Dalla plenaria “Ambiente e Planetary Health” del 58° Congresso SItI emerge una visione chiara: sono gli stili di vita e l’ambiente, più che i geni, a determinare la diffusione di molte patologie cronico-degenerative e infettive. Il presidente SItI Emilia-Romagna, e Professore Ordinario di Igiene presso UniMoRe, Marco Vinceti, richiama la necessità di agire su politiche ambientali e preventive per ridurre diseguaglianze e migliorare la salute collettiva.
“Partendo da questo presupposto, oggi solidamente sostenuto da una base scientifica, il mondo della Medicina preventiva, dell’Igiene, della Sanità pubblica si deve muovere lottando non solo per conoscere, ma anche e soprattutto per modificare ciò che ci circonda – sottolinea Vinceti – Facendo questo avremo un netto miglioramento della condizione di salute della nostra popolazione e di tutti noi. Questo deterioramento, sia ambientale che sanitario, è in grado di indurre sensibili differenze socio-economiche creando, o accentuando, diseguaglianze sociali che, a loro volta, generano sensibili conseguenze nocive sull’ambiente e, più in generale, sulla Planetary Health. Si ritiene necessario, quindi, coinvolgere e responsabilizzare i decisori politico-amministrativi, nonché l’intera popolazione, avendo come riferimento centrale il nostro Paese, pur nella consapevolezza della stretta interdipendenza esistente in tale ambito tra i diversi Paesi europei ed extra-europei”.
Ogni politica diretta a risanare e proteggere l’ambiente è fortemente legittimata da ragioni di sanità pubblica
L’inquinamento atmosferico, per esempio, rappresenta un fenomeno particolarmente preoccupante in termini sanitari. L’Agenzia Ambientale Europea stima in oltre 200.000 i decessi prematuri attribuibili al solo particolato fine (PM2,5), un contaminante individuato a livelli di pericolo per la salute umana nella quasi totalità (>90%) delle aree urbane europee e le stime effettuate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per l’intero Pianeta sono addirittura di 8,5 milioni annui di decessi prematuri, di cui ben 700.000 in bambini sotto i 5 anni.
In aggiunta a questo, ci sono fattori di rischio quali il rumore urbano (cui vengono attribuiti 50.000 casi di coronaropatia ischemica all’anno in Europa), elevati livelli di metalli pesanti e di sostanze organiche volatili specie in prossimità di vie ad intenso traffico e di impianti industriali.
Particolarmente serio l’impatto dell’inquinamento atmosferico a livello di salute riproduttiva, con una stima di ben 6 milioni di parti prematuri e 3 milioni di neonati sottopeso nell’intero pianeta. Estremamente elevati anche i casi di neoplasia, con un numero annuo di soli tumori al polmone pari a ben 200.000 al mondo, e con un chiaro incremento del rischio nel caso dei tumori in età pediatriche ed in particolare di quelli più frequenti, le leucemie infantili. Quest’ultima tipologia di neoplasia, in particolare, vede incrementare il suo rischio del 50% qualora la residenza del bambino sia a soli 50 m dal bordo delle strade ad intenso traffico, secondo uno studio realizzato nel nostro Paese.
All’inquinamento atmosferico si aggiunge poi quello del suolo, degli alimenti e delle acque, dovuto a fattori quali contaminanti organici, metalli pesanti e metalloidi quali piombo, cadmio e selenio, tossici quali diossine, furani e PCB, pesticidi, e microplastiche tra gli altri.
Molto rilevanti, poi, gli effetti dell’inquinamento ambientale non solo nei confronti delle patologie neoplastiche e respiratorie, ma anche nei confronti di patologie quali quelle neurodegenerative (demenza di Alzheimer, morbo di Parkinson e Sclerosi Laterale Amiotrofica) e quelle metaboliche (diabete di tipo 2), oltre ovviamente a quella cardiovascolari.
L’inquinamento ambientale incide non solo su tumori e malattie respiratorie, ma anche su patologie neurodegenerative, metaboliche e cardiovascolari
Secondo il Global Burden of Disease Study 2023, più di un sesto del carico globale di diabete di tipo 2 è attribuibile all’esposizione a PM2,5, con circa 3,2 milioni di nuovi casi di diabete ogni anno e più di 190.000 decessi da diabete correlato all’inquinamento a livello mondiale.
Relativamente alle patologie neurodegenerative, invece, studi mostrano come per ogni lieve aumento della concentrazione media annuale di PM2,5 (polveri fini), si osserva un incremento non solo del rischio di insorgenza di Alzheimer, ma anche della gravità dei cambiamenti neuropatologici correlati, come pure di altre patologie neurodegenerative. Il rischio di decadimento cognitivo serio, in particolare, sembra addirittura raddoppiare per un incremento pari a 50 µg/m³ di polveri fini. Questi effetti nocivi, che riguardano in realtà un numero molto elevato di patologie, vengono fortemente potenziati in presenza delle alterazioni climatiche in corso (il cosiddetto Climate change).
Le alterazioni climatiche sono da un lato potenziate dall’inquinamento ambientale, e d’altro canto contribuiscono esse stesse ad un incremento di tale inquinamento. Molto serio è inoltre l’effetto dell’inquinamento ambientale e del cambiamento climatico, nonché purtroppo di alcune improvvide politiche urbanistiche, sulla disponibilità e fruibilità del verde urbano, un fattore certamente benefico per la salute, con riferimento sia a quella mentale sia a diverse patologie cosiddette ‘organiche’.
“Complessivamente, pertanto, ogni politica diretta a risanare e proteggere l’ambiente è fortemente legittimata da ragioni di Sanità pubblica, essendo in grado di esercitare marcati effetti benefici, a breve, medio e lungo termine, sulla salute umana e più in generale sull’ecosistema in prospettiva One Health”, conclude Vinceti.
L’Unione Europea lancia il Network Europeo dei Centri Comprensivi per la Cura del Cancro (EUnetCCC), la rete che entro il 2028 riunirà 100 Centri oncologici certificati per garantire a ogni paziente europeo cure di alta qualità integrate con ricerca e formazione.
Con un budget complessivo di 112 milioni di euro, EUnetCCC riunisce oltre 160 partner di 31 Paesi e rappresenta la quinta iniziativa del Piano Europeo di Lotta contro il Cancro. L’Azione congiunta, coordinata dall’Istituto Nazionale Francese del Cancro (INCa) e gestita da HaDEA nell’ambito del programma EU4Health, mira a costruire una vera infrastruttura paneuropea per l’oncologia, favorendo collaborazione, scambio di buone pratiche e standard condivisi.
Il network sarà lanciato ufficialmente il 6 e 7 novembre, a Parigi.
L’Europa avvia EUnetCCC, la più grande iniziativa sanitaria per creare una rete di 100 Centri oncologici certificati entro il 2028
Tra i protagonisti dell’iniziativa paneuropea, c’è Alleanza Contro il Cancro, la Rete Oncologica Nazionale del Ministero della Salute presieduta dal prof. Ruggero De Maria, ingaggiata nella formazione e nella governance del network EUnetCCC. In tale ruolo, ACC coordinerà attività mirate allo sviluppo delle competenze e alla definizione di modelli di governance sostenibili per i Centri Comprensivi europei, in stretta collaborazione con le principali istituzioni sanitarie del continente.
La partecipazione di ACC riflette la sua funzione strategica nel panorama della ricerca e dell’oncologia europee; la Rete, che riunisce 27 Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS) italiani, INFN, Fondazione Cnao, Fondazione PoliMi, ISS e Aimac – sotto l’egida del Ministero della Salute – è da anni un attore chiave in numerosi programmi UE. Grazie a questi impegni, ACC contribuisce a posizionare l’Italia al centro della costruzione dello Spazio Europeo dei Dati Sanitari e delle nuove politiche di qualità ed equità delle cure.
L’Italia sarà tra i leader grazie ad Alleanza Contro il Cancro, impegnata su formazione e governance
L’evento di Parigi, che riunirà oltre mille partecipanti tra clinici, ricercatori, decisori politici e rappresentanti dei pazienti, segnerà l’avvio operativo di EUnetCCC. Il programma prevede sessioni plenarie e tavoli di lavoro su certificazione, formazione, governance, partecipazione dei pazienti e digital health, con la presentazione del Libro Bianco della rete e la definizione delle priorità comuni per i prossimi anni.
Con EUnetCCC l’Europa compie un passo decisivo verso un sistema oncologico realmente integrato, fondato su eccellenza, equità e cooperazione; ACC, in virtù della propria esperienza e del suo ruolo istituzionale, rappresenta un ponte tra la dimensione nazionale e quella europea, contribuendo alla creazione di un modello condiviso di cura e ricerca che renda concreto l’obiettivo dell’UE: garantire a ogni cittadino europeo, entro il 2030, l’accesso a cure oncologiche di alta qualità, ovunque viva.
Essere rinchiusi da soli in una cella per oltre 22 ore al giorno, senza contatti umani significativi: è questa la condizione che, secondo le Regole di Mandela delle Nazioni Unite e le Regole penitenziarie europee, definisce l’isolamento carcerario. Quando supera i 15 giorni consecutivi, diventa “isolamento prolungato” e dovrebbe essere vietato perché considerato un trattamento inumano o degradante. Eppure, in molti Paesi europei, inclusa l’Italia, si registrano casi di isolamento prolungato, talvolta reiterato o applicato senza un provvedimento formale.
A evidenziarlo è il Manuale sul monitoraggio dell’isolamento penitenziario, realizzato nell’ambito del progetto europeo “Working towards harmonized detention standards in the EU – the role of National Preventive Mechanisms (NPM)”, promosso da quattro organizzazioni per i diritti umani: il Ludwig Boltzmann Institute (Austria), l’Hungarian Helsinki Committee (Ungheria), il Bulgarian Helsinki Committee (Bulgaria) e l’Associazione Antigone (Italia). L’obiettivo è fornire strumenti operativi e conoscenze agli organismi nazionali di prevenzione della tortura, rafforzandone il ruolo di monitoraggio.
Negli ultimi anni, l’uso dell’isolamento è aumentato in molte carceri europee, nonostante i suoi effetti negativi sulla salute fisica e mentale siano ampiamente documentati. Da qui la necessità di un’azione più incisiva e coordinata a livello europeo per limitarne l’abuso e garantire il rispetto dei diritti fondamentali delle persone private della libertà. Tra le criticità più gravi segnalate dal rapporto figurano anche gli effetti sulla salute mentale, riconosciuti da numerosi studi: insonnia, ansia, depressione, paranoia, automutilazione, fino a comportamenti suicidari. Dopo periodi prolungati di isolamento, molti detenuti sviluppano quella che viene definita “sociofobia”, una perdita della capacità di relazionarsi con gli altri. Si evidenzia anche il ruolo del personale medico, che dovrebbe visitare quotidianamente le persone isolate e verificare la compatibilità delle loro condizioni fisiche e psichiche con la misura imposta. Una pratica che, secondo Antigone, in molti istituti non viene rispettata.
Rachele Stroppa
Per saperne di più, TrendSanità ha intervistato Rachele Stroppa, Ricercatrice dell’Associazione Antigone.
L’isolamento nasce come strumento di disciplina e sicurezza, ma nei fatti produce sofferenza e regressione. Alla luce della vostra ricerca, funziona davvero come misura di gestione penitenziaria o finisce per aggravare i problemi che dovrebbe risolvere?
«L’isolamento è sempre più utilizzato per gestire i soggetti più marginali della popolazione penitenziaria, che vengono etichettati come potenzialmente in grado di turbare l’ordine all’interno dell’istituto. Progressivamente, quindi, l’isolamento si è andato configurando come lo strumento principale attraverso il quale l’amministrazione penitenziaria intende mantenere la sicurezza, attraverso la neutralizzazione dei soggetti la cui gestione risulta maggiormente complessa. L’isolamento però non apporta nessun elemento positivo in termini rieducativi, anzi spesso produce violazioni dei diritti delle persone detenute, prestandosi ad offrire le condizioni ad abusi, e può causare sofferenza psicologica, su soggetti che già spesso presentano disagio psichico».
Nel rapporto emergono diverse tipologie di isolamento: disciplinare, giudiziario, amministrativo, protettivo. Quale di queste, oggi, rappresenta il nodo più critico in Italia e perché?
«L’art. 33 dell’Ordinamento penitenziario prevede che l’isolamento possa essere imposto solo per ragioni sanitarie, giudiziarie o disciplinari. L’isolamento disciplinare è sicuramente la tipologia di isolamento maggiormente utilizzata; si tratta della più grave delle sanzioni disciplinari previste dal nostro ordinamento, conosciuta anche come “esclusione dalle attività in comune”. Per quanto riguarda l’isolamento con finalità di protezione, si tratta di un isolamento (o meglio di un effetto della separazione dal resto della popolazione penitenziaria per ragioni protettive) de facto, ovvero non previsto formalmente come tale sul piano legale. Dalla nostra attività di monitoraggio emerge come l’isolamento sia un dispositivo usato dall’amministrazione penitenziaria per gestire quelle soggettività che, per diverse ragioni, non aderiscono alla logica del penitenziario, causando alterazioni dell’ordine o problemi di convivenza all’interno della sezione ad esempio. Ciò spesso avviene anche in questo caso de facto, senza che vi sia un provvedimento esplicito.
In generale, qualsiasi forma di isolamento, sia formale che informale, è da evitare perché spesso acuisce il disagio psichico e non contribuisce alla riabilitazione della persona detenuta
Molte persone in isolamento sviluppano gravi disturbi psicologici e fisici e una vera e propria sindrome da isolamento. Quali cambiamenti urgenti servirebbero anche per garantire un monitoraggio medico reale e quotidiano?
«Per quanto riguarda la sanzione disciplinare di isolamento, l’art. 73.7 del Regolamento di esecuzione penitenziaria prevede che “la situazione di isolamento dei detenuti e degli internati deve essere oggetto di particolare attenzione, con adeguati controlli giornalieri nel luogo di isolamento, da parte sia di un medico, sia di un componente del gruppo di osservazione e trattamento, e con vigilanza continuativa ed adeguata da parte del personale del Corpo di polizia penitenziaria”. Basterebbe quindi dare reale attuazione alla normativa penitenziaria per assicurare il controllo medico quotidiano».
Le Regole penitenziarie europee chiedono almeno due ore al giorno di “contatti umani significativi”. In che modo le carceri italiane potrebbero rendere concreta questa indicazione e quali buone pratiche avete riscontrato (se ce ne sono) nei vostri monitoraggi?
«Una possibile soluzione potrebbe consistere nel far scontare la sanzione di isolamento alla persona detenuta nella sua cella, senza trasferirla nella sezione di isolamento. Ciò eviterebbe lo sradicamento della persona ristretta dal suo contesto di riferimento e permetterebbe comunque di mantenere i contatti con i compagni di cella o con gli operatori penitenziari, riducendo la sanzione di isolamento alla mera esclusione dalle attività in comune. Tuttavia, è necessario superare l’isolamento, mettendo in campo strategie alternative e meno lesive dei diritti delle persone detenute».
L’isolamento disciplinare è sicuramente la tipologia di isolamento maggiormente utilizzata
Nel rapporto si parla di una “morte sociale” che segue l’isolamento. Come si può conciliare una pena detentiva che isola e spezza i legami con l’obiettivo costituzionale della rieducazione?
«Rinunciando all’utilizzo dell’isolamento come sanzione disciplinare e all’isolamento informale. L’attuale gestione del penitenziario improntata sulla logica dell’esclusione, della separazione e della custodia chiusa non si sta rivelando efficace, anzi. Gli eventi critici sono, infatti, in aumento. In particolare, come abbiamo ribadito più volte, preoccupa fortemente il numero dei suicidi: 91 nel 2024 e già 66 all’8 ottobre 2025. Molte delle persone che si sono tolte la vita in carcere in questi mesi, si trovavano in uno spazio del penitenziario soggetto a restrizioni, cella di isolamento, sezioni a custodia chiusa, sezioni ex art. 32 e via discorrendo. Inoltre, la riduzione del tasso effettivo di sovraffollamento, il quale ha ormai superato il 135%, risulta essere imprescindibile per garantire condizioni di detenzione più dignitose all’interno delle carceri italiane.
Perciò ridurre il sovraffollamento implica anche ridurre le occasioni che possono portare all’utilizzo dell’isolamento
Il sovraffollamento determina ovviamente un impatto rilevante e negativo nella quotidianità detentiva, peggiorando le condizioni di detenzione, affaticando gli operatori penitenziari, riducendo le opportunità e le risorse a disposizione delle persone detenute. Tutto ciò contribuisce a un aumento della disperazione e della tensione all’interno degli istituti penitenziari. Una situazione che, come abbiamo visto, è gestita con la logica della chiusura e con l’isolamento».
«Esprimiamo apprezzamento per le previsioni contenute nella legge di Bilancio 2026, che dimostrano attenzione sui problemi della sanità in Italia e un segnale concreto verso le professioni infermieristiche. Le misure previste rappresentano infatti un importante riconoscimento dell’essenzialità e del valore del ruolo degli infermieri all’interno del Servizio sanitario nazionale, collocandosi nel solco della continuità rispetto a quanto già previsto dalla scorsa Manovra». Lo ha dichiarato Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione Nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche (FNOPI) durante l’audizione delle Commissioni Bilancio riunite di Camera e Senato sul disegno di legge di Bilancio per l’anno finanziario 2026.
«In un contesto contrassegnato dall’invecchiamento della popolazione e dalla crescente domanda di assistenza territoriale – ha dichiarato Mangiacavalli – il rafforzamento del ruolo degli infermieri rappresenta una scelta lungimirante e necessaria per il Paese».
La FNOPI accoglie dunque positivamente la previsione di aumenti retributivi attraverso l’ulteriore incremento dell’indennità di specificità infermieristica – da 285 a 480 milioni di euro annui da mettere a terra nell’ambito della contrattazione collettiva nazionale – che favorisce la fidelizzazione del personale e migliora la motivazione e il benessere organizzativo, elementi essenziali per garantire qualità e sicurezza delle cure.
Barbara Mangiacavalli
L’indennità – per gli infermieri – non deve essere considerata come un beneficio accessorio, ma come uno strumento di politica sanitaria, capace di incidere concretamente sull’efficienza, sull’equità e sulla resilienza del sistema. La Federazione auspica poi che l’indennità di esclusività, già prevista per la dirigenza medica e sanitaria, venga estesa anche ai dirigenti delle professioni sanitarie.
Gli infermieri guardano con molto interesse alla tassazione agevolata con imposta sostitutiva al 15% sui compensi erogati per prestazioni aggiuntive svolte dal personale sanitario, con l’obiettivo di rendere più vantaggiosi questi compensi per garantire la continuità dell’assistenza e la risposta a situazioni critiche, pur nella consapevolezza che è solo con nuove assunzioni sarà possibile migliorare le attuali condizioni di lavoro e assicurare servizi più efficaci alla cittadinanza. Per questo, per la FNOPI, ben vengano le autorizzazioni a nuove immissioni in servizio, per garantire una risposta adeguata alla crescente domanda di cure e assistenza della popolazione.
«Essenziale però garantire che le risorse siano distribuite in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale, evitando disparità tra Regioni e assicurando pari opportunità di accesso ai servizi e di crescita professionale», ha detto Mangiacavalli, apprezzando anche le disposizioni volte a valorizzare la peculiare attività svolta nei servizi pubblici di pronto soccorso: una misura che contribuirà a contrastare la crescente difficoltà nel reperire personale disposto a lavorare in ambienti ad alta intensità assistenziale, spesso caratterizzati da carichi di lavoro e stress elevati, turni notturni e festivi, e una forte pressione emotiva.
La FNOPI ha rinnovato la propria disponibilità a collaborare con le istituzioni per garantire che le previsioni della legge di bilancio si traducano in azioni concrete
«Il quadro delineato dalla Manovra – per FNOPI – testimonia l’attenzione delle istituzioni al complesso percorso in atto volto al riconoscimento delle competenze, della dedizione e della responsabilità degli infermieri nel sistema della sanità, confermandone il contributo essenziale alla tutela della salute pubblica. Pur nelle difficoltà economiche contingenti, questi interventi rappresentano un nuovo passo significativo per rendere la professione infermieristica più attrattiva, sostenibile e capace di rispondere efficacemente ai bisogni di pazienti e cittadini».
Mangiacavalli auspica che queste misure siano accompagnate da un piano strutturale di investimento nella formazione, nella ricerca infermieristica e nello sviluppo di nuovi modelli organizzativi, in grado di promuovere l’autonomia professionale e l’integrazione multidisciplinare.
La FNOPI ha quindi rinnovato la propria disponibilità a collaborare con le istituzioni per garantire che le previsioni della legge di bilancio si traducano in azioni concrete a beneficio del sistema sanitario nel suo complesso posto che, senza una strategia di valorizzazione delle professioni infermieristiche, rischierebbe di indebolirsi irrimediabilmente, perdendo uno dei suoi pilastri fondanti.
La bozza della Legge di Bilancio 2026, approdata in Senato, dedica un pacchetto di misure al sostegno economico e sociale delle famiglie italiane. Tra i provvedimenti più attesi, quelli rivolti ai caregiver familiari di persone con disabilità non autosufficienti, una categoria che da anni chiede un riconoscimento sociale, giuridico ed economico, insieme alla dignità che il loro ruolo merita.
Il testo prevede l’istituzione di un fondo per finanziare iniziative legislative “a sostegno del ruolo di cura e di assistenza del caregiver familiare, con una dotazione di 1,15 milioni di euro per l’anno 2026 e di 207 milioni di euro annui a decorrere dal 2027”. Si tratta di risorse destinate alla definizione della figura del caregiver familiare e al riconoscimento del valore sociale ed economico della cura non professionale.
Gli articoli dal 52 al 56 introducono nuovi fondi strutturali e rifinanziamenti mirati per favorire la conciliazione tra vita privata e lavoro, tutelare i minori, valorizzare i caregiver e potenziare le politiche di pari opportunità. I decreti attuativi definiranno nei prossimi mesi le modalità di accesso ai contributi. Tra gli obiettivi delle future misure legislative figurano il riconoscimento del valore sociale ed economico dell’attività di cura familiare, tutele previdenziali e contributive per chi assiste persone con disabilità, e possibili agevolazioni fiscali o contributi diretti.
Un fondo efficace nasce da politiche solidali, non da misure spot
Incrementare il fondo non significa guastare i conti dello Stato, ma allocare risorse economiche che segnino davvero la svolta per questa categoria
«In questa legislatura io credo che ci sia ancora l’opportunità di giungere alla conclusione di questa lunga vicenda della legge nazionale sui caregiver familiari, iniziata con l’approvazione di un emendamento in legge di bilancio 2018 che prevedeva un primo ed esiguo fondo, 30 milioni, ed una definizione del caregiver familiare» – evidenzia Alessandro Chiarini, presidente Confad intervistato da TrendSanità. «Dal 2018 ad oggi si sono succedute legislature e governi che nulla hanno prodotto in merito. L’attuale maggioranza, in sede di campagna elettorale, espresse il proprio sostegno alla necessità di approvare una legge nazionale. Essendo stato convocato un tavolo tecnico che ha lavorato un anno e mezzo su questo tema, ora il Governo ha tutti gli elementi per intervenire e quindi predisporre un disegno di legge che possa essere poi avviato all’iter parlamentare. Alla fine della legislatura manca circa un anno e mezzo, ma non è tanto tempo in realtà per i tempi parlamentari, e lo sanno bene tutti».
Alessandro Chiarini
Chiarini aggiunge che «ora è necessario che si avvii questo processo, che si proceda all’approvazione in consiglio dei ministri della legge, perché parallelamente, nella legge del bilancio 2026, l’articolo 53 ha indicato un fondo dotato, dal 2027, di 207 milioni di euro per sostenere un atto legislativo di natura governativa che dia finalmente una cornice di diritti e di tutele per la figura del caregiver familiare, prevedendo un’indennità economica per la platea di coloro che sono più a rischio di esclusione sociale ed impoverimento. Posso dire subito che 207 milioni non sono adeguati in riferimento alla platea. Non parliamo evidentemente di milioni di persone, ma ci riferiamo a chi ha un carico di accudimento notevole, 24 ore al giorno, 7 giorni su 7. Parliamo di persone che spesso non possono materialmente conciliare un’attività lavorativa con l’attività di caregiving. Ora è importante che si avvii rapidamente questo processo, e che il fondo previsto in legge di bilancio 2026 venga irrobustito in sede emendativa; certamente siamo in presenza di un passo nella giusta direzione, però direi che è un passo un po’ timido.
Una posizione chiara, che rilancia l’urgenza di un riconoscimento concreto per chi ogni giorno si prende cura di persone fragili, spesso rinunciando a lavoro, tempo e serenità personale.
I primi laureati italiani in intelligenza artificiale applicata alla biomedicina e alla sanità festeggiano il traguardo al Polo didattico Universitario San Luigi Gonzaga di Orbassano (TO), dove si è svolta la prima sessione di laurea del corso magistrale Artificial Intelligence for Biomedicine andHealthcare (AIBH), il primo percorso formativo in Italia dedicato alla formazione di esperti in intelligenza artificiale applicata alla biomedicina e alla sanità.
Il corso, appartenente alla classe LM-91 (Techniques and Methods for the Information Society), è interamente erogato in lingua inglese e nasce con l’obiettivo di rispondere alla crescente necessità di figure professionali in grado di integrare competenze di AI, data science e discipline biomediche, capaci di contribuire in modo innovativo ai processi di ricerca, diagnosi e cura.
Il percorso di studi, di durata biennale (120 CFU), prevede un primo anno di formazione disciplinare in ambito biologico, medico e informatico, e un secondo anno fortemente interdisciplinare, dedicato all’applicazione dell’intelligenza artificiale in contesti biomedici e sanitari, con corsi su Machine Learning, Neural Networks, Precision Medicine, AI-driven Imaging, Robotics in Healthcare ed elementi di etica, diritto ed economia.
Il corso, di durata biennale, forma professionisti in grado di combinare AI, data science e scienze biomediche
Il Corso forma la figura del digital innovator in biomedicine, professionista in grado di analizzare, sviluppare e gestire dati biomedici e sanitari in modo integrato e responsabile. Tra i principali ambiti di applicazione si distinguono l’analisi multi-omica dei big data, la diagnostica per immagini, la robotica medica, la sanità pubblica digitale e lo studio delle implicazioni etiche e giuridiche delle nuove tecnologie.
I laureati in Artificial Intelligence for Biomedicine and Healthcare potranno intraprendere carriere nei settori della ricerca scientifica, dell’innovazione tecnologica, dell’industria farmaceutica e biotecnologica, della gestione dei dati clinici ed epidemiologici, nonché avviare percorsi di imprenditorialità nel campo dell’intelligenza artificiale applicata alla salute.
I pionieri del primo programma in Italia dedicato alla formazione di esperti in intelligenza artificiale applicata alla biomedicina e alla sanità sono Gaetano Cardillo, Tamara Jovanovic e Alessia Montano. Le tre ricerche affrontano, rispettivamente, l’uso dell’intelligenza artificiale per l’esplorazione di dati su scala cellulare in oncologia, la pianificazione chirurgica personalizzata tramite modelli di intelligenza artificiale e la predizione non invasiva del rischio tumorale mediante analisi radiomiche. Questi lavori testimoniano la varietà e la profondità delle applicazioni dell’intelligenza artificiale nelle scienze biomediche e cliniche, spaziando dall’oncologia molecolare alla chirurgia di precisione, fino alla diagnostica per immagini.
Professionisti che trasformano l’innovazione digitale in progresso per la salute
«Questi primi laureati – dichiara Serena Marchiò, Presidente del Corso di Laurea Magistrale – rappresentano un traguardo significativo per il nostro corso e per l’Ateneo: testimoniano la capacità dell’Università di Torino di innovare nella formazione, integrando scienze della vita e tecnologie digitali in modo sinergico e responsabile».
«Sono specialisti che incarnano una nuova generazione di professionisti capaci di tradurre l’innovazione digitale in progresso concreto per la biomedicina e la salute – aggiunge Cristian Fiori, Direttore del Dipartimento di Oncologia dell’Università di Torino – costruendo un vero ponte tra il mondo computazionale e quello biosanitario. Sono onorato di aver contribuito all’iter istitutivo di questo Corso di Studi e di celebrare i primi laureati al San Luigi in un contesto che unisce ricerca, formazione, innovazione e cura».
In Europa, salute respiratoria e disuguaglianze sociali sono strettamente legate: prevenzione, farmaci e ambiente devono integrarsi per garantire un accesso equo alle cure. Il 3 ottobre 2025, a Bruxelles, si è svolto il “Workshop on European Policies and Advocacy in Respiratory care”,dedicato alle politiche sanitarie e all’advocacy nella cura delle malattie respiratorie, organizzato da Cittadinanzattiva-Active Citizenship Network nell’ambito del progetto “Advancing Respiratory Care at the EU Level”. L’evento ha visto la partecipazione di rappresentanti di associazioni civiche e di pazienti, professionisti sanitari, accademici ed esperti di advocacy, con lo scopo di promuovere un approccio alle cure delle patologie respiratorie che non sia dettato da situazioni di emergenza ma, piuttosto, legato a strategie a lungo termine, integrate in politiche sanitarie più ampie.
Negli ultimi vent’anni le politiche europee hanno puntato a migliorare ambiente urbano, qualità dell’aria e salute respiratoria cronica
A margine dell’evento, TrendSanità ha intervistato il professor Guglielmo Trovato, clinico esperto di medicina e di politiche sanitarie, raccogliendo le sue riflessioni sulle sfide e le opportunità in questo settore.
Ambiente e determinanti sociali della salute
Secondo il professor Trovato, “negli ultimi vent’anni le politiche europee, tra cui il Green Deal e la Zero Pollution Strategy, hanno puntato a migliorare l’ambiente urbano e abitativo, con effetti diretti sulle malattie respiratorie”. Queste strategie hanno già influenzato non solo la qualità dell’aria e la mobilità, ma anche aspetti indiretti come il sonno e la gestione di condizioni croniche, tra cui la sindrome da apnea notturna e le poliposi nasali.
Guglielmo Trovato
Esempi concreti mostrano come l’adozione di mezzi elettrici e la riduzione dell’inquinamento a Londra abbiano migliorato la vivibilità urbana: “Londra oggi è estremamente più vivibile di molte città italiane, con effetti positivi sulla salute respiratoria dei cittadini”, spiega Trovato. “Tutto questo ha un impatto enorme sulle malattie respiratorie. L’effetto dell’inquinamento atmosferico è ormai evidente, ma anche altri tipi di inquinamento incidono in modo significativo, sebbene in maniera meno immediatamente percepibile. Un esempio concreto è quello dei disturbi del sonno, come la sindrome delle apnee notturne, che possono essere correlate a condizioni come il reflusso gastroesofageo o la presenza di poliposi nasale: entrambe fortemente influenzate da fattori ambientali. Pensiamo, ad esempio, a questo proposito, al ruolo dei pollini e alla qualità dell’aria”.
Anche il design urbano può contribuire alla prevenzione: ad esempio, nelle soluzioni architettoniche oggi alquanto di moda, i cosiddetti boschi verticali, la scelta di alberi adatti a ridurre la produzione di pollini irritanti o allergizzanti, rappresenta un approccio innovativo per limitare le allergie respiratorie.
Disuguaglianze e accesso alle cure
Non solo ambiente: le disuguaglianze economiche e sociali condizionano l’accesso ai servizi sanitari. “La povertà e la scarsa alfabetizzazione sanitaria, con aspetti di disinformazione, influiscono sulle possibilità di prevenzione e sulle cure disponibili, in particolare per i farmaci respiratori essenziali”, osserva Trovato. L’accesso a farmaci come corticosteroidi inalatori o vaccini respiratori varia notevolmente tra i Paesi europei, contribuendo a disparità significative di salute.
Le disuguaglianze economiche e sociali condizionano l’accesso ai servizi sanitari
L’Unione Europea finanzia progetti per migliorare il supporto sociale e l’health literacy, cioè l’alfabetizzazione in tema di salute e malattia, ma “spesso queste iniziative sono percepite come soluzioni burocratiche e non pienamente integrate nella pratica clinica”, aggiunge l’esperto, sottolineando l’importanza di politiche attivamente efficaci sul territorio.
Ruolo dei professionisti sanitari
Per affrontare le disuguaglianze, secondo Trovato, è essenziale sviluppare competenze trasversali tra i professionisti della salute. “Non basta parlare con i pazienti: bisogna saperli visitare, fare esami di base come l’ecografia polmonare e considerare pienamente l’ambiente in cui vivono”. La formazione deve coinvolgere medici, figure emergenti delle case della comunità e decisori sanitari, aumentando la consapevolezza dei determinanti sociali della salute.
Prevenzione e vaccinazioni
La prevenzione rimane un cardine della cura respiratoria. Vaccinazioni anti-influenzali, anti-pneumococciche e altre strategie profilattiche sono strumenti fondamentali per ridurre ospedalizzazioni e complicanze. “I vaccini servono nei bambini, negli adulti e negli anziani: a tal fine devono essere agevolmente accessibili e adeguatamente compresi dalla popolazione”, precisa Trovato.
Verso un approccio integrato
Prevenzione e trattamento non possono essere considerati compartimenti separati. La prevenzione secondaria, il ripristino della salute sul territorio e la gestione domiciliare delle patologie respiratorie sono parte integrante delle cure. “Prevenzione, terapia e ambiente non sono cose distaccate: c’è una sovrapposizione fortissima, e questa finalità integrata deve guidare le politiche e la pratica clinica”, conclude Trovato.
Prevenzione, terapia e ambiente si sovrappongono e questa integrazione deve guidare politiche e clinica
Mariano Votta
Migliorare la salute respiratoria in Europa significa affrontare le disuguaglianze sociali, rafforzare le competenze dei professionisti sanitari e promuovere interventi ambientali, urbanistici e preventivi efficaci, integrando politiche, ricerca e innovazione con strategie di informazione ben focalizzata e persuasiva. “Anche per questo” – sottolinea Mariano Votta, Responsabile delle politiche europee di Cittadinanzattiva – “siamo impegnati per promuovere a livello europeo una azione coordinata e strutturata volta ad incoraggiare le Istituzioni Europee ad impegnarsi per un piano europeo per la salute respiratoria. Ne discuteremo a febbraio al Parlamento Europeo con rappresentanti di Commissione e Parlamento, professionisti sanitari e del mondo accademico, organizzazioni impegnate nella tutela dei diritti di cittadini e pazienti”.
L’Italia si conferma tra le eccellenze europee e mondiali nel campo della donazione e del trapianto di organi, tessuti e cellule: a certificarlo è l’ultima edizione della “Newsletter Transplant”, il rapporto annuale edito dal Consiglio d’Europa che mette in fila le cifre dell’attività di donazione e trapianto a livello internazionale.
Il report, relativo al 2024, certifica che l’Italia è seconda tra i grandi Paesi europei per tasso di donazione: 29,5 donatori utilizzati per ogni milione di abitanti, dietro i 48 della Spagna ma davanti a Francia (28,3), Regno Unito (19,2) e Germania (10,9). Se allarghiamo lo sguardo a tutto il continente includendo anche i paesi più piccoli per abitanti e per attività di trapianto, davanti all’Italia – oltre alla Spagna – ci sono solo Portogallo (33,5 donatori per milione di abitanti), Repubblica Ceca (32), Belgio (31,7) e Croazia (29,8).
L’Italia è seconda tra i grandi Paesi europei per tasso di donazione
Il nostro Paese regge bene il confronto anche per quanto riguarda l’attività di trapianto: è secondo a livello mondiale per quelli di fegato (28,8 trapianti per milione di abitanti), superato soltanto dagli Stati Uniti (31,8), e settimo per quanto riguarda il cuore (7 trapianti per milione).
In concomitanza con l’annuncio dei dati europei il Centro nazionale trapiantiha pubblicato anche il proprio Report analitico annuale, con oltre 350 pagine di cifre, analisi e grafici che fanno il punto sull’intera attività della rete di donazione e trapianto del Servizio sanitario nazionale: organi, tessuti, cellule staminali emopoietiche, gameti, microbiota fecale, ma anche le liste di attesa, l’attività ispettiva, il monitoraggio delle reazioni e degli eventi avversi e il controllo di qualità dei laboratori di immunologia dei trapianti.
Il documento, che approfondisce nel dettaglio i dati preliminari pubblicati nel gennaio scorso, conferma il 2024 come un anno di numeri record: 3.165 donatori segnalati nelle rianimazioni (+2,3% sul 2023), 1.730 donatori effettivamente utilizzati (+3,6%), con un’età media di 62,6 anni. Tra i 221 ospedali nei quali sono state effettuate le donazioni, i più attivi sono stati quello di Padova (53), il Civile Maggiore di Verona (47) e il Bellaria di Bologna.
Nel report viene dato ampio spazio all’attività di donazione a cuore fermo, cresciuta in un anno del 34,6%: nel 2024 i prelievi di questo tipo sono stati 284, il 16,4% del totale delle donazioni di organi. La donazione a cuore fermo in Italia segna l’incremento più importante tra i grandi Paesi europei (unica eccezione, la Spagna), in un contesto nel quale la legge, a maggiore tutela dei donatori, fissa a 20 minuti il tempo di osservazione necessario per dichiarare il decesso con criteri cardiaci (all’estero invece sono mediamente 5-10 minuti). Solo qualche anno fa il prelievo del cuore a partire da questa tipologia di donazione era considerato un fatto pionieristico: il report del 2024 testimonia il consolidamento di questa pratica, con risultati sovrapponibili ai trapianti eseguiti da donatore in morte cerebrale.
I dati del Centro nazionale trapianti confermano il 2024 come un anno di numeri record
Sono stati invece 4.642 i trapianti realizzati in totale (+3,9%), di cui 179 in urgenza nazionale (75 di fegato, 86 di cuore, 14 di polmone, 4 di rene) e anche 191 pediatrici (79 di fegato, 76 di rene, 32 di cuore, 4 di polmone). L’azienda ospedaliera che ne ha effettuati di più è stata Città della Salute e della Scienza di Torino (440), davanti all’Ospedale di Padova (413) e all’Ismett di Palermo (276). Torino è stato anche il centro trapianti con il più alto numero di trapianti di fegato effettati (179), mentre Padova prima in Italia per trapianti di rene (217) e polmone (41). Primato confermato per il Policlinico di Bari per quanto riguarda i trapianti di cuore (73), invece per il pancreas il primo centro italiano è quello del San Raffaele di Milano (14).
La crescita della donazione a cuore fermo e il lavoro della task force nazionale rafforzano la capacità del sistema di ampliare il numero dei donatori e garantire trapianti sicuri
In lista per un trapianto, a fine 2024, c’erano ancora 8.024 pazienti, con tempi medi d’attesa di 3 anni per un trapianto di rene, 1 anno e 7 mesi per il fegato, 3 anni e 4 mesi per il cuore e 2 anni e 5 mesi per il polmone. Tempi che si riducono drasticamente per i pazienti in urgenza nazionale: in questo caso, l’attesa media è di 2 giorni per il fegato, 5-6 giorni per rene e polmone e 10-11 giorni per il cuore.
“I numeri del report europeo e quelli pubblicati dal Centro nazionale trapianti testimoniano l’impegno costante della Rete nazionale e il valore di una collaborazione che coinvolge istituzioni, professionisti sanitari, volontari e cittadini”, commenta il direttore generale del CNT Giuseppe Feltrin. “Tra gli elementi qualificanti del nostro sistema c’è certamente la capacità di ampliare il pool dei donatori, sia grazie a un lavoro estremamente efficace della task force nazionale di valutazione del rischio, che supporta i professionisti nelle rianimazioni, sia grazie alla crescita sempre più decisa della donazione a cuore fermo”. Per Feltrin, in conclusione “i numeri del 2024, ma anche i dati preliminari del 2025 confermano la forza di un sistema che cresce nella complessità e nella capacità di risposta. Con una rete sempre più capillare, protocolli scientifici aggiornati e una costante attenzione ai bisogni dei pazienti, l’Italia rafforza la propria posizione tra i Paesi leader nel campo della donazione e del trapianto, rinnovando l’impegno di trasformare ogni donazione in una concreta possibilità di vita”.
Costruire una sanità capace di usare i dati in modo etico, sostenibile e integrato, mettendo al centro la persona e non la tecnologia. È il messaggio emerso dall’evento “La sanità del futuro: dati, tecnologie e salute circolare”, organizzato dall’Associazione Scientifica per la Sanità Digitale presso il Tecnopolo del Cineca di Bologna. Una location significativa, come ha evidenziato la presidente di ASSD, Laura Patrucco: «ASSD promuove la cultura del digitale come “casa” del dato per il cittadino, qui simbolicamente rappresentata dal Tecnopolo del Cineca con il supercomputer Leonardo».
Il digitale è una rivoluzione del pensiero
«Questa giornata – ha proseguito Patrucco – nasce per creare un dialogo informato tra professionisti della salute sul digitale». Ringraziando la senatrice Sandra Zampa, che ha dato il suo endorsement all’evento, Patrucco ha anche ricordato come l’obiettivo dell’evento, il primo del genere organizzato da ASSD, sia stato di supportare la cultura del digitale non solo come strumento ma come rivoluzione del pensiero.
Per Patrucco, il digitale deve essere “umanocentrico”: «La rivoluzione digitale è soprattutto antropologica. È importante mettere al centro della tecnologia il mondo human, pensato per la persona». E questo richiede «un utilizzo etico del dato e il coinvolgimento di tutti gli stakeholder — professionisti, accademici, pazienti e cittadini».
ASSD, ha concluso, vuole «promuovere un’advocacy che sostenga la governance della salute digitale, perché il digitale non è solo uno strumento, ma anche un obiettivo. Costruire consapevolezza ed empowerment è la chiave per una sanità integrata e circolare».
Viviamo in un terrario: la salute è un sistema chiuso
La lezione magistrale di Ilaria Capua, senior fellow in Global Health alla Johns Hopkins University, ha portato il tema su scala planetaria: la salute circolare. «Noi viviamo in un terrario — ha spiegato —, un sistema chiuso in cui ciò che facciamo di bene o di male rimane nello stesso ambiente». Come ricorda Capua, la salute circolare nasce da una visione olistica che riconosce l’interazione tra acqua, aria, terra e fuoco: «Dobbiamo usare i dati per capire queste relazioni e prevedere gli impatti sulla salute. Non possiamo più subire le “sorprese” sanitarie: dobbiamo prevenirle, integrando dati climatici, sanitari e ambientali».
La studiosa ha evidenziato come il cambiamento climatico possa diventare uno strumento predittivo: «Parlare di salute oggi significa parlare anche di clima. Il clima influenza la mortalità, le malattie cardiovascolari, quelle trasmesse da vettori, la salute mentale e persino l’agricoltura. A Bologna, il centro europeo per il clima (ECMWF) offre dati preziosi che, se incrociati con le informazioni degli ospedali, delle ASL e del territorio, potrebbero aiutarci a prevedere e gestire le emergenze sanitarie. Gli interventi concreti? Adattamento e mitigazione climatica, lotta integrata contro gli insetti, agricoltura resiliente e strategie per contrastare l’ecoansia».
Far sedere il dato al tavolo delle decisioni
La sessione plenaria, moderata da Marisa De Rosa (ASSD) e Matteo Buccioli (AIIC), ha approfondito il tema del ruolo dei dati come leva per l’innovazione e la sostenibilità.
Il primo intervento è stato di Paolo Petralia (Direttore Generale ASL 4 del SSR Ligure e vicepresidente FIASO), cheha sottolineato come il percorso dei dati debba partire da scelte consapevoli: in un contesto complesso, dove molteplici fattori influenzano le decisioni, è fondamentale affidarsi ai dati per decidere in maniera ponderata e strategica. «Dobbiamo superare la dimensione dell’io per abbracciare quella della collettività — ha spiegato —. Solo così un contesto a misura di dato può tradurre le informazioni in azioni coerenti». Applicare i principi dell’Health Technology Assessment (HTA) al dato significa spostare il centro dell’attenzione: non è più il dato in sé, ma le persone che lo utilizzano a determinarne il valore, sviluppando una consapevolezza etica condivisa.
Non basta avere dati disponibili: è altrettanto cruciale renderli realmente fruibili. «Abbiamo milioni di dashboard, ma spesso non le utilizziamo perché sono difficili da interpretare, e le decisioni diventano istintive o basate sull’esperienza empirica», ha evidenziato Petralia. Rendere i dati accessibili e comprensibili permette di farli sedere al tavolo delle decisioni, trasformandoli in strumenti concreti al servizio della salute e della collettività.
Sovranità tecnologica per la democrazia
L’influenza delle big tech sui processi decisionali è ormai innegabile: la loro capacità lobbistica ha effetti enormi, non solo sui vertici ma anche sui livelli intermedi, dove spesso manca la competenza necessaria a comprendere appieno la portata delle scelte. Per affrontare questa sfida, ha sottolineato Sanzio Bassini(Direttore del Dipartimento di High Performance Computing del Cineca), è necessario adottare una prospettiva sovranazionale ed europea, in grado di mettere ordine in un contesto complesso e globale.
«In questo scenario – prosegue Bazzini – l’Italia si distingue per le sue straordinarie capacità di calcolo: due supercomputer rientrano tra i più potenti al mondo, consentendo al Paese di sostenere progetti di grande impatto in sanità digitale. Queste infrastrutture offrono l’opportunità di sviluppare sistemi di supporto clinico, strumenti di apprendimento automatico e un ecosistema europeo della ricerca sanitaria, il tutto nel rispetto delle regole di protezione dei dati previste da GDPR e AI Act».
Il problema è la tempestività dei dati
Dal fronte della ricerca indipendente, Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, ha puntato l’attenzione sulla scarsa tempestività nella pubblicazione dei dati pubblici: «Anche quando i dati ci sono, arrivano tardi e perdono utilità per la programmazione». E ha citato esempi concreti: «I dati sul personale sanitario sono disponibili solo fino al 2022, rendendo difficile analizzare l’impatto del turnover attuale; il nuovo sistema di monitoraggio dei Lea si ferma al 2023, ben oltre i sei mesi previsti per legge; e il rapporto Osmed sui farmaci, tradizionalmente pubblicato a luglio, per il 2024 non è ancora disponibile. Questa lentezza limita la possibilità di effettuare analisi aggiornate e affidabili, fondamentali per la programmazione e la pianificazione del Servizio Sanitario Nazionale».
Inoltre una recente analisi indipendente di Fondazione Gimbe sullo stato di avanzamento del PNRR per la missione salute ha evidenziato una netta dicotomia tra strumenti digitali disponibili e cultura digitale effettiva. Dei 14 indicatori da completare entro il 30 giugno 2026, solo 4 sono già completati o in fase di completamento, 2 sono in ritardo, 3 in netto ritardo e 5 non valutabili per mancanza di dati. Anche il Fascicolo Sanitario Elettronico manca di dati sull’alimentazione regolare da parte dei medici di medicina generale e sull’attività formativa, con un consenso alla consultazione dei cittadini molto disomogeneo tra le Regioni (dal 92% in Emilia-Romagna al 3% in Molise).
Questi dati mostrano come la tecnologia da sola non garantisca progressi: senza formazione, alfabetizzazione digitale e consapevolezza, le informazioni rischiano di rimanere inutilizzate.
La rivoluzione è l’uso secondario dei dati
Lo European Health Data Space segna una svolta nel modo in cui i dati sanitari possono essere utilizzati a livello europeo: liberando finalmente il loro potenziale, il regolamento europeo sposta la base giuridica dall’esclusivo consenso del paziente all’interesse pubblico. Come ha spiegato Felicia Pelagalli, fondatrice e CEO di Culture, «la vera rivoluzione è proprio questa: i dati possono servire alla collettività senza violare la privacy individuale». In Italia, il nuovo Ecosistema dei dati sanitari segue lo stesso modello federato: «Nessun repository unico, ma algoritmi che mettono in connessione i dati dove si trovano», permettendo analisi integrate pur mantenendo i dati distribuiti.
Sanità digitale e sostenibilità ambientale
Dai dati dell’Osservatorio Sanità Digitale del Politecnico di Milano, illustrati da Paolo Locatelli, emerge che il settore healthcare è responsabile del 4-5% delle emissioni globali di gas serra (negli Stati Uniti si arriva all’8,5%). «Il digitale può contribuire alla riduzione dell’impatto ambientale, dai risparmi sui materiali alla gestione energetica dei data center», ha sottolineato Locatelli. Già la digitalizzazione delle immagini radiologiche ha permesso riduzioni significative dei consumi di film e materiali, mentre la cartella clinica elettronica e i servizi digitali a supporto del territorio consentono risparmi in termini di energia, logistica e accessi fisici alle strutture.
Ma, come ha spiegato Locatelli, «la vera sfida è l’impatto indiretto: usare il digitale per ridurre sprechi di farmaci, ottimizzare logistica e tempi dei clinici. L’ospedale digitale non è solo più efficiente, è anche più sostenibile». In questo senso, il valore del digitale va oltre i benefici immediati: permette di migliorare la gestione della medicina del territorio, dell’assistenza domiciliare e dei percorsi terapeutici, generando vantaggi sia per i cittadini sia per le aziende sanitarie in termini di organizzazione, risparmio economico e sostenibilità ambientale.
Il modello del “Survivor Passport”
Un esempio concreto di interoperabilità arriva dall’oncologia pediatrica con il Survivor Passport, illustrato da Stefano Haupt (Medico Oncologo Pediatrico, Ospedale Gaslini) e Davide Saraceno (Data River). È il “passaporto del lungo sopravvivente”, un documento elettronico e cartaceo che raccoglie le informazioni sulle terapie e fornisce raccomandazioni personalizzate per il follow-up. «Nei Paesi occidentali oltre l’80% dei bambini affetti da tumore guarisce, ma guarire non è abbastanza», hanno ricordato gli esperti. Dopo le cure, più del 60% sviluppa una condizione cronica e circa un quarto una patologia grave. Da queste evidenze nacque nel 2007 l’Erice Statement, che raccomandava di garantire una documentazione accurata e una sorveglianza attiva durante la transizione dall’età pediatrica a quella adulta.
Il progetto europeo Survivorship Passport (SurPass) nasce da quelle indicazioni e oggi è riconosciuto come dispositivo medico di classe I, interoperabile e multilingue. La versione SurPass 2.0 introduce la piena integrazione digitale con sei centri pilota europei e 22 centri italiani già coinvolti, che dal 2018 hanno prodotto oltre 3.200 passaporti e 50 mila registrazioni di trattamenti. Con 41 raccomandazioni cliniche per altrettanti organi bersaglio, il sistema permette un follow-up mirato e l’uso appropriato delle risorse sanitarie. «Il SurPass – hanno sottolineato Haupt e Saraceno – è un modello virtuoso di interoperabilità, conforme alle normative italiane ed europee, e potenzialmente applicabile anche ad altre patologie».
La sfida è bilanciare protezione e valorizzazione dei dati
La cornice normativa europea sta cambiando rapidamente, spingendo verso un uso dei dati sanitari non solo protetto ma ancheattivo e produttivo di valore pubblico. Come ha spiegato Silvia Stefanelli (Studio Legale Stefanelli&Stefanelli), «il Regolamento europeo sull’intelligenza artificiale introduce un principio nuovo: i dati sanitari possono essere utilizzati quando serve e per finalità di interesse pubblico». È un vero cambio di paradigma: dal principio di protezione assoluta del GDPR a un equilibrio più maturo tra tutela della persona e sviluppo dell’innovazione. L’AI Act, insieme agli altri regolamenti europei sui dati — dal Data Governance Act al Data Act fino allo European Health Data Space — disegna un quadro in cui la condivisione e l’uso secondario dei dati diventano leve per ricerca, sanità pubblica e politiche di prevenzione.
Anche il contesto nazionale si muove nella stessa direzione. «Nel nostro ordinamento – ha ricordato Stefanelli – esistono già strumenti che consentono di valorizzare il dato sanitario: il decreto del 2021 permette la cessione dei dati per fini di ricerca, quello del 2024 istituisce l’Ecosistema dei dati sanitari in gestione ad Agenas, accessibile anche ai privati per i dati anonimizzati». La nuova Legge italiana sull’AI (n. 132/2025) riconosce inoltre che, per progetti di ricerca e sperimentazione scientifica, «la base giuridica non è più il consenso, ma l’interesse pubblico». Conclude Stefanelli: «Stiamo entrando in una fase nuova: quella in cui protezione e innovazione possono finalmente coesistere».
Il ruolo dell’Unione Europea
In collegamento da Bruxelles, Antonio Parenti, Direttore Public Health, Cancer and Health Security presso la DG SANTE B della Commissione Europea, ha tracciato le conclusioni dell’incontro sottolineando come «il modello europeo di protezione e utilizzo dei dati sia oggi il vero perno su cui dovrà ruotare la sanità del futuro». La collaborazione tra Stati membri e la condivisione dei dati sanitari, ha spiegato, rappresentano una leva strategica di competitività e innovazione, capace di favorire lo sviluppo di nuovi modelli terapeutici e cure sempre più personalizzate. Parenti ha concluso con un messaggio di cauto ottimismo: «Solo attraverso una reale integrazione europea e un uso intelligente dei dati potremo ottenere costi più bassi, benefici maggiori e una sanità capace di rispondere davvero ai bisogni dei cittadini europei».
Un ecosistema da costruire insieme
Dall’etica all’intelligenza artificiale, dalla sovranità tecnologica alla sostenibilità ambientale, l’evento ha mostrato che la sanità del futuro sarà circolare solo se saprà essere inclusiva, consapevole e condivisa. Come ha ricordato Patrucco, «se siamo insieme, abbiamo una forza maggiore».
Servizi a macchia di leopardo e personale insufficiente; il 10% degli accessi in pronto soccorso riguarda minorenni, mentre il 69% dei ricoveri si concentra al Nord: «Serve una riorganizzazione nazionale – esordisce Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE – non più iniziative spot». È quanto emerso dal XIV Congresso Nazionale Federserd sulla prevenzione e cura delle dipendenze, durante il quale la Fondazione GIMBE ha presentato una dettagliata analisi sull’organizzazione dei Servizi per le Dipendenze (SerD), elaborata a partire dai dati della Relazione annuale della Presidenza del Consiglio al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia (2025) e del Rapporto OISED-CREA (2024).
I servizi per le dipendenze rappresentano oggi un’anomalia strutturale del nostro SSN
«Stiamo pagando il prezzo di un immobilismo normativo e organizzativo – dichiara Cartabellotta – e i servizi per le dipendenze rappresentano oggi un’anomalia strutturale del nostro Servizio Sanitario Nazionale (SSN): frammentati, disomogenei e con personale insufficiente. La loro efficacia dipende troppo spesso dalla buona volontà di professionisti e operatori, più che da un’adeguata programmazione dei servizi per prevenire, diagnosticare e trattare un fenomeno il cui impatto sulla salute pubblica è molto rilevante, soprattutto tra i più giovani».
Impatto delle dipendenze su SSN
Accessi in Pronto Soccorso (PS)
Nel 2024 sono stati registrati 8.378 accessi in PS per patologie direttamente droga-correlate, con una lieve riduzione rispetto al 2023 (-2,5%): il 43% riguarda soggetti tra i 25 e i 44 anni, ma preoccupa il dato sui minorenni, che rappresentano il 10% degli accessi. Quasi la metà dei pazienti (47%) è arrivata in PS per psicosi indotta da sostanze. In 904 casi (11%) si è reso necessario un ricovero ospedaliero: il 37% dei pazienti è stato trasferito in un reparto di psichiatria, il 17% in terapia intensiva e il 4% in pediatria.
Ricoveri ospedalieri
Nel 2023 (ultimo anno disponibile) i ricoveri ospedalieri con diagnosi principale droga-correlata sono stati 7.382 (+13% rispetto al 2022), pari a 9,3 ricoveri ogni 10.000 abitanti. Il trend è in netta crescita rispetto al 2012, quando il tasso era di 6 per 10.000 abitanti. Nel 2023 il tasso di ospedalizzazione per patologie direttamente correlate al consumo di sostanze stupefacenti ha sfiorato i 14 ricoveri ogni 100.000 abitanti, con marcate differenze territoriali: nelle Regioni settentrionali si concentrano infatti il 69% delle ospedalizzazioni droga-correlate.
Offerta di servizi per le dipendenze
In Italia, l’assistenza alle persone con dipendenze patologiche rientra tra i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) ed è garantita da un sistema integrato che coinvolge le Aziende Sanitarie Locali con i servizi territoriali per le dipendenze (SerD), le strutture private, gli Enti Locali, le organizzazioni del privato sociale e del volontariato. I SerD si occupano di prevenzione, terapia e riabilitazione per persone con disturbi legati all’assunzione di sostanze psicoattive (legali e illegali) e per coloro che manifestano comportamenti di dipendenza non da sostanze, come gioco d’azzardo, uso compulsivo di Internet, gaming, shopping patologico, dipendenza sessuale e disturbi del comportamento alimentare. L’offerta assistenziale si articola su quattro livelli: servizi di I livello, servizi ambulatoriali, strutture residenziali e semi-residenziali, che includono i servizi specialistici.
Servizi di I livello
Nel 2024 risultano censiti 198 servizi di I livello, di cui 46 pubblici (22%) e 152 gestiti dal privato sociale (77%). Comprendono unità mobili (n. 123), centri drop-in (n. 49) e centri di prima accoglienza (n. 26). Queste strutture, caratterizzate da un elevato grado di accessibilità, si rivolgono soprattutto alle persone più difficili da raggiungere attraverso i canali tradizionali. Il tasso medio nazionale è di 0,4 servizi di I livello per 100.000 abitanti tra 15 e 74 anni: si va da 1,8 della Provincia autonoma di Bolzano a 0,1 in Calabria, Campania e Puglia. In Basilicata, Molise, Sardegna e Valle d’Aosta non risultano censiti servizi di questo tipo (figura 1).
Figura 1. Servizi di I livello: tasso per 100.000 abitanti di età 15-74 anni (anno 2024)
Servizi ambulatoriali
I servizi ambulatoriali attuano programmi terapeutico-riabilitativi e trattamenti farmacologici per le persone con dipendenze, oltre a offrire percorsi di sostegno dedicati ai familiari, garantendo consulenza e assistenza specialistica sia medico-sanitaria sia psicologica. Sono in larga parte pubblici, afferenti al Servizio Sanitario Regionale, ma comprendono anche strutture private organizzate come Servizi Multidisciplinari Integrati (SMI). Nel 2024 risultano censiti 1.134 servizi ambulatoriali, di cui 96% pubblici e 4% gestiti dal privato sociale: 571 sono Servizi per le Dipendenze (SerD), 279 servizi per il gioco d’azzardo, 207 servizi di alcologia, 41 SMI e 36 SerD operanti negli istituti penitenziari (figura 2).
Figura 2. Servizi ambulatoriali per tipologia (anno 2024)
Il tasso medio nazionale è di 2,6 servizi ogni 100.000 abitanti tra 15 e 74 anni, con una distribuzione molto eterogenea: da 5,5 in Molise a 1,3 nel Lazio e nella Provincia autonoma di Bolzano. Nel 2023 la dotazione di personale delle strutture ambulatoriali contava complessivamente 6.005 unità: il 54,3% composto da medici e infermieri (n. 3.260), il 15% da psicologi (n. 901), il 13% da assistenti sociali (n. 781), il 12% da educatori professionali (n. 721), il 3,8% da personale amministrativo (n. 228) e l’1,9% da altre figure professionali (n. 114) (figura 3).
Figura 3. Servizi ambulatoriali: dotazione di personale(anno 2023)
Nel 2023, nei servizi ambulatoriali, il numero medio di utenti per unità di personale dipendente è di 24,1, ma con marcate differenze regionali: nelle Marche, in Abruzzo e Lazio si superano i 30 pazienti per operatore, mentre in Umbria la media raggiunge addirittura quota 37. Una pressione che inevitabilmente si riflette sulla qualità della presa in carico e sulla continuità terapeutica.
Nel 2024 i SerD hanno assistito complessivamente 134.443 persone per uso di sostanze illegali e/o psicofarmaci non prescritti (+2,7% rispetto al 2023), pari a 228 ogni 100.000 abitanti. «Considerato che il 14% degli utenti ha meno di 30 anni – commenta Cartabellotta – ed esiste un bisogno sommerso ancora difficile da intercettare, è indispensabile investire in nuove modalità di presa in carico, interventi di prossimità e percorsi interdisciplinari integrati con i servizi per l’età evolutiva».
Strutture residenziali e semi-residenziali
Offrono programmi assistenziali diversificati e percorsi assistenziali mirati in base al tipo di utenza, integrandosi con le attività terapeutiche dei servizi ambulatoriali territoriali. Nel 2024 risultano censite 951 strutture, di cui 55 pubbliche (6%) e 896 (94%) gestite dal privato sociale, per un totale di 13.926 posti. L’offerta media nazionale è di 2,1 strutture ogni 100.000 abitanti, con nette differenze territoriali: da 5,4 strutture in Valle d’Aosta a 0,7 in Friuli Venezia Giulia e Sicilia.
356 sono strutture specialistiche e si suddividono in quattro tipologie: 13 (4%) dedicate ai minori con problematiche droga-correlate, 31 (9%) rivolte a genitori tossicodipendenti insieme ai figli, 132 (pari al 37%) destinate a pazienti con comorbidità psichiatriche, 180 (50%) orientate ad altre forme di assistenza specialistica (es. supporto abitativo, percorsi riabilitativi di lunga durata). Il 94% delle strutture specialistiche è gestita da organizzazioni del privato sociale e sono prevalentemente a carattere residenziale. Pur essendo concentrate soprattutto nelle Regioni settentrionali (68%) – in particolare nel Nord-Ovest (52%) – sono comunque presenti su tutto il territorio nazionale, ad eccezione della Calabria.
La riorganizzazione dei servizi per le dipendenze
Secondo quanto previsto dal DM 77, l’assistenza sanitaria e socio-sanitaria alle persone con dipendenze patologiche – sia legate al consumo di sostanze psicotrope (legali o illegali) sia di natura comportamentale – deve essere garantita in ogni Regione e Provincia autonoma dai SerD, in collaborazione con altri servizi sanitari e sociali, con i servizi residenziali e semi-residenziali convenzionati per le dipendenze, il terzo settore ed altre istituzioni e realtà territoriali.
Il DM 77 stabilisce la presenza di un SerD ogni 80.000-100.000 abitanti nella fascia di età 15-64 anni, con apertura almeno 5 giorni a settimana per 12 ore al giorno. Nelle macro-aree regionali è inoltre previsto che almeno un servizio resti attivo 6 o 7 giorni a settimana, per garantire la massima continuità assistenziale. Sulla base della popolazione 15-64 anni residente al 1° gennaio 2025, per rispettare questi standard sono necessari da 373 a 467 SerD (Tabella 1).
Regione
Popolazione15-64 anni al 1° gennaio 2025
1 SerD ogni 100.000 abitanti
1 SerD ogni 80.000 abitanti
Abruzzo
793.530
8
10
Basilicata
335.093
3
4
Calabria
1.156.172
12
14
Campania
3.642.172
36
46
Emilia-Romagna
2.825.486
28
35
Friuli Venezia Giulia
735.909
7
9
Lazio
3.668.344
37
46
Liguria
913.660
9
11
Lombardia
6.416.562
64
80
Marche
920.963
9
12
Molise
179.657
2
2
Piemonte
2.636.356
26
33
Prov. Aut. di Bolzano
345.628
3
4
Prov. Aut. di Trento
344.941
3
4
Puglia
2.458.860
25
31
Sardegna
980.777
10
12
Sicilia
3.033.593
30
38
Toscana
2.278.657
23
28
Umbria
524.839
5
7
Valle d’Aosta
77.074
1
1
Veneto
3.073.566
31
38
ITALIA
37.341.839
373
467
Tabella 1. Numero di SerD previsti dagli standard del DM 77
«Stando ai numeri – commenta Cartabellotta – i Servizi per le Dipendenze in Italia non mancano, ma senza una loro riorganizzazione e una reale integrazione in rete, la loro efficacia resta limitata. Occorre passare da strutture isolate a un sistema capace di garantire continuità assistenziale, presa in carico multidisciplinare e uniformità di accesso su tutto il territorio nazionale».
Per quanto riguarda il personale sanitario, il DM 77 definisce gli standard minimi e quelli a regime per ciascun SerD: da 3 a 4 medici (di cui almeno 1 psichiatra), 3-3,5 psicologi, 4-6 infermieri, 2,5-3,5 educatori professionali e tecnici della riabilitazione psichiatrica, da 2 a 3 assistenti sociali e da 0,5-1 unità di personale amministrativo. Complessivamente, questi parametri corrispondono a 5.614 unità di personale per lo standard minimo e a 7.860 per quello a regime. «In altri termini – spiega il Presidente – se il numero totale di strutture ambulatoriali è superiore a quello previsto dagli standard del DM 77, il personale sanitario censito nel 2023, pari a 6.005 professionisti, risulta fortemente sotto-dimensionato rispetto al fabbisogno: mancano infatti quasi 1.900 operatori per raggiungere lo standard a regime».
Infatti, confrontando gli standard del DM 77 con i dati del 2023, per medici e infermieri lo standard minimo risulta già raggiunto, ma mancano 483 professionisti per raggiungere lo standard a regime. Inoltre, rispetto agli standard a regime, mancano all’appello 409 psicologi, 342 assistenti sociali, 475 educatori professionali e tecnici della riabilitazione e 146 amministrativi (Tabella 2).
Figura professionale
Personale 2023
Standard minimi
GAP minimo
Standard a regime
GAP a regime
Medici e infermieri
3.260
2.620
640
3.743
-483
Psicologi
901
1.123
-222
1.310
-409
Assistenti sociali
781
749
32
1.123
-342
Educatori professionali/TeRP
835
936
-101
1.310
-475
Amministrativi
228
187
41
374
-146
Totale
6.005
5.614
391
7.860
-1.855
Tabella 2. Standard minimi e a regime di dotazione del personale per i SerD ai sensi del DM 77
«Il quadro è molto serio – continua Cartabellotta – perché questi servizi restano spesso fuori dalle agende politiche e assenti nei piani di riforma regionali della sanità territoriale. Eppure, si prendono cura di popolazioni fragili, ad alto rischio di emarginazione e cronicizzazione. E la mancata presa in carico si traduce in accessi al pronto soccorso, ospedalizzazioni, aggravamento e/o cronicizzazione dei disturbi, aumento del disagio sociale e dei costi per il Servizio Sanitario Nazionale».
I servizi per le dipendenze, spesso esclusi dalle agende politiche e dai piani di riforma regionale, assistono le fasce più fragili e a rischio di emarginazione
Senza una chiara assunzione di responsabilità da parte della politica, il sistema dei servizi per le dipendenze rischia di rimanere un diritto a geometria variabile, accessibile solo in alcune aree del Paese. «Affrontare le dipendenze – conclude Cartabellotta – significa tutelare la salute pubblica, ma oggi i servizi per le dipendenze sono il simbolo della disattenzione istituzionale verso un’area ad alta vulnerabilità, troppo spesso lasciata ai margini del SSN. È tempo di riconoscerli come parte integrante dell’assistenza territoriale e di garantirne il potenziamento attraverso investimenti strutturali e vincolanti. Restano infatti un presidio essenziale per la cura e la prevenzione, la presa in carico tempestiva, il reinserimento sociale e la riduzione del danno nei pazienti». In caso contrario, la sanità pubblica arretrerà proprio dove dovrebbe essere più presente.