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Sanità territoriale: da anello debole del SSN a punto di partenza per migliorare l’assistenza sanitaria italiana

A quasi tre mesi dall’inizio di questa pandemia, abbiamo imparato due cose: la prima è che il Covid-19 si gestisce su due fronti, quello ospedaliero per curare chi si trova in gravi condizioni e quello territoriale per contenere il contagio e limitarne la letalità.

Ma questo assunto, fino a tre mesi fa, non era così chiaro, pertanto ogni Regione ha continuato a portare avanti il proprio modello di assistenza sanitaria, credendo che fosse l’unica cosa sensata da fare. E qui arriviamo alla seconda cosa che abbiamo imparato: il modello di assistenza sanitaria ha avuto (e ha tuttora) un ruolo determinante nella gestione dei pazienti Covid-19, soprattutto nel controllo e gestione dei contagi.

Questa pandemia da coronavirus ci sta dimostrando, dati alla mano, quanto la governance sanitaria possa fare la differenza. I vari modelli introdotti dalle Regioni (ospedaliero, territoriale o un mix dei due) cominciano a far emergere rischi e potenzialità che non potranno essere ignorati dai manager regionali anche per la gestione post Covid. I modelli che si stanno dimostrando più efficienti sono quelli che coinvolgono maggiormente il territorio. La Regione Veneto pare stia diventando un modello da seguire: fin dall’inizio di questa pandemia ha applicato il concetto di isolamento e diagnosi (tamponi), un approccio che invece altre Regioni non hanno subito voluto seguire e da cui aveva preso le distanze anche la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità, per poi tornare sui suoi passi poco dopo e abbracciare la strategia “Test, Test, Test”, vale a dire fare tamponi per contenere e controllare il contagio.

Quali elementi caratterizzano i modelli di gestione (ospedaliero, territoriale o misto) applicati dalle Regioni?

I modelli ospedalieri italiani, in ogni caso, ci raccontano quanto a fare la differenza, sempre e comunque, siano le persone. Medici, virologi ma anche decisori politici che sanno ascoltare e intercettare il bisogno.

Non possiamo infatti affidarci solo ai numeri di questa pandemia per definire se sia meglio un modello ospedaliero o uno territoriale. Ma in questi mesi è emersa una certezza: la qualità delle cure ospedaliere passa da una gestione territoriale efficiente. Se territorio e ospedale lavorano bene, il risultato può essere positivo. Nessuna ricetta magica, nessuna regola d’oro. L’assistenza sanitaria non è una scienza, ma può fare tesoro della Storia, degli errori e dei buoni esempi e, su queste basi, migliorarsi.

Non vogliamo qui disquisire di tamponi, test sierologici, cure a base di plasma o ipotetici vaccini, ma focalizzare l’attenzione sulla gestione sanitaria di questi mesi e capire se, in un futuro che inizia oggi, la governance delle Regioni per assistere i pazienti sarà destinata a cambiare.

Si punterà al “modello Veneto”, oppure si ripenserà completamente tutto il sistema o addirittura si tornerà ad affidare un nuovo coordinamento allo Stato ed evitare quella frammentazione decisionale a cui abbiamo assistito e che certamente non aiuta nell’assistenza ai pazienti? Il decreto “Rilancio” approvato dal Governo in questi giorni sembra segnare il passo in una direzione precisa, destinando più di tre miliardi alla sanità italiana, con particolare riferimento all’assistenza territoriale cui dedica i primi capitoli del provvedimento. Sarà rafforzata la rete di assistenza territoriale e domiciliare e la telemedicina entrerà a pieno titolo nella gestione sanitaria, grazie alla disposizione di apparecchiature presso i domicili di pazienti utili per il monitoraggio della saturazione, anche attraverso l’uso di apposite app di telefonia mobile. Le Regioni e le Province Autonome dovranno adottare piani di potenziamento e di sorveglianza attiva effettuata dai Dipartimenti di Prevenzione in collaborazione con i medici di medicina generale, pediatri di libera scelta e medici di continuità assistenziale nonché con le Unità speciali di continuità assistenziale, indirizzati a un monitoraggio costante e a un tracciamento precoce dei casi e dei contatti. Saranno inoltre rafforzate le attività di assistenza e monitoraggio i pazienti Covid e non Covid, vale a dire soggetti cronici, disabili, con disturbi mentali, con dipendenze patologiche, non autosufficienti, e in generale per le situazioni di fragilità. Sarà istituita inoltre la figura dell’infermiere di Famiglia o di collettività per monitorare ancora più da vicino i pazienti Covid a domicilio.

I modelli gestionali sanitari delle Regioni

In attesa di vedere gli effetti di questo importante decreto, vale la pena analizzare i modelli sanitari regionali per capire come stiano affrontando questa emergenza. Secondo l’ultimo rapporto dell’Alta Scuola di Economia e Management dei Servizi Sanitari (ALTEMS) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, pubblicato lo sorso 8 maggio, le diverse governance regionali stanno dando risposte diverse in termini di diagnosi, cura, isolamento e ricoveri.

Durante la Fase Uno si sono definiti tre modelli di gestione sanitaria: ospedaliera, territoriale e una gestione combinata tra ospedale e territorio (Tabelle 1-2-3). Da metà marzo in poi ci sono state diverse Regioni che, da un’iniziale impostazione ospedaliera, si sono poi dirette verso la gestione combinata ospedale-territorio: è il caso del Piemonte, del Lazio e della Sicilia. Ad oggi le uniche Regioni che usano un modello prevalentemente ospedaliero sono Lombardia, Liguria, Umbria e Basilicata. Quelle che abbracciano una governance territoriale sono invece Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Abruzzo, Puglia, Molise, Sardegna e Province Autonome di Trento e Bolzano. Le altre hanno una gestione combinata.

Questa è la fotografia attuale delle due Regioni (aggiornata all’8 maggio 2020) che rappresentano i due modelli principali:

  • Lombardia (gestione ospedaliera): è tra le Regioni più investite dall’emergenza e ha dovuto gestire una grande pressione sul suo sistema sanitario, in primo luogo a livello ospedaliero. Nel passaggio tra la Fase Uno e la Fase Due, la Lombardia resta tra le prime Regioni per incidenza di nuovi casi e tra le Regioni con il rapporto più alto tra nuovi casi e nuovi soggetti sottoposti al test diagnostico su base settimanale (circa 1 nuovo caso ogni 9 soggetti testati). Per la settimana in esame (quella dell’8 maggio, data di pubblicazione del report ALTEMS) i laboratori della Lombardia hanno processato 7,34 tamponi ogni 1.000 abitanti, un numero superiore rispetto al dato nazionale (6,62) ma ancora inferiore rispetto a tutte le Regioni del Nord. L’impegno dell’ospedale appare in diminuzione, nel corso della settimana si è registra una diminuzione nel numero di ricoverati di 1225 pazienti.
  • Veneto (gestione territoriale): nella stessa settimana ha sottoposto a tampone il 4,64% della popolazione regionale (tra le prime in Italia, insieme a Val d’Aosta e P.A. di Trento); l’incidenza di nuovi casi è stata di 14 nuovi casi ogni 100.000 abitanti e il rapporto tra nuovi casi e nuovi soggetti testati è stato inferiore al dato nazionale, con 1 nuovo caso ogni 50 nuovi soggetti testati. I laboratori del Veneto hanno processato 12,79 tamponi ogni 1.000 nel corso della settimana (prima Regione d’Italia, insieme alla P.A. di Trento).

Il modello di gestione ospedaliera si caratterizza per i seguenti aspetti:

  • l’incidenza di tamponi effettuati sulla popolazione è generalmente inferiore rispetto a quanto fatto da sistemi territoriali o combinati, questo è soprattutto vero se consideriamo le Regioni del Nord, le più colpite dalla pandemia
  • nelle prime fasi dell’emergenza in Lombardia sono stati ricoverati più pazienti positivi rispetto al Veneto dove si è deciso di ricoverare solo i casi più gravi e gestire a domicilio gli altri
  • sono stati creati meno posti di terapia intensiva: ad aprile, nel pieno dell’emergenza, l’Emilia-Romagna ha aumentato i posti letto del 114%, il Veneto del 67%, mentre la Lombardia “solo” del 40% (+360 posti letto)
  • c’è un minore ricorso alle terapie intensive per chi è ricoverato rispetto a chi ha una gestione territoriale
  • il rapporto tra pazienti trattati in terapia intensiva e pazienti trattati a domicilio è maggiore in Regione Lombardia rispetto a quanto accade in Veneto, Emilia-Romagna e Piemonte

Nella gestione territoriale troviamo invece queste caratteristiche:

  • un’alta incidenza di tamponi fatta anche sugli asintomatici sulla popolazione in generale
  • una maggiore crescita dei posti letto in terapia intensiva
  • un minore riscorso all’ospedalizzazione dei positivi
  • un maggiore ricorso alle terapie intensive rispetto a chi è ricoverato in ospedale: ad aprile il Veneto era la Regione con la percentuale di pazienti ricoverati e in terapia intensiva più alta superiore rispetto a tutte le altre Regioni, che invece si assestavano tra il 10 e il 15%
  • il rapporto tra pazienti trattati in ospedale e pazienti curati a domicilio è molto inferiore rispetto alla gestione ospedaliera

Nella gestione combinata ospedale-territorio troviamo situazioni diverse a seconda delle Regioni, ma le vere differenze si comprendono analizzando i due modelli estremi (prevalentemente territoriale e prevalentemente ospedaliero).

Regione

Modello di gestione

Tamponi/popolazione

Nuovi casi ogni 100.000 ab.

Il rapporto tra nuovi casi positivi e numero di nuove persone testate*

Tamponi ogni 1000 abitanti

Diminuzione dei ricoveri

Tasso di copertura delle USCA ogni 50.000 abitanti (al 5 maggio 2020)

Basilicata

Ospedaliera

2,67%

5,33

0,01

8,15

-10

36%

Liguria

Ospedaliera

2,33%

45,34

0,11

7,68

-148

52%

Lombardia

Ospedaliera

2,54%

42,31

0,11

7,34

-1225

20%

Umbria

Ospedaliera

3,15%

2,38

0,00

6,94

-30

74%

Italia

 

2,51%

19

0,05

6,62

-3889

31%

Tabella 1. Regioni con modello di gestione ospedaliera: sintesi di alcuni indicatori secondo il 6° Report ALTEMS (dati relativi alla settimana, aggiornati all’8 maggio 2020)

* Umbria, Molise e Calabria questo indicatore assume il valore di 0,00 perché l’entità del numeratore appare trascurabile rispetto a quella del denominatore (il numero delle nuove persone sottoposte al test è molto più grande del numero dei nuovi casi positivi

Regione

Modello di gestione

Tamponi/popolazione

Nuovi casi ogni 100.000 ab.

Il rapporto tra nuovi casi positivi e numero di nuove persone testate*

Tamponi ogni 1000 abitanti

Diminuzione dei ricoveri

Tasso di copertura delle USCA ogni 50.000 abitanti (al 5 maggio 2020)

Veneto

Territoriale

4,64%

14,15

0,02

12,79

-163

49%

Abruzzo

Territoriale

2,35%

9,61

0,03

5,44

-33

69%

Molise

Territoriale

2,37%

1,31

0,00

5,73

-9

ND

Puglia

Territoriale

1,67%

4,72

0,02

2,64

-76

ND

Sardegna

Territoriale

1,56%

2,01

0,01

4,12

-11

3%

Trentino Alto Adige

Territoriale

4,26%

26,11

0,04

14,14

-104

84%

Friuli-Venezia Giulia

Territoriale

4,13%

7,41

0,01

11,82

-25

49%

Italia

 

2,51%

19

0,05

6,62

-3889

31%

Tabella 2. Regioni con modello di gestione territoriale: sintesi di alcuni indicatori secondo il 6° Report ALTEMS (dati relativi alla settimana, aggiornati all’8 maggio 2020)

* Umbria, Molise e Calabria questo indicatore assume il valore di 0,00 perché l’entità del numeratore appare trascurabile rispetto a quella del denominatore (il numero delle nuove persone sottoposte al test è molto più grande del numero dei nuovi casi positivi

Regione

Modello di gestione

Tamponi/popolazione

Nuovi casi ogni 100.000 ab.

Il rapporto tra nuovi casi positivi e numero di nuove persone testate*

Tamponi ogni 1000 abitanti

Diminuzione dei ricoveri

Tasso di copertura delle USCA ogni 50.000 abitanti (al 5 maggio 2020)

Calabria

Territorio-ospedale

1,98%

1,13

0,00

3,47

-23

36%

Campania

Territorio-ospedale

0,84%

2,38

0,02

3,88

-144

4%

Emilia-Romagna

Territorio-ospedale

3,06%

31,00

0,07

7,53

-694

91%

Lazio

Ospedaliero inizialmente e poi e combinata ospedale-territorio

2,08%

7,60

0,02

4,87

-194

34%

Marche

Territorio-ospedale

2,89%

14,23

0,03

8,49

-295

56%

Piemonte

Territorio-ospedale

2,91%

53,35

0,10

8,44

-441

41%

Sicilia

Territorio-ospedale

1,64%

2,94

0,01

3,66

-69

11%

Toscana

Territorio-ospedale

3,17

10,72

0,03

6,34

-168

54%

Valle D’Aosta

Territorio-ospedale

5,05%

19,10

0,02

12,63

-27

119%

Italia

 

2,51%

19

0,05

6,62

-3889

31%

Tabella 3. Regioni con modello di gestione misto: sintesi di alcuni indicatori secondo il 6° Report ALTEMS (dati relativi alla settimana, aggiornati all’8 maggio 2020)

* Umbria, Molise e Calabria questo indicatore assume il valore di 0,00 perché l’entità del numeratore appare trascurabile rispetto a quella del denominatore (il numero delle nuove persone sottoposte al test è molto più grande del numero dei nuovi casi positivi

Nelle ultime settimane anche la Lombardia sta ricorrendo ai ricoveri con minore frequenza e, in generale il servizio USCA, dove attivo, sta dando buoni risultati. Le Unità Speciali di Continuità Assistenziale (USCA) sono state attivate con il Decreto Legge n.18 del 17 marzo 2020. Sono unità mobili di assistenza domiciliare per pazienti Covid rimasti a casa. E se ne prevedono una ogni 50.000. In Lombardia non è stato attivato subito e infatti ad oggi questo servizio non copre tutto il territorio: il tasso di copertura ogni 50.000 abitanti è del 20%, contro il 49% del Veneto e il 119% della Valle D’Aosta! Il decreto Rilancio ha previsto altri 61 milioni di euro a copertura di questo servizio per il 2020.

Va comunque ribadito che la presenza delle USCA non è un indicatore di assistenza territoriale: ogni Regione ne ha deliberato o meno l’attivazione con lo scopo di integrare, secondo le necessità, la capacità di gestione.

Paola Pedrini (Segretario Lombardia della FIMMG): “Non aver potuto gestire i pazienti sul territorio è stata una delle cause dei contagi in Lombardia”

Paola Pedrini

Paola Pedrini è medico di medicina generale e segretario della Federazione Italiana Medici di Medicina Generale (FIMMG) per la Lombardia. Lavora a Bergamo, uno dei punti più colpiti da questa pandemia. Ha quindi vissuto e vive in prima persona l’emergenza Covid-19 e ogni giorno sperimenta la debolezza della sanità territoriale che caratterizza questa Regione. “Il fatto di non aver potuto gestire il paziente sul territorio è stata una delle cause che hanno aumentato i contagi”, sentenzia senza tanti giri di parole. In un primo tempo le chiamate di emergenza erano state dirottate sul 118, ma visto che il sistema di emergenza degli ospedali è andato subito in sofferenza, sono stati gli stessi medici di medicina generale a consigliare di far chiamare prima loro. “Abbiamo stravolto la nostra attività dall’oggi al domani – continua il segretario regionale – non avevamo dispositivi di protezione individuale e nessuna strumentazione, ci siamo arrangiati con le chiamate telefoniche, cercando di monitorare i parametri nel modo migliore”. Ma a questo primo step di assistenza territoriale non sono seguite direttive specifiche su diagnosi e terapie: il fatto di non poter fare i tamponi ai famigliari dei sintomatici, e isolarli, è stato un altro grosso limite al loro lavoro. “Con l’ultima delibera regionale finalmente le cose sono cambiate – afferma la dottoressa Pedrini – perché adesso (a maggio, ndr) possiamo fare i tamponi al caso sospetto e ai suoi contatti stretti, e in questo modo dovremmo essere in grado di bloccare sul nascere eventuali focolai. Ma all’inizio dell’emergenza questo non era possibile e così sono state lasciate libere di circolare anche persone positive e asintomatiche”. Il problema adesso quindi non è tanto la possibilità di fare i tamponi, quella esiste, ma la reperibilità dei tamponi stessi, che non è così scontata. La Lombardia, fin dall’inizio di questa pandemia, ha sofferto una carenza di test molecolari che ancora oggi non riesce a risolvere. E l’avvio di test sierologici disponibili anche al privato (utili per identificare anticorpi del virus), annunciati dalla Regione Lombardia proprio in questi giorni, non farà che peggiorare la situazione: se i test saranno positivi occorrerà infatti fare obbligatoriamente un tampone per confermare o meno l’esito. Ma se già adesso i tamponi scarseggiano, con l’avvio dei test sierologici la situazione potrebbe precipitare. Le USCA hanno funzionato in diverse Regioni, ma in Lombardia sono state attivate troppo tardi, secondo Pedrini, e con personale insufficiente: “Le USCA hanno permesso di usare in modo utile i pochi dispositivi di protezione individuale che avevamo a disposizione – afferma il segretario – ma all’inizio il numero di operatori coinvolti è stato insufficiente rispetto alla richiesta”.

Oggi i medici di medicina generale hanno qualche strumento in più per monitorare i pazienti, soprattutto strumenti digitali: “Abbiamo attivato servizi di telemedicina e teleassistenza, ma anche qui ci stiamo attrezzando autonomamente. Il servizio di telemonitoraggio attivato dalla Regione non è facilmente utilizzabile, per cui ne stiamo creando uno noi tra medici di medicina generale”.

Sulla Telemedicina Pedrini, che ha 38 anni, si sente sicura ma sa anche che tra i medici con qualche anno in più di lei, questi sistemi tecnologici non sono toppo popolari: “È vero, incontriamo qualche resistenza tra i colleghi più anziani, dobbiamo lavorarci. Ma anche tra i pazienti ultrasessantenni non è facile trovare chi ha voglia di adottare questi sistemi per parlare con il proprio medico. Quello che suggerisco è di rivolgerci in prima linea ai 50-60enni che si trovano più a loro agio con questi sistemi. E che se imparano a usarli bene oggi, saranno in grado di farlo domani, quando diventeranno anziani”.

Sul continuo paragone tra Lombardia e Veneto nella gestione del Covid-19 la dottoressa Pedrini storce un po’ il naso, non tanto per campanilismo ma per una questione oggettiva: “Il Veneto non ha la popolazione della Lombardia, tanto per cominciare – sottolinea – e ha potuto fare un numero di tamponi notevole rispetto a noi. Sono due situazioni diverse e non mi sembra corretto dire se una gestione è stata meglio dell’altra basandoci solo sui numeri”.

Il tema che sta tenendo banco in queste settimane, rendere dipendenti pubblici i medici di medicina generale per rafforzare la medicina territoriale, per Pedrini non è nemmeno da affrontare: “Non è con la dipendenza di noi medici che si risolve il problema della sanità territoriale. Noi siamo autonomi, ma siamo molto controllati, più degli ospedali. Sa il Governo che spese dovrebbe accollarsi se diventassimo tutti, di colpo, dipendenti pubblici? Affitti dello studio, spese varie, dipendenti, stipendi. Noi abbiamo qualche incentivo ma è poca cosa, se diventassimo dipendenti rappresenteremmo una voce di spesa non indifferente. Ma in ogni caso credo che la nostra autonomia sia preziosa, definisce il nostro ruolo e deve essere salvaguardata”.

Il futuro dell’assistenza sanitaria passa dal territorio

Il cammino da intraprendere sembra definito. Ripartire dal territorio e dalla medicina di prossimità è vitale non solo per la gestione di una pandemia, ma per la gestione del paziente, sia esso cronico o acuto. Fornire ai medici di Medicina Generale gli strumenti giusti per operare in modo efficiente, dai dispositivi medici alle tecnologie, sarà determinante per il presente e il futuro dell’assistenza sanitaria italiana. A questo proposito, la digitalizzazione ha compiuto una rivoluzione: sempre secondo il rapporto ALTEMS, all’8 maggio erano presenti 108 soluzioni digitali di cui 38 per gestire pazienti Covid. Tra queste, il 34% sono app per il monitoraggio e la visita a distanza. La media settimanale di soluzioni avviate dal 1 marzo è incredibile: quasi 10 soluzioni di telemedicina lanciate a settimana nelle ultime 11 settimane.

La gestione regionale della sanità ha ancora un senso?

La vera riflessione che va fatta oggi è capire se la gestione regionale della sanità abbia ancora senso. Se prendiamo come riferimento ancora la Lombardia, la rete ospedaliera ha risposto in modo adeguato e la Regione ha saputo gestirla in modo opportuno. E così è successo praticamente in tutta Italia. Le Regioni invece non hanno sempre saputo gestire in modo adeguato il territorio, salvo poche eccezioni. Ripensare alla sanità, quindi, vuol dire ripensare alla medicina di prossimità, vero anello debole dell’assistenza sanitaria italiana. Sono spunti di riflessione, naturalmente. Ma il Paese, a tre mesi dall’inizio di questa pandemia, attende che si facciamo riflessioni simili e di più ampia portata, per evitare di commettere gli stessi errori in un prossimo futuro e per rendere il nostro Servizio Sanitario Nazionale davvero universale, uguale ed equo per tutti.

Applicazione dell’accordo quadro nell’acquisto di farmaci biologici: obiettivi e criticità

Come noto, la Legge di Bilancio 2017 ha introdotto l’obbligo di ricorrere alla procedura di gara tramite accordo quadro per l’acquisto di farmaci biologici a brevetto scaduto per i quali siano presenti sul mercato 3 biosimilari, oltre all’originator.

Malgrado ciò, in Italia permane tuttora un clima di incertezza sulle modalità di una corretta competizione tra originator e biosimilari e, a distanza di qualche anno, sono emerse alcune esperienze significative e alcune evidenze che a volte hanno distolto, nella pratica attuativa, i principi ispiratori e le intenzioni del legislatore.

Il supplemento approfondisce gli obiettivi della norma sull’accordo quadro e rende conto di alcuni recenti sviluppi, raccogliendo le riflessioni a carattere multidisciplinare di Claudio Amoroso (Direttivo F.A.R.E.), Roberto Bonatti (Studio Legale Russo Valentini, Bologna) e Federico Spandonaro, (Professore aggregato Università di Roma Tor Vergata, Presidente C.R.E.A. Sanità).

Mascherine a prezzi fissi: una doccia fredda per le imprese e per il sistema sanitario nazionale

A pochi giorni dall’avvio della fase due, quando la domanda di mascherine per forza di cose aumenterà con l’allentamento delle misure di sicurezza previste dall’ultimo dpcm del 26 aprile 2020, il Primo Ministro Giuseppe Conte e il Commissario per l’emergenza di Covid-19, Domenico Arcuri, hanno annunciato che le mascherine chirurgiche devono essere vendute a prezzi non superiori a 50 centesimi. Con la promessa di eliminare l’iva da questi articoli per tutto il 2020 (per il momento è solo una promessa).

E Arcuri rincara la dose di entusiasmo: cinque aziende sono state selezionate da lui stesso per arrivare a produrre in tempi brevi 660 milioni di mascherine al mese a 0,39 centesimi l’una.

Un sollievo per la popolazione, una doccia fredda, per non dire gelata, per le decine di aziende italiane che da due mesi a questa parte hanno deciso di riconvertire la produzione, a proprie spese, per realizzare mascherine.

La decisione imposta dal Governo ha come scopo quello di bloccare, a suo dire, un’eccessiva speculazione sui prezzi di questi dispositivi medici. Ma non tiene conto, a ben vedere le reazioni di diversi attori di questa filiera, delle aziende e del mercato in cui si sta operando.

La questione mascherine ha tenuto banco fin dallo scorso marzo per l’impossibilità concreta di reperirne in giuste quantità (difficoltà che permane ancora oggi per certi versi). Si sono spesi fiumi di parole per far capire che una produzione strategica come questa non può essere importata totalmente. Perché in tempi di crisi e di coronavirus i Paesi che normalmente ci vendono le mascherine possono decidere, per ragioni strategiche interne, di chiudere i rubinetti. Avere quindi una produzione interna di mascherine è fondamentale.

Si è quindi posta la questione di incentivare la produzione locale di mascherine per soddisfare il fabbisogno momentaneo, ma anche quello a lungo termine, perché di mascherine ne avremo bisogno in grandi quantità per molto tempo.

L’emergenza Covid-19 ha sottolineato l’importanza di poter contare su una produzione interna nazionale di alcuni beni essenziali

Con l’art. 15 del decreto “Cura Italia” dello scorso 17 marzo è stata autorizzata una produzione in deroga di questi dispositivi medici (mascherine chirurgiche e dispostivi di protezione individuale ffp2 e ffp3) che si possono produrre e commercializzare dietro presentazione di apposite certificazioni su tessuti e sistemi di produzione impiegati. Le autorizzazioni a produrre e commercializzare sono fornite dall’Istituto Superiore di Sanità per le mascherine chirurgiche e dall’INAIL per i dispositivi di protezione individuale.

Dal 17 marzo ad oggi, all’ISS e all’INAIL rispettivamente sono arrivate 1.389 e 3.012 richieste di autorizzazione a produrre e commercializzare dispositivi medici. Di tutte queste richieste, a fine aprile hanno passato la selezione 62 richieste per dispositivi di protezione individuale (richieste all’INAIL) e 25 richieste per mascherine chirurgiche (richieste all’ISS). All’ISS però ci sono altre 346 richieste che hanno ottenuto l’ok per la produzione, ma non per la commercializzazione e avranno l’eventuale approvazione nei prossimi giorni.

Che cosa significa tutto questo? Significa che ci sono 346 aziende che hanno già avviato la produzione (quindi hanno riconvertito, fatto i test per certificare le mascherine, investito ingenti risorse economiche) ma stanno aspettando di ricevere l’ok definitivo da ISS per poter commercializzare. Se anche arrivasse questa approvazione, per molte di loro adesso, con i prezzi fissi a 50 centesimi, le mascherine rimarrebbero nei magazzini, perché venderle a questo prezzo non copre nemmeno i costi di produzione.

La riconversione della produzione è attentamente certificata dall’ISS per le mascherine chirurgiche e dall’INAIL per i dispositivi di protezione individuale

Dall’altra parte le farmacie, che hanno già acquistato mascherine a prezzi superiori rispetto a quelli indicati dal Governo, sono bloccate. In questi giorni è arrivata la notizia di un accordo tra Arcuri e le associazioni del mondo dei farmacisti (FOFI, FederFarma) per assicurare a questi ultimi un rimborso del costo sostenuto per comprare i dispositivi medici: le farmacie quindi potranno vendere le mascherine a 50 centesimi e saranno rimborsate per la parte mancante dal Governo. Questo è negli accordi, ma ad oggi diverse farmacie hanno sospeso la vendita di mascherine per paura di andare in perdita.

Dal mondo del commercio si sono alzate diverse voci di dissenso. Cna Federmoda, che rappresenta molte delle aziende che hanno voluto riconvertire la produzione in mascherine, ha affermato in un comunicato: “L’imposizione del prezzo rappresenta un ulteriore schiaffo alle imprese italiane che hanno cercato di dare un contributo all’Italia mettendo a disposizione conoscenze e competenze e facendo lavorare persone che non gravano sulla spesa per gli ammortizzatori sociali. Il prezzo delle mascherine fissato a cinquanta centesimi non rispecchia i costi di produzione italiani. Evidentemente si pensa ad una massiccia importazione di prodotti dalla Cina o da altri Paesi dove diritti del lavoro, rispetto dell’ambiente, etica e responsabilità sociale sono considerati un disturbo allo sviluppo economico”.

Quello che il mondo delle aziende si aspetta adesso è che, come per le farmacie, il Governo copra il differenziale tra cinquanta centesimi di euro e il valore di una produzione made in Italy. Ma per il momento su questo aspetto non ci sono state rassicurazioni. Da Cna Federmoda propongono soluzioni alternative: “Siamo assolutamente consapevoli della necessità di andare incontro alle esigenze della popolazione. Vi sono diverse modalità per raggiungere questo risultato, oltre all’abbattimento dell’iva, si possono prevedere crediti d’imposta per il costo del personale e gli investimenti dedicati dalle imprese per realizzare le mascherine o di pensare alla detraibilità di tali spese da parte del contribuente”.

In tutto questo va ricordato come, sempre nel decreto del 26 aprile scorso, il Governo suggerisca alla popolazione di usare protezioni anche fatte in casa, con stoffe o altri tessuti che possano in qualche modo proteggere naso e bocca. Un’ulteriore colpo, da una parte, alle aziende che stanno investendo per produrre dispositivi medici efficienti e, dall’altra, alla scienza che continua a dirci che le mascherine chirurgiche hanno una capacità filtrante del 95% mentre le “fai da te” arrivano, a essere ottimisti, al 30%.

Abbiamo provato a sentire i vari attori di questo settore, dall’imprenditore che ha riconvertito, passando per i provveditori economici delle aziende sanitarie e i rappresentanti dell’industria italiana

Dal ristorante alle mascherine, una riconversione fatta in una notte

Davide Petrini

Davide Petrini è famoso a Varazze, in Liguria, per il suo ristorante “Il Pesce Pazzo” e per il progetto a cui ha lavorato per diversi anni per la produzione di conserve ittiche. Aveva già tutto per iniziare con le conserve: capannone, macchinari, requisiti tecnici e igienico sanitari. Ma la burocrazia prima e un coronavirus poi si sono messi di mezzo e hanno bloccato l’avvio.

Così Davide, nel giro di una notte, ha deciso di mettersi a lavoro per salvare il suo business, non lasciare a casa 16 dipendenti e provare ad aiutare il Paese. “Ho visto questi medici e infermieri mandati al fronte senza munizioni (le mascherine, ndr) e ho deciso che dovevo fare qualcosa”. Su internet (sì, su internet) Davide ha trovato diversi macchinari, realizzati in Cina, per la produzione di mascherine. In una notte, con l’aiuto della cugina madrelingua inglese, ha fatto diverse telefonate. Alle dieci della mattina successiva ha trovato il macchinario. È corso in banca per accendere il prestito e fare il bonifico.

Tra costo dei macchinari, spese di spedizione e spese doganali, Petrini ha sborsato 142.000 euro. “Ma l’aspetto che mi ha lasciato più sorpreso è stato dover pagare subito i dazi e l’iva. Io non voglio che mi si regali nulla, ma potevano almeno dilazionare i pagamenti o pretenderli un po’ più avanti”. Petrini infatti non crede nei finanziamenti a fondo perduto: “Sono un imprenditore, io i soldi li restituisco e così deve essere sempre. I finanziamenti a fondo perso attirano solo mafie e furbetti”. Una stoccata ai 50 milioni di euro a fondo perduto predisposti dal commissario Domenico Arcuri proprio per quelle aziende che avrebbero voluto riconvertirsi per produrre mascherine? “Io in questo momento sto pagando tutto di tasca propria e alla banca pago il 13,2% di interessi”. Nonostante questo, Petrini ha già comprato una seconda linea di produzione e insieme ad altre aziende ha creato il “Futura Network” per un obbiettivo prezioso: avviare entro i primi di giugno la produzione di 60 milioni di mascherine al mese. Questo grazie ad un’azienda che costruirà direttamente in Italia i macchinari per la produzione.

Petrini: “Con il prezzo fisso a 0,50€ la vendita delle mascherine di nostra produzione non è più sostenibile in Italia”

Ad oggi Petrini ha prodotto 500.000 mascherine. Ma da domenica scorsa ha dovuto interrompere la vendita in Italia, perché per lui non è più conveniente: “Stiamo vendendo all’estero e sta andando bene. Non avevo alternative. Mi hanno anche chiamato dalla Svizzera per chiedermi di spostare la produzione in quel paese e, devo essere sincero, sto seriamente valutando l’offerta”. Petrini qui in Italia avrebbe venduto le mascherine a 1,20 centesimi, iva inclusa. Un prezzo eccessivo per alcuni, giusto per chi come lui ha investito tutto di tasca propria, selezionando materie prime di qualità. “Noi vendiamo un prodotto efficace e di alto livello e non si può pretendere di applicare un prezzo così basso a un prodotto di qualità. È come voler applicare lo stesso prezzo a una Ferrari e a una Cinquecento”.

Per il momento il titolare del “Pesce Pazzo” rimane in Italia e il Network Futura, che da 20 imprese oggi, dopo la notizia dei prezzi fissi, ne conta solo 6, si impegnerà comunque a produrre mascherine sul suolo italiano. Ma le venderà all’estero finché rimarranno queste imposizioni di prezzo.

Torrisi (FARE): strategia del Governo incomprensibile

Salvatore Torrisi

Per Salvatore Torrisi, presidente FARE – Federazione della Associazione Regionali degli Economi e Provveditori della Sanità, non è chiaro l’approccio utilizzato dal Governo: “Non ho capito come si sono mossi e su che target si sono posizionati. Le mascherine a 50 centesimi saranno solo quelle destinate alle farmacie o anche agli ospedali? Perché in questo ultimo caso i costi per il Servizio Sanitario Nazionale sarebbero sproporzionati”.

Torrisi si chiede su quali basi saranno rimborsate le farmacie, come annunciato dal commissario Arcuri. Ma il punto per il presidente FARE è un altro: “Se vogliamo proteggere la filiera delle aziende italiane che producono mascherine non possiamo basarci sul prezzo. Se fisso la base d’asta a 50 centesimi e poi non aggiungo nessun’altra condizione, è normale che a vincere saranno i produttori esteri che producono con costi molto più bassi dei nostri. Se invece oltre al prezzo andiamo a valutare anche la qualità dei prodotti, la trasparenza e il costo del lavoro, allora i 50 centesimi a mascherina non ci sembreranno più così elevati”.

Torrisi: “Oltre al prezzo, bisogna valorizzare correttamente anche la qualità dei prodotti, la trasparenza e il costo del lavoro”

Fino a qualche tempo fa nelle gare per le produzioni strategiche si destinava un 30% alla produzione nazionale, poi questo meccanismo si è perso tra i meandri di un’Unione Europea sempre più insistente verso un mercato sempre più aperto e libero e oggi quella riserva del 30% non esiste più. “In ogni caso voglio augurarmi che questi prezzi fissi riguardino i dispositivi che si vendono in farmacia. Perché per piccoli volumi questo prezzo può anche andare bene, ma su grossi volumi come quelli richiesti dal Servizio Sanitario Nazionale è una follia. Sono due mercati diversi e mi auguro che il Governo ne tenga conto”.

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Confindustria Dispostivi Medici: dal Governo nessuna volontà di interloquire con noi

Massimiliano Boggetti

È un presidente amareggiato Massimiliano Boggetti, a capo di Confindustria Dispostivi Medici che fin dai primi giorni di questa pandemia ha cercato un dialogo con il Governo per avere qualche garanzia sulle aziende che i primi di marzo avevano già manifestato il loro interesse a riconvertire, ma che chiedevano una minima protezione della filiera. “Non abbiamo mai avuto occasione di interloquire con le istituzioni – afferma Boggetti – e leggere di notizie come queste ci lascia perplessi. Un prezzo imposto dal Governo è distante dal concetto di libera concorrenza. Le industrie si sono prodigate per aiutare il paese, ma vanno protette a emergenza finita per evitare che lo sforzo profuso sia vanificato”.

Per Boggetti la soluzione per, da una parte, evitare la speculazione sul prezzo delle mascherine e, dall’altra, proteggere la filiera italiana è tanto semplice quanto “antica”: la gara pubblica d’appalto. “Non c’era bisogno di inventarsi niente – aggiunge Boggetti – gli strumenti li abbiamo già. Noi abbiamo fatto presente ai vari ministri che la gara, se utilizzata bene, ponderando qualità e prezzo, è uno strumento potentissimo per calmierare i prezzi. Non solo, ma con l’“invecchiare” della tecnologia, i prezzi potrebbero ridursi ulteriormente. Non capisco perché si debbano inventare strategie nuove soprattutto in un momento di grande difficoltà”.

Boggetti: “La gara pubblica d’appalto, che consente di ponderare qualità e prezzi, è uno strumento potentissimo per calmierare i prezzi”

Se è vero che il Commissario Arcuri ha trovato diverse aziende disposte a produrre a un prezzo così basso “Non si capisce il perché – insiste il presidente di Confindustria Dispostivi Medici – siano stati fatti tutti questi accordi che non si sa neppure come siano stati eseguiti. Bastava fare una gara pubblica: gli imprenditori avrebbero fatto la loro offerta e il prezzo sarebbe stato trasparente e condiviso da parte di tutti”.

E conclude con rammarico: “Dispiace vedere una situazione del genere, perché credo che uno dei mandati fondamentali di oggi sia ricostruire un tessuto industriale che non esisteva, a causa di decisioni sbagliate prese negli anni precedenti. Adesso, invece che correggere questi sbagli, si stanno ulteriormente rafforzando. Dovremmo invece aprire una stagione nuova per il nostro Paese, una stagione di confronto, basata su concetti di scienza, di salute e di industria. E dobbiamo farlo tutti insieme”.

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Nei prossimi giorni le cose potrebbero cambiare e, come per le farmacie, il Commissario potrebbe provare ad andare incontro alle aziende prevedendo dei meccanismi di compensazione tra il prezzo obbligatorio e quello che avrebbero dovuto fare loro per sostenere la produzione. Ma è ancora presto per esprimersi. Se c’è una cosa che questa pandemia di Covid-19 ci sta insegnando è che ogni giorno le cose possono cambiare, le decisioni prese il giorno prima possono essere messe in discussione il giorno dopo. Persino le verità scientifiche sulle mascherine sembrano vacillare, affermando un giorno che sono indispensabili per poi rimettere tutto in discussione il giorno seguente. Un’ altalena di incertezze che può mettere a serio rischio il tessuto sociale ed economico del nostro paese.

Corruzione in sanità. Merloni (ANAC): “Timidi passi avanti, ma per una prevenzione efficace servono tecnologia e innovazione”

La buona amministrazione pubblica è conoscenza, è visione, è individuazione di scenari futuri, è interlocutore prezioso della politica del Paese. Una buona amministrazione pubblica è capace di arginare sprechi, corruzione, maladministration e può aiutare a far evolvere il Paese.

In Italia, purtroppo, siamo ancora lontani da questo scenario.

A scattare una lucida fotografia di come le amministrazioni pubbliche in ambito sanitario si stiano adoperando per arginare la corruzione è Francesco Merloni, presidente ANAC (Autorità Nazionale Anticorruzione) in carica da ottobre 2019 che Policy and Procurement in Healthcare ha voluto intervistare in concomitanza con la pubblicazione del servizio di approfondimento proprio sul tema della corruzione in sanità.

Merloni, Professore di Diritto Amministrativo presso l’Università di Perugia dal 1990 al 2015, è stato anche componente della commissione ministeriale che nel 2012 ha portato all’elaborazione della legge Severino.

È stato nominato Presidente ANAC ad interim dopo le dimissioni del suo predecessore, Raffaele Cantone. L’autorità Nazionale Anticorruzione è stata istituita con la legge 114/2014 e ha fuso la Civit (Commissione indipendente per la valutazione, la trasparenza e l’integrità delle amministrazioni pubbliche, istituita nel 2009 dalla legge Brunetta e riformata nel 2012 dalla legge Severino) con l’Avcp (Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture, istituita nel 1994 con la legge Merloni).

Fin dal suo esordio ANAC ha sempre avuto “a cuore” il settore sanitario, sia perché questo settore gestisce una quantità notevole di risorse pubbliche sia perché utilizza la formula del contratto per le forniture e gli acquisiti. L’Autorità ha un potere di vigilanza, offre indicazioni metodologiche generali alle aziende per prevenire la corruzione e gli sprechi e nell’ambito sanitario, fin dal 2015 ha lavorato per identificare i settori più a rischio, insieme al Ministero della Salute e ad AGENAS (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali ), organizzando tavoli di confronto con chi lavora nelle aziende sanitarie, dai direttori generali, ai direttori amministrativi fino ai clinici, in modo da identificare all’unisono i rischi e immaginare le misure da adottare per prevenirli.

Per il Presidente Merloni è aumentata la sensibilizzazione sulla corruzione, è aumentata la conoscenza, i tavoli di confronto stanno cominciando a dare i loro frutti e si sta lavorando per trovare indicatori oggettivi e affidabili per mappare e prevenire la corruzione. Ma tutto questo non basta e ancora oggi i fenomeni di corruzione in sanità, purtroppo, attraversano tutto il Paese.

Presidente Merloni, dalla Legge Severino a oggi, come è cambiata, se è cambiata, la situazione della corruzione in sanità nel nostro paese?

Registriamo senza dubbio una nuova cultura della prevenzione, perché dopo anni di lavoro sta finalmente entrando nella mente degli operatori che, invece di aspettare il danno (l’atto corruttivo, lo spreco di risorse), bisogna adottare criteri di prevenzione del rischio.

Oggi i piani anticorruzione delle singole aziende sono migliorati e i responsabili della prevenzione della corruzione sono più sensibili a questi temi. Non possiamo però dire che le cose siano radicalmente cambiate.

Senza un’adeguata formazione e un’adozione efficiente dei mezzi tecnologici e informatici che oggi si potrebbero avere a disposizione, nelle amministrazioni pubbliche si farà comunque sempre fatica ad arginare la corruzione nella sanità in Italia. Noi ci impegniamo costantemente nella diffusione della conoscenza, delle buone pratiche, delle raccomandazioni, ma non è sufficiente. Esiste, inoltre, un certo modo di lavorare che anziché semplificare i controlli e la gestione del rischio, li complica.

Perché le amministrazioni lavorano in questo modo?

Quando noi, ad esempio, chiediamo di vigilare una particolare procedura o di renderla più efficiente, come risposta dalle aziende ci ritroviamo più controlli. Le aziende rispondono aumentando i controlli, perché non sanno in che altro modo rispondere. Ma non è quello che abbiamo chiesto noi, non è questa la filosofia dell’ANAC.

Noi, al contrario, auspichiamo un sistema di continua consapevolezza di rischio, ma adottando misure coerenti con la struttura: non si possono immaginare continue moltiplicazioni dei controlli. È un atteggiamento difensivo delle amministrazioni, ma è un atteggiamento scorretto.

Come lo avete risolto?

Nell’ultimo Piano Nazionale Anticorruzione, approvato a fine 2019, abbiamo insistito sul metodo corretto per effettuare i controlli e sottolineato il fatto che devono essere introdotti come integrazioni di monitoraggi esistenti, non come aggiunta ulteriore. I controlli che si fanno normalmente vanno bene, vanno solo letti in un’ottica di anticorruzione e semmai resi effettivi ed efficaci, ma non serve aggiungerne di nuovi. Il problema, in ogni caso, non è solo questo riflesso burocratico (il moltiplicarsi dei controlli), ma anche l’oggettiva difficoltà in cui si trovano oggi le amministrazioni pubbliche.

Di quali difficoltà sta parlando?

Nelle strutture sanitarie pubbliche a volte manca personale amministrativo qualificato, c’è una cattiva gestione delle procedure informatiche, e l’informatica si usa poco anche a fini conoscitivi. Noto inoltre una scarsa capacità di riorganizzare l’amministrazione secondo le esigenze dell’azienda sanitaria. Mi spiego: si possono introdurre grandi tecnologie di cura e diagnosi, ma se la burocrazia non ha la capacità di adattarsi a queste tecnologie, le cose poi non funzionano. Questo si verifica perché negli anni non si è saputo investire adeguatamente nella qualità delle amministrazioni, abbiamo sempre pensato che l’amministrazione si sarebbe adeguata, ma in realtà occorre investire affinché questo avvenga.

Noi nel nostro lavoro abbiamo incontrato Asl pilota che lavorano molto bene e perseguono l’obbiettivo di migliorare la qualità dell’amministrazione. Ma la gran parte non ha raggiunto un livello di qualità sufficiente. Questa inefficienza apre la strada a nuovi casi di corruzione e di sprechi.

Purtroppo, questa consapevolezza sulla necessità di prevenire e arginare la corruzione, benché oggi sia più presente, non si è diffusa e radicata in modo capillare. E questo perché sono mancati gli investimenti necessari per permettere alle amministrazioni di innovarsi e di saper usare e interpretare le tecnologie a disposizione.

Vista l’oggettiva difficoltà della maggioranza delle amministrazioni sanitarie a lavorare in modo efficace soprattutto in ottica anticorruzione, forse ci vorrebbe un intervento più proattivo da parte vostra?

ANAC deve vigilare che le amministrazioni adottino determinate misure di prevenzione, ma non può sostituirsi a esse né giudicare se una misura in particolare va bene o è sbagliata. Noi valutiamo se l’azienda ha identificato i rischi esistenti, soppesato le misure da intraprendere e se poi le abbia effettivamente adottate. Lì ci fermiamo. Il ruolo dell’autorità è dare indicazioni.

Oltre a questo, abbiamo attivato diversi tavoli di confronto per segnalare le best practice e le aziende sanitarie che lavorano bene. Speriamo che con la fine del nostro mandato (l’attuale Consiglio termina il mandato a luglio 2020, ndr) questo tipo di vigilanza attiva si prolunghi nel tempo, adottando misure di confronto costante come queste.

Quali sono i risultati principali che avete ottenuto con questa vigilanza attiva?

Le amministrazioni hanno imparato a individuare il rischio. E noi come ANAC, insieme al Ministero della Salute e ad AGENAS, abbiamo fatto diverse cose sul piano conoscitivo: esaminiamo i piani anticorruzione e stiamo portando avanti progetti per produrre indicatori di corruzione oggettivi, in modo da individuare con maggiore efficacia i rischi di corruzione e di sprechi. Uno di questi progetti si chiama “Misurazione del rischio di corruzione a livello territoriale e promozione della trasparenza” – finanziato dal Programma Operativo Nazionale “Governance e Capacità Istituzionale 2014-2020” e punta a costruire e rendere disponibile un set di indicatori in grado di quantificare concretamente la possibilità che si verifichino eventi patologici in determinati contesti. In questo modo, peraltro, sarà possibile anche valutare il livello di efficacia delle misure anticorruzione attuate dalle varie amministrazioni. I parametri che saranno monitorati, che possono essere segnale di anomalia, sono diversi: dai prezzi dei servizi erogati al numero di proroghe dei contratti, dalla crescita dei valori degli appalti nel tempo al sistema e le modalità di accreditamento delle strutture private.

Ci siamo occupati anche di sprechi, ma come ANAC possiamo intervenire sempre e solo in via eccezionale, come abbiamo fatto, ad esempio, con l’indagine conoscitiva dei costi dei servizi di ristorazione nelle aziende sanitarie italiane, dove sono emerse oscillazioni e discrepanze assolutamente ingiustificabili, anche tra aziende dello stesso territorio.

Ma per monitorare e rendere efficace la lotta agli sprechi in sanità occorrerebbe attivare una sorta di osservatorio sui prezzi costante. Ci vorrebbero controlli più serrati.

Voi non ve ne potete occupare perché siete un’Autorità di vigilanza, chi potrebbe controllare come lavorano le Asl in modo efficace?

Io credo che realtà come AGENAS siano assolutamente competenti per analizzare i dati e le informazioni delle aziende e aiutare le strutture. Noi in questi anni con AGENAS abbiamo lavorato molto bene anche se ultimamente trovo che sia un po’ meno attiva rispetto ai primi tempi. Con la mappatura del rischio attraverso indicatori affidabili, realtà come AGENAS avrebbero degli strumenti importanti per aiutare le aziende a identificare i rischi prima che si verifichino. La mappatura si rivelerebbe importante anche per monitorare un settore delicato come quello privato, soprattutto i rapporti tra aziende pubbliche e aziende private.

Dal punto di vista deontologico c’è ancora molto da fare: spesso medici e dipendenti pubblici non sanno come comportarsi e non sanno se quello che stanno facendo può comportare un rischio. Come si può risolvere questo limite?

Per questo motivo come ANAC abbiamo realizzato le Linee Guida per l’adozione dei Codici di comportamento negli enti del Servizio Sanitario Nazionale e le Asl lo hanno adottato. Però non basta questo, occorre che ci sia una condivisione vera dei valori da parte di tutti.

Il codice deontologico non è un appello etico-moralistico, noi non facciamo la morale a nessuno, ma suggeriamo alle aziende di introdurre dei modelli di comportamento che abbiano una rilevanza giuridico-disciplinare, in modo da poter contestare condotte scorrette e nei casi più gravi adottare sanzioni efficaci. Non facciamo i gendarmi ma dobbiamo assicurarci che i codici di comportamento siano effettivamente condivisi. Le persone devono capirne non solo la necessità ma anche l’utilità. Molte aziende private stanno adottando codici di comportamento, ma in un’azienda pubblica questo strumento è assolutamente ineludibile.

C’è un ultimo capitolo che non tutte le aziende riescono a digerire e che può prestare il fianco a episodi di corruzione: gli obblighi di trasparenza.

Purtroppo, è così: le aziende pubbliche devono comunicare i loro dati, ma non tutte hanno voglia di farlo. Ci sono ancora molte resistenze.

Intendiamoci: se si sta svolgendo una gara per giudicare un appalto, questa fase non si pubblica, ma a gara conclusa va subito pubblicato tutto. Non c’è nulla da nascondere. La tracciabilità delle decisioni pubbliche e la trasparenza dei dati pubblici vanno rafforzate. Ma la questione potrebbe essere facile da risolvere: se si introducessero in tutte le aziende pubbliche procedure informatiche standard di acquisizione dei dati, non servirebbe trascrivere o pubblicare nulla, sarebbe tutto tracciabile e visibile immediatamente.

Il problema è che alcune strutture lavorano ancora con il cartaceo.

Vogliono lavorare con il cartaceo, me lo lasci dire. Perché continuando con il cartaceo hanno dei margini di opacità dietro cui si può nascondere di tutto. Molti usano il cartaceo perché non sanno usare strumenti informatici. Ma altri lo scelgono appositamente.

In conclusione, Presidente Merloni, forse ha poco senso lasciare tutto il controllo alle singole Asl per la gestione del rischio di corruzione?

Questi soggetti hanno un’autonomia che devono giustamente mantenere. Ma devono imparare a rispondere. E devono essere supportate da tecnologia e innovazione: se noi valutassimo quanto le nostre amministrazioni stanno indietro rispetto a Francia e Germania ci spiegheremmo perché abbiamo così tanti problemi e non riusciamo a tenere il passo con gli altri Paesi. Non siamo a quei livelli perché non abbiamo investito, abbiamo creduto che le amministrazioni sapessero adeguarsi da sole al cambiamento e all’innovazione e abbiamo sbagliato.

Anche lo stesso Ministero della Salute dovrebbe ripensare al proprio ruolo: oggi si limita a controllare la spesa sanitaria, mentre credo dovrebbe essere più presente per controllare la qualità delle pubbliche amministrazioni. Come ho già detto, in questa attività AGENAS, nelle singole Regioni, potrebbe essere preziosa.

E mi lasci dire una cosa, per concludere: la burocrazia è la degenerazione dell’amministrazione, ma l’amministrazione serve, ricordiamocelo bene. Un Paese non può prescindere da una buona amministrazione, intesa come conoscenza, visione, capacità di costruire scenari futuri, non come un insieme di burocrazia e controlli. Il bravo dirigente pubblico deve conoscere, e deve saper utilizzare le infrastrutture per disegnare scenari e per aiutare la politica a prendere decisioni.

Corruzione in sanità: leggi e segnalazioni aiutano, ma senza formazione e tecnologia la corruzione è difficile da arginare

La corruzione in sanità non è più un argomento tabù: i cittadini sono sempre più sensibilizzati (e sensibili) al tema, i dipendenti pubblici si impegnano per colmare lacune e per intensificare i controlli, le leggi aiutano, fioriscono reti territoriali che lavorano per arginare la corruzione nelle strutture sanitarie e autorità di vigilanza come ANAC (Autorità Nazionale Anticorruzione, istituita nel 2014) e associazioni nazionali come Transparency Italia fanno la differenza, diffondendo conoscenza, numeri, raccomandazioni e linee guida per arginare il fenomeno della corruzione nella sanità nel nostro paese. Tutto questo è bastato e basta per diminuire i casi di corruzione?

No. O meglio, qualcosa è migliorato, ma i casi di corruzione sono sempre all’ordine del giorno. Perché è difficile controllare, perché il monitoraggio in ultima istanza è affidato alla singola azienda sanitaria, perché alla pubblica amministrazione concetti come digitalizzazione, utilizzo dei big data e tecnologia sono quasi sconosciuti o sono poco implementati. E l’ingranaggio, di conseguenza, prima o poi si inceppa.

Dalle sperimentazioni cliniche ai rapporti tra medici e case farmaceutiche, dalla nomina dei comitati etici, all’accreditamento delle strutture private, sono tante, complesse e diversificate le situazioni in cui può sorgere un conflitto di interesse.

Nel rapporto di ANAC “La corruzione in Italia 2016-2019”, il settore più a rischio di corruzione nel nostro paese è quello legato ai lavori pubblici che rappresenta il 40% degli episodi corruttivi. La sanità rappresenta il 13% con casi che riguardano soprattutto forniture di farmaci, di apparecchiature mediche e strumenti medicali e servizi di pulizia.

Il settore più a rischio di corruzione in Italia è quello dei lavori pubblici

Dalla legge “Severino”, la n.190/2012, intitolata “Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella pubblica amministrazione”, ad oggi sono stati fatti passi avanti significativi nella percezione generale della corruzione, che non è più considerata un fenomeno di costume, ma è qualcosa da cui le persone, cittadini, medici e funzionari pubblici, stanno cominciando a prendere le distanze. E a denunciare in modo attivo. Con la legge n.179/2017, si sono introdotte infatti nuove tutele per i whistleblower, i soggetti che volontariamente segnalano un illecito, in particolare nel settore pubblico. ANAC, nei primi nove mesi del 2019, ne ha ricevute oltre 700, di cui l’11,2% circa si riferisce al settore sanitario. E a ricevere segnalazioni è anche Transparency Italia, emanazione di Transparency International, la più grande organizzazione a livello globale che si occupa di prevenire e contrastare la corruzione e che con il servizio Allerta Anticorruzione (ALAC) dal 2014 al 2018 ha raccolto 618 segnalazioni.

Nel 2018 le segnalazioni ad ALAC sono state 152 e di queste il 22% riguardava il settore sanitario. Tra le tipologie di illeciti segnalati a Transparency ce ne sono alcune ricorrenti: nomine irregolari, malagestione di reparti ospedalieri o strutture distaccate, irregolarità negli appalti, casi di “malasanità”, casi relativi ai “furbetti del cartellino” ma anche richieste economiche nei confronti dei pazienti per garantire dei favori da parte dei medici. Altre situazioni riportate sono sponsorizzazioni farmaceutiche irregolari, false invalidità, frodi economiche da parte di farmacie, abilitazione di medici senza requisiti, scambi di favori tra un ente sanitario e un’azienda privata, casi di ospedalizzazione irregolare di pazienti, favori elettorali in cambio di prestazioni mediche, acquisto di ambulanze a costi sproporzionati, gestione irregolare dell’intramoenia, attestazioni di false partecipazioni a corsi di aggiornamento.

La legge Severino ha introdotto l’obbligo in capo alle aziende pubbliche (quindi anche le Asl) di produrre il piano triennale di prevenzione della corruzione (PTPC), un documento di natura programmatica che ingloba tutte le misure di prevenzione obbligatorie per legge, coordinando gli interventi e che deve essere pubblicato sul sito dell’ente in amministrazione trasparente.

Ma non basta pubblicare il piano anticorruzione per dimostrare di essere al riparo da frodi e atti corruttivi.

Dal 2016, ANAC, Ministero della Salute e Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (AGENAS) lavorano strettamente per verificare l’attuazione delle misure di trasparenza e di prevenzione della corruzione da parte degli enti del Servizio Sanitario Nazionale in conformità al Piano Nazionale Anticorruzione (sezione sanità).

Nonostante tutti questi controlli, le leggi e le segnalazioni, perché c’è ancora così tanta corruzione?

Qual è la contropartita? Se nella prima Repubblica era il denaro l’obbiettivo principale, oggi la “tangente” si è in qualche modo dematerializzata e riguarda diverse fattispecie.

Nel rapporto ANAC si parla infatti di tangenti economiche dalla portata irrisoria (2-3.000 euro ma anche 50 o 100 euro).

La moneta di scambio più preziosa è il posto di lavoro: soprattutto al Sud l’assunzione di persone legate al soggetto corrotto è stata riscontrata nel 13% dei casi. Dopo il posto di lavoro ci sono le assegnazioni di prestazioni professionali, specialmente sotto forma di consulenze, spesso conferite a persone o realtà giuridiche riconducibili al corrotto o in ogni caso compiacenti. Oltre a ricorrenti benefit di diversa natura (benzina, pasti, pernottamenti) non mancano singolari ricompense di vario tipo (ristrutturazioni edilizie, riparazioni, servizi di pulizia, trasporto mobili, lavori di falegnameria, giardinaggio, tinteggiatura) comprese talvolta le prestazioni sessuali. Tutte contropartite che hanno un valore modesto, ma che indicano con quanta facilità sia svenduta la funzione pubblica ricoperta.

Ci sono comunque dei segnali postivi. Sempre secondo ANAC, nonostante queste oggettive difficoltà, l’Italia in questi ultimi anni ha ricevuto diversi riconoscimenti in tema di prevenzione della corruzione: Onu, Commissione europea, Ocse Consiglio d’Europa, Osce, solo per citare i principali.

La percezione della corruzione in sanità nelle varie strutture è molto articolata

Anche l’opinione pubblica è cambiata nei confronti della corruzione nel nostro paese.

L’indice di Percezione della Corruzione (CPI) di Transparency International misura la percezione della corruzione nel settore pubblico e nella politica basandosi sull’opinione di esperti e assegnando una valutazione che va da 0, per i Paesi ritenuti molto corrotti, a 100, per quelli “puliti”.

Dal 2012 ad oggi l’Italia ha continuato a scalare posizioni: nel 2019 il CPI vede l’Italia al 51° posto nel mondo su 180 Paesi, con un punteggio di 53 su 100.

La trasparenza pubblica è stata rafforzata dal “Decreto Trasparenza” approvato nel 2016 che ha permesso un accesso civico alle informazioni delle amministrazioni pubbliche. Inoltre, la diffusione fra le amministrazioni dell’istituto della vigilanza collaborativa, che consente di sottoporre la documentazione di gara al vaglio preventivo dell’ANAC, ha consentito lo svolgimento di grandi eventi e di bandire appalti di particolare entità senza le infiltrazioni mafiose e criminali che hanno costellato il passato recente.

In questa intervista abbiamo chiesto proprio ad ANAC, e nello specifico al suo presidente Francesco Merloni, quali siano stati i principali risultati di questi primi sei anni di attività nella lotta alla corruzione in sanità in Italia.

La percezione del rischio nelle strutture sanitarie

Secondo il Report “Curiamo la Corruzione” realizzato nel 2017 da Transparency Italia, Ispe sanità e Censis, la percezione della corruzione in sanità nelle varie strutture è molto articolata. Non ci sono stati aggiornamenti dal 2017 ad oggi, ma la fotografia scattata tre anni fa aiuta comunque a comprendere come si percepisce il fenomeno. Il 42,6% delle aziende sanitarie ha un indice alto (14,7%) o medio-alto (27,9%) di percezione del rischio. Il 64,7% dei responsabili per la prevenzione della corruzione intervistati ritiene che il rischio nella propria azienda sia moderato, solo il 5,9% lo giudica elevato. I settori ritenuti maggiormente a rischio dagli intervistati sono quello degli acquisti e delle forniture, le liste d’attesa e le assunzioni del personale.

Il 51,7% delle aziende sanitarie non si è adeguatamente dotata di strumenti anticorruzione, come previsto dalla legge n.190/2012. L’assenza di standardizzazione e le differenze nella classificazione dei rischi di corruzione nei PTPC rendono più complesse sia la valutazione dei Piani stessi, sia l’attività di analisi e confronto più precisi sui rischi di corruzione in sanità.

Per quanto riguarda le stime, qualsiasi calcolo economico risulta fuorviante perché non si può quantificare correttamente un fenomeno così pulviscolare, che può manifestarsi in modi diversi, tra soggetti diversi, in contesti diversi. Non esistono ad oggi parametri oggettivi per quantificare la corruzione. ANAC ha svolto diverse indagini conoscitive in questi anni che restituiscono una parte della misura del fenomeno, il quale però è talmente ampio da ricomprendere crimini che ancora non sono stati scoperti.

Famosa è stata l’indagine ANAC sui pasti negli ospedali, dove alcune realtà proponevano pasti giornalieri a 7 euro e altre, con lo stesso menù, segnavano costi pari a 17,77 euro. E anche il dossier sugli sprechi nel mercato dei dispositivi medici per il diabete realizzato nel 2017 metteva in luce oscillazioni di prezzo ingiustificabili: un ago penna per iniettarsi l’insulina, ad esempio, era pagato 1,5 centesimi dalla Liguria e 16,5 centesimi dal Lazio; per le lancette pungidito si andava dai 2 euro dell’Emilia-Romagna ai 28,86 euro della Provincia di Trento.

Il problema alla base di questi costi così diversi è la gestione dei capitolati. La mano destra non sa cosa fa la mano sinistra e tutti si muovono senza chiedersi cosa fanno realtà simili. Bisogna quindi lavorare sulla trasparenza nella gestione delle risorse perché in questo settore ogni giorno si trovano episodi di conflitto di interesse: preferire una fornitura di un dispositivo medico a un’altra può rappresentare un affare notevole.

Transparency Italia: c’è ancora molto da fare per regolare le lobby e il conflitto di interesse

Davide Del Monte

“Il Decreto Trasparenza con il Foia (Freedom of Information Act) nel 2016 ha fatto fare un grosso salto in avanti, perché i cittadini possono richiedere informazioni relative ad atti pubblici – spiega Davide Del Monte, direttore Esecutivo di Transparency Italia – e oltre a questo sono stati fatti passi avanti a livello legislativo. Ma per il resto le cose non vanno bene. Ogni giorno ci sono casi di corruzione, anche legate al Covid19. Lobby e conflitto di interessi sono due temi su cui bisogna lavorare molto”.

Sul conflitto di interessi Del Monte insiste particolarmente, proponendo un tavolo di discussione e di lavoro tra istituzioni e soggetti del settore sanitario per definire una volta per tutte regole chiare e intelligenti per gestire i rischi: “È normale che un medico faccia docenze, attività di ricerca e poi eserciti la funzione pubblica? – si chiede Del Monte – Probabilmente no. Ci vogliono regole e sanzioni adeguate. E occorre ampliare l’accesso alle informazioni e sviluppare la trasparenza proattiva, vale a dire la pubblicazione autonoma da parte delle pubbliche amministrazioni di tutte le informazioni interessanti. I dati vanno pubblicati perché sono pubblici, il dato è di chiunque paghi le tasse, non è dell’azienda sanitaria”.

Con questa trasparenza proattiva si potrebbe sapere, ad esempio, a quali congressi ha partecipato un medico e come è stato pagato. E queste informazioni non solo dovrebbero essere accessibili ma anche in formato aperto, in modo che si possano copiare e utilizzare per analisi e reportistiche. Adesso, per l’emergenza da Covid-19, l’accesso civico alle informazioni è sospeso fino al 15 maggio. Questo perché la maggior parte del personale lavora da casa e la documentazione è prodotta su carta e messa in archivio. I documenti possono arrivare entro 30 giorni.

In occasione della giornata nazionale contro la corruzione in sanità, lo scorso 6 aprile Transparency Italia ha lanciato il “Forum per l’integrità in sanità”, un’iniziativa patrocinata dall’Associazione Italiana per l’Integrità della Salute. I promotori del progetto mirano ad aumentare l’integrità, la responsabilità, l’etica e la trasparenza del sistema sanitario nazionale avviando e coordinando una stretta collaborazione con le aziende italiane che aderiscono all’iniziativa. E proprio il 21 aprile Transparency Italia ha pubblicato un’analisi dei piani anticorruzione e dei maggiori rischi di corruzione in sanità durante l’emergenza Covid-19.

AIIS: la rete territoriale per arginare la corruzione

Agnese Morelli

L’Associazione Italiana per l’Integrità della Salute (AIIS) è una nuova realtà (ha poco più di un anno) formata dai responsabili per la prevenzione della corruzione della sanità, professionisti sanitari e direttori che hanno deciso di collaborare e diventare interlocutori nei confronti delle istituzioni sui temi della corruzione in sanità. Agnese Morelli è presidente di questa associazione e lavora come responsabile internal auditing e responsabile per la prevenzione della corruzione presso l’Azienda provinciale per i servizi sanitari della Provincia Autonoma di Trento.

Morelli ha una visione “da dentro” e ogni giorno si confronta con clinici e dipendenti pubblici che le chiedono come potersi muovere per andare a un convegno, per partecipare a una gara o accreditare una struttura pubblica.

“Quando parliamo di corruzione – afferma- non dobbiamo solo pensare alla frode in senso lato. Corruzione significa anche maladministration (cattiva amministrazione da parte di un ente pubblico, ndr), dove rientra un po’ di tutto. È difficile individuare chi vuole commettere la frode, perché chi agisce con dolo di solito si prepara, sa quali meccanismi evitare e con il piano anticorruzione sa anche come si muove l’amministrazione”.

Come si mappa quindi un rischio? Si analizza l’ambiente in cui si trova ad agire l’azienda, se esiste criminalità organizzata, se sono state emesse sentenze per corruzione, o sentenze della Corte dei conti per utilizzo non appropriato del denaro pubblico. Internamente si analizza come è strutturata l’organizzazione, se ci sono separazioni delle funzioni, come funzionano le deleghe. Dopodiché si mappano i processi e si individua per ogni fase quali sono i rischi, che impatto possono avere e soprattutto la probabilità che l’evento possa verificarsi.

Si classificano questi rischi e per i rischi ritenuti “medio alti” si pensa a piani di contenimento: se esiste già una misura si valuta se è sufficiente, altrimenti si individuano piani ad hoc e presidi oltre a tutte quelle misure che ANAC ha richiesto alle aziende. Almeno questo è quello che succede nella Asl dove lavora Agnese Morelli, ma non tutte le strutture effettuano questo tipo di controlli.

C’è poi la partita delle strutture private: “Ci sono regioni dove le aziende private rappresentano una buona parte dell’offerta ospedaliera. Qui in Trentino il 90% delle aziende sono pubbliche e la parte restante si occupa di riabilitazione e poco altro. Ma in altre realtà la situazione è diversa. Utilizzare risorse pubbliche per pagare una struttura privata senza controllarla può portare a episodi di corruzione. Ci vuole sempre qualcuno che controlli che i servizi siano stati erogati in modo corretto”.

Sul piano della sensibilizzazione contro la corruzione anche Morelli nota un grande miglioramento, ma anche poca informazione: “Il clinico mi chiama per sapere se può fare certe cose, perché non sa esattamente come muoversi, ad esempio se deve partecipare a un convegno sponsorizzato da un’azienda farmaceutica. Noi facciamo molta formazione in questo senso, andiamo negli ospedali e facciamo incontri con il personale per spiegare cosa sia il conflitto di interesse. Chiunque può trovarsi in questa situazione e il codice di comportamento ti dice che ti devi astenere e informare il tuo responsabile che poi gestirà il conflitto: può decidere di rimuoverti dall’attività oppure può decidere di gestire il conflitto con misure compensative per controllare che non sfoci in un vantaggio personale”. Per il presidente di AIIS, al fine di arginare la corruzione andrebbe rivisto l’art. 53 della legge n.165 del 2001 (“Norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche”) che permette a qualsiasi dipendente pubblico di poter svolgere lavori giornalistici, recensire, partecipare a convegni o fare attività di ricerca senza nessuna autorizzazione: “Questo in campo sanitario è molto pericoloso, perché in questo modo i medici potrebbero partecipare a convegni o a ricerche sponsorizzate, creando un evidente conflitto di interesse per loro e un danno di immagine per l’azienda sanitaria”. Ma ogni Asl può dotarsi di un regolamento che disciplini queste situazioni, superando di fatto la legge n.165 del 2001.

 

Il capitolo della corruzione nella sanità italiana è lungo, articolato e complesso. Piccoli passi avanti sono stati fatti, ma senza un cambio di paradigma che passi per la tecnologia e la formazione, il nostro paese è destinato a rimanere indietro rispetto ad altre realtà europee. E in un momento di emergenza sanitaria epocale come questo, non ce lo possiamo permettere.

Comportamenti delle stazioni appaltanti durante l’emergenza sanitaria nello svolgimento delle procedure di gara e nella fase di esecuzione

L’art. 103 del Decreto Cura Italia e la sospensione delle procedure di gara

Il comma 1 dell’articolo del D.L. 18/2020 dispone la sospensione dal 23 febbraio al 15 aprile 2020, periodo successivamente protratto al 15 maggio 2020 dal D.L. 37/2020, “dei termini ordinatori o perentori, propedeutici, endoprocedimentali, finali ed esecutivi, pendenti alla data del 23 febbraio 2020 o iniziati successivamente a tale data” e stabilisce che l’Amministrazione adotti “ogni misura organizzativa idonea ad assicurare comunque la ragionevole durata e la celere conclusione dei procedimenti, con priorità per quelli da considerare urgenti, anche sulla base di motivate istanze degli interessati.

La sospensione di 52 giorni è valida anche per gli appalti pubblici?

Il primo problema che ci si è posti è stato verificare se tale norma fosse applicabile anche agli appalti pubblici. Tale dubbio è stato risolto dalla circolare del 23 marzo 2020 del Ministero delle Infrastrutture e Trasporti (MIT) che ha ricompreso la procedura di appalto o di concessione ai provvedimenti amministrativi, in quanto tali procedure rappresentano la sedes materiae tipica di applicabilità che culminano nell’adozione di un provvedimento di aggiudicazione. Quindi il Ministero ha precisato che tale previsione normativa si applica ai termini per la presentazione delle domande di partecipazione e/o delle offerte, per l’effettuazione di sopralluoghi, per il c.d. “soccorso istruttorio, nonché per quelli eventualmente stabiliti dalle Commissioni di gara relativamente alle loro attività. Quindi una volta concluso il periodo di sospensione di giorni 52 (dal 23 febbraio al 15 maggio), i termini sospesi cominciano nuovamente a decorrere”.

Altro problema posto è se la sospensione operi direttamente oppure occorra un atto dell’Amministrazione o del soggetto interessato. Anche questo dubbio viene superato dal MIT con il richiamo alla norma che ne contempla l’esclusione soltanto in casi espressamente previsti. Il Ministero, inoltre, ha precisato che, poiché la sospensione opera nei confronti della stazione appaltante, quest’ultima può porre validamente in essere l’attività di propria pertinenza entro il termine originario o in un termine inferiore rispetto a quello che risulta dalla sospensione. Questa precisazione trova conferma nella norma che prevede che “Le pubbliche amministrazioni adottano ogni misura organizzativa idonea ad assicurare comunque la ragionevole durata e la celere conclusione dei procedimenti con priorità per quelli da considerare urgenti, anche sulla base di motivate istanze degli interessati”. Quindi il Ministero ha invitato le stazioni appaltanti a porre in essere, durante il periodo di sospensione, tutte le iniziative di carattere organizzativo e amministrativo per pervenire, una volta cessato tale periodo, ad una rapida conclusione delle procedure in atto.

Una diversa interpretazione sulla automaticità della sospensione si può desumere dalla delibera della Giunta Provinciale di Bolzano n. 236 del 7 aprile 2020 e dalla nota tecnica ANCI dell’8 aprile 2020 che, seppur rivolta agli enti locali, non considera la sospensione “ope legis” , ma valuta l’opportunità che gli stessi enti possano effettuare una ricognizione delle procedure di gara avviate o da indire, caso per caso, sulla necessità di una loro sospensione e/o riprogrammazione cui, del caso, dovranno seguire i successivi atti conseguenti, con le adeguate forme di pubblicità.

La delibera ANAC n. 312 del 9 aprile 2020

L’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC), sulla base dell’articolo 213, comma 2, del Codice dei Contratti, nonché per aderire a richieste di chiarimenti pervenute da operatori del settore, ha ritenuto opportuno fornire alcune indicazioni al fine di garantire, durante l’emergenza sanitaria, l’adozione di comportamenti omogenei e uniformi da parte delle stazioni appaltanti nello svolgimento delle procedure di gara e nella relativa fase di esecuzione. L’Autorità, dopo aver premesso che le stazioni appaltanti devono adottare idonee misure finalizzate a garantire la massima partecipazione alle procedure di affidamento dei contratti pubblici, suggerisce l’adozione di comportamenti da assumere in relazione allo stato delle procedure di gara e sulla fase di esecuzione del contratto.

L’ANAC è intervenuta per garantire l’adozione di comportamenti uniformi delle stazioni appaltanti nelle procedure di gara e nella fase di esecuzione

La prima fattispecie riguarda le procedure di gara per le quali non si è ancora addivenuti alla pubblicazione del bando di gara, dell’avviso o dell’invito a presentare offerte. In tal caso le stazioni appaltanti valutano la necessità o l’opportunità di differire l’avvio delle procedure di gara già programmate tenendo conto dell’urgenza di approvvigionamento, della necessità di prevedere il sopralluogo o la consultazione sul posto di atti o documenti, dell’esigenza di garantire, in ogni caso, la massima partecipazione alla procedura.

La seconda fattispecie afferisce alle procedure di selezione in corso di svolgimento. In questo caso viene proposta tutta una casistica molto specifica e dettagliata che, quindi, potrà risultare utile sia per gli operatori economici che per le stazioni appaltanti. Di seguito se ne sintetizza il contenuto, con le informazioni che devono essere rese pubbliche mediante avviso a tutte le gare:

  • la sospensione di 52 giorni si applica a tutti i termini stabiliti dalle singole disposizioni della lex specialis e, in particolare, alla presentazione delle domande di partecipazione e/o delle offerte, all’effettuazione di sopralluoghi, al soccorso istruttorio e alla verifica dell’anomalia e/o congruità dell’offerta;
  • la nuova scadenza dei termini già assegnati dopo la sospensione, con decorrenza del periodo residuo;
  • la stazione appaltante adotterà ogni misura organizzativa idonea ad assicurare la celere conclusione della procedura, compatibilmente con la situazione di emergenza in atto, possibilmente rispettando anche durante la sospensione gli adempimenti di propria pertinenza;
  • nelle procedure ristrette o negoziate, nelle quali sono noti i partecipanti, le stazioni appaltanti possono determinarsi per la disapplicazione della sospensione di alcuni termini di gara previsti a favore dei concorrenti. In tali casi le stazioni appaltanti possono acquisire preventivamente la dichiarazione dei concorrenti in merito alla volontà di avvalersi o meno di tale sospensione.

Inoltre, la delibera dell’Autorità prevede che le stazioni appaltanti valutino:

  • di concedere proroghe e/o differimenti ulteriori rispetto a quelli previsti dal decreto-legge Cura Italia, anche su richiesta degli operatori economici, laddove l’impossibilità di rispettare i termini sia dovuta all’emergenza sanitaria;
  • la possibilità di svolgere le procedure di gara con modalità telematiche anche se non previste nel bando di gara, dandone adeguata comunicazione ai concorrenti;
  • la possibilità di svolgere le sedute pubbliche a distanza, ad esempio, in video-conferenza, per le procedure di gara svolte con modalità non telematiche;
  • la possibilità di rinunciare al sopralluogo obbligatorio previsto in gara nei casi in cui lo stesso non sia strettamente necessario per la formulazione dell’offerta mentre nel caso sia ritenuto essenziale, la possibilità di una proroga, caso per caso, dei termini di presentazione delle offerte al fine di consentire l’effettuazione del sopralluogo in data successiva al 15 maggio 2020;
  • la possibilità di prevedere lo svolgimento delle sedute riservate della commissione giudicatrice in streaming o con collegamenti da remoto, anche laddove tale modalità non sia prevista nel bando di gara, assicurando comunque la verbalizzazione delle operazioni svolte;
  • la possibilità di rendere compatibili gli obblighi degli adempimenti richiesti in gara con le misure restrittive messe in atto per l’emergenza, per esempio permettendo il pagamento dell’imposta di bollo con modalità telematiche.

L’Autorità si sofferma poi sulla fase di esecuzione del contratto, evidenziando che il rispetto delle misure di contenimento del contagio previste dalla sostanziosa normativa emergenziale va sempre valutato, anche relativamente ai contratti di fornitura di beni e servizi, ai fini dell’esclusione della responsabilità del debitore, per forza maggiore (artt. 1218 e 1223 C.C.), anche relativamente all’applicazione di eventuali decadenze o penali connessi a ritardati o omessi adempimenti.

Opzioni e margini di manovra in situazione di emergenza: gli orientamenti della Commissione Europea (2020/C 108 I/01)

Nel documento la Commissione europea inizia con un richiamo alla crisi sanitaria causata dal Covid-19 e dalla necessità di mettere gli Stati membri dell’Unione nella condizione di potersi approvvigionare di dispositivi di protezione individuale, di ventilatori polmonari, di altre forniture mediche, nonché di infrastrutture ospedaliere ed informatiche. Per fronteggiare tale situazione emergenziale fornisce opzioni e margini di manovra possibili in materia di appalti pubblici, ribadendo che tali orientamenti, comunque, non modificano il quadro giuridico. È evidente che in tale situazione le procedure ordinarie, tese a salvaguardare la più ampia partecipazione delle imprese, mal si conciliano con le imprescindibili esigenze di celerità che l’urgenza richiede.

Quindi la Commissione fa una ricognizione degli strumenti che la Direttiva 24/2014/EU mette a disposizione delle Amministrazioni per gli appalti pubblici. Partendo dalle procedure ordinarie (aperta e ristretta) mette in evidenza i termini ridotti che possono essere stabiliti in caso di urgenza, ma non ci soffermerà su tali termini in quanto essi sono stati già pienamente accolti nel recepimento del Codice di contratti, non avendo quindi apportato ulteriori possibilità di riduzione di tali termini.

A fronte di eventi imprevedibili e, sicuramente la pandemia da Covid-19 rientra pienamente in tali ipotesi, stante la drammaticità in cui le strutture sanitarie si trovano a dover operare, la Commissione ritiene possibile consentire il ricorso alla procedura negoziata senza bando con l’aggiudicazione diretta ad un operatore economico preselezionato, a condizione che quest’ultimo sia l’unico in grado di consegnare le forniture necessarie nel rispetto dei vincoli tecnici e temporali imposti dall’estrema urgenza. Si tratta di una deroga al principio fondamentale della trasparenza sancito dal trattato, per cui il ricorso a tale procedura deve essere eccezionale come ribadito dalla Corte di giustizia europea, nonché dalla Giurisprudenza nazionale.

Anche la Commissione UE consente la procedura negoziata senza bando ma solo in casi eccezionali di estrema urgenza

Come ultima opzione la Commissione richiama l’attenzione degli acquirenti pubblici sulla evenienza di prendere in considerazione la ricerca di soluzioni alternative e di interagire con il mercato, prevedendo la possibilità di:

  • contattare i potenziali contraenti, nell’UE e al di fuori dell’UE, telefonicamente, via e-mail o di persona;
  • incaricare agenti che abbiano contatti migliori sui mercati;
  • inviare rappresentanti direttamente nei Paesi che dispongono delle necessarie scorte e possono provvedere a una consegna immediata;
  • contattare potenziali fornitori per concordare un incremento della produzione oppure l’avvio o il rinnovo della produzione.

A differenza degli orientamenti della Commissione europea, il legislatore italiano nel decreto Cura Italia, ha sdoganato, fino al 31 dicembre 2020, il ricorso a procedure negoziate senza pubblicazione di un bando limitatamente ad alcuni casi tipizzati, quali appalti aventi ad oggetto campagne di promozione e comunicazione per favorire le imprese italiane all’estero (art. 72), nonché per gli acquisti di beni e servizi informatici per favorire il c.d. “smart working” e servizi in rete per cittadini e imprese (art. 75).

Occorre constatare che le stazioni appaltanti, a fronte di situazioni che hanno messo a rischio la vita delle persone, hanno dato corso ad acquisti, laddove ancora possibile, avvalendosi di termini brevissimi, anche ad horas, o ad acquisti diretti sulla base di quantitativi disponibili sul mercato italiano ed estero, dimostrando un’apertura totale verso lo stesso. Di tali iniziative ci si dovrà forse ricordare quando questa tempesta sarà passata e riconsiderare gli strumenti acquisitivi da porre a disposizione degli operatori sanitari che vanno differenziati rispetto a forniture, servizi e lavori di altra origine.