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Emofilia: cure più efficaci e sostenibili grazie alla terapia personalizzata

Convivere con l’emofilia A non è facile: si tratta di una patologia rara e cronica che richiede a chi ne è affetto di sottoporsi a infusioni frequenti di fattore coagulante. Questo processo ha un peso notevole per i pazienti e i loro famigliari, e impegna significative risorse economiche e umane del Servizio Sanitario Nazionale (SSN).

Negli ultimi anni, grazie allo sforzo in ambito terapeutico verso la medicina di precisione e terapie sempre più personalizzate, sono state introdotte cure più efficaci ed efficienti che migliorano gli outcome clinici, riuscendo anche a ridurre i costi, permettendo quindi al SSN una gestione del paziente emofiliaco ottimizzata e sostenibile.

Ma cosa significa esattamente, per il Servizio Sanitario Nazionale, poter contare su terapie personalizzate nella gestione dell’emofilia?

L’emofilia in Italia

L’emofilia A è una patologia emorragica ereditaria causata dall’assenza o dai bassi livelli del Fattore VIII che ha un ruolo fondamentale nella coagulazione del sangue. Esiste anche l’emofilia B, più rara, dovuta a un deficit del fattore della coagulazione IX. Secondo il Registro nazionale delle coagulopatie congenite emorragiche dell’Istituto superiore di sanità (Iss), nell’ultima rilevazione 2017 in Italia sono 4.179 i pazienti affetti da emofilia A e 898 quelli affetti da emofilia B. Per l’emofilia A il 44,3% delle persone colpite presentano la forma grave (1.850), il 13,7% la forma moderata (572) e il 42% quella lieve (1.757).

I soggetti con malattie emorragiche congenite, come gli emofiliaci, necessitano di un’assistenza globale e multispecialistica, assicurata in Italia dai Centri per l’Emofilia (CE) che costituiscono una rete assistenziale pubblica diffusa su tutto il territorio e che, per la maggior parte, aderiscono all’Associazione Italiana Centri Emofilia (AICE).

Chi è affetto da questa malattia è soggetto a emorragie che possono dar luogo a manifestazioni molto varie, da ecchimosi ed ematomi di dimensioni contenute a sanguinamenti articolari molto dolorosi e invalidanti, fino a emorragie importanti che possono mettere a rischio la vita del paziente.

Attualmente, il trattamento convenzionale dell’emofilia A si basa sulla somministrazione del farmaco (emoderivato o ricombinante) contenente il Fattore VIII a emivita breve. Questo comporta quindi una frequenza nelle somministrazioni di almeno tre infusioni a settimana.

A cavallo tra gli anni ’80 e ’90 si era parlato molto di emofilia a causa dello “scandalo sangue infetto”, quando molti pazienti furono infettati da Epatite e Hiv a causa delle infusioni di prodotti emoderivati non controllati.

Negli ultimi trent’anni si è passati dalla terapia on demand (“al bisogno”) alla profilassi, cioè a un trattamento di tipo continuativo che ha migliorato il livello di protezione dei pazienti e, conseguentemente, della loro qualità di vita. Tuttavia, la profilassi con prodotti standard è gravata dall’importante frequenza di infusioni e dalla limitata possibilità di personalizzazione del trattamento, ai fini del raggiungimento di risultati terapeutici efficaci.

Gestire l’emofilia è costoso: per i soggetti in profilassi con terapia standard i costi possono arrivare a 18.000 euro al mese a paziente, mentre per il trattamento a richiesta si arriva ai 4.300€ a persona al mese [Federfarma, 2017].

Ma cosa significa esattamente, per il Servizio Sanitario Nazionale, poter contare su terapie personalizzate nella gestione dell’emofilia?

Un altro aspetto da considerare, a causa della breve emivita dei prodotti standard, è l’elevata frequenza delle somministrazioni endovenose che rischia di compromettere la qualità di vita dei malati: spesso i pazienti sono costretti a sottoporsi con frequenza a giorni alterni alle infusioni e questo può portare ad una ridotta aderenza alla terapia.

Le nuove terapie

Negli ultimi anni, accanto alle terapie standard, grazie all’utilizzo di diverse tecnologie (tecnologia Fc, Pegilazione) sono stati introdotti i fattori sostitutivi ricombinanti a emivita prolungata. Tali fattori consentono di garantire una protezione costante, a fronte di una riduzione nel numero di infusioni.

Si tratta quindi di terapie innovative, ma sono sostenibili per le casse pubbliche? Garantire ai pazienti la migliore possibilità terapeutica è fondamentale, ma in un momento come questo in cui il Servizio Sanitario Nazionale vive di risorse limitate, occorre scegliere quindi terapie costo efficaci.

Il primo fattore VIII ricombinante a emivita prolungata per l’emofilia A è stato commercializzato nel 2016. La molecola si chiama efmoroctocog alfa, è una proteina di fusione tra il fattore VIII e la porzione Fc delle immunoglobuline IgG1 umane (rFVIIIFc) prodotta con la tecnologia del DNA ricombinante. La tecnologia Fc, che sfrutta un meccanismo fisiologico ben noto, è ampiamente impiegata da circa due decenni in farmacologia per allungare l’emivita di proteine a scopo terapeutico, ma è la prima volta che viene impiegata in emofilia. La molecola è stata approvata dall’European Medicines Agency (EMA) nel 2015 e dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) nel 2016. La molecola combina i vantaggi della tecnologia FVIII e Fc per estendere l’emivita, consentire la personalizzazione del trattamento e migliorando il controllo dei sanguinamenti, in particolare a livello articolare.

Secondo diverse pubblicazioni, un regime di profilassi che adottasse questo tipo di terapia, anziché quella standard, potrebbe quindi offrire outcome clinici migliori (a cominciare dai minori sanguinamenti rispetto alle terapie tradizionali) a fronte di costi inferiori per il Servizio Sanitario Nazionale.

La molecola in effetti è stata oggetto sia di studi di farmacoeconomia sia di Real World data, basati cioè sui dati reali dell’esperienza clinica, che hanno confrontato questa nuova molecola con terapie convenzionali a base di Fattore VIII ricombinante a emivita standard. Uno di questi studi è l’Health Technology Assessment (HTA) realizzato dall’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e pubblicato recentemente sui Quaderni dell’Italian Journal of Public Health [Calabrò, 2019].

L’HTA si sta rivelando, in effetti, fondamentale per i decisori e i manager della sanità pubblica perché aiuta a capire efficacia e sostenibilità di cure e terapie, e a definire di conseguenza una gestione ottimale in termini economici e clinici. Nello specifico, l’HTA esamina diverse informazioni di natura scientifica, economica, organizzativa, sociale, etica, fornendo analisi preziose sulle quali i decisori possono fondare e orientare le loro scelte.

L’Health Technology Assessment è uno strumento fondamentale per definire la gestione ottimale in termini clinici ed economici

L’HTA su efmoroctocog alfa, che è uno dei primi nell’ambito delle malattie rare, ha dimostrato infatti come il fattore FVIII Fc ricombinante a emivita prolungata risulti più efficace e meno costoso dei FVIII ad emivita standard. Inoltre, l’analisi di budget impact ha stimato i costi triennali (2019-2021) in due scenari, con e senza efmoroctocog alfa: l’introduzione graduale del Fattore VIII ricombinante a emivita prolungata nella pratica clinica è associata ad un risparmio per il Servizio Sanitario Nazionale di 9.712.611 in tre anni. Il risparmio medio per paziente (4.685€ annui) è maggiore quando il farmaco viene utilizzato in profilassi, e aumenta con l’utilizzo dello stesso [Calabrò, 2019].

L’emivita prolungata consente, inoltre, di somministrare il fattore ogni tre-cinque giorni (anziché a giorni alterni come per le terapie standard), consentendo di migliorare l’aderenza terapeutica, che con le terapie convenzionali si attesta al 75%, un po’ poco per una malattia cronica grave come l’emofilia A.

Altri studi hanno confermato non solo la sostenibilità del farmaco, ma anche la sua migliore efficacia per il paziente.

Si tratta di studi di Real World, basati sull’utilizzo di queste terapie nella pratica clinica effettiva, su pazienti reali. Oltre all’HTA, gli studi di Real World sono fondamentali per confermare nel mondo reale quello che si afferma in studi e pubblicazioni scientifiche.

Una delle condizioni che si è cercato di testare in questi studi è stata, ad esempio, la protezione delle articolazioni. Se non è adeguatamente trattata fin dai primi anni di vita, l’emofilia può causare artropatia cronica a causa dei sanguinamenti ricorrenti che interessano muscoli, ginocchia, caviglie e gomiti. E può portare anche a emartri ricorrenti in una stessa articolazione, provocando danni progressivi ai tessuti articolari, con esiti invalidanti che riducono la qualità di vita dei pazienti. Di fatto, la degenerazione progressiva delle articolazioni causata dai micro sanguinamenti si verifica più frequentemente quando la terapia sostitutiva con FVIII non è adeguatamente personalizzata, ad esempio per un paziente che svolge attività fisica, e necessita quindi di una maggiore protezione. Le molecole come efmoroctocog alfa hanno dimostrato di migliorare la salute articolare dei pazienti, diminuendo gli episodi di sanguinamento. I risultati dello studio ASPIRE [Oldenburg, 2019] riportano un miglioramento della salute articolare in pazienti di tutte le fasce di età in un periodo di osservazione fino a 4 anni dal passaggio alla terapia con rFVIII-Fc ad emivita prolungata.

In uno studio del 2017 realizzato in Canada e pubblicato su Haemophilia, la rivista ufficiale della Federazione Mondiale di Emofilia, si è stimato che, applicando questo tipo di terapia innovativa con il fattore VIII ricombinante nell’emofilia A, il sistema sanitario sanzionale possa risparmiare il 19% dei costi [Keepanasseril, 2017]

Anche in Italia sono disponibili alcuni studi di Real World condotti in centri di riferimento per l’emofilia

Ulteriori studi indipendenti Real World, realizzati in centri italiani di riferimento per l’emofilia, hanno confermato questi risultati nella pratica clinica. In particolare, nel Centro Emofilia di Padova con l’impiego di questa molecola, il numero di infusioni è diminuito del 30% e si sono ridotte anche le unità di fattore VIII utilizzate del 13,9% [Zanon, 2018].

In uno studio indipendente condotto nel Centro di emofilia di Parma lo switch dei pazienti in profilassi con il FVIII ad emivita standard al fattore ricombinante rFVIII-Fc ha migliorato notevolmente la gestione delle emorragie, ridotto in media il numero di infusioni del 40% e il consumo del fattore VIII del 13% [Tagliaferri, 2019].  Questi studi di Real World hanno confermato il ruolo del FVIII FC nella personalizzazione della terapia, riuscendo così ottimizzare il beneficio individuale, i profili di efficacia e i costi della profilassi.

Un’ulteriore analisi di costo-efficacia [Bullement, 2020], basata su una meta-analisi dei consumi nella real life e sui dati di protezione articolare, ha confermato che rFVIII Fc, rispetto a terapie standard, fornisce il miglior outcome a un costo inferiore: i costi stimati per la profilassi e la risoluzione dei sanguinamenti con la terapia standard si aggirano sui 6,1 milioni di euro, con la terapia innovativa si stimano pari a 4,8 milioni di euro.

È auspicabile utilizzare analisi di Real World per fornire ai decisori e ai manager delle strutture sanitarie dati oggettivi sull’efficacia e la sostenibilità delle cure. E strumenti come l’HTA saranno sempre più essenziali, soprattutto se sapranno coinvolgere tutti gli stakeholder, inclusi pazienti, familiari e le organizzazioni che assistono gli emofiliaci in Italia, oltre a clinici e decisori. Questi strumenti potrebbero aiutare ad individuare una governance ancora più strategica nella gestione dell’emofilia, basata sulla value based medicine, che tenga conto sia dell’efficacia nel mondo reale (effectiveness) sia dei costi diretti sostenuti e quelli evitati per raggiungere gli outcome clinici, anziché focalizzarsi solo sui prezzi unitari di acquisizione di queste terapie. In ultima analisi, le evidenze scientifiche come quelle fornite da studi Real World o HTA dovrebbero acquisire un peso maggiore nelle decisioni che guidano i processi di acquisto per ottenere maggiore efficienza e sostenibilità del SSN.

Bibliografia di riferimento

  • Bullement A, et al. Cost-Effectiveness Analysis of Recombinant Factor VIII Fc-Fusion Protein (rFVIIIFc) for the Treatment of Severe Hemophilia A in Italy Incorporating Real-World Dosing and Joint Health Data. Pharmacoecon Open. 2020;4(1):133‐142. .https://doi.org/10.1007/s41669-019-0158-8
  • Calabrò GE, et al. Valutazione di Health Technology Assessment (HTA) di efmoroctocog alfa (Elocta) per il trattamento dei pazienti affetti da emofilia A. Quaderni dell’Italian Journal fo Public Health, QIJPH – 2019 (8): 3. https://www.ijph.it/pdf/2019-v8-n3.pdf
  • Calabrò GE, et al. New opportunities in Haemophilia treatment: Efmoroctocog Alfa for patients with Haemophilia A. Epidemiology Biostatistics and Public Health 2019 (16); 4: e13247-1-e13247-4. https://ebph.it/article/view/13247/11800
  • Federfarma.it. Emofilia malattia complessa, richiede molte risorse al Ssn. 7 dicembre 2017. Disponibile online su https://www.federfarma.it/Edicola/Filodiretto/VediNotizia.aspx?id=16031
  • Keepanasseril A, et al. Switching to extended half-life products in Canada – preliminary data. Haemophilia. 2017;23(4):e365‐e367. https://doi.org/10.1111/hae.13245
  • Oldenburg J, et al. Improvements in joint health during long-term use of recombinant factor VIII Fc fusion protein prophylaxis in subjects with haemophilia A. P158. Poster presentato al 12° Annual Congress of the European Association for Haemophilia and Allied Disorders, Praga, 6-8 febbraio 2019. https://doi.org/10.1111/hae.13666
  • Tagliaferri A, et al. Optimising prophylaxis outcomes and costs in haemophilia patients switching to recombinant FVIII-Fc: a single-centre real-world experience. Blood Transfus. 2019;1‐11. https://doi.org/10.2450/2019.0220-19
  • Zanon E, et al. Cost-effectiveness of Efmoroctocog-alpha in the Treatment of Severe Haemophilia A Patients: A Single Centre Experience. Poster presentato al WFH (World Federation of Hemophilia) World Congress, Glasgow, 19 maggio 2018. https://aiceonline.org/wp-content/uploads/2019/02/Poster-Switch-a-Efmoroctocog.pdf

Nuovo Regolamento sui Dispositivi Medici: ancora un anno per prepararsi, ma molte aziende rischiano di non farcela

Incognite, criticità, nuovi adempimenti, nuovi requisiti, pochi organismi notificati: manca poco meno di un anno all’applicazione del nuovo Regolamento europeo sui Dispositivi Medici 2017/745, ma sul tavolo le questioni da affrontare sono ancora molte e non del tutto note. E, per alcuni piccoli produttori, i costi eccessivi per adeguarsi alla normativa comunitaria potrebbero decretarne l’uscita dal mercato e dal sistema.

Il Regolamento sui Dispositivi Medici, che ancora oggi definiamo “nuovo” ma che ha già tre anni, ha subìto in tutto questo periodo qualche correttivo e la sua applicazione definitiva, a causa del Covid-19, è stata prorogata di un anno: avrebbe dovuto essere operativo il 26 maggio 2020 ma, su iniziativa della Commissione Europea, la data di applicazione è stata spostata al 26 maggio 2021.

Un sospiro di sollievo per le diverse aziende di dispositivi medici, ma i 12 mesi in più sono un’occasione da non perdere e non sono molti per chi, a tre anni dall’approvazione del regolamento, non si è adeguato concretamente alla nuova normativa.

Le incognite e le criticità non sono poche: il Regolamento alza il livello di attenzione non solo sulla sicurezza dei dispositivi, ma anche sulla loro efficacia, mettendo in capo ai produttori importanti responsabilità di controllo sulla produzione e sulla commercializzazione del dispositivo.

Cosa cambierà in concreto rispetto alle norme precedenti?

Facciamo un breve ripasso: rispetto alle direttive che lo hanno preceduto (in particolare la 93/42/CEE) il Regolamento ha una portata contenutistica molto diversa, a cominciare dal numero degli articoli: ben 123, oltre a un numero considerevole di allegati.

Lo schema normativo rimane uguale, quindi il fabbricante deve sempre dimostrare di aver rispettato i requisiti essenziali e di disporre di un sistema che garantisca la sicurezza, coadiuvato dagli organismi notificati nelle classi di rischio più alte.

Le principali novità apportate dal Regolamento si possono far rientrare in due macroaree.

La prima fa riferimento alla progettazione e alla produzione dei dispositivi per le quali sono aumentati i requisiti essenziali di sicurezza (solo a titolo di esempio ora abbiamo anche il requisito dell’usabilità, che prima non esisteva) e per le quali si è posta molta più attenzione, rispetto al passato, sull’efficacia clinica: oggi occorre dimostrare che il dispositivo sia non solo sicuro ma anche efficace e per farlo si utilizza la valutazione clinica.

Oggi occorre dimostrare che il dispositivo sia non solo sicuro ma anche efficace

La seconda area attiene alla fase di commercializzazione: se prima l’attenzione era tutta concentrata sulla produzione e un po’ meno sulla commercializzazione del prodotto, da adesso sarà importante anche questa seconda parte che entra a pieno titolo nell’intero ciclo del sistema qualità del dispositivo medico. Questo comporta da parte del fabbricante la necessità di introdurre attività strutturate e a sistema per controllare la fase successiva all’immissione in commercio. Si tratta in particolare della sorveglianza post-commercializzazione che prevede il coinvolgimento di tutti gli attori della filiera: fino ad adesso il soggetto maggiormente impattato dal punto di vista legislativo era il fabbricante (perché il focus era prevalentemente sulla produzione), ma con le nuove regole che prevedono il monitoraggio della sorveglianza post-vendita e alzano i livelli di sicurezza, anche soggetti come gli importatori e i distributori saranno maggiormente coinvolti con compiti di tipo regolatorio. Da semplici soggetti commerciali, questi attori dovranno iniziare a dotarsi di una struttura regolatoria che si andrà a intersecare a sistema con quella del fabbricante.

L’art. 5 del Regolamento è poi dedicato agli ospedali e a tutte le strutture sanitarie che realizzano in proprio medical device (ad esempio protesi per l’anca): se prima di questo nuovo Regolamento gli ospedali non erano soggetti a nessuna disciplina, dal 2021 le cose cambieranno anche in questo settore. Anche se questi dispostivi non necessitano della marcatura CE perché sono realizzati e usati in ospedale (non sono immessi in commercio), per la loro produzione le strutture dovranno sottostare a tutte le regole cui sono sottoposti gli altri dispositivi medici commercializzabili: gli ospedali diventano quindi dei fabbricanti a tutti gli effetti senza la marcatura CE.

Occorre inoltre tenere presente che dal 2017 ad oggi sono stati introdotti dei correttivi al

Regolamento: il principale è quello che ha impattato sui software medicali, per i quali si prevedono grossi cambiamenti.

Maggiore sarà anche il coinvolgimento di importatori e distributori nella sorveglianza post-vendita

In forza delle definizioni della dir. 93/42/CEE i software che rientravano nella nozione di dispositivi medici erano (relativamente) pochi. Il Regolamento ha ampliato alcune nozioni tra cui quella di accessorio di dispositivo medico, aumentando di fatto il numero di software che diventeranno dispositivi medici.

Inoltre i software medicali realizzati secondo le regole di classificazione della direttiva CE sono per la maggior parte in Classe I (quindi senza bisogno del controllo dell’Organismo Notificato – ON), mentre con il Regolamento europeo questi software passeranno per buona parte nelle Classe IIA e IIB, per le quali è necessario il controllo da parte dell’ON.

Preso atto che gli organismi notificati ex reg. Ue 2017/745 non erano assolutamente in grado di valutare tutti questi software, è stata introdotta una deroga secondo la quale i software che sono in Classe I e che “scivoleranno” in Classe IIA, continueranno a stare nella Classe I fino a maggio del 2024.

Anche molti software che erogano servizi di telemedicina sono da considerarsi dispositivi medici, soprattutto se elaborano i dati inseriti (in pratica se il dato di output è diverso dal dato di input). Questo è un tema tutto da sviluppare e da controllare attentamente anche alla luce di questa pandemia che ha visto nascere centinaia di iniziative di telemedicina. Inoltre, questi sistemi non devono solo tenere conto dei profili relativi ai software medicali, ma devono anche assicurare la protezione a la sicurezza dei dati trasmessi secondo la nuova disciplina del GDPR.

Come si sono comportate le aziende in questi tre anni?

Silvia Stefanelli

“Alcune hanno lavorato per prepararsi al grande appuntamento – ha affermato l’avvocato Silvia Stefanelli, cassazionista specializzata in diritto sanitario, sanità digitale e dispositivi medici – Altre invece si sono concentrate sulla ricertificazione dei loro dispositivi secondo la dir. 93/42/CEE in modo da poter continuare a commercializzare i prodotti fino al 2024: secondo l’art. 120 del nuovo Regolamento, infatti, i dispostivi medici con certificato rilasciato da un Organismo Notificato in conformità alle precedenti direttive, possono essere immessi sul mercato fino alla scadenza del certificato o fino al 27 maggio 2024 (sono i cosiddetti dispositivi medici legacy)”.

Quindi molte aziende, in virtù di questa opportunità, hanno un po’ rallentato la corsa verso gli adempimenti del regolamento. “Però occorre fare attenzione – ribadisce l’avvocato – perché la commercializzazione fino al 2024 è consentita solo se su quel dispositivo non si effettua nessun “cambiamento significativo”.

E cosa significa cambiamento significativo? Per rispondere a questa domanda il Medical Device Coordination Group ha emanato a marzo 2020 il documento MDCG 2020-3 in cui spiega quando un cambiamento è da considerarsi significativo e per il quale quindi decade la possibilità di avvalersi della deroga.

Come ci ha spiegato in questa intervista l’avvocato Stefanelli, uno degli elementi su cui le aziende dovrebbero incominciare a lavorare adesso è la sorveglianza post-vendita: “Questa è una grande opportunità per le aziende per recuperare dati importanti sul loro dispositivo che potrebbero rivelarsi fondamentali per irrobustire la valutazione clinica sul prodotto. Gli Organismi Notificati stanno facendo le valutazioni in prospettiva del nuovo Regolamento, quindi l’efficacia e la valutazione clinica diventeranno fondamentali: ha senso perdere tempo o è meglio attivarsi fin da adesso e arrivare preparati? Con il nuovo regolamento sulla protezione dei dati (GDPR) è inoltre molto più facile adesso, rispetto al passato, recuperare e monitorare le informazioni in modo corretto”.

A proposito di Organismi Notificati, c’è da fare un appunto all’Unione Europea in cui, ancora oggi, gli organismi sono solo 14, di cui uno in Italia. Un numero esiguo rispetto alla mole di richieste che stanno ricevendo e al numero degli adempimenti e dei requisiti che sono chiamati a controllare.

Cruciale è il ruolo degli Organismi Notificati che però, al momento, sono ancora troppo pochi

Inoltre, anche gli Organismi Notificati dovranno investire in formazione. Così come le aziende, che tra le numerose novità del Regolamento dovranno anche introdurre la figura della Persona Responsabile. Che non è un responsabile di qualità, ma appartiene a quelle figure di garanzia introdotte in ambito comunitario, come il data protection officer, che ricoprono il ruolo di consigliere e di controllore interno.

Cosa dovranno fare quindi in concreto le aziende in questi 11 mesi?

Le attività su cui concentrarsi sono essenzialmente tre:

  1. valutare, in base al nuovo Regolamento, se il dispositivo cambia classe di rischio
  2. verificare il rispetto dei requisiti richiesti e di quelli nuovi
  3. assicurarsi che i dati a disposizione per effettuare la valutazione clinica del medical device siano sufficienti

“Nella maggior parte dei casi – sottolinea Stefanelli – la valutazione clinica è insufficiente perché fino ad oggi è stata fatta con un po’ di leggerezza. Adesso l’efficacia clinica è uno degli assi portanti per la produzione e commercializzazione dei dispositivi medici e molte aziende dovranno cercare di recuperare in questo senso”.

Ma i produttori dovranno fare attenzione anche all’utilizzatore finale dei loro prodotti (ospedali, pazienti): il nuovo Regolamento, infatti, dedica una parte importante alle informazioni d’uso dei dispositivi che oltre a essere complete e dettagliate, dovranno essere anche chiare, semplici e facilmente fruibili. “Le informazioni d’uso – conclude Stefanelli – sono la linea di demarcazione tra la responsabilità del fabbricante e quelle dell’utilizzatore perché se si utilizza un prodotto secondo le indicazioni d’uso e il prodotto crea un danno, il problema ricade sul fabbricante. Ma se si usa il dispositivo senza seguire le indicazioni, l’eventuale responsabilità di un danno ricade sull’utilizzatore”.

Il Regolamento sui Dispostivi Medici non è alla portata di tutte le aziende

Fernanda Gellona

Lo sanno bene in Confindustria Dispositivi Medici dove da tempo si sta lavorando per cercare di limitare l’impatto della nuova normativa che, specialmente sulle imprese più piccole, potrebbe essere devastante.

“Le aziende si stanno preparando e noi le stiamo aiutando per far capire i nuovi adempimenti, attraverso attività di formazione e informazione – afferma Fernanda Gellona, Direttore Generale Confindustria Dispositivi Medici – ma anche l’Unione Europea è indietro con gli adempimenti, basti pensare che la Banca Dati Eudamed, prevista dal Regolamento per inserire e mappare tutti i dispositivi medici nell’Unione Europea, ancora, di fatto, non è operativa”.

Ma i problemi del Regolamento non sono solo questi: “Non è una normativa alla portata di tutti – incalza il Direttore Generale – il nostro settore è fatto anche da piccole aziende che lavorano su produzioni di nicchia, sono strutture medio-piccole che potrebbero non riuscire a sostenere i costi dovuti all’implementazione del Regolamento e che rischiano di essere assorbite dalle grandi multinazionali: in questo modo perderemmo importanti realtà che sarebbero trasferite all’estero. Noi vorremmo invertire questa tendenza e attirare i grandi gruppi in Italia, ma da tempo non riusciamo anche a causa dei tagli alla sanità italiana che ormai sono noti a tutti”.

I produttori medio-piccoli rischiano di non riuscire a sostenere i costi e di essere assorbiti dalle multinazionali

I costi che dovranno sostenere le aziende per adeguarsi al nuovo Regolamento europeo non sono quantificabili ad oggi ma sono comunque molti, a cominciare dal fatto che occorrerà dotarsi di una struttura fissa che segua le attività di sorveglianza post-vendita e follow up. Occorre poi nominare una Persona Responsabile dell’area regolatoria e anche i servizi dell’Organismo Notificato hanno dei costi.

Ma sulla testa delle aziende dei medical device è sospesa un’altra spada di Damocle: il prelievo forzoso pari all’1% del fatturato delle aziende in discussione in questi giorni nella legge delega, che dovrebbe essere usato dal Ministero della Salute per verificare l’attuazione degli adempimenti comunitari da parte delle aziende.

“Oltre a questi costi – riprende Gellona – le aziende dovranno tenere conto del ‘sistema Italia’, in cui le gare sono centralizzate al costo più basso e i tempi di pagamento da parte delle pubbliche amministrazioni sono infiniti. Senza contare che anche le aziende dei dispositivi dovranno prima o poi versare la quota del payback (che funziona in modo simile a quello dei farmaci) ma i cui criteri di calcolo non sono ancora stati pubblicati: per cui le aziende in questi anni hanno accantonato la spesa prevista in vista del versamento che, prima o poi, si dovrà fare. Hanno già sostenuto dei costi, anche se nessuno ha ancora deciso in che misura e quando dovranno versare le quote previste. Stiamo lavorando con il Ministero della Salute per cercare di ripensare al payback e per accelerare i tempi dei pagamenti della pubblica amministrazione”.

Con tutte queste condizioni, l’introduzione del nuovo Regolamento sui dispositivi medici potrebbe far uscire dal mercato diverse aziende. Con il rischio di indebolire un settore che in questi mesi, più che mai, si è rivelato strategico per il Servizio Sanitario Nazionale.

La libertà prescrittiva tra quote di fornitura ed esigenze di razionalizzazione della spesa

 

L’accordo quadro per la fornitura di farmaci biologici e biotecnologici nasce principalmente dalla volontà del legislatore di mettere a disposizione più terapie per soddisfare al meglio le esigenze dei pazienti e al contempo di non rinunciare al perseguimento di obiettivi di effettivo risparmio e razionalizzazione della spesa farmaceutica.

L’iter legislativo ha avuto percorsi piuttosto travagliati, a partire dalle proposte del disegno di legge n. 1875 che escludeva in modo netto la sostituibilità dei biosimilari con quella dei farmaci biologici e biotecnologici appartenenti alla stessa classe. Il disegno di legge, anche a seguito della ferma opposizione dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM), con atto di segnalazione AS819 del 22 marzo 2011, non venne convertito in legge.

Analogo percorso si è verificato su quello che diventerà l’articolo 11 quater della legge finanziaria 2017 con un nuovo intervento dell’AGCM che, con l’atto di segnalazione AS1312, ha inciso tra l’altro proprio sulla necessità di motivazione da parte del medico prescrittore rispetto alle scelte di consumo. Quindi ne è scaturito un compromesso tra difesa dell’originatore e spinta verso i biosimilari. Con tutte le criticità che ne sono conseguite, comunque, la norma ha cercato di realizzare un equilibrio tra razionalizzazione della spesa e messa a disposizione di più terapie.

Certamente una delle limitazioni della norma è stata quella di aver stabilito che l’obbligo di utilizzo dell’accordo quadro da parte delle Stazioni appaltanti rileva soltanto in presenza di almeno tre biosimilari. Questo ha generato nelle Stazioni appaltanti una diversità applicativa: infatti, accanto a Regioni che utilizzano l’accordo quadro solo quando esso è obbligatorio, abbiamo Regioni che invece hanno applicato l’accordo quadro anche in presenza di meno di tre prodotti.

Introdotte da alcune SSAA, le quote hanno mostrato una forte criticità di applicazione

Altra limitazione, conseguente alla indeterminatezza della norma circa il modo con cui utilizzare la graduatoria che emerge dalla procedura per accordo quadro, è stata quella introdotta nei capitolati di gara da parte di diverse Stazioni appaltanti e ossia di stabilire che, in assenza di motivazione nell’acquisto di un determinato farmaco da parte del medico prescrittore, l’acquisto doveva essere effettuato nei confronti soltanto del primo farmaco classificatosi perché a minor prezzo.

Questa interpretazione ha generato alcune esperienze significative sul mercato e ha fatto emergere alcune evidenze che a volte hanno distolto, nella pratica attuativa, i principi ispiratori e le intenzioni del legislatore. Infatti in tale ottica, l’accordo quadro multifornitore sempre più si presenta come una gara secca, con un solo vincitore, vanificando uno dei due obiettivi della norma, e precisamente quello di assicurare l’ampia disponibilità delle terapie.

Per ricondurre l’utilizzo dell’accordo quadro nelle intenzioni poste dal legislatore, alcune Stazioni appaltanti hanno pensato di introdurre il concetto delle quote negli affidamenti delle forniture. Molto probabilmente l’introduzione delle quote ha incontrato l’interesse delle imprese farmaceutiche perché, comunque, permette alle stesse di rimanere presenti sul territorio regionale e di fare affidamento sull’effettiva vendita, seppur con quantitativi ridotti, piuttosto che rimanere fuori per l’intero periodo di fornitura. Ciò rappresenta un valore aggiunto, nella misura in cui si consente la programmazione del processo produttivo in relazione proprio ai quantitativi attesi di vendita in un dato periodo, e ciò è utile anche al lato della domanda, ossia della Pubblica Amministrazione, perché riduce sensibilmente il rischio di (temporanea) indisponibilità di un prodotto e quello di fuoriuscita (definitiva) di alcune imprese dal mercato, con la conseguente tendenza del prezzo a risalire, pur se lentamente.

Ma presto sono emerse le criticità di questa scelta, che si sono riscontrate maggiormente nella fase esecutiva, ma anche in quella gestionale per il rispetto delle percentuali prefissate.

A prescindere dalle criticità applicative, occorre constatare che l’aggiudicazione per quote si presta ad una obiezione di fondo. Infatti le quote di contratto da assegnare agli aggiudicatari sono attribuite dal bando preliminarmente alla formazione della graduatoria di gara e quindi indipendentemente dalle caratteristiche dei prodotti aggiudicati. Non si rinviene pertanto una relazione biunivoca tra specifiche esigenze cliniche e quantitativi di contratto assegnati ai vincitori. Si sostanzia quindi un “principio di indifferenza” in base al quale tutti i prodotti aggiudicati possono soddisfare tutte le esigenze che si manifesteranno. Il che fa mancare il presupposto logico per un’aggiudicazione plurima.

Tra l’altro, l’aggiudicazione per quote pone rilevanti problemi di ripartizione delle quote medesime, nei casi di una pluralità di amministrazioni o unità operative beneficiarie della fornitura, come nel caso degli acquisti effettuati dai soggetti aggregatori. Ed ancora la predeterminazione delle quote non consente di risolvere il problema di che cosa possa accadere quando uno dei due prodotti ha esaurito la quota ad esso assegnata, eppure il medico (e il paziente) abbiano necessità ugualmente di quel prodotto, che però andrebbe acquistato “extra-quota”. Oppure, infine, il medico prescrittore dovrebbe di volta in volta, prima di prescrivere il farmaco, accertarsi che altre prescrizioni (sue o di suoi colleghi) non abbiano già eccessivamente eroso la quota ad esso riservata, ed eventualmente modificare la propria decisione prescrittiva di conseguenza.

Pe tali motivazioni, molte Centrali di acquisto si stanno orientando verso l’abolizione delle quote nell’accordo quadro.

Secondo il TAR Lombardia, in riferimento alle gare per device, le quote limitano la libertà di scelta terapeutica

Sulla correttezza delle quote e sul loro rispetto ci si è chiesti se ciò fosse pienamente legittimo, ciò anche nella considerazione che oggi l’accesso agli atti da parte dei partecipanti alla fornitura è stato riconosciuto da parte del Consiglio di Stato con ordinanza n. 10 del 2 aprile 2020 anche nella fase esecutiva del contratto e quindi è prevedibile che si instaureranno contenziosi anche in tale fase. Per cui la Stazione appaltante, a fronte di una specifica richiesta degli aggiudicatari, dovrà comunicare a consuntivo se sono state rispettate le previsioni di gara sui quantitativi affidati alle diverse imprese partecipanti.

In assenza di indicazioni da parte del legislatore è la giurisprudenza che deve sopperire alle carenze normative, fornendo indicazioni in merito. E così è stato di recente, tramite la sentenza del TAR Lombardia n. 833 del 18 maggio 2020, seppur con riferimento a casi di gare per la fornitura di dispositivi medici.

La tesi centrale posta dal ricorrente al TAR milanese è che l’amministrazione non possa predeterminare rigide percentuali di acquisto per il primo e per il secondo aggiudicatario. Infatti, la lex specialis prevedeva per ogni lotto che, nel caso di due soli aggiudicatari, fossero definite quote fisse percentuali di fornitura, nel senso che al primo classificato era attribuito il 70% della fornitura relativa al lotto stesso, mentre al secondo classificato era riconosciuta la restante quota del 30%. Secondo il ricorrente un simile sistema viola i fondamentali principi di appropriatezza terapeutica e di libertà prescrittiva del medico poiché spetta esclusivamente al medico individuare il dispositivo più adatto al singolo paziente e alle sue esigenze terapeutiche. L’assunto del ricorrente, pertanto, è che, nell’ambito degli operatori risultati idonei, non è possibile ripartire le forniture fra gli stessi attraverso quote fisse e predeterminate, dovendosi invece fare riferimento soltanto alle richieste dei singoli dispositivi provenienti dai medici. In altri termini, l’esatta ripartizione del totale del fabbisogno messo a gara può avvenire solo ex post, ad opera delle indicazioni dei medici prescrittori, i quali avranno sempre e comunque a disposizione entrambi i prodotti aggiudicatari al momento della prescrizione, potendo liberamente scegliere tra essi.

I Giudici hanno accolto le censure del ricorrente evidenziando che “la procedura di gara finalizzata alla stipulazione di un accordo quadro dovrebbe essere tesa a pervenire ad una graduatoria di soggetti idonei alla fornitura dei prodotti – così da valorizzare i principi di concorrenza e di massima partecipazione – sicché ogni medico curante possa, nel rispetto della propria libertà di scelta terapeutica, individuare i prodotti maggiormente adatti offerti dai vari operatori”. Secondo il TAR, “un simile risultato non può però essere raggiunto laddove – come nel caso di specie – siano prefissate quote massime di fornitura, che finiscono di fatto per limitare e condizionare tale libertà di scelta”.

La procedura d’acquisto è servente rispetto al medico. Ma la sua libertà prescrittiva deve rispettare regole deontologiche e giuridiche

La sentenza risulta chiara e fondamentale perché viene affermato un principio di carattere generale sull’accordo quadro la cui procedura di gara è finalizzata a pervenire ad una graduatoria di soggetti idonei alla fornitura dei prodotti, lasciando al medico la scelta sul prodotto più adatto al singolo paziente.

La soluzione, dal punto di vista teorico, pare ineccepibile: la predeterminazione rigida di quote percentuali è l’antitesi della personalizzazione della terapia; finisce per applicare alla prescrizione un metodo puramente statistico, per il quale, su 100 pazienti, una quota di essi riceverà un prodotto e la restante l’altro prodotto, restando però del tutto indifferente se al paziente sia più indicato quello che gli viene somministrato o l’altro. La ripartizione in quote appare anche un meccanismo non del tutto logico: o i farmaci sono del tutto uguali (come accade per i farmaci di origine chimica) e allora si usa solo quello che costa meno; o i farmaci mantengono delle diversità (pur se minime e non sufficienti a pregiudicarne l’equivalenza, come nel caso dei biosimilari) ma allora è il medico che deve apprezzare tali differenze in relazione al singolo paziente in trattamento.

In definitiva, questa giurisprudenza ha il merito di aver messo a nudo le difficoltà giuridiche, oltreché operative, di una suddivisione in quote già nella lex specialis e di aver nuovamente spostato l’attenzione sull’importanza della scelta prescrittiva.

Certamente, è l’atto prescrittivo ad avere il ruolo centrale dell’intero sistema: la procedura d’acquisto è servente rispetto al medico, non il contrario. Tuttavia, va ricordato che ciò non significa in alcun modo affermare che la libertà prescrittiva del medico è totale, o senza regole. Al contrario, il medico deve rispettare alcune regole, deontologiche ma anche giuridiche in senso stretto, e in particolare ha il dovere di prescrivere il farmaco che, a parità di efficacia e sicurezza (e ciò accade sempre, in linea generale e salvo personalizzazioni sul singolo paziente, nel caso dei biosimilari), sia quello meno costoso per il servizio sanitario.

Affermare che è solo il medico a determinare le “quote” ex post non può condurre al paradosso per il quale il farmaco o il dispositivo medico più costoso sia anche quello maggiormente prescritto.

Telemedicina ai tempi del COVID-19: da strumento poco usato a soluzione fondamentale per la sanità pubblica

La telemedicina in Italia, prima della pandemia da Covid-19, faceva fatica ad affermarsi. Con l’arrivo del coronavirus, nel giro di tre mesi, abbiamo invece assistito a piccole rivoluzioni, con progetti importanti introdotti dalle singole Regioni. Ma non basta un pc e una connessione per parlare di telemedicina: ci sono protocolli da seguire, regole da rispettare, tariffari da implementare e diversi ostacoli da superare.
I motivi per cui la Telemedicina non è mai davvero decollata nel nostro Paese risiedono nella resistenza al cambiamento da parte dei medici o nell’effettiva difficoltà ad attivare questi sistemi di teleconsulto?

Ne parliamo con:

  • Francesco Gabbrielli
    Direttore Centro Nazionale per la Telemedicina e le Nuove Tecnologie Assistenziali, Istituto Superiore di Sanità (ISS)
  • Silvestro Scotti
    Segretario Generale Nazionale FIMMG e presidente dell’Ordine dei Medici di Napoli

Modera:

  • Angelica Giambelluca
    Giornalista professionista in ambito medico

Claudia Rocco (IQVIA): la gestione dei dati sanitari è ancora frammentata, ma il potenziale è immenso

Miglioramento della prevenzione, personalizzazione delle cure, ma anche sperimentazioni cliniche e studi epidemiologici nazionali. Queste sono solo alcune delle attività che si potrebbero fare se i dati sanitari nel nostro Paese fossero gestiti in modo efficiente, coerente e standardizzato in tutte le Regioni. Un orizzonte ancora lontano in Italia dove permangono forti limiti a una gestione ottimale dei dati sanitari (siamo tra gli ultimi posti in Europa per questo aspetto), limiti che la pandemia da Covid-19 ha portato drammaticamente allo scoperto.

Le motivazioni di questo scenario sono numerose e risiedono soprattutto nella mancata percezione dell’importanza del dato sanitario al di là del suo utilizzo per il controllo di gestione; nella mancata consapevolezza che il dato clinico, oltre quello amministrativo, può fare la differenza nell’assistenza sanitaria e nella gestione di tutto il Servizio Sanitario Nazionale. Lo sanno bene in IQVIA Italia, azienda leader globale nell’elaborazione e analisi dei dati e nello sviluppo di tecnologie in ambito sanitario che lavora attivamente con aziende farmaceutiche e strutture sanitarie proprio per aiutarle nell’ottimizzazione della gestione delle informazioni.

Claudia Rocco

Abbiamo provato, con l’aiuto di Claudia Rocco, Senior Director per il comparto ospedaliero di IQVIA Italia, a capire meglio la causa di queste limitazioni e quali potrebbero essere i modi per superarle.

Che cosa si cela dietro l’inefficienza italiana nella gestione dei dati sanitari?

I dati clinici e sanitari non sono quasi mai stati considerati strategici. Sono stati usati anzitutto per il controllo di gestione, e anche con ragione, perché aiutano a capire quanto denaro si è speso e per cosa. In seguito, si è iniziato a dare importanza ai dati anche da un punto di vista clinico, ma questa attenzione è arrivata tardi e in maniera disorganizzata, non c’è un coordinamento centrale per quanto riguarda gli standard dei dati, non c’è una strategia nella raccolta e nell’analisi. A questa complessità si sono aggiunti anche i limiti imposti dal GDPR per la privacy e così, per paura di sbagliare, in alcuni casi si è creato un blocco culturale. La materia effettivamente è complessa e nelle strutture mancano le professionalità, i data manager non sono ancora tra le figure più richieste in ambito sanitario.

In questo momento come sono gestiti i dati sanitari?

In modo molto frammentato e disomogeneo. Si assiste a casi di eccellenza come a situazioni paradossali, dove troviamo sistemi di raccolta dati diversi anche tra i reparti dello stesso ospedale. Le cartelle cliniche sono create con standard differenti e alcune non sono compatibili con i requisiti regolatori per poter fare ricerca clinica. Noi, che ci occupiamo anche di ricerca clinica, non possiamo lavorare con gli ospedali che non hanno sistemi informativi allineati con le normative regolatorie e le good clinical practice: i software che raccolgono i dati non arrivano a un livello di dettaglio e precisione utile per le ricerche cliniche e accettabile dagli enti regolatori. Sembrano mancare gli strumenti e una strategia comune.

Questa mancanza strategica nasce anche dal sotto finanziamento generale alla sanità?

Se la sanità, già in generale, non è finanziata adeguatamente, la digitalizzazione della sanità lo è ancora meno. Si stanno perdendo occasioni di salute, ma anche di controllo di gestione ottimale. Perché con i dati clinici si può capire anche l’efficacia della spesa: se riesco a collegare i dati di spesa e degli investimenti agli outcome clinici, riesco a capire se un certo investimento sta dando risultati. Oggi quasi nessuno analizza la spesa dell’attività clinica in relazione al risultato ottenuto, sono analisi che si fanno per studi ad hoc, ma non sono realizzati in modo sistematico.

Per paura di sbagliare, in alcuni casi si è creato un blocco culturale

La fase 2 della pandemia da Covid-19 in Italia sta mostrando le sue debolezze epidemiologiche. Questa frammentazione di dati è “figlia” di questa gestione?

Assolutamente. In Italia mancano sistemi epidemiologici strutturati: oggi per diverse patologie non ci sono numeri consolidati a livello italiano e a livello regionale. Abbiamo delle stime basate su singoli studi e poi proiettate sulla popolazione, ma non sono analisi bottom up, costruite dal basso, perché sono poche le Regioni che hanno sistemi di monitoraggio e di epidemiologia confrontabili. Il servizio “Epicentro” dell’Istituto Superiore di Sanità raccoglie e rende disponibili i dati che ci sono, ma manca il panorama generale.

Il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) non aiuta per gli studi epidemiologici, perché al momento è un raccoglitore di documenti digitalizzati, il più delle volte inutili per raccontare la storia del paziente. Questo si deve soprattutto alla mancanza di standard di interoperabilità: chi si cura in strutture diverse ogni volta deve portarsi dietro i documenti cartacei degli esami svolti nelle altre strutture. Non esiste un database unico di condivisione dei dati.

Il cittadino non sa con certezza quali informazioni il SSN abbia su di lui, anche perché il FSE non è facilmente accessibile. Ma anche se ognuno avesse accesso al proprio fascicolo, questo potrebbe essere incompleto perché non sempre compilato. Se avessimo un fascicolo aggiornato con tutte le malattie che abbiamo avuto, i dati epidemiologici sarebbero immediatamente disponibili e aggiornati.

Secondo lei sta cambiando qualcosa a livello di consapevolezza sull’importanza della digitalizzazione?

Credo che il Governo si sia reso conto che la sanità va finanziata anche per la digitalizzazione e la app “Immuni” ha il pregio di aver portato al centro del dibattito l’utilizzo del digitale per amministrare la sanità pubblica. Fino a prima del Covid-19 questo era impensabile, oggi invece ci si sta rendendo conto che il digitale può fare la differenza nell’assistenza sanitaria.

Una delle grandi rivoluzioni digitali cui abbiamo assistito in questi mesi è stata la ricetta dematerializzata mandata via sms o via email: impensabile fino a prima del coronavirus. Ancora, le visite di monitoraggio per i pazienti cronici: in alcuni casi, per esempio per i diabetici, le televisite sono riconosciute allo stesso modo delle visite in presenza. Abbiamo sperimentato che si può lavorare in questo modo, che come possono lavorare gli impiegati da remoto così possono fare anche i medici e gli altri impiegati dei settori pubblici.

Si stanno perdendo occasioni di salute, ma anche di controllo di gestione ottimale

La gestione dei dati sanitari, ai fini clinici e non solo di controllo di gestione, come si potrebbe implementare fin da subito?

Dal punto di vista tecnologico non c’è da inventarsi nulla, è tutto già pronto. Si possono usare database su cloud, non c’è nulla di difficile. Il lavoro complesso è l’allineamento culturale e politico, occorre mettere le persone intorno a un tavolo, decidere i criteri di interoperabilità e fare un piano di implementazione, tenendo conto anche degli aspetti di sicurezza e trattamento dei dati, naturalmente.

Come si stanno muovendo le Regioni?

Come abbiamo visto, le Regioni si stanno muovendo in autonomia e manca una regia nazionale.

In questi mesi, noi come IQVIA nell’ambito ospedaliero abbiamo visto diversi approcci da parte del privato e del pubblico: il primo è generalmente più aperto a investire nell’ottimizzazione della gestione dei dati rispetto al secondo. In alcuni ospedali privati stiamo iniziando a parlare di gestione in cloud e non solo per il dato sanitario a fini amministrativi, ma per una sua valorizzazione nell’ambito clinico. Nel pubblico troviamo più raramente questa predisposizione perché mancano sia risorse economiche sia risorse umane. Quindi sono le Regioni a dover spingere maggiormente in questa direzione. Alcune si stanno muovendo in questo senso e hanno assunto figure tecniche per attivare o sviluppare ulteriormente il processo di raccolta strutturata di dati da tutti gli enti pubblici.

Il monitoraggio della spesa farmaceutica è ben sviluppato, sono i device a rappresentare ancora una sfida

I farmaci invece sembra non abbiano problemi di monitoraggio. È così?

Il controllo sulla spesa dei farmaci è sviluppato, è una voce di spesa importante e la sua misurazione oggi funziona e permette anche di fare previsioni ragionevoli. Per il 2020 in effetti prevediamo che la spesa della farmacia ospedaliera genererà uno sforamento del budget di quasi 3 miliardi di euro. Qui c’è un evidente problema di definizione dei tetti spesa. Sul campo del monitoraggio della spesa, la sfida principale è rappresentata dai medical device: esistono centinaia di migliaia di tipi di medical device e non sono monitorati in modo standard, il flusso dei dati è debole e spesso non è adeguato neanche per le finalità amministrative.

Il problema riguarda soprattutto la classificazione, ma è un problema che si riscontra anche a livello europeo. Per i farmacisti ospedalieri è una grossa sfida, per loro è difficile gestire un portafoglio prodotti così ampio. Per questo motivo il farmacista ospedaliero ha spesso pochi strumenti per indirizzare il clinico nella scelta dei medical device, limite che non si riscontra quando si parla di farmaci dove la formazione è di un altro livello.

Oltre alla gestione ottimale della spesa sanitaria, quali sono gli altri potenziali offerti dalla corretta analisi dei dati sanitari?

L’analisi del dato del paziente legato alla patologia porterebbe ad avere sistemi di prevenzione più avanzati. Oggi questo, alla luce della pandemia, è ancora più importante perché è fondamentale poter contare su analisi strutturate dei dati che mettano in relazioni contagi, trattamenti, efficacia delle cure. Oggi tutto questo non è facilmente realizzabile perché mancano dei protocolli standard di elaborazione dei dati.

Ma oltre alla prevenzione, non dimentichiamoci che una buona gestione dei dati aumenta le possibilità di poter ospitare la ricerca clinica.

Una buona gestione dei dati è fondamentale non solo per la prevenzione ma anche per attrarre ricerca clinica

Per gli ospedali attrarre ricerca clinica è fondamentale, non solo da un punto di vista economico (metà degli investimenti nella ricerca rimangono negli ospedali) ma soprattutto in termini di offerta di salute: gli ospedali che fanno ricerca clinica hanno accesso, a costo zero, ai farmaci più innovativi e quindi possono offrire ai pazienti più opzioni terapeutiche. Sono pochi gli ospedali in Italia che offrono una gestione dei dati ottimale per questo tipo di ricerca. Noi in Italia abbiamo individuato al momento due prime site dove dal 2018 facciamo ricerca clinica con continuità: l’IRCCS Fondazione Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano e l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano (Milano).

Per attrarre ricerca clinica occorre essere attrattivi sotto il profilo della raccolta e gestione dei dati: non basta poter contare su un clinico famoso, se l’infrastruttura che c’è dietro è debole.

Dati sanitari: Clinical Data Repository, speranza e frontiera per gestire i dati clinici in modo utile per i pazienti e per il sistema

Nel 2020 si stima che saranno prodotti a livello mondiale oltre 2.300 exabyte di dati sanitari, con una crescita annua del 48%. Un exabyte è composto da un miliardo di gigabyte, per intenderci. Tutto il materiale stampabile invece (libri, enciclopedia, giornali, etc..) sempre nel 2020 produrrà circa 5 exabyte. Di questi 2.300 exabyte il 16% proviene dai dispositivi medici, vale a dire, oltre alla strumentazione (RX, TAC, ecografi e tutte le apparecchiature mediche negli ospedali) tutti quei device che ci portiamo dietro o indossiamo per rilevare determinati parametri vitali (pressione del sangue, saturazione, battito cardiaco, glicemia, etc..).

E dove vanno a finire tutti questi dati? Nel nostro Paese, la risposta è: in centinaia di posti diversi. E come sono raccolti questi dati? Nel nostro Paese, la risposta è: sono raccolti da fornitori esterni che molto spesso hanno database su cloud specifici e inaccessibili ai proprietari dei dati stessi.

Come si potrebbe risolvere la situazione? Con il Clinical Data Repository, un data base dei dati clinici che permetterebbe di integrarli, estrarli e analizzarli in modo autonomo e controllato. Cosa che adesso non è possibile fare.

Quello che succede con i nostri dati sanitari raccolti dalle strutture pubbliche è questo: quando andiamo a fare una visita in uno studio medico privato, oppure in reparti diversi dello stesso ospedale o ancora dal nostro medico di base, i dati si fermano a quel database collegato al reparto o studio dove siamo andati. I dati sanitari, nel nostro Paese, non parlano tra di loro. Sono archiviati in isole, compartimenti stagni, silos, chiamateli come vi viene più comodo, ma il risultato è sempre lo stesso.

Asl, ospedali, studi medici, raccolgono dati gestiti poi da fornitori esterni e su cui non hanno un pieno controllo. Questo significa dover sostenere certi costi per estrarli e fare analisi, perché i database, pur essendo dell’azienda sanitaria, non sono facilmente accessibili perché l’azienda non sa come sono fatti.

I dati sanitari, nel nostro Paese, non parlano tra di loro

In Italia questo paradosso si vive anche all’interno dello stesso ospedale, dove i singoli reparti non parlano tra di loro: e così un paziente diabetico avrà una cartella diversa per il diabete e, se ha anche problemi cardiaci, ne avrà un’altra per la cardiologia. Le due cartelle non parlano tra di loro, così non è possibile conoscere la storia clinica longitudinale del paziente, ma solo un pezzo per volta.

Ecco, questa è la fotografia della gestione dei dati sanitari in Italia. Dove, se la sanità digitale fosse un settore strategico, dovrebbe bastare un click per sapere in un attimo tutta la storia del paziente. Ma a guardare gli investimenti degli ultimi anni in questo settore, si capisce perché la sanità digitale in Italia prosegua a rilento e mostri tutta la sua debolezza in un momento in cui, in piena pandemia, avrebbe dovuto mostrare la sua forza.

La sanità digitale non è strategica

Secondo una ricerca svolta dall’Osservatorio per la Salute Digitale del Politecnico di Milano, nel 2018 (non esistono dati più aggiornati) la spesa complessiva per la sanità digitale in Italia ammontava a 1,3 miliardi di euro, segnando un timido +7% rispetto al 2017, ma l’entusiasmo finisce qui. Parliamo di 22 euro circa a cittadino. In altri Paesi europei la spesa è più alta: in Danimarca siamo sui 70 euro pro capite, in Francia sui 40 euro, nel Regno Unito 60 euro. L’Italia è l’ultima o tra le ultime della classe quando si tratta di digitalizzazione nei diversi ambiti della vita pubblica e la sanità non fa eccezione.

In Italia la spesa per la sanità digitale è di circa 22€ a cittadino, contro i 40€ della Francia, i 60€ del Regno Unito e i 70€ della Danimarca

Sempre secondo i dati dell’Osservatorio del Politecnico, nel 2018 sono state le strutture sanitarie a sostenere la spesa maggiore in sanità digitale, con investimenti pari a 970 milioni di euro (+9% rispetto al 2017), seguite dalle Regioni con 330 milioni di euro (+3%), dai Medici di Medicina Generale con 75,5 milioni (+4%) e dal Ministero per la Salute con 16,9 milioni di euro (contro i 16,7 milioni nel 2017).

I sistemi dipartimentali e la Cartella Clinica Elettronica (CCE) sono gli ambiti di innovazione digitale che raccolgono i budget più elevati, rispettivamente 97 e 50 milioni di euro, e sono considerati prioritari dalle strutture sanitarie. La Cartella Clinica Elettronica, sebbene sia considerata prioritaria, non è ancora stata implementata in molti ospedali e dove esiste, non presenta parametri standard per la raccolta dei dati.

La CCE, se attivata in modo univoco in tutte le Regioni, potrebbe permettere una raccolta dati efficiente, coerente, condivisibile e utilizzabile per migliorare l’assistenza sanitaria e la cura dei pazienti. Come ci spiega in questa intervista Claudia Rocco, Senior Director per il comparto ospedaliero di IQVIA Italia, leader globale nell’analisi dei dati sanitari, se la cartella clinica fosse completamente aggiornabile lo studio epidemiologico potrebbe essere istantaneo.

Allo stesso modo il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE), se posse interattivo e aggiornabile, permetterebbe al paziente di avere in tempo reale tutte le sue informazioni sanitarie, mentre ad oggi è solo un contenitore virtuale che raccoglie i pdf dei referti delle varie visite mediche, neanche sempre aggiornato da chi effettua queste visite. E i dati dell’Osservatorio confermano un basso utilizzo del fascicolo anche da parte della popolazione: su un campione di 1.000 cittadini intervistati, solo il 21% ne ha sentito parlare e solo il 7% ha dichiarato di averlo utilizzato.

La principale barriera è la difficoltà di accesso, indicata dal 40% degli utenti, e tra quelli che non hanno mai usato il FSE, il 47% ha dichiarato di non averne mai sentito parlare.

L’indagine ha coinvolto anche 1.768 medici specialisti, 274 dirigenti infermieristici e 602 medici di medicina generale che hanno confermato come la principale barriera alla diffusione del Fascicolo Sanitario Elettronico sia proprio la mancata o minima comunicazione della sua esistenza e dei suoi servizi.

Che cosa frena il salto digitale? Per l’Osservatorio del Politecnico di Milano, il 57% dei dirigenti delle aziende sanitarie ritiene che le principali barriere che frenano l’adozione di servizi innovativi siano i problemi derivanti dall’interoperabilità dei diversi sistemi applicativi e dalla coesistenza fra nuovi sistemi e quelli già in uso, oltre a quelle legate al rispetto della privacy e del GDPR.

Le App e i wearable device stanno ormai entrando nella quotidianità dei cittadini, con il 41% che utilizza una applicazione di coaching o un dispositivo indossabile per il monitoraggio dello stile di vita. Lo strumento più presente è lo smart watch, utilizzato da un cittadino su tre, con un vero e proprio boom rispetto all’8% registrato nel 2018. Tuttavia, ben il 75% dei cittadini che usa le App non invia né comunica al proprio medico i dati raccolti, che rimangono quindi spesso inutilizzati. E questo è un altro tema interessante: a cosa servono queste App e questi dispositivi indossabili se i dati forniti non sono analizzati da nessun operatore sanitario?

Il tema è come trasmettere questi dati in modo sicuro e protetto. Ci vorrebbe un sistema di blockchain per la trasmissione anche di queste informazioni, ma visto che al momento anche su questi aspetti in Italia è praticamente tutto fermo (ne abbiamo parlato in modo approfondito in questo articolo sulla Blockchain) i dati rimangono nella App e nei dispositivi.

Mentre, per tornare al tema principale, quelli raccolti dalle Asl e dalle pubbliche amministrazioni sanitarie rimangono comunque in silos e database diversi e separati. Il dato, tassello prezioso su cui andrebbe fondata tutta la sanità pubblica, rimane distaccato dagli altri dati e, quindi, è inutilizzabile.

Il ruolo dei fornitori esterni

Un altro punto importante è quello del vendor-lock nel settore sanitario, vale a dire la difficoltà di sostituire un fornitore senza dover sostenere rischi e costi elevati. Su questo tema si era espressa anche l’ANAC, l’Autorità Anti Corruzione che nella delibera n.950 del 2017 aveva sottolineato come alcune gare non siano state esperite perché non si può sostituire il fornitore precedente (la cosiddetta infungibilità). Nel campo sanitario e specialmente in quello relativo alla gestione dei dati, questo è un problema molto diffuso.

Il Repository Clinico Documentale è ritenuto uno degli ambiti più importanti di investimento dal 51% dei Direttori strategici delle strutture sanitarie

Secondo Fabrizio Massimo Ferrara, coordinatore scientifico del Laboratorio sui sistemi informativi sanitari di ALTEMS, Alta Scuola di Economia e Management Sanitario dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, questo è un aspetto cruciale nella gestione delle informazioni dati: “ In questo modo diventa difficile consultare i dati, perché ogni volta che l’azienda vuole fare un’analisi per seguire un paziente cronico che, supponiamo, è sia diabetico sia cardiopatico, deve in qualche modo pagare il fornitore per estrarre queste informazioni”.

Una soluzione potrebbe arrivare dalla Clinical Data Repository, una sorta di data base dove far confluire le varie informazioni mediche che arrivano da apposite applicazioni. “Non si può pensare di creare un’unica soluzione che gestisce le decine di servizi offerti dalla medicina – prosegue Ferrara – questo è un errore di valutazione che abbiamo commesso noi come altri paesi all’estero. Il mondo sanitario è talmente vasto da non poter confluire in un’unica grande applicazione, ma quello che si può fare è creare datawarehouse sanitari in cui far confluire tutte le informazioni delle singole applicazioni dei vari settori clinici o reparti”.

Il Clinical Data Repository

Questo data base potrebbe realizzare l’integrazione nel sistema informativo di applicazioni diverse, senza bisogno di modificare le applicazioni già esistenti e utilizzando strumenti non proprietari (open source) per organizzare il patrimonio informativo aziendale secondo un modello standard, aperto e stabile nel tempo. Dalla ricerca 2019 dell’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità del Politecnico di Milano è emerso che il Repository Clinico Documentale è ritenuto uno degli ambiti più importanti di investimento dal 51% dei Direttori strategici delle strutture sanitarie italiane. In effetti nel 2018 sono stati allocati 56 milioni di euro al Repository Clinico Documentale, un importo maggiore di quello destinato alla Cartella Clinica Elettronica.

Realizzare questi repository non è difficile e non occorre ripensarli da zero. Queste piattaforme sono già utilizzate per il controllo di gestione anche nelle strutture sanitarie: quando occorre fare un’analisi su una certa spesa, si interroga il data base open source che, attingendo alle informazioni amministrative delle varie applicazioni collegate, restituisce il dato richiesto. Per realizzare le repository in ambito clinico si può seguire lo stesso disegno, applicando modelli standard che già esistono, come lo standard ISO “HISA – Health Informatics Service Architecture” (ISO 12967:2009) e lo standard “FHIR – Fast Health Interoperability Resource” di HL7, che si potrebbero già implementare (anche con eventuali personalizzazioni) senza dover ripartire da zero.

In mancanza di una strategia finalizzata al possesso e al governo dei dati, l’attuale frammentazione dei dati sanitari diventerà sempre più critica. E lo scenario sarà destinato a peggiorare con l’evoluzione dei modelli sanitari verso forme di collaborazione territoriale e con la diffusione di nuove tecnologie e di processi clinico-assistenziali basati anche sulla telemedicina e sull’Internet of Things.

Per questo ALTEMS, in collaborazione con il Ministero della Salute e diverse università italiane, ha avviato l’iniziativa di una “Community per il governo dei dati” (http://www.dati-sanita.it) con la missione di promuovere e supportare la definizione e la condivisione di strumenti open source per l’utilizzo dei dati tramite Clinical Data Repository.

La potenzialità del Clinical Data Repository

Mettendo in relazione l’analisi della spesa per un certo tipo di cure e l’outcome clinico, si può stimare con maggiore certezza il valore di quell’investimento

Se i dati fossero tutti inseriti in queste repository, in modo standard e univoco perlomeno all’interno delle Asl e della aziende sanitarie della stessa Regione, si potrebbero realizzare campagne di prevenzione ad hoc, personalizzare le cure, condurre studi epidemiologici coerenti e dettagliati e ottimizzare anche il controllo della spesa sanitaria: se accanto all’analisi della spesa per un certo tipo di cure riesco ad avere il dato sull’outcome clinico, posso sapere con un certo grado di certezza se quell’investimento ha funzionato. Adottando opportune procedure, infatti, queste analisi sono lecite e possibili, anche sotto il profilo della protezione dei dati personali. Non esistendo però una legge nazionale che imponga questo tipo di standardizzazione nella gestione dei dati, ogni Regione va avanti come vuole e come può, con il rischio di creare sistemi di gestione diversi che non permettono quindi un’analisi del dato nazionale. In ogni caso, avere sistemi gestionali univoci prima all’interno della stessa Azienda e poi magari anche della Regione sarebbe già un notevole passo avanti rispetto alla situazione odierna.

Il monitoraggio dei farmaci è un mondo a parte

Antonio Addis

Sul fronte dei farmaci, invece, la raccolta e il monitoraggio dei consumi e delle prescrizioni è ormai rodato e ben sviluppato. “Il farmaco è sempre stato un sorvegliato speciale – commenta Antonio Addis, farmacoepidemiologo della Regione Lazio – anche se il monitoraggio dei consumi non è uguale in tutte le Regioni. Ci sono luci e ombre e le analisi sono fatte a macchia di leopardo. Però negli ultimi tempi ho notato che le cose stanno migliorando e vedo positivamente gli ultimi rapporti OSMED dell’Agenzia Italiana del Farmaco che sta cercando di rendere sempre più accessibili questi dati per tutti”. AIFA da poco, infatti, ha lanciato OSMED Interattivo, un servizio che permette di interrogare la base dati di AIFA sui consumi del 2018 secondio diversi parametri.

Il sistema farmaco, da sempre sotto osservazione per i rilevanti volumi di spesa, registra buoni risultati anche in termini di analisi epidemiologiche

Chi si occupa di farmacoepidemiologia monitora il consumo dei farmaci e, su richiesta, porta avanti degli studi ad hoc in questo ambito che possono aiutare a ottimizzare la spesa sanitaria. Un esempio in questo senso è stato il monitoraggio sulla vitamina D lanciato da AIFA alla fine dello scorso anno con la famosa nota n.96, nella quale ha indicato per quali categorie di pazienti e indicazioni terapeutiche fosse corretto prescrivere la vitamina D. Per fare questo studio si sono serviti di farmacoepidemiologi e della banca dati OSMED. Gli esiti dei primi tre mesi di questo monitoraggio sono stati positivi: tra novembre 2019 e gennaio 2020, a livello nazionale si è registrata una contrazione dei consumi e della spesa dei farmaci a base di vitamina D di oltre il 30% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

I farmaci, quindi, hanno un loro canale di monitoraggio che sta dando i suoi frutti, anche in termini di epidemiologia e non solo per il controllo di gestione. Vedremo se in futuro potremo dire lo stesso dei dati sanitari.