Home Blog Page 326

Rapporto Sanità CREA: dallo stato di salute del Paese alle strategie per cogliere le nuove opportunità

Non poteva che guardare al futuro il XVI Rapporto Sanità del CREA (Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità) presentato lo scorso 27 gennaio. E non poteva che intitolarsi “Oltre l’emergenza: verso una ‘nuova’ vision del nostro SSN”. Di fatto, dopo la presentazione dei principali risultati che fotografano lo stato di salute del nostro Paese relazionate dagli autori della ricerca, la discussione tra gli stakeholder che hanno partecipato alla tavola rotonda si è concentrata sulle strategie da definire perché la sanità italiana possa uscire dalla crisi e trovare un nuovo equilibrio che lasci per sempre alle spalle le numerose criticità progettuali e organizzative del passato. E così Recovery Fund e Recovery Plan sono state le parole più frequentate dai relatori. Che le hanno declinate ciascuno secondo il proprio ruolo e la propria sensibilità. Non senza evidenziare, alla fine, molteplici punti in comune.

Che la “la pandemia sia diventata una cesura storica per tutto il SSN non c’è dubbio”, ha detto Luigi Bertinato, responsabile segreteria scientifica del Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità. Così come non si discute sul fatto che “abbiamo un’opportunità da cogliere, cioè che la politica sanitaria rientra a pieno titolo nella politica economica del nostro Paese”, ha aggiunto il presidente del CREA Sanità Federico Spandonaro, ricordando però una cosa fondamentale. Che il “SSN continua ad essere autoreferenziale” e che il concetto di “paziente al centro è un’idea che resta confinata ai convegni e non trova riscontro reale nella pratica clinica e nell’organizzazione sanitaria”.

La sanità deve rientrare a pieno titolo nella politica economica italiana

In effetti, “il Recovery Plan non riporta indicazioni precise sul tema della centralità del paziente, che abbiamo visto essere il punto critico di tutta l’assistenza sanitaria. E nemmeno fa menzione a quale regia sia necessario attivare per rendere realtà vera le cure domiciliari”, ha evidenziato Rossana Boldi, vicepresidente della XII Commissione Affari Sociali, Camera dei Deputati.

Se patient centricity deve essere, il centro delle politiche sanitarie ed economiche a sostegno della Sanità pubblica deve essere il territorio. La sanità di prossimità, come va di moda chiamarla oggi. Quell’insieme di sostegni sociali e sanitari che un tempo vedevano protagonisti il medico condotto, il farmacista e quanti svolgevano mansioni infermieristiche. Naturalmente i tempi sono cambiati, ma i cittadini vivono sempre sul territorio, con la differenza che il loro bisogno di cure aumenta dato l’allungamento dell’aspettativa di vita, che porta con sé l’incremento dell’incidenza delle malattie croniche. E allora che fare per potenziare veramente e una volta per tutte questo territorio? Secondo Bertinato, “assistenza domiciliare e ICT rappresentano alcune delle principali leve strategiche su cui investire per la ripresa del Paese e della Sanità”. Un’affermazione che vede concorde il segretario della XII Commissione Affari Sociali, Camera dei Deputati, Fabiola Bologna. La quale, però, precisa “che ciò deve andare molto oltre l’assistenza domiciliare integrata”. E che “bisogna avere una visione olistica della situazione. Considerare tutte le figure professionali e i servizi che esse possono offrire in ambito sanitario e sociale. Valorizzandole rispetto alle proprie peculiarità attraverso adeguati incentivi”, andando verso l’ottimizzazione dell’outcome dell’assistenza. Allineato sul fattore umano anche Andrea Mandelli, presidente FOFI e componente della V Commissione (Bilancio, Tesoro e Programmazione) della Camera dei Deputati, che ha rimarcato come “una delle leva su cui agire per rendere più efficiente tutto il sistema è proprio quella di arrivare ad avere una vera integrazione strutturale e operativa dei professionisti della salute, quali infermieri, medici e farmacisti”.

Assistenza domiciliare e ICT sono tra le principali leve strategiche per la ripresa

Ma i problemi (e le soluzioni) a un SSN che per alcuni aspetti ha retto lo “scossone pandemia”, ma per altri ha fatto acqua, non riguardano solo la questione della salute territoriale. Molto del futuro del SSN, hanno evidenziato gli esperti, sarà determinato da come saremo in grado di spendere i fondi UE che tutti auspicano potremo ricevere attraverso il Recovery Fund. E da quale sarà la governance della sanità futura. “La domanda vera, che da più parti ci facciamo e a cui si deve dare risposta rapidamente è ‘come dovremo spendere il Recovery Fund?’”, ha detto Rossana Boldi.  Un aspetto questo, non secondario e non ancora risolto dalla politica. Le ha fatto eco l’assessore al Finanziamento del SSR della Regione Campania Ettore Cinque: “Rispetto ai fondi UE in arrivo, non si tratta di finanziare di più, ma di fare scelte oculate e flessibili. Bisogna evitare che le spese in conto capitale di oggi si trasformino unicamente in un debito per le generazioni future. Per non sbagliare nella scelta delle attività da finanziare con i fondi UE, si deve partire dai diritti dei cittadini in termini di salute”. Anche perché, ha ricordato Mandelli, “sono a fondo perduto solo 84 miliardi dei 209 previsti dal Recovery Fund, mentre gli altri andranno restituiti”. Ciò che occorre, quindi è pensare a investimenti che possano dare un ritorno concreto che permetta di ripagare il debito che stiamo contraendo con l’Europa. In soldoni, vuol dire che dobbiamo investire sulla sanità del territorio con l’obiettivo di generare più efficienza e quindi risparmi diretti e indiretti. Perché “una strategia differente sarà certamente fallimentare”, ha aggiunto tranchant Mandelli.

Come spendere i fondi UE del Recovery Fund?

Tra le idee messe sul piatto per evitare che l’Italia “benefici” delle “idee e dei progetti vecchi di 10 anni presenti nella prima relazione del ministro della Salute Roberto Speranza” relativa al Recovery Fund, secondo Boldi c’è la ricerca scientifica e il trasferimento dei suoi risultati nella produzione industriale, perché “si generi sviluppo e ricchezza per il Paese”, ha aggiunto Bologna.

Ma non è tutto. Se alcune buone idee mancano, e vanno trovate, altrettanto bisogna trovare la quadra per a livello di governance. In linea generale, ha dichiarato Cinque: “La vision che deve permeare il Recovery Plan è trovare una giusta sintesi per la questione sul rapporto Stato-Regioni e sul divario territoriale che interessa il nostro SSN e che si manifesta in una mobilità sanitaria interregionale in continuo aumento”. Ma allora quale possibile soluzione? Forse una maggiore centralizzazione della sanità? “Certamente la definizione centralizzata di linee guida e livelli minimi organizzativi entro cui le Regioni devono muoversi è fondamentale”, ha continuato Cinque. Che però ha avvertito: “Ciò non deve significare che i problemi siano giustificati da un errato uso dell’autonomia gestionale da parte delle Regioni. Non dimentichiamoci che se non ci fosse stata l’autonomia, la pandemia avrebbe avuto probabilmente un esito diverso. Così come è importante evitare che, in assenza di una reale presenza dello Stato centrale, si verifichino derive regionali in ordine sparso”.

Per superare regionalismo e centralismo, il tema da affrontare è la responsabilità

Dichiarazioni dirette che altrettanto schiettamente hanno trovato un contraltare da parte del segretario generale Cittadinanzattiva Antonio Gaudioso, che ha detto: “Dobbiamo smettere di contrapporre regionalismo a centralismo. Il tema da affrontare è quello della responsabilità. Non è più possibile accettare che il decisore politico non prenda su di sé la responsabilità delle scelte. Un sistema federale che funzioni deve prevedere che dove si verifica un problema a un determinato livello si debba intervenire e sostituire chi o cosa determina il malfunzionamento. Viceversa, le realtà regionali virtuose devono essere messe in condizione di continuare a esserlo. Dobbiamo poi intervenire in modo imprescindibile su tutte le risorse del SSN, perché tutti coloro che lavorano per il SSN, in modo diretto o convenzionato, siano considerati parte di esso. L’outcome di salute prodotto dalle varie realtà deve essere l’unico parametro di valutazione dell’operato nei confronti dei cittadini”.

Il fenomeno della carenza dei farmaci: quale impatto e come contrastarlo?

La carenza o l’indisponibilità sul mercato di un farmaco costituiscono una seria difficoltà del sistema di approvvigionamento e utilizzo dei medicinali, con risvolti importanti per tutti gli attori coinvolti: dai clinici ai farmacisti ospedalieri, dai responsabili regionali degli acquisti fino, in ultima analisi, ai pazienti, che rischiano di veder compromessa l’efficacia della cura. È un tema ben presente anche a livello di istituzioni nazionali ed europee, tanto è vero che sia l’Agenzia Italiana del Farmaco sia l’European Medicines Agency monitorano costantemente la situazione e rendono noto l’elenco dei farmaci temporaneamente carenti.

Le cause della carenza di farmaci sono molteplici e di varia natura: dalla impossibilità a reperire le materie prime a criticità relative al mercato oppure a problematiche di produzione. In una recente risoluzione del Parlamento Europeo, adottata anche a seguito delle problematiche di penuria dei farmaci messe in evidenza dalla pandemia di Covid-19, si sottolinea l’impatto negativo di alcuni elementi sulla disponibilità di farmaci: infatti, negli ultimi anni sono aumentati notevolmente la delocalizzazione della produzione in Paesi extra-Ue, la massificazione della domanda e la pressione sui prezzi.

Qual è la situazione in Italia e come si potrebbe arginare questo fenomeno? Lo abbiamo chiesto a due esperte sul campo: Patrizia Nardulli (Direttore Farmacia, IRCCS Istituto Tumori Giovanni Paolo II, Bari) e Valentina Tabelli (Responsabile Unità Farmaci Antiblastici – UFA, Azienda ULSS 8 Berica, Vicenza).

Intervista a Patrizia Nardulli

Direttore Farmacia, IRCCS Istituto Tumori Giovanni Paolo II, Bari

Patrizia Nardulli

Nella sua esperienza, quali problematiche sono correlate alla carenza dei farmaci e quali misure potrebbero essere utili per contrastare questo fenomeno?

La carenza dei farmaci è una problematica molto sentita: negli ultimi anni stiamo assistendo al verificarsi di queste criticità con una certa frequenza e sta diventando una questione davvero complessa che rischia di mettere a repentaglio la continuità terapeutica in un numero sempre maggiore di pazienti. La stessa AIFA ha predisposto una lista di farmaci carenti sul territorio nazionale che aggiorna costantemente.

Diverse sono le cause che possono determinare la carenza di un farmaco: a volte il problema può essere ricondotto ad una criticità di approvvigionamento della materia prima (magari proprio in caso di prodotti ad estrazione naturale), altre volte invece possono entrare in gioco motivazioni economiche e di mercato.

In ogni caso la carenza di farmaci rappresenta per la farmacia ospedaliera un problema gestionale enorme, che comporta un aggravio di lavoro notevole; il nostro obiettivo è quello di cercare in ogni modo di superare questa criticità per evitare ai pazienti l’interruzione del trattamento. Ancora più drammatico è quando la mancanza di farmaci riguarda, come è capitato anche di recente nella mia esperienza, medicinali oncologici.

Per aggirare questo ostacolo è necessario mettere in atto misure diverse a seconda del motivo che ha generato la carenza: quando è possibile, se il problema è solo di carattere nazionale, si ricorre all’importazione dall’estero, che comunque allunga i tempi di approvvigionamento e i costi.

La carenza di farmaco è un rischio per la salute dei pazienti

Qualche volta la mancata fornitura del farmaco è dovuta a problematiche gestionali delle aziende farmaceutiche. L’ultimo caso importante che abbiamo dovuto affrontare è legato alla carenza del farmaco biosimilare di bevacizumab, un anticorpo monoclonale utilizzato in numerose patologie oncologiche. In questo caso la Regione Puglia ha aderito ad una gara multiregionale indetta dalla Regione Piemonte che prevedeva l’aggiudicazione ad un unico fornitore e coinvolge cinque Regioni molto popolose, con un bacino di pazienti molto rilevante. Forse proprio in considerazione dell’altissimo numero di pazienti da trattare nelle cinque Regioni per le quali si è aggiudicata l’appalto, l’azienda produttrice non è stata in grado di provvedere all’approvvigionamento ed è andata in rottura di stock, che ha comportato una carenza totale del farmaco.

Per sopperire a questa situazione, nella quale non era assolutamente possibile interrompere la terapia, è stato necessario far effettuare ai pazienti un nuovo switch terapeutico tornando all’utilizzo del farmaco originator o verso un nuovo biosimilare, con un grandissimo impegno da parte dei farmacisti ospedalieri e dei clinici. E sappiamo bene che lo switch tra originator e biosimilare e i possibili vantaggi economici correlati, a parità di efficacia, sono uno dei grandi temi di discussione del momento.

La carenza di farmaci è un problema dalle mille sfaccettature e può essere correlato a molte cause: non tutte si possono prevedere ma alcune sì, e si potrebbe cercare di gestire in maniera adeguata il problema.

Ad esempio, per quanto riguarda i farmaci a basso costo, sarebbe auspicabile un intervento di AIFA a fianco delle aziende farmaceutiche in maniera da risolvere le criticità di fabbricazione e distribuzione di questi principi attivi di sintesi chimica a volte piuttosto “datati”. Un caso importante ha riguardato la carenza di un vecchio chemioterapico, la mitomicina, per la quale abbiamo dovuto attivare l’importazione dall’India. Probabilmente il mercato italiano non è più remunerativo per i produttori di “farmaci datati”, in questi casi sarebbe auspicabile un intervento di AIFA sulle Aziende Farmaceutiche per valutare anche le loro necessità e mettere in campo dei meccanismi che prevengano simili situazioni, che possono anche mettere i pazienti a repentaglio per la mancanza di cure salvavita.

Il fenomeno può essere correlato a molte cause, e alcune si possono prevedere ed evitare

Oltre alle difficoltà di reperimento della materia prima, possono essere anche provvedimenti a carattere regolatorio a causare il mancato approvvigionamento, e anche su questo aspetto AIFA potrebbe sicuramente svolgere un ruolo importante, ad esempio, con una diversa negoziazione del prezzo.

A mio parere, la parola che potrebbe risolvere la questione è “pianificazione”: cercare un collegamento con le aziende produttrici di questi farmaci, per pianificarne produzione, immissione in commercio e costo.

Per quanto riguarda invece l’esempio del bevacizumab citato in precedenza, in quel caso sicuramente un meccanismo di gara diverso ci avrebbe aiutato. Per i farmaci biotecnologici infatti la normativa prevede che, laddove siano presenti sul mercato più di 3 prodotti a base del medesimo principio attivo, si possa effettuare una procedura con Accordo Quadro, prevedendo un’aggiudicazione a più fornitori: in un caso di rottura di stock come quello ricordato, sarebbe stato più semplice ottenere l’approvvigionamento dalle altre aziende aggiudicatarie, senza dover procedere ad una nuova gara e conseguente contrattualizzazione, con il pericolo di non riuscire a garantire la regolarità dei cicli di chemioterapia ai pazienti oncologici.

Inoltre, un tempo, quando ogni ospedale effettuava le gare di acquisto direttamente e singolarmente, in caso di carenza di farmaci si poteva ricorrere ai prestiti tra aziende sanitarie e, in questo modo, si garantiva la continuità ai pazienti. Da quando le gare si svolgono a livello regionale o addirittura multiregionale, questo non è più possibile perché l’aggiudicatario unico è uguale per tutti e tutti vanno in carenza contemporaneamente.

La carenza di farmaci è un rischio per la salute dei pazienti. Mi piacerebbe che, per affrontare questo tema, le Farmacie Ospedaliere, che sono in prima linea nella gestione pratica per garantire la continuità terapeutica ai pazienti, fossero più coinvolte per creare delle linee guida e cercare di elaborare soluzioni possibili. Anche SIFO, come Società Italiana di Farmacia Ospedaliera, si è attivata in questo senso e ha realizzato il portale DruGhost per affiancare i suoi soci nella difficile gestione della problematica.

Intervista a Valentina Tabelli

Responsabile Unità Farmaci Antiblastici (UFA), Azienda ULSS 8 Berica, Vicenza

Valentina Tabelli

Nella sua esperienza, quali problematiche sono correlate alla carenza dei farmaci e quali misure potrebbero essere utili per contrastare questo fenomeno?

La carenza di farmaci è un tema molto presente, che ha un impatto notevole sulla quotidianità degli operatori sanitari e dei pazienti. In parte questo problema dipende dai meccanismi con i quali vengono strutturate le gare regionali. Come noto, la quasi totalità dei farmaci viene acquistata tramite una gara regionale che, molto spesso, prevede come criterio di aggiudicazione il minor prezzo: in questi casi, e a maggior ragione se l’aggiudicatario risulta essere un’azienda produttrice di piccole dimensioni, molto spesso non viene garantita una fornitura costante del farmaco e il problema della carenza è all’ordine del giorno.

Recente è l’esperienza che abbiamo avuto con la gara indetta per l’approvvigionamento del farmaco biotecnologico bevacizumab, gara che è stata aggiudicata al produttore del biosimilare e che, nonostante si trattasse di un’azienda non piccola, ha avuto immediatamente problemi di rottura di stock. E nel caso dei biotecnologici e biosimilari il tema della carenza è ancora più sentito perché, se per un farmaco convenzionale la ricerca di un’alternativa è più semplice e riguarda aspetti sostanzialmente logistici, la sostituzione di un biosimilare diventa più complessa e comporta la necessità di operare uno switch terapeutico, con il coinvolgimento anche del clinico curante.

Il tema della carenza dei farmaci biosimilari è un problema nuovo in ambito oncologico perché in questo settore l’introduzione sul mercato di questi farmaci, a seguito della perdita del brevetto da parte degli originator, è piuttosto recente e ce ne sono ancora pochi. Si tratta quindi di situazioni piuttosto nuove e, rispetto ad altri tipi di medicinali, in questo caso la carenza è meno facilmente gestibile senza creare inconvenienti per i pazienti. Come detto, ad esempio per il bevacizumab è stato necessario ricorrere a switch tra due farmaci in tempi molto stretti: questa è stata l’unica soluzione, anche se non rappresenta una situazione ottimale, per le difficoltà logistiche che porta con sé.

La rottura di stock per un biosimilare va oltre la questione logistica e diventa una questione clinica

Questo aspetto rischia di inficiare anche l’utilizzo e la diffusione dei farmaci biosimilari. È vero che ormai sono ben conosciuti dai clinici e i timori iniziali sono stati superati, però la prospettiva di dover affrontare una rottura di stock con il conseguente ulteriore switch terapeutico può aggiungere un nuovo ostacolo alla prescrizione e all’utilizzo dei biosimilari.

Come detto, la carenza di un biosimilare va oltre la questione logistica, come per gli altri medicinali, ma diventa una questione clinica e richiede pertanto un livello di attenzione diverso. E questa particolarità può risultare a volte difficile da spiegare al servizio di approvvigionamento, con il quale noi come farmacia ospedaliera ci interfacciamo: anche in questo caso, si tratta di operare un passaggio culturale, e non è immediato.

Per evitare i problemi di carenza dei farmaci, una delle soluzioni possibili potrebbe essere quella di prevedere un meccanismo diverso nella procedura di gara, impostando come criterio di aggiudicazione non solo il prezzo ma anche la qualità. Oppure si potrebbe inserire tra i criteri di aggiudicazione la richiesta di una garanzia di fornitura minima, per assicurare anche la quantità, oltre alla qualità. E sarebbe necessario anche valutare la capacità produttiva dell’azienda, che spesso rappresenta il vero problema. Soprattutto quando si tratta di gare indette a livello regionale, e non di singola ASL, i quantitativi vengono esplicitati chiaramente ed è noto che, solitamente, vengono tarati verso l’alto, quindi le aziende produttrici dovrebbero essere in grado di conoscere e garantire l’erogazione della fornitura per tutta la realtà regionale.

In questi mesi, alle problematiche usuali, relative nella mia esperienza soprattutto ai farmaci oncoematologici, si è imposto anche il problema legato alla pandemia Covid, che ha presentato delle motivazioni e delle soluzioni assolutamente peculiari.

In particolare la carenza di farmaci legati al Covid è stata correlata soprattutto alla maggiore ospedalizzazione dei pazienti e alla maggiore occupazione dei dipartimenti rianimazione. Per affrontarla è stata messa in campo una vera e propria task force a livello intraregionale che, nonostante alcuni aspetti da migliorare, ha avuto il merito di supportarci nel coordinamento dell’attività di acquisto dei farmaci e di fornire anche degli strumenti dedicati per superare le criticità.

Le farmacie ospedaliere sono in prima linea per garantire la continuità terapeutica ai pazienti

Il lavoro di gruppo e la condivisione delle note di carenza sono elementi fondamentali anche per quanto riguarda la gestione dei farmaci oncoematologici: nel tempo si è infatti creata spontaneamente una “rete” di supporto non solo interna alla Regione ma anche con relazioni verso altre Regioni, che consente di confrontare la situazione dell’approvvigionamento e, quando possibile, intervenire tempestivamente con prestiti tra le strutture. Forse, proprio perché la gestione del farmaco oncologico è molto complessa, per la logistica si è riusciti a condividere tutto quel che è possibile, come gli schemi terapeutici, gli approcci al risk assessment o alle varie tipologie di processi. Questa rete, come detto, è nata spontaneamente dai centri, in base alle proprie relazioni: sicuramente una strutturazione più ampia e organizzata a livello centrale di questa rete potrebbe essere utile. Il modello che le singole strutture hanno creato per risolvere le emergenze si è dimostrato efficace, quindi potrebbe fungere da best practice e portato a modello regionale applicabile anche ad altri ambiti.

A livello europeo invece potrebbe essere utile una presa in carico comunitaria delle forniture, con una riduzione dei confini e delle autorizzazioni. Queste soluzioni potrebbero essere di aiuto non tanto per limitare le carenze quanto per facilitare il transito: infatti, nei casi in cui si rende necessaria l’importazione dall’estero, la criticità maggiore riguarda i tempi della fornitura e le numerose autorizzazioni da ottenere.

Nuove indicazioni sulla telemedicina: un documento atteso, ma ci sono ancora errori e lacune

Il 2020 è stato un anno di grande espansione per la telemedicina in Italia e si è chiuso con l’approvazione in Conferenza Stato-Regioni delle nuove indicazioni nazionali per le prestazioni in telemedicina, ad integrazione delle Linee guida del 2014. Quali le novità per la gestione di televisita, teleconsulto e teleassistenza? E quali prospettive per il Fascicolo sanitario elettronico?

 

Intervista a Sergio Pillon, Medico angiologo. Esperto esterno Digital Health ISS. Direttore medico Centro Internazionale Radio Medico.

Distribuzione dei farmaci: quali riflessioni trarre dall’emergenza Covid-19?

Durante questa pandemia, la sanità è stata interessata da piccole e grandi rivoluzioni. I canali di distribuzione dei farmaci non sono stati esenti da questo processo, con un forte impatto sulla gestione dei pazienti cronici. Alla prova dei fatti, alcuni cambiamenti hanno migliorato la presa in carico dei pazienti. Come coniugare le esigenze di prossimità al paziente e di garanzia del monitoraggio e dell’appropriatezza prescrittiva? Quali prospettive si aprono per il futuro?
Ne abbiamo parlato in una Diretta Live dedicata.

In questo ebook abbiamo raccolto le principali domande emerse nella diretta, con le risposte degli esperti:

  • Annarosa Racca, Presidente Federfarma Lombardia
  • Fausto Bartolini, Dipartimento Assistenza Farmaceutica, USL Umbria 2. Responsabile SIFO Area Logistica, innovazione e management

Dispositivi medici: come applicare il “nuovo” Regolamento UE, tra incognite del presente e sfide del futuro?

Incognite, criticità, nuovi adempimenti e requisiti di sicurezza ed efficacia: mancano pochi mesi all’applicazione operativa del Regolamento europeo sui Dispositivi Medici 2017/745, rimandata anche a causa della pandemia. Sul tavolo ancora molte questioni da affrontare, e non del tutto note.

Il Regolamento alza il livello di attenzione non solo sulla sicurezza dei dispositivi, ma anche sulla loro efficacia, mettendo in capo ai produttori importanti responsabilità di controllo sulla produzione e sulla commercializzazione del dispositivo. Per alcuni, soprattutto i più piccoli, i costi di adeguamento potrebbero essere eccessivi e decretarne l’uscita dal mercato.

Le ricadute non riguardano solo i fornitori, ma anche i farmacisti, che hanno compiti di monitoraggio e controllo molto più serrati.

E la stessa definizione di dispositivo medico è destinata ad abbracciare anche altri articoli, come i software medicali, con tutti i controlli del caso: come integrare i requisiti del Nuovo Regolamento UE con le norme GDPR, soprattutto alla luce dell’uso sempre più crescente della telemedicina?

E nel campo dell’industria dei dispositivi medici, cosa è cambiato alla luce della pandemia e come si potranno conciliare le nuove esigenze con le norme europee?

Il sistema sanitario e il sistema produttivo dei dispositivi medici sono pronti ad accogliere questo importante cambiamento? O le piccole imprese sono destinate a sparire?

Ne parliamo con:

  • Silvia Stefanelli
    Avvocato esperto in sanità digitale e dispositivi medici
  • Fernanda Gellona
    Direttore Generale Confindustria dispositivi medici

Modera:

  • Angelica Giambelluca
    Giornalista professionista in ambito medico

Farmaci e Covid-19: servizi a domicilio e farmacia di comunità sono la risposta per gestire le cronicità

La pandemia da Covid-19 ha avuto un impatto straordinario sul Servizio Sanitario Nazionale. Uno degli aspetti più interessati da questa emergenza sanitaria è stata la distribuzione dei farmaci.

Durante i mesi di lockdown e nelle fasi successive in cui si sono alternate misure più o meno restrittive, non sempre infatti è stato possibile per i pazienti recarsi in ospedale per ritirare i farmaci o sottoporsi a visite specialistiche per rinnovare i piani terapeutici. Ma questo lo sapevamo già.

Quello che si sa un po’ meno è che molte persone, per paura o a causa di isolamento domiciliare dovuto alla quarantena, hanno cominciato a curarsi da sole, a preferire la farmacia del territorio all’ambulatorio del medico, a richiedere i farmaci etici a domicilio e a buttarsi letteralmente sull’online per comprare qualsiasi altro farmaco da banco. La gente non vuole più uscire di casa. No, finché ci sarà il virus in circolazione. E vuole ricevere tutto direttamente a domicilio o, al massimo, nella farmacia del quartiere.

Un fenomeno favorito anche dalla ricetta dematerializzata che si è rivelata un’autentica rivoluzione, di quelle per cui vale chiedersi come mai non sia stata fatta prima.

Per tutte queste ragioni, la distribuzione dei farmaci dovrà essere ripensata, coinvolgendo le farmacie territoriali che in questi mesi si sono dimostrate non solo centri dispensatori di farmaci, ma presidi territoriali fondamentali per dare ascolto, fornire prestazioni in telemedicina e rimanere vicino ai pazienti. Il tutto mentre i conti faticano a quadrare, con la spesa convenzionata sempre in calo, una remunerazione dei farmaci ferma al palo e una spesa ospedaliera fuori controllo.

Come si possono quindi consolidare e sviluppare le scelte portate avanti nella pandemia? Quali ulteriori cambiamenti si possono implementare a livello regionale per garantire la prossimità del farmaco ma anche il monitoraggio e l’appropriatezza prescrittiva?

A queste e altre domande abbiamo cercato di rispondere nella Diretta Live dello scorso 10 dicembre, intitolata “Distribuzione dei farmaci: quali riflessioni trarre dall’emergenza Covid-19?” e a cui hanno partecipato come relatori Annarosa Racca, Presidente Federfarma Lombardia e Fausto Bartolini, Direttore del Dipartimento Assistenza Farmaceutica, USL Umbria 2, Responsabile SIFO Area Logistica, innovazione e management.

I nuovi canali: a domicilio, sotto casa, online

Il percorso tradizionale per cui un paziente, ad esempio per una patologia cronica, si reca in ospedale per ritirare i farmaci è stato completamente messo in discussione. La pandemia ha fatto saltare tutte le regole: dagli iniziali problemi di approvvigionamento di farmaci e dispositivi si è passati alla difficoltà oggettiva di poter seguire i pazienti nelle strutture ospedaliere, sia per visitarli sia per permettere loro di ritirare i farmaci.

“L’emergenza ha forzato il sistema – ricorda Bartolini – e ha alterato il normale flusso prescrittivo, erogativo, di monitoraggio e gestione dei farmaci. Anche la visita specialistica è stata limitata. In buona sostanza, una parte di popolazione non ha potuto usufruire dell’assistenza sanitaria in termini di visite diagnostiche, ricoveri e prescrizioni”.

Uno dei modi per risolvere in via temporanea il problema è stato quello di rinnovare i piani terapeutici in automatico e in questo hanno aiutato anche le farmacie di comunità. Ma il rinnovo automatico ha limitato l’accesso alle visite di follow up che normalmente si fanno.

“Oltre a queste difficoltà- ricorda il responsabile SIFO – abbiamo notato limitazioni anche nelle consegne a domicilio. In altri casi, invece, non siamo stati pronti come SSN a cogliere le proposte dei fornitori sulle modalità di consegna di alcuni farmaci per terapie importanti e croniche. Il SSN non era pronto a inserire nel canale prescrittivo ed erogativo questo tipo di servizio e quindi non lo abbiamo sfruttato”.

Perché è vero che per i farmaci innovativi occorre seguire il paziente in ospedale, ma per molti altri medicinali, soprattutto quelli più datati, la distribuzione potrebbe essere fatta direttamente in farmacia, potenziando la rete territoriale.

L’emergenza ha modificato il consueto flusso prescrittivo, erogativo, di monitoraggio e gestione dei farmaci

Come ha affermato Annarosa Racca: “La pandemia ha cambiato il nostro lavoro di farmacisti, ma ha cambiato anche le abitudini dei pazienti che per paura, per la quarantena e per altre ragioni, a un certo punto hanno smesso di curarsi, abbandonando le terapie. Noi abbiamo quindi un ruolo importante nel favorire l’aderenza terapeutica e dobbiamo lavorare insieme ai colleghi ospedalieri in questo senso. Anche perché i pazienti non vogliono più muoversi da casa, desiderano avere i farmaci a domicilio o, al massimo, nella farmacia di quartiere”.

Oppure comprarli online. In rete non si possono acquistare farmaci su prescrizione, è vero, ma gli acquisti di medicinali da banco o dispositivi medici come gel alcolico e mascherine sono permessi. A ben vedere i dati delle vendite dei primi mesi del 2020, c’è da credere che la pandemia abbia giocato un ruolo straordinario nella crescita del canale online. Secondo IQVIA – il provider globale di dati e analisi in ambito farmaceutico – il mercato a volumi dei prodotti da farmacia venduti online nei primi nove mesi dell’anno è cresciuto del 76% rispetto al 2019. La classe di prodotti più acquistati è stata quella della cura personale (in cui rientrano gli igienizzanti per le mani) e quella dei dispositivi medici, che hanno quasi raddoppiato le vendite rispetto all’anno precedente (+95% e +94% rispettivamente).

Amazon Pharmacy, attivo negli Stati Uniti anche per la vendita di farmaci su prescrizione, pare ancora lontano, ma non è detto che prima o poi riesca a sbarcare anche nel Bel Paese: “Io penso che la salute sia una cosa seria – ha ribadito la presidente FederFarma Lombardia – e in Italia abbiamo la fortuna di avere validi medici e farmacisti, e una farmacia sotto casa. Non dobbiamo tirarci indietro di fronte alle novità, però la prescrizione deve essere sempre mantenuta in capo al medico. Non per niente in Italia non c’è contraffazione, e questa è una delle grandi ricchezze che dobbiamo preservare. Il farmaco è un bene prezioso e la nostra salute lo è ancora di più, non buttiamo via tutto solo per avere una scatoletta di pillole a casa e a basso costo”.

Un farmaco non è un bene come gli altri

Il servizio di consegna farmaci a domicilio non funziona come quello per ordinare un altro oggetto qualsiasi in un negozio online. Consegnare farmaci a domicilio significa sapere esattamene di cosa ha bisogno la persona, in quali dosi e in quali periodi. Occorre un’organizzazione che non può essere generalizzata, ma personalizzata sulla specifica patologia. E, soprattutto, gestita in modo che il paziente rimanga aderente alla terapia. “Ogni servizio a domicilio – riprende Bartolini- andrebbe pensato non solo in base alle condizioni del paziente, ma anche a quelle del territorio. E nel progetto va compreso anche il ruolo del medico di famiglia e quello delle famose Case della Salute, rimaste sulla carta e mai implementate”.

In questi mesi, oltre al SSN, anche FederFarma insieme alla Croce Rossa Italiana si sono date da fare (e continuano a farlo) per portare i farmaci a casa dei pazienti più fragili. Anche diverse aziende farmaceutiche si sono attivate in questo senso.

La pandemia ha cambiato il lavoro dei farmacisti, ma anche le abitudini dei pazienti

L’assistenza farmaceutica, sia ospedaliera sia territoriale, dovrà quindi lavorare per offrire un percorso nuovo e integrato con tutte le professioni sul campo per cercare di andare incontro, consegnando dove possibile il farmaco, a casa o nella vicina farmacia, e riferendosi all’ospedale solo per le criticità e le cure intensive.

Un obbiettivo che in realtà dovrebbe far parte del PHT, Prontuario della distribuzione diretta per la continuità assistenziale H (Ospedale) – T (Territorio), nato con lo spirito di garantire la continuità terapeutica dedicando le cure ospedaliere solo alle acuzie e alle intensive e lasciando al territorio la gestione della cronicità. Ma dalle parole non si è passati ai fatti. E poi è arrivato il coronavirus.

“Occorre rivedere il processo assistenziale sul territorio, a partire proprio dal PHT – sottolinea Bartolini. Noi farmacisti ospedalieri, anche come SIFO, vorremmo coinvolgere FederFarma per pensare a un nuovo modello di gestione territoriale dei farmaci, senza però indietreggiare sugli aspetti che riteniamo punti cardine della nostra professione e professionalità:

  • la dispensazione deve essere fatta dal farmacista, sempre più specializzato;
  • i farmaci ad alto impatto terapeutico necessitano di monitoraggio ospedaliero e periodico.

Su questo ultimo punto il controllo attuale andrebbe addirittura rafforzato e come SIFO stiamo lavorando in questo senso. Rispettando queste condizioni, dobbiamo iniziare a lavorare da un punto di vista logistico e di distribuzione dei farmaci per facilitare la vita ai pazienti”.

Il ruolo strategico delle farmacie del territorio

Nel primo periodo di lockdown le persone si recavano in farmacia non solo per acquistare farmaci, ma anche per ricevere consiglio, o una parola di conforto. “E quello è stato il nostro ruolo principale – commenta Racca – ma oltre a questo, abbiamo consentito ai pazienti di proseguire le terapie grazie alla possibilità di stampare la ricetta in farmacia, un’altra piccola rivoluzione. La gente che non può andare negli ambulatori medici per evitare assembramenti o perché deve rimanere a casa, riceve la ricetta dematerializzata che si può stampare in farmacia”.

Oltre alla stampa della ricetta e alla consegna dei farmaci a domicilio, le farmacie del territorio si sono rivelate preziose anche per il rinnovo dei piani terapeutici, per le autocertificazioni e la dispensazione di ossigeno liquido (fino a prima della pandemia in farmacia si poteva ritirare solo quello gassoso) fondamentale per aiutare i pazienti dimessi dall’ospedale dopo l’infezione da Covid-19.

L’assistenza farmaceutica ospedaliera e territoriale dovrà offrire un percorso nuovo e personalizzato

Ma la partita adesso si gioca sull’aderenza terapeutica, perché il rischio che le persone, per paura o per altri motivi legati alla pandemia, smettano di curarsi è alto.

Un modo per assicurare la continuità dei trattamenti è aumentare la distribuzione dei medicinali in farmacia, almeno per quei medicinali impiegati nella gestione delle patologie croniche, che esistono da tempo e non necessitano più di un monitoraggio costante da parte degli ospedali. “Con SIFO qualche anno fa avevamo iniziato un tavolo di lavoro portato in AIFA proprio per valutare questa possibilità. Credo sia giunto il momento di riprendere quel discorso”, ha concluso la presidente di FederFarma Lombardia.

Farmacista ospedaliero e territoriale insieme per la gestione delle cronicità

In attesa di eventuali aperture da parte di AIFA, come si potrebbe quindi gestire sul territorio un paziente cronico che segue un piano terapeutico? Grazie al farmacista territoriale. In una veste nuova, più competente, più tecnica e integrata nel SSN. Come ha proposto il dottor Bartolini in diretta, durante la Live, alla presidente Racca.

“Noi come farmacisti ospedalieri dobbiamo controllare i farmaci ad alto valore terapeutico – ha sottolineato il responsabile SIFO – e valutarli sotto il profilo del beneficio e della sicurezza in modo da soddisfare le necessità dei pazienti.  Per far questo, le farmacie di comunità ci potrebbero aiutare. Io vedo nella figura del farmacista territoriale un ruolo diverso, più integrato nel Servizio Sanitario Nazionale. Io vorrei proporre a Federfarma un accordo per un servizio più tecnico-professionale che non riguardi solo la competenza nella dispensazione, ma sia in grado anche di verificare l’appropriatezza della prescrizione rispetto al piano terapeutico, alla durata dello stesso, alle indicazioni approvate e alla posologia. Questo non significa che il farmaco vada sempre erogato anche qualora non necessario: la prestazione del farmacista è indipendente dall’erogazione ma è dipendente dalla qualità della prestazione”.

Quindi si andrebbe a prefigurare un nuovo percorso, dove alcune attività si vanno a sostituire, integrandosi, a quelle del Servizio Sanitario Nazionale.

“Credo che questo non sarebbe solo un servizio utile per noi farmacisti ospedalieri – continua Bartolini – ma si prefigurerebbe come nuovo percorso assistenziale, delegando alla farmacia di comunità un ruolo diverso e riservando al servizio sanitario altro ruolo, come quello della verifica dell’allocazione della spesa complessiva: in questo modo, i due servizi di controllo (territoriale e ospedaliero) si integrerebbero in un modello di monitoraggio che includa prescrizione, diagnostica, ricovero, visita specialistica, permettendo così di misurare quale beneficio apporta il farmaco, non solo in termini di terapia e di esito clinico, ma anche dal punto di vista assistenziale”.

Obiettivo è non solo garantire la dispensazione del farmaco ma anche la verifica dell’appropriatezza prescrittiva

Per Racca la proposta non solo è interessante, ma si potrebbe già attuare, perché l’esperienza e gli strumenti non mancano: “I sistemi informatici ci sono, siamo informatizzati in maniera straordinaria quindi penso che si possa veramente lavorare in questo senso: si possono comprare i farmaci più costosi dalle Regioni e distribuirli attraverso i nostri grossisti alle farmacie del territorio, mantenendo tutti gli attori informati. E la stessa cosa si può fare per monitorare la terapia. Noi abbiamo fatto già diversi esperimenti in questo senso sull’ambito cardiologico, sulla BPCO, sul diabete. Ogni volta abbiamo dimostrato come i farmaci fossero assunti con dosaggi sbagliati dai pazienti, quindi questo percorso è assolutamente fattibile e dobbiamo portarlo avanti insieme”.

 

Gli strumenti ci sono, la volontà di lavorare insieme anche. I farmacisti, sia ospedalieri sia territoriali, sono state tra le figure più presenti, attente e coerenti del sistema sanitario in questa emergenza. Il nodo centrale e delicato sulla gestione della cronicità potrebbe quindi essere risolto dall’assistenza farmaceutica, alleggerendo il carico degli ospedali.

SIFO 2020: il farmacista ospedaliero al centro della nuova governance basata sui dati

Il dato sanitario è stato e continuerà ad essere protagonista della nuova governance farmaceutica, di cui il farmacista ospedaliero è uno degli attori principali. La pandemia ha messo in risalto il ruolo di questa figura nel Servizio Sanitario Nazionale e all’ultimo congresso SIFO (Società Italiana Farmacia Ospedaliera e dei Servizi Farmaceutici delle Aziende Sanitarie), tenutosi in modalità virtuale, si sono approfondite tutte le potenzialità di questa professione: dall’uso dei dati real world alla galenica magistrale che ha sopperito alla carenza di farmaci durante la pandemia, dal ruolo pivotale del farmacista nelle sperimentazioni cliniche, fino alla gestione dei dispostivi medici. Una figura che non può più limitarsi a dispensare farmaci, ma deve saper dare un valore aggiunto al sistema ospedaliero e all’assistenza territoriale.

“Il farmacista ospedaliero – ha affermato Arturo Cavaliere, presidente SIFO – ha assunto un ruolo trasversale tra direzione strategica e assistenza, sviluppando capacità organizzative e manageriali che vanno ben oltre le competenze tecniche. Per questo motivo oggi è chiamato a governare questo cambiamento, partecipando attivamente al governo del sistema dei dati affinché questi si traducano in scelte di salute, in risposte concrete ai bisogni”.

La gestione dei dati sanitari

Nello Martini, presidente della Fondazione Ricerca e Salute, ha approfondito il ruolo del dato come strumento di pianificazione dell’assistenza: “Una società scientifica guida i processi assistenziali se è in grado di produrre dati e conoscenze rilevanti per il SSN: la SIFO, essendo una struttura trasversale a tutti questi processi (ospedalieri e territoriali), è una realtà centrale nella governance del nostro sistema di salute; in questo senso il nostro obiettivo è quello di passare dalla gestione del farmaco alla governance dell’intero processo assistenziale”. Per compiere questa evoluzione occorre lavorare su più fronti. Secondo Martini, il farmacista ospedaliero deve essere riconosciuto come figura centrale nella stratificazione del rischio e della programmazione della presa in carico e la sua professionalità deve essere considerata prioritaria nell’individuazione e monitoraggio delle popolazioni target dei nuovi farmaci e nella valutazione dei costi assistenziali integrati.

Il dato è uno strumento chiave nella pianificazione dell’assistenza

Nicola Magrini, Direttore Generale AIFA, ha aggiunto: “AIFA dispone di una grande quantità di dati sui consumi della farmaceutica che possono essere utili per i decisori di spesa, ma anche per ottimizzare le prescrizioni. La Nota 96 sulla vitamina D ne è stato un esempio.  Sono d’accordo che sia necessaria una revisione complessiva dei registri e dei sistemi di monitoraggio di AIFA: occorre limitarli all’essenziale, al monitoraggio nei primi anni di ingresso nel mercato, e usarli anche in modo epidemiologico e valutativo, non solo come filtro (o limite) all’accesso. In questo senso vanno alcune ultime note AIFA come quella sugli anticoagulanti orali NAO, ora prescrivibili anche dai medici di medicina generale. Per quanto riguarda la gestione dei dati, non va dimenticato (anzi, se ne parla troppo poco) dell’accesso al data base sul consumo dei farmaci che abbiamo fornito ai farmacisti ospedalieri. E la nostra idea è di mettere a disposizione tutti i flussi informativi di AIFA”.

Dispositivi medici, il ruolo centrale dei farmacisti ospedalieri

La gestione dei dispositivi medici è un’attività della farmacia ospedaliera di enorme importanza da un punto di vista clinico ed economico. A dirlo è Marcello Pani, Segretario nazionale SIFO. “Grazie alla professionalità del farmacista ospedaliero, le aziende sanitarie e ospedaliere possono garantire una governance sostenibile attuando una politica integrata di tutti i processi coinvolti, dalla codifica, al repertorio, dalle acquisizioni (gare) con i capitolati tecnici e le valutazioni delle offerte economicamente più vantaggiose per premiare la qualità del prodotto al giusto prezzo”.

Durante il congresso si sono approfonditi diversi aspetti, dalla qualità dei flussi informativi dei dispositivi medici, al management della Supply chain durante l’emergenza Covid-19, fino alle piattaforme per la raccolta dei dati da remoto.

Un altro aspetto da considerare è il Nuovo Regolamento Europeo sui dispositivi medici 745/2017 che diventerà operativo a partire da maggio 2021 e che, tra le sue novità, impone ai fabbricanti di mettere in atto piani di follow-up della sorveglianza post-commercializzazione, produrre relazioni sulla sicurezza e l’aggiornamento delle valutazioni cliniche e delle prestazioni per tutto il ciclo di vita di un dispositivo. Le istituzioni sanitarie, quindi, dovrebbero già oggi iniziare a riflettere su come poter raccogliere le informazioni sulla loro esperienza nel campo dei DM.

È necessario rinnovare i processi chiave per introdurre in modo sostenibile i DM innovativi

 

Bisogna inoltre lavorare sulla tracciabilità dei dispositivi, con l’introduzione del sistema di Identificazione unica del dispositivo (UDI) da applicare a tutti i device immessi sul mercato dell’UE, anche per favorire le attività post-commercializzazione legate alla sicurezza.

“L’importanza del settore – ha concluso Pani – rende necessario attuare nuove strategie all’interno dei processi chiave per consentire al SSN di introdurre in modo sostenibile i DM innovativi. In assenza di un ente regolatorio a livello nazionale, la SIFO propone alle Regioni di introdurre meccanismi premianti per i nuovi DM con valore aggiunto (value based health care o value based price) oppure modalità di pagamento MEA (managed entry agreement) basate sui risultati. Un po’ quello che si fa già per i farmaci innovativi”.

L’importanza della galenica nella personalizzazione del farmaco

Il farmacista ospedaliero del futuro deve essere in grado di realizzare farmaci nel laboratorio dell’ospedale tutte le volte che ce ne sia bisogno. Davide Zenoni, farmacista ospedaliero e primario dell’ASST Nord di Milano, già da qualche tempo ha attivato un laboratorio interattivo per farmacisti esperti: “Se ci limitiamo solo a registrare i farmaci e l’applicazione di una terapia, non ha più senso la nostra figura all’interno di un ospedale”. Il laboratorio attivato da Zenoni, chiamato L.I.F.E., è un corso in cui forma colleghi ed approfondisce le tematiche traducendole in attività concrete e in tempo reale. 

Davide Zanon, coordinatore area scientifica galenica clinica di SIFO, ha spiegato l’impatto sociale che può avere la farmacia galenica. “Ad esempio, può risolvere problemi legati ai farmaci orfani, sia perché supplisce alla mancanza di terapie efficaci, sia perché trasferisce l’innovazione tecnologica nella medicina”.

Altrettanto fondamentale è la continuità tra ospedale e territorio, perché il paziente, una volta dimesso, va seguito a casa costruendo un percorso che garantisca l’accesso alla terapia.

SIFO e la SIFAP, ovvero la Società italiana farmacisti preparatori, stanno lavorando su questo aspetto, ma è un processo lungo.

La galenica in questi mesi di pandemia si è dimostrata efficace perché laddove mancava il farmaco, si è cercato di riprodurlo in laboratorio, ma alcuni ospedali erano più attrezzati di altri. “La farmacia galenica ha dei costi – ha concluso Zanon – sia di personale sia di laboratori, e questo non è sempre sostenibile. L’ideale sarebbe avere per ogni Regione dei laboratori di riferimento a cui attingere risorse e know-how: anche questo è fare rete”.

I costi della galenica, per il personale e i laboratori, non sempre sono sostenibili

In tema di carenza di farmaci, Domenico di Giorgio, Dirigente AIFA Area Ispezioni, Certificazioni, Contrasto al Crimine Farmaceutico, ha chiarito quali siano le reali  criticità: “AIFA investe da diversi anni nella promozione di un approccio più scientifico al tema, che distingua tra problemi produttivi, distorsioni distributive, comportamenti lesivi della concorrenza nelle gare ospedaliere, e le difficoltà operative come la carenza di ossigeno, che in realtà rimanda a problemi di organizzazione, perché sul mercato la disponibilità di questo prodotto è dieci volte superiore alla domanda”.  Qual è dunque la strategia AIFA in questo ambito? “Puntiamo sulla collaborazione trasparente e strutturata tra tutti gli stakeholders per definire interventi, condividere interpretazioni normative e limitare l’impatto che una comunicazione spesso sensazionalistica e distorta ha sul fenomeno”. Per gestire la carenza di farmaci, AIFA in questi mesi ha lavorato per garantire l’interfaccia con la rete gestita da Assogenerici/Egualia e Farmindustria, ma dall’altra parte ha fatto sì che i flussi di richieste del territorio passassero per le Regioni, valorizzando e rendendo efficace il ruolo di queste importanti strutture centrali.

Dati misurabili per una governance farmaceutica efficiente

“L’avvento di terapie e dispositivi medici innovativi, come l’oncologia mutazionale o le terapie cellulari – ha affermato Paolo Abrate, membro del Direttivo SIFO e dirigente della S.C. Farmacia Ospedaliera, ASL TO4 – sta spostando l’asticella della rimborsabilità delle tecnologie, rendendo indispensabile un approccio, anche di Health Technology Assessment, basato sulla real world evidence. I farmacisti ospedalieri possono giocare un ruolo chiave nella raccolta e nell’analisi dei dati di real world di cui dispongono quotidianamente”.

Per fare questo, SIFO pensa a un network strutturato di “professionisti del dato” che lavorino non solo in un’ottica di HTA, ma anche e soprattutto di Health Technology Management.

Paolo Serra, esponente del Consiglio direttivo SIFO e Dirigente farmacista dell’Azienda ospedaliera Brotzu di Cagliari, ha sottolineato: “L’HTA consente di effettuare una valutazione sistematica dei medical device sulla base di funzionalità, sicurezza, efficacia e costi. In questo modo, i prodotti potrebbero essere collocati nel corretto ‘place in therapy’, contribuendo a governare gli impatti organizzativi. L’obbiettivo è scegliere bene i prodotti, conciliando qualità assistenziale e controllo della spesa sanitaria”.

Per gestire l’innovazione di farmaci e DM è indispensabile un approccio basato su real world evidence e HTA

Il tema del processo di acquisto dei dispositivi medici nelle aziende sanitarie è infatti una delle grandi questioni su cui i professionisti lavorano per ottimizzare percorsi e approcci.

L’HTA può essere in questo senso un prezioso supporto che approfondisce la multidimensionalità della valutazione, a partire dai dati e dalle evidenze. “L’Evidence Based Pharmacy, l’EBP – ha proseguito Serra – consente di individuare le migliori evidenze disponibili in termini di prove di efficacia nell’ambito di un percorso di valutazione. Allo stesso modo, vengono analizzate e orientate le prescrizioni mediche in modo da garantire le scelte migliori per il paziente e il miglior rapporto di ‘pay for value’ per il SSN”.

La gestione della sperimentazione clinica negli ospedali

In Italia la sperimentazione clinica presenta alcune criticità: gli iter autorizzativi sono diversi a seconda delle Regioni, dei territori e dei comitati etici presso le aziende sanitarie od ospedaliere in cui sono incardinati. SIFO quest’anno ha deciso di richiamare l’attenzione su questi processi.

Barbara Meini, coordinatrice del comitato scientifico del Congresso SIFO e dirigente farmacista presso l’USL nord-ovest Toscana, ha spiegato: “La sperimentazione permette un accesso molto precoce a farmaci innovativi per pazienti che hanno terminato tutte le opzioni terapeutiche disponibili oppure per quei pazienti, spesso pediatrici, affetti da malattie rare per i quali non è disponibile alcun trattamento. In ragione di ciò, snellire ed armonizzare le procedure a livello nazionale ed europeo avrebbe un impatto economico, sociale ed etico rilevante”.

La sperimentazione consente un accesso molto precoce a terapie innovative ma gli iter sono da armonizzare

Le tecnologie nei trial clinici possono giocare un ruolo strategico: “A titolo di esempio – ha spiegato Meini – il monitoraggio da remoto consente di ridurre le visite dei CRA nei centri sperimentali, con conseguente riduzione dei tempi e dei costi del monitoraggio; altrettanto utile è l’informatizzazione del consenso informato che migliora la comprensione dei pazienti coinvolti negli studi clinici, riducendo così il tasso dei ‘drop-out’. Il ruolo del ricercatore nella farmacia ospedaliera oggi è sempre più importante perché può supportare le decisioni sull’assegnazione dei budget, sviluppare linee guida e strumenti di supporto decisionale da utilizzare nella pratica clinica. Anche nell’ambito della farmacia ospedaliera sono già in uso sistemi di IVRS, di etichettatura elettronica e barcoding utili per la tracciabilità interna attraverso software dedicati”.

In Italia sono stati avviati due progetti: il Voluntary Harmonization Procedure che coinvolge i comitati etici ed AIFA, e il Fast track, del Ministero della Salute e AIFA, per ridurre gli effetti “bottleneck” del sistema sanitario regionalizzato.

 

I temi su cui lavorerà SIFO nei prossimi mesi saranno mirati a rendere sempre più centrale la figura del farmacista ospedaliero nel presente e nel futuro del SSN: promuovere un’interlocuzione  con le Commissioni XII di Camera e Senato e Assessorati Regionali per intercettare nuovi indirizzi legislativi dedicati alla professione; rafforzare la qualità dell’assistenza farmaceutica;definire e creare strumenti di analisi, di indirizzo e programmazione utilizzando strumenti di real world data; implementare nuove tecnologie, metodiche e percorsi assistenziali per l’assistenza integrata ospedale-territorio; avviare programmi di counseling farmacologico e comunicazione al paziente; sviluppare una reale innovazione gestionale nella logistica e nei modelli di erogazione dei prodotti farmaceutici per l’efficienza e tracciabilità del sistema.

 

Terapie innovative: potenziale di cura e sostenibilità in Italia

0

Curare malattie “incurabili” attraverso trattamenti “one shot”. Questa è la grande sfida raccolta dalle terapie innovative e avanzate, la nuova frontiera della medicina personalizzata. Ma quanto costano queste cure, sul lungo periodo, per il nostro SSN? Ha senso istituire un unico fondo per questi farmaci per ottimizzare le eventuali compensazioni o è meglio tenerli separati? Alcune terapie sono rimborsate secondo il payment at result. Basteranno meccanismi simili per renderle sostenibili?

Ne abbiamo parlato in una Diretta Live dedicata.

In questo Ebook abbiamo raccolto le principali domande emerse nella diretta, con le risposte degli esperti:

  • Giuseppe Curigliano, Direttore Divisione Sviluppo Nuovi Farmaci per Terapie Innovative, IEO
  • Francesco Macchia, Coordinatore Osservatorio Terapie Avanzate.