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Covid e scuola: fotografia di un’emergenza educativa e sanitaria

Covid e scuola: un tema cruciale che torna d’attualità per il terzo anno dall’inizio della pandemia. La chiusura delle scuole è stato uno dei primi provvedimenti presi nel marzo 2020 dal governo italiano: da allora sono rimasti a casa, a fasi alterne, oltre 7 milioni di bambini e ragazzi. Con conseguenze che nel corso dei mesi sono state misurate e discusse. Se ne è parlato durante il webinar “Covid e scuola: cosa abbiamo scatenato? Impatto dell’epidemia e prospettive”, organizzato dall’Associazione Italiana di Epidemiologia (Aie). Dall’incontro, nato come momento di confronto e di promozione della costituzione di un gruppo di lavoro Aie “Covid a Scuola” che continui a occuparsi del tema, è emerso un messaggio univoco: non c’è alternativa alla scuola in presenza.

La scuola rappresenta il luogo principale non solo per apprendere ma anche per impostare traiettorie di vita sane

Come ha sottolineato Michele Marra dell’Ufficio Oms di Venezia per gli Investimenti in Salute e per lo Sviluppo, infatti, “la scuola rappresenta per tutti e soprattutto per le fasce più svantaggiate di studenti il principale luogo non solo per l’apprendimento di nozioni, ma anche per la creazione di competenze cognitive, relazionali e di socializzazione indispensabili per impostare traiettorie di vita sane. Per alcuni è il luogo dove trovare un pasto sano, fare attività fisica, il posto sicuro lontano dai conflitti familiari”.

Le conseguenze sull’apprendimento: un’emergenza educativa

Andrea Gavosto

Il direttore della Fondazione Agnelli Andrea Gavosto ha illustrato le conseguenze della chiusura delle scuole sugli studenti per quanto riguarda l’aspetto cognitivo: “Quanto è successo in questo terribile anno e mezzo nella scuola italiana era purtroppo in una certa misura prevedibile: l’impatto della chiusura e riapertura a singhiozzo è stato molto pesante, al punto tale da poter parlare sostanzialmente di una vera e propria emergenza educativa che forse non sempre l’opinione pubblica, almeno nel nostro Paese, ha colto nella sua assoluta gravità”.

L’Italia, ha rimarcato, è anche uno dei Paesi che hanno tenuto chiuse le scuole più a lungo. “Sono ormai una decina gli studi sull’argomento – ha affermato -. Il più importante è stato condotto su dati olandesi da tre ricercatori dell’Università di Oxford (Enzgell et al.), che sono riusciti a fotografare la situazione di 350 mila studenti prima e dopo la chiusura di otto settimane a partire da marzo del 2020. Va per altro sottolineato che l’Olanda ha un sistema scolastico molto avanzato, con un’abitudine già diffusa alla didattica online.

In Europa si stima la perdita di almeno il 20% dell’anno scolastico, per alcuni studenti anche del 55%

Da questi dati molto precisi si stima una perdita pari a circa il 20% di un anno scolastico: una costante che si ripete in moltissimi studi e purtroppo anche in Italia le cose sono andate più o meno così. L’ipotesi è quindi di una carenza equivalente a due mesi di scuola, ma per alcune categorie, ad esempio gli studenti con famiglie di origine sociale più debole, l’impatto è stato drammaticamente maggiore: fino al 55% più alto rispetto alla popolazione generale”.

Gavosto ha poi analizzato lo studio della National Foundation for Educational Research del Regno Unito sulle perdite nei primi anni scolastici: “Il livello di lettura degli alunni del secondo anno delle primarie è stato significativamente inferiore nell’autunno 2020 rispetto al campione standardizzato del 2017 e pari a circa due mesi di progresso. Stesso ritardo di due mesi si registra per la matematica. Il divario tra studenti svantaggiati e non, sia in lettura che in matematica, è di circa sette mesi”.

Il costo della perdita di capitale umano

È possibile calcolare quanto è costata la chiusura in Italia in termini di capitale umano. “La stima più recente dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) sul tasso medio di rendimento dell’istruzione in Italia è dell’8,1% di reddito futuro per ogni anno aggiuntivo di scolarizzazione – ha spiegato Gavosto -. Se consideriamo una chiusura delle scuole di 37 settimane (92,5%) dell’anno scolastico, già ponderata per chi ha frequentato (primarie e prima media) e chi no, la perdita dei guadagni futuri sarà pari al 7,5% all’anno (ovvero il 92,5% del rendimento annuo di 8,1%) durante l’intero arco della vita lavorativa di uno studente. Possiamo stimare un minor rendimento annuo del capitale umano pari a 1.883 euro (ovvero il 7,5% del salario medio annuo di un lavoratore dipendente, che è pari a 25.110 euro). Ipotizzando una vita lavorativa di 45 anni e applicando un tasso di sconto del 2%, si ottiene un valore attuale dei mancati guadagni di 56.911 euro (226% di un salario medio annuo). Questo senza considerare alcun effetto di mitigazione della Dad: rappresenta quindi il limite superiore della perdita”.

A livello individuale si tratta di un costo significativo: una volta esteso ai 6,6 milioni di studenti italiani, la cifra diventa approssimativamente di 375 miliardi di euro, ovvero un po’ più del 20% del Pil 2019.

Che cosa dicono i numeri

Gavosto ha analizzato anche i dati delle prove Invalsi 2021: in Italia il 51% dei maturandi non raggiunge la soglia minima di competenze in matematica (un dato che si ritrova nelle diverse tappe della carriera scolastica). Nel 2019 era il 42%. In molte regioni del Sud, la percentuale sale oltre il 70%.

Inoltre, la Fondazione Agnelli ha condotto l’indagine “La Dad alle scuole superiori nell’anno scolastico 2020-21: una fotografia”. La rilevazione ha riguardato un campione rappresentativo di 123 scuole secondarie di II grado, statali e paritarie, in tutta Italia. In ogni istituto sono stati proposti questionari a studenti (del III e V anno), docenti e dirigenti scolastici, raccogliendo complessivamente le risposte di 105 dirigenti scolastici, 3.905 docenti, 11.154 studenti.

Il 91% degli studenti dichiara di avere trascorso tra le 5 e le 6 ore al giorno collegato in video per attività in sincrono, dato confermato da un’analoga percentuale di dirigenti scolastici, secondo i quali il monte ore non è cambiato o ha visto eventualmente una riduzione proporzionale in tutte le materie. Secondo i dirigenti scolastici, solo l’8% delle scuole ha operato una ristrutturazione significativa del quadro orario, con maggiore spazio alle materie fondamentali o caratterizzanti dell’indirizzo.

Se il quadro orario non è cambiato, lo stesso può dirsi per l’impianto didattico tradizionale, che è stato riproposto in Dad: uno dei fattori che, secondo Gavosto, hanno segnato in negativo questo periodo. In sostanza, cioè, la didattica non è stata ripensata in una versione online, ma le lezioni sono state di norma proposte esattamente come se si fossero svolte in presenza, seppur dietro uno schermo.

La didattica non è stata ripensata in versione Dad, e questo spesso si è rivelato poco efficace

Per quanto riguarda gli apprendimenti, la ricerca lo conferma con un dato che deve fare riflettere, soprattutto nella prospettiva di ciò che la scuola italiana dovrà impegnarsi a fare per recuperare quanto gli studenti hanno perduto in questi due anni. Se da un lato, infatti, 2 studenti su 3 affermano che i loro voti non sono cambiati rispetto a quelli che avrebbero ricevuto in presenza, dall’altro, alla domanda se in Dad hanno imparato di più o di meno, solo il 57% in media risponde di avere imparato all’incirca quanto avrebbe fatto a scuola. Questa percentuale cala ancora di più (46%) per gli studenti che non hanno grande fiducia nei propri mezzi e nelle proprie capacità di apprendimento (bassa percezione di autoefficacia). Sembra, dunque, che siano gli stessi studenti a pensare che la Dad abbia penalizzato in particolare chi tra loro aveva già fragilità dal punto di vista scolastico.

L’effetto della Dad sulla salute fisica di bambini e adolescenti

Simona Vecchi

Simona Vecchi del Dipartimento di Epidemiologia (Dep) della Regione Lazio ha illustrato l’effetto delle misure di distanziamento sociale sulla salute fisica e sul benessere di bambini e adolescenti. L’esperta ha illustrato i risultati della revisione sistematica a cura del Dep Lazio, che ha messo a confronto i dati provenienti da studi molto eterogenei condotti in vari Paesi su giovani fino a vent’anni durante la prima ondata della pandemia.

Il primo aspetto analizzato è stato quello dei ricoveri ospedalieri per incidenti, infortuni e traumi: “Studi italiani hanno dimostrato un aumento di circa cinque volte, rispetto al periodo pre lockdown (marzo-aprile 2020 rispetto a marzo-aprile 2019), dei ricoveri per incidenti domestici”.

L’incremento degli incidenti domestici in lockdown e la particolare attenzione che va dedicata ai bambini in questo senso è dimostrato anche da una ricerca francese.

Vecchi si è poi soffermata sul ricorso alle cure e sull’assistenza per patologie preesistenti durante il primo lockdown. “Studi pre e post pandemia (Nastro 2020; Martinelli 2020), indicano una riduzione dei ricoveri per patologie infiammatorie intestinali, nonostante un peggioramento dei sintomi con riacutizzazione della malattia, e, per il 43,1% la preoccupazione dei genitori di proseguire con il trattamento immunosoppressivo durante il periodo pandemico. Il 7% ha sospeso autonomamente il trattamento immunosoppressivo e il 18,1% di farmaci biologici per infusione”.

Anche in bambini e ragazzi la cura delle patologie pregresse ha subito ritardi e interruzioni

Risultati coerenti con quelli di uno studio trasversale inglese di alta qualità (Darlington, 2020), secondo il quale il 70% dei genitori con figli malati di cancro ha ritenuto che durante la pandemia gli ospedali non fossero luoghi sicuri per il proprio bambino e il 2,3% dei genitori aveva ridotto o interrotto il trattamento chemioterapico.

Due studi di coorte di alta qualità, uno pakistano e uno inglese, hanno usato dati amministrativi per esaminare una eventuale variazione nei tassi di vaccinazione nei bambini. Il primo (Chandir, 2020) ha riscontrato una riduzione del 52,8% degli accessi giornalieri per la vaccinazione infantile a inizio lockdown, rispetto a una riduzione del 27,2% a fine lockdown. La ricerca inglese (McDonald, 2020) non ha dimostrato alcuna variazione per la somministrazione delle prime dosi di vaccino esavalente rispetto al 2019, a fronte di una riduzione del 24,2% nella prima vaccinazione contro morbillo, parotite e rosolia. Tuttavia, a metà lockdown, la copertura vaccinale era risultata addirittura superiore rispetto all’anno precedente.

Come sono cambiati gli stili di vita e il sonno

Tutti gli studi presi in considerazione dalla revisione sistematica prodotta dal Dep Lazio hanno riportato un aumento del tempo trascorso al tablet o altro schermo, sebbene non abbiano separato il tempo trascorso per l’apprendimento scolastico in Dad e quello di svago. I numeri di tre studi condotti in India, Spagna e Italia (studio trasversale alta qualità, Roy 2020; studio trasversale alta qualità López-Bueno 2020; studio pre e post media qualità, Pietrobelli 2020) hanno messo in luce che la durata media giornaliera del tempo trascorso allo schermo era aumentata dalle 2,9 ore fino a 5,1, con maggiori aumenti tra gli adolescenti e in bambini con preesistente obesità. Uno studio canadese e uno inglese hanno evidenziato che il tempo trascorso sui social media era più che raddoppiato (dal 31,9 al 77,2%) tra gli adolescenti e tra le ragazze (42% pre-pandemia, 55% lockdown) (Ellis 2020; Widnall 2020).

Diversi studi internazionali confermano il peggioramento dell’attività fisica e della qualità del sonno

Numerosi ricercatori si sono soffermati sul calo dell’attività fisica: mentre studi condotti in India, Scozia e Stati Uniti (Roy 2020; Watson 2020; Dunton 2020) lo individuano nel 36-47%, studi condotti in Spagna e in Italia (López-Bueno 2020; Pietrobelli 2020) segnalano una riduzione del livello di attività fisica del 52% come media giornaliera e fino al 64% (circa 2,3 ore la settimana) in bambini italiani affetti da obesità. Rimanendo in tema di stili di vita, le indagini condotte in India, Italia e Spagna hanno evidenziato un aumento del numero di pasti consumati giornalmente, passati da 4 a 5, e dei livelli complessivi di consumo, specie di cibo non salutare, con riduzione di frutta e verdura.

Venendo al sonno, uno studio italiano (Segre 2020) e uno scozzese suggeriscono che il 61% dei bambini in età prescolare e scolare (6-7 anni) ha riportato difficoltà ad addormentarsi e un sonno per lo più frammentato. Uno studio inglese e uno cinese (Falkingham 2020; Zhou 2020) hanno evidenziato che il 23-25% di giovani e adolescenti (16-24 anni) ha iniziato ad avere disturbi del sonno per timore e preoccupazioni; il 63,9% di adolescenti dormiva meno di 8 ore per notte.

Pandemia e salute mentale negli adolescenti

Antonella Delle Fave

Il tema della salute mentale negli adolescenti durante la pandemia è stato trattato da Antonella Delle Fave, docente di Psicologia Generale dell’Università degli Studi di Milano, in un’ottica di criticità e risorse. Se da un lato le prime sono piuttosto note, le seconde non sono state infatti oggetto di studi.

Quanto alle conseguenze negative, alcuni esempi: il numero delle vite perdute per le conseguenze psicologiche, sociali ed economiche della pandemia e relative misure restrittive potrebbe sopravanzare il numero delle vite perdute a seguito dell’infezione (VanderWeele, 2020). La riduzione dell’attività fisica ha comportato ripercussioni negative sui comportamenti di salute dei cittadini, e in particolare degli studenti (dieta, sonno, affaticamento visivo) (López-Bueno 2020; Zenic 2020). Vari studi evidenziano sintomi ansiosi negli adolescenti, in relazione allo stress relazionale interno alla famiglia dovuto alle restrizioni e al confinamento.

Gli adolescenti hanno messo in campo risorse positive importanti e autonome, da valorizzare per il futuro

“Gli studenti in età adolescenziale rappresentano una categoria ad alto rischio per le problematiche di salute mentale in generale, fenomeno accentuato dalla pandemia – ha affermato -. Il passaggio obbligato alla Dad, avvenuto nonostante le risorse e competenze limitate, ha rappresentato un fattore di malessere per gli studenti, ma, allo stesso tempo, gli adolescenti hanno mostrato consapevolezza e corretta informazione sugli aspetti sociali e di salute della pandemia”.

Non solo, ha affermato Delle Fave: molti di loro hanno messo in campo delle risorse dandosi degli obiettivi, scoprendo nuovi hobby, aiutando i vicini a fare la spesa. Per questo, ha sottolineato la psicologa, per costruire interventi adeguati occorre bilanciare l’analisi del negativo e del patologico con quella del positivo: potrebbe essere questa la chiave per affrontare il futuro. Non partendo da zero, ma facendo tesoro di ricchezze che i giovani hanno già attivato da loro.

Ricerca clinica, tra gli insegnamenti della storia e le sfide di domani

Oggi le sperimentazioni cliniche seguono iter ben delineati e controllati, sono suddivise in fasi e si realizzano tramite trial clinici randomizzati. Ma non è sempre stato così.

Come per la storia dei farmaci che abbiamo affrontato nella prima puntata, anche per la ricerca clinica la storia inizia centinaia di anni fa. Con osservazioni, prove, tentativi. Dalle torture inflitte dai nazisti al consenso informato di oggi, la strada è stata lunga e impervia. E le sfide del futuro sono ancora più difficili.

I sette principi di Avicenna

La sperimentazione clinica dei farmaci riguarda qualsiasi studio rivolto alla scoperta o verifica degli effetti di un nuovo farmaco, o di un farmaco già esistente, testato per nuove modalità di impiego terapeutico, con l’obiettivo di accertarne la sicurezza e/o l’efficacia.

Fin dalla preistoria uomini e donne sono portati a osservare gli effetti di determinate azioni sull’organismo. L’osservazione è la base di qualsiasi ricerca clinica e della stessa evidence based medicine.

L’osservazione è la base di qualsiasi ricerca clinica e della stessa evidence based medicine

Con Ippocrate, padre della moderna medicina, si arriva a teorizzare in modo più concreto il concetto di “osservazione del paziente”.

Ma per parlare in modo sistematico di studio clinico dobbiamo arrivare al 1025, grazie all’approccio sistematico introdotto da Ibn Sīnā, noto in occidente come Avicenna (Afshana 980 – Hamadan 1037): medico, filosofo matematico e fisico persiano, una delle figure più note del mondo islamico, a cui si deve l’opera “Il canone della medicina”, che diverrà il trattato medico di riferimento fino al 1700.

Avicenna indicò sette principi da seguire durante la sperimentazione di nuovi farmaci, riconosciuti validi ancora oggi:

  1. il farmaco deve essere esente da effetti collaterali accidentali
  2. il farmaco deve essere utilizzato su una malattia semplice (non complessa)
  3. deve essere testato in diverse malattie, perché può essere utile nella cura di una malattia per le sue qualità intrinseche ma anche di un’altra per altre proprietà, del tutto accidentali (la cosiddetta serendipità)
  4. le qualità del farmaco devono essere proporzionate alla gravità della malattia
  5. il tempo d’azione del farmaco è fondamentale e va valutato per non confondere tra loro proprietà intrinseche e/o accidentali
  6. l’effetto del farmaco va confermato provandolo su un gran numero di casi e in modo costante
  7. il medicinale deve essere testato sull’uomo prima di dare giudizi o considerazioni in merito alla sua efficacia: “testare un farmaco in un leone o in un cavallo non prova nulla circa il suo effetto sull’uomo”.

Queste sette regole sono praticamente le basi della farmacologia moderna e dell’approccio investigativo utilizzato oggi nella pratica clinica e rappresentano i pilastri dell’evidence based medicine di oggi.

La prima sperimentazione clinica della storia

Per arrivare al primo trial clinico randomizzato dobbiamo però attendere il XVIII secolo. Il primo studio clinico della storia è da attribuirsi infatti all’inglese James Lind (Membro della Royal Navy e studioso di igiene navale e medicina preventiva nel Regno Unito) che, nel 1747, riuscì a dimostrare l’efficacia dell’acido ascorbico come cura dello scorbuto (patologia molto diffusa tra i marinai), attraverso quella che può essere definita la prima forma di studio-controllato. Lind selezionò 12 marinai affetti da scorbuto, li divise in 6 coppie, dando a ognuna una dieta arricchita con 6 diversi elementi:

  • sidro
  • elisir di vetriolo
  • aceto
  • acqua di mare
  • noce moscata
  • arance e limoni

Al termine dell’esperimento Lind concluse: “La conseguenza fu che i più lampanti e ben visibili effetti curativi furono ottenuti dall’uso di arance e limoni”.

Nel 1811 si segna un altro importante passo avanti nella storia della ricerca e sperimentazione, con l’introduzione del concetto di placebo, definito come “sostanza utilizzata più per compiacere che per beneficiare.”

Fu utilizzato però per la prima volta, in maniera scientifica, dal medico statunitense Austin Flint (1812 – 1886) che mise a punto uno studio clinico per la cura della febbre reumatica: la sua sperimentazione si basava sul confronto degli effetti di un principio attivo con un farmaco fittizio, ossia ciò che in seguito sarà definito come placebo.

Dal codice di Norimberga alle Good Clinical Practice

La storia della ricerca clinica evolve con il progresso non solo della scienza, ma anche dell’etica, che dovrebbe esserne pilastro principale. Non c’è buona sperimentazione senza etica e senza rispetto verso i pazienti che vi partecipano.

In seguito alle aberranti sperimentazioni messe in atto durante la Seconda guerra mondiale vennero definiti codici per promuovere una ricerca etica, basata sul consenso volontario dei partecipanti quale requisito giuridico essenziale. Fra questi citiamo:

  • il Codice di Norimberga (1947), scritto dopo il più famoso processo della storia, dove in 10 punti viene tracciata la linea di separazione tra sperimentazione lecita e tortura
  • la Dichiarazione di Helsinki (1964) elaborata dalla World Medical Association, che amplia il Codice di Norimberga ed è stata aggiornata più volte per adeguarsi a nuovi concetti emersi nel campo della bioetica. Il consenso dei partecipanti diventa da “volontario” a “informato”; si prevede l’intervento di un tutore legale nel caso di persone non in grado di fornire tale consenso e si prevede la valutazione e approvazione del Protocollo di studio da parte di un comitato etico

La storia della ricerca clinica si evolve con il progresso della scienza e dell’etica

  • GCP (Good Clinical Practice), le norme di Buona Pratica Clinica sono state adottate dall’Unione Europea nel 1996 per uniformare la conduzione dei trials clinici a livello europeo e per attribuire uno standard internazionale uniformemente riconoscibile e accettabile. Fra gli obiettivi troviamo quello di tutelare il benessere dei partecipanti all’interno dei trials, oltre a garantire che i dati raccolti siano attendibili ed accurati. Le linee guida specificano inoltre come devono essere condotti gli studi clinici, definiscono il ruolo e le responsabilità degli Sponsor, degli Sperimentatori e dei Monitor(anche conosciuti come CRA, Clinical Research Associate).

Le fasi della sperimentazione clinica

I trial clinici oggi si realizzando in 3 o 4 fasi. C’è una fase 0, detta preclinica (cioè non viene fatta sull’uomo), e consiste nello studio, in cellule e animali di laboratorio, delle proprietà chimiche e farmacologiche della sostanza che si vuole sperimentare. In questa fase si identificano le molecole potenzialmente utili, ossia quelle che in laboratorio dimostrano di essere più attive contro la patologia considerata, nonché meglio tollerate dall’organismo. Nella fase successiva la molecola ritenuta “migliore” tra quelle valutate, viene avviata alla cosiddetta sperimentazione clinica, ovvero testata negli esseri umani.

Le altre fasi sono:

  • Fase 1 – sicurezza clinica
  • Fase 2 – studio di efficacia
  • Fase 3 – studio multicentrico
  • Fase 4 – sorveglianza post marketing

Un accenno sulla fase 4. Questo periodo comprende gli studi condotti dopo l’approvazione del farmaco nell’ambito delle indicazioni approvate e in conformità a quanto previsto dal “Riassunto delle Caratteristiche del Prodotto (RCP)”; è detta appunto “sorveglianza post marketing” perché viene attuata dopo l’immissione in commercio.

Con questa procedura, è possibile acquisire quelle informazioni che nelle fasi iniziali non potevano emergere, ma che ora, con un uso su larga scala del farmaco, possono diventare rilevabili ed essere valutate (si attua quindi un’attività di farmacovigilanza). Per fare un esempio concreto: la fase 4 è quella che stiamo vivendo adesso con la somministrazione dei vaccini anti COVID nella popolazione generale (e, nel caso, si tratta di vaccinovigilanza).

Dalla progettazione di un farmaco alla sua autorizzazione all’immissione in commercio passano in media dai 10 ai 12 anni, ma il percorso può durare anche molto di più.

Se queste sono le basi alle quali si deve attenere la sperimentazione di un farmaco, viene da chiedersi come mai il vaccino per la COVID-19 sia stato messo a punto in tempi così rapidi. Questo perché la sperimentazione, nella pandemia che ci ha colpito, si è svolta in modalità orizzontale e parallelo in alcune fasi, coinvolgendo tutte le nazioni del mondo in grado di contribuire sia dal punto di vista scientifico, sia da quello economico, al fine di trovare un rimedio nel minor tempo possibile. Come ci ricorda l’Istituto superiore di Sanità nel rapporto Aspetti di etica nella sperimentazione di vaccini anti-COVID-19 dello scorso febbraio, anche se la pandemia provocata dal nuovo virus SARS-CoV-2 spinge a sperimentare e approvare nuovi vaccini in tempi brevi, devono comunque essere rispettati i criteri di etica e tutti gli aspetti scientifici e metodologici e gli aspetti regolatori che stanno alla base di qualsiasi sperimentazione per i vaccini. Il documento evidenzia la necessità di non derogare al rigore nella metodologia e dell’etica, anche in condizioni di emergenza.

Anche nell’emergenza, la sperimentazione non può prescindere dal rigore della metodologia e dell’etica

Pertanto, in un contesto in cui l’esigenza primaria era di concludere le sperimentazioni con la massima celerità̀ possibile, era necessario evitare ritardi nelle procedure autorizzative, senza cedere però sul fronte del rigore nella metodologia scientifica: era importante arrivare presto, ma lo era ancor più arrivare bene.

Sotto la pressione della pandemia, le sperimentazioni di vaccini anti-COVID-19 hanno visto l’attuazione di procedure impensabili fino a poco tempo prima (es. velocizzazione dei tempi nelle fasi procedurali) e adottato pratiche del tutto eccezionali nell’ambito della sperimentazione umana (es. “challenge studies”, con deliberata infezione dei volontari sani partecipanti). Queste innovazioni son destinate a fare la storia, hanno segnato un punto di svolta nella sperimentazione clinica e potrebbero continuare a essere implementate anche dopo l’emergenza sanitaria. Da sottolineare infine il fondamentale incentivo allo sviluppo della ricerca dato dalla straordinaria disponibilità di risorse economiche pubbliche attuata in alcuni Paesi, anticipati in questo dal Governo USA.

Secondo il Rapporto dell’ISS, questa sperimentazione avrà una valenza soprattutto sotto il profilo etico, con ripercussioni oltre la pandemia che stiamo vivendo, e non si limiterà a riflettersi sui vaccini approvati o in studio.

La ricerca clinica in Italia

Oggi la ricerca clinica in Italia coinvolge numerosi enti: l’AIFA per l’autorizzazione degli studi ed emendamenti di ogni fase, l’Istituto Superiore di Sanità per il parere consultivo sugli studi ed emendamenti di Fase I, i Comitati Etici per i pareri di merito nelle strutture sanitarie in cui si svolge lo studio clinico, le Direzioni Generali delle strutture sanitarie per la definizione dei contratti, il network Eudravigilance, banca dati europea per la gestione e l’analisi delle sospette reazioni avverse, serie e inattese, dei farmaci in corso di sperimentazione, i promotori e i ricercatori direttamente coinvolti nello svolgimento delle singole sperimentazioni cliniche.

Il ruolo dell’AIFA, presente anche nel network europeo delle Autorità Competenti per le sperimentazioni cliniche, è quello di indirizzare su tutti gli aspetti che riguardano i farmaci sperimentali.

L’accesso ai farmaci sperimentali è opportunamente regolamentato per tutelare i pazienti e la comunità

L’accesso ai farmaci sperimentali è opportunamente regolamentato al fine di tutelare la comunità da possibili effetti collaterali che potrebbero insorgere, alcuni anche molto gravi, come conseguenza dell’assunzione del farmaco. Un esempio riguarda il caso di una sostanza, la talidomide, che negli anni ’60 fu commercializzata come antinausea alle donne in gravidanza, ma che purtroppo fu responsabile della nascita di migliaia di bambini focomelici (una malattia congenita che induce la comparsa di anomalie anatomiche a livello di arti superiori, arti inferiori, testa, volto, organi interni ecc.) nella sola Europa.

La sperimentazione clinica, in quel caso, non aveva coinvolto animali gravidi, e pertanto non era stato possibile verificare eventuali effetti sul feto.

 

Parlando di farmaci e sperimentazione è necessario considerare anche quelli che rientrano nella fascia cosiddetta di uso compassionevole.

Si tratta di cure che possono essere somministrate, dietro precisa volontà del paziente e sotto sorveglianza e richiesta del medico curante, al di fuori di un iter di sperimentazione e non ancora giunti alla fine delle fasi di studio.

Dopo il nulla osta del comitato etico dell’ospedale di riferimento, il paziente riceve le dovute spiegazioni sui pro e sui contro ed è vincolato a firmare un consenso informato.

Il farmaco deve aver completato e superato almeno la fase 3 dell’iter di sperimentazione, e l’azienda produttrice deve essere disposta a fornirlo.

Le garanzie previste hanno proprio la funzione di evidenziare quanto questa procedura rivesta carattere eccezionale.

 

Per completezza citiamo anche le prescrizioni dei farmaci off label.

Si definisce “off-label” l’impiego nella pratica clinica di farmaci usati al di fuori dell’indicazione terapeutica per la quale sono stati autorizzati. L’uso off label riguarda, molto spesso, molecole conosciute e utilizzate da tempo, per le quali le evidenze scientifiche suggeriscono un loro razionale uso anche in situazioni cliniche non approvate da un punto di vista regolatorio. Questa pratica è ampiamente diffusa in vari ambiti della medicina, quali, ad esempio, oncologia, reumatologia, neurologia e psichiatria e riguarda la popolazione adulta e quella pediatrica. In campo pediatrico, specialmente a livello neonatale, una cospicua parte delle prescrizioni sia in ospedale sia sul territorio sono off label.

 

E terminiamo con il riposizionamento dei farmaci, o drug repositioning.

Come affermò James Black, farmacologo e premio Nobel per la fisiologia o la medicina del 1988, “Il modo più fruttuoso per scoprire un nuovo farmaco è partire da un vecchio farmaco.”

Il drug repositioning è proprio questo: cercare e testare nuovi utilizzi per farmaci già approvati dalle autorità regolatorie. Il riposizionamento può essere considerato anche per molecole non ancora approvate ma utilizzate in studi clinici, chiamate “investigational drug”.

L’esempio di riposizionamento più famoso è il sildenafil, la pillola blu nota in tutto il mondo come Viagra: approvato per trattare l’angina pectoris, è diventato poi famoso in tutto il mondo per la disfunzione erettile.

E per riprendere il caso sfortunato della talidomide per le donne in gravidanza, questo farmaco si è invece rivelato utile contro il mieloma multiplo.

Le nuove sperimentazioni: terapie geniche o tissutali

Sperimentare una terapia innovativa, come quella genica o tissutale, non è come sperimentare una molecola chimica. Le terapie geniche, ad esempio, utilizzano gli acidi nucleici come farmaci.

Grazie agli studi condotti in ambito di ingegneria genetica è possibile manipolare i geni e costruirne in laboratorio di nuovi che risultino funzionali per correggere un particolare difetto genetico.

La difficoltà di un simile approccio terapeutico è quella di inserire tale gene nelle cellule del malato.

A questo scopo si possono seguire due diverse metodologie:

  • il trasferimento di geni ex vivo;
  • il trasferimento di geni in vivo.

Nel primo caso si trasferiscono geni clonati in cellule autologhe, ovvero provenienti dallo stesso individuo, per evitare che le stesse vengano rigettate dal sistema immunitario del paziente trattato.

Questo metodo è applicabile ai soli tessuti che possono essere prelevati dal corpo, modificati geneticamente e reintrodotti nel paziente, dove possono attecchire e sopravvivere per un lungo periodo di tempo, come ad esempio le cellule del sistema ematopoietico e della pelle. Tale procedura è sicuramente lunga e costosa ma molto efficiente.

La terapia genica in vivo viene attuata invece in tutti quei casi in cui le cellule non possono essere messe in coltura o prelevate e reimpiantate.

In questo caso il gene d’interesse viene inserito nell’organismo, tramite un opportuno vettore, direttamente per via locale o sistemica.

Si utilizzano in genere vettori virali, cioè virus ingegnerizzati capaci di trasportare il gene terapeutico e inserirlo nelle cellule bersaglio.

In pratica il virus viene privato del proprio genoma e quindi reso innocuo, ma conserva la sua capacità di “infettare” le cellule.

Il suo intento è quindi di agire come una specie di “Cavallo di Troia”: trasferire nelle cellule il gene terapeutico, esaurirsi una volta terminato questo passaggio, e lasciare nella cellula le “istruzioni” per correggere il difetto.

Il maggiore ostacolo in questa metodica è rappresentato dalla difficoltà di trovare l’adeguato vettore virale, in grado di raggiungere un livello di efficienza sufficiente per infettare tutte le cellule bersaglio.

Un’altra criticità riguarda la possibilità che il virus ingegnerizzato venga riconosciuto come corpo estraneo dall’organismo e scateni una reazione immunitaria.

Un terzo problema è rendere l’espressione del gene terapeutico persistente nel tempo senza bisogno di doversi sottoporre a continui trattamenti.

Rimane anche il rischio che il virus dia origine a particelle capaci di riprodursi in modo incontrollato, trasportando all’interno della cellula anche dei componenti tossici (come le proteine del capside, la struttura proteica che racchiude l’acido nucleico del virus).

Sono numerosi i virus pensati come vettori per la terapia genica, ciascuno con capacità ed efficienza diversa a seconda del tipo di cellule e degli organi bersaglio.

Fra le terapie geniche di ultima generazione, una delle più conosciute è quella denominata CAR-T (Chimeric Antigen Receptor T cell therapies). Questa tecnica si basa sull’ingegnerizzazione genetica dei linfociti T del paziente in modo tale da potenziarli per combattere i tumori.

Le CAR-T rappresentano la prima forma di terapia approvata per malattie come leucemia linfoblastica B e alcune forme aggressive di linfoma non-Hodgkin.

Nel campo oncologico stanno facendo la differenza anche le terapie cosiddette agnostiche, che mirano a un determinata mutazione genetica del tumore indipendentemente dalla sua sede (da qui la definizione di agnostico).

Fino a poco tempo fa, infatti, i farmaci sono sempre stati approvati in base alle caratteristiche istologiche del tumore o all’organo di provenienza. Nel tempo però si è fatta strada l’idea che i responsabili di un tumore siano una o più alterazioni molecolari. Le terapie agnostiche hanno come target proprio specifiche anomalie genomiche o caratteristiche molecolari, indipendentemente dal sito di origine del tumore.

Le terapie digitali

Una considerazione a parte è da fare per la sperimentazione delle terapie digitali, una via di mezzo tra cura e dispositivo medico, che più che curare a livello biologico, intervengono sui comportamenti degli individui. Ne abbiamo già accennato nella prima puntata dedicata alla storia dei farmaci, qui ci limitiamo ad approfondire il discorso sulla sperimentazione di queste terapie sui generis.

Come per i farmaci, anche le Digital Therapeutics (abbreviate Dtx) possono essere approvate solo con rigorose sperimentazioni cliniche.

Nello specifico, devono essere:

  • sviluppate attraverso sperimentazione clinica randomizzata e controllata
  • autorizzate per l’utilizzo nella pratica clinica da enti regolatori
  • sottoposte, quando necessario, ai fini del rimborso a valutazioni HTA
  • rimborsate, in alcuni casi, da servizi sanitari pubblici
  • prescritte dal medico

La differenza tra le terapie digitali e i farmaci riguarda il “principio attivo”, ovvero l’elemento della terapia responsabile dell’effetto clinico desiderato: molecola chimica, o proteica, nel caso del farmaco, un algoritmo nel caso della terapia digitale.

La terapia digitale può essere prescritta come cura indipendente o come integrazione a una terapia farmacologica. Rappresenta una nuova metodologia nel trattamento delle patologie croniche associate a stili di vita e comportamenti disfunzionali, laddove la terapia farmacologica abbia raggiunto solo risposte parziali.

Oltre a questo, le DTx offrono anche altri vantaggi, perché consentono ai medici di raccogliere da remoto i dati dei pazienti in tempo reale, nonché di seguirne i progressi del paziente e l’accurata adesione al trattamento. Non sono semplici applicazioni, come le migliaia che già esistono nei vari store online, ma veri e propri interventi curativi, in grado di migliorare i risultati clinici al pari di un trattamento farmacologico, o, come abbiamo viso, in modalità interattiva con lo stesso.

Possono assumere la forma di applicazioni o app, videogiochi, siti web, o addirittura dispositivi indossabili (wearable).

Dal punto di vista della regolamentazione rientrano tra i dispositivi medici (ad oggi normate dal Regolamento UE MDR 2017/745,in vigore dal 26 maggio 2021).

Il futuro della sperimentazione clinica

Come abbiamo visto, la ricerca clinica ha compiuto importanti evoluzioni negli ultimi anni. E nell’ultimo, in particolare, è stata completamente rivoluzionata nella velocità di esecuzione. Ma le sfide all’orizzonte sono numerose, a cominciare da un necessario coinvolgimento più attivo dei pazienti, che non vogliono esseri meri sottoscrittori di consensi firmati, fino alla sperimentazione sesso-genere e pediatrica, due ambiti che al momento sono autentiche chimere.

La sperimentazione sui bambini non si è fatta, per oggettive difficoltà principalmente basate su ragioni etiche. I farmaci pediatrici hanno la stessa formulazione di quelli per gli adulti ma sono somministrabili in dosi e tempi diversi, con correzione della dose in base alla superficie corporea nella fase neonatale oppure al peso ponderale del bambino.

Giorgio Cantelli Forti

“Ma un bambino non è un piccolo adulto – spiega il professor Giorgio Cantelli Forti – ma un essere in continua, rapida e varia trasformazione nella dinamica dalla nascita alla pubertà e che per questo ha attenzioni ed esigenze diverse rispetto a quelle di un adulto. La sperimentazione sui bambini è un tema che si è messo da parte da troppo tempo, perché molto complesso e scottante. Ma andrà affrontato prima o poi. Fino ad oggi abbiamo adattato farmaci per adulti a bambini, ma non può essere questo il modo giusto di curare la popolazione pediatrica”.

Discorso simile per la sperimentazione clinica per sesso-genere. Nei trial le donne vengono di solito poco coinvolte per diverse cause, come alterazioni ormonali, ciclo mestruale, ed eventuale gravidanza, tutti elementi che possono inficiare lo studio o mettere a rischio il feto, in casi di gestazione.

“Anche quando si fa sperimentazione pre-clinica – continua l’ex presidente della Sif – si coinvolgono animali maschi. È un bias che sottende tutta la sperimentazione ma quando poi si approva il farmaco, a quel punto lo si somministra anche alle pazienti, pur non avendolo mai testato adeguatamente su questa parte di popolazione. Il rischio è che il farmaco non agisca in modo appropriato con alterato o nullo effetto nella risposta terapeutica ovvero con effetto tossico e sortisca effetti indesiderati. Anche di questo se ne parla da tempo, ma poco si è fatto”.

Il farmaco: dalle piante alle terapie geniche, una storia millenaria

Dai semi alle terapie digitali, dalle pillole alle biotecnologie, passando per la terapia genica, fino ai vaccini a mRna. La storia del farmaco è millenaria. Complessa, travagliata, affascinante. Unisce nella medicina la farmacologia con la ricerca clinica e si evolve con l’evoluzione dell’uomo e secondo le specificità dell’individuo. I farmaci del futuro saranno sempre più personalizzati, cuciti sui bisogni specifici della persona. E per questo saranno sempre più efficaci e meglio tollerati.

Questa è la prima di due puntate che raccontano la storia del farmaco e della sua sperimentazione. Oggi vi parliamo della storia del farmaco, nella prossima puntata affronteremo la storia della ricerca sperimentale dei farmaci.

Che cos’è un farmaco

Iniziamo dalle basi. Un farmaco è un prodotto, naturale o di sintesi, in grado di agire sulle funzioni di un organismo vivente, attraverso l’azione del principio attivo che lo caratterizza, vale a dire la sostanza responsabile del suo effetto terapeutico.

Nel tempo, per realizzare la forma farmaceutica sono stati aggiunti una serie di eccipienti, ossia componenti inattivi, privi di ogni azione curativa, ma che aiutano a rendere la formulazione somministrabile ai pazienti nelle modalità più sicure e idonee.

Dalle compresse ai software, il farmaco ha assunto nuove forme e accezioni sempre più complesse

Un farmaco può presentarsi sotto forma di compresse, pastiglie, sciroppo, granulati, pomate, liquido per iniezioni, o altra forma farmaceutica, che possa adattarsi a pazienti di ogni età e in ogni condizione. Con le terapie geniche sono gli stessi geni i principi attivi, con i farmaci biologici possono essere anticorpi monoclonali, con le terapie digitali il principio attivo è un software.

È evidente che il farmaco ormai ha un’accezione così vasta da non poter essere chiamato solo così.

Le prime medicine

La parola farmaco deriva dal greco φαρμακον, pharmakon, che vuol dire “rimedio, medicina”, ma anche “veleno”. Vediamo perché.

Secondo alcuni studiosi l’origine dei farmaci coincide con quella dell’umanità. Il medicamento è qualcosa che l’uomo e la donna cercano fin dalla loro comparsa sulla terra. Ed è da sempre frutto dell’osservazione. I nostri antenati hanno scoperto proprietà benefiche di semi e frutti dopo averle masticate e aver osservato cosa succedesse. È successo circa un milione di anni fa e da allora, anche se i metodi e le tecnologie sono cambiate, la comunità continua a basarsi sull’osservazione per sperimentare nuove cure.

Si tratta di esperienza diretta, non ci sono sperimentazioni in vitro o sugli animali. Si prova una pianta e si vede che succede.

Il medicamento è da sempre frutto dell’osservazione

Un altro elemento d’osservazione è l’effetto sull’uomo di morsi di animali ritenuti velenosi, come i serpenti, oppure di reazioni indesiderate, se non addirittura mortali, che derivano dall’utilizzo di alcune piante.

Con la presa di coscienza della malattia, ossia un cambiamento nell’organismo inosservato fino a quel momento ma che percepiscono come ostile, i nostri predecessori iniziano a cercare qualcosa nel mondo circostante, in grado di guarirli – anche se il significato di questo termine coincide più che altro con lo “stare bene” – o di alleviare il loro dolore.

Giorgio Cantelli Forti

E quella ricerca non è mai finita: “La necessità di salute, di stare bene, accompagnerà sempre l’umanità – esordisce il professore Giorgio Cantelli Forti, Emerito di Farmacologia e Farmacoterapia presso l’Alma Mater Studiorum Università di Bologna, già presidente della Società Italiana di Farmacologia (SIF), e attualmente Presidente dell’Accademia Nazionale di Agricoltura. – Pertanto oggi sempre più si assiste al ruolo centrale che ha assunto la Farmacologia, come scienza e disciplina di cui deve necessariamente impadronirsi e aggiornarsi ogni medico nonché ogni professionista del settore della sanità. Oggi si richiede che una buona diagnosi debba essere accompagnata da una prescrizione terapeutica appropriata, principalmente basata su conoscenza aggiornata e approfondita del ‘farmaco’ come ‘rimedio’, in continua evoluzione grazie allo sviluppo delle conoscenze e all’evoluzione delle tecniche e metodologie”.

Come scrive il farmacologo Luciano Caprino nel libro “Il Farmaco, 7000 anni di storia” (Armando Editore), nel corso dei secoli, uomini e donne iniziano a riconoscere quali sostanze, provenienti dal mondo vegetale, possono ritenersi “terapeuticamente utili” e a distinguerle da quelle dannose o velenose. Apprendono come servirsi sia di sostanze tossiche, sia benefiche. Il punto infatti, oggi come allora, è che è la dose che fa il veleno. E sostanze nocive, se assunte in dosi minime, possono essere benefiche. Un’appropriata definizione storica definisce il “farmaco come un veleno dato a dosi terapeutiche”.

Dalla medicina ayurvedica indiana al papiro di Ebers egiziano

Ma non è solo l’Occidente il custode della farmacologia. Risalgono a circa 5000 anni fa in Asia, in alcuni templi indù sul fiume Jumna, alcune prove del fatto che la farmacologia inizia a svilupparsi anche in India, nelle rigogliose foreste lungo le rive del Gange, come parte integrante della medicina ayurvedica, il cui scopo è quello di aiutare le persone malate a curarsi e le persone sane a rimanere in salute e prevenire le patologie, attraverso l’equilibrio del dosha, l’insieme di tre energie vitali (chiamate pittavata e kapha). Questo tipo di medicina nasce proprio in India: in antichi testi indiani si trovano elencate centinaia di piante tra cui il ricino “che scaccia i venti dell’intestino e guarisce la colica”, e altri come l’oppio e la noce vomica, definiti inebrianti e narcotici.

Anche la Cina è custode di antiche tradizioni farmacologiche. La ricerca di farmaci in questo paese inizia con l’Imperatore Shen Nung (~ 2000 a.C.) che studia, provandole su sé stesso, le capacità terapeutiche di alcune centinaia di erbe. A lui viene fatto risalire il primo erbario cinese, che elenca ben 365 farmaci.

India, Cina e Antico Egitto hanno sviluppato importanti tradizioni farmacologiche

Anche gli antichi Egizi conoscono le virtù dei medicamenti e l’arte di somministrarli. A confermarlo è il Papiro di Ebers, scoperto nel 1873 dall’egittologo Georg Moritz Ebers e risalente al 1500 a.C., ma la sua datazione si riferisce con tutta probabilità ad almeno un millennio prima. Il trattato contiene modalità di preparazione di medicamenti a base di piante, miscelazione, triturazione o riduzione in polvere o decotto, e di assunzione, ingestione, inalazione o applicazione esterna. Purtroppo, è stato possibile identificare solo alcune piante citate nel papiro: molti dei nomi elencati sono riferiti a rimedi dei quali si ignora il contenuto. Fra quelli riconosciuti troviamo l’olio di ricino, la senna, il melograno, il tannino, l’oppio, l’aloe, la menta, il ginepro, il cumino e il finocchio.

Dai riti religiosi al metodo scientifico

L’arte di servirsi dei medicamenti – ricavati all’inizio dalla sola natura circostante – risale quindi a ben prima delle nascita di colui che viene considerato il “padre della medicina moderna”: Ippocrate di Kos, medico, geografo greco (460 a.C. circa – Larissa, 370 a.C), al quale si deve la rivoluzione del concetto di medicina, fino a quel momento identificata e associata ai soli principi di teurgia e filosofia, e che invece con lui acquisisce la dignità di professione e di disciplina scientifica, scevra da qualsiasi connotato magico.

Gli studi di Ippocrate danno origine a quella che sarà definita “medicina di osservazione e di esperienza”, che si basa sulla spiegazione logica di tutti i fenomeni fisiologici e patologici.

Gli studi di Ippocrate danno origine alla “medicina di osservazione e di esperienza”

Negli scritti del Corpus hippocraticum si trovano elencate, per la prima volta, le regole per raccogliere i “rimedi vegetali”, le norme per preparare i medicamenti, la loro classificazione in base all’effetto e le modalità di utilizzo. Come ricorda lo stesso Ippocrate: “Ogni guarigione ha la sua causa, sapere opportunamente usare i rimedi non è cosa da tutti”, dal De arte. E: “Quando il medico entra nell’ammalato deve già conoscere i singoli effetti dei medicamenti in base alle sue osservazioni e alle sue esperienze”, dal De decenti ornatu.

Il fondatore della medicina moderna intuisce come lo stesso farmaco possa avere effetti diversi sulle persone: “Lo stesso medicamento dovrebbe avere sempre la stessa azione, ma così non è poiché essa varia molto nei vari casi. I farmaci evacuanti ora purgano molto, ora poco, ora giovano, ora nuocciono, secondo i vari individui in cui sono adoperati”, dal De locis in homine.

O come lo stesso farmaco possa avere indicazioni terapeutiche differenti: “La mandragora che ad alte dosi produce l’insonnia, data a piccole dosi agli ansiosi, ai tristi, a coloro che soffrono di mania suicida, può guarire”, dal De locis in homine.

Galeno

Un’altra figura importante è quella di Galeno (Pergamo, 129 d.C. – Roma, 201 d.C. circa), considerato il più grande medico dell’antichità dopo Ippocrate.

Il principio di base della farmacoterapia, “Contraria contraris curantur”, locuzione latina che significa “i contrari vengono curati con i contrari”, è stato coniato da Galeno, e ancora oggi i medicinali preparati in farmacia portano il suo nome (galenici).

In seguito, Samuel Hahnemann, padre dell’omeopatia, lo utilizza quale fondamento della medicina convenzionale del XIX secolo, parlando di “allopatia” per distinguerla dal principio filosofico del “Similia similibus curantur, ossia “i simili si curano coi simili”, che ispira invece l’omeopatia.

I preparati galenici svolgono ancora oggi un ruolo chiave

I preparati galenici hanno rappresentato la maggior parte dei rimedi venduti in farmacia fino a tutto il XIX secolo, compresi i primi 30 anni del secolo XX.

Come vedremo più avanti, con lo sviluppo dell’industrializzazione, la produzione di farmaci è passata in mano alle grandi aziende, ma questo non ha impedito alle preparazioni galeniche di rivestire ancora oggi un importante ruolo. Ruolo che si è riscoperto anche durante la pandemia da Covid-19 in cui la galenica ha sopperito in alcuni casi a carenze di farmaci per curare i ricoverati di Covid-19.

Oggigiorno, tra i farmaci galenici si distinguono quelli officinali e quelli magistrali, da preparare sempre nel rispetto delle NBP, Norme di Buona Preparazione, nonché delle EUGMP, Norme Europee di buona fabbricazione.

È necessario fare una distinzione però fra i prodotti definiti farmaci, che dovranno essere realizzati utilizzando molecole API (Active pharmaceutical ingredients), sempre seguendo la normativa EUGMP, e quelli con destinazione cosmetica, alimentare, che non rientrano nella categoria farmaci e sono in libera vendita.

Dall’alchimia araba alla chimica medica di Paracelso

Tornando alla storia del farmaco, se il Medioevo rappresenta per l’Europa un periodo di buio, è invece l’epoca di maggior splendore per il modo arabo che sa raccogliere non solo l’eredità farmacologica greca e latina, ma anche quella indiana, assira ed ebrea.

In questo periodo, accanto a nuove sostanze vegetali, si introducono per la prima volta sostanze chimiche: da questa nuova cultura nasce l’alchimista, figura che da un lato permette di sviluppare conoscenze e dall’altro lavora per scoprire la Panacea universale, con I’intento di curare tutte le malattie, arrivando a prolungare in maniera indefinita la vita stessa.

Con la conquista da parte degli arabi di tutto il bacino del Mediterraneo, la medicina araba raggiunge il massimo del suo splendore, specialmente in Spagna, dove nascono grandi scuole a Siviglia, Granada e Salamanca.
In Italia si sviluppa nei monasteri una forma d’arte farmaceutica, arricchitasi attraverso la tecnica della distillazione imparata dal mondo arabo.

I medicamenti preparati nei monasteri traggono le basi proprio da questa tecnica, unita a quella della frantumazione, della triturazione, dell’infusione e della preparazione dei decotti.

All’inizio del XIII secolo nascono in Italia le prime università, istituti che segnano un distacco dal dogmatismo del tempo e iniziano ad essere enunciati principi medici più liberi e laici.

Con le prime università si definisce meglio la metodologia delle preparazioni medicinali

Sotto il re Federico II di Svevia sorge a Napoli la prima università, che ancora oggi porta il suo nome. Il re è promotore assoluto delle scienze, incoraggia il pensiero del tempo, dà spazio alle teorie arabe, stimolando gli studiosi a progredire nelle ricerche e nell’apprendimento in campo matematico, alchimistico e delle scienze naturali.

Durante il XIII e il XIV secolo si passa dalla “materia medica tossicologica” alla “tecnica farmaceutica”, con il preciso compito di definire la metodologia necessaria alle preparazioni delle varie formulazioni medicamentose.

In questo periodo alcuni studiosi fanno risalire la nascita della figura del farmacista – chiamato anche speziale, proprio dalle materie prime oggetto della sua pratica.

Questa figura, fino al 1100, era coincisa con quella del medico, visto che la sua opera spaziava in un arco di attività che comprendevano entrambe le professioni.

 

Durante i secoli XV e XVI si assiste ad un vero e proprio delirio alchimistico: principi, scienziati, curiosi e ciarlatani si dedicano a quest’arte, prodigandosi in ricerche in questo campo.

Figura chiave di questo periodo fu Philippus Aureolus Theophrastus Bombastus von Hohenheim detto Paracelsus o Paracelso (Einsiedeln, 1493 – Salisburgo, 1541): a lui si deve l’idea rivoluzionaria che le malattie sono causate da agenti esterni al corpo e non da squilibri degli umori.

Paracelso è contrario alla fitoterapia e si dedica alla scoperta di numerose sostanze ad azione terapeutica, divenendo il precursore della “chimica medica” basata sull’analisi dei minerali, precorritrice della moderna analisi chimica.

Sostiene che le piante medicinali sono “impure”, e che possono agire solo per una quinta essenza, o principio chimico attivo. Rifiuta le teorie di Ippocrate e Galeno e propone, al contrario di questi ultimi, di somministrare solo un prodotto unico, invece che una mistura di più medicamenti.

Paracelso è il precursore della “chimica medica” e si dedica all’isolamento del singolo principio attivo

L’isolamento del principio attivo era possibile, secondo Paracelso, con la distillazione o la concentrazione, effettuata attraverso diverse manipolazioni chimiche.

Lo scopo di questi sforzi era ottenere l’elisir di lunga vita.

Non c’è riuscito Paracelso e nessuno dopo di lui, anche se i farmaci hanno aiutato e aiutano tutt’oggi a vivere più a lungo. Forse l’elisir tanto ricercato alla fine era questo, un farmaco o farmaci che aiutassero a vivere meglio, e più a lungo. Non certo a renderci immortali.

L’opera di Paracelso rappresenta comunque un importante contributo al passaggio dall’alchimia alla moderna chimica farmaceutica. Il principio di Paracelso di somministrare un prodotto unico e il più puro possibile ha permesso di indentificare trattamenti come la cura della malaria, a partire dalla radice di china da cui si estrae il chinino.

Nel XIX secolo, la purificazione dell’oppio (da cui si produce la morfina) aiuta nel trattamento del dolore, ma anche della tosse, con farmaci a base di codeina (un derivato della morfina).

Oggi tutta l’industria farmaceutica è basata su questi sforzi di ricerca e purificazione delle sostanze.

La farmacologia come scienza

Con il XVIII secolo l’alchimia viene messa da parte e la materia inizia ad assumere le caratteristiche di vera e propria scienza.

Gli studiosi cominciano ad interessarsi in modo più specifico di principi attivi e di medicamenti. In questo periodo nasce la farmacologia sperimentale, che assume come base il principio metodologico della sperimentazione sistematica, sia in vitro, sia sugli organismi viventi.

Durante il XIX secolo si comprende in maniera più precisa il potere medicamentoso delle droghe vegetali, dei principi attivi che se ne possono ricavare, e si registra un importante sviluppo della fisiologia sperimentale e della chimica, ora, a tutti gli effetti, riconosciuta come scienza.

Nel corso del 1800 iniziano i primi studi per ottenere nuovi preparati da sintesi chimica

Il fondatore della farmacologia moderna è Oswald Schmiedeberg, farmacologo, chimico e farmacista tedesco (1838 – 1921), a cui si devono gli studi sull’approfondimento della conoscenza dei vari composti, ma anche al loro raggruppamento per reazione farmacologica analoga, dando origine alla prima classificazione scientifica dei farmaci.

Nel corso del XIX secolo iniziarono i primi studi rivolti ad ottenere, attraverso la sintesi chimica, nuove sostanze destinate a diverse applicazioni farmacologiche. Si tratta di sostanze create in laboratorio e non più ricavate dal mondo vegetale o minerale.

Tra la fine del XIX e l’inizio del XX nascono, soprattutto in Germania, i primi Istituti Scientifici autonomi, con la denominazione riferita all’attività all’inizio di “materia medica” e successivamente di “farmacologia”. Il rapido sviluppo della chimica mette a disposizione della farmacologia un numero crescente di molecole.

Il ventesimo secolo

All’inizio del XX secolo i farmaci potevano essere ottenuti sia da preparati di sintesi, sia da materie di origine vegetale, animale e minerale.

La scienza farmacologica prosegue, studiando gli effetti dei farmaci sulla fisiologia di un organismo vivente: dai processi metabolici, agli effetti su cuore, muscoli ad altri apparati.

Fino agli anni ’50, il numero delle preparazioni farmacologiche è molto limitato e di poco rilievo.

I farmaci si presentano in pillole e compresse, anche colorate, accompagnate da foglietti “bugiardi” (chiamati poi bugiardini), chiamati così perché più attenti ad esaltare le caratteristiche del farmaco, piuttosto che citare gli eventuali effetti collaterali (oggi si chiamano foglietti illustrativi, ancora bugiardini nel linguaggio comune, ma sono molto dettagliati, soprattutto sul fronte degli effetti collaterali).

Nel corso del XX secolo si assiste ad una crescita esponenziale di nuovi medicamenti e classi di farmaci. Sulfamidici, penicillina, insulina, vitamine, anticoagulanti vengono scoperti ed introdotti nella prima metà del secolo, mentre, in seguito alla Seconda guerra mondiale, arrivano farmaci dedicati all’ipertensione arteriosa, per le malattie metabolico-degenerative, antitumorali, nonché farmaci per i disturbi mentali gravi.

Senza dubbio, i farmaci messi a disposizione nel corso del XX secolo hanno contribuito a migliorare la qualità e l’aspettativa di vita, che fino ai primi anni del ‘900 si attestava attorno ai 50 anni.

Vaccini, chemioterapici e antibiotici sono i farmaci che hanno cambiato in primis la storia dell’uomo

“I medicinali che hanno cambiato in primis la storia dell’uomo – riprende Cantelli Forti– sono stati essenzialmente tre: i vaccini prima, i chemioterapici quali i sulfamidici e infine gli antibiotici. L’attuale grave rischio, come anche recentemente affermato dall’OMS, è il diffondersi della resistenza a tutti gli antibatterici a causa del loro cattivo e inappropriato uso, con conseguente perdita di efficacia e mancata risposta terapeutica. La ricerca clinica su nuovi antibiotici ha avuto una preoccupante flessione con l’inizio di questo secolo ed è bene ricordare che lo sviluppo di un nuovo farmaco richiede da 10 a 14 anni”.

L’arrivo delle biotecnologie e delle terapie geniche

Negli ultimi due decenni del ventesimo secolo si sono verificati due eventi di portata rivoluzionaria, che hanno cambiato la base della ricerca farmacologica, aprendo la strada per future implementazioni scientifiche.

Si tratta dei farmaci realizzati mediante tecniche di ingegneria genetica, dette comunemente biotecnologie, e delle scoperte riguardanti il patrimonio genetico delle cellule.

Come ci ricorda AIFA, per biotecnologia si può intendere tutto ciò che implica l’utilizzo di sistemi viventi o di ingegneria biologica molecolare per la creazione e la realizzazione di prodotti biologici a fini terapeutici o diagnostici: proteine ricombinanti (ormoni, interferoni, interleuchine, fattori di crescita, enzimi e fattori del sangue), anticorpi monoclonali, peptidi (ricombinanti e sintetici ingegnerizzati), molecole ingegnerizzate (come proteine di fusione, frammenti mAb e derivati, liposomi, e polimeri), terapie cellulari e tissutali, terapie genetiche (geni e frammenti antisenso e inibitori dell’RNA) e vaccini (ricombinanti e ingegnerizzati a livello molecolare oppure a base di RNA messaggero, come quelli introdotti per la Covid-19).

Dall’autorizzazione della prima insulina ricombinante nel 1982 un numero considerevole di prodotti biofarmaceutici è stato autorizzato per il trattamento di una grande varietà di patologie, grazie agli straordinari progressi registrati negli ultimi 30 anni nel settore delle biotecnologie.

L’autorizzazione della prima insulina ricombinante risale al 1982

Nei primi anni del secolo XXI, il completamento del sequenziamento del DNA, iniziato nel secolo precedente, innesca ulteriori ricerche in grado di stabilire le basi per lo sviluppo degli studi sul patrimonio genetico (genoma) di ciascun individuo, segnando anche il progresso nella biologia molecolare.

L’esito di questi progressi porterà ad uno sviluppo progressivo della farmacogenomica di pari passo con la farmacogenetica, ossia quelle scienze che, sulla base degli studi sul patrimonio genetico, si propongono di identificare la risposta ai farmaci legati ai fattori genetici. Nello specifico, la farmacogenetica studia le differenze genetiche che influenzano la variabilità della risposta farmacologica tra individui; la farmacogenomica identifica le differenze genetiche utili per lo studio di nuovi farmaci e il loro sviluppo.

Oggi più che mai è necessario diffondere una maggiore cultura sulla farmacologia e sull’uso dei farmaci

“Dobbiamo tener presente che i medicinali del futuro si svilupperanno presumibilmente in due direzioni – ha ripreso l’ex presidente della SIF – la prima verso la medicina personalizzata, basata su biotecnologie o terapie geniche, che sarà focalizzata soprattutto sulle malattie rare ed oncologiche, mentre la seconda verso le malattie ‘comuni’, che riguardano la massa, e che continueranno a esistere. Ed è qui che si sta abbassando la guardia: i medici di famiglia spesso prescrivono con troppa facilità antibiotici o altre cure senza fare una corretta diagnosi o assecondando la ‘moda’ voluta dal paziente. Per contro, molte persone si curano da sole, senza nemmeno consultare il medico, e usano antibiotici quando non ce n’è bisogno, per fare un esempio. Ecco perché oggi più che mai è necessario diffondere una maggiore cultura e sensibilizzazione sulla farmacologia e sull’uso dei farmaci, tra la popolazione e, soprattutto, tra i medici. Da non trascurare che un comportamento appropriato e più virtuoso favorirebbe il contenimento della spesa sanitaria con possibilità di maggiori risorse a disposizione di malattie gravi e rare”.

L’ultima frontiera: le terapie digitali

Qualche anno fa sono state introdotte le terapie digitali, o DTx dal termine inglese Digital Therapeutics, vale a dire interventi terapeutici basati su software in grado di integrare o sostituire i tradizionali schemi terapeutici in uso. In Italia ancora non sono arrivate, ma sono già presenti negli Usa e in alcuni paesi europei come la Germania.

Le DTx non curano come i farmaci “tradizionali”, ma sono concepite con lo scopo di modificare la condotta di un paziente al fine di migliorare gli esiti della sua malattia.

Nel caso di una terapia digitale il principio attivo, se così vogliamo chiamarlo, è un algoritmo: una app per smartphone, un videogioco, un sensore che regola un inalatore di farmaci per il respiro.

Le terapie digitali si focalizzano sulla condotta del paziente, per migliorare gli esiti della sua malattia

La scelta della tipologia di somministrazione più appropriata dipende quindi anche alle caratteristiche del paziente (adulto, bambino, anziano) al quale è destinata, nonché dall’indicazione terapeutica.

Si stanno rivelando particolarmente utili nelle patologie rientranti nella sfera comportamentale e psicologica, nelle malattie degenerative, nei problemi respiratori di particolare gravità come la BPCO (Broncopneumopatia cronica ostruttiva) e asma, nonché insonnia, ipertensione, ADHA (dall’inglese Attention Deficit Hyperactivity Disorder, ossia Disturbo da Deficit di Attenzione Iperattività), ansia, depressione, autismo, patologie cardio-circolatorie.

 

In un futuro che è già iniziato, la scienza sarà in grado di identificare “il farmaco” o meglio la farmaco-terapia migliore (chimica, biomolecolare, genetica) e il dosaggio personalizzato, offrendo un trattamento farmacologico sempre più mirato. Ma non bisogna dimenticarsi delle patologie croniche, delle malattie “banali” quale l’influenza e di tutte quelle patologie non gravi ma che, se curate male, provocano resistenza ai farmaci e, sul lungo periodo, possono sfociare in malattie molto più serie.

Decreti semplificazioni: che cosa cambia per il procurement sanitario

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Decreti Semplificazioni: con la Legge 120 del 2020 e con il Decreto-Legge 77 del 31 maggio 2021, l’Italia ha ridefinito una nuova governance nazionale in tema di rilancio e resilienza post-pandemia. Lo scopo è quello di irrobustire e accelerare la macchina burocratica amministrativa in tutti quegli ambiti che contribuiscono all’attuazione del piano di rilancio nazionale.

Gli interventi previsti dal PNRR sono di ampio spettro e sono divisi in missioni: la 6 riguarda il mondo della sanità, uno degli ambiti più impattanti in uno scenario post-epidemico in cui amministrazioni centrali e locali, regioni ed enti locali devono lavorare congiuntamente. Per facilitare e velocizzare gli approvvigionamenti di forniture sanitarie e renderli in linea con le nuove necessità il Decreto Semplificazioni ha introdotto interessanti novità che vale la pena conoscere nel dettaglio. Fra tutte c’è l’innalzamento del tetto per l’affidamento diretto di beni e servizi delle pubbliche amministrazioni, che è inizialmente passato da una soglia di 40 mila euro a 75 mila euro, sino ad approdare a 139 mila euro con le ultime modifiche apportate dall’art. 51 del Decreto-Legge 77/2021. Ne abbiamo parlato con Lorenzo Tognazzi, legale esperto in diritto amministrativo e public procurement.

Decreti Semplificazioni: snellire, alleggerire, velocizzare gli appalti

Da un lato il fine è quello di rendere la pubblica amministrazione più forte e operativa per garantire la velocità nella realizzazione delle opere e degli approvvigionamenti. Dall’altro il decreto vigila sulla trasparenza e punta ad ampliare la platea dei soggetti che vogliono lavorare con il pubblico, essendo in grado di offrire competenza e puntualità.

Nella prima direzione va la prima decisione, valida fino al 31 ottobre 2021, di spostare in avanti il limite della quota di subappalto dal 30 al 50 per cento dell’importo globale di contratti di lavoro, servizi e forniture. Resta vietato cedere integralmente il contratto d’appalto e affidare a terzi l’intera esecuzione delle prestazioni lavorative. Il subappaltatore deve garantire i medesimi standard qualitativi e prestazionali previsti nel contratto di appalto e riconoscere ai lavoratori un trattamento economico e normativo non inferiore a quello che avrebbe garantito il contraente principale, compresa l’applicazione dei contratti collettivi nazionali di lavoro. Dal mese di novembre 2021 invece il limite del 50 per cento cade completamente. Non ci sono più limiti all’appalto ma restano, nero su bianco, una lista di prestazioni o lavorazioni che le stazioni appaltanti stilano e che devono essere eseguite obbligatoriamente dall’aggiudicatario dell’appalto. Sia il contraente principale che il subappaltatore risultano responsabili in solido verso la stazione appaltante.

Obiettivi principali sono rendere la PA più forte e operativa e vigilare sulla trasparenza

A maggior tutela delle PA ma anche dei concorrenti privati, le informazioni relative alla programmazione, all’aggiudicazione e all’esecuzione delle opere vengono gestite dall’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC). Nella nuova banca dati interoperabile vengono aggiunti i dati di tutti gli operatori economici in un fascicolo virtuale che dovrà facilitare la verifica delle informazioni relative all’esperienza pregressa documentata, al personale qualificato e al possesso di un’adeguata strumentazione tecnica.

Grazie agli appalti integrati, infine, è possibile effettuare un unico affidamento sia per la progettazione che per la realizzazione delle opere che sono in linea con gli obiettivi del PNRR. Sulla base della fattibilità tecnico-economica vale il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa che tiene conto sia dei costi che della qualità della prestazione o del servizio offerto. Il Decreto Semplificazioni bis prevede fino al 30 giugno 2023 la sospensione del divieto di appalto integrato per ogni tipologia di opera; la sospensione dell’obbligo di avvalersi dell’Albo dei Commissari costituito presso ANAC; la sospensione per tutti i Comuni non Capoluogo dell’obbligo di aggregazione per l’affidamento degli acquisti di servizi, forniture e lavori (ma limitatamente alle procedure non afferenti gli investimenti pubblici finanziati in tutto o in parte con le risorse del PNNR nonché dalle risorse del Piano nazionale per gli investimenti complementari); la sospensione dell’obbligo di indicare la terna dei subappaltatori in fase di gara; la possibilità di affidare lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria con un livello semplificato di progettazione definitiva; la possibilità di inversione procedimentale anche nei settori ordinari con apertura delle offerte economiche prima della verifica della idoneità;  la possibilità, per i soggetti attuatori di opere per le quali deve essere realizzata la progettazione, di poter avviare le relative procedure di affidamento anche in caso di disponibilità di finanziamenti limitati alle sole attività di progettazione.

Articolo 1, nuove soglie per affidamenti diretti e procedura negoziata

Il Decreto Semplificazioni, come recentemente modificato dall’art. 51 del Decreto Semplificazioni bis, prevede che fino al 30 giugno 2023 le pubbliche amministrazioni possano fare affidamento diretto di servizi e forniture sotto i 139.000 euro, fermo restando il rispetto dei principi di economicità, efficacia, tempestività, correttezza, libera concorrenza, non discriminazione, trasparenza, proporzionalità e pubblicità. Il limite per l’affidamento diretto per i lavori resta invece inferiore a 150.000 euro.

L’articolo 1 del Decreto ha quindi notevolmente innalzato i precedenti valori entro cui era possibile procedere con l’affidamento diretto. Oltre tali limiti è previsto il ricorso alla procedura negoziata senza bando di cui all’articolo 63 del Codice dei contratti, con previa consultazione di 5 operatori scelti sulla base delle indagini di mercato e secondo il principio della rotazione, nel caso di affidamento di servizi di fornitura, ivi compresi servizi di ingegneria e architettura, di importo pari o superiore a 139 mila euro e sino alle soglie di rilevanza comunitaria o per l’affidamento di lavori da 150 mila a 350 mila euro. Questo ultimo limite relativo agli appalti di lavori è stato poi spostato a fino a 1 milione di euro, rimanendo prevista la consultazione di almeno 5 operatori se esistenti.

Fino al 30 giugno 2023 la PA può fare affidamento diretto di servizi e forniture sotto i 139.000 euro

Sempre per i lavori, oltre la soglia di 1 milione di euro e fino alla soglia comunitaria (5.350 milioni di euro) il nuovo disposto del Decreto Legge Semplificazioni prevede invece la consultazione di dieci operatori. In caso di affidamento diretto la stazione appaltante può procedere determinando l’oggetto dell’affidamento, l’importo, il fornitore, le ragioni della scelta del fornitore, il possesso da parte sua dei requisiti di carattere generale e il possesso dei requisiti tecnico-professionali. Nel caso di procedura negoziata senza bando, le stazioni appaltanti procedono invece a loro scelta all’aggiudicazione, sulla base del criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa o del prezzo più basso e nel rispetto dei principi di trasparenza, di non discriminazione e di parità di trattamento. L’avviso sui risultati della proceduta di affidamento, la cui pubblicazione non è obbligatoria per gli affidamenti inferiori a 40 mila euro, deve contenere anche l’indicazione dei soggetti invitati.

Infine, merita una menzione la disposizione di cui al comma 4, che prevede la generalizzata esenzione dalla richiesta delle garanzie provvisorie dell’art. 93 del d.lgs. 50/2016, fatta salva la possibilità per la stazione appaltante di prevederne la costituzione in ragione di particolari condizioni che ne giustifichino la richiesta.

Articolo 2, proroghe sopra soglia

Anche le procedure di gara per l’aggiudicazione dei contratti pubblici sopra soglia hanno subito qualche variazione. L’articolo 2 del D.L. 76/2020 modifica il Codice degli appalti per quanto riguarda le procedure aperte, ristrette o previa motivazione sulla sussistenza dei presupposti previsti dalla legge e della procedura competitiva con negoziazione. In tali casi si prevede l’applicazione dei termini ridotti.

Per i settori ordinari si prevede la procedura negoziata (articolo 63 del Codice dei contratti pubblici) mentre per i settori speciali si prevede la procedura negoziata “nella misura strettamente necessaria quando, per ragioni di estrema urgenza derivanti dagli effetti negativi della crisi causata dall’emergenza epidemiologica i termini, anche abbreviati previsti dal comma 2, non possono essere rispettati”.

Responsabilità erariale e penale

Anche la responsabilità amministrativa (o responsabilità erariale) con il Decreto Semplificazioni è stata oggetto di importanti modifiche normative: sino al 31 dicembre 2021, la responsabilità erariale è limitata solo ai casi di dolo, specificando (articolo 21) che “la prova del dolo richiede la dimostrazione della volontà dell’evento doloso”, aggiungendo una regola generale che sino ad ora non era contemplata nell’azione di responsabilità (ex art. 1 della Legge n. 20/1994). Questa novità deriva dall’esigenza di evitare l’immobilismo della PA in tempi del tutto eccezionali di emergenza sanitaria. Dall’altro lato evita, in misura temporanea, un’eccessiva responsabilizzazione dei funzionari pubblici nell’esercizio delle proprie mansioni.

Sino al 31 dicembre 2021, la responsabilità erariale è limitata solo ai casi di dolo

Nel caso di responsabilità a titolo di dolo, la prova deve riguardare sia il dolo dell’azione o dell’omissione, sia il dolo dell’evento. Ciò significa che la limitazione temporanea di responsabilità solo per dolo si applica nell’ipotesi di condotte commissive, ma non opera nei casi di condotte omissive o inerzia, che ricadono quindi sotto la addebitata responsabilità amministrativa non solo in caso di dolo, ma anche in caso di colpa grave. Al funzionario o al professionista legato da un rapporto di servizio con la PA non si può quindi addebitare una responsabilità erariale per colpa lieve, ma solo per colpa grave o per dolo.

Come sono cambiate e come cambieranno le strategie di gara

Nei settori in cui i competitor sul mercato sono pochi, come nel caso dell’ambito sanitario e farmaceutico, le strategie di gara sono destinate a cambiare per adattarsi e sfruttare al meglio le novità previste dal decreto. Per le PA si delinea, d’altro canto, l’opportunità di ottenere offerte da una pluralità di fornitori garantendosi un approvvigionamento più snello in cui i clinici possano avere più scelta in fase prescrittiva.

Le lezioni imparate dalla pandemia possono essere un’occasione di cambiamento. D’altro canto, il periodo emergenziale ha evidenziato diverse criticità, come spiegato dall’avvocato Lorenzo Tognazzi, esperto in diritto delle pubbliche amministrazioni: “Il contesto pandemico ha posto in evidenza, con immane concretezza, taluni limiti sistemici in materia di contratti pubblici. L’iperburocratizzazione della materia e la rigidità della regolamentazione hanno disvelato significativi profili di criticità in relazione all’emergere di fabbisogni urgenti ed incomprimibili a tutela di beni primari quali la salute e l’integrità fisica, costringendo i Provveditorati delle Pubbliche Amministrazioni del settore sanitario a fare diffuso ricorso a procedure di carattere non ordinario, fondate su presupposti motivazionali molto stringenti e circoscritti”.

L’iperburocratizzazione della materia e la rigidità della regolamentazione hanno svelato criticità nella gestione di fabbisogni urgenti

L’emergenza ha riportato al centro del dibattito la storica contrapposizione tra esigenze non sempre in perfetto equilibrio: da una parte la necessità di procedere con la massima tempestività e operatività a perfezionare soluzioni acquisitive altamente performanti, dall’altra il rispetto di disposizioni procedurali poste a presidio della legittimità dell’operato della PA e talvolta non in grado di corrispondere in modo puntuale alle concrete finalità approvvigionamentali presupposte all’iter acquisitivo.

“Sul punto, è doveroso ribadire come il prezioso patrimonio normativo e regolamentare in materia di contratti pubblici, peraltro di derivazione comunitaria, rappresenti un fondamentale strumento di contrasto ai fenomeni di maladministration e di disfunzione nell’utilizzo di pubbliche risorse – ha proseguito Tognazzi -. La drammaticità della pandemia ha tuttavia imposto un ordine di priorità ineluttabile, ponendo al centro del sistema fabbisogni “salvavita” non programmati e, con particolare riferimento alle prime fasi dell’emergenza, di difficilissima reperibilità sia sul mercato nazionale che internazionale. Non è un caso che, a fronte di una simile situazione, il legislatore sia intervenuto con grande responsività per introdurre norme di semplificazione procedurale e incentivare gli investimenti pubblici nel contesto emergenziale, sia negli appalti sotto soglia che in quelli sopra soglia”.

Le linee sono state tracciate, ma la PA deve districarsi in un sistema complesso

Le linee sono state tracciate. Ma la molteplicità di direzioni possibili lascia alle pubbliche amministrazioni la responsabilità di districarsi in un sistema complesso: “Se si eccettuano taluni interventi legislativi di massima urgenza adottati estemporaneamente nelle fasi inziali dell’emergenza, un primo pacchetto organico di disposizioni di semplificazione è stato trasfuso nel D.L. 76/2020 convertito con la Legge 11 settembre 2020, n. 120, con il quale sono state formalizzate talune  importanti norme derogatorie al Codice dei Contratti pubblici in relazione ai contratti sotto soglia, nonché alcune previsioni acceleratorie e di alleggerimento procedurale di carattere sistemico – ribadisce Tognazzi -. Da ultimo, il Legislatore è nuovamente intervenuto con il DL 31 maggio 2021, n. 77, con il quale sono state introdotte specifiche disposizioni approvvigionamentali a sostegno dell’attuazione del PNRR, nonché nuove generali norme di semplificazione, il cui orizzonte temporale di operatività è stato spostato al 30 giugno 2023. Pur non potendo non riconoscersi la significativa rilevanza degli interventi normativi più recenti in materia, rimane inteso che gli operatori di settore auspicano l’adozione di interventi di riforma di ampia organicità, affinché sia superata la frammentazione delle disposizioni di settore e siano resi disponibili strumenti di lavoro idonei a marginalizzare contraddizioni ermeneutiche e a garantire un sistema in linea con esigenze di certezza e di economicità procedurale, quantomai rese attuali dalla situazione di eccezionalità di natura pandemica”.

Nell’emergenza è stato fatto ampio ricorso alla procedura negoziata senza previa pubblicazione del bando di gara

“In contesto emergenziale si è certamente osservato un diffuso ricorso alla procedura negoziata senza previa pubblicazione del bando di gara di cui all’art. 63 comma 2 lett. c) del D.Lgs. 50/2016, che prevede la possibilità di ricorrere a un iter procedurale semplificato, con la consultazione di almeno 5 operatori economici ove sussistenti, nella misura strettamente necessaria quando, per ragioni di estrema urgenza derivante da eventi imprevedibili dall’amministrazione aggiudicatrice, i termini per le procedure aperte o per le procedure ristrette o per le procedure competitive con negoziazione non possono essere rispettati – ha specificato il legale -. La norma precisa che le circostanze invocate a giustificazione del ricorso alla procedura non devono essere in alcun caso imputabili alle amministrazioni aggiudicatrici”.

“Appare verosimile che le condizioni straordinarie di natura pandemica, quantomeno nelle fasi iniziali dell’emergenza, potessero essere ragionevolmente invocate a fondamento della decisione di ricorrere a tale strumento acquisitivo di carattere eccezionale – ha affermato Tognazzi -. Sul punto, è interessante notare come le Autorità di riferimento in ambito comunitario e nazionale siano intervenute per fornire alcuni orientamenti sull’utilizzo del quadro normativo in materia di contratti pubblici nella situazione di crisi determinata dall’epidemia di Covid-19”.

Da una parte la Commissione Europea, con la Comunicazione 2020 C/108 I/01 del 1 aprile 2020, ha illustrato le opzioni e i margini di manovra possibili a norma del quadro dell’UE in materia di appalti pubblici per l’acquisto di forniture, servizi e lavori necessari per fronteggiare l’emergenza, avendo cura di chiarire che, in disparte dalla prevalente opzione di riduzione dei termini delle procedure ordinare, il sistema definito dalla procedura negoziata d’urgenza – peraltro tipizzata a livello comunitario in modo più flessibile rispetto a quanto dedotto nella più rigida normativa nazionale di recepimento – potesse rappresentare una efficace opzione di negoziazione prevista dalla legislazione europea (direttive 2014/UE) per soddisfare con la massima celerità i fabbisogni straordinari ed indilazionabili determinati dalla particolare congiuntura di crisi sanitaria.

Anche la Commissione UE è intervenuta per chiarire le opzioni possibili nella pandemia

“La Commissione ha avuto cura di ricordare che, in un contesto di oggettiva eccezionalità, una siffatta matrice procedurale consente di negoziare direttamente con i potenziali contraenti, non essendo previsti nella Direttiva obblighi di pubblicazione, termini, numero minimo di candidati da consultare o altri obblighi procedurali. Da altra prospettiva è intervenuta invece l’ANAC che, pur richiamando gli orientamenti comunitari in materia di affidamenti in somma urgenza, è sembrata aver adottato un approccio di maggior cautela in ordine all’utilizzo diffuso di strumenti straordinari caratterizzati da una parziale limitazione dei principi di massima concorrenza, pubblicità e trasparenza – ha commentato il legale -. A tal proposito, l’Autorità Nazionale Anticorruzione, con Comunicato del Presidente del 22 aprile 2020, ha specificamente soffermato il focus ricognitivo sulle disposizioni acceleratorie e di semplificazione vigenti in materia di procedure di aggiudicazione, articolando una rassegna riepilogativa delle possibilità, già presenti nella codificazione nazionale, di accelerare l’espletamento delle procedure ordinarie attraverso l’applicazione di quelle disposizioni che prevedono, in caso d’urgenza adeguatamente motivata, la facoltà di considerevole riduzione dei termini procedurali”.

“Non sarà sfuggito ai più attenti osservatori come l’orientamento promosso dall’Autorità sia stato successivamente riproposto dal legislatore, il quale, con una specifica puntualizzazione normativa, si è sentito in dovere di precisare, al comma 3 dell’art. 2 del DL 76/2020 convertito con Legge 120/2020, che la procedura negoziata d’urgenza può essere utilizzata ‘nella  misura strettamente necessaria quando, per ragioni di estrema urgenza derivanti dagli effetti negativi della crisi causata dalla pandemia da COVID-19 o dal periodo di sospensione delle attività determinato dalle misure di contenimento adottate per fronteggiare la crisi, i termini, anche abbreviati, previsti dalle procedure ordinarie non possono essere rispettati’ – ha concluso Tognazzi -. Gli interventi della Commissione e dell’Autorità hanno contribuito a fornire agli operatori di settore un prezioso strumento ricognitivo ed esegetico per gestire una materia così complessa in un contesto congiunturale permeato da inediti elementi di eccezionalità sistemica e di forte pressione.

La crisi sanitaria ha imposto l’utilizzo di strumenti di negoziazione per definire nel minor tempo possibile soluzioni acquisitive di massima appropriatezza tecnica

Ancor più che in altre circostanze, il ruolo dell’interprete e le competenze dell’operatore pubblico hanno assunto una centralità determinante nell’assicurare una gestione efficiente dell’emergenza e garantire la soddisfazione di fabbisogni funzionali alla tutela di beni primari. La crisi sanitaria ha imposto l’utilizzo di strumenti di negoziazione atti a definire nel minor tempo possibile soluzioni acquisitive di massima appropriatezza tecnica, nel rispetto dei vincoli ordinamentali e dei principi fondamentali che orientano la materia. Mai come in un simile scenario la capacità di corrispondere al corretto contemperamento dei valori coinvolti nell’azione amministrativa è stata fondamentale per orientare le migliori decisioni strategiche a servizio del preminente interesse della collettività”.

Fascicolo sanitario elettronico: uno strumento in continua evoluzione

Il fascicolo sanitario elettronico ha mostrato tutta la sua utilità con la pandemia di Covid-19 ed è stato attivato per tutti i cittadini, seppur con qualche difficoltà. Nel PNRR si parla della sua evoluzione: quali progetti dovrebbero essere prioritari per raggiungere gli indicatori previsti dal Piano, e chi se ne occuperà?

 

Intervista a Enrica Massella Ducci Teri, Responsabile Servizio Gestione Ecosistemi, Area Trasformazione Digitale – AGID (Agenzia per l’Italia Digitale)

L’infodemia ai tempi della Covid-19

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Infodemia: la seconda “epidemia” causata dalla Covid-19. In tempi non sospetti David J. Rothkopf, giornalista del Washington Post, aveva lanciato questo neologismo destinato a diventare molto attuale ai giorni nostri. In un suo articolo di commento sulla SARS, scritto nel 2003 e dal titolo “When the Buzz Bites Back, Rothkopf ha coniato la parola “infodemic” per descrivere la patologia che affligge chi viene sommerso da una quantità troppo alta di informazioni tanto da andare incontro ad una vera e propria indigestione mediatica. La moltitudine di notizie nella quale si trovano mischiate la buona informazione e le fake news porta alla disinformazione. Niente di più attuale se pensiamo alla difficoltà riscontrate negli ultimi due anni di pandemia nel districarsi con le informazioni relative alla Covid-19.

L’avanzata del virus è andata di pari passo con uno tsunami di disinformazione che ancora oggi, fra no-vax, negazionisti e fieri oppositori delle misure precauzionali necessarie per evitare l’aumento dei contagi, contribuisce a creare sfiducia e preoccupazione fra i cittadini.

La disinformazione è un concetto complesso che racchiude in sé diverse sfumature

In questo calderone però occorre chiarire che la disinformazione è un concetto complesso che racchiude in sé diverse sfumature. Esiste infatti la disinformazione vera e propria, intesa come intento consapevole di gettare fumo negli occhi, dando notizie false allo scopo di avvalorare le proprie tesi, ma anche la “malinformazione” e la “misinformazione”. Nel primo caso notizie vere che avrebbero dovuto restare nella sfera privata vengono diffuse per creare un danno a qualcuno. Viceversa, la misinformazione avviene quando si diffondono informazioni false senza il reale intento di disinformare ma solo perché si crede di essere in possesso della verità certificata. Quest’ultimo caso è senz’altro quello che una buona comunicazione politico-istituzionale, coordinata da esperti comunicatori e non improvvisata, può prevenire al fine di offrire ai propri cittadini le informazioni corrette a proposito dei temi legati alla salute e non solo.

I social media e la condivisione della misinformazione

Se la malinformazione è certamente la prima sorgente di disinformazione, i social media ne sono il suo mezzo principale. Secondo una ricerca a campione del Reuters Institute for the Study of Journalism, i social media sono infatti la fonte dell’88% della misinformazione circolante. Mentre sta emergendo sempre di più il grande ruolo di responsabilità di aziende come Facebook o Twitter, e in generale delle altre piattaforme social, nel veicolare e dare spazio a messaggi potenzialmente pericolosi perché falsi o ideologici, anche i sistemi di messaggistica individuale, come Whatsapp o Facebook Messenger, sono spesso veicolo di contenuti che sfuggono al controllo indiretto di terzi o dell’opinione pubblica in generale e quindi si prestano molto bene a diffondere notizie non verificate a vantaggio di questa o quella tesi. Secondo il policy brief dell’OCSE “Combatting COVID-19 disinformation on online platforms”, la portata reale della disinformazione è difficile da stimare, e lo è anche perché le ricerche suggeriscono che le persone sono propense a condividere misinformazione più di quanto credono.

Il principio di trasparenza e la manipolazione della verità scientifica

Una corretta ed efficace comunicazione pubblica è alla base dei principi dell’open government. Trasparenza, cittadinanza digitale, partecipazione dei cittadini e responsabilità sono gli obiettivi del piano d’azione nazionale 2019-2021 sottoscritto dal Ministero della Pubblica Amministrazione per creare un rapporto virtuoso, fondato sulla fiducia, fra cittadini e istituzioni. In che modo i principi dell’open government possono informare le decisioni politiche? Diverse iniziative dell’OCSE, come il documento riportato sopra e il Directorate on Science, Technology and Innovation (STI), se ne stanno occupando.

I risultati evidenziano come attorno al Coronavirus si siano diffuse molte informazioni scorrette sfruttando la situazione di incertezza in cui versa attualmente ancora la ricerca scientifica, vista la “novità” del tema.

A differenza di tanti altri casi di disinformazione diffusa, i contenuti attuali completamente inventati sono molto pochi, mentre proliferano i casi in cui fatti e dati reali vengono messi al servizio di teorie strampalate. Secondo l’analisi del Reuters Institute su un campione di contenuti falsi sulla Covid-19, il 59% di questi si basa in una certa misura su informazioni vere che sono state manipolate, mentre il 38% è interamente inventato. Ciò mina la fiducia della collettività sull’efficacia delle cure e delle misure di prevenzione proposte dai governi, che in ambito sanitario devono agire per limitare la disinformazione, incentivando la diffusione delle notizie qualificate e validate dalla scienza.

Il 59% dei contenuti falsi sulla Covid-19 si basa in certa parte su informazioni vere ma manipolate

È importante anche saper rendere riconoscibili le fonti istituzionali, in quanto spesso le fake news si nutrono di una parvenza di autorevolezza proprio dando voce a persone che si fingono esperte o attribuendo falsamente le proprie tesi a enti sanitari, rendendo meno immediato smascherarle, complice anche la perdita di fiducia generale nei media.

Secondo un’analisi OCSE condotta nel 2020 la pandemia ha inferto un ulteriore colpo alla fiducia nelle istituzioni pubbliche, crollata sensibilmente dopo la crisi finanziaria mondiale del 2008. Un’indagine Edelman sempre del 2020 ha rivelato che su dieci Paesi solo il 48% aveva fiducia nei propri governi come fonte di informazioni sul virus, mentre sembra che l’iniziale esitazione da parte dei governi nel comunicare in modo deciso le notizie riguardanti la pandemia, evitando di esprimere incertezza e incognite, abbia lasciato spazio alla diffusione della misinformazione, alla ricerca di risposte tempestive.

L’importanza di comunicare l’incertezza sta invece alla base della comunicazione scientifica, vista la sua natura transitoria e comunque legata alle scoperte via via emergenti nel panorama scientifico mondiale.

L’educazione come prevenzione alle fake news

L’aumento del consumo di clorochina e idrossiclorochina, i tentativi di danneggiare le antenne del 5G, il rifiuto dei vaccini e delle mascherine in favore di rimedi come vitamina C o iniezioni di disinfettanti, l’incredulità rispetto all’esistenza del virus di fronte all’evidenza conclamata dai fatti e dai dati, oltre che dai decessi provocati in tutto il mondo dalla pandemia. Tutti questi atteggiamenti si basano, secondo gli esperti, su alcune gravi lacune delle conoscenze di base sui temi della salute pubblica.

Lo studio del Reuters Institute suggerisce che in questo frangente pandemico “i governi non sono sempre riusciti a fornire informazioni chiare, utili e affidabili per rispondere a pressanti questioni pubbliche”. Anche per coloro che potevano vantare una cultura sanitaria medio alta, il grande volume di dati, riversati spesso acriticamente sul pubblico dai media in una situazione di comprensibile timore generalizzato per ciò che stava accadendo, ha richiesto uno sforzo di selezione notevole.

La comunicazione pubblica e politica

Dopo aver compreso i bias comportamentali e psicologici dei destinatari di un messaggio comunicativo, per i comunicatori è importante far arrivare le informazioni dai giusti canali. Questo aspetto è tanto più fondamentale soprattutto se si pensa alla fascia della popolazione più giovane, che accede alle notizie prevalentemente tramite i social media, dove è facile imbattersi in ogni cosa.

Secondo gli esperti, per contrastare in modo efficace la disinformazione che si è creata intorno alla pandemia, è necessario uno sforzo coordinato da parte di tutti gli stakeholder a patto che ci sia una leadership pubblica ben definita, capace di operare una comunicazione trasparente.

L’altro aspetto fondamentale da tenere presente è la necessità di separare il messaggio pubblico da quello politico, per evitare così che evidenze scientifiche possano finire per rappresentare il vessillo di questo o quel partito o gruppo di persone.

A livello nazionale questa necessità è tra l’altro regolata da una legge italiana sulla comunicazione delle istituzioni che prescrive espressamente la separazione fra comunicazione istituzionale e messaggio politico. È facile immaginare infatti come alcuni cittadini potrebbero sentirsi naturalmente più inclini, o meno inclini, ad accettare un messaggio che venisse percepito come politicizzato, a seconda delle proprie opinioni politiche. Così come lasciare aree scoperte per mancanza di certezze da comunicare apre la strada alle false narrazioni.

Il messaggio pubblico deve essere separato da quello politico

L’ultimo impegno dei comunicatori pubblici riguarda infine lo smentire notizie false o inaccurate che circolano sul web. Si tratta di un lavoro a parte, di grande valore nel ristabilire la correttezza delle notizie di pubblica opinione. A questo impegno è importante che prenda parte anche l’intera collettività, ma soprattutto la comunità scientifica, che con il proprio apporto individuale può molto nei confronti di un ecosistema informativo sano.

Infine, un approccio preventivo, che consiste nello smontare in anticipo le eventuali bufale o fake news facilmente prevedibili, può essere utile a sviluppare nel cittadino un senso critico sufficiente a fornirgli gli strumenti appropriati per farsi venire dei giusti dubbi quando esposto nuovamente ad informazioni non validate scientificamente.

I pericoli della sovraesposizione mediatica delle opinioni

Dall’inizio della pandemia abbiamo assistito ad una sovraesposizione mediatica di virologi, scienziati e medici esperti in malattie infettive che sono apparsi costantemente sui media per fare previsioni e dipingere scenari.

La separazione fra fatti e opinioni è alla base della buona informazione scientifica

Nonostante la mancanza di alcune evidenze scientifiche, che avrebbe dovuto invece favorire una informazione scarna, essenziale e limitata ai fatti, secondo i principi del metodo scientifico, i media si sono fatti portavoce di un coro di opinioni, spesso contraddittorie fra loro, che per quanto prevenienti da fonti autorevoli e qualificate, sono andate poi incontro a sonore smentite (pensiamo alle tante previsioni sulla seconda e la terza ondata, sbagliate dalla maggioranza dei virologi intervistati sui media). La separazione fra fatti e opinioni è invece alla base della buona informazione scientifica, così come il principio di contezza è una delle regole deontologiche che ogni giornalista dovrebbe essere chiamato a seguire.

Sorveglianza epidemiologica in Italia: come funziona e come è cambiata con la Covid-19?

In un anno e mezzo di pandemia la sorveglianza epidemiologica della Covid-19 si è evoluta insieme alla conoscenza graduale del virus, ma non sono mancate le difficoltà: dai parametri “ballerini” usati per decidere le restrizioni (in un primo tempo si usava solo Rt, poi l’incidenza, poi i tassi di ospedalizzazione e altri parametri), passando per un tracciamento dei contagi che ha tagliato fuori buona parte degli asintomatici. Il tutto basandosi sui dati forniti da 21 enti regionali diversi e che raccolgono i dati in modo diverso. L’Istituto Superiore di Sanità, insieme al Ministero della Salute, svolge un prezioso compito di coordinamento, ma non può controllare tutti. E dopo 18 mesi dall’inizio dell’emergenza sanitaria ancora non esiste un protocollo unico e omogeneo di raccolta dei dati.

Sorveglianza epidemiologica: come funziona in Italia

La sorveglianza epidemiologica nel nostro Paese è coordinata dal Ministero della Salute che monitora, tra le altre patologie, oltre 50 malattie infettive, in collaborazione con il Dipartimento di Malattie Infettive dell’Istituto Superiore di Sanità che svolge a sua volta alcune sorveglianze speciali su una decina di patogeni.

Per avere un’idea dei vari monitoraggi effettuati si può visitare il portale di informazione “Epicentro”, nato nel 2000 sotto la guida del Laboratorio di Epidemiologia e Biostatistica (LEB) dell’ISS, quale strumento di lavoro per gli operatori di sanità pubblica.

Ministero della Salute e Istituto Superiore di Sanità sono affiancati dalla rete di sorveglianza regionale

Il Ministero della Salute e l’Istituto Superiore di Sanità non portano avanti la sorveglianza da soli ma si affidano a una rete regionale composta da strutture sanitarie e medici che segnalano i vari casi di malattie infettive monitorati periodicamente. Dall’influenza, al morbillo, passando per le arbovirosi (le infezioni provocate dalle zanzare) fino ai batteri resistenti agli antibiotici.

Sars-Cov-2 è un virus nuovo, sotto tutti gli aspetti. Anche quelli della sorveglianza, evidentemente. Perché nonostante il sistema di monitoraggio sulle malattie infettive sia rodato da tempo, per controllare l’evoluzione e tracciare i contagiati della Covid-19 ci si è dovuti inventare tutto il sistema. E non è stato semplice. Non lo è tuttora.

Sorveglianza epidemiologica: il caso della Covid-19

In Italia esistono due principali fonti di informazione sull’epidemia Covid-19: la Protezione Civile e l’ISS. I dati di queste istituzioni possono differire perché il tipo di dati e la modalità di raccolta sono diversi.

La Protezione Civile pubblica quotidianamente informazioni aggregate sul numero totale di test positivi, decessi, ricoveri in ospedale e ricoveri in terapia intensiva in ogni Provincia d’Italia. Questi dati sono forniti dalle regioni/PA al Ministero della Salute.

Sars-Cov-2 è un virus nuovo, sotto tutti gli aspetti. Anche quelli della sorveglianza

L’ISS, invece, chiede alle Regioni di fornire dettagli individuali su tutti i casi, compresi i dati demografici, lo stato clinico e le comorbidità. I dati aggregati sono più rapidi e facili da raccogliere, mentre i dati individuali richiedono più tempo ma permettono un’analisi più dettagliata e accurata.

Una delle critiche fatte alle istituzioni che si sono occupate di sorveglianza è stata quella di non aver fornito fin da subito i dati disaggregati a chi li richiedesse al di fuori delle istituzioni (società scientifiche, giornalisti, etc..). Per molti mesi (fino ad agosto del 2020) non è stato infatti possibile sapere quale fosse il percorso di analisi ed elaborazione che porta ai bollettini che leggiamo quotidianamente di ricoveri, i decessi, i tamponi, ecc.

Antonello Maruotti

“Il punto è che dobbiamo fidarci dei dati così come ci vengono comunicati – ha affermato Antonello Maruotti, Professore Ordinario di Statistica presso l’Università LUMSA di Roma -. L’unico ente ad avere dati disaggregati è l’istituto Superiore di Sanità e la Fondazione Bruno Kessler che affianca l’ISS nell’elaborazione delle informazioni. L’altro problema è l’eterogeneità delle regioni. Credo che questa pandemia abbia fatto capire che il federalismo sanitario debba essere rivisto profondamente. Ogni giorno elaboriamo dati che provengono da 21 regioni/province autonome che fanno tamponi in modo diverso. Per molti mesi non c’è stata omogeneità nel computo del numero di tamponi effettuati: chi conta i molecolari, chi gli antigenici, chi li fa sui sintomatici, chi come screening. Senza dati di qualità non si possono fare analisi perfette”.

 

In Italia, la sorveglianza Covid-19 ha avuto inizio con la Circolare ministeriale n. 1997 del 22 gennaio 2020 che conteneva i primi criteri e le modalità di segnalazione dei casi di infezione da SARS-CoV-2 condivisi con l’Istituto Superiore di Sanità.

Il 27 febbraio 2020 la Protezione Civile, attraverso l’Ordinanza n. 640, ha affidato la sorveglianza epidemiologica e microbiologica per Covid-19 all’ISS.

Il sistema è quindi coordinato dal Dipartimento Malattie infettive dell’ISS. A livello locale, ogni Regione/Provincia Autonoma ha identificato uno o più referenti.

Il test diagnostico per individuare SARS-COV-2 viene eseguito prioritariamente per i casi clinici sintomatici e paucisintomatici e ai contatti a rischio familiari e/o residenziali sintomatici. Pertanto, molto spesso restano fuori gli asintomatici.

Come si legge sul sito di EpiCentro, nella sezione dedicata alla pandemia, i laboratori regionali informano del risultato le Aziende Sanitarie Locali (ASL), che coordinano il flusso di dati tra i casi, gli ospedali, i medici di medicina generale (MMG) e i pediatri di libera scelta (PLS) al fine di raccogliere informazioni dettagliate su ogni individuo positivo al test.

Un dato interessante: nella fase iniziale dell’epidemia i laboratori regionali inviavano all’ISS tutti campioni positivi a Sars-CoV-2 per la conferma della diagnosi; oggi che i laboratori regionali hanno le capacità tecniche per eseguire la diagnosi correttamente, le Regioni inviano solo un ristretto numero di campioni, per la caratterizzazione genetica.

Un sistema da reinventare

L’epidemiologia in Italia funziona bene ed è costellata di eccellenze che ci riconoscono anche all’estero. Ma con la pandemia qualcosa non ha funzionato come ci si sarebbe aspettato, a cominciare dalla condivisione dei dati che ha generato diverse critiche nei confronti dell’ISS e della Protezione Civile che nei primi mesi non potevano (per legge) comunicare i dati in forma disaggregata, come richiesto dalla comunità scientifica. Ci è voluta un’ordinanza della Protezione Civile, la 691 del 4 agosto 2020, per consentire questa condivisione.

Elena Stanghellini

Per Elena Stanghellini, Professoressa di Statistica all’Università degli Studi di Perugia, esiste un distacco fra la ricerca epidemiologica che viene effettuata nelle università, di ottimo livello per collocazione editoriale e visibilità internazionale, e la sua ricaduta nel sistema sanitario nazionale. “Un esempio per tutti – afferma – sempre in tema di Covid-19: per molto tempo i dati pubblicati (sul sito della protezione civile, ndr) davano i saldi.  Saldi dei ricoveri, saldi delle terapie intensive. Ora, questo modo di pubblicare le informazioni non permette un’attività di previsione. Ad esempio, un saldo piccolo può essere dovuto a due fenomeni molto diversi: molti ricoveri e molti dimessi, oppure pochi ricoveri e pochi dimessi. Dal punto di vista epidemiologico sono due situazioni completamente diverse”.

Senza contare che i dimessi, specie dalle terapie intensive, erano spesso per decesso e non per guarigione.

Esiste un distacco fra la ricerca epidemiologica e la sua ricaduta sul SSN

Statistici e epidemiologi hanno chiesto più volte i dati in forma disaggregata, ma ci è voluto del tempo, come abbiamo visto, prima di ottenere qualche risposta con l’ordinanza della Protezione Civile n. 691 del 4 agosto 2020 che prevede si possano comunicare i dati raccolti ai centri di competenza nell’ambito scientifico e di ricerca, nonché verso enti di particolare rilevanza scientifica, nazionali ed internazionali, e verso le pubbliche amministrazioni, in forma aggregata o anonimizzata. L’accesso può essere richiesto attraverso un modulo per motivi scientifici e di ricerca che devono essere sempre specificati.

Insomma, non sono dati che possono essere comunicati a chiunque ma solo ad enti di ricerca, pubbliche amministrazioni e società scientifiche. E forse ha anche senso, visto che i dati bisogna non solo leggerli ma anche saperli interpretare.

Chi controlla i controllori?

L’ISS ha creato una piattaforma informatica dedicata, che consente la raccolta dei dati sia attraverso un’interfaccia web collegata alla piattaforma stessa sia attraverso l’invio di un dataset. Il Dipartimento di Malattie infettive dell’ISS processa e analizza i dati della piattaforma e li rende disponibili per consentire l’analisi dell’epidemia in tutto il Paese.

Il sistema di sorveglianza è progettato per includere tutti i casi di Covid-19 confermati in laboratorio.

Ma qui occorre iniziare a fare dei distinguo.

L’ISS coordina il monitoraggio e analizza i dati che arrivano, non può controllare i controllori

Ogni Regione va per conto suo. L’offerta dei tamponi, come abbiamo detto, non è omogenea: in alcune Regioni si testano solo i sintomatici, in altre si fanno screening, in altre si usano sia i tamponi molecolari sia gli antigenici.

Ad oggi, dopo un anno e mezzo dall’inizio della pandemia, ancora non esiste un protocollo ufficiale di raccolta dati, ognuno fa quello che può.

E chi controlla il controllore? Chi controlla che le Regioni comunichino i dati in modo corretto?

Per una Regione finire in zona arancione o rossa può essere un disastro, politico ed economico. Come si fa a lasciare alle regioni sole il monitoraggio dei casi?

L’ISS coordina il monitoraggio e analizza i dati che arrivano, non può controllare i controllori, non ha il potere di farlo.

Si torna quindi al tema della fiducia. Dobbiamo fidarci.

E ora che la variante Delta sta cominciando seriamente a far risalire i contagi, per valutare la gravità della situazione non si misurerà solo l’incidenza dei casi (numero dei positivi ogni 100.000 abitanti) ma anche il numero dei ricoveri in ospedale e nei reparti di terapie intensiva: tutti dati forniti dalle stesse regioni, non da enti terzi.

Patrizio Pezzotti

“L’ISS è un ente di ricerca che collabora con il Ministero della Salute, ma le attività sul territorio di prevenzione e diagnosi sono delegate alle Regioni – ha ribadito Patrizio Pezzotti, Direttore del reparto di Epidemiologia, Biostatistica e Modelli Matematici dell’ISS – Noi, in accordo con Ministero della Salute, proponiamo dei protocolli d’azione che poi vengono recepiti attraverso la conferenza Stato Regioni. Ma ogni ente regionale ha un suo modello organizzativo e quindi questo può comportare una diversa gestione delle attività di sorveglianza e prevenzione. Nelle Regioni che, ad esempio, avevano una organizzazione dei servizi più incentrata sull’assistenza ospedaliera che su quella territoriale, il tracciamento è stato probabilmente più difficoltoso. Al contrario, nei territori dove l’assistenza a livello comunitario era più forte, il tracciamento con ogni probabilità è andato meglio”.

Il punto, infatti, non è tracciare solo la persona che si infetta. Non siamo di fronte a un tumore o a una patologia cronica in cui la sorveglianza epidemiologica può limitarsi alla persona malata. In caso di malattie infettive gravi come la Covid-19, occorre tracciare tutti coloro che sono venuti in contatto con il malato. E bisogna farlo velocemente.

Testing e contact tracing servono a questo, ma come ribadisce l’esperto dell’ISS, queste attività funzionano laddove esistono già risorse abituate a lavorare sul territorio.

Occorre tracciare tutti, e in modo obbiettivo

Il fatto di contare solo i sintomatici è stata più che altro una scelta di opportunità: “Soprattutto nella prima ondata è stato offerto il tampone molecolare solo ai sintomatici per il semplice fatto che la capacità diagnostica era limitata. I casi sintomatici sono quindi stati più diagnosticati”, ha detto Pezzotti.

Ma su questo punto ci sono diverse correnti di pensiero.

“Testare solo i sintomatici aiuta a gestire l’emergenza, ma non a prevenirla – ha affermato Elena Stanghellini – perché non si arrestano le catene dei contagi che si creano attraverso gli asintomatici. Sia l’indice Rt sia l’incidenza non sono stati calcolati in modo sistematico ed omogeneo. E credo che un sistema efficace di controllo e prevenzione debba includere anche la possibilità di tracciare gli asintomatici in maniera rigorosa. Sembra infatti esistere una contrapposizione fra metodi di individuazione e prevenzione e strumenti probabilistici di quantificazione dei contagi”.

Il tracciamento degli asintomatici continua ad essere una questione dibattuta

In realtà, esistono moderne tecniche di campionamento che permettono di raggiungere entrambi gli obiettivi. E potrebbero essere utili per controllare in modo oggettivo i vari controllori, le Regioni. Una di queste, proposta da Stanghellini insieme ad altri colleghi fin dall’inizio della pandemia (proposta evidentemente caduta nel vuoto) è il campionamento adattivo ad ondate ripetute.

È un sistema piuttosto semplice: in ogni Regione, si testa un campione di qualche migliaio di persone scelte in maniera casuale. La dimensione del campione deve essere proporzionale alla numerosità della popolazione. In caso di positività, si tracciano i contatti dei positivi e si fanno tamponi anche a questi. Bastano già questi due livelli per espandere il dato e capire l’incidenza.  Si tratterebbe di un dato più oggettivo da confrontare con i dati che emette la Regione ogni giorno e che nessuno controlla.

“Questo schema di campionamento permette non solo di quantificare, identificare e prevenire la formazione di catene di contagio – ha sottolineato la professoressa Stanghellini – ma anche di raccogliere informazioni sui luoghi del contagio, orari, condizioni atmosferiche, e sulle caratteristiche delle persone asintomatiche (età, genere, stili di vita)”.

Non si fa nulla di tutto questo. E il tracciamento avviene ancora a livello manuale, a differenza poi di altri Paesi dove invece è anche digitale: “Il fallimento dell’app Immuni è solo la punta dell’iceberg, – evidenzia Maruotti – se fatto bene, con il tracciamento digitale avremmo potuto diminuire Rt di un punto. Noi invece continuiamo a farlo in modo manuale”.

Gli indici usati per monitorare la pandemia

Incidenza, tasso di positività, Rt, sono tutti termini che da un anno e mezzo a questa parte sono entrati prepotentemente nella quotidianità. Serviti ogni giorno nei vari tg, articoli di giornale, post, ma capire al volo questi concetti di statistica e di epidemiologia non è banale.

Prendiamo il tasso di positività che ci snocciolano quotidianamente i principali media. Questo tasso ci dice quanti tamponi positivi sono stati rilevati sul totale dei tamponi effettuati in un tale giorno. È un tasso che ci riporta un dato calcolato su una base per niente omogenea: i tamponi non sono tutti uguali, i test usati non solo sempre gli stessi e non si fanno solo su casi sospetti ma anche come campagne di screening.

Incidenza, tasso di positività, Rt sono entrati nella quotidianità, ma rappresentano concetti complessi

“È un indicatore che semmai ci dice quanto si sta diffondendo l’epidemia, ma non restituisce un’idea precisa ed omogenea di quella che è l’offerta dei tamponi”, ribadisce il dottor Pezzotti dell’ISS.

Anche l’incidenza, vale a dire il numero di tamponi positivi ogni 100mila abitanti, è un parametro da usare con cautela: “Perché non incentiva le Regioni a fare un numero elevato di tamponi – ammette Stanghellini – Quello che occorre fare è invece affiancare, all’indicatore sulla incidenza, un numero minimo di tamponi per unità di popolazione. Solo così si avrebbe una reale idea dell’evoluzione del fenomeno e della sua progressione nella popolazione”.

“Un indicatore non può diventare un obbiettivo – sottolinea Maruotti – altrimenti smette di essere un buon indicatore”. Perde la sua oggettività, per intenderci. Diventa meno credibile, perché le Regioni pur di non finire in fasce peggiori, fanno meno tamponi. Semplice e inquietante allo stesso tempo.

Un indicatore non deve diventare un obbiettivo, altrimenti perde la sua funzione

“Il tema del tracciamento è ancora oggi attuale – riprende Stanghellini – data la presenza delle varianti. I vaccini, come è noto, sono molto efficaci nel prevenire l’evoluzione grave della malattia, ma non altrettanto nel fermare i contagi che, molto probabilmente, avvengono, oggi ancora di più, in forma asintomatica”.

E parliamo dell’indice Rt, il più usato e tormentato. Intendiamoci: Rt è un indice fondamentale in epidemiologia. Misura la trasmissibilità del virus (cioè quante persone può infettare un soggetto positivo): sopra 1, ci dobbiamo preoccupare.

Anche sull’uso di questo indicatore ci sono diverse scuole di pensiero e alcuni statistici hanno messo in discussione il modello usato da ISS e Fondazione Kesslerper calcolare l’indice Rt.

Maruotti, insieme ad alcuni colleghi, ha pubblicato uno studio in cui si mettono in discussione le ipotesi alla base del modello usato per la sorveglianza di questa epidemia. Accuse forti. Su cui ISS ha poco da commentare: “Lavoriamo con Fondazione Kessler da decenni – sottolinea Pezzotti – è un ente di livello internazionale su modelli di diffusione epidemica”.

Rt è stato usato soprattutto nelle prime fasi della pandemia. In quelle successive si sono considerati anche altri indicatori (indice occupazione terapie intensive, ospedalizzazioni, etc..) molto più comprensibili dalla gente comune rispetto all’Rt.

Non sono ancora chiare le ragioni di certe chiusure

“A settembre dovremo riaprire le scuole – spiega Maruotti – ma non abbiamo dati precisi. Prendiamo decisioni sulla base dell’emotività. E per uno statistico questo è inaccettabile”.

Per Stanghellini e Maruotti, e tanti altri loro colleghi, decisioni drastiche come la chiusura delle scuole sono state prese completamente “al buio”, usando gli indici in modo non sempre corretto.

Per Pezzotti le cose non stanno proprio così: “Parlare di evidenze in questo momento è difficile, le misure sono state prese in una fase di esperimento sociale, la colpa non ce l’ha la scienza. E le decisioni vanno prese anche in assenza di certezze”.

Parlare di evidenze in questo momento è ancora difficile

“L’ambiente scolastico – prosegue Pezzotti – anche sulla base delle regole definite da INAIL e ISS, non sembrava essere spesso il luogo dove avvenivano i contagi. Tuttavia, la socialità che ruota intorno alla scuola era verosimilmente una delle cause principali: palestre, attività sportive, ristoranti (ad esempio, i giovani delle scuole superiori vanno spesso a mangiare al fast food per pranzo), sono tutte attività che possono aver generato focolai di trasmissione. Quindi, da parte dei presidi, delle ASL, delle Regioni e del governo centrale è stato fatto un ragionamento ad ampio spettro. Riducendo o vietando la scuola in presenza, i decisori hanno cercato di limitare l’impatto sulla diffusione del virus che avrebbero causato le attività correlate.”

 

Queste diverse scuole di pensiero e contrapposizioni fanno emergere un’immagine di un’Italia divisa anche nell’epidemiologia. Assistiamo ogni giorno a querelle tra scienziati e medici che hanno idee contrapposte sull’evoluzione del virus e la gestione della pandemia. Probabilmente l’epidemiologia non riesce a sottrarsi a questo gioco tra le parti, che forse è stimolante per la comunità scientifica, ma risulta certamente confusionario per i cittadini, che di indici e scienza sanno ben poco, e vorrebbero solo informazioni chiare, fuori da qualsiasi contesa, per capire perché non possono andare al cinema, o a scuola.  E invece possono fare la fila alla cassa del supermercato.

 

La carenza dei farmaci in Italia: l’esperienza dei farmacisti ospedalieri

 

 

La crisi sanitaria da Covid-19 ha fatto emergere il problema dell’approvvigionamento di farmaci, vaccini e dispositivi medici a livello globale. Ma il fenomeno della carenza dei farmaci era già molto presente prima della pandemia: secondo fonti Ue, tra il 2000 e il 2018 la carenza dei farmaci è aumentata fino a 20 volte. Molteplici e diverse sono le cause: dai problemi legati alla produzione fino alle criticità correlate con le procedure di acquisto. E può dipendere anche dal tipo di medicinale o dispositivo. Come si affronta questo problema nel nostro Paese, in generale e per i farmaci biologici e biosimilari? Ne parliamo con: Marcello Pani (Direttore Farmacia Ospedaliera Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, Roma), Adriano Cristinziano (Direttore Farmacia ospedaliera Delli Colli Monaldi, Napoli) e Gerardo Miceli Sopo (Direttore Dipartimento Servizi diagnostici e della farmaceutica, ASL 2 Roma).

Intervista a Marcello Pani

Direttore Farmacia Ospedaliera del Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, Roma

Carenza di farmaci e di biosimilari: qual è la situazione nel nostro Paese?

La situazione delle carenze dei farmaci nel nostro Paese è molto ben monitorata attraverso due principali attività. La prima è quella svolta da AIFA che aggiorna settimanalmente sul suo portale una lista di farmaci che risultano carenti per alcuni motivi legati prevalentemente alla produzione del farmaco negli stabilimenti mondiali oppure alle variazioni di tipo regolatorio. Sul portale di AIFA sono inoltre pubblicate anche informazioni su come sopperire a queste carenze: in alcuni casi si procede autorizzando le importazioni dall’estero delle stesse confezioni di farmaco commercializzate in altri Paesi, in altri casi proponendo invece, attraverso il medico di medicina generale o lo specialista, l’opportuna sostituzione della terapia.

Questo è il primo ambito in cui il fenomeno delle carenze viene monitorato e attenzionato. Il secondo ambito invece è quello delle indisponibilità che, diversamente dalle precedenti, sono rappresentate da situazioni nelle quali un farmaco, ancorché non ricompreso nelle liste dei farmaci carenti di AIFA, non viene consegnato nei termini previsti a seguito di un ordine effettuato da un ospedale o da un’azienda sanitaria locale. In questo caso, questo fenomeno è monitorato dal progetto DruGhost, attivato da un paio di anni da parte di SIFO (Società Italiana di Farmacia Ospedaliera e dei Servizi Farmaceutici Territoriali).

La situazione delle carenze dei farmaci nel nostro Paese è molto ben monitorata

In Italia, attraverso questi due canali, è possibile quindi non solo monitorare questi fenomeni ma anche gestirli, perché entrambe le situazioni richiedono al farmacista ospedaliero e al farmacista dei servizi farmaceutici territoriali un impegno per individuare e mettere in atto le soluzioni alternative alla carenza. Oppure, meglio ancora, per prevenire queste situazioni, con opportune strategie che vengono discusse ed elaborate nel Tavolo tecnico delle indisponibilità. Questo tavolo, che si riunisce periodicamente in AIFA, vede la partecipazione di tutti gli stakeholders della filiera, le industrie, i distributori, le farmacie ospedaliere, sotto coordinamento del nostro ente regolatorio, e ha l’obiettivo di gestire al meglio le situazioni di carenza e indisponibilità anche cercando di anticipare e prevenire le due situazioni.

Nel caso dei biosimilari, ci sono delle criticità anche correlate ai meccanismi di gara? Eventualmente come si potrebbe intervenire?

Fermo restando che quanto detto in precedenza vale anche per i biosimilari, che non sono esclusi dagli strumenti sopra menzionati, la questione delle gare di acquisto può avere un impatto sulle carenze o sulle indisponibilità laddove le procedure vengano fatte con una pianificazione della gara non corretta. Può accadere infatti che un’azienda produttrice risponda al bando proponendo il suo farmaco biosimilare ad un prezzo competitivo e vincendo la gara, ma se il fabbisogno indicato nel bando non corrisponde nella realtà dell’utilizzo al valore indicato, l’azienda produttrice può trovarsi nel breve periodo in difficoltà nell’evadere gli ordini. Questo è un esempio di possibile difficoltà che non è imputabile all’azienda farmaceutica, perché dipende dalla definizione dei fabbisogni e potrebbe riguardare anche farmaci non biotecnologici.

In generale, le gare di acquisto vanno realizzate con un’opportuna pianificazione: essendo ormai le gare soprattutto a valenza regionale o interregionale e quindi muovendo volumi molto importanti, è fondamentale che le aziende del farmaco che partecipano alla gara abbiano dei riferimenti quanto più precisi possibile. Certamente se, nell’ambito del fabbisogno previsto dalla gara, l’azienda produttrice si propone, vince la gara e poi non rende disponibile il farmaco, questo invece è un caso in cui l’azienda deve comunicare ad AIFA la situazione di carenza.

Il modo con cui i Servizi sanitari regionali e le Centrali di committenza, in particolare quando indicono una gara di acquisto per l’approvvigionamento dei farmaci, possono intervenire per evitare i fenomeni di carenza è cercare di centrare bene l’obiettivo della pianificazione del fabbisogno. Questo può rappresentare un aiuto importante anche per le aziende farmaceutiche che, potendo contare su fabbisogni definiti in modo corretto e preciso, non hanno motivazioni, se non dentro il proprio sito produttivo, per non riuscire ad evadere gli ordini.

Per evitare fenomeni di carenza è fondamentale centrare la pianificazione del fabbisogno in fase di gara

Chiaramente, anche quando tutto è stato pianificato correttamente e le aziende evadono correttamente gli ordini, se subentra un’emergenza sanitaria come quella che stiamo vivendo, si possono avere dei picchi improvvisi di consumo che interessano un intero Paese o, come per il Covid, l’Europa e il mondo intero e rendono impossibile pianificare il fabbisogno in queste situazioni. Ne abbiamo avuto degli esempi concreti lo scorso anno, quando sono state provate, all’inizio della pandemia, delle terapie off-label con farmaci biologici: in quel caso quei fabbisogni, non preventivati da nessuno, hanno creato uno scompenso mondiale. Situazioni di questo genere sono difficili da prevedere e vanno gestite quando si presentano. Si può pensare di stabilire, per alcuni prodotti, delle scorte di emergenza, magari a livello nazionale, ma non è il caso dei farmaci biologici.

Invece, la pianificazione dei fabbisogni da parte delle aziende sanitarie e la pianificazione delle produzioni da parte delle aziende farmaceutiche sono gli elementi importanti per evitare le situazioni di carenza e indisponibilità dei farmaci.

Intervista ad Adriano Cristinziano

Direttore Farmacia ospedaliera Delli Colli Monaldi, Napoli

Carenza di farmaci e di biosimilari: qual è la situazione nel nostro Paese?

Il problema delle carenze è molto sentito e riconosciuto a livello nazionale. Anche SIFO, in qualità di Società Italiana di Farmacia Ospedaliera e dei Servizi Farmaceutici delle Aziende Sanitarie, ha aperto un tavolo con il Ministero della Salute per affrontarlo.

Come referente regionale per le carenze, posso confermare che anche in Regione Campania esiste questo fenomeno: andare a ricercare le cause è complesso, però in quest’ultimo periodo, soprattutto legato all’emergenza Covid, questo problema si è ulteriormente acutizzato perché la richiesta di alcuni medicinali è aumentata notevolmente, e la produzione non è stata in grado di coprire tutte le richieste. Con il Ministero è stato aperto un tavolo per cui si è instaurata una maggiore collaborazione, e questo può rappresentare un aspetto positivo emerso con le difficoltà della pandemia: sono state elaborate delle buone pratiche e si è lavorato molto sulle carenze con AIFA mettendo anche in piedi una rete regionale con vari referenti che si occupassero proprio di questo aspetto.

Pertanto ora, quando un farmaco diventa carente, il Ministero lo comunica subito alla rete dei referenti regionali e scattano di conseguenza le importazioni di farmaci dall’estero. Anche su questo aspetto, ora abbiamo superato una serie di passaggi critici, ad esempio con la possibilità, prevista dal Ministero, di poter effettuare un’unica importazione per tutta la Regione per distribuire il farmaco necessario alle varie strutture che ne fanno richiesta.

Possiamo affermare che, con questa pandemia, sono state anche avviate iniziative positive: innanzitutto, come ricordavo prima, l’importazione diretta da parte delle Regioni con un unico interlocutore; quindi la nascita di una rete di scambio di informazioni continuo tra Ministero e rete dei referenti regionali che si occupano delle carenze, in maniera da attivare subito le procedure più utili per superare le criticità.

L’importazione diretta da parte delle Regioni con un unico interlocutore rappresenta un vantaggio importante

Oltre a questo ambito generale, in Regione Campania in questo periodo di pandemia abbiamo inoltre costituito un magazzino comune per i farmaci carenti in maniera tale da poter fronteggiare in maniera più uniforme queste difficoltà di approvvigionamento. Pur essendo i motivi delle carenze numerosi e differenti (dalle importazioni parallele ad errori di produzione dovuti a calcoli sbagliati da parte delle aziende produttrici in merito al possibile impatto di un farmaco sul mercato o in merito alla domanda rispetto all’offerta), spesso però si genera un fenomeno quasi di “boomerang”.

Mi spiego meglio: quando c’è una difficoltà di approvvigionamento di un farmaco, anche strutture che, in genere, non hanno un forte consumo di quel farmaco, può accadere che ne facciano scorta. E in questo modo può avvenire che ci siano strutture che hanno disponibilità di quel farmaco ma comunque lo utilizzano meno delle scorte che hanno a disposizione e strutture che invece vanno in grave difficoltà perché sono completamente senza farmaco. Uno dei modi che in Regione Campania abbiamo attuato per tentare di superare questo problema è quello di evitare alle singole strutture e ai singoli ospedali di ordinare il farmaco, ricorrendo all’importazione unica regionale, e predisponendo un unico punto di stoccaggio del farmaco carente. Così facendo, si cerca di “accompagnare” in maniera più costante la distribuzione del farmaco in tutte le realtà, e in questo modo, anche durante le emergenze Covid, nella nostra Regione siamo riusciti a garantire i farmaci per tutte le strutture, evitando che alcune ne restassero completamente sprovviste.

Ovviamente, in caso di rottura di stock a livello regionale, il farmaco mancava dappertutto, ma non è invece mai capitato che alcune strutture ne avessero scorte e altre fossero in sofferenza. Questa è stata la nostra strategia.

Nel caso dei biosimilari, ci sono delle criticità correlate ai meccanismi di gara ed eventualmente come si potrebbe intervenire?

Purtroppo anche per i farmaci biotecnologici e biosimilari si sta diffondendo il problema della carenza. E questo è da mettere in relazione alla non intercambiabilità di questi farmaci, per cui anche se le gare di acquisto vengono effettuate, secondo normativa, tramite accordi quadro che prevedono l’aggiudicazione di più molecole di ditte diverse, al momento della carenza di una di queste molecole si deve affrontare il problema della continuità terapeutica. E in questo caso l’unica opzione è quella di tornare al farmaco originator perché al momento l’unico switch possibile è tra l’originator e il biosimilare e viceversa, non c’è la possibilità di passare da un biosimilare ad un altro: nessuno dei Position Paper di AIFA parla di switch tra biosimilari diversi. Per cui, nel caso del paziente naïve, si può passare ad altre molecole aggiudicate tramite l’accordo quadro, laddove presente, mentre per i pazienti che già sono in trattamento l’unica opzione è quella di tornare all’originator.

Anche con l’accordo quadro possono darsi criticità per la continuità terapeutica

Come evitare di dover affrontare queste difficoltà? Una strategia può essere quella di monitorare attentamente la situazione delle carenze e, non appena si nota una criticità legata all’approvvigionamento di un farmaco, dedicare la scorta del farmaco che sta andando in carenza per assicurare la continuità terapeutica ai pazienti già in trattamento e cominciare ad utilizzare gli altri biosimilari in graduatoria per i pazienti naïve, in modo da riuscire ad accompagnare il più possibile i pazienti già in trattamento con il farmaco carente.

Un caso recente di carenza di biosimilari è stato quello del bevacizumab, dove l’azienda vincitrice della gara è andata in rottura di stock perché la produzione non è risultata in linea con i fabbisogni di aggiudicazione. Di conseguenza, è stata chiamata ad intervenire l’altra azienda aggiudicatrice ma è stato necessario gestire i pazienti già in trattamento, con le difficoltà legate alla continuità terapeutica di cui dicevo prima.

In questo caso, le procedure e i meccanismi di gara potrebbero essere utili per fornire maggiori garanzie sull’approvvigionamento ed evitare le carenze?

I meccanismi di gara possono sì aiutare ma il vero punto cruciale delle procedure di gare è correlato ai fabbisogni: se non vengono espressi dei fabbisogni corretti, accade quello che ricordavo prima. Ormai le gare vengono svolte soprattutto a livello regionale e, se viene stabilito un fabbisogno sottostimato e l’azienda aggiudicatrice organizza la produzione in funzione di quel fabbisogno, alla fine non sarà in grado di garantire l’offerta in eccesso, e quindi si verificherà la rottura di stock.

Il punto cruciale delle procedure di gara è la definizione corretta dei fabbisogni

Come dicevo, le carenze di medicinali possono verificarsi per molti altri problemi legati alla produzione, ad esempio per ragioni di sterilità o quarantene sui lotti. Ma in relazione alle gare di acquisto, l’aspetto su cui bisogna lavorare è la stima corretta dei fabbisogni in maniera che le aziende partecipanti possano effettuare una corretta programmazione della produzione. Ovviamente, la maggiore centralizzazione delle gare, con più Regioni aggregate insieme o addirittura con gare nazionali, potrebbe costituire un ulteriore aiuto per la programmazione della produzione.

Intervista a Gerardo Miceli Sopo

Direttore Dipartimento Servizi diagnostici e della farmaceutica, ASL 2 Roma

Carenza di farmaci e biosimilari: secondo la sua esperienza, qual è la situazione nel nostro Paese?

In questi mesi di pandemia, abbiamo assistito a carenze di approvvigionamento di molti materiali, anche al di fuori dell’ambito sanitario. Nell’ambito sanitario la carenza ha riguardato, come sappiamo, soprattutto i dispositivi medici, mentre il farmaco, in generale, ha retto meglio l’impatto della pandemia. Qualche eccezione si è avuta per alcuni farmaci genericati.

A parte l’emergenza Covid, nella mia esperienza la carenza di farmaci può avvenire per alcuni motivi “speculativi”, ad esempio quando il prezzo di un farmaco in Italia è più basso rispetto alla media europea per cui le aziende produttrici destinano un approvvigionamento minore al nostro Paese, e spesso le scorte finiscono già in autunno.

Oppure, anche nel caso dei farmaci biosimilari, accade a volte che alcune aziende, pur essendosi aggiudicate la gara di acquisto, non siano in grado di effettuare la fornitura dell’ordine come previsto. Ormai i farmaci biosimilari vengono utilizzati correntemente, quindi necessitano di un approvvigionamento costante e, in alcuni casi, anche consistente. Per evitare effetti negativi verso il paziente, quando un farmaco biosimilare risulta carente, noi cerchiamo sempre di garantire almeno la disponibilità della stessa molecola in modo da non dover effettuare la sostituzione del farmaco; se risulta necessario cambiare la terapia, cerchiamo di mantenere almeno la stessa classe.

Il fenomeno della carenza è sicuramente problematico ma siamo attrezzati per gestirlo

Il fenomeno della carenza è sicuramente problematico ma siamo attrezzati per gestirlo. Gli ordini ormai sono tutti informatizzati e la rotazione viene indicata direttamente dal sistema. Anche le case farmaceutiche avvisano con un certo preavviso dell’insorgenza di criticità, quindi riusciamo ad organizzarci per allungare i periodi di giacenza media. In caso di carenza, le strutture della stessa Regione sono abituate a collaborare per “compensare” le mancanze, laddove possibile e nel rispetto della normativa.

Nel caso dei biosimilari, ci sono delle criticità correlate ai meccanismi di gara?

Nel caso dei biosimilari, spesso le gare si effettuano tramite accordo quadro. Il problema della carenza può aversi, in questi casi, quando l’azienda vincitrice della gara va in rottura di stock e non riesce a garantire la fornitura del fabbisogno previsto. La definizione dei fabbisogni in fase di gara è un tema delicato, sia per la struttura sanitaria, che deve effettuare una stima il più possibile aderente alla realtà, sia per l’azienda farmaceutica, che deve organizzare e garantire la produzione.

La rottura di stock comporta comunque un disagio per il paziente

Ad ogni modo, quando si verifica la rottura di stock per il primo aggiudicato, solitamente noi passiamo al secondo nella classifica dell’accordo quadro, sempre in accordo con il clinico, con il quale già in precedenza abbiamo condiviso il risultato della gara. Questo comporta comunque un disagio per il paziente, che si vede costretto ad un nuovo switch o al ritorno al farmaco originator.

La sfida dell’epatite C, tra farmaci innovativi e la ricerca del sommerso

Epatite C: i farmaci innovativi fanno la differenza, la sfida adesso è intercettare il sommerso. Entro il 2030 l’OMS ci chiede di sconfiggere l’epatite C. Grazie ai nuovi antivirali ad azione diretta l’obbiettivo si potrebbe raggiungere, ma il problema di questa infezione è… trovarla.

L’epatite C è asintomatica e oggi colpisce una parte di popolazione che è difficile da intercettare: dai consumatori di sostanze per via endovenosa alla popolazione carceraria, passando per tutto quel sottobosco di individui che non afferiscono a nessun centro di recupero ma portano avanti comportamenti a rischio. Il decreto Milleproroghe ha stanziato oltre 70 milioni per intensificare la campagna di screening, ma senza un linkage-to-care adeguato, si rischia di non centrare il prezioso obbiettivo del 2030.

Che cos’è l’epatite C

L’epatite C è un’infezione delfegato causata da un virus denominato HCV (Hepatitis C Virus).

Prima di essere scoperto nel 1989, il virus era chiamato “non A non B” per distinguerlo dalle altre forme di epatite già note, molto più acute e sintomatiche. L’infezione da HCV, al contrario, è nella maggior parte dei casi cronica e asintomatica e nel corso del tempo può causare danni al fegato e modificarne la struttura anatomica, sostituendo tessuto epatico normale con tessuto cicatriziale fibrotico. Molte persone scoprono l’infezione HCV quando sono in stato di fibrosi avanzato (F3 o F4).

Claudio Mastroianni

“Circa Il 15% di chi contrare HCV guarisce spontaneamente – spiega il professor Claudio Mastroianni, Direttore UOC Malattie Infettive del Policlinico Umberto I di Roma e presidente eletto della SIMIT, Società Italiana della Malattie Infettive e Tropicali – mentre nell’85% dei casi l’epatite diventa cronica. Di questi, circa il 15-20% dei casi si va incontro a cirrosi epatica, di cui il 2-3 % all’anno può sviluppare tumore al fegato. Le persone scoprono l’infezione in modo casuale, in occasione di analisi routinarie del sangue che documentano alterazione degli indici di funzionalità epatica”.

L’epatite C si trasmette per via parenterale attraverso il contatto con mucose e rapporti sessuali a rischio, scambio di aghi o siringhe (per chi fa uso di sostanze per via endovenosa), esecuzione di tatuaggi o piercing senza l’applicazione di corrette norme igieniche, esposizione accidentale al sangue infetto da parte di operatori sanitari.

Non esiste un vaccino o una profilassi specifica. Gli unici strumenti preventivi sono costituiti dalla riduzione dei fattori e dei comportamenti a rischio.

Il punto da non sottovalutare è che di HCV ci si può reinfettare, anche una volta guariti. Il rischio riguarda soprattutto i soggetti che seguono certi comportamenti, come il consumo di sostanze stupefacenti per via endovenosa.

L’epatite C è asintomatica e oggi colpisce una parte di popolazione difficile da intercettare

Dal 2014, grazie all’arrivo dei farmaci innovativi ad azione diretta (DAA) il virus dell’epatite si può sconfiggere.

Nel maggio 2016, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha approvato la strategia per il settore sanitario globale (GHSS) sull’epatite virale 2016-2021 che prevede di eliminare l’epatite virale, considerata una minaccia per la salute pubblica, entro il 2030 (riducendo le nuove infezioni del 90% e la mortalità del 65%).

Per tagliare questo importante traguardo però occorre diagnosticare almeno il 90% degli infetti e trattare come minimo l’80% dei diagnosticati entro il 2030.

Per questo obbiettivo l’Italia ha deciso di finanziare i farmaci anti-HCV attingendo dal fondo dei farmaci innovativi istituito con la legge di Bilancio del 2017.  I nuovi farmaci antivirali sono quindi totalmente rimborsati dal Servizio sanitario nazionale.  E l’Agenzia italiana del farmaco – AIFA – ha stabilito i criteri di eleggibilità dei pazienti.

A luglio 2021, secondo i Registri AIFA per il monitoraggio dei farmaci anti-HCV, i pazienti trattati con i farmaci innovativi sono circa 225.000. Ma secondo diverse stime le persone che hanno epatite C senza saperlo potrebbero essere molte di più, anche 400.000.

Esistono delle popolazioni cosiddette “chiave” che sono rimaste ai margini e che possono rappresentare importanti serbatoi del virus, come detenuti, tossicodipendenti e migranti. Per questo i penitenziari e i SerD (Servizi per le Dipendenze patologiche) sono dei preziosi punti di riferimento per perseguire l’obiettivo dell’emersione del sommerso.

L’epatite C in Italia

Negli anni ’90-2000, l’Italia è stato uno dei Paesi con la massima diffusione al mondo di epatite C, con un tasso di positività vicino all’1,5-2%. I decessi ogni anno erano oltre 15.000, causati dalle più gravi conseguenze di questo virus, cirrosi epatica, epatocarcinoma, oltre ad altre complicanze, come ricoveri per emorragie digestive o cefalopatia. L’epatite C era inoltre la principale causa di trapianto del fegato. Una patologia non solo grave da un punto di vista clinico, ma anche dal punto di visto dell’impatto sul sistema sanitario: i costi diretti, secondo uno studio dell’Associazione Italiana dello Studio del Fegato e dell’Università di Tor Vergata, arrivavano a oltre un miliardo di euro l’anno. Negli ultimi anni, con le terapie a base di interferone e ribavirina prima e gli antivirali ad azione diretta poi, la situazione è in continuo miglioramento.

Per quanto riguarda i nuovi casi in Italia, il sistema SEIEVA (Sistema Epidemiologico Integrato delle Epatiti Virali Acute) gestito dall’Istituto Superiore di Sanità, ha registrato una stabilizzazione dei tassi tra 0,2 e 0,3 per 100.000 abitanti, a partire dal 2009. Nel 2020 l’incidenza è stata di 0,04 casi per 100.000 abitanti, in diminuzione rispetto a quella del 2019, ma questa riduzione dell’ultimo anno potrebbe essere dovuta anche alle difficoltà di accesso alle strutture, e quindi agli screening, causate dalla pandemia.

Il punto è che senza uno screening programmato per identificare e curare le persone ad oggi ancora ignare di essere infette, il numero di pazienti italiani diagnosticati e curati diminuirà nel corso degli anni e si esaurirà intorno all’anno 2023-2025, lasciando un cospicuo “sommerso”.

Roberto Ranieri

“In realtà la frenata l’abbiamo vista già a fine 2019, ben prima dello scoppio della pandemia – ha affermato Roberto Ranieri, medico infettivologo e responsabile per la sanità penitenziaria della Lombardia – i primi farmaci innovativi sono stati somministrati a partire dal 2015 e fino al 2017 hanno interessato solo i pazienti con fibrosi grave (F3-F4). Poi a partire da aprile 2017 sono stati somministrati a chiunque avesse avuto una diagnosi da epatite C. A ottobre 2019 si è assistito a una frenata nei consumi dei farmaci DAA perché quasi tutti coloro che avevano avuto una diagnosi da HCV hanno ricevuto il farmaco”.

Il lavoro più difficile inizia adesso. A fine 2019 il sommerso era stimato in circa 400.000 persone.

E con l’arrivo della pandemia è probabile che questa stima sia da rivedere al rialzo.

Un’indagine svolta nel 2020 dall’Associazione Italiana per lo studio del Fegato (AISF) ha evidenziato una drastica riduzione delle attività ambulatoriali di epatologia e dei trattamenti antivirali. Si stima che il rinvio del trattamento con i DAA di 6 mesi potrebbe causare in 5 anni un aumento dei decessi in oltre 500 pazienti con infezione da HCV per una condizione correlata alla malattia del fegato. Fatalità che si possono evitare se si portano avanti test e cure.

Intercettare il sommerso

In Italia la strategia per tracciare i potenziali contagiati da HCV si basa su uno screening graduato, che identifica le popolazioni giovani (coorti di nascita 1969-1989) a rischio di trasmissione e si estende anche alle popolazioni chiave di cui abbiamo scritto prima (popolazione carceraria, soggetti che frequentano i SerD, persone con comportamenti a rischio).

Questa strategia è stata confermata anche dal recente decreto Milleproroghe (Legge N. 8/2020) che, come detto, ha stanziato 71,5 milioni di euro per lo screening gratuito per il biennio 2020-2021. Adesso la palla passa alle regioni che devono attivarsi al più presto per rendere disponibili i fondi stanziati.

È stato inoltre introdotto nei registri AIFA un nuovo criterio di trattamento per i farmaci ad azione antivirale diretta di ultima generazione che favorisce l’accesso alle cure anche per i pazienti che siano impossibilitati ad eseguire la biopsia epatica e/o il fibroscan per motivi socio-assistenziali.

Il decreto Milleproroghe ha stanziato 71,5 milioni di euro per lo screening gratuito per il 2020-2021

Tra le varie iniziative di supporto al tracciamento dei soggetti con HCV vi è HAND – Hepatitis in Addiction Network Delivery, un progetto di comunicazione, formazione ECM e proposizione di strumenti per facilitare il network territorio-ospedale. Tra gli obbiettivi vi è quello di usare sempre di più test rapidi, migliorare la diagnosi e ottimizzare il percorso di linkage-to-care per garantire il rapido passaggio alle cure con tutte le terapie disponibili.

Secondo i dati nazionali presenti nelle Relazioni Annuali al Parlamento sulle tossicodipendenze, in Italia, il 70-80% dei soggetti in carico ai SerD non è sottoposto a test e questo non consente di avere una stima affidabile di prevalenza di questa popolazione, considerata ad alto rischio. L’attività di screening promossa dal progetto HAND ha contribuito, a partire dal 2019, a far emergere il sommerso tra i consumatori di sostanze stupefacenti per via endovenosa, che rappresentano la popolazione a elevata trasmissione del virus: si stima infatti che ogni consumatore con epatite C possa infettarne altri 20 in tre anni.

Marco Riglietta

“Le persone a rischio non sono solo quelle che frequentano i SerD – spiega Marco Riglietta, vice direttore del Comitato Scientifico di FederSerd, Federazione Italiana degli Operatori dei Dipartimenti e dei Servizi delle Dipendenze – ma tutti i consumatori di sostanze stupefacenti che usano aghi o inalano droghe. Al SerD è difficile fare i test perché tanti non si presentano all’appuntamento. Il punto però non è tanto lo screening, ma tutta la gestione del paziente. Ci vogliono risorse non solo per acquistare i test, ma anche per formare case manager che seguano la persona, da quando le si dà l’appuntamento, a quando esegue il test e riceve, se positivo, la terapia”.

“All’interno del progetto HAND – prosegue Riglietta – abbiamo realizzato una campagna di screening durata un mese: quando i pazienti venivano al SerD pe ritirare i farmaci, offrivamo loro l’opportunità di fare il test. Così siamo riusciti a intercettarli. Su un centinaio di test effettuati, abbiamo riscontrato la positività nel 20% dei casi. Campagne come queste andrebbero fatte regolarmente ma purtroppo dipendiamo sempre dalle risorse disponibili al momento”.

A differenza dei SerD, nelle carceri la situazione pare essere più sotto controllo: “Parlo per la situazione in Lombardia – specifica Ranieri – ma da noi il test HCV viene fatto nel 60-70% della popolazione carceraria. Con i test del sangue ci sono più rifiuti, mentre con quelli rapidi salivari le persone si sottopongono con più frequenza. I SerD sono più problematici dei penitenziari perché nelle carceri la popolazione è sempre sotto controllo e c’è un infettivologo di riferimento”.

In Lombardia il test HCV viene fatto nel 60-70% della popolazione carceraria

Una volta effettuato il test, rimane comunque il nodo dell’accesso ai farmaci: non tutti i medici possono prescriverli, solo quelli autorizzati. Questo rischia di creare colli di bottiglia con numeri di richieste elevati rispetto ai medici che possono effettuare le prescrizioni. Il momento successivo al test, il linkage-to-care, è indispensabile per fare in modo che il paziente riceva la terapia in tempo.

Uno dei modi più efficace per diffondere gli screening potrebbe essere quello di affiancarli ai test per la Covid-19, oppure somministrarli in sede di vaccinazione anti-Covid, o in qualsiasi altra occasione in cui un paziente esegue un esame o una visita in ospedale.  Tutte ipotesi allo studio delle varie amministrazioni regionali e in alcune realtà, come in Lombardia, potrebbero essere attivate a breve.

Epatite C e farmaci innovativi: la rivoluzione dei nuovi antivirali

Prima dell’arrivo dei farmaci innovativi, per curare l’epatite C si usavano terapie con interferone pegilato (Peg-IFN) -α (2a o 2b) in combinazione con ribavirina (RBV), che rappresentavano il trattamento standard per l’infezione cronica da HCV. Ma avevano un’efficacia limitata, intorno al 50%. Inoltre, eventi avversi rilevanti correlati al trattamento sono stati spesso causa di scarsa aderenza e prematura interruzione della terapia.

La differenza sostanziale tra i nuovi antivirali ad azione diretta (DAA) e le tradizionali terapie a base di Peg-IFN e ribavirina sta nel fatto che i DAA agiscono direttamente contro il virus, bloccandone il processo di replicazione.

Questi farmaci sono curativi e hanno anche un ruolo di sanità pubblica, perché bloccano la trasmissione

Trattandosi di terapie curative dell’infezione, il mercato composto da questi farmaci innovativi ha una tendenza a decrescere: come riportano recenti analisi svolte da IQVIA, provider di tecnologie e informazioni in ambito sanitario, negli ultimi 5 anni si è assistito a una decrescita del 29% (CAGR – Compound Annual Growth Rate 2017-2021) a valori e del -21% a volumi/UMF (unità minime frazionabili). In particolare, nel corso del 2020 la decrescita rispetto al 2019 è stata pari al -53% a volumi e -60% a valori, a causa dei mancati accessi alle strutture ospedaliere per adeguato screening in fase di pandemia.

“Questi farmaci funzionano molto bene verso tutti i genotipi dell’infezione – riprende Mastroianni – e curano non solo la malattia, ma hanno anche un ruolo di sanità pubblica, perché ne bloccano la trasmissione”.

“In caso di fibrosi lieve F1 o F2 si guarisce con i farmaci innovativi somministrati per 8-12 settimane – spiega Mastroianni – però nel caso di fibrosi avanzata (F3-F4) si rallenta la cirrosi ma non si azzera completamente il rischio di tumore al fegato, per cui in questi casi occorre comunque sottoporsi a controlli periodici. Ricordiamoci che l’HCV può causare manifestazioni extraepatiche, è un trigger per il diabete, la sindrome metabolica e alcuni tipi di linfomi. La terapia con i nuovi farmaci è efficace anche nel curare anche le manifestazioni extraepatiche HCV-correlate”.

Farmaci sostenibili, se usati in tempo

Francesco Saverio Mennini

Il costo-beneficio di questi farmaci è tale che si potrebbe recuperare l’investimento effettuato in pochi anni.

Come spiega Francesco Saverio Mennini, docente di Economia sanitaria e Microeconomia presso l’Università Tor Vergata di Roma, la  Kingston University di Londra e presidente SIHTA, Società Italiana di Health Technology Assessment: “Secondo diverse analisi che abbiamo condotto  recentemente, è stato dimostrato che il trattamento dei pazienti con la malattia del fegato severa trattata nel 2015 (anno in cui l’accesso veniva autorizzato ai pazienti in condizioni severe), ha portato un significativo ritorno in termini di riduzione di eventi clinici attesi accompagnato da un parziale ritorno dell’ investimento inziale per l’acquisto dei DAA.  Con riferimento ai pazienti trattati durante il 2016 e 2017 (anni in cui sono stati trattati pazienti in stati di malattia meno compromessi), gli eventi clinici evitati hanno permesso di ottenere un recupero degli investimenti inziali per l’acquisto dei DAA stimati rispettivamente in 6,6 e 6,2 anni.”

Il costo-beneficio di questi farmaci è tale che si potrebbe recuperare l’investimento effettuato in pochi anni

Applicando la medesima metodologia utilizzando i dati dei registri AIFA, è stato possibile dimostrare come nel periodo 2015-16 il numero di casi evitati correlati all’HCV in Italia era di 1136 pazienti; nel periodo successivo (2017-18) 565.

La potenziale riduzione dei risultati clinici sul tempo stimato per i pazienti trattati nel 2015-16 e 2017-18 riflette importanti risparmi sui costi in un periodo di 20 anni (- € 52 milioni), confermando quanto già evidenziato nel primo studio. Ancora, utilizzando il database dei registri AIFA, caratterizzato da una numerosità maggiore, si può calcolare un recupero dell’investimento iniziale in soli 5,5 anni.

Si stima che l’eliminazione del virus nella popolazione oggi “sommersa” genererà in 20 anni un risparmio di oltre 63 milioni di euro per 1.000 pazienti trattati.

Ma queste tempistiche e le stime di ritorno sull’investimento dipendono molto dal costo della terapia. Considerando che nel tempo i prezzi si sono ridotti, l’investimento potrebbe essere recuperato in un periodo più breve rispetto al passato.

C’è un altro aspetto di cui non si sta tenendo conto: i nuovi antivirali per l’epatite C hanno perso lo status di innovatività l’anno scorso. Ciò significa che non sono più coperti dal fondo destinato ai farmaci innovativi, ma rientrano nella spesa ospedaliera ordinaria che è coperta dalle Regioni.

Una campagna di screening di successo potrebbe portare a oltre 300.000 pazienti da trattare, una spesa extra che potrebbe far sforare i tetti programmati a livello regionale. Questo, come estrema conseguenza, potrebbe portare a un rallentamento degli screening e dei trattamenti. Ci vorrebbe un fondo ad hoc per permettere alle Regioni di continuare gli screening e i trattamenti e raggiungere i tanto ambiziosi obbiettivi che ci ha posto l’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Il Green pass nell’Unione Europea e la mancanza di integrazione tra i sistemi sanitari

Tempo di vacanze, tempo di Green pass. L’introduzione del passaporto vaccinale in Europa ha reso manifeste le carenze dal punto di vista dell’integrazione dei sistemi sanitari nell’Unione. Ne abbiamo parlato con Roberta Siliquini, docente di Igiene all’Università di Torino, già presidente del Consiglio Superiore di Sanità.

A che punto siamo?

Roberta Siliquini

“In attesa di capire dall’Europa come intende mettere insieme i dati dei vaccini dei cittadini europei. Ma di sicuro non è in previsione a breve termine una piattaforma comune, che a oggi non esiste né per il Covid né per altro. Anche lasciando da parte il tema della Certificazione verde e della pandemia, che ci ha messi di fronte in modo evidente a questa mancanza, l’assenza di questo tipo di strumento limita l’assistenza sanitaria per i cittadini europei”.

Come, in concreto?

“Intanto, non c’è possibilità di accesso a una serie di informazioni che potrebbero essere utili per l’assistenza sanitaria. Pensiamo a un cittadino italiano che abbia bisogno di cure urgenti in Germania: non c’è modo di verificare la presenza di patologie pregresse o quali farmaci stia assumendo. C’è poi il caso dei vaccinati in un Paese con una dose, che però non viene riconosciuta in un altro. Come Università di Torino abbiamo degli studenti spagnoli di Medicina che quest’inverno qui sono stati sottoposti alla vaccinazione, insieme ai compagni, in modo che potessero frequentare i reparti. Ci hanno scritto tre giorni fa dicendo che là li faranno vaccinare di nuovo, perché non c’è un data base europeo dei vaccini e il loro certificato cartaceo non è considerato valido”.

Perché secondo lei questo ritardo nell’implementazione di strumenti coordinati?

“Quando nel 2021 parlo di piattaforme informatiche comuni mi viene da pensare si tratti di cattiva volontà o di non eccessivo sforzo, perché oggi si può arrivare ad avere strumenti che garantiscono una certa sicurezza. Il fatto che le leggi sulla privacy dei vari Paesi siano diverse penalizza, ma credo che questo punto finora non sia stato per nessuno la priorità. Del resto non esistono sistemi comuni anche a livello inferiore”.

Qual è la situazione in Italia?

“L’integrazione non esiste nemmeno a livello interaziendale: se un paziente viene trasferito deve portare con sé il dischetto con la Tac o la risonanza perché da un altro ospedale non c’è possibilità di accedere. È grave anche che i sistemi informativi delle diverse regioni non si parlino”.

Sono in corso tentativi di migliorare la situazione?

“La pandemia ha accelerato il processo di informatizzazione dell’Anagrafe nazionale vaccini, previsto dal 2017. Non c’è altro sul tavolo al momento per far dialogare altri dati sanitari a livello interregionale. La digitalizzazione è uno degli obiettivi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) e mi auguro che sia sviluppato adeguatamente”.

Il Pnrr può rappresentare la svolta da questo punto di vista?

“Assolutamente sì. Una piattaforma informatica con i dati sanitari dei cittadini non solo renderà più efficace la cura, ma diventerà una fonte di dati importantissima anche a fini preventivi ed economici. Parliamo sempre di Big Data e la sanità può fornirne tanti. Credo che il Pnrr sia un’occasione non solo dal punto di vista economico, ma anche come impulso vero alla trasformazione digitale di tutta la parte sanitaria. La salute è un volano fondamentale per il Paese da ogni punto di vista: per questo è necessario che i dati siano trattati in modo adeguato. Ma soprattutto bisogna averli”.