primavera la Food and Drug Administration (FDA) statunitense ha annunciato la volontà di ridurre gradualmente i test sugli animali per lo sviluppo di nuovi farmaci. Finora, sia negli USA sia in Europa, prima di essere testate sugli esseri umani le molecole dovevano essere impiegate in almeno due specie animali, per ridurre la probabilità di possibili effetti avversi e tossicità nell’uomo. L’impiego di due specie animali, infatti, evita di basarsi su una sola fisiologia che potrebbe non riflettere adeguatamente quella umana.
L’European Medicines Agency (EMA) in questo momento è più cauta, sebbene supporti una legislazione che vada verso un minor impiego di cavie animali. A livello europeo, una direttiva del 2010 impone infatti le cosiddette 3R: Replacement (sostituire l’animale quando possibile), Reduction (limitare il numero di esemplari utilizzati) e Refinement (migliorare le condizioni sperimentali per ridurre la sofferenza). Negli ultimi anni l’agenzia europea promuove un approccio graduale ai metodi alternativi, a partire da aree tossicologiche specifiche. Nel 2023, la Commissione europea ha annunciato un piano per eliminare gradualmente i test animali nelle valutazioni di sicurezza chimica.
Modelli complementari
Silvia Di Angelantonio
«Non parlerei di metodi alternativi, ma complementari. Ad oggi resta impensabile, nella ricerca scientifica, pensare di sostituire completamente la sperimentazione animale con altri modelli». Silvia Di Angelantonio è docente di Fisiologia a Sapienza Università di Roma e ricercatrice all’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT). Ha recentemente pubblicato uno studio su un farmaco anti-colesterolo che potrebbe essere utilizzato come terapia nella demenza frontotemporale, una forma rara a esordio precoce e molto aggressiva.
L’efficacia del bezafibrato – questo il nome della molecola – è stata dimostrata senza coinvolgere animali: i test di laboratorio sono stati infatti eseguiti interamente su organoidi cerebrali. Come suggerisce il nome, si tratta di mini-organi che si autoassemblano a partire da cellule staminali e mimano alcune funzioni. «Abbiamo scelto gli organoidi perché lo abbiamo ritenuto il modello più adatto per indagare il neurosviluppo – spiega Di Angelantonio -. Stavamo studiando una mutazione del gene tau che causa la demenza frontotemporale e avevamo osservato problemi già nelle prime fasi dello sviluppo neuronale». In questo caso gli organoidi hanno riprodotto alcune caratteristiche tipiche della patologia: perdita di connessioni tra i neuroni, ridotta attività funzionale e accumulo della proteina tau patologica.
Dalla provetta all’organoide: una rivoluzione in pochi decenni
«Quando ho iniziato a fare ricerca lavoravamo con i modelli animali. Era la norma, e spesso se ne usavano tantissimi», racconta Maurizio Muraca, coordinatore scientifico dell’Istituto di Ricerca Pediatrica (IRP) di Padova.
Grazie agli organoidi è possibile sperimentare nuovi farmaci in condizioni più vicine alla realtà umana
Col tempo, però, la scienza ha fatto passi da gigante: dagli enzimi in provetta, allo studio delle cellule, fino a tentare di ricostruire il loro ambiente naturale. Il progresso ha portato alla nascita degli organoidi, che sono strutture tridimensionali che riproducono in laboratorio le unità funzionali di un organo. Grazie a queste “miniature biologiche” oggi è possibile osservare, con una precisione mai raggiunta prima, le dinamiche cellulari e sperimentare nuovi farmaci in condizioni molto più vicine alla realtà umana rispetto ai modelli animali.
Cosa succede oltreoceano
Nell’aprile 2025, l’FDA ha pubblicato un documento strategico intitolato Roadmap to Reducing Animal Testing in Preclinical Safety Studies, con l’obiettivo di integrare e – dove possibile – sostituire l’uso di animali nei test di sicurezza preclinica con le cosiddette New Approach Methodologies (NAMs).
L’agenzia ha annunciato che comincerà con i farmaci biologici, in particolare gli anticoropi monoclonali. Le integrazioni all’uso degli animali comprendono modelli computazionali basati su intelligenza artificiale, sistemi in vitro come per esempio organoidi e dati real-world (questi ultimi da utilizzare nei casi in cui un farmaco sia già stato studiato in altri Paesi con standard regolatori comparabili). L’obiettivo è che tra 5 anni l’uso di animali per scopi scientifici sia l’eccezione e non la regola.
L’FDA vuole ridurre l’uso di animali nella sperimentazione scientifica nei prossimi 5 anni
Nel 2022 l’allora presidente degli Stati Uniti John Biden firmò una legge per rimuovere il requisito obbligatorio che in molti casi imponeva l’uso di test animali nei passaggi preclinici di sviluppo e approvazione dei farmaci. Da quel momento in poi, il ricorso a test su animali non è più obbligatorio: si possono utilizzare metodi alternativi purché dimostrino di essere adeguati a livello di sicurezza e efficacia.
I vantaggi degli organoidi
Gli organoidi offrono tre grandi vantaggi: fedeltà biologica, riproducibilità ed etica. Derivando da cellule umane, superano molte delle differenze esistenti con il metabolismo animale. In secondo luogo, se ne possono produrre centinaia, testando così diverse condizioni sperimentali in parallelo. Infine, gli aspetti etici: riducono il ricorso agli animali da laboratorio, un tema sempre più sensibile anche a livello normativo.
Maurizio Muraca
Nonostante questo, Muraca avverte, trovandosi così d’accordo con Di Angelantonio: «Non credo che elimineranno del tutto la sperimentazione animale. Alcune domande riguardano l’organismo nel suo insieme, e lì serve ancora un modello complesso. Ma stiamo andando verso sistemi sempre più integrati, grazie alla bioingegneria e alla microfluidica, capaci di collegare tra loro diversi organoidi e simulare funzioni complesse come la circolazione portale tra intestino e fegato».
Come già accennato, poi, gli organoidi aprono possibilità impensabili soprattutto nello studio di malattie genetiche rare e del neurosviluppo. «Possiamo prendere cellule della pelle o persino dalle urine di un bambino, riportarle allo stato di staminali, quindi totipotenti, e guidarle a formare un micro-cervello. Così possiamo osservare passo passo come un gene difettoso influisce sullo sviluppo cerebrale. È un salto enorme per capire la patogenesi e immaginare nuove terapie», spiega Muraca.
Limiti e sfide per il futuro
«Non possiamo far finta che il nostro cervello sia esente dalla regolazione immunitaria o da quella ormonale, oppure dall’effetto dei farmaci o da ciò che mangiamo», ricorda Di Angelantonio.
Oltre alla limitata complessità, poi, gli organoidi utilizzati dal gruppo di Di Angelantonio sono al momento privi di vascolarizzazione, fatto che ne limita dimensione e maturazione e mancano di alcuni elementi importanti, per esempio le microglia, le cellule immunitarie residenti del cervello, cruciali sia per la difesa sia per la regolazione delle sinapsi. «Oggi stiamo iniziando a integrare microglia generate a parte, proprio per rendere il modello più completo – afferma la ricercatrice -. È una direzione di ricerca fondamentale».
Organizzazione e capitale umano
C’è poi il nodo delle risorse: coltivare organoidi richiede mezzi di coltura costosi, fattori di differenziamento specifici, incubatori dedicati, bioreattori e cappe speciali con microscopi integrati. «È una ricerca più costosa e più impegnativa rispetto alla tradizionale – sostiene Di Angelantonio -. Servono fondi, infrastrutture, ma soprattutto capitale umano formato».
Un esempio? Per ottenere risultati solidi occorrono lunghi tempi di coltura: l’ultimo lavoro del gruppo ha utilizzato organoidi di 100 giorni, seguiti quotidianamente. «La differenza la fanno anche i giovani ricercatori: dottorandi e post-doc che hanno voglia di investire energie, persino venendo in laboratorio la domenica. Senza di loro non avremmo raggiunto questi risultati».
È importante investire (e trattenere) capitale umano formato
Sul capitale umano concorda anche Muraca: «La vera sfida è trattenere i giovani ricercatori. Formarli richiede anni e passione, ma senza investimenti adeguati nel capitale umano rischiamo di perderli. Ed è un trauma per tutto il sistema. Per quella che è la mia esperienza – continua l’esperto – non credo che sia più costosa la sperimentazione con organoidi rispetto a quella animale, semmai una volta che hai la metodologia in mano è vero il contrario. I costi importanti sono in termini di acquisizione e sviluppo della tecnologia e formazione, appunto».
Tumoroidi e medicina personalizzata: la nuova frontiera
Accanto agli organoidi “sani”, la ricerca si sta interessando anche ai tumoroidi, ottenuti da cellule tumorali del paziente. Queste strutture tridimensionali permettono di testare in vitro i chemioterapici, offrendo indicazioni molto più vicine alla realtà clinica rispetto alle colture bidimensionali.
Il passo successivo? Integrare tumore e tessuto ospite per capire come il microambiente favorisca o ostacoli la progressione della malattia. Qui entra in gioco la medicina personalizzata: «Non ci interessa tanto sapere che tumore ha il paziente, ma che paziente ha quel tumore. È un concetto che risale addirittura a Ippocrate», ricorda Muraca.
I tumoroidi aprono nuove frontiere verso la medicina personalizzata
E poi ci sono le patologie rare, magari quelle particolarmente difficili da studiare, come i difetti cerebrali del neurosviluppo: «Gli organodi ci permettono non soltanto di avere un microorgano, ma di studiare le varie fasi che portano allo sviluppo dell’organo stesso. Quindi, per esempio, capire quando un gene si esprime in modo patologico durante lo sviluppo del cervello. Questo ha delle implicazioni enormi nella comprensione della fisiopatologia e potenzialmente nella cura di queste malattie», conclude il coordinatore Scientifico dell’IRP.
L’iniziativa nasce in un contesto di rapidi cambiamenti sociali, tecnologici e ambientali, dove la sanità è chiamata a ripensarsi attraverso nuove integrazioni tra dati, innovazione digitale e visione sostenibile del benessere.
L’obiettivo è favorire un confronto interdisciplinare tra istituzioni, esperti e operatori del settore per delineare un modello sanitario più efficace, etico e personalizzato, capace di coniugare progresso tecnologico, tutela dei diritti fondamentali e rispetto dell’ambiente.
La lectio magistralis di Ilaria Capua introduce la discussione sul ruolo di dati, AI e tecnologie per una sanità più etica, sostenibile e personalizzata
Dopo i saluti istituzionali della Senatrice Sandra Zampa, di Laura Patrucco (Presidente ASSD) e Sanzio Bassini (Direttore Dipartimento HPC-Cineca), la giornata si aprirà con la lectio magistralis di Ilaria Capua (Senior fellow in Global Health – Johns Hopkins University), che introdurrà il concetto di “salute circolare”: un paradigma che interpreta la salute come equilibrio dinamico tra individuo, società e ambiente, e come valore cardine delle politiche di sostenibilità globale.
Seguirà la sessione plenaria dedicata al tema “Il ruolo dei dati come strumento per l’innovazione”, moderata da Marisa De Rosa e Lorenzo Leogrande.
Tra i relatori interverranno Sanzio Bassini, Felicia Pelagalli, Paolo Petralia, Nino Cartabellotta, Paolo Locatelli, Riccardo Haupt, Davide Saraceno e Silvia Stefanelli.
A Bologna il 27 ottobre il convegno promosso da ASSD “La sanità del futuro: dati, tecnologie e salute circolare”
I lavori affronteranno i principali nodi della digitalizzazione della sanità: dall’uso etico e sicuro dei dati all’European Health Data Space, dal ruolo dell’AI Act all’impatto ambientale delle tecnologie digitali, fino ai nuovi modelli di interoperabilità e trasparenza.
In particolare, verranno esplorate le potenzialità di Big Data, High Performance Computing e Intelligenza Artificiale, strumenti che aprono la strada a cure più predittive, personalizzate e sostenibili, richiedendo al contempo una governance attenta e responsabile.
Le conclusioni offriranno una riflessione condivisa sulla necessità di un approccio integrato e circolare alla salute, dove innovazione e sostenibilità diventino pilastri complementari di un nuovo sistema sanitario.
In un momento in cui il settore dei farmaci equivalenti e biosimilari si trova a fronteggiare crescenti pressioni economiche e produttive, la Società Italiana di Farmacologia (SIF) ed EGUALIA – Industrie Farmaci Accessibili uniscono le forze per promuovere un nuovo modello di collaborazione tra mondo accademico e industria, fondato su qualità della formazione, innovazione e sostenibilità del sistema sanitario.
L’intesa, firmata a Roma lo scorso 7 ottobre dal Presidente SIF, Armando Genazzani e da Stefano Collatina, Presidente EGUALIA, nasce dalla volontà comune di rafforzare la cultura farmacologica nel Paese e di promuovere una visione del “farmaco” in cui sostenibilità economica e tutela della salute procedano insieme, a beneficio dei pazienti e dell’intero sistema sanitario.
L’accordo in concreto
Attraverso questo accordo, SIF ed EGUALIA avvieranno percorsi formativi e divulgativi rivolti agli studenti delle università italiane, con l’obiettivo di offrire strumenti aggiornati per comprendere i principi della farmacologia generale, delle discipline regolatorie e della farmacoeconomia. La collaborazione si estenderà anche all’organizzazione di incontri accademici, momenti di confronto scientifico, e alla produzione di contenuti digitali – podcast, video e materiali didattici – per favorire una formazione accessibile e moderna.
Grazie all’accordo, verranno avviati nelle università percorsi formativi e divulgativi su farmacologia generale, discipline regolatorie e farmacoeconomia
Le attività saranno realizzate nell’ambito di SIF Education, la sezione della SIF dedicata alla formazione e alla divulgazione scientifica, coordinata dal Past President ProfessoreGiuseppe Cirino. Grazie al sostegno di EGUALIA, le attività si svilupperanno lungo un arco biennale, con la possibilità di rinnovo per il 2026 sulla base dei risultati conseguiti.
I pareri di SIF ed Egualia
«Con questo protocollo – dichiara Armando Genazzani, Presidente della SIF – vogliamo consolidare il dialogo tra università e industria per costruire una farmacologia sempre più vicina ai bisogni reali dei pazienti e capace di valorizzare la ricerca italiana. La SIF è da sempre impegnata nella promozione della conoscenza scientifica come strumento di crescita e di progresso: crediamo che la formazione dei futuri professionisti della salute debba essere aperta, multidisciplinare e attenta ai temi dell’accesso e della sostenibilità. Lavorare insieme a EGUALIA, grazie al coordinamento di SIF Education, significa mettere in comune esperienze e competenze complementari, per favorire un approccio più consapevole all’uso dei farmaci e per contribuire a un Sistema Sanitario più equo ed efficiente».
«Le aziende del comparto dei farmaci fuori brevetto considerano importantissima e cruciale questa collaborazione con la SIF, che punta a favorire l’appropriatezza nell’uso dei farmaci – spiega Stefano Collatina, Presidente di Egualia – Ai farmacologi spetta il compito di spiegare come funzionano i medicinali ai medici in formazione, ma anche agli specialisti, condividendo dati e indicazioni per ottimizzarne l’uso. Siamo convinti che grazie a questo accordo basato sulla collaborazione tra identità che svolgono un ruolo diverso all’interno del SSN i cittadini riceveranno informazioni corrette, indipendenti e chiare, sui benefici e i rischi associati all’uso dei farmaci per esercitare al meglio il proprio diritto-dovere alla salute».
Il protocollo resterà in vigore fino al 31 dicembre 2026 e rappresenta un passo importante verso una collaborazione strutturata tra comunità scientifica e industria farmaceutica, con l’obiettivo condiviso di promuovere la qualità, l’innovazione e la sostenibilità del sistema salute italiano.
Salute mentale, un mondo complesso dove mancano spesso finanziamenti per migliorare le diverse situazioni. È in arrivo, dopo oltre dieci anni dal precedente, il nuovo “Piano di Azione Nazionale per la Salute Mentale 2025-2030” (PANSM). A luglio il Ministero della Saluteha trasmesso alla Conferenza Unificata la bozza del Piano e l’iter normativo procede tra approvazioni e critiche. Nel frattempo sono state recepite molte delle proposte avanzate dalle Regioni, e inserite modifiche e integrazioni al piano.
Alla base del progetto legislativo ci sono l’integrazione dei servizi e la collaborazione fra professionisti, istituzioni, famiglie e comunità. È il modello “bio-psico-sociale” che supera l’approccio unicamente clinico e considera anche i determinanti sociali, ambientali e relazionali della salute mentale. Altro punto di riferimento è l’approccio “One Health”, secondo cui salute fisica, mentale e ambientale sono strettamente legate, in linea con gli orientamenti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Essenziale anche la centralità della persona: il paziente è “soggetto attivo” nei percorsi di cura, affiancato da famiglie, caregiver e professionisti “in un’ottica partecipativa”.
Il nuovo PANSM 2025-2030 recepisce l’approccio “One Health” dell’OMS e il modello bio-psico-sociale
Vista la vastità degli argomenti, il PANSM è stato suddiviso in diversi ambiti di intervento: promozione della salute mentale, prevenzione e cura dei disturbi, quindi i temi legati a infanzia e adolescenza, ambito penale e forense, gestione del rischio clinico, integrazione tra servizi sanitari e sociali, infine formazione e ricerca.
Focus su disagio nei più giovani e nei detenuti
Il Piano dedica molta attenzione alla diagnosi precoce dei disturbi del neurosviluppo nell’adolescenza, al momento della transizione dai servizi per minori a quelli per adulti e all’integrazione tra neuropsichiatria infantile, scuole, consultori e servizi sociali. Le équipe di transizione diventano strumenti chiave.
Il documento introduce anche la figura dello psicologo di primo livello per la presa in carico delle forme lievi e moderate di disagio psicologico. Per i casi più complessi, è previsto il case management, un modello di gestione personalizzata finalizzato a garantire continuità e appropriatezza nei percorsi terapeutici.
Il Piano introduce la figura dello psicologo di primo livello per i casi lievi e moderati e del case management per i casi complessi
Nel Piano si dedica molta attenzione alla salute mentale dei detenuti allo scopo di avere una maggiore integrazione tra servizi penitenziari e territoriali e favorire la continuità della cura.
Altro fronte critico è la giustizia minorile. I Consultori familiari vengono riconosciuti come presidio di riferimento per le richieste dell’autorità giudiziaria, in sinergia con i servizi sociali e sanitari.
La valutazione della Società Italiana di Psichiatria
La Società Italiana di Psichiatria (SIP) ha espresso forte preoccupazione in merito al PANSM perché, a fronte delle attuali difficoltà dei Dipartimenti di Salute Mentale legate alla grave carenza di risorse umane e finanziarie, nel Piano non è prevista alcuna copertura di fondi ad hoc. Anzi, tale copertura sembra essere preclusa dall’affermazione che le suddette attività dovranno essere svolte “senza nuovi e maggiori oneri a carico della finanza pubblica”. La Società chiede pertanto con forza che il Piano sia accompagnato da un adeguato finanziamento, in linea con i parametri europei, al fine di garantire il potenziamento delle strutture e degli organici con investimenti costanti negli anni che permettano di stabilizzare e incrementare il capitale umano e riorganizzare i servizi.
La SIP chiede con forza che il Piano sia accompagnato da un adeguato finanziamento
Sottolinea la professoressa Liliana Dell’Osso, Presidente SIP: «La nostra Società scientifica auspica che vengano affrontati in modo più incisivo alcuni temi essenziali quali la promozione del benessere psicologico e della salute mentale a livello scolastico e lavorativo; l’identificazione e l’intervento precoce nei soggetti ad alto rischio per i disturbi mentali più gravi; il miglioramento degli strumenti atti a favorire il consenso al trattamento; la gestione dei problemi di salute mentale in contesti multiculturali e in relazione al genere; l’approccio multidisciplinare e integrato ai disturbi della nutrizione e dell’alimentazione e alle dipendenze da sostanze e comportamentali eil potenziamento della psichiatria di consultazione per i reparti di medicina e chirurgia dell’ospedale generale, e la collaborazione con gli specialisti delle altre branche mediche nella gestione dei problemi di salute fisica spesso presenti nelle persone con patologie mentali gravi».
«Risulta evidente – prosegue Dell’Osso – che l’implementazione delle linee previste dal Piano richiede anche un continuo monitoraggio del raggiungimento degli obiettivi prefissati. La SIP, che rappresenta la maggioranza degli psichiatri italiani operanti a livello ospedaliero, territoriale e universitario, non mancherà di collaborare a questo monitoraggio nei ruoli di responsabilità organizzativa e in coerenza con le politiche sanitarie che tutelano la collettività».
Le richieste delle Regioni
Accogliendo le richieste delle Regioni, è stato rafforzato l’impianto territoriale e integrato del Piano: il documento PANSM precisa ora che, nelle Regioni dove sono presenti Dipartimenti autonomi per le Dipendenze, è necessario garantire protocolli interdipartimentali, per evitare frammentazioni nella presa in carico dei pazienti. Inoltre è stata chiarita la competenza regionale sull’organizzazione dei servizi: eventuali indicazioni nazionali possono essere formulate solo in presenza di una piena condivisione.
Nell’ambito delle dipendenze patologiche, le Regioni hanno ottenuto l’introduzione di un nuovo paragrafo che sottolinea l’importanza di prevedere un Piano d’Azione nazionale integrato per le dipendenze, da aggiornare periodicamente, e la valorizzazione dei PDTA (Percorsi Diagnostico Terapeutici Assistenziali) condivisi tra Dipartimenti di Salute Mentale, Dipendenze e Neuropsichiatria Infantile.
Sotto la spinta delle Regioni, è stato rafforzato l’impianto territoriale e integrato del Piano
Inoltre è stato riscritto l’inquadramento epidemiologico delle dipendenze con dati aggiornati al 2024. Il nuovo testo integra le cifre della Relazione al Parlamento 2025, inclusi: la diminuzione dell’uso di cocaina tra i minori (1,8%); la stabilità dell’uso di oppiacei (1,2%); l’aumento delle segnalazioni per reati droga-correlati tra i minori; e l’incremento dei pazienti in carico ai SerD, saliti a oltre 134.000 nel 2024.
Le Regioni hanno poi chiesto, e ottenuto, la rimozione o revisione di alcuni passaggi dove si assimilava il disagio giovanile a disturbi mentali veri e propri. Nel nuovo testo viene chiarito che il disagio non equivale a una patologia psichiatrica, e non può essere trattato unicamente con strumenti clinici. Richiede invece risposte educative, familiari e comunitarie.
Accolta anche la proposta regionale di rafforzare la rete di psichiatria forense, con l’istituzione di referenti e équipe forensi presso i Dipartimenti di Salute Mentale, e l’obbligo di predisporre un Progetto Terapeutico Individuale Condiviso (PTIC) per i soggetti autori di reato, spesso affetti da doppia diagnosi. Uno degli ultimi punti sollevati dalle Regioni è la mancanza di indicazioni sulle risorse. Il documento originario non prevedeva una dotazione economica dedicata per l’attuazione del Piano, ma le Regioni hanno sottolineato che senza fondi certi, anche le migliori strategie rischiano di restare lettera morta.
Circa un quarto dei pazienti con malattia di Parkinson presenta un lieve deterioramento cognitivo fin dalle prime fasi della malattia. In un considerevole numero di questi individui, negli anni successivi, il disturbo cognitivo può evolvere fino alla demenza. Attualmente non esistono terapie di provata efficacia per prevenire questa progressione. Gli stili di vita, l’attività fisica, il contesto familiare, le attività che richiedono concentrazione e impegnano la memoria incidono sul modo in cui il cervello invecchia. In altre parole, l’esercizio fisico può essere una vera e propria medicina che migliora le prestazioni della nostra mente. La Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS annuncia l’avvio del progetto MOVE-BRAIN-PD (Movement improves brain health and cognition in Parkinson’s disease), uno studio internazionale volto a dimostrare come l’attività fisica aerobica possa migliorare le funzioni cognitive e rallentarne il declino nella malattia di Parkinson.
MOVE-BRAIN-PD valuta l’efficacia di un allenamento aerobico domiciliare, monitorato da remoto, su funzioni cognitive e sintomi motori in pazienti con Parkinson e lieve compromissione cognitiva
Il progetto, finanziato nell’ambito del bando ERA4Health Joint Transnational Call for Proposals 2024 “Modulation of brain ageing through nutrition and healthy lifestyle” (NutriBrain), è coordinato dal Professor Paolo Calabresi, Direttore dell’UOC di Neurologia della Fondazione Gemelli IRCCS e Ordinario di Neurologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Il consorzio internazionale
Il progetto coinvolge un network multidisciplinare di eccellenza: Professor Paolo Calabresi e Professoressa Anna Rita Bentivoglio della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS-Università Cattolica del Sacro Cuore, che si occupano del coordinamento e della sperimentazione clinica; Professor Cristian Falup-Pecurariu della Transilvania University Brasov (Romania), che coordina l’Unità di reclutamento clinica; Professor Tiago Outeiro della University Medical Center Goettingen (Germania), per le analisi molecolari e lo studio delle modifiche dell’alfa-sinucleina, la molecola il cui accumulo tossico è coinvolto nella malattia.
Kick-off meeting
Lo scorso 19 settembre si è svolto a Roma presso la Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS il kick-off meeting del progetto, che ha riunito tutti i partner del consorzio. Oltre agli sperimentatori principali, hanno partecipato all’incontro i dottori Giulia Di Lazzaro, Danilo Genovese e Angelo Tiziano Cimmino (Fondazione Gemelli) e le dottoresse Irina Ivan e Laura Irincu (Università di Brasov), confermando l’avvio operativo delle attività di ricerca e la piena sinergia tra i centri coinvolti.
Obiettivi dello studio
MOVE-BRAIN-PD si propone di valutare l’efficacia di un programma di allenamento aerobico domiciliare, monitorato da remoto, su funzioni cognitive e sintomi motori in pazienti con malattia di Parkinson e lieve compromissione cognitiva (PD-MCI). Inoltre i ricercatori studieranno i biomarcatori di infiammazione e neurodegenerazione e le modifiche della proteina alfa-sinucleina, per comprendere i meccanismi biologici alla base dei benefici dell’attività fisica.
Gli scienziati si occuperanno anche di capire i fattori che favoriscono o ostacolano l’aderenza all’esercizio fisico
Gli scienziati si occuperanno anche di capire i fattori che favoriscono o ostacolano l’aderenza all’esercizio fisico, per sviluppare programmi educazionali personalizzati che promuovano stili di vita salutari nella comunità dei pazienti.
Nello studio i pazienti si impegneranno ad allenarsi almeno due volte alla settimana per un anno. Quindi verranno visitati e verranno sottoposti a un prelievo di sangue che permetterà di analizzare i marcatori che misurano l’andamento dell’infiammazione e del processo degenerativo.
“Dimostrare che le persone con malattia di Parkinson possono e devono essere parte attiva della cura, modificando lo stile di vita per rallentare e mitigare i sintomi della malattia, è fondamentale. I risultati del progetto serviranno per stilare delle raccomandazioni nazionali interloquendo con le istituzioni e le società scientifiche, per mettere in campo strategie di sensibilizzazione sul modello di quanto fatto nelle malattie cardiovascolari negli ultimi decenni”, spiega il professor Calabresi.
In conclusione, MOVE-BRAIN-PD rappresenta un passo importante verso la definizione di protocolli di attività fisica mirati, sostenibili e scientificamente validati, potenzialmente in grado di modificare la traiettoria della malattia in un contesto di vita reale.
Lo scorso 1° ottobre il Senato ha approvato in via definitiva il DDL n. 1483 “Disposizioni per la cura e la prevenzione dell’obesità”. Si tratta di un primo passo per le persone che convivono con questa patologia, perché per la prima volta nel nostro Paese – e probabilmente nel mondo – c’è una legge che riconosce l’obesità come malattia progressiva e recidivante.
Un’opportunità per milioni di cittadini, ma la Commissione di albo nazionale dei dietisti della Federazione nazionale degli Ordini dei tecnici sanitari di radiologia medica e delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione (FNO TSRM e PSTRP) avanza alcune doverose considerazioni affinché tale legge possa realmente raggiungere i nobili obiettivi che si prefigge.
Finanziamenti solo per la prevenzione
La prima considerazione è legata alle risorse, attualmente autorizzate per finanziare le strategie di prevenzione ben descritte nella legge. Ma insufficienti per garantire anche le strategie di cura, come la terapia dietetica, quella farmacologica e la chirurgia bariatrica. Ciò comporterebbe lo stanziamento di maggiori fondi rispetto a quelli attualmente autorizzati, che sono dell’ordine di un milione di euro.
Le risorse attualmente stanziate sono sufficienti per la prevenzione, ma non per la cura dell’obesità
Va sottolineato, tuttavia, che investire risorse non solo sulla prevenzione ma anche sulla cura dell’obesità può generare di ritorno un risparmio sostanziale al SSN. Non sarebbero risorse spese, ma anzi ben investite per la salute dei cittadini: curando l’obesità si risolvono numerose patologie dismetaboliche e disfunzionali a essa correlate.
Le prestazioni non previste nei LEA
Se è vero, inoltre, che ora è avvenuto il riconoscimento dell’obesità come una condizione, che comporta il diritto all’accesso di prestazioni presenti nei LEA, ciò contrasta con ciò che può essere effettivamente erogato dal SSN. Infatti, nonostante la terapia dietetica debba costituire il primo livello di intervento, le prestazioni nutrizionali non sono previste nei LEA, e la neoapprovata legge non specifica per quali prestazioni, fra quelle presenti, le persone obese avranno diritto all’esenzione.
È quindi opportuno sottolineare, come seconda considerazione, che per avere un’applicazione reale, la legge dovrebbe permettere che le persone assistite possano accedere a prestazioni appropriate. Purtroppo però, per quanto l’assistenza nutrizionale rappresenti un settore fondamentale per la tutela della salute dei cittadini e per la prevenzione, nonché per il trattamento di numerose patologie (non solo l’obesità), a oggi, nel nuovo nomenclatore tariffario nazionale delle prestazioni di specialistica ambulatoriale, non sono previste prestazioni riconducibili all’ambito della nutrizione. Mancano infatti prestazioni specifiche relative alla terapia dietetico-nutrizionale, alla riabilitazione nutrizionale, al monitoraggio nutrizionale e, non ultimo, alla presa in carico del paziente in nutrizione artificiale domiciliare.
Nei LEA mancano prestazioni chiave riconducibili all’ambito della nutrizione
La Commissione di albo nazionale dei dietisti ha avanzato già nel 2024 proposte concrete di inserimento di nuove prestazioni, depositandole sulla piattaforma ministeriale dedicata, corredate da evidenze scientifiche, linee guida e studi di costo-efficacia.
L’assenza di queste prestazioni nel nomenclatore nazionale della specialistica comporta una disparità nell’accesso alle cure tra i cittadini di diverse parti del Paese, poiché solo poche Regioni lo garantiscono come extra-LEA.
Di pochi giorni fa è la notizia della bocciatura, da parte del TAR del Lazio, del DM “Tariffe della specialistica ambulatoriale”, entrato in vigore alla fine del 2024. Il Ministro della Salute Orazio Schillaci, in merito a tale bocciatura, ha dichiarato: «Il TAR ci ha dato 365 giorni non per perdere tempo, ma per costruire un sistema più equo e sostenibile; è necessario coinvolgere tutti gli attori del sistema stesso». Ebbene, la Commissione di albo nazionale dei dietisti auspica che il Governo voglia approfittare di questa opportunità, ritenendo necessario e urgente procedere all’inserimento delle prestazioni nutrizionali nel nomenclatore nazionale delle prestazioni di assistenza specialistica ambulatoriale, sia in attuazione dei nuovi LEA, che del DDL n. 1483 sull’obesità, ormai legge. A tal proposito, la Commissione è pronta a dare il proprio contributo mettendo a disposizione propri rappresentanti all’interno della neoinsediata Commissione LEA, anche al fine di garantire un contributo professionale qualificato nell’elaborazione dei percorsi di cura.
L’ambiente ospedaliero costruito rappresenta un determinante non trascurabile nel benessere dei pazienti oncologici e nella performance degli operatori sanitari. Tuttavia, la letteratura scientifica esplora ancora marginalmente il ruolo delle preferenze soggettive nel disegno spaziale dei reparti. Uno studio recente indaga l’impatto percepito dell’ambiente fisico in un contesto oncologico italiano, integrando dati quantitativi e qualitativi raccolti presso l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. L’obiettivo è comprendere come specifiche caratteristiche ambientali influenzino l’esperienza di cura e il benessere psicofisico, sia dei pazienti sia del personale. In un contesto clinico ad alta intensità emotiva e operativa come l’oncologia, tali evidenze possono orientare interventi progettuali più aderenti ai bisogni reali degli utenti e contribuire allo sviluppo di modelli ospedalieri evidence-based, centrati sulla persona.
Elementi specifici degli spazi in ospedale influenzano l’esperienza di cura e il benessere psicofisico, sia dei pazienti sia del personale
A TrendSanità i promotori dello studio: Gabriele Perotti (Direttore Sanitario Agenzia Regionale Emergenza Urgenza – AREU – e già Direttore Medico di Presidio dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano – INT), Valentina Villa (Direttore Medico di Presidio f.f. INT), Stefano Capolongo e Andrea Brambilla, del Laboratorio Design and Health del Dipartimento di Architettura del Politecnico di Milano.
Dallo studio emerge che solo il 31% dei pazienti considera la camera singola molto importante, mentre per il personale questa opzione è rilevante fino all’83%. Come si spiega questa discrepanza e quali implicazioni può avere per la progettazione futura degli spazi ospedalieri? Quali priorità tra cura privacy e sicurezza?
«È una discrepanza che riflette due punti di vista diversi – commenta il professor Stefano Capolongo. I pazienti, quando vivono l’esperienza del ricovero, tendono a concentrarsi su aspetti immediati come l’efficacia delle cure, la competenza del personale, il sollievo dal dolore. Spesso la camera singola non è percepita come una priorità, anche perché non sempre sono chiari i benefici indiretti che comporta.
In oncologia l’ambiente fisico influisce su sicurezza clinica, comfort e supporto psicologico
Il personale sanitario, invece, conosce bene le implicazioni operative e cliniche. Una camera singola consente un’organizzazione più sicura ed efficiente, facilita la gestione personalizzata della cura e, soprattutto, rappresenta una barriera efficace contro la trasmissione di infezioni.
Credo sia fondamentale ripensare i modelli distributivi degli ospedali in modo più flessibile e consapevole. Ovvero sviluppare spazi che possano adattarsi a diverse esigenze: in primo luogo cliniche e relazionali. La flessibilità spaziale e l’umanizzazione degli ambienti sono elementi chiave per il futuro».
Stefano Capolongo
In questo senso, lo studio mostra come l’ambiente costruito possa influenzare non solo il benessere psicologico, ma anche gli aspetti clinici come la prevenzione delle infezioni. Quali sono, secondo voi, le priorità progettuali che oggi ogni ospedale oncologico dovrebbe assolutamente adottare? Quali linee guida operative?
Spiega ancora Capolongo: «In ambito oncologico, dove i pazienti affrontano percorsi di cura lunghi, complessi e spesso molto invasivi, l’ambiente fisico gioca un ruolo decisivo. Non solo per il comfort, ma per la sicurezza clinica e il supporto psicologico. Per questo, le priorità progettuali oggi non possono prescindere da alcuni principi fondamentali.
In primo luogo, il controllo delle infezioni: al fine di ridurre il rischio c’è bisogno di percorsi separati, garantire una ventilazione controllata, utilizzare materiali antibatterici e favorire il ricorso a camere singole quando clinicamente indicato.
In secondo luogo, la centralità del paziente. Gli ambienti richiedono spazi accessibili, luminosi, facilmente orientabili, con possibilità di personalizzazione. Anche elementi come la vista su uno spazio verde o la possibilità di controllare l’illuminazione – hanno un impatto misurabile sul benessere e sull’aderenza alla cura.
Alcuni elementi dell’ambiente, come la possibilità di regolare luce e temperatura, rischiano di essere sottovalutati
Dal punto di vista delle linee guida operative, oggi si va verso modelli dove l’architettura è pensata insieme alla gestione dei flussi, all’ergonomia delle attività sanitarie e alla digitalizzazione. È importante, ad esempio, che i percorsi diagnostico-terapeutici siano leggibili e razionali, che si riducano gli spostamenti inutili del paziente e che il personale possa lavorare in sicurezza. Infine, ogni progetto dovrebbe nascere da un dialogo vero tra progettisti, clinici, personale e pazienti. È in questa co-progettazione che si definiscono le soluzioni più efficaci, non solo dal punto di vista tecnico, ma anche umano».
Pazienti e personale sono stati coinvolti nella compilazione di un questionario composto da 22 item: quali aspetti dell’ambiente fisico sono emersi come più sottovalutati o trascurati, mentre invece rivestono un forte impatto sull’esperienza quotidiana?
«Lo studio ha evidenziato che alcuni elementi dell’ambiente fisico, pur avendo un impatto significativo sull’esperienza quotidiana, sono spesso sottovalutati dai pazienti. Ad esempio, la possibilità di regolare in autonomia luce e temperatura o di chiamare il personale da ogni punto della stanza sono stati considerati meno prioritari rispetto alla reale utilità percepita dagli operatori.
Un altro aspetto trascurato riguarda la personalizzazione degli spazi, che i pazienti tendono a ritenere poco rilevante, ma che può invece influenzare positivamente il senso di controllo e adattamento alla degenza.
L’empowerment riconosce il paziente competente anche nella gestione dello spazio che abita durante la malattia
Questi risultati ci fanno capire quanto sia necessario non solo progettare ambienti di cura più sensibili ai bisogni reali, ma anche coinvolgere attivamente gli utenti nella definizione delle priorità e promuovere una cultura dove il progetto diventa parte integrante della strategia terapeutica».
Andrea Brambilla
In che modo i risultati di questo studio possono contribuire a rafforzare il concetto di empowerment del paziente non solo nella cura clinica, ma anche nella partecipazione alla progettazione degli spazi in cui viene curato?
«L’indagine dimostra che i pazienti hanno esigenze e percezioni specifiche sull’ambiente che spesso non coincidono con quelle del personale. Questo scarto evidenzia quanto sia importante coinvolgerli attivamente non solo nella cura clinica, ma anche nelle fasi progettuali – commenta Andrea Brambilla.
L’empowerment, in questo senso, significa riconoscere il paziente come soggetto competente anche rispetto allo spazio che abita durante la malattia, non solo come destinatario passivo di cure. Integrare la loro voce attraverso strumenti come questionari, focus group o prototipi partecipati può migliorare la qualità dello spazio.
In sintesi, progettare “con” e non solo “per” i pazienti è un passo concreto verso un sistema sanitario più umano, responsivo e centrato sulla persona».
Gabriele Perrotti
Quali sono dunque le principali resistenze organizzative e culturali nell’implementare un approccio partecipativo di “co-progettazione” tra progettisti, clinici, personale e pazienti? E come si può trasformare concretamente l’architettura ospedaliera da “contenitore di cure” a “parte integrante della strategia terapeutica”, mantenendo al contempo l’efficienza operativa e la sostenibilità economica?
«Lo studio nasce nell’ambito del Master congiunto tra Politecnico di Milano, Università degli Studi di Milano, Università Cattolica di Roma in Programmazione Pianificazione Progettazione dei Sistemi Ospedalieri e Socio-sanitari e testimonia l’importanza della contaminazione dei saperi tra discipline mediche e tecnico-scientifiche nell’ambito delle healthcare infrastructure. Durante la raccolta dati e le fasi di restituzione al personale che ha partecipato all’indagine è emerso con forza l’importanza della condivisione delle esigenze nei processi di valutazione degli spazi fisici ospedalieri. Solo attraverso un approccio multidisciplinare sarà possibile trasformare gli spazi in chiave “salutogenica”, migliorare l’efficienza operativa e con un occhio di riguardo alla sostenibilità ambientale, sociale e anche economica», concludono Gabriele Perrotti e Valentina Villa.
Il 21 ottobre la Camera dei Deputati ospiterà “We Breast. Dalla cura al prendersi cura”, un evento organizzato in occasione della Giornata Internazionale contro il tumore al seno, un evento che unisce rigore scientifico, forza istituzionale e linguaggi artistici per riportare al centro dell’attenzione il tema del carcinoma mammario, la prima neoplasia femminile per incidenza.
Accanto a tavoli scientifici e testimonianze delle associazioni di pazienti, il cuore dell’iniziativa sarà una performance artistica che, attraverso linguaggi visivi e performativi, racconterà le fasi della malattia: la diagnosi, il percorso di cura e la rinascita.
Promosso dall’Intergruppo parlamentare sulle nuove frontiere terapeutiche nei tumori della mammella, il progetto nasce con l’obiettivo di portare il tema della prevenzione e della cura del cancro al seno oltre gli spazi specialistici, per raggiungere un pubblico ampio e mantenere alta l’attenzione su una patologia che ogni anno modifica la vita di milioni di donne e famiglie.
Un ponte tra istituzioni, scienza e società civile
La scelta di collocare l’iniziativa nel cuore delle istituzioni sottolinea la volontà di favorire un dialogo diretto con decisori politici e sanitari, per promuovere investimenti in ricerca, nuove tecnologie e terapie avanzate.
Il razionale scientifico
Il simposio scientifico riunirà esperti di oncologia, chirurgia ricostruttiva, dermatologia oncologica ed estetica per affrontare temi chiave come:
la prevenzione e la gestione delle recidive;
le terapie innovative per tumori aggressivi (TNBC) e forme avanzate HR+/HER2-;
il ruolo della chirurgia ricostruttiva e dell’estetica oncologica nel recupero dell’immagine corporea e della qualità di vita.
Fondamentale anche il contributo delle associazioni di pazienti, che porteranno la loro testimonianza diretta come voce della resilienza e del cambiamento.
Alla conferenza stampa di presentazione hanno partecipato l’onorevole Simona Loizzo, l’onorevole Ilenia Malavasi, l’onorevole Luana Zanella, il regista Alessandro Sampaoli e l’attrice Roberta Rovelli.
La performance artistica del 21 ottobre racconterà quattro fasi della malattia: la SCOPERTA (Emilia Scatigno), la DISPERAZIONE (Lisa Galantini), la CURA (Roberta Rovelli) e infine la RINASCITA (Camilla Barbarizzo). Accanto a loro la danzatrice Arianna Cunsolo, a incarnare la malattia.
Quali attenzioni debbono avere i reumatologi nei confronti del paziente obeso? Ed ancora: quali rischi di mancata risposta terapeutica corrono i pazienti reumatici che sono anche obesi? Questi sono alcuni degli interrogativi emersi durante il 28° Congresso del Collegio Reumatologi Italiani-CReI, aperto dal presidente del Collegio Luis Severino Martin Martin e a cui hanno portato il loro saluto l’Assessore alla sanità dell’Emilia Romagna, Massimo Fabi, e il presidente dell’Ordine dei Medici di Bologna, Luigi Bagnoli.
La nuova Legge 2025/741 “Obesità, diabete e malattie croniche non trasmissibili” porta tutto il SSN e tutti gli specialisti a confrontarsi con il “problema obesità”. “Ed il CREI non poteva rimanere fermo di fronte ad un argomento così importante”, sottolinea Daniela Marotto (past president del Collegio), che ha dedicato la sua lettura magistrale durante il Congresso proprio al tema Time to choose obesity care in rheumatic patients.
Il 28° Congresso del Collegio Reumatologi Italiani (CReI) a Bologna ha esplorato la connessione tra obesità e malattie reumatiche
Ci troviamo di fronte a una vera e propria epidemia, come è stato affermato dal legislatore, “ed è un’epidemia”, precisa Marotto, “che coinvolge tutta la popolazione, soprattutto alcune fasce di età ed alcune popolazioni particolarmente fragili, come quella reumatologica. L’obesità, come è noto, è correlata a molte comorbidità: si conosce da tempo, ad esempio, il rischio cardiovascolare associato al paziente obeso, mentre è meno conosciuta la relazione con le malattie reumatologiche. Però si è già notato che i pazienti obesi hanno un rischio aumentato di sviluppare patologie come ad esempio l’artrite reumatoide, con un rischio di comorbilità più alto del 23% rispetto ai pazienti normopeso”. Da qui la necessità di uno sguardo particolarmente attento e sicuramente multidisciplinare.
Daniela Marotto
E quindi? Cosa è chiesto allo specialista di reumatologia? Sottolinea Marotto: “Noi reumatologi dobbiamo iniziare a lavorare e cambiare l’approccio al nostro paziente che deve essere più sempre più a 360 gradi, per giungere realmente a considerare il paziente nel suo complesso. E questo non solo per cogliere il rischio associato, ma anche perché il paziente reumatologico obeso risponde meno alle terapie, perché il tessuto adiposo produce sostanze infiammatorie. Questo fa sì che il paziente obeso sia tendenzialmente in uno stato di infiammazione cronica di basso grado, portando – ad esempio – ad una scarsa risposta ai farmaci biotecnologici che sono armi oggi potentissime nella gestione della nostra patologia”. Quindi – in pratica – il paziente obeso rischia di “spuntare” le migliori armi terapeutiche, rendendole meno efficaci. Di conseguenza il paziente reumatologico obeso presenta un rischio di abbandono per inefficacia delle terapie molto più alto rispetto a un paziente normopeso.
Il paziente reumatologico obeso può rispondere meno alle terapie, perché il tessuto adiposo produce sostanze infiammatorie
Ciò significa che il reumatologo deve avviare un dialogo nuovo con il diabetologo e con l’endocrinologo, solo per citare due specialisti fortemente coinvolti nella patologia dell’obesità: “E assolutamente fondamentale”, conclude la past president CReI, “che nell’approccio a 360 gradi a questa condizione patologica si debba lavorare di concerto con altre figure. Sicuramente il diabetologo e l’endocrinologo sono i primi con cui entrare in una relazione forte e duratura, ma non escludiamo altre figure, come anche lo psicologo, il nutrizionista ed il dietologo, visto che stiamo parlando di una patologia particolarmente complessa e che riguarda un paziente decisamente fragile”.