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Farmaci e Covid-19: qual è stato l’impatto della pandemia sull’uso e le sperimentazioni in Italia?

L’emergenza sanitaria dovuta al Covid-19 ha avuto un forte impatto anche sulle dinamiche di consumo dei farmaci, sia a livello ospedaliero che territoriale. Ad evidenziare le peculiarità italiane dell’utilizzo dei medicinali dovute alla pandemia è il Rapporto OsMed che l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha dedicato proprio a questo fenomeno.

Tra le principali evidenze rilevate dall’agenzia durante la fase 1 dell’epidemia, vi è l’aumento ospedaliero dei consumi di idrossiclorochina e azitromicina, di alcuni antivirali e degli antinfiammatori a base di inibitori dell’interleuchina 6, così come l’incremento nelle quantità di ossigeno e farmaci iniettivi.

Sul territorio, invece, a un livello costante di dispensazione di medicinali per il trattamento delle patologie croniche si è associato un aumento, talvolta molto consistente, di medicinali Otc contenenti vitamine o principi attivi per i quali non esistono evidenze scientifiche rispetto alla loro efficacia nel prevenire o curare l’infezione da Covid-19.

Segnali che indicano che complessivamente il Sistema Salute è riuscito a indirizzare abbastanza bene l’uso dei medicinali, anche off-label e per uso compassionevole, in ambito ospedaliero ed è stato anche in grado di non determinare l’interruzione dell’accesso ai farmaci per le terapie croniche. Mentre, quando si parla di territorio e di acquisti privati, le dinamiche di acquisto da parte dei cittadini sono state fortemente influenzate dalle informazioni, spesso prive di basi scientifiche, diffuse attraverso i media e i social network nazionali e internazionali.

Farmaci anti-Covid: uso e sperimentazione guidati dall’evoluzione delle conoscenze

Uno dei fenomeni che più ha caratterizzato la fase emergenziale della pandemia è stato quello del repurposing dei farmaci resosi necessario per il verificarsi di un quadro epidemiologico che il Direttore generale di Aifa Nicola Magrini ha definito «estremamente dinamico e soprattutto caratterizzato dalla necessità di soddisfare bisogni terapeutici nuovi e in continuo divenire». Una situazione che, come ricordiamo tutti, ha comportato la necessità di definire, valutare, approvare e monitorare costantemente nuove proposte di piani terapeutici.

«Ben 156 richieste di autorizzazione di studi clinici concentrate tra metà marzo e fine aprile, che la Commissione Tecnico Scientifica (Cts) di Aifa ha valutato senza sosta e da cui sono scaturite circa 70 autorizzazioni», commenta il presidente della Cts Patrizia Popoli. Tra i farmaci più rappresentati nelle richieste di autorizzazione di sperimentazione clinica, l’idrossiclorochina, gli antivirali e gli antinfiammatori. Tra quelli autorizzati, 17 studi aventi come oggetto molecole antinfiammatorie, sei gli antitrombotici e 11 farmaci di “altre categorie” che comprendono anche il primo vaccino (Figura 1).

Proposte di sperimentazione clinica autorizzate: farmaci in studio

Figura 1. Proposte di sperimentazione clinica autorizzate: farmaci in studio

Fonte: Aifa (Popoli, La promozione e la valutazione della ricerca clinica durante l’emergenza)

* 6 per Anti-IL6; 5 per Anti-JAK; 1 per Anti-IL1, Anti-IFN & Anti-IL1, Anti-BTK, Anti-GF, Anti-GM-CSF, IFNbeta

° 4 per eparina, 1 per IVIG+eparina e per defribotide

§ ARCO (HCQ; LPV/r; DRV/c; favipiravir), SOLIDARITY (HCQ; remdesivir; LPV/r; LPV/r + IFN), AMMURAVID (remdesivir; tolicizumab; sarilumab; cankinumab; baricitinib; metilprednisolone)

Tra metà marzo e fine aprile sono state avanzate 156 richieste di autorizzazione di studi clinici, e 70 sono state concesse

«È stato un compito molto difficile a causa della gravità della malattia, in gran parte sconosciuta, e per l’assenza di opzioni terapeutiche valide. Il processo di valutazione è stato caratterizzato da un’evoluzione continua nel tempo, che ha portato Aifa a stabilire via via quali farmaci potessero essere usati off-label e aggiornando le raccomandazioni sul loro utilizzo man mano che andavano incrementandosi le conoscenze su efficacia e sicurezza dei potenziali trattamenti. Un processo che ad esempio ha portato, il 26 maggio, a sospendere l’autorizzazione all’uso off-label dell’idrossiclorochina al di fuori degli studi clinici», racconta Popoli. Che ha evidenziato anche l’attuale difficoltà ad arruolare i pazienti per i trial in corso a causa del fatto che, fortunatamente, l’epidemia nel nostro Paese è in una fase calante. Cosa che comporta anche lo stimolo all’aggregazione dei centri di sperimentazione con l’obiettivo di raggiungere un numero di pazienti utile a rendere significativi i risultati degli studi clinici. Aggiunge Magrini: «Soprattutto durante l’emergenza ci siamo resi conto di come solo gli studi randomizzati devono rappresentare uno standard di ricerca solido in grado di guidare la pratica clinica, come dimostra il caso dell’idrossiclorochina. È fondamentale anche ripensare la ricerca scientifica internazionale, perché solo da una visione sovranazionale è possibile trovare posizioni coerenti e sostanziale consenso sui trattamenti più utili».

L’accelerazione delle procedure: una prassi auspicabile

L’alacre lavoro svolto da Aifa nella fase di massima emergenza ha determinato, di fatto, una sensibile accelerazione dei processi di valutazione delle richieste di sperimentazione. Tempistiche passate da molti mesi a poche settimane o pochi giorni, che le aziende farmaceutiche auspicano possano essere mantenute, anche per qualsiasi altro tipo di medicinale, anche una volta che l’epidemia sarà superata.

Patrizia Popoli: «Approvare velocemente va bene ma anche le fasi successive devono essere altrettanto rapide»

Si potrà, insomma, superare una volta per tutte questo collo di bottiglia che da anni viene ritenuto uno dei principali ostacoli della ricerca industriale farmaceutica italiana? Possibilista Popoli, che tuttavia precisa: «Approvare velocemente va bene. Bisogna però che anche le fasi successive abbiano la stessa rapidità». Le fa eco il presidente del consiglio Superiore di Sanità, Franco Locatelli: «È un’opportunità che non possiamo perdere. Possiamo rendere l’Italia più attrattiva anche per le aziende farmaceutiche internazionali che devono condurre gli studi clinici di fase I e II».

In ospedale: i diversi protocolli anti-Covid hanno guidato l’uso dei farmaci a livello regionale

Le principali variazioni in aumento a carico dei farmaci utilizzati per il Covid in ambiente ospedaliero hanno riguardato idrossiclorochina e azitromicina (Tabella I). Quest’ultima molecola, precisa Aifa, mai autorizzata né in monoterapia né in associazione con idrossiclorochina o antivirali. Sensibile, anche se in misura inferiore, l’aumento dell’utilizzo degli inibitori dell’interleuchina 6 e di tocilizumab, che inizialmente era stato somministrato in modo pressoché incontrollato in virtù dell’uso compassionevole, ma la cui somministrazione venne poi ristretta da Aifa solo all’interno degli studi clinici.

CategoriaATCPre Covid-19Post Covid-19Confronto
Confezioni x 10.000 ab dieConfezioni x 10.000 ab die
Dic-2019Gen-2020Feb-2020Media preMar-2020Apr-2020Mag-2020Media postDelta assoluto pre-post*Delta relativo pre-postp-value
AzitromicinaJ01FA100,240,460,460,391,931,360,151,150,76195,400,000
IdrossiclorochinaP01BA020,010,010,020,010,640,930,280,610,604.661,670,000
MediprednisoloneH02AB041,032,131,641,601,501,741,821,690,095,330,169
Tocilizumab IVL04AC070,030,050,040,040,110,040,030,060,0254,800,000
Darunavir/CobicistatJ05AR140,030,050,040,040,100,040,020,050,0129,420,000
AnakinraL04AC030,010,020,010,010,030,030,010,020,0173,800,010
Lopinavir/RitonavirJ05AR100,000,000,010,000,020,000,000,010,0097,640,003
BaricitinibL04AA370,010,030,020,020,030,020,010,020,0017,460,003
SarilumabL04AC140,000,010,000,000,010,010,000,010,0060,100,001
ColchicinaM04AC010,000,000,000,000,010,000,000,000,0070,360,057
RuxolitinibL01XE180,020,030,020,020,030,020,020,020,006,720,195
CanakinumabL04AC080,000,000,000,000,010,000,000,000,0045,030,159
TofacitinibL04AA290,010,010,010,010,010,010,010,010,008,440,954
EparineB01AB123,456,065,214,905,935,142,784,62-0,29-5,900,329

Tabella I. Distribuzione dei principi attivi per variazione del consumo (confezioni per 10.000 abitanti die) tra il periodo pre e post Covid-19

Fonte: Aifa, Rapporto sull’uso dei farmaci durante l’epidemia COVID-19

* In ordine decrescente

Il Rapporto OsMed ha indagato anche l’andamento regionale del consumo di questi farmaci. «Il 50 per cento circa dell’idrossiclorochina è stato consumato dalle Regioni maggiormente impattate dall’epidemia – Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana e Piemonte. Così come esiste una relazione lineare tra le variazioni assolute di consumo degli altri farmaci anti-Covid e il numero di casi positivi», illustra Maria Paola Trotti, esperta di health technology assessment di Aifa. Diversamente, nelle altre Regioni si registrano andamenti anomali che fanno supporre fenomeni di accaparramento di questi medicinali.

Direttamente proporzionale al numero di casi positivi nelle Regioni più colpite è anche l’aumento, a iniziare dal mese di febbraio, del consumo di ossigeno e farmaci iniettivi come anestetici generali, sedativi e curari. Ossigeno a parte, le altre molecole usate per trattare i pazienti in terapia intensiva, mostrano sensibili differenze di movimentazione a livello regionale «spiegabili ragionevolmente con differenti protocolli di gestione delle urgenze», dice Trotti.

Sul territorio: garantito accesso a farmaci per malattie croniche

Nessun “effetto lockdown” fortunatamente si è manifestato a discapito dei malati cronici. Diabetici, ipertesi e persone affette da patologie neurodegenerative come Parkinson e Alzheimer hanno potuto continuare la propria terapia senza soluzione di continuità. Ciò grazie ad alcune misure attuate per proteggere i soggetti più fragili, come l’estensione della validità dei piani terapeutici, la diffusione della ricetta dematerializzata e anche la distribuzione per conto che ha portato la dispensazione nelle farmacie territoriali di farmaci tradizionalmente ritirati dal paziente in ospedale. E così, dopo una riduzione delle dispensazioni registrata a febbraio, si è manifestato un incremento nel mese di marzo, dovuto a un approvvigionamento per far fronte a un lockdown la cui durata non era ancora definita, che ha riportato i valori nella media.

 Estensione di piani terapeutici, ricetta dematerializzata e distribuzione per conto hanno contribuito a proteggere i pazienti più fragili

«Si tratta di informazioni importanti», spiega Aurora di Filippo, tecnico statistico di Aifa, «che indicano come il sistema di continuità assistenziale per i soggetti più sensibili ha funzionato anche durante un’emergenza sanitaria senza precedenti. E ciò grazie alla collaborazione di tutte le figure sanitarie che ruotano intorno al paziente cronico, dallo specialista al medico di medicina generale al farmacista territoriale». Un’ulteriore riprova del fatto che la partita della Sanità si deve giocare e vincere sul territorio, con azioni volte a prevenire le acuzie, all’utilizzo sinergico delle conoscenze anche grazie alle tecnologie digitali e di comunicazione che permettono di facilitare l’interazione tra professionisti e pazienti e l’accesso alle cure in prossimità del domicilio di quest’ultimo.

Boom di vitamine e picco negativo per la pillola blu

Le farmacie territoriali hanno ricoperto un impareggiabile ruolo di touch-point del Ssn anche nelle fasi più critiche dell’epidemia. Ciò ha permesso l’accesso ai farmaci per tutti i malati cronici.

La farmacia ha consentito anche l’acquisto privato di molti farmaci e integratori di cui molti connazionali hanno fatto una vera e propria incetta. Dall’idrossiclorochina, ai farmaci a base di vitamina C, dagli ansiolitici agli antipiretici agli integratori di vitamina D, le farmacie a marzo hanno acquistato quantitativi più che doppi di questi prodotti rispetto al trimestre precedente.

Gli acquisti privati sono stati condizionati dalle informazioni non sempre corrette su vitamine e integratori

Nel caso degli antipiretici la motivazione all’acquisto fuori misura è da ricercarsi in un probabile timore da parte dei cittadini della mancanza di disponibilità futura di questo medicinale.  Per quanto riguarda i prodotti a base di vitamina C e D, invece, il vero e proprio accaparramento – alcuni farmacisti hanno segnalato acquisti di oltre 10 confezioni da parte di singoli clienti – è dovuto alla diffusione attraverso i social network internazionali e nazionali di notizie, riprese poi anche dai media, circa proprietà curative e preventive contro l’infezione da Covid-19 piuttosto che per il trattamento della perdita di gusto e olfatto che caratterizza alcuni quadri clinici conseguenti all’infezione. Proprietà curative che, ricordiamo, il ministero della Salute provvide a smentire in tempo quasi reale.

Infine, il report di Aifa riporta una nota “di colore”. Il cambio delle abitudini dovuto al lockdown, misto allo stress, ha portato anche a una sensibile riduzione degli acquisti della “pillola blu”. I prodotti a base di inibitori della fosfodiesterasi, la cui indicazione principale è la disfunzione erettile, hanno infatti registrato un calo delle vendite sia nel mese di marzo che in quello di aprile.

 

Il futuro delle politiche del farmaco in Italia? Il punto di vista di stakeholder ed esperti

Premessa e obiettivi

La politica del farmaco in Italia è stata interessata negli ultimi anni da diversi cambiamenti, come l’introduzione di un sistema strutturato e trasparente di valutazione dell’innovatività dei nuovi farmaci/indicazioni. Il dibattito di fondo è però rimasto ancorato ai vincoli finanziari, ovvero al tema dei tetti di spesa e del payback, senza una visione complessiva sul futuro delle politiche del farmaco. Alcune indicazioni sono fornite dal documento redatto dal precedente Ministro della Salute in materia di Governance Farmaceutica (d’ora in poi Documento Minsal ) e dal Piano di Attività di Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco) per l’anno 2019 che in parte ha recepito il Documento Minsal. Il documento del Ministero è intervenuto (cfr. infra):

  • sulle politiche: ad esempio, si prevede un collegamento più strutturato tra prezzi e valore terapeutico aggiunto ed una maggiore concorrenzialità di prezzo su farmaco con rapporto benefici/rischi sovrapponibile;
  • sulle priorità delle politiche: ad esempio, vi è un richiamo sistematico all’uso dell’equivalenza terapeutica nella revisione del prontuario farmaceutico nazionale e in gara;
  • sulle modalità di gestione delle politiche e sul processo decisionale: ad esempio, si affronta il tema del rapporto tra CTS (Commissione Tecnico-Scientifica) e CPR (Comitato Prezzi-Rimborso) di Aifa.

L’Osservatorio Farmaci del Cergas Bocconi ha condotto una ricerca finalizzata a raccogliere l’opinione di diversi soggetti sul futuro della politica del farmaco in Italia, a partire dal Documento Minsal. Sono stati coinvolti esperti delle tematiche in oggetto e stakeholder del sistema farmaceutico, da soggetti pubblici centrali (Ministero della Salute, Ministero dell’Economia e delle Finanze, Aifa, Istituto Superiore di Sanità) alle Regioni (nello specifico, Servizi Farmaceutici), alle Associazioni di soggetti istituzionali (es. FIASO, SIFACT, SIFO), alle principali Società Scientifiche, alle Associazioni di pazienti, alle Imprese.

I risultati di tale studio vengono qui sintetizzati. Il report completo è disponibile sul sito del Cergas, dove viene indicato l’elenco dei soggetti a cui è stato richiesto di partecipare allo studio.

Metodo della ricerca

Lo studio si è basato su un questionario strutturato somministrato online e diviso in quattro sezioni:

  • tetti sulla spesa farmaceutica e fondi per i farmaci innovativi;
  • valutazione dell’innovatività e dossier di P&R (Prezzo e Rimborso);
  • funzionamento di Aifa e rapporto con gli stakeholder;
  • competitività del mercato ed equivalenza terapeutica.

Ogni sezione del questionario contiene una breve descrizione delle indicazioni contenute nel Documento Minsal. Il Questionario è stato validato da quattro potenziali responder. Nella versione finale, il questionario contiene 14 domande.

Il tasso di risposta è stato del 43,7% (69 rispondenti su 158), più elevato tra esperti ed imprese (rispettivamente 60% e 48,7%) e più basso tra le Società Scientifiche (29,6%). Dieci referenti dei Servizi Farmaceutici regionali hanno risposto al questionario.

I tetti sulla spesa farmaceutica e i fondi per i farmaci innovativi

In Italia esistono due tetti sulla spesa farmaceutica, uno sulla convenzionata e uno sugli acquisti diretti da parte delle aziende sanitarie (rispettivamente del 7,96% e 6,49% del finanziamento SSN cui concorre ordinariamente lo Stato). Ai tetti di spesa si aggiungono i due fondi per farmaci innovativi (500 milioni per farmaci oncologici, 500 milioni per farmaci non oncologici). I tetti ed i fondi per farmaci innovativi non sono ‘vasi comunicanti’: lo sfondamento di un tetto / fondo non può essere compensato dall’avanzo su un fondo / tetto.

Il Documento Minsal specifica che “i tetti di spesa ed i meccanismi di payback … devono gradualmente diventare strumenti residuali di controllo della spesa farmaceutica  … è necessario in ogni caso che siano adottati sistemi semplificati di gestione della normativa relativa al rispetto dei tetti di spesa e al payback farmaceutico che diano certezza di applicazione a tutti i soggetti coinvolti, anche al fine di superare il sistematico ricrearsi di contenzioso … fermi restando i vincoli di spesa relativi al settore farmaceutico, è meritevole di approfondimento anche l’aggiornamento periodico dell’ammontare dei tetti di spesa in relazione all’evoluzione del settore farmaceutico … in prospettiva va tenuto presente che … i fondi ad hoc possono essere utili in condizioni straordinarie, come nel caso di immissione in commercio e alla rimborsabilità del SSN di singoli farmaci con rilevanti ricadute sulla spesa del SSN stesso”.

Gran parte dei responder ha auspicato una programmazione triennale delle risorse per la farmaceutica, una maggiore flessibilità nella gestione dei tetti (tetti rimodulabili) e una definizione degli stessi sulla base dell’andamento tendenziale del mercato, superando quindi (o integrando) il collegamento con le risorse complessive per il SSN (Figura 1). Il 40% richiede il passaggio da due tetti ad un tetto unico, che sarebbe una delle possibili soluzioni al disallineamento tra tetti e spesa: secondo il Monitoraggio sulla spesa farmaceutica nel 2019 l’avanzo sulla convenzionata è stato superiore ai 900 milioni e lo sfondamento del tetto sugli acquisti è stato superiore ai 2,6 miliardi di euro (Figura 1).

Opinione dei responder sulle possibili riforme dei tetti di spesa sulla farmaceutica

Figura 1. Opinione dei responder sulle possibili riforme dei tetti di spesa sulla farmaceutica

Gran parte dei responder ha anche auspicato una modifica dell’attuale sistema di payback. Il 41% dei responder ritiene che il payback andrebbe mantenuto, ma semplificato (tra questi, soprattutto i soggetti pubblici), mentre il 23% che andrebbe eliminato (il 37% tra le imprese). La semplificazione del payback, secondo esperti e stakeholder, dovrebbe andare nella direzione di una maggiore trasparenza e chiarezza nei criteri di riparto tra le imprese, con una preferenza per le quote di mercato, criterio peraltro già previsto dalla normativa. I farmaci per i quali i responder ritengono più opportuno non applicare il payback sono quelli innovativi e a designazione orfana (Figura 2). Infine, una quota non trascurabile di responder (33%), soprattutto imprese e società scientifiche/associazioni (rispettivamente 42% e 40%), ritiene preferibile riallocare i fondi per farmaci innovativi sul tetto di riferimento (acquisti di aziende sanitarie), segno che la logica dei fondi dedicati, che pure forniscono un segnale di attenzione ai prodotti innovativi, non trova consenso unanime. La maggior parte dei responder ritiene però utile mantenere i fondi, di cui il 50% ne auspica una riforma nella direzione di una compensazione tra i fondi e/o tra fondi e tetti sulla spesa farmaceutica o della unificazione dei due fondi.

Incidenza dei responder favorevoli all’esclusione dal payback di alcune categorie di farmaci

Figura 2. Incidenza dei responder favorevoli all’esclusione dal payback di alcune categorie di farmaci

Dossier innovatività e dossier di P&R

I criteri, il processo di valutazione e la durata di validità dell’innovatività sono stati definiti nella Determinazione 1535/2017. I farmaci innovativi hanno accesso formalmente immediato ai mercati regionali, un fondo dedicato e godono della mancata applicazione degli sconti di legge, mentre per gli innovativi potenziali è previsto solo l’accesso immediato ai mercati regionali. Allo stato attuale sono pubblicate 77 valutazioni: il 36% dei farmaci/indicazioni è innovativo, il 30% ad innovatività potenziale, il 34% non innovativo. Il Dossier di P&R è stato definito con Delibera CIPE 3/2001 e tale dossier era ancora in uso al momento della conduzione dello studio. Il Decreto interministeriale di revisione del sistema di P&R, firmato il 2 agosto 2019, è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale quasi un anno dopo, il 24 luglio 2020: è previsto quindi un nuovo dossier sulla base delle indicazioni emerse in tale decreto.

Con riferimento ai Dossier Innovatività e di P&R il Documento Minsal afferma che: “È necessario che l’Aifa predisponga una versione aggiornata del documento sull’innovazione, che sia anche utile alle attività di contrattazione condotte dall’Aifa stessa … l’Aifa si attiene al principio secondo il quale  … prezzi più elevati a carico del SSN possono essere riconosciuti solo a fronte di un valore terapeutico aggiunto per i pazienti, e devono essere commisurati al valore aggiunto … Si rende necessaria una revisione e aggiornamento dei contenuti della Delibera Cipe del 2001…”.

Stakeholder ed esperti, nel fornire un giudizio sostanzialmente positivo sulla Deliberazione 1535/2017 e sulla sua applicazione, hanno rilevato l’importanza di un suo aggiornamento ma senza dare delle chiare indicazioni su cosa sia più urgente, dal processo di eventuale rivalutazione dell’innovatività a tre anni, alla realizzazione (richiamata soprattutto da imprese, società scientifiche ed associazioni pazienti) del monitoraggio sull’effettivo accesso immediato ai farmaci innovativi, a maggiori specifiche sul grado di accettabilità degli endpoint surrogati, al processo di rivalutazione a 18 mesi dell’innovatività potenziale, al potenziale uso dei ranking di valore terapeutico aggiunto nella negoziazione di P&R.

In generale i responder hanno evidenziato la necessità di riformare anche il sistema di regolazione dei prezzi: soggetti pubblici, società scientifiche, associazioni pazienti ed esperti mostrano una preferenza per il modello inglese (centrato sulla valutazione di costo-efficacia e dei relativi range di valore-soglia) e, in alcuni casi, francese (in cui esiste un collegamento tra entità del valore terapeutico aggiunto e possibilità di richiedere un premium price rispetto al comparatore). Le imprese auspicano, invece, la libera definizione dei prezzi con successiva rivalutazione basata su un percorso strutturato e centrato sul valore terapeutico aggiunto, misurato su esiti clinici e di qualità della vita (sistema tedesco) e/o sulla valutazione di impatto economico. L’opinione delle imprese riflette la preferenza per un sistema di libera definizione dei prezzi al lancio e l’esigenza di rendere il processo negoziale più strutturato e la valutazione dei farmaci più riproducibile.

Più del 50% dei responder (61% tra gli esperti, 53% tra le imprese, 48% tra società scientifiche ed associazioni pazienti, 47% tra soggetti pubblici) ha espresso l’auspicio che venga mantenuta una flessibilità negoziale, ovvero che rimanga la possibilità di stipulare accordi di rimborso condizionato, gli accordi siano adattati alle caratteristiche dei farmaci in lancio e si mantenga la confidenzialità sui contenuti degli accordi, per evitare, su alcuni mercati, il commercio parallelo e meccanismi, da parte dei soggetti pagatori, di cross-reference pricing (Figura 3).

Evoluzione auspicata degli accordi di rimborso condizionato

Figura 3. Evoluzione auspicata degli accordi di rimborso condizionato

MEA = Management Entry Agreements

* È meglio lasciare flessibilità negoziale su quale MEA eventualmente utilizzare con una possibile raccomandazione AIFA su quali sono le situazioni in cui un outcome-based agreement è preferibile rispetto a un accordo finanziario

° È meglio utilizzare lo sconto in fase negoziale come strumento privilegiato

§ I prezzi effettivi devono diventare pubblici e accessibili a livello internazionale

Funzionamento Aifa e rapporto con gli stakeholder

Il Documento Minsal richiama aspetti organizzativi e di gestione dei processi in Aifa, tra cui “… al fine di evitare diseconomie e per permettere anche la condivisione di aspetti sui quali le due commissioni – CTS e CPR – potrebbero avere sensibilità e consapevolezze differenziate, sarebbe auspicabile procedere in uno dei modi di seguito rappresentati: riunificazione delle due commissioni …;  prevedere che una parte dell’attività delle commissioni si svolga congiuntamente … Si evidenzia inoltre la necessità che venga potenziata la segreteria tecnica di supporto alle commissioni, operante presso l’Aifa, a cui è demandata l’attività istruttoria”. Sul tema del rapporto tra Aifa e stakeholder il Documento Minsal specifica che “Per svolgere al meglio il suo ruolo, Aifa assicura un rapporto di continua collaborazione con le Regioni, tiene conto dei suggerimenti che provengono dalle società scientifiche, dai professionisti sanitari e dalle associazioni dei pazienti … Allo scopo di favorire l’inclusione delle istanze dei pazienti, si propone di istituire un Tavolo permanente di consultazione con la presenza di rappresentanti delle associazioni dei pazienti”.

I soggetti pubblici e gli esperti hanno sottolineato la necessità di rafforzare l’attività istruttoria degli Uffici Aifa a favore delle due commissioni. Le imprese hanno auspicato, più degli altri responder, un maggiore investimento sulla fase di early advice, per affrontare in anticipo issues specifici sul valore del farmaco. Diversi responder hanno richiesto una maggiore trasparenza sulla valutazione del Dossier di P&R, attraverso la pubblicazione di sintetici report di HTA, in linea con quanto già avvenuto per le prime due CAR-T.

Sul tema della negoziazione di P&R vi è un’opinione diffusa di mantenere separate CTS e CPR. Le altre proposte di riforma del processo di valutazione (tra cui, potenziamento dell’attività istruttoria, interazione strutturata tra imprese ed agenzia e interazione tra CTS e CPR) e di contenuto del dossier (tra cui l’esplicitazione di un ranking per i domini, lo sviluppo di linee-guida alla preparazione del dossier con un indirizzo, ad esempio, sulla scelta del/i comparatore/i) sono considerate parimenti prioritarie.

Emerge infine un’opinione favorevole ad un coinvolgimento di clinici e pazienti. Secondo i responder tale coinvolgimento dovrebbe concretizzarsi, in ordine di importanza:

  • nella presenza sistematica nei tavoli in cui viene affrontato il tema dell’accesso (ad esempio, scelta dei centri di riferimento per la prescrizione, verifica dell’effettivo accesso ai farmaci innovativi, condivisione delle scelte di prioritizzatine di alcuni pazienti);
  • nel supporto nella valutazione dei dossier di loro rappresentanti scelti mediante call trasparenti, con approccio simile a quello adottato da NICE (National Institute for Health and Care Excellence);
  • nel supporto sistematico alle due commissioni (Figura 4).

 

Modalità migliore per gestire le relazioni con gli stakeholder (medici e pazienti)

Figura 4. Modalità migliore per gestire le relazioni con gli stakeholder (medici e pazienti)

Competitività ed equivalenza terapeutica

Il Documento Minsal torna sul tema dell’equivalenza terapeutica (Determina 818/2018  e Determina 458/2016), che, nell’interpretazione data, comporta meccanismi competitivi tra farmaci aventi lo stesso target terapeutico: tale richiamo è effettuato sia sulle azioni a livello centrale (“è necessario che l’Aifa verifichi puntualmente la presenza nel Prontuario di farmaci terapeuticamente equivalenti ammessi alla rimborsabilità del SSN con prezzi differenziati, promuovendo interventi finalizzati ad attenuare/eliminare tali differenze”), sia a quelle regionali (“ … l’Aifa assicura con tempestività e con tempi definiti il supporto alle regioni con riferimento alla richiesta di parere su equivalenza terapeutica tra medicinali contenenti diversi principi attivi al fine di consentire il corretto svolgimento delle procedure di approvvigionamento dei farmaci in esame”).

Sul tema esiste una chiara divergenza tra imprese (del tutto sfavorevoli all’uso di meccanismi competitivi basati su “equivalenza terapeutica”) e soggetti pubblici, favorevoli all’uso di meccanismi competitivi, posto che i farmaci siano di fatto fungibili (Figura 5). Gli altri responder si collocano in una via di mezzo con società scientifiche ed associazioni di pazienti più sfavorevoli ed esperti più favorevoli. I responder che ritengono tale politica desiderabile o comunque non particolarmente critica non prendono una particolare posizione su dove andrebbe applicata: sia le politiche centrali (rinegoziazione dei prezzi, revisione del prontuario con la definizione di un prezzo massimo di rimborso) sia quelle regionali (gare e governo del comportamento prescrittivo) vengono considerate dei potenziali target di iniziative volte a generare competizione tra farmaci.

Parere su introduzione di meccanismi di competizione tra farmaci caratterizzati da “equivalenza terapeutica”

Figura 5. Parere su introduzione di meccanismi di competizione tra farmaci caratterizzati da “equivalenza terapeutica”

Conclusioni

Dall’indagine effettuata emerge l’esigenza di riformare (e non stravolgere) il governo dell’assistenza farmaceutica, rendendolo più:

  • flessibile, si pensi alla programmazione delle risorse per la farmaceutica ed alla richiesta di mantenimento dei MEA;
  • trasparente, attraverso, ad esempio, documenti di appraisal post-negoziali, e riproducibile / prevedibile (linee-guida strutturate alla compilazione dei dossier P&R);
  • partecipativo, con un coinvolgimento fattivo di clinici ed associazioni di pazienti;
  • efficiente, con un’interazione maggiore tra tecnostruttura di Aifa e Commissioni, tra le due Commissioni e tra Aifa ed imprese.

Si tratta di indicazioni ancora oggi di grande interesse, nonostante il documento della Governance sia nato in un diverso quadro politico e l’emergenza pandemica abbia fatto emergere altri elementi di interesse, quali la semplificazione dei percorsi di accesso al farmaco e il ruolo assunto da CTS nell’approvazione di studi clinici per farmaci Covid-19.

L’auspicio è che questo documento possa rappresentare anche un esempio dell’importanza che riveste il coinvolgimento della comunità scientifica e dei portatori di interesse, nel momento in cui si fanno scelte strategiche di policy. Un’ampia e neutrale partecipazione di tali soggetti, attraverso spunti critici e proposte, non può che arricchire i documenti strategici dei soggetti politici.

 

Disclaimer

L’Osservatorio Farmaci è finanziato da un pool di 14 aziende farmaceutiche multinazionali (Abbvie, AstraZeneca, Bayer, Biogen, Celgene, Boehringer Ingelheim, Janssen Cilag, Merck Sharp & Dohme, Novartis, Pfizer, Sanofi, Roche, Takeda e Teva).

Si ringraziano, per la validazione del questionario, Ida Fortino (Regione Lombardia), Mauro De Rosa (Società Italiana di Farmacia Clinica e Terapia – Sifact), Gianpiero Fasola (Collegio Italiano dei Primari Oncologi Medici Ospedalieri – CIPOMO), Antonella Celano (Associazione Nazionale Persone con Malattie Reumatologiche e Rare ONLUS – APMAR)

Procurement sanitario strategico: senza semplificazione e collaborazione tra enti si rischia di rimanere indietro

Con questa pandemia il procurement sanitario è destinato (forse) a cambiare. L’assenza di materiali strategici come mascherine e dpi, gli acquisti fatti in extremis solo grazie alla capacità di singoli provveditori e responsabili acquisti che hanno saputo far rete con le imprese locali, i vari livelli di gestione degli acquisti (aziendale, regionale e nazionale) che non hanno saputo condividere azioni e obbiettivi sono solo alcuni dei problemi che hanno interessato il procurement sanitario in questi mesi di emergenza sanitaria.

Se l’assistenza sanitaria sta già sperimentando una piccola rivoluzione nella gestione dei pazienti, il procurement deve ancora iniziare la propria che, a detta di chi ci lavora, dovrebbe essere copernicana. Totalizzante.

Il procurement dovrà attrezzarsi per passare in tempi brevi dalla versione tradizionale a una versione 2.0 in cui le parole d’ordine devono essere condivisione, competenza, semplificazione, visione strategica.

Ne abbiamo parlato con due professionisti che questo mondo lo conoscono bene, da fuori e da dentro: Niccolò Cusumano, di SDA Bocconi School of Management, e Antonietta Ferrara, di ESTAR Toscana.

Intervista a Niccolò Cusumano

Docente di Government, Health and Not for Profit presso SDA Bocconi School of Management

Quali sono state le sfide del procurement sanitario di questi mesi di pandemia?

C’è stata sicuramente una presa di coscienza da parte dei responsabili delle centrali regionali di quello che possono effettivamente fare e del fatto che possono farlo in tempi molto più rapidi di quelli ipotizzabili prima della pandemia.  Anche l’istituzione dei tavoli tecnici per definire i capitolati è stata portata avanti in modo più agile: quando c’è la volontà da parte di tutti, i tempi si possono accorciare e le procedure si possono snellire. I responsabili delle centrali di acquisto hanno anche scoperto il valore di poter collaborare con le piccole e medie imprese del territorio, che si sono rivelate preziose nei momenti di crisi degli approvvigionamenti. Molte di loro si sono riconvertite e hanno aiutato il sistema. Questo è un ulteriore passo in avanti: la possibilità di collaborare con il territorio è concreta ed efficace e alcune Regioni, come Veneto e Toscana, ci hanno detto di star proseguendo su questa strada. Ma le nostre imprese vanno aiutate e bisognerebbe iniziare già adesso a lavorare per renderle forti e competitive, perché di certo non possiamo limitare la concorrenza proteggendo la nostra produzione: le norme comunitarie non ce lo permetterebbero e qualsiasi politica protezionistica risulterebbe perdente nel lungo periodo.

Ci vuole collaborazione tra i livelli del procurement e un salto culturale per scegliere fornitori competenti

Secondo il vostro punto privilegiato di osservazione, come è stato gestito il procurement sanitario in questi mesi?

La resilienza del nostro sistema sanitario è basata anche sui singoli provveditori delle aziende sanitarie che si mettono al telefono e cercano in qualche modo di trovare tutto quello che possono sul territorio. Perché è questo quello che è successo in molti casi. Gli acquisti in ambito sanitario avvengono a più livelli, ma il processo non è stato disegnato in modo strategico: ci sono le aziende sanitarie, le centrali di committenza regionali e Consip a livello nazionale, tre livelli di procurement che a volte non dialogano tra di loro. Non sono io a dover dire che non c’è stata una collaborazione tra il commissario straordinario per la gestione dell’emergenza sanitaria, Domenico Arcuri, e i soggetti aggregatori/centrali di committenza regionali e la stessa Consip. Il commissario si è mosso da solo, mentre nel procurement sanitario la vera strategia è lavorare insieme.

Oggi a livello centralizzato si fanno circa il 50% degli acquisti. L’altra metà è fatta dalle aziende sanitarie. E qui abbiamo un altro problema: il 50% di acquisti non centralizzati sono acquistati dalle singole aziende sanitarie e stiamo parlando di servizi comunque strategici. Molte aziende però nel tempo sono state depauperate delle competenze necessarie per acquistare in modo efficiente: i provveditori bravi sono stati trasferiti alle centrali di acquisto e mancano quindi oggi buyer competenti in molte strutture.

A livello centralizzato si acquistano farmaci, vaccini, alcuni dispositivi medici. Ma dietro a questo elenco non c’è un ragionamento strategico, ma solo di spesa. Nessuno si è chiesto: perché devo centralizzare questo acquisto quando invece ha più senso farlo a livello locale?

Come dovrebbe evolversi quindi il procurement per razionalizzare i processi di acquisto?

Le centrali di committenza dovrebbero affiancare le aziende sanitarie e supportarle nella gestione degli acquisti. E le Regioni dovrebbero iniziare a programmare seriamente, perché non sempre lo fanno. Le centrali acquistano sulla base degli input che arrivano dai decisori politici: non può essere il soggetto aggregatore a decidere cosa acquistare. Quello che vedo mancare spesso è questa responsabilità decisionale. Le Regioni che hanno saputo prendere decisioni hanno avuto risultati migliori, lo abbiamo visto in questi mesi. Anche il Ministero della Salute dovrebbe tornare ad occuparsi di salute anziché controllare spesa e costi: a quello ci pensa il MEF (Ministero dell’Economia e delle Finanze) e gli riesce benissimo. Il Ministero della Salute invece dovrebbe aiutare nella gestione sanitaria dove c’è più bisogno.

Il vero salto però consiste nella digitalizzazione e nell’utilizzo dei dati per ottimizzare i processi d’acquisto. A che punto siamo sotto questo aspetto?

La digitalizzazione è la parola dell’anno. Anche in questo caso ci vuole un input preciso da parte delle Regioni, perché per impostare servizi digitali occorre prima di tutto chiedersi l’obbiettivo di questi servizi, a che tipo di domanda rispondono, come devono essere disegnati, etc… La centrale di acquisto deve avere queste informazioni prima di procedere con la selezione del fornitore. Spesso è proprio la definizione degli obbiettivi a mancare. E così si finisce per demandare tutto al momento della gara, perché a un certo punto qualcuno il capitolato dovrà scriverlo e dovrà capire che tipo di domanda fare al mercato. In questo modo, sarà il fornitore a chiedere questi elementi a cui la pubblica amministrazione non ha pensato prima di procedere con l’acquisto, con un dispendio di energia e di tempo notevole.

Gli strumenti giuridici per selezionare aziende professionali ci sono tutti, ma oggi molti preferiscono conferire gli incarichi senza fare troppa selezione all’ingresso, con la scusa della concorrenza e con il timore di trovarsi qualche ricorso da parte di fornitori storici messi improvvisamente da parte. Per avere un procurement strategico ci vuole una seria conoscenza del mercato e fornitori competenti. Oggi chi fa procurement non deve avere solo competenze amministrative, ma deve conoscere il mercato e avere conoscenze tecnologiche.

E occorre sdoganare le gare a procedura negoziata o competitiva con negoziazione prevista dal Codice degli Appalti perché non è lì che si annida la corruzione: l’Anac, nel suo rapporto sui casi di corruzione del 2019, ha rilevato 113 casi di corruzione negli appalti e solo nel 18% dei casi questi erano stati assegnati direttamente, senza gara. Vuol dire che la corruzione, quando agisce, lo fa su altri livelli: per le commesse importanti, i fornitori si mettono d’accordo prima della gara e per quelle più piccole, gli episodi di corruzione di solito si verificano durante l’esecuzione dei lavori. Tutto questo per dire che la procedura negoziata o competitiva è fondamentale e va usata soprattutto nel settore della digitalizzazione, perché è un mercato con cui bisogna parlare e bisogna imparare a conoscere.

Intervista ad Antonietta Ferrara

Dirigente U.O.C. Farmaci e Diagnostici del Dipartimento Acquisizione beni e servizi ESTAR Toscana

Dottoressa Ferrara, quali sono state le principali problematiche lato procurement di questi mesi di pandemia?

All’inizio di questa pandemia molti di noi hanno lavorato senza paracadute per aiutare gli ospedali: o si rischiava saltando tutte le normali procedure in modo da far arrivare subito i materiali o si seguivano tutte le procedure, con i soliti tempi lunghi. Nel caso delle mascherine alcuni intermediari ne hanno approfittato e le mascherine non sono giunte a destinazione. La situazione era poco chiara e qui sta il primo problema del nostro procurement: non esiste una lista di fornitori certificata.

Anac dovrebbe fare questo: controllare in modo efficace i vari fornitori e segnalarci quelli con cui si può procedere. Così il lavoro amministrativo non sarebbe in capo a noi e, in questo modo, avremmo più tempo per gli aspetti che dobbiamo davvero curare, quelli tecnici e quelli economici, per organizzare gare e acquisti. Oggi invece le singole aziende vengono controllate mille volte da enti diversi e per gli stessi controlli. Non ha senso lavorare così. Se ci fosse stata una lista di fornitori o intermediari di fiducia già approvata non avremmo avuto questi problemi con gli intermediari, soprattutto per quello che riguarda la fornitura di mascherine.

 

Anche le procedure di gara andrebbero in qualche modo snellite?

Esiste il sistema dinamico d’acquisto che permette di acquistare determinati articoli con procedure più veloci. Io in quattro anni ho fatto 42 procedure ristrette per i farmaci e ho risparmiato molto, purtroppo però queste procedure valgono solo per i prodotti standardizzati (come i farmaci) e non per altri articoli (come prodotti tecnologicamente complessi).

La parola chiave per far ripartire il sistema sanitario e nello specifico i processi di acquisto è semplificazione, lo dico e lo ripeto da anni. Perché non usare i sistemi dinamici anche per tutti gli altri articoli che servono al sistema sanitario? Chi fa le leggi purtroppo non conosce il mondo delle gare e non consulta chi ci lavora da anni. Il mondo politico non ci ascolta, non ci chiede di sederci a un tavolo. In Anac non conosco una persona che abbia mai fatto una gara d’acquisto. E questo è un controsenso perché chi controlla dovrebbe avere molta più esperienza di chi sta controllando.

La semplificazione è l’unica strada per far evolvere il procurement sanitario

Sul fronte della digitalizzazione a che punto siamo?

Siamo che a volte è meglio usare la carta. Io utilizzo due piattaforme: una funziona abbastanza bene, l’altra è un disastro. E qui governo e PA c’entrano poco, è il mercato che non offre software all’altezza dei bisogni del procurement sanitario. Ma il problema non è solo il sistema informatico, ma anche l’accesso ai dati: non abbiamo una banca dati, un osservatorio dei prezzi in cui confrontare le varie gare. Se io ho un dubbio su un acquisto di un dispositivo o un farmaco e voglio vedere a quale prezzo è stato acquistato in altre gare in Italia, dove trovo questa informazione? Non avrebbe senso avere una banca dati del genere per poter decidere in modo più oculato, e più veloce, gli acquisti?

Quindi le decisioni per comprare un dispositivo, ad esempio, come sono prese?

Si riunisce un comitato tecnico che valuta prezzo e qualità delle varie alternative e dà un punteggio. Poi si sommano i punteggi e si decide che cosa comprare. Ma anche qui, abbiamo serie difficoltà a individuare l’articolo giusto perché ad oggi non esiste una classificazione univoca dei dispositivi, come quella che già esiste per i farmaci. Per capire se un dispositivo funziona nello stesso modo o in modo diverso rispetto a un altro, ci affidiamo ai tecnici che lavorano con noi e hanno esperienza trentennale e sanno quindi dirci a colpo d’occhio le differenze. Ma nel 2020 si può ancora lavorare così? Ci vuole una classificazione in cui nella stessa categoria di dispositivi io possa individuare articoli anche sovrapponibili e in modo chiaro, come avviene per i farmaci.

Questione mascherine: se si continua a comprare al prezzo più basso, rischiamo di avere lo stesso problema di carenza di mascherine alla prossima pandemia. Come si può risolvere questa situazione?

Le mascherine in Italia costano di più perché le aziende, e questo è vero, hanno costi di lavoro e di burocrazia che altri Paesi non hanno. Ma non possiamo proteggere le nostre imprese con leggi ad hoc o limitare la concorrenza, l’Europa non ce lo permette.

E inoltre, se in una gara io dovessi mai privilegiare una mascherina a un costo più elevato rischierei il danno erariale. È una situazione complessa. È giusto, credo, proteggere la filiera italiana andando controllare la qualità di quello che sto comprando, decidendo di non acquistare da un fornitore che non mi garantisce qualità dei materiali, rispetto dei diritti dei lavoratori e dell’ambiente. Agendo in questo modo, in automatico certi fornitori che hanno delocalizzato in Paesi che non rispettano questi standard saranno esclusi, il tutto salvaguardando la concorrenza. Onestamente, non vedo altre alternative per proteggere i produttori italiani e in generale chi produce con coscienza e rispetto.

Modelli di dispensazione dei farmaci: qual è stato l’impatto della pandemia e quali i cambiamenti per il futuro?

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Introdotta nel 2001 con l’obiettivo di contenere la spesa farmaceutica territoriale, negli anni la distribuzione per conto (DPC) è stata recepita e messa in atto dalle diverse Regioni in modo molto variegato, sia in termini di accordi regionali e locali, sia in termini di remunerazione per le farmacie e addirittura per quanto riguarda l’elenco dei farmaci che possono essere dispensati tramite questo canale.

Come noto, nella DPC i farmaci vengono acquistati dalle aziende sanitarie e vengono distribuiti agli assistiti “per conto” delle stesse dalle farmacie aperte al pubblico, come modalità di dispensazione aggiuntiva rispetto all’erogazione diretta (DD), che avviene invece attraverso le strutture aziendali del Servizio Sanitario Nazionale (farmacia ospedaliera o del distretto).

In generale, possono essere dispensati tramite DPC i farmaci inclusi da AIFA nel Prontuario ospedale-territorio (PHT) ma su questo aspetto si registrano alcune differenze significative, anche a livello di ASL, e alcuni importanti cambiamenti sono avvenuti proprio a seguito della pandemia di Covid-19.

Dal punto di vista dei costi, la comparazione tra DPC e DD è piuttosto complessa anche perché, come messo in evidenza dalle analisi di economia sanitaria, dipende da quali costi vengono considerati e da quale prospettiva si assume.

Difficile è il confronto tra distribuzione diretta (DD) e distribuzione per conto (DPC)

Se da un lato i costi di servizio per la DPC sono generalmente più alti rispetto alla DD, la maggiore accessibilità dei punti di distribuzione sia dal punto di vista quantitativo (le farmacie territoriali sono numericamente di più) sia dal punto di vista logistico (in termini di orari di apertura e di minori necessità di spostamento) costituisce un indubbio vantaggio per il paziente e, complessivamente, per il sistema, soprattutto nel caso dei pazienti cronici.

E proprio questi vantaggi si sono rivelati particolarmente adatti a fronteggiare il periodo più complesso della pandemia di Covid-19, durante il lockdown, quando è diventato di vitale importanza evitare gli accessi non strettamente necessari alle strutture sanitarie ospedaliere. In quest’ottica, come noto, in alcune Regioni, anche su richiesta delle istituzioni, sono scese in campo direttamente le aziende farmaceutiche che hanno fornito un servizio di consegna dei farmaci al domicilio del paziente.

Annarosa Racca

Ora che la fase più critica dell’emergenza sembra essersi affievolita, da più parti si sente l’esigenza di considerarne l’impatto sui diversi aspetti dell’assistenza sanitaria e uno dei temi in discussione riguarda proprio i modelli distributivi regionali dei farmaci. Ne abbiamo parlato con la dottoressa Annarosa Racca, Presidente Federfarma Lombardia.

Quale impatto ha avuto l’emergenza sanitaria legata alla pandemia di Covid-19 sui modelli distributivi di dispensazione dei farmaci a livello regionale?

La farmacia ha avuto un ruolo determinante in questa pandemia poiché è stato uno dei pochi presidi rimasti sempre aperti al pubblico e a disposizione dei cittadini; per questo motivo i cittadini non hanno mai avuto difficoltà a reperire i farmaci di cui avevano bisogno, la filiera del farmaco non si è fermata. Inoltre, ai cittadini non sono mai mancati i farmaci perché la farmacia ha subito avuto, da Regione Lombardia, la possibilità di stampare direttamente i promemoria della ricetta elettronica evitando così gli assembramenti negli studi medici e permettendo ai malati, soprattutto cronici, di continuare le loro terapie andando solo in farmacia. Il passo successivo, grazie ad un accordo con la sede regionale della Croce Rossa è stato quello di attivare un numero di telefono – 02.388.3350 – con il quale il paziente può richiedere la consegna a domicilio dei farmaci che viene effettuata dai volontari della Croce Rossa in divisa. Il potenziamento della consegna domiciliare ha permesso di garantire ai pazienti più fragili di restare a casa: questo servizio nei primi 15 gg di attività – un periodo molto critico – ha gestito circa 5.200 richieste di consegne farmaci, di queste il 65% da parte di persone over-65; anche questo è stato un grande sforzo fatto per fare in modo che le persone più fragili fossero tutelate.

La DPC ha avuto un notevole incremento nel lockdown perché ha evitato l’accesso dei pazienti alle strutture sanitarie

Quali sono state le principali criticità per quanto riguarda i modelli distributivi dei farmaci per le patologie croniche, e in particolare in termini di distribuzione diretta o per conto?

In Regione Lombardia la DPC è sempre stata preferita rispetto alla distribuzione diretta, la scelta era già stata fatta per non gravare sulla mobilità dei cittadini e permettere loro di trovare i farmaci nella farmacia sotto casa. Questa scelta precedente ha semplificato la riorganizzazione della distribuzione, durante questo periodo di lockdown, di questi farmaci destinati principalmente a malati cronici. Infatti, la DPC non ha avuto grandi difficoltà riorganizzative in seguito alla pandemia; benché in precedenza la DPC fosse prescritta dai medici su ricetta rossa, in brevissimo tempo la prescrizione è stata convertita in prescrizione su ricetta dematerializzata con tutti i vantaggi che questo comporta. Questa modifica ha permesso alle farmacie di stampare i promemoria, tramite il numero di ricetta elettronica (NRE), anche delle ricette di DPC, come per tutte le altre ricette, permettendo così di garantire una regolare continuità di cura ai pazienti.

Quali risposte sono state messe in campo dai diversi stakeholder coinvolti, e con quali differenze a livello regionale?

Come anticipavo, la principale novità è stata che le Regioni, nelle quali era stato dato tanto spazio alla distribuzione diretta, durante questa pandemia si sono rese conto che la distribuzione tramite le farmacie ha molti vantaggi per i cittadini: niente code agli sportelli, basta ai quantitativi di medicine consegnati per mesi di terapia, immediato riscontro per la spesa farmaceutica della Regione e minori spostamenti dei pazienti. In queste Regioni, quindi, molti farmaci per i malati cronici sono stati dati da distribuire alle farmacie sul territorio, come inevitabile conseguenza del blocco della circolazione delle persone.

Dopo Regione Lombardia, inoltre, anche in tutte le altre Regioni è stata ampliata la possibilità della farmacia di stampare i promemoria delle ricette dematerializzate; tutte le farmacie hanno aderito per spirito di servizio, pur avendo maggiori oneri, hanno così potuto essere più vicine ai pazienti, soprattutto quelli cronici permettendo minori spostamenti dei pazienti, che in questo momento devono restare a casa, e minori accessi agli ospedali già in grave difficoltà.

In questo periodo emergenziale come è stato il confronto tra Federfarma Lombardia e le Istituzioni ai diversi livelli, dal locale al regionale al nazionale?

Federfarma Lombardia ha come interlocutori i referenti territoriali (le Aziende Socio-Sanitarie Territoriali –  ASST, le Agenzie di Tutela della Salute – ATS) e soprattutto la Regione; con Regione Lombardia il dialogo è sempre stato costante, chiaro, produttivo arrivando in breve tempo a conclusioni pratiche ed efficaci per soluzioni a favore della popolazione lombarda. Oltre alla stampa in farmacia del promemoria di tutte le ricette del SSR, Regione Lombardia ha potuto aiutare i cittadini lombardi per il tramite delle farmacie con: il rinnovo automatico (o manuale da parte di ATS) dei piani terapeutici, senza che il paziente si dovesse recare agli sportelli delle ASST e ATS; il rinnovo automatico delle esenzioni dei pazienti e delle loro autocertificazioni; l’estensione del servizio di distribuzione dei prodotti per celiaci anche ai pazienti non residenti in Regione Lombardia; ed infine la partecipazione attiva delle farmacie alla distribuzione domiciliare dell’ossigeno nei territori più colpiti dall’epidemia. Le farmacie si sono rese disponibili per essere un referente a completo servizio del cittadino come presidio territoriale del Servizio Sanitario, perché con la capillarità delle farmacie le Istituzioni hanno potuto arrivare vicino a tutti i cittadini. Oltre a questo molte farmacie hanno anche effettuato la consegna gratuita di mascherine provenienti da Regioni o Comuni per i cittadini più fragili.

Alla luce dell’emergenza sanitaria, verranno ripensati i modelli distributivi di dispensazione dei farmaci all’interno delle Regioni (soprattutto per le patologie croniche)? Con quali cambiamenti?

Questa emergenza sanitaria ha dimostrato che la farmacia è un sistema che ha retto davanti a questa spaventosa epidemia, è un sistema forte che tiene in qualsiasi contesto. Proprio per questo motivo vorremmo che ci fosse più consapevolezza dell’importanza della farmacia territoriale nel sistema distributivo di tutti i farmaci. L’epidemia Covid-19 ha insegnato che è necessario cambiare i sistemi distributivi di molte Regioni e che tutto il farmaco dovrebbe essere distribuito tramite le farmacie sul territorio: il principio è di portare i farmaci vicino ai pazienti, in particolare per le patologie croniche. Vorrei infine fare un passaggio ulteriore: come la farmacia arriva vicino al paziente per i farmaci, la farmacia è vicina al paziente anche per i servizi, alcuni dei quali sono già stati delocalizzati in farmacia. Perché non pensare a rivedere il ruolo della farmacia anche nei protocolli vaccinali? Nella vaccinazione antinfluenzale?

Scaccabarozzi (Farmindustria): nuova governance farmaceutica e rispetto dei patti per continuare a investire in questo Paese

Il suo valore della produzione rappresenta quasi il 2% del Pil, è tra i primi produttori in Europa e del mondo e negli ultimi cinque anni è il settore che ha assunto più personale (+10%) in tutta Italia. Nonostante questi grandi punti di forza, l’industria farmaceutica italiana fa ancora i conti con una spesa pubblica insufficiente rispetto al fabbisogno (più bassa del 20-25% rispetto alla media degli altri big europei) e ogni anno si trova a discutere con Governo e Istituzioni su meccanismi di calcolo del payback e tetti di spesa. Perché nel 2019 la spesa farmaceutica ospedaliera ha sfondato il tetto previsto di 2,7 miliardi, mentre quella convenzionata ha segnato un “risparmio” di oltre 900 milioni di euro. E non è la prima volta che si assiste a questa discrasia tra i tetti di spesa. Nel 2020 rischiamo di vedere lo stesso film perché, secondo le analisi IQVIA, la spesa farmaceutica ospedaliera potrebbe sfondare oltre i tre miliardi.

Lo sa bene il presidente di Farmindustria Massimo Scaccabarozzi che, all’indomani della sua riconferma a capo dell’associazione degli industriali del farmaceutico in Italia, riprende il discorso su governance, payback e tetti di spesa che stava portando avanti insieme al Ministero della Salute lo scorso febbraio, e poi bloccato a causa della pandemia.

Massimo Scaccabarozzi

Presidente Scaccabarozzi, anche per quest’anno si prevede uno sforamento importante della spesa. Davvero la soluzione consiste solo nel rivedere i tetti di spesa?

Il problema è l’ammontare degli investimenti pubblici nel settore farmaceutico. Siamo tra i più bassi in Europa e ben al di sotto rispetto ai grandi paesi europei (-20/25% rispetto a Spagna, Francia, Germania e Regno Unito). In Italia la percentuale di spesa farmaceutica sul PIL da 10 anni è stabile all’1% (mentre il resto della spesa pubblica è aumentato) ed è inferiore rispetto alla media europea. Il problema è quindi nell’allocazione delle risorse che, mi pare evidente dai continui sforamenti, non sono sufficienti a rispondere al fabbisogno del paese. In passato la somma dei due tetti (spesa farmaceutica convenzionata e spesa ospedaliera) era pari al 16,4% del Fondo Sanitario Nazionale.

Oggi siamo al 14,85% (i tetti sono stati ridefiniti nel 2017, 6,89% per la spesa ospedaliera diretta e 7,96% per la spesa farmaceutica convenzionata, ndr). E oltre al problema del sottofinanziamento dovremmo anche affrontare il discorso sulle risorse non investite: i 900 milioni “risparmiati” nel 2018 per la spesa convenzionata dove andranno a finire? Per me quei soldi non rappresentano un risparmio ma uno spreco, perché dovrebbero rimanere in questo settore e semmai passare alla diretta ospedaliera, che è quella che ne ha più bisogno, soprattutto in un momento come questo dove le spese del SSN, anche a causa del Covid-19, sono aumentate considerevolmente. Detto questo, si continua a sforare nella spesa farmaceutica diretta perché molti farmaci che prima erano prescritti a livello territoriale e acquistati in farmacia, sono passati al canale diretto per un semplice motivo di costo:  a livello ospedaliero si svolgono poi gare al ribasso su prezzi già negoziati con AIFA (prezzi che, ripeto, sono già tra i più bassi in Europa) e si fanno gare su farmaci che non sono ospedalieri bensì farmaci che dovrebbero essere nella convenzionata. Quello che si potrebbe fare adesso è riportare questi medicinali sul territorio, dove stavano prima, in modo da farli arrivare ai pazienti senza obbligarli ad andare in ospedale. Ci sono anche da considerare i due fondi per i farmaci innovativi ed oncologici che sono sempre in distribuzione diretta (sono due fondi da 500 milioni ciascuno) ma per il 2019 non c’è stato nessun sfondamento.

 

Oltre al problema del sottofinanziamento, rimane da affrontare anche il discorso sulle risorse non investite

Lo scorso febbraio, prima che scoppiasse l’epidemia di Covid-19 nel nostro Paese, stavate lavorando con il Ministro della Salute Roberto Speranza per rivedere i tetti di spesa e il pagamento del payback del 2018. Avete ripreso il discorso?

Lo stiamo facendo in questo periodo. Tutto parte dall’accordo preso con le Regioni per ripianare gli arretrati payback 2013-2017 che erano arrivati a cifre inesigibili. Il patto prevedeva che l’industria (cioè noi) pagassimo quanto dovuto (2,4 miliardi) e che i tetti di spesa fossero riequilibrati già a partire dal 2019. Noi abbiamo fatto la nostra parte, ma i tetti di spesa ancora non sono stati riequilibrati. Poi sono stati pubblicati ripiani per il payback del 2018 che ancora una volta sono inesigibili perché il sistema di calcolo del payback ormai è viziato da una serie di errori fatti in tutti questi anni in cui, per ogni annata, si rivedeva il metodo e si calcolavano le somme dovute sempre in modo diverso. Anche il Tar ci ha dato ragione e ha chiesto alle aziende di pagare quanto ritenevano corretto, nell’attesa di iniziare i colloqui individuali con AIFA per definire le cifre corrette da ripianare. Mentre per i tetti di spesa la nostra proposta è molto semplice: spostare, a consuntivo, la parte non utilizzata nella spesa territoriale nel canale diretto. Solo la parte che non viene spesa, lo ribadisco. L’idea è quella di rendere questi tetti dinamici, nel senso di poterli rivedere ogni anno a seconda delle necessità dei due canali di spesa e lasciando ad AIFA la decisione su come riequilibrare i tetti sulla base di questa esigenza.

Adesso dobbiamo riprendere queste discussioni con il Ministero della Salute e stiamo già vedendo segnali incoraggianti: in tutti questi mesi, sia il premier Giuseppe Conte sia i Ministri Speranza e Gualtieri hanno definito il nostro settore strategico per il Paese, anche alla luce del fatto che, durante la pandemia, non abbiamo mai interrotto produzione e distribuzione dei farmaci. Mi fa anche piacere leggere all’interno del Programma Nazionale di Riforma del DEF 2020 (Documento Economico Finanziario) un riferimento alla necessità di riequilibrare i tetti di spesa. Mi auguro che questo venga giustamente recepito nel primo provvedimento utile.

Alla luce di quanto successo con la pandemia da Covid-19, e il rischio del collasso del sistema ospedaliero, crede che anche il modello della governance farmaceutica dovrebbe cambiare?

Intervenire sui tetti di spesa è una soluzione a breve termine, per il lungo periodo bisogna pensare ad altro: come l’esperienza della pandemia ha ben dimostrato, ragionare a silos non serve a nulla, occorre un approccio più olistico in cui non ci si concentra sui canali di spesa ma sul valore delle prestazioni fornite; in questo modo si mette al centro del sistema il paziente, si pensa a come offrigli la migliore prestazione possibile e si smette di pensare ai silos che ormai non funzionano più.

In questo senso sta lavorando la Direzione della Programmazione del Ministero della Salute, che dagli anni dell’ex Ministro Lorenzin sta realizzando test su alcune aree terapeutiche per capire come la prestazione in sé possa uscire dalla dinamica dei silos.

Per rendere sostenibile la spesa sanitaria, deve essere sostenibile anche l’impresa che la supporta

In generale dobbiamo anche ripensare al valore di avere una produzione nel Paese. Noi siamo fortunati in questo senso perché siamo tra i primi produttori di farmaci in Europa. In questi mesi di pandemia le medicine non sono mai mancate, a nessuno: ospedali, farmacie e qualsiasi altra struttura sanitaria. Non ci siamo mai fermati. E questo è stato possibile perché già a febbraio abbiamo anticipato i tempi, organizzandoci per fronteggiare quello che poi è successo: abbiamo lavorato per consentire ai nostri impiegati di operare in piena sicurezza e per non fermare la produzione e la distribuzione dei farmaci. Ma la domanda che io mi faccio sempre è: come mai il nostro paese si è trovato sprovvisto di mascherine e non di farmaci? Perché le gare al ribasso sulle mascherine non hanno reso sostenibile questa produzione e le aziende hanno chiuso: dobbiamo capire che per rendere sostenibile la spesa sanitaria deve essere sostenibile anche l’impresa che la supporta. Io spero davvero che con questa pandemia si sia capito il ruolo strategico della white economy. L’Europa sta lavorando per riportare le produzioni farmaceutiche in Europa: noi, lo ripeto, abbiamo la fortuna di averle in casa. La mia richiesta alle Istituzioni è di non farle scappare. Come fare? Una nuova governance di settore e il rispetto dei patti darebbe il segnale che l’Italia a questa industria ci tiene.

Blockchain: il documento degli esperti del MISE non convince, soprattutto sul fronte sanitario

La Blockchain continua a essere il convitato di pietra al tavolo della digitalizzazione italiana, soprattutto per quanto riguarda l’ambito sanitario. Il documento di sintesi Proposte per la Strategia italiana in materia di tecnologie basate su registri condivisi e Blockchain, redatto dal gruppo di 30 esperti nominati dal Ministero dello Sviluppo Economico a fine 2018 e presentato dal MISE qualche settimana fa, mostra ancora diverse carenze sull’implementazione di questa tecnologia nel nostro SSN. Più che carenze, diciamo che non c’è scritto nulla che non sapessimo già. Nel capitoletto dedicato alla sanità, infatti, si leggono più che altro delle raccomandazioni sull’uso dei dati sensibili, sul fatto che la tecnologia debba rispettare i limiti etici e giuridici promossi dalle normative nazionali e comunitarie e sulla necessaria interoperabilità dei sistemi. Tutte cose già note.

Anche se quello che possiamo in effetti leggere è solo una sintesi di 31 pagine, mentre il documento originale ne conta qualche centinaio, ma al momento non è stato reso pubblico. L’obbiettivo di queste proposte è quello di delineare una possibile “strategia blockchain” identificando tutti i possibili sviluppi, valutando le competenze necessarie per attuarli e analizzando le prospettive socioeconomiche nell’utilizzo di queste tecnologie. Nelle scorse settimane il MISE ha indetto una consultazione pubblica su questo documento di sintesi (che scade a fine mese) con l’obbiettivo di raccogliere altri spunti e affinare ulteriormente il documento strategico.

Il sistema Blockchain, in parole semplici, si basa su una rete di singoli computer, detti “nodi”, che rendono disponibili, in tempo reale, i dati senza bisogno di un’autorità centrale che li debba gestire o manipolare. Questa tecnologia potrà rivoluzionare il modo con il quale le imprese, i privati e le amministrazioni pubbliche interagiscono tra di loro. E in campo sanitario potrebbe fare la differenza nella condivisione dei dati tra i diversi sistemi (ad esempio con la Cartella Clinica Elettronica) e nella protezione degli stessi, perché una volta registrata l’informazione questa non è più manipolabile o cancellabile.

Per il nostro SSN forse i “nodi digitali” da sciogliere sono ancora altri

C’è tanto entusiasmo nel nostro paese per questa tecnologia, ma in pochi casi questo afflato si è trasformato in progettualità. Benché il 2019 sia stato l’anno della blockchain nel nostro paese con una crescita del 56% dei nuovi progetti, in Italia questa tecnologia stenta a decollare per i soliti problemi di cui abbiamo parlato anche noi su PPHC poco tempo fa: incertezza normativa; carenza di informazione e consapevolezza; accesso ai finanziamenti; carenza di competenze e talenti.

Per il nostro Sistema Sanitario Nazionale forse non è il momento giusto per parlare di blockchain perché sono altri i “nodi digitali” da sciogliere prima di poter applicare una tecnologia che comunque, per come è disegnata, non può essere calata tout court nel nostro SSN.

Roberto Reale

Il perché ce lo spiega Roberto Reale, esperto di innovazione e progetti di e-government, trasformazione digitale di settori strategici in ambito nazionale e UE e presidente di Eutopian, Osservatorio europeo sull’innovazione democratica.

Dottor Reale, c’era grande attesa per questo documento: qual è la sua impressione sui contenuti della sintesi?

Noi adesso ragioniamo su una sintesi perché al momento non è possibile vedere il documento integrale, ma credo che basare una consultazione pubblica su un riassunto e non sul documento integrale rischi di limitare la portata delle valutazioni.

Per quanto riguarda i contenuti, nell’ambito finanziario non vedo nulla di nuovo, ci si limita a dire che cosa si fa oggi con le criptovalute. Questi sono temi di cui si parlava già cinque anni fa e sono già consolidati. Sulla blockchain in campo finanziario e fintech si potrebbe dire molto di più.

Ma c’è anche una questione di metodo che non mi è del tutto chiara. In Italia esistono due piattaforme per la consultazione pubblica: una è Docs Italia e l’altra è Partecipa. Per questa consultazione pubblica si è scelto invece di mettere questo documento a disposizione sul sito del MISE attraverso un link e si invita a partecipare alla consultazione rimandando a un semplice indirizzo email: blockchain.strategia@mise.gov.it

Mi pare una procedura un po’ irrituale, benché legittima naturalmente. Diciamo che utilizzando un indirizzo email, chi valuta i commenti non vede in contemporanea le osservazioni degli altri utenti che hanno partecipato (cosa che invece con le piattaforme pubbliche si può fare) e questo comporterà una duplicazione degli sforzi e una ridondanza dei contenuti esposti.

I dati sanitari prevedono maggiori cautele nel trattamento rispetto a quanto previsto ad oggi dalla blockchain

Anche dal punto di vista sanitario, un ambito in cui si dice che la blockchain possa davvero fare la differenza, in realtà il documento dice poco.

In effetti di parla poco di questo settore nel documento del MISE. In ogni caso ad oggi è difficile prendere la blockchain e applicarla in questo campo perché i dati sanitari hanno un livello di trattamento che prevede determinate cautele, come ribadito anche dal GDPR. La blockchain, così come è stata pensata, mal si sposa con un dato sensibile come questo perché tutto quello che finisce su un registro blockchain non può essere cancellato e quindi l’utente non può esercitare il diritto all’oblio previsto dal regolamento europeo (art. 17 del GDPR, ndr). Il settore sanitario è molto maturo e ricco di standard su flusso, trattamento e gestione delle informazioni, mentre l’ambito blockchain è ancora molto fluido e ha relativamente pochi standard. Nei prossimi anni sicuramente ce ne saranno di più e anche la commissione europea sta lavorando in questo senso.

La blockchain si può calare nel sistema sanitario solo nel momento in cui si compie un’attenta valutazione del rischio nell’implementare questo tipo di tecnologia.

Al di là della blockchain, come vede il processo di digitalizzazione in sanità nel nostro Paese?

La blockchain è solo un pezzo di questo cammino, ma ricordiamoci che la digitalizzazione in sanità non riguarda solo la gestione del dato, ma anche l’applicazione di tecnologie come l’intelligenza artificiale per la diagnostica clinica e la medicina di precisione. Non solo, la digitalizzazione può migliorare il procurement sanitario, ottimizzare gli acquisti e razionalizzare la spesa pubblica: un aspetto che non riguarda da vicino il rapporto medico e paziente, è vero, ma è altrettanto importante perché impatta sulla qualità del servizio che il sistema è in grado di offrire. Anche la cyber security si sta espandendo in campi che prima erano impensabili, come i dispositivi medici indossabili che sono e saranno sempre più connessi e i cui dati sensibili che elaborano vanno assolutamente protetti. Ci ricordiamo ancora tutti l’attacco hacker che colpì il sistema sanitario inglese nel 2017 e che per ore bloccò tutti i servizi, pronto soccorso incluso, arrecando non solo danni economici ma anche privando gli inglesi dell’assistenza e delle cure mediche.

La digitalizzazione può migliorare il procurement sanitario e la spesa pubblica

Uno dei più grossi ostacoli all’accelerazione della digitalizzazione in Italia, e quindi alla conseguente applicazione della tecnologia blockchain (e non solo) è un analfabetismo digitale dilagante. Secondo l’indice Desi 2020, il Digital Economy and Society Index elaborato dalla Commissione Europea per misurare il livello di digitalizzazione dei paesi europei, l’Italia è al venticinquesimo posto  in Europa, davanti solo a Romania, Grecia e Bulgaria. Siamo molto avanti sul fronte delle reti infrastrutturali (come la diffusione del 5G), ma solo il 74% degli italiani usa internet abitualmente. Un paradosso tutto italiano che pare confermarsi anno dopo anno. Forse è il momento di stravolgerlo e cominciare a diffondere seriamente la cultura digitale tra la popolazione e le imprese. Il Covid ci ha mostrato che un’accelerazione è possibile. Non perdiamo questa occasione.

Malattie croniche e Telemedicina: best practice di oggi per tracciare il presente e il futuro della teleassistenza in Italia

In questa seconda puntata cominciamo a far parlare un po’ di più i protagonisti della telemedicina ai tempi del Covid-19. Ogni Regione ha cercato di implementare sistemi di teleassistenza, soprattutto per gestire i malati cronici e di malattie rare e assicurare la continuità delle cure anche da remoto. In qualche caso solo con telefono e collegamenti semplici via Skype, in altri casi con l’aiuto di piattaforme ad hoc.

L’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità del Politecnico di Milano sta coordinando diversi progetti di telemedicina su tutto il territorio nazionale. Nella puntata presenteremo tre realtà italiane che si stanno distinguendo per l’impiego della telemedicina, cercando di capire vantaggi e limiti e di identificare i passi per rendere queste pratiche sistemiche all’interno del Sistema Sanitario Nazionale.

Ne parliamo con:

  • Paolo Locatelli
    Responsabile scientifico dell’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità del Politecnico di Milano
  • Francesca De Giorgi
    Direttore dei sistemi informativi dell’ IRCCS Istituto Neurologico Besta di Milano, per l’esperienza di televisite neurologiche, in pazienti pediatrici e adulti
  • Diego Conforti
    Direttore Ufficio Innovazione e ricerca, Dipartimento Salute e politiche sociali, Provincia autonoma di Trento
  • Tommaso Petrosillo
    Direttore dei sistemi informativi della ASL Foggia, per l’esperienza di gestione domiciliare supportata da sistemi digitali

Modera:

  • Angelica Giambelluca
    Giornalista professionista in ambito medico