Home Blog Page 31

Malattie rare: il ruolo strategico del farmacista tra AI, terapie personalizzate e percorsi integrati

https://congressosifo.com/Le malattie rare continuano a rappresentare una delle sfide più complesse per i sistemi sanitari nazionali, tra percorsi di cura frammentati, diagnosi tardive e costi elevati delle terapie. In questo scenario, il farmacista ospedaliero si conferma una figura strategica per la governance delle tecnologie sanitarie, l’accesso ai farmaci orfani e la personalizzazione delle cure. Di questi temi si è discusso nel corso della sessione “Malattie rare: innovazione sostenibile e sinergie professionali nell’era dell’intelligenza artificiale”, organizzata nell’ambito del XLVI Congresso nazionale SIFO di Genova.

Ad intervenire all’incontro, Silvia Adami, presidente del Collegio Probiviri di SIFO e dirigente farmacista presso l’Azienda Ulss n.9 Scaligera (Venezia), e Fabiola Del Santo, segretaria SIFO Toscana e direttrice della UOC Farmaceutica Ospedaliera Zona Provinciale Aretina. “Il farmacista garantisce il contatto diretto con il paziente, favorendo l’aderenza terapeutica e fungendo da raccordo tra i diversi team multidisciplinari – ha sottolineato la dottoressa Adami – Inoltre, contribuisce alla preparazione galenica per terapie personalizzate”.

L’evoluzione della professione, infatti, vede oggi il farmacista come un attore chiave nella gestione integrata, dalla logistica alla galenica alle valutazioni HTA (Health Technology Assessment). Ma il ritardo nella diagnosi rappresenta una delle principali criticità che le persone affette da malattie rare si trovano ancora oggi ad affrontare. “Tale ritardo – ha aggiunto la dottoressa Adami – può avere conseguenze gravi, spesso irreversibili, sia sul piano clinico sia su quello psicologico e sociale. Intervenire tempestivamente, dunque, significa non solo migliorare la prognosi e la qualità di vita dei pazienti, ma anche ottimizzare l’impiego delle risorse sanitarie”. In questa prospettiva, la formazione e la sensibilizzazione dei professionisti della salute, secondo i farmacisti ospedalieri, assumono un ruolo fondamentale.

Ritardo diagnostico nelle malattie rare: urgente un modello hub & spoke per una presa in carico multidisciplinare ed efficace

Parallelamente, si afferma sempre più la necessità di “consolidare un modello organizzativo basato sulla rete hub & spoke, in cui i centri di riferimento (hub) collaborano strettamente con strutture periferiche (spoke) dislocate sul territorio”. Tale approccio “favorisce una presa in carico multidisciplinare e continuativa, capace di garantire al paziente un percorso assistenziale integrato, dall’inquadramento diagnostico al trattamento e al follow-up”. Solo attraverso una rete coordinata, una formazione adeguata e una diffusa sensibilizzazione “sarà possibile ridurre il divario diagnostico e assicurare alle persone con malattie rare una risposta più equa, tempestiva e competente”.

L’avvento dell’intelligenza artificiale generativa (AI generativa), intanto, sta “rivoluzionando la gestione di queste patologie, migliorando la diagnosi precoce, l’ottimizzazione dei percorsi terapeutici e la sostenibilità economica. L’AI generativa – ha spiegato la dottoressa Del Santo – in grado di produrre nuovi dati e modelli predittivi a partire da input limitati, si configura come strumento trasformativo, particolarmente utile in contesti con dati frammentati, come appunto quelli delle malattie rare”. Nel campo della gestione farmaceutica, l’AI “ottimizza la logistica, il monitoraggio dell’aderenza e la pianificazione dei budget destinati ai farmaci orfani, che richiedono criteri specifici rispetto alle patologie più comuni”.

AI generativa, strumento trasformativo particolarmente utile in contesti con dati frammentati, come le malattie rare

Le applicazioni includono “identificazione precoce e supporto diagnostico – ha aggiunto Del Santo – personalizzazione terapeutica, analisi predittiva e ottimizzazione delle risorse (revisione dei fabbisogni farmaceutici e gestione delle terapie ad alto costo) e monitoraggio, attraverso sistemi di IA che valutano in tempo reale l’aderenza e gli esiti clinici”. L’integrazione tra AI generativa e farmacista ospedaliero offre dunque “nuove opportunità” per ripensare i processi del Servizio Sanitario Nazionale, migliorando l’efficienza e la qualità dell’assistenza. Le sfide future, infine, riguardano “la gestione etica dei dati, la formazione interprofessionale e lo sviluppo di modelli previsionali per i farmaci orfani, in grado di ridurre i costi e garantire la sostenibilità del sistema. Sarà inoltre fondamentale– hanno concluso Adami e Del Santo- promuovere studi prospettici per valutare l’impatto reale dell’AI sugli outcomes dei pazienti”.

Manovra, CIMO-FESMED: «Corte Conti conferma nostre preoccupazioni sulla precarietà degli aumenti di stipendio dei sanitari»

Il recente monito della Corte dei Conti sull’utilizzo di risorse extracontrattuali per la valorizzazione del personale sanitario non può che destare forte preoccupazione nella Federazione CIMO-FESMED. Secondo la Corte, tale pratica ha determinato un “disallineamento tra il quadro regolativo del rapporto di lavoro del personale della sanità pubblica e quello del restante personale”, evidenziando “l’evidente asistematicità” delle misure proposte per incrementare le retribuzioni dei sanitari. Interventi, questi, “giustificabili in una fase emergenziale, oggi terminata”, ma che ora rischiano di perdere ogni fondamento giuridico ed economico.

Quali misure concrete si intende adottare per convincere medici e professionisti sanitari a restare nel SSN, vincolato dai rigidissimi paletti della Pubblica Amministrazione?

In altre parole, la magistratura contabile conferma ciò che CIMO-FESMED ha recentemente denunciato: le risorse extracontrattuali stanziate negli ultimi anni rappresentano un fragile escamotage, destinato a svanire con un tratto di penna, lasciando ancora una volta i medici e i professionisti sanitari senza risposte e senza prospettive.

Guido Quici

«A questo punto – si chiede Guido Quici, Presidente CIMO-FESMED – quali misure concrete si intende adottare per convincere medici e professionisti sanitari a restare nel Servizio sanitario nazionale, vincolato dai rigidissimi paletti della Pubblica Amministrazione?».

La soluzione, secondo la Federazione, è chiara e da tempo sul tavolo: sganciare il comparto sanitario dalla funzione pubblica, per consentire una contrattazione autonoma con le Regioni e con il Ministero della Salute. Solo così sarà possibile costruire un sistema contrattuale moderno, flessibile e in grado di garantire condizioni economiche e professionali adeguate alla complessità del lavoro sanitario.

«Non si può continuare a parlare di valorizzazione del personale senza cambiare le regole del gioco – conclude Quici -. È il momento di passare dalle parole ai fatti e di dare finalmente dignità e futuro a chi ogni giorno tiene in piedi il Servizio sanitario nazionale».

La voce dei pazienti nei processi decisionali europei

Negli ultimi anni le Associazioni di pazienti hanno assunto un ruolo sempre più attivo nel dialogo con le autorità regolatorie, contribuendo a rendere i processi decisionali più trasparenti e orientati ai bisogni reali delle persone.
Anche a livello europeo, l’Agenzia Europea del Farmaco (EMA) e, più di recente, le autorità nazionali dei singoli Stati membri hanno riconosciuto il valore della partecipazione dei pazienti nelle fasi di valutazione e autorizzazione dei farmaci.

In occasione dell’evento Il ruolo del paziente nei processi regolatori: l’esperienza InPags, abbiamo intervistato Dario Martino, Presidente di ATES O.D.V. – Associazione Talassemia ed Emoglobinopatia Sardegna e Vicepresidente della Federazione UNITED (Federazione Italiana delle Thalassemie, Emoglobinopatie Rare e Drepanocitosi), per approfondire il tema della partecipazione dei pazienti ai processi regolatori europei, con un focus sul nuovo Regolamento HTA e sulle prospettive di collaborazione tra associazioni, istituzioni e agenzie regolatorie.

Forum Sanità Futura: proposte per rafforzare l’integrazione nella sanità lombarda

Favorire un confronto e un dialogo tra Istituzioni, imprese, professionisti e cittadini capaci di generare proposte operative per superare la frammentazione che ancora caratterizza il servizio sanitario lombardo a favore di una sanità più integrata, attrattiva e sostenibile: questi i risultati dell’edizione 2025 del Forum Sanità Futura da poco conclusa, promossa da HEALTH ECOLE – Scuola di Sanità, in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano, il Politecnico di Milano e con il contributo di diversi partner istituzionali e associativi.

Quattro le direttrici strategiche che hanno contraddistinto i lavori del Forum: Procurement & Health Technology Assessment, Sanità Integrativa, Connected Care e Ricerca & Sviluppo. In tutte emerge un possibile problema comune: le eccellenze locali rischiano di non dialogare efficacemente tra loro, con ostacoli legati a sistemi informativi non interoperabili, percorsi decisionali complessi e un’innovazione che fatica a generare valore diffuso.

Per ciascuna delle quattro aree, i tavoli di lavoro hanno delineato criticità e avanzato proposte concrete.

  • Procurement & Health Technology Assessment – Il mercato sanitario lombardo gestisce oltre 6 miliardi di euro in gare pubbliche, ma l’integrazione tra procurement, HTA e programmazione clinica è parziale. Nel 2024, solo il 12% delle gare ha incluso criteri di esito clinico o di sostenibilità ambientale, con tempi di adozione tecnologica che superano spesso 18 mesi, generando ritardi nell’innovazione. Le proposte mirano a tavoli permanenti di confronto tra gli stakeholder, formazione qualificata su acquisti a valore e Intelligenza Artificiale e allargamento del Value Based Procurement anche ai servizi territoriali e del farmaco.
  • Sanità integrativa – Sebbene oltre 14 milioni di italiani siano coperti da fondi o assicurazioni, la collaborazione pubblico-privato resta limitata e frenata da complessità amministrative e scarsa interoperabilità digitale: solo il 35% dei fondi ha sistemi compatibili con il Sistema Sanitario Regionale. Il gruppo di lavoro propone l’istituzione di una cabina di regia pubblico-privata per programmare in modo congiunto fabbisogni e attività formative, l’avvio di progetti pilota di presa in carico integrata – tra SSN e fondi – delle cronicità e l’incremento del convenzionamento delle aziende pubbliche con fondi e assicurazioni.
  • Connected Care – L’uso del Fascicolo Sanitario Elettronico da parte dei cittadini lombardi è ancora limitato e la disomogeneità territoriale ostacola la continuità assistenziale. Per il gruppo di lavoro è essenziale rafforzare l’integrazione e il coordinamento della rete territoriale – Case della Comunità, Centrali Operative Territoriali e servizi domiciliari digitalizzati –, potenziare la formazione digitale degli operatori e migliorare la governance dei dati per personalizzare i servizi e garantirne l’equità.
  • Ricerca & Sviluppo – La Lombardia è leader con 19 IRCCS e un importante volume di studi clinici: tale primato rischia però di essere ostacolato da un problema di frammentazione e da una carenza di profili professionali chiave come data manager e study coordinator. Le proposte includono la creazione di un centro regionale di coordinamento integrato della ricerca biomedica tra IRCCS, ospedali e università, la stabilizzazione delle figure chiave della ricerca clinica con percorsi professionali riconosciuti, e il rafforzamento della valorizzazione economica della ricerca attraverso formazione, standardizzazione delle procedure e supporto al trasferimento tecnologico.

In un contesto caratterizzato dalla frammentazione, la formazione riveste un ruolo strategico: non si limita alla semplice trasmissione di conoscenze, ma agisce come elemento di coesione tra professionisti, facilitando la creazione di relazioni e l’adozione di linguaggi comuni, diventando al contempo un volano per l’innovazione organizzativa.

La formazione riveste un ruolo strategico: agisce come elemento di coesione tra professionisti

Investire nella formazione significa potenziare la capacità del sistema di crescere insieme, trasformando le eccellenze individuali in competenze condivise e integrando l’innovazione nella pratica quotidiana.

«La sanità lombarda è riconosciuta per la sua capacità innovativa, ma la frammentazione ancora presente ne può limitare il pieno potenziale. È fondamentale, quindi, trasformare l’eccellenza in un sistema strutturato e integrato: la vera sfida non è solo innovare, ma soprattutto connettere», dichiara Alvise Biffi, Presidente di ECOLE. «In tale contesto, il Forum Sanità Futura rappresenta una risposta concreta, una piattaforma di confronto tra pubblico e privato, capace di tradurre le riflessioni in proposte operative e di supportare in modo coordinato l’implementazione delle innovazioni, attraverso un’azione di condivisione e dialogo con la Direzione Generale Welfare di Regione Lombardia».

Manovra al banco di prova delle audizioni: il sistema sanitario chiede ossigeno

La bozza della legge di Bilancio continua il suo cammino che la porterà a diventare legge dello Stato. Tra i primi step, le audizioni preliminari dei portatori di interesse delle diverse filiere. Quest’anno la sanità è tornata — finalmente, diranno in molti — al centro della discussione.

Tra i primi step, le audizioni preliminari dei portatori di interesse delle diverse filiere

Ma, tra le richieste e le riflessioni dei player e i primi riscontri politici, si percepisce un’urgenza particolare. Perché il termometro di un Paese si misura anche con la propria tenuta sanitaria, tra orgoglio industriale, allarmi professionali e la consapevolezza che, senza una svolta, il Servizio sanitario nazionale rischia di arrivare al cinquantesimo compleanno più fragile che mai.

Industria farmaceutica: orgoglio e preoccupazione

In occasione delle audizioni preliminari in ambito sanitario, il presidente di Farmindustria Marcello Cattani, cifre alla mano, ha esibito risultati più che positivi per il comparto che rappresenta: il settore farmaceutico chiuderà il 2025 con un export in crescita del 35 per cento, per oltre 70 miliardi di euro. Ricordando che senza la farmaceutica, il saldo dell’export italiano sarebbe negativo. E che, ciononostante, non si può restare imbrigliati da regole obsolete.
Naturalmente Cattani si riferisce al payback, la compensazione che obbliga le imprese a restituire parte della spesa sanitaria pubblica. Che doveva essere una misura temporanea e che, invece, è diventato un cappio strutturale. Ecco perché le aziende del farmaco hanno espresso la richiesta cristallina di superarlo entro il 2027, in favore di un modello value-based, legato agli esiti delle cure.

Modelli value-based e tetti di spesa che considerino l’innovazione sono tra le richieste degli operatori economici

Positivo il riscontro di Fratelli d’Italia, che per voce del senatore Michele Barcaiuolo afferma che le imprese del farmaco hanno ragione. E che, finalmente, dopo anni di tagli si stanno rimettendo fondi nel sistema. Anche se occorre una riforma vera, che dia respiro all’innovazione e alle aziende che investono.

Proprio in tema di investimenti il numero uno di Farmindustria ha voluto anche aggiungere che senza stabilità normativa si rischia di perdere il treno globale; e che, o si investe oggi, o tra cinque anni ci si troverà costretti a importare ciò che invece si potrebbe produrre in Italia.

Imprese di dispositivi medici in ginocchio a causa del payback

A sciorinare numeri più che dignitosi è stata anche Confindustria Dispositivi Medici che per voce del presidente Fabio Faltoni ha voluto evidenziare alla politica in ascolto le caratteristiche di un settore fatto da una miriade di imprese, ben 4.600 per lo più di piccole e medie dimensioni, che cubano 130 mila occupati e un giro d’affari di 19 miliardi di euro annui. Settore che, nonostante l’innovazione che introduce nel SSN, deve lavorare con tetti di spesa studiati in un passato remoto che poco ha a che fare con il presente e il futuro. Per non parlare del payback, già costato alle imprese del settore oltre 500 milioni di euro. Aziende che, tra l’altro, lamentano una programmazione sanitaria con orizzonti troppo vicini.

Una sponda alle richieste di Confindustria Dm arriva dai banchi del Partito Democratico, che per voce di Beatrice Lorenzin ha rimarcato come il settore privato e industriale sia parte integrante del sistema pubblico. E che per mantenere un equilibrio utile e vitale per la tenuta del SSN stesso occorre una programmazione pluriennale, con regole certe nel tempo.

Ospedali privati: parte integrante del SSN, che nessuno riconosce

Tra le audizioni anche quella dell’Associazione italiana dell’Ospedalità privata accreditata (Aiop), che nella figura del presidente Gabriele Pellissero ha tenuto un intervento preciso, quasi chirurgico, incentrato sul fatto che il 30% dei posti letto del SSN è garantito dalle strutture del privato accreditato, così come il 28% dei ricoveri e oltre un terzo delle prestazioni ambulatoriali. Anche se le tariffe, ha ricordato Pellissero, sono ferme da più di dieci anni, erose del 23,9% dall’inflazione. Il che mette a repentaglio la tenuta del sistema del privato accreditato.

Le richieste di questo segmento della filiera della salute sono state espresse da Enzo Paolini, vicepresidente dell’Associazione coordinamento ospedalità privata: stessi benefici fiscali del pubblico per i lavoratori privati accreditati; una misura a costo zero, ma di giustizia.

Su questi temi la politica si è mostrata meno possibilista. Perché, a detta di Barcaiuolo, l’aggiornamento delle tariffe va bene, ma deve essere sostenibile. Cosa che pare non essere possibile, oggi come oggi. E sarà oggetto di discussione con il governo nella primavera prossima.

Infermieri: la voce del cuore del sistema

Altro punto caldo in sede di audizioni è stato quello del personale sanitario. In particolare, degli infermieri. Circa 461 mila unità all’attivo, ma stanche. E con lo spettro di una gobba pensionistica che inizierà nel 2029 e che porterà a perdere circa 12 mila professionisti l’anno. Questo il messaggio portato dalla presidente della Federazione degli Ordini Infermieristici, Barbara Mangiacavalli. Che riconosce i passi avanti, come l’aumento dell’indennità di specificità infermieristica, ma chiede un segnale più forte. Come una legge per le specializzazioni e il riconoscimento formale della professionalità degli infermieri. Anche perché nel 2024, 19 mila giovani hanno scelto infermieristica come prima opzione. Un segnale di speranza che non va tradito, ha avvertito Mangiacavalli.

Parole queste ultime, raccolte dalla senatrice Elisa Pirro (M5S), che ha lanciato la proposta di portare la spesa sanitaria al 7% del Pil, in linea con la media europea.

Più soldi, meno sanità

Sul fronte numeri e spesa è intervenuto anche il presidente della Fondazione GIMBE Nino Cartabellotta, che ha messo altri puntini sulle i, auspicando una più attenta e sincera considerazione dei dati reali da parte della politica e di coloro che si occupano di programmazione sanitaria. Perché di fatto, anche se la manovra prevede 6,5 miliardi in più per la sanità, nel 2028 la quota di spesa relazionata al Pil scenderà al 5,93 per cento, sotto la soglia psicologica del 6 per cento. Come a dire che la spesa aumenta, ma nella realtà dei fatti la sanità pesa di meno; con il rischio concreto di mettere a repentaglio la garanzia dei Lea e della salute universale ed equa prevista e sancita dalla nostra Carta Costituzionale.

Un grido d’allarme che deve essere risuonato bene nelle orecchie del senatore Daniele Manca del Pd, che ha ribadito la necessità di una riforma strutturale della spesa e, richiamando il concetto di efficienza, che possa dare più autonomia alle Regioni virtuose e preveda più controlli su quelle che lo sono meno.

Le associazioni: prevenzione e diritti

Nelle aule del parlamento si è parlato anche di prevenzione e di diritti. Con il plauso della delegata di Europa Donna, Giuseppina Giambertone, rispetto alla previsione di estendere lo screening mammografico alle donne tra 45 e 74 anni. Il che potrebbe salvare vite e risparmiare 35 milioni l’anno al sistema.

Risparmi ed efficienza che potrebbero arrivare anche grazie all’impiego delle tecnologie digitali e innovative applicate alla sanità, capaci di modernizzare il sistema. Come ha riferito con convinzione Letizia Pizzi, direttrice generale di Anitec-Assinform, che però ha ricordato come la strumentazione di cui si avvale il SSN è ferma a dieci anni fa. Come a dire che non si può innestare il motore di una Ferrari su un maggiolino degli anni ’70.

Non bastano i fondi, servono visione e stabilità

E allora, la richiesta in questo caso è di aggiornare il Piano 4.0, rendere strutturali gli incentivi e sperimentare la telemedicina. Così da attrarre i giovani professionisti e riducono le distanze tra Nord e Sud del Paese. Concordi in questo senso Fratelli d’Italia e Pd: è tempo di usare la tecnologia per gestire i dati ma soprattutto per curare meglio le persone. Naturalmente investendo in prevenzione e salute e non solo in cure d’emergenza.

Al netto dei confronti e degli scambi di opinione, immaginiamo che sui taccuini della politica siano rimaste parole cerchiate e sottolineate come “riforma”, “personale”, “innovazione” e “fiducia”. E ben impresso il monito comune lanciato dalla filiera della salute: non bastano i fondi, servono visione e stabilità. Vedremo nelle prossime settimane se tutto ciò resterà lettera morta o se troveremo riscontro negli emendamenti alla bozza di legge. Secondo i beninformati, pare che il termine ultimo per presentarli sarebbe il prossimo 14 novembre alle ore 10.

SIFO apre a Genova il suo 46° Congresso nazionale

Chi segue da vicino lo sviluppo del dibattito e della riflessione sul Servizio Sanitario Nazionale sa che c’è uno scoglio contro cui si infrangono le ipotesi e i disegni complessivi. Il SSN deve cambiare e migliorare: questo viene detto e riconfermato in ogni evento, simposio, congresso. Ma poi c’è, appunto, lo scoglio: chi deve fare le cose? Chi deve prendersi in carico il cambiamento? Ne parliamo solamente, oppure passiamo dalle parole ai fatti? Per il suo 46° Congresso che si apre il 6 novembre a Genova, la Società Italiana di Farmacia Ospedaliera e dei Servizi Territoriali (SIFO), cerca di trovare risposte a questi quesiti e lancia una sfida.

SIFO ha infatti scelto di proporre come titolo del suo evento annuale Protagonisti del cambiamento: sinergie tra professioni, competenze, strumenti e strategie per un sistema salute vincente (6-9 novembre, Genova). “Una scelta”, puntualizza il presidente SIFO Arturo Cavaliere, “che pone la necessità che le stesse professioni sanitarie (i farmacisti ospedalieri in primis, ma in squadra con tutti gli altri) si prendano l’onore e l’onere di trainare il rinnovamento del sistema complessivo.

Significativo il titolo del Congresso: “Protagonisti del cambiamento: sinergie tra professioni, competenze, strumenti e strategie per un sistema salute vincente”

“La parola chiave di questo nostro presente è chiara: essere protagonisti”, sottolineano Barbara Rebesco, Emanuela Omodeo Salé e Alessandro Brega, cioè i tre presidenti e coordinatori di Genova ‘25, “Intendiamo riferirci alla necessità di essere promotori di quel cambiamento da tutti atteso: non più spettatori, ma attori di una nuova costruzione sociale, scientifica, sanitaria, professionale e di governance”.

Un appuntamento centrale e autorevole

“Il Congresso è per tutti i farmacisti ospedalieri e per gli operatori della sanità italiana un appuntamento centrale e strategico“ sottolinea Arturo Cavaliere (Presidente SIFO, ma anche Direttore Generale ASL Frosinone e Presidente Federsanità ANCI Lazio). “La Società dei Farmacisti Ospedalieri negli anni è cresciuta non solamente nel numero degli iscritti, che sono oggi oltre 3.300, ma anche nella rilevanza e nell’autorevolezza della sua presenza. Siamo membri di diritto della European Association of Hospital Pharmacist e collaboriamo in maniera proficua con i vertici della sanità nazionale – come il Ministero della Salute, guidato dal prof. Orazio Schillaci e dal Sottosegretario di Stato, on. Marcello Gemmato – con i quali condividiamo visioni, progettualità e collaborazioni in numerosi tavoli tecnici, non ultima quella che ha portato allo sviluppo del cosiddetto testo unico della farmaceutica”.

Oggi SIFO, ricorda Cavaliere, è una realtà ed una voce riconosciuta in tutta la politica sanitaria “per la sua capacità di suggerire e supportare gli indirizzi delle scelte che riguardano il SSN ed il comparto del farmaco e del dispositivo medico, anche per via della forte adesione che lega i nostri iscritti a una società scientifica capace di promuovere una formazione multispecialistica in aree tematiche di forte interesse per il Servizio Sanitario Nazionale. Ricopriamo – prosegue il presidente – un ruolo sempre più centrale nell’ambito delle terapie avanzate, del procurement e dell’HTA e ci confermiamo una società determinante in termini di rappresentanza, crescita professionale, qualità del lavoro e valore, peculiarità che ci pongono come qualificati interlocutori delle istituzioni nazionali e non solo. Pertanto Genova – location dove torniamo dopo il Congresso 2019 – è per noi un palcoscenico importante da cui desideriamo lanciare questo messaggio di cambiamento attivo e consapevole del SSN, mettendo in gioco le nostre competenze, le nostre visioni prospettiche e le nostre responsabilità”.

Ma forte di una responsabilità che oggi unisce la competenza in farmacia ospedaliera, il ruolo di governance nella sanità territoriale e di rappresentanza personale in seno ad ANCI, Cavaliere puntualizza anche la forte ricaduta attesa “dopo Genova” in termini di attenzione ai pazienti: “Sarà nostro compito, e mio personale impegno”, conclude il presidente SIFO, “di radicare ciò che emerge dal nostro Congresso sul territorio: i cittadini, le famiglie, i pazienti, le professioni, le associazioni, le realtà sociali più attive si attendono che i livelli di salute possano migliorare e innalzarsi proprio grazie al contributo dei professionisti della sanità. E noi farmacisti ospedalieri e responsabili delle scelte sanitarie territoriali, ci impegneremo per garantire questo miglioramento ovunque siamo in stretta relazione con i vertici regionali”.

Temi, stile, scelta green

SIFO ritorna a Genova dopo alcuni anni e mette in agenda un programma con 2 precongressuali e una cerimonia inaugurale (giovedì 6 novembre, ore 16.00) a cui parteciperanno le istituzioni nazionali e il vertice istituzionale della Regione Liguria, rappresentata dal presidente Marco Bucci e dall’assessore Massimo Nicolò; a queste seguiranno nei giorni successivi cinque Main Session, sedici Focus session, sei appuntamenti nel SIFO Agorà e i tanti incontri di LAB LIFE, che è il vero “laboratorio pratico” dei farmacisti ospedalieri in sede congressuale. Senza dimenticare gli appuntamenti di dialogo con le Scuole di Specializzazione SSFO e la sessione conclusiva che prevede come di consuetudine la consegna degli attestati per i Best Poster e per le migliori comunicazioni.

Barbara Rebesco (Presidente del Congresso) precisa che “Il Congresso approfondirà temi centrali come innovazione, accesso, equità e sostenibilità, declinati nelle loro dimensioni economiche, sociali e ambientali. Non discuteremo solo del cambiamento, ma cercheremo di attuarlo con quel pragmatismo e quella concretezza che servono per costruire un sistema sanitario più equo, innovativo e vicino alle persone”.

Aggiunge Emanuela Omodeo Salé (Coordinatrice del Congresso): “Al di là degli argomenti specifici credo sia importante sottolineare che il nostro congresso annuale è sempre più un momento di incontro pratico fra colleghi farmacisti – sia quelli più esperti che i più giovani – affinché al termine delle giornate si possano portare a casa contenuti da poter applicare nelle proprie realtà”.

Conclude Alessandro Brega (Presidente del Comitato organizzatore): “Sarà un Congresso green, con scelte di digitalizzazione avanzata, con una ristorazione basata su filiere stagionali e recupero delle eccedenze alimentari. Inoltre sono previsti gesti di responsabilità sociale condivisa, come la piantumazione di cento alberi sul territorio ligure e la devoluzione del ricavato della cena sociale a progetti solidali”.

Verso una Sanità Partecipata: cittadini e istituzioni insieme per equità, efficienza e sostenibilità del SSN

Promuovere un Servizio Sanitario Nazionale più equo, sostenibile e centrato sui cittadini: con questo obiettivo si è svolta a Roma, il 30 ottobre, la tavola rotonda “Sanità Partecipata”, promossa da UCB e dall’Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari (ALTEMS) dell’Università Cattolica.
L’incontro ha riunito rappresentanti delle istituzioni, associazioni di pazienti, società scientifiche e attori del mondo sanitario per discutere il valore della partecipazione come motore di equità, trasparenza e sostenibilità.

La conoscenza dei pazienti come risorsa del sistema

L’iniziativa ha voluto offrire uno spazio di riflessione condivisa sul valore della partecipazione come leva per ripensare la governance della salute pubblica dal punto di vista etico, sociale, clinico ed economico.

Al centro del confronto, l’idea che l’esperienza diretta della malattia rappresenti una forma di conoscenza essenziale, da integrare con quella clinica e istituzionale.
“La partecipazione e l’equità sono due dimensioni che si sostengono a vicenda. La partecipazione garantisce equità permettendo di individuare e affrontare barriere di accesso che spesso non emergono nei dati amministrativi: costi indiretti, tempi di attesa, difficoltà logistiche, disuguaglianze culturali e digitali. Solo chi vive quotidianamente queste criticità può renderle visibili, consentendo un’allocazione migliore e più equa delle risorse ed evitando sprechi. Sul punto, ci tengo a sottolineare che il lavoro iniziato oggi non sarà fine a sé stesso, ma è un inizio, che vedrà la raccolta sistematica degli spunti raccolti in un documento, i cui contenuti saranno diffusi in un secondo incontro pubblico”, ha sottolineato Teresa Petrangolini, Direttrice del Patient Advocacy Lab di ALTEMS.

Partecipazione e nuove regole per la rappresentanza civica

Il dibattito si è inserito nel contesto delle recenti novità normative: dalla Legge di Bilancio 2025, che istituisce il Registro Unico delle Associazioni di Pazienti (RUAS), al DDL n. 853 che formalizza la partecipazione delle associazioni ai tavoli di consultazione in materia di salute. Anche a livello europeo, il nuovo Regolamento HTA sancisce in modo strutturale la presenza dei pazienti nei processi di valutazione delle tecnologie sanitarie.

La partecipazione e l’equità sono due dimensioni che si sostengono a vicenda

In questo solco, Francesco Saverio Mennini, Direttore Generale della Programmazione Sanitaria del Ministero della Salute, ha ribadito come, in linea con le recenti riforme, occorra passare sempre più da un sistema che consulta i cittadini a uno che li include nella costruzione del senso delle politiche pubbliche, confermando il grande impegno del Ministero su questo fronte.

Dalla teoria alla pratica: co-progettazione e indicatori patient-reported

Esperienze come “AIFA Incontra” o le pratiche partecipative di AGENAS mostrano come la partecipazione non sia più un esercizio formale, ma un elemento strutturale della governance sanitaria.

La riflessione ha evidenziato il legame tra partecipazione ed equità, due dimensioni che si rafforzano a vicenda: la partecipazione consente di rendere visibili le disuguaglianze e di affrontarle in modo mirato, mentre l’equità garantisce che la voce dei cittadini sia realmente rappresentativa e diffusa.
Un altro focus ha riguardato l’assistenza territoriale: il DM 77/2022 e le linee guida AGENAS 2023 pongono la partecipazione di pazienti e caregiver al centro della progettazione e valutazione dei servizi, rendendola parte integrante delle nuove Case della Comunità.

Sanità pubblica costruita “con” le persone: corresponsabilità e fiducia al centro dei servizi

La co-progettazione e la co-produzione diventano così esempi virtuosi di un modo nuovo di intendere la sanità pubblica: non più servizi pensati “per” le persone, ma servizi costruiti “con” le persone, nel segno della corresponsabilità e della fiducia. Sul punto, ha assunto particolare rilievo l’intervento di Americo Cicchetti, Commissario AGENAS, che ha sottolineato: “La co-progettazione può fare la differenza su più fronti. Gli indicatori patient-reported, come PRO e PREM, sono straordinari strumenti per valutare l’efficacia dei PDTA e delle reti cliniche, all’interno del nuovo DM 70. Solo ascoltando sistematicamente la voce delle persone nei percorsi di cura possiamo capire se i modelli funzionano, se rispondono ai bisogni reali e se riducono le disuguaglianze territoriali. La prospettiva del paziente è la chiave per rendere la rete clinica più coerente, efficace e vicina alla vita delle persone.”

Il contributo delle associazioni di pazienti

Nel corso della tavola rotonda si è inoltre sottolineata la necessità di consolidare una cultura della partecipazione basata sulla reciprocità della conoscenza. Le istituzioni, da un lato, devono sviluppare una maggiore capacità di ascolto e di dialogo; le associazioni, dall’altro, vanno sostenute in percorsi di formazione e accrescimento delle competenze, affinché la loro rappresentanza sia sempre più efficace.

Le associazioni di cittadini e di pazienti hanno chiesto con forza attenzione sui percorsi e sulle relative metriche di valutazione dal punto di vista di chi la malattia la vive ogni giorno. Sono intervenute Valeria Corazza (Presidente APIAFCO), Antonella Celano (Presidente APMARR), Silvia Tonolo (Presidente ANMAR) e Sabrina Nardi (Consigliera SALUTEQUITÀ) convergendo su tre punti: co-progettare PDTA e campagne (soprattutto su prevenzione e cronicità); misurare sistematicamente PRO/PREM per orientare risorse e accountability; abbattere i drop-out con soluzioni organizzative e digitali davvero accessibili. Non “testimonianze”, ma contributi autorevoli, per ottenere qualità, equità e sostenibilità delle scelte.

In un sistema sanitario che aspira a essere equo, efficiente e sostenibile, il coinvolgimento attivo dei pazienti è fondamentale. La loro esperienza diretta rappresenta una competenza preziosa, capace di offrire benefici concreti: maggiore equità nell’accesso, sostenibilità dei percorsi assistenziali e qualità delle cure. In UCB Pharma, siamo convinti che questo metodo, che chiamiamo “connecting healthcare”, sia quello giusto per realizzare la nostra mission e migliorare la vita delle persone con patologie croniche, attraverso lo sviluppo di terapie mirate e la co-progettazione di modelli di cura più vicini ai bisogni reali”, ha dichiarato Federico Chinni, General Manager di UCB.

Verso una partecipazione regolata e operativa

La Senatrice Elena Murelli, prima firmataria del DDL sulla partecipazione dei pazienti, ha rimarcato un percorso chiaro: dalla cornice definita con la Legge di Bilancio 2025—rafforzata dall’emendamento approvato insieme alla collega Vanessa Cattoi—alla necessità di passare subito all’attuazione, attraverso i decreti attuativi (Ministero della Salute/AIFA) che rendano operativo il RUAS e stabilizzino il coinvolgimento regolato delle associazioni nei procedimenti (HTA, PDTA, aggiornamento LEA), e parallelamente attivare un impegno a livello regionale e aziendale per portare queste regole dentro i processi quotidiani.

Infine, la Dottoressa Manuela Tamburo De Bella (Agenas) ha mostrato come il metodo partecipativo sia applicabile a molteplici aree cliniche, dentro il perimetro delle reti del DM 70: coinvolgimento strutturato di pazienti e caregiver nella progettazione dei percorsi e uso routinario di PRO/PREM per valutare esiti, appropriatezza e riduzione delle disuguaglianze regionali. È il passaggio che trasforma la partecipazione da parola d’ordine a standard operativo e metrica di performance per le reti.

Dal confronto al cambiamento culturale

Con “Sanità Partecipata”, UCB e ALTEMS promuovono un passaggio culturale: dalla partecipazione come consultazione episodica alla partecipazione come componente stabile della governance sanitaria.
Solo una sanità realmente costruita “con” le persone può garantire equità, fiducia e sostenibilità nel futuro del SSN.

Distribuzione intermedia, motore della sanità di prossimità: il nuovo Rapporto Federfarma Servizi

Alla decima Convention nazionale di Federfarma Servizi, ospitata a Bari, è stato presentato il IV Rapporto “La maglia della salute”, che fotografa l’impatto economico e sociale della Distribuzione Intermedia e delle 18 aziende associate, al servizio di oltre 7.500 farmacie socie dirette su tutto il territorio nazionale: 838 milioni di confezioni consegnate ogni anno, 5,3 miliardi di valore generato e un ruolo sempre più centrale nella sanità territoriale.

L’edizione 2025 è stata inaugurata dal Sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato che ha aperto i lavori: «Quello della Distribuzione Intermedia dei farmaci – ha dichiarato Gemmato – è un ruolo sociale fondamentale e imprescindibile. Lo dimostrano i milioni di confezioni consegnate ogni anno alle farmacie del territorio: una rete capace di raggiungere anche i luoghi più remoti del Paese, garantendo cure — e quindi salute — a tutti i cittadini. La prossimità è la chiave di una sanità in cui accesso, continuità e sostenibilità trovano piena realizzazione».

Il Rapporto evidenzia un sistema che ogni anno movimenta 838 milioni di confezioni di farmaci, parafarmaci e dispositivi medici, per un totale di oltre 10 milioni di consegne e 138 milioni di chilometri percorsi, garantendo continuità, sicurezza e tempestività nella distribuzione dei medicinali.

Il comparto genera un valore economico complessivo di 5,3 miliardi di euro e occupa circa 3.600 persone, di cui il 42% donne e il 27% under 35, confermando il contributo del settore alla crescita occupazionale e alla modernizzazione della filiera.

«La rete della distribuzione intermedia è oggi una componente vitale della sanità territoriale: assicura accesso, prevenzione e continuità di cura. Il dialogo costante con il Ministero della Salute e con il Sottosegretario Gemmato ha rafforzato la collaborazione tra filiera e istituzioni, ponendo le basi per una sanità di prossimità sempre più efficiente e coesa» — ha dichiarato Antonello MironePresidente Federfarma Servizi.

La Distribuzione Intermedia garantisce prossimità, accesso e continuità di cura in tutta Italia

Tra i risultati del 2024/2025 anche la gestione di 2,5 milioni di vaccini, 1,1 milioni di provette per screening oncologici e 156 milioni di dispositivi per il supporto a pazienti diabetici, a testimonianza di un ruolo che va ben oltre la logistica: la Distribuzione Intermedia è parte attiva dei programmi di prevenzione e salute pubblica.

“Ogni giorno le nostre aziende presidiano il territorio assicurando accesso ai medicinali, supporto alle farmacie e continuità al Servizio Sanitario Nazionale: il nostro impegno oggi è anche rendere sempre più visibile e riconosciuto il valore di servizio pubblico della Distribuzione Intermedia.” – ha aggiunto Mirone

La collaborazione con il Ministero della Salute prende forma anche attraverso l’impegno di NMVO ITALIA, la società costituita nel 2024 da Federfarma Servizi e le altre sigle dell’industria e della farmacia, che si occuperà della gestione del sistema nazionale anticontraffazione del farmaco nel mercato unico europeo (NMVS).

Di Giorgio (AIFA): «L’Italia punto di riferimento nella lotta alle carenze e al crimine farmaceutico»

0

Mentre la Corte dei Conti europea lancia l’allarme sulle carenze critiche di medicinali nell’UE, indicando livelli record nel 2023 e 2024, il nostro Paese si distingue per un approccio strutturato e proattivo. A guidare questa rete complessa è l’AIFA, che da oltre un decennio lavora per prevenire crisi di approvvigionamento e proteggere i cittadini dal crimine farmaceutico.

Ne parla a TrendSanità Domenico Di Giorgio, dirigente dell’Ufficio Qualità dei prodotti e contrasto al crimine farmaceutico dell’Agenzia, che sottolinea come il nostro Paese stia giocando un ruolo di primo piano nel coordinamento europeo contro le carenze e nel contrasto al crimine farmaceutico, anticipando spesso le misure comunitarie.

Carenza di farmaci: qual è oggi la situazione in Italia rispetto al resto d’Europa e cosa emerge dal recente report della Corte dei Conti europea?

«Il report conferma ciò che è già noto a livello europeo: l’Italia è un punto di riferimento in questo ambito. Siamo noi, infatti, a guidare la joint action europea, ovvero il progetto europeo per la mitigazione delle carenze, denominato CHESSMEN (Coordination and Harmonisation of the Existing Systems against Shortages of Medicines). Il progetto mira a mettere in rete i sistemi già funzionanti nei vari Stati membri, affinché tutti possano imparare dalle migliori pratiche altrui. Le attività includono la definizione di linee guida comuni (es. per il blocco dell’export o la gestione delle importazioni) e le joint visit, durante le quali delegazioni di paesi diversi visitano le agenzie omologhe per vedere materialmente come lavorano. Recentemente abbiamo ospitato una di queste visite, con colleghi da dieci paesi che hanno potuto osservare i nostri metodi per replicarne gli elementi più efficaci. L’Italia è attiva su questo tema in modo strutturato da oltre dieci anni, mentre gran parte dell’Europa ha iniziato a muoversi con decisione solo dopo la crisi del 2020.

L’Italia agisce sulle carenze da oltre 10 anni, mentre gran parte dell’Europa si è attivata dopo la crisi del 2020

La situazione attuale è influenzata da dinamiche globali, non solo nazionali. L’incremento dei costi di produzione e di trasporto negli ultimi anni ha reso più frequenti le criticità, soprattutto per i prodotti a basso costo la cui produzione avviene in paesi terzi. Tuttavia, in Italia abbiamo sviluppato un ventaglio molto ampio di strumenti di mitigazione e prevenzione. Grazie a questo sistema, il numero di crisi effettive gestite ogni anno è rimasto molto basso.

Recentemente, grazie a una forte collaborazione con il Ministero e l’intera filiera, abbiamo inoltre gestito con successo problematiche nuove. Ad esempio, tra la fine dello scorso anno e l’inizio di questo, abbiamo affrontato la mancanza di un farmaco cardiaco salvavita; siamo riusciti a gestire l’importazione del quantitativo necessario per il nostro Paese e la sua distribuzione gratuita attraverso la rete delle farmacie, garantendo che i pazienti potessero trovarlo nella loro farmacia di fiducia anziché solo in ambito ospedaliero. Questa è la dimostrazione della capacità della rete.

Tra gli strumenti che promuoviamo, anche nel network europeo, c’è il tavolo tecnico dell’indisponibilità, un forum attivo dal 2014 che riunisce tutta la filiera: amministrazioni regionali, logistica, società scientifiche. Questo strumento di dialogo è fondamentale perché ogni carenza è diversa. A volte collaboriamo con i distributori, altre con i produttori, come nel caso dei radiofarmaci, dove interviene il farmaceutico militare di Firenze. In altri casi, ci interfacciamo con le società scientifiche per favorire shift terapeutici con prodotti alternativi disponibili sul mercato. In sintesi, l’Italia è uno dei paesi con le attività di contrasto alle carenze più solide».

Parliamo del “Critical Medicines Act”, regolamento proposto dalla Commissione Europea per migliorare la disponibilità di medicinali critici nell’UE: come vede la sua reale applicazione una volta approvato; quali potrebbero essere le difficoltà e quali i vantaggi attesi?

«Il Critical Medicines Act rientra tra gli interventi di medio-lungo termine. Mentre il nostro lavoro quotidiano è focalizzato sulla gestione a breve termine delle emergenze di mercato, questo atto legislativo mira a prevenire le crisi future eliminando le vulnerabilità della linea di approvvigionamento. L’idea di fondo è favorire, tramite incentivi, il reshoring, ossia il ritorno in Europa di alcune produzioni farmaceutiche essenziali. Un esempio classico è quello delle materie prime per gli antibiotici, la cui produzione è oggi quasi interamente delocalizzata in Asia. Il Critical Medicines Act punta a ripristinare stabilimenti produttivi anche in Europa per eliminare le possibili dipendenze da fornitori extra-europei, che possono diventare critiche in scenari internazionali instabili.

La vulnerabilità dipende dalle materie prime, non dalla capacità produttiva europea

Va detto che la delocalizzazione riguarda principalmente alcune materie prime, mentre per quanto riguarda la produzione dei prodotti finiti, come i solidi orali (es. compresse), l’industria ha attuato una razionalizzazione a livello mondiale, concentrando la produzione in singoli stabilimenti. Molti di questi stabilimenti strategici si trovano proprio in Italia, che è il primo produttore europeo di farmaci. La vulnerabilità, quindi, non risiede nella capacità produttiva complessiva dell’Italia o dell’Europa, ma in specifiche dipendenze su alcune materie prime.

L’atto definisce un approccio industriale di prospettiva alla gestione delle carenze, e resta uno strumento strategico per rendere il sistema più robusto nel tempo integrando le iniziative che i singoli Stati già portano avanti: non è chiaramente una risposta di breve termine al paziente che oggi non trova un farmaco, ma integrerà il quadro delle misure di mitigazione in maniera strategica».

Contraffazione e crimine farmaceutico: un commento sulla situazione italiana a pochi mesi dalla scadenza dei termini per l’attuazione del nuovo Regolamento sulla tracciabilità dei farmaci (Direttiva 2011/62/UE). Le misure previste sono sufficienti per fronteggiare le minacce legate a contraffazione e traffico illecito?

«Anche in questo campo l’Italia rappresenta un punto di riferimento storico. Molti degli strumenti che l’Europa ha introdotto con la direttiva sulla contraffazione del 2011, come la tracciabilità e le ispezioni rafforzate, in Italia erano già operativi. Proprio per la solidità del nostro sistema, ci è stata concessa una lunga deroga per l’adeguamento a quello europeo.

Disponiamo di un sistema di tracciabilità sin dal 2001. Inoltre la forza del sistema italiano si basa su specifiche caratteristiche, dall’esistenza di forze di Polizia specializzate (NAS) alla collaborazione tra istituzioni, con una task force antifalsificazione attiva dal 2006-2007 che garantisce una sinergia costante tra le diverse amministrazioni, fino a una rete distributiva protetta. Grazie alla tracciabilità, le infiltrazioni di farmaci falsificati nella rete distributiva legale sono un fenomeno che in Italia, di fatto, non abbiamo mai visto, a differenza di altri Paesi dove i prodotti contraffatti sono arrivati anche nelle farmacie.

Oggi i traffici illeciti si sono spostati quasi interamente sul web e riguardano soprattutto l’uso non terapeutico dei farmaci

Il nuovo sistema europeo, nel quale l’Italia convergerà pienamente nel 2027, ha una logica diversa, ma la normativa di transizione è stata studiata per tutelare gli strumenti che hanno funzionato bene finora, in particolare il bollino farmaceutico, attivo dal 2001. Prodotto dal Poligrafico dello Stato con sistemi anti-contraffazione simili a quelli delle banconote, è uno strumento di indagine estremamente efficace che utilizziamo per investigare casi di falsificazione o furti.

Aggiungo che oggi i traffici illeciti si sono spostati quasi interamente sul web. Nelle farmacie italiane non si trovano prodotti illegali, ma le ricerche e gli acquisti online riguardano antidiabetici usati come dimagranti, prodotti per la disfunzione erettile, sostanze dopanti. Si tratta di un uso non terapeutico del farmaco, fuori dal controllo medico, che comporta rischi enormi. La nostra azione dovrebbe, sì, concentrarsi sul blocco dei siti, ma soprattutto sulla erogazione di una corretta informazione per il pubblico; è fondamentale far comprendere alle persone, soprattutto giovani, i pericoli a cui si espongono.

AIFA coordina questi strumenti e indagini in stretta sinergia con i NAS e le altre forze di polizia. Abbiamo sviluppato piattaforme come MEDI-THEFT, che gestiamo a livello nazionale e internazionale per tracciare i furti di farmaci e creare delle blacklist che ne impediscano la rivendita. Un esempio emblematico del nostro lavoro è l’Operazione Vulcano del 2014, grazie alla quale è stato possibile smantellare una rete che rubava farmaci dagli ospedali italiani per riesportarli illegalmente in Europa. Quattro anni dopo, le autorità tedesche si sono ritrovate con lo stesso problema: una rete criminale rivendeva farmaci rubati in Grecia; modelli criminali che si replicano a livello internazionale».

Considerando le tendenze di globalizzazione e digitalizzazione, quali saranno le prossime azioni che AIFA potrebbe intraprendere nell’ambito del pharma crime, e nel caso è previsto il ricorso all’AI?

«Per quanto riguarda il crimine farmaceutico, AIFA continua a potenziare gli strumenti di rete esistenti. Stiamo rafforzando la piattaforma MEDI-THEFT sui furti per renderla ancora più accessibile e integrata, e lavoriamo per stimolare altri paesi ad adottare sistemi simili. Molte amministrazioni estere non raccolgono sistematicamente i dati sui furti, perché le denunce avvengono a livello locale; il nostro sforzo è quindi quello di stimolare la creazione di flussi informativi che possano confluire in una rete europea.

L’intelligenza artificiale ha un grande potenziale nell’analisi dei dati sulle carenze di farmaci, per prevenire le criticità

Per quanto riguarda l’AI, sta certamente generando strumenti interessanti. Potrebbe essere usata per un monitoraggio più continuo dell’offerta illegale sul web, come già si sta sperimentando in Svizzera. Ma, ribadisco, in questo campo crediamo che l’investimento più importante resti l’educazione dei pazienti.

Stiamo invece iniziando a usare l’AI in progetti sperimentali per analizzare i dati sulle carenze di farmaci. Un’analisi avanzata dei flussi di vendita, delle disponibilità in altri paesi e di altri dati di mercato potrebbe essere semplificata con l’AI, e contribuire a identificare trend e prevenire le criticità. Sono progetti in fase iniziale, ma certamente caratterizzati da un grande potenziale».

L’importazione parallela è un fenomeno a sé. Come si inserisce nel quadro di approvvigionamento, tracciabilità e contraffazione, e quali vantaggi o criticità presenta?

«Il parallel trade può essere una risorsa preziosa, perché far circolare di più i farmaci tra i paesi può aiutare a spostarli da dove abbondano a dove scarseggiano, mitigando così le carenze. Ma presenta anche dei rischi, è stato infatti un canale permeabile a tentativi di infiltrazione. Inoltre, un’eccessiva esportazione di farmaci dall’Italia verso i mercati esteri rischia di generare carenze sul mercato nazionale; per questo AIFA è talvolta costretta a imporre dei blocchi all’export su prodotti specifici.

D’altra parte, i distributori paralleli sono attori riconosciuti nel sistema europeo e partecipano anche al consorzio che gestirà la futura tracciabilità. Si tratta di un canale con un suo spazio e un suo ruolo, che va però richiamato a una precisa responsabilità. Se gestito in modo equilibrato, è una risorsa. Bisogna fare in modo che la logica del business non prevalga sulla tutela della salute pubblica.

La nostra speranza è di riuscire a integrare sempre di più gli importatori paralleli tra gli strumenti per la mitigazione e prevenzione delle carenze, magari per reperire farmaci che, pur avendo un interesse economico limitato, potrebbero essere strategici per la rete e diventare oggetto di importazione parallela a beneficio di tutti».

Partecipazione dei pazienti ai processi decisionali: il 36% delle associazioni rischia di essere esclusa

Negli ultimi anni il ruolo delle Associazioni di Pazienti nei processi regolatori si è consolidato, sia a livello europeo che nazionale, con un progressivo riconoscimento del loro contributo nelle decisioni di salute pubblica e una funzione centrale presso gli Enti regolatori, all’interno di EMA – Agenzia Europea per i Medicinali, ma anche nelle procedure adottate dalle Autorità regolatorie dei singoli Stati membri. Lo stesso processo sta avvenendo in Italia, anche grazie al lavoro svolto da associazioni e istituzioni, come quello sviluppatosi all’interno dei tavoli del Progetto “InPags – I pazienti protagonisti delle decisioni terapeutiche” (‘PAGs’ è l’acronimo inglese di associazioni di pazienti), iniziativa coordinata da Rarelab con la partecipazione dell’InPags Network, un gruppo di 68 Associazioni e 2 Organizzazioni di pazienti.

Di quanto emerso dal secondo anno di progetto si è parlato al convegno “Il Ruolo del Paziente nei Processi Regolatori. L’esperienza InPags”, nel corso del quale le associazioni hanno chiesto, in particolare – ma non solo – di rivedere il requisito dei 10 anni di attività previsto dalla legge, e di ridurlo a 3, per permettere anche a realtà più recenti, ma con esperienza specifica su determinate patologie, di contribuire ai processi regolatori, o di trovare alternative soluzioni che non abbiano come effetto la discriminazione delle associazioni più giovani.

Presentata la survey del secondo anno del progetto InPags sul ruolo del paziente nei processi regolatori

Il progetto è nato nel 2024 per trasferire in Italia un approccio partecipativo maturo, in cui le associazioni possano contribuire in modo effettivo ai processi regolatori, e da subito ha sottolineato la necessità che fosse prevista nel Regolamento sull’Organizzazione e  Funzionamento della Commissione Scientifica ed Economica del Farmaco di AIFA – Agenzia Italiana del Farmaco la possibilità di convocare in audizione le Associazioni di pazienti per ampliare il quadro conoscitivo nell’ambito dei processi decisionali.

A questo è seguita l’istituzione del Registro Unico delle Associazioni della Salute (RUAS), previsto dalla Legge di Bilancio 2025 (n. 207/2024) e gestito dal Ministero della Salute.

Nonostante l’intento positivo del Registro, che non è ancora operativo, dall’InPags Network e da una survey nazionale condotta all’interno del progetto emerge che un terzo delle associazioni di pazienti attive in ambito raro, cronico e oncologico rischia di restare fuori dai nuovi processi di partecipazione istituzionale previsti dal RUAS. A creare il collo di bottiglia è nello specifico il requisito dei 10 anni di costituzione: oltre il 36% delle associazioni è più giovane.

«Il requisito dell’anzianità di 10 anni rischia di escludere realtà giovani, ma altamente qualificate, nate per rispondere a bisogni emergenti e dotate di competenze specifiche e solide connessioni con le comunità di riferimento – ha spiegato Francesco Macchia, Managing Director di Rarelab – e questo rischio è particolarmente forte in un settore per definizione giovane, quello delle malattie rare. Per questo vorremmo che la norma fosse modificata, cosa ancora fattibile poiché il RUAS non è ancora attivo, o modificando i termini oppure escludendo l’applicazione dei criteri del RUAS per quello che riguarda l’interlocuzione con AIFA, che per definizione ha una base più tecnica e meno politica».

Il requisito dell’anzianità di 10 anni per l’inserimento nel Registro Unico delle Associazioni della Salute (RUAS) rischia di escludere realtà giovani, ma altamente qualificate

«AIFA riconosce il valore strategico di un dialogo costruttivo, trasparente e continuativo con le associazioni di pazienti quale strumento essenziale per integrare, nei processi di valutazione e autorizzazione all’immissione in commercio dei medicinali sul territorio nazionale, le conoscenze e le esperienze dirette maturate dalle stesse associazioni, che possono arricchire il patrimonio informativo dell’autorità regolatoria. – ha sottolineato Lara Gitto, Presidente della Commissione scientifica ed economica di AIFA – In tale prospettiva, il Regolamento CSE prevede la possibilità di convocare in audizione le associazioni di pazienti, in relazione alle patologie di rispettiva competenza. A partire dall’introduzione di tale previsione, nell’ultimo anno AIFA ha dato concreta attuazione al principio di partecipazione, convocando, quando ne ha ravvisato la necessità, le associazioni di pazienti in audizione, rendendo così effettivo un confronto aperto e inclusivo a supporto delle proprie attività istituzionali”.    

Dalla Survey è emersa anche un’altra informazione importante. Le associazioni stanno cambiando: crescono i dipendenti impiegati nelle attività e calano i volontari: molte associazioni “nuove” sono spesso composte da persone esperte, con competenze trasversali, e si dotano di strumenti che fino a poco tempo fa non erano obbligatori anche per far fronte ad una sempre crescente richiesta di trasparenza in tutte le sue parti, con più attenzione sui bilanci,  ai requisiti RUNTS, al GDPR in ambito sanitario e quindi, pur non avendo il requisito dell’anzianità sono in grado di interloquire con competenza nel dialogo con istituzioni ed enti regolatori.            

«In ambito europeo, abbiamo dei paesi dove il processo di partecipazione delle associazioni di pazienti ai processi decisionali in materia regolatoria è stato avviato da tempo ed è ormai una realtà, seppur migliorabile, maggiormente consolidata. – ha affermato Dario Martino, Presidente ATES – Associazione Talassemia ed Emoglobinopatia Sardegna – Nel nostro Paese, tale percorso è stato intrapreso più recentemente, con l’obiettivo di promuovere un coinvolgimento sempre più strutturato e rappresentativo. Un primo passo in questa direzione è stato compiuto con l’introduzione del Regolamento CSE, cui ha fatto seguito l’istituzione del RUAS, che tuttavia — per come attualmente configurato — rischia di limitare le potenzialità di una partecipazione pienamente effettiva. Anche a seguito dell’entrata in vigore del Regolamento europeo sull’Health Technology Assessment (HTA), la partecipazione delle associazioni di pazienti ha trovato una concreta valorizzazione, rappresentando un elemento chiave per assicurare che le decisioni regolatorie siano sempre più fondate su un approccio inclusivo, trasparente e orientato ai bisogni reali delle persone».

«Esistono oggi associazioni che, pur avendo una storia inferiore ai dieci anni, hanno sviluppato competenze avanzate e una solida esperienza operativa – ha sottolineato Italia Agresta, Vicepresidente Associazione Nazionale Persone con Malattie reumatologiche e Rare – APMARR APS ETS. Queste realtà agiscono con continuità, serietà e spirito collaborativo, e sono già pienamente in grado di contribuire al dibattito pubblico e alle politiche sanitarie del Paese. Per questo auspico che il criterio temporale previsto per l’accesso al RUAS venga interpretato con flessibilità, valorizzando il merito e la reale capacità di incidere sui processi decisionali. La possibilità di relazionarsi con interlocutori di alto livello, come AIFA o altre autorità sanitarie, non dipende dall’anzianità, ma dalla formazione dei rappresentanti, dalla qualità delle attività svolte, dalla coerenza tra obiettivi statutari e azioni concrete, e dalla capacità di generare un impatto reale nel contesto in cui l’associazione opera».

Il progetto “InPags” è stato realizzato da Rarelab con la media partnership di OMaR e con il contributo non condizionante di BioCryst, Boehringer Ingelheim Italia, CSL Behring S.p.A, Kedrion, Kyowa Kirin, Pfizer.

All’incontro sono intervenuti anche: l’On. Ilenia Malavasi, Commissione XII “Affari Sociali”, Camera dei Deputati; la Sen. Elisa Pirro, Commissione V “Bilancio”, Senato della Repubblica; Ilaria Ciancaleoni Bartoli, Direttrice di OMaR – Osservatorio Malattie Rare; Stefano Svetoni, Direzione Legale, Fiscale e Compliance di Farmindustria.