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Telemedicina, terapie digitali, comunicazione online: come cambia l’ecosistema della salute

Telemedicina, terapie digitali, ma anche umanesimo digitale e comunicazione sanitaria sui social: la salute sarà sempre più digitale, l’ecosistema dei servizi sanitari sta cambiando, e sono numerosi gli attori interessati a questa rivoluzione, tra i quali i big player della Rete che non appartengono al mondo sanitario ma sono intenzionati a farne parte, e che potrebbero cambiare le regole del gioco.

Questi temi sono stati al centro dell’evento online “Smart health: dalla telemedicina alla promozione della salute” organizzato nell’ambito del festival della cultura digitale “Modena Smart Life” .

All’incontro, tra gli altri ospiti, hanno partecipato Francesco Gabbrielli, Direttore del Centro nazionale per la telemedicina e le nuove tecnologie sanitarie dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss); Alfredo Pascali, esperto di marketing sanitario, umanesimo digitale e consulente start up nel mondo healthcare; Jolanda Serena Pisano, ricercatrice nell’ambito della comunicazione della salute presso l’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri; Giuseppe Fattori, medico e docente di marketing sociale presso l’Università di Bologna.

Telemedicina: una rivoluzione silenziosa

Che cos’è la telemedicina? Se fosse una semplice videochiamata, “una telefonata di lusso”, non varrebbe nemmeno la pena parlarne. Ma non è nemmeno un’innovazione tecnologica.

Francesco Gabbrielli

“La telemedicina è un’innovazione della medicina che usa la tecnologia – ha esordito Francesco Gabbrielli dell’Iss – e l’aspetto più importante è la collaborazione a distanza tra diversi professionisti sanitari o tra i sanitari e i pazienti. Oltre al fatto che si basa su un lavoro di squadra”.

Il Centro nazionale per la telemedicina è nato nel 2017 e si è adoperato fin dall’inizio per costruire un modello italiano di telemedicina valido su tutto il territorio nazionale: “Che non significa fare un unico sistema che vale per tutti, perché la telemedicina è per definizione territoriale, va adattata alle persone che si intendono curare, ma bisogna dare dei pilastri che siano uniformi sin tutto il Paese, altrimenti non c’è coerenza nei servizi e il servizio sanitario pubblico italiano ne risentirebbe”.

La telemedicina è un’innovazione della medicina che usa la tecnologia e deve essere territoriale per definizione

Noi viviamo in un momento molto particolare: l’evoluzione delle tecnologie è inarrestabile. Quelle digitali hanno la caratteristica di convergere le une verso le altre, fino ad arrivare ad una tecnologia che le conterrà tutte: “Questa non è fantascienza – riprende Gabbrielli – è una realtà già esistente da alcuni anni e che si sta propagando sempre di più anche dentro alla medicina, nella pratica di tutti i giorni. Questo comporterà un cambiamento epocale: i servizi di telemedicina sono il primo degli scalini di una evoluzione che ci porterà verso un’estrema personalizzazione delle cure, realizzata proprio grazie a un nuovo modo di produrre, gestire e utilizzare i dati relativi al paziente”.

 

Durante la pandemia, l’uso quotidiano della telemedicina è esploso, o per dirla con le parole di Gabbrielli: “Ha avuto un gradiente di sviluppo molto alto, perché fino al 2020 purtroppo nel nostro paese la telemedicina non era presa in considerazione dalle istituzioni.  Per fortuna eravamo pronti perché avevamo già studiato da tempo questi aspetti e abbiamo potuto produrre report già ad aprile del 2020 che hanno aiutato molti colleghi”.

I documenti dell’Iss sono stati presi come riferimento anche per realizzare le “Indicazioni nazionali per le prestazioni di telemedicina” adottate in conferenza Stato-Regioni a dicembre 2020.

“Questo balzo in avanti verso la telemedicina è stato poco percepito dall’opinione pubblica – riprende l’esperto dell’Iss – perché in realtà moltissime regioni, non tutte purtroppo, hanno recepito queste indicazioni nazionali. Naturalmente, è un passo che poi deve essere ulteriormente rafforzato dalle buone pratiche professionali per le varie discipline”.

Le indicazioni nazionali sono molto utili per capire che cosa è e che cosa non è la televisita, oltre a indicare in quali casi questa sia rimborsabile e quali tariffe adottare. In questo senso il metodo di tariffazione previsto è emergenziale e si basa sul concetto di omologazione del trattamento della prestazione in telemedicina alla prestazione in presenza.

“Ma questo modello non reggerà molto a lungo – riprende l’esperto dell’Iss – Rappresenta una soluzione “ponte” in attesa di elaborare delle tariffe più appropriate per le prestazioni stesse. D’altra parte, le prestazioni che riguardavano questo documento sono molto elementari”.

In effetti il documento parla della televisita ma non disciplina altri ambiti come la riabilitazione, la certificazione, il monitoraggio e l’applicazione della telemedicina in ambiti terapeutici specifici.

Tutte attività a cui Iss sta lavorando.

L’Iss sta lavorando a diversi documenti specifici, dalla teleriabilitazione al  telemonitoraggio alla telecertificazione

“Il documento sulla teleriabilitazione è già stato presentato al Ministero e siamo in attesa di vederlo approvare dalla Conferenza Stato Regioni; quello sulla teleassistenza lo produrremo dopo l’approvazione sulla teleriabilitazione. Il telemonitoraggio cardiovascolare polmonare invece è quasi terminato, un lavoro che ha coinvolto 18 società scientifiche e associazioni scientifiche oltre all’ISS. Lavoreremo anche sulla telecertificazione, che è un problema molto spinoso perché attiene a varie leggi dello Stato che si incastrano l’una con l’altra, fatte per lo più in era pre digitale”.

Il documento sulla teleriabilitazione, ad esempio, oltre a definire questa attività, identifica vari luoghi di prestazione e di erogazione del servizio, coinvolgendo anche spazi al di fuori delle strutture sanitarie, o della casa del paziente, come ad esempio luoghi di lavoro, scuole, università.

Ma l’ISS sta continuando a lavorare anche su altre discipline, come pediatria, dermatologia, medicina genetica, anatomia patologica, cardiologie; l’obbiettivo è portare avanti gradualmente tutte le varie specifiche della telemedicina nelle varie discipline.

“È un lavoro immenso – confessa Gabbrielli –  che sarebbe stato meglio aver iniziato alcuni anni fa, facendolo un po’ per volta, mentre ora lo stiamo facendo un po’ di corsa. Non possiamo recuperare in pochi mesi dieci anni persi nel passato. Personalmente, mi accontenterei di non perdere altro di tempo”.

La telemedicina non è comunque scevra da criticità e timori. I rischi sono dietro l’angolo: gli attacchi informatici, le violazioni della privacy, la discriminazione nell’accesso. Se non ben strutturata la telemedicina, anziché aumentare l’accessibilità ai trattamenti, potrebbe essere invece un fattore discriminante.

Ecosistema sanitario, un mondo in cui vogliono entrare i grandi player della Rete

Alfredo Pascali, docente del Politecnico di Milano nonché esperto di marketing e comunicazione digitale in ambito sanitario, ha parlato dei cambiamenti digitali che stanno interessando l’ecosistema della sanità.

Partendo da tre concetti: medicina di precisione, umanesimo digitale, convergenza e centralità.

“Il futuro della medicina sarà la personalizzazione – ha detto l’esperto – ma andremo sempre di più anche verso la medicina preventiva e predittiva grazie all’uso dell’intelligenza artificiale”.

Il digitale sarà lo strumento che connetterà tutti gli attori che interagiranno intorno al paziente, il cosiddetto umanesimo digitale integrato, che deve basarsi su questi aspetti: spazi, relazioni, tecnologie e processi progettati e gestiti con l’utente/paziente al centro.

A dimostrazione dell’importanza del digitale in ambito healthcare ci sono i dati degli investimenti degli ultimi due anni. Secondo gli ultimi dati di CBInsight, gli investimenti sono schizzati alle stelle dal 2018 al secondo trimestre del 2021.

Sul tema della convergenza e delle centralità, Pascali si riferisce nello specifico ai grandi attori che operano al di fuori del sistema salute ma sono intenzionati a entrarci, soprattutto attraverso il digitale. Parliamo di colossi come Google, Amazon, Facebook, marchi del mondo del food e del mondo finanziario.

Il digitale sarà lo strumento che connetterà tutti gli attori che interagiscono intorno al paziente, il cosiddetto umanesimo digitale integrato

“Sono player che parlano con linguaggi e utilizzano approcci diversi da chi opera nel mondo healthcare, ma se l’obbiettivo rimane quello della centralità del paziente, della sua percezione e della qualità dei servizi, questa sarà la metrica reale con cui valutare l’efficacia di tutti gli attori”.

Questi colossi negli ultimi tempi hanno investito miliardi di euro in sanità, e ognuno di loro lo ha fatto su strade differenti: chi si è occupato di prevenzione, chi di device, chi di cloud, chi del mondo delle farmacie.

Apple watch da più di un anno punta la comunicazione legata proprio al valore di salute, e negli Stati Uniti la Food and Drug Administration lo ha approvato come medical device per l’elettrocardiogramma: “Apple è un’azienda con una capacità di marketing molto potente, capace di arrivare al cittadino in modo più efficace, ma è una competenza che va sviluppata. I dati generati non possono finire in un server ed essere inutilizzati. Occorre disegnare i processi in termini di co-design mettendo al centro il paziente e gestendo la relazione in ottica multicanale”.

Terapie digitali, cure dal potenziale straordinario e ancora inesplorato

La dottoressa Jolanda Serena Pisano, ricercatrice del laboratorio di informatica medica dell’Istituto Mario Negri di Milano, ha parlato delle terapie digitali. “Si tratta di tecnologie che aiutano il consumatore a occuparsi del proprio benessere e della propria salute, ma richiedono comunque delle prove di efficacia clinica. Si tratta di veri e propri interventi terapeutici che sono guidati da programmi software e seguono tutte le regole a cui sono sottoposte le terapie tradizionali, come trial clinici randomizzati e conferme da parte dei vari enti regolatori”.

Si definiscono terapie digitali anche se da un punto di vista normativo sono considerate dispositivi medici, anche perché non sono basati su un farmaco, ma su un software che aiuta il paziente a trattare il proprio disturbo o patologia attraverso la modifica degli stili di vita.

“Le terapie digitali sono accompagnate da un foglietto illustrativo, devono essere prescritte dal medico, devono essere previsti meccanismi di rimborso, pubblici o assicurativi e sono sottoposte ad analisi di Health Technology Assessment” continua la ricercatrice. Possono essere app da usare sul telefonino, oppure da pc o tablet.

Le terapie digitali sono veri e propri interventi terapeutici guidati da programmi software e devono seguire tutte le regole previste per i farmaci tradizionali

Come rilevato da una recente ricerca realizzata da Eugenio Santoro e altri colleghi del Mario Negri, le terapie digitali sono somministrate soprattutto tramite app (41,9%) e applicazioni web (25,7%). Le aree terapeutiche dove si interviene maggiormente sono la salute mentale (34,6%) seguita dalle malattie croniche (19,1%), dipendenze (12,5%), e in misura minori disturbi del sonno, obesità, problemi cardiovascolari.

Tra le app che stanno avendo più successo, la dottoressa Pisano cita WellDoc, utile per la gestione del diabete di tipo 2: “È stato dimostrato che, agendo sugli stili di vita, questa terapia digitale può ridurre l’emoglobina glicata in modo significativo”.

Deprexis e Velibra agiscono nell’ambito delle terapie cognitivo comportamentali: “La prima ha dimostrato di poter diminuire la depressione grave mentre la seconda si è mostrata efficace per certi disturbi dell’ansia come la fobia sociale” ha concluso la dottoressa Pisano.

Online, offline o onlife?

Giuseppe Fattori, medico e docente universitario di marketing sociale a Bologna, ha puntato anche a elevare il discorso sul digitale. Che non si può più considerare come altro da noi, come dimensione che decidiamo di vivere in certi momenti, e staccarcene in altri. Siamo immersi nel digitale, costantemente. Non si può più quindi parlare di dimensione online o offline, ma onlife: viviamo in un mondo iperconnesso dove queste distinzioni non hanno più senso.

Partendo da questo concetto, e sfruttandolo al meglio, si possono realizzare progetti in ambito sanitario molto interessanti. Fattori ha raccontato quello sulla mappa della salute dell’Emilia Romagna, una mappa interattiva che viene alimentata dai vari soggetti presenti sul territorio per segnalare strutture, palestre e altri centri che si occupano di salute, disabilità, riabilitazione, centro anti fumo, ecc.

Il digitale è una dimensione nella quale viviamo costantemente e può essere utilizzato per realizzare progetti di salute molto coinvolgenti

Un altro esempio è costituito dall’uso sapiente dei social per fare prevenzione: “Il fumo sta aumentando tra i giovani, che sono infatti diventati il nuovo target dell’industria del tabacco – afferma Fattori – Per raggiungere i giovani e fare prevenzione abbiamo quindi pensato di usare il social Instagram lanciando il concorso “#invecedifumare” e che ha avuto un grande successo!”.

 

Un altro esempio interessante è il progetto “Bologna bella massa” per ridurre il nostro impatto sull’ambiente e favorire la mobilità sostenibile: attraverso una app specifica, si registrano i propri spostamenti in bicicletta, autobus, treno, car-sharing, car-pooling e gli spostamenti a piedi, guadagnando per ognuno di essi “PuntiMobilità” che consentono di ottenere sconti nei negozi ed esercizi aderenti all’iniziativa. Con questa iniziativa sono state risparmiate oltre 700 tonnellate di Co2, oltre a considerare l’indotto per le aziende e la grande partecipazione di pubblico, e delle scuole.

Tornando sul digitale, Fattori ha parlato di come gli assistenti vocali stiano facendo la differenza nella comunicazione sanitaria: “Il Servizio Sanitario inglese (NHS) si è alleato con Alexa, l’assistenza vocale di Amazon, per fornire informazioni affidabili sulle vaccinazioni anti-Covid. In questo momento, ci sono 80 trial in corso che stanno valutando Alexa come assistente sanitario”.

Gli assistenti vocali stanno facendo la differenza nella comunicazione sanitaria

Per Fattori la comunicazione istituzionale deve sondare nuove vie che non siano solo i media tradizionali: “In Finlandia in caso di crisi, oltre a dottori, infermieri e pompieri, nella comunicazione coinvolgono gli influencer. Da noi, quando l’anno scorso l’ex premier Giuseppe Conte ha chiamato i Ferragnez per aiutarlo nella comunicazione sull’importanza dell’uso delle mascherine, è stato visto come un fatto straordinario”.

I social, da Tik Tok a Instagram, hanno una penetrazione molto più capillare e diffusa rispetto ai media tradizionali e possono raggiungere quella parte di popolazione più giovane su cui occorre fin da subito fare cultura della prevenzione.

 

Il nuovo ecosistema della salute, sempre più connesso, digitale, disegnato sul paziente, non può fare a meno di una comunicazione altrettanto digitale e capillare, capace di arrivare laddove la comunicazione tradizionale non arriva, o fallisce.

Tempi di autorizzazione di prezzi e rimborso farmaci. Jommi: “Positiva novità il report Aifa”

L’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) ha recentemente pubblicato i risultati di un’analisi sulle “Tempistiche di autorizzazione delle procedure di prezzi e rimborso dei farmaci relativamente al triennio 2018-2020”. Si tratta di un tema molto caldo. La lentezza dei tempi di approvazione e quindi dell’arrivo dei nuovi farmaci nella pratica clinica sono spesso lamentati sia dai produttori che dai pazienti. Approfondiamo il delicato argomento insieme a Claudio Jommi, Professor of Practice in Health Policy presso SDA Bocconi School of Management.

Claudio Jommi

Professor Jommi, di quanti giorni si sono ridotti i tempi di approvazione dei medicinali?

Un primo aspetto che vorrei sottolineare, prima di rispondere alla domanda, è che per la prima volta, a mia conoscenza, Aifa ha prodotto un report specifico sui tempi di gestione delle procedure di P&R (Prezzo e Rimborso). Questo è molto importante: è un passo verso la trasparenza e la rendicontazione dell’attività di un’agenzia pubblica. Sui tempi di gestione della procedura di P&R sono diversi i contributi pubblicati negli ultimi anni, ma è la prima volta che viene reso pubblico un report direttamente dall’agenzia.

Venendo al quesito, a mia conoscenza non esistono report analoghi pubblicati nel passato da Aifa e non è possibile effettuare un confronto con il triennio precedente. Ciò che emerge dal documento di Aifa è una riduzione del tempo necessario a chiudere la procedura di valutazione tecnica e la negoziazione di P&R, ovvero del tempo intercorso tra l’inizio della procedura (chiusura della verifica amministrativa) e la fine della procedura, cui segue la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della Determina di P&R.

Secondo i dati Aifa, questa tempistica si è ridotta, per le procedure non riferite a generici, da una media di 274 giorni per le procedure avviate nel 2018, a 241 per quelle avviate nel 2019 a 163 giorni per le procedure iniziate nel 2020. I dati annuali non sono comunque confrontabili: la valutazione dei tempi è stata effettuata sulle procedure effettivamente concluse (e/o per le quali sono disponibili tutti i dati per il calcolo dei tempi): tali procedure vanno dal 94% al 57% di quelle avviate, rispettivamente, nel 2018 e nel 2020. Per il 2020 c’è un bias di selezione in quanto sono molto più numerose le procedure non ancora concluse e con tempi, quindi, più lunghi.

Il confronto internazionale IQVIA/EFPIA (Patients W.A.I.T. Indicator) fornisce dati su serie storiche più lunghe. I dati di confronto a livello europeo dello studio W.A.I.T. fanno riferimento ai tempi intercorrenti tra approvazione a livello Ue (o locale nel caso di stati non membri Ue) e disponibilità formale del farmaco a carico di terzi pagatori pubblici (per l’Italia, pubblicazione della Determina di P&R in G.U.). Tale studio include solo nuove molecole (sono quindi escluse le nuove indicazioni di prodotti già esistenti e i generici). I dati evidenziano da una parte un tendenziale ma non importante allungamento dei tempi medi (da 383 giorni nel triennio 2014-2016 a 418 giorni nel triennio 2016-2019), dall’altra tempi inferiori a quelli in media rilevati nei 29 Paesi considerati.

L’Italia presenta tempi superiori, tra i principali paesi europei, solo a Germania, che di fatto prevede la rimborsabilità immediata una volta che il prodotto è approvato anche a livello nazionale, e Inghilterra, in cui si fa riferimento alla raccomandazione del Nice (National Institute for Health and Care Excellence), o ai dati di vendita nel caso di farmaci non soggetti a tale valutazione.

I confronti internazionali richiedono però ancora più attenzione rispetto all’analisi dei trend nazionali. Ad esempio, i tempi rilevati in Francia sono mediamente più lunghi, ma alcuni farmaci sono soggetti a programmi di accesso precoce antecedente all’approvazione del farmaco (Atu – Autorisation Temporaire d’Utilisation fino a luglio 2021; Aap – Autorisation d’Accès Précoce – da luglio 2021), che non vengono rilevati nel database IQVIA/EFPIA.

È importante segnalare anche che, nel confronto europeo, l’Italia è il quinto paese per incidenza dei nuovi farmaci formalmente rimborsati dal sistema pubblico, con un valore (75%) inferiore, tra i principali Paesi Europei, alla sola Germania (88%). Ovviamente l’Italia, come la Spagna, risente degli ulteriori step di valutazione a livello regionale: per quanto in alcune regioni il sistema dei prontuari regionali sia stato superato, permangono importanti differenze nell’accesso a livello regionale. Le statistiche sopra citate fanno riferimento alle procedure nazionali di P&R.

Ritiene ci sia ancora spazio per ulteriori riduzioni dei tempi di autorizzazione? Su quali punti del processo pensa posa agire Aifa?

La valutazione dei farmaci e il processo negoziale non sono semplici e richiedono del tempo, anche se la durata del processo sembra essere ancora lontana dai 180 giorni massimi previsti e il dato, positivo, relativo alle procedure avviate nel 2020 risente del bias già evidenziato.

Ci possono essere margini di miglioramento. I tempi di pubblicazione in G.U. potrebbero essere ridotti senza che questo vada a discapito della qualità della valutazione.

Possono essere poi previste procedure più rapide di valutazione per i farmaci che rispondono ad un rilevante bisogno insoddisfatto (assenza di alternative terapeutiche e rilevanza della patologia target). Una discussione aperta delle principali criticità del dossier di P&R in fase antecedente all’approvazione europea, una volta ottenuta la Positive Opinion del CHMP, può aiutare a favorire la valutazione e negoziazione successive. La proposta di unificare le due commissioni, oltre che essere disallineata con quanto avviene nella maggior parte degli altri paesi e introdurre il rischio di una valutazione tecnico-scientifica condizionata dalle previsioni di impatto sulla spesa, non è detto che produca un accorciamento dei tempi di valutazione e negoziazione.

Nell’ambito di un’ulteriore ottimizzazione delle procedure, pensa possa essere utile anche la collaborazione da parte delle aziende? Su quali fronti?

Le imprese possono accelerare i tempi di sottomissione dei dossier di P&R, anche se la nuova normativa prevede un’azione potenzialmente proattiva di Aifa nell’avvio della procedura negoziale. Le aziende possono poi contribuire ad accelerare il processo, sottomettendo proposte economicamente vantaggiose in caso di farmaci che non generano valore aggiunto ma che forniscono comunque il vantaggio di offrire un’alternativa terapeutica a pazienti e medici.

Si tratta di scelte non semplici, visto che le strategie di pricing vengono comunque decise a livello sovra-nazionale. Tuttavia, vista la sempre più frequente uscita ravvicinata di farmaci per la stessa indicazione terapeutica, accelerare l’ingresso sul mercato a prezzi relativamente più bassi, può fornire dei vantaggi in termini di volumi.

Un’ultima battuta sulla posizione dell’Italia in ambito europeo. Ci sono Paesi che fanno peggio di noi, ma anche altri che sono più veloci nell’approvare i nuovi farmaci. Possiamo trarre qualche insegnamento dall’estero per migliorarci?

È indubbio che i tempi di accesso siano più rapidi dove esiste una regolazione dei prezzi indiretta (Uk) ed ex post rispetto al lancio del farmaco (Germania). In entrambi i paesi il processo è poi fortemente strutturato e gestito ‘ex ante’: in Inghilterra è fondamentale la cosiddetta “fase di scoping” in cui vengono definiti gli elementi cardine dei dossier che le imprese inviano poi a Nice.

In Germania è prevista una fase di interazione anticipata tra la Commissione Federale (G-BA) e le imprese per la discussione di aspetti critici tra cui la scelta del comparatore rispetto al quale viene valutato il valore terapeutico aggiunto del farmaco in lancio.

Introdurre poi delle forme di automatismo, come la legittimità di chiedere un premio di prezzo solo quando il valore aggiunto assume una certa dimensione o range di valori soglia alla costo-efficacia, pur in un contesto comunque di flessibilità negoziale, può evitare un allungamento dei tempi.

In ogni caso non è solo la ‘rapidità’ di accesso al lancio ad essere rilevante. Ciò che è importante è mettere nelle condizioni di chi gestisce poi la spesa per farmaci, nel caso italiano le Regioni, di non effettuare ulteriori rivalutazioni ai fini dell’accesso: ad esempio, report sintetici a valle del processo negoziale che illustrino il razionale delle decisioni prese, possono favorire, considerando anche la presenza delle Regioni nelle commissioni, un rapido accesso a livello locale.

Le novità di PPHC.it: gli articoli da ascoltare e il magazine domenicale

Con il mese di ottobre la nostra testata dà il benvenuto ad alcune novità pensate per rendere sempre più semplice e interessante scoprire i contenuti e approfondimenti che pubblichiamo. Policy and Procurement in HealthCare è nato digitale all’inizio del 2020 e sempre di più vuole sfruttare le opportunità della rete per fornirvi notizie di qualità, analisi, commenti e opinioni utili e in modalità ogni giorno più interattiva.

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Una newsletter con il meglio della settimana e uno sguardo al futuro: nasce PPHC Magazine

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Dispositivi medici e innovazione: come definire il valore per il SSN?

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Per la sanità pubblica, l’accesso all’innovazione è un tema cruciale e delicato, e non solo in Italia. Lo sviluppo di nuove tecnologie e farmaci, spesso molto costosi, può rappresentare una svolta davvero significativa nella cura dei pazienti. Questo però genera una pressione sempre crescente sul Servizio sanitario nazionale in termini di sostenibilità e di garanzia di accesso uniforme alle cure, nelle diverse strutture e Regioni. Inoltre il divario tra sanità pubblica ed enti privati rischia di ampliarsi, penalizzando i centri di eccellenza pubblici per le possibili difficoltà di accesso all’innovazione dovute a ragioni di minore disponibilità economica e maggiore complessità delle procedure di acquisto per le strutture della PA rispetto ai privati.

Quali soluzioni adottare per valorizzare l’innovazione nella sanità pubblica, in particolare nell’ambito dei dispositivi medici e nelle procedure di gara?

Quali soluzioni si possono adottare per valorizzare l’innovazione nella sanità pubblica, in particolare nell’ambito dei dispositivi medici e in relazione alle procedure di gara? Questo tema è stato al centro di una serie di incontri che hanno visto coinvolti diversi attori della sanità pubblica, per la condivisione delle reciproche esigenze, difficoltà e soluzioni. Protagonisti delle tavole rotonde, a carattere multidisciplinare, sono stati i seguenti esperti: Erminia Caccese (Dirigente farmacista, UOC Attività farmaceutiche, ESTAR Toscana), Adriano Cristinziano (Direttore Farmacia ospedaliera Delli Colli Monaldi, Napoli), Paolo De Zen (UOC CRAV – Azienda Zero, Padova), Pietro Leone (Dirigente Direzione Centrale Acquisti, Regione Lazio), Alessandro Roman (CORIS – Consorzio per la Ricerca Sanitaria, Padova), Andrea Sabbadini (Direttore Direzione Regionale Centrale Acquisti, Regione Lazio), con la moderazione di Claudio Amoroso (Direttivo Fare – Federazione delle Associazioni Nazionali degli Economi e dei Provveditori), Roberto Bonatti (Studio Legale Russo Valentini, Bologna) e Pierluigi Stefano (Direttore Cardiochirurgia Azienda Ospedaliero Universitaria Careggi, Firenze).

 

Dalla discussione è emerso innanzitutto il forte interesse dei partecipanti verso i concetti di Value based healthcare e Value based procurement come possibili soluzioni per incorporare nella sanità pubblica il valore dell’innovazione anche nel processo di acquisizione di beni e servizi. Condivise rimangono però anche la difficoltà e alcune resistenze nella conseguente applicazione pratica.

Innovazione nel public procurement: come valorizzare la qualità?

“L’innovazione nel public procurement è già presente nella Strategia Europa 2020, per favorire una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva. E l’evoluzione del pensiero in tema di innovazione e di acquisti pubblici è evidente nella normativa europea, che già con la direttiva 2014/24 ha introdotto, ad esempio, una procedura ad hoc, il partenariato per l’innovazione” – ha ricordato Amoroso.

Ma che cosa si deve intendere per “innovazione”? Per il Codice dei contratti è definita come «l’attuazione di un prodotto, servizio o processo nuovo o che ha subito significativi miglioramenti tra cui quelli relativi ai processi di produzione, di edificazione o di costruzione o quelli che riguardano un nuovo metodo di commercializzazione o organizzativo nelle prassi commerciali, nell’organizzazione del posto di lavoro o nelle relazioni esterne».

Comunemente si ritiene che una tecnologia sia innovativa se è in grado di migliorare, rispetto all’esistente, l’efficacia e la sicurezza della cura di una determinata malattia, dove nella valutazione dell’efficacia va considerata anche la qualità della vita del paziente. Esiste però un concetto più ampio di innovazione che fa riferimento ad altre dimensioni, tra le quali, ad esempio, il livello di accettabilità.

Riprende Amoroso: “Occorre tradurre il concetto di qualità, espressione adottata dal Codice degli appalti, in quello di valore e declinare il valore sottostante ad ogni tecnologia in criteri esplicitati in gara. Questi criteri rappresentano il value framework che permette di allineare la fase di HTA alla successiva fase di acquisto”.

Occorre tradurre il concetto di qualità in quello di valore e declinare il valore delle tecnologie in criteri esplicitati in gara

Sia in ambito clinico sia in ambito amministrativo, per la PA i tempi sembrano ormai maturi per spostare il focus sulle attività che generano risultati attraverso la misurazione del rapporto fra l’organizzazione di un certo percorso di cura, i costi sostenuti e gli esiti. In questo senso, la sanità che si fonda sul valore deve essere supportata da soluzioni innovative di acquisto.

Dalle esperienze dei partecipanti è apparso che il Value Based Healthcare & Procurement incontra difficoltà nella sua implementazione perché, tra l’altro, necessita di forti competenze gestionali e tecnologiche e mette in discussione pratiche consolidate nel tempo.

Nonostante ciò, c’è un forte interesse verso i capitolati dedicati all’innovazione, per favorire un accesso più rapido all’innovazione per la sanità pubblica e la ricerca, con l’obiettivo finale di migliorare la gestione del paziente.

Strumenti gestionali avanzati applicabili nelle procedure sanitarie

Ma quali sono gli strumenti normativi attualmente a disposizione e che cosa consentono di fare?

Risponde l’avvocato Bonatti: “Nella fase di preparazione dei capitolati, la PA deve innanzitutto chiedersi che cosa vuole comprare: un prodotto, un servizio o un risultato? Per l’acquisto di un prodotto, è sufficiente una gara tradizionale, con la PA che determina quali sono le caratteristiche necessarie, e lo spazio per l’innovatività è ridotto al minimo. Per comprare un servizio, la PA deve invece essere disposta a inserire nel processo di acquisto non solo il prodotto ma un insieme di prestazioni collegate al prodotto ed essere in grado di valutare le caratteristiche tecniche non solo intrinseche ma anche estrinseche, cioè come il prodotto impatta sul servizio e sulla procedura terapeutica. Per comprare un risultato, la PA deve essere consapevole della necessità di sensibilizzare la parte fornitrice affinché fornisca non solo un prodotto con le caratteristiche adeguate ma anche che sia disposta ad assumersi un rischio nella gestione del paziente, rischio che deve essere tradotto in norme relative del capitolato di gara”.

Nella fase di preparazione dei capitolati, la PA deve innanzitutto chiedersi se vuole comprare un prodotto, un servizio o un risultato

In concreto, in base al diverso grado di interazione tra PA e imprese private che si vuole ottenere, è possibile fare ricorso ad almeno quattro procedure d’acquisto differenti:

  • la consultazione preliminare di mercato; la procedura più semplice e tradizionale, rappresenta una buona prassi in tutti gli ambiti e vale per i prodotti innovativi e non. Deve essere esaustiva e idonea a fornire indicazioni non solo sul piano delle caratteristiche tecniche, ma anche sullo stato del mercato, per permettere alla PA di avere chiara la situazione al momento dell’attivazione della procedura;
  • il capitolato tradizionale con elementi di innovatività, ad esempio sotto forma di definizione di criteri di valutazione delle pubblicazioni scientifiche a supporto dei device innovativi;
  • il dialogo competitivo o la procedura competitiva con negoziazione; a fronte di un nucleo iniziale di prestazioni, queste procedure consentono di arricchirne il contenuto con elementi ulteriori non previsti nel capitolato. Il privato non offre solo una miglioria rispetto alla richiesta della PA, ma partecipa alla formazione del contenuto della prestazione; questi strumenti, ancora poco utilizzati, potrebbero presentare interessanti vantaggi nel caso dei dispositivi medici ad alta innovazione o ad alta tecnologia;
  • il partenariato pubblico privato (PPP); anche questo strumento è utilizzato pochissimo e soprattutto per appalti di lavori ma potrebbe essere utile anche nelle forniture di DM innovativi perché il privato può essere chiamato ad assicurare un risultato in termini terapeutici di miglioramento dell’offerta sanitaria al paziente.

Ricorda ancora l’avvocato Bonatti: “Esistono già alcuni casi sviluppati sia in Italia sia all’estero in cui il PPP ha funzionato e ha migliorato la modalità di uso di un DM innovativo anche perché il privato non ha interesse solo a vendere il DM, ma anche a farlo conoscere (l’innovatività si traduce anche in questa esigenza), e di conseguenza la PA, che può conoscere ancora poco il DM innovativo, riesce a trarre il massimo risultato per la salute dei pazienti”.

 

Sul tema delle consultazioni di mercato, il dottor De Zen sottolinea un aspetto interessante, emerso soprattutto a seguito della situazione pandemica da Covid-19: “Questo strumento può essere molto utile non tanto come mero adempimento da eseguire, ma come vero e proprio momento di confronto con gli operatori economici, da replicare anche a distanza di tempo. Come è successo con alcune consultazioni interrotte dalla pandemia, che sono riprese mediante ricezione di osservazioni e successivamente in presenza, dopo qualche tempo. È un processo che si allunga nei tempi, ma nei casi di prodotti innovativi, dove siamo chiamati anche ad essere innovatori perché di consolidato non c’è molto, potrebbe essere vantaggioso tornare a confrontarsi periodicamente con gli operatori economici man mano che si intravedono nuove soluzioni possibili”.

Per l’accesso all’innovazione il tempo è un fattore fondamentale

Chiarissime le parole del professor Stefano sull’importanza di un accesso rapido all’innovazione per le strutture pubbliche che fanno ricerca: “Le procedure di gara e di acquisto dei DM prevedono tempistiche molto lunghe, incompatibili con la velocità dello sviluppo di alcune branche ad elevatissima evoluzione tecnologica, come ad esempio la cardiochirurgia o la chirurgia interventistica. Qualsiasi capitolato, anche il più moderno e aggiornato, redatto nel 2021, nel 2024 risulta superato”.

Le procedure di gara e di acquisto dei DM prevedono tempi incompatibili con la velocità di sviluppo di alcune aree ad elevatissima evoluzione tecnologica

E anche per l’amministrazione pubblica il fattore tempo è cruciale. Lo ribadisce il dottor Leone: “L’esigenza di un maggiore e più rapido accesso all’innovazione da parte della sanità pubblica deve essere la leva per sviluppare un cambiamento sano, rappresentando nelle giuste sedi le modifiche che potrebbero rendere nuovamente competitivo anche l’ambito pubblico attraverso processi di approvvigionamento più snelli. Esistono già delle proposte per semplificare il procedimento di acquisto che, anche se non risolutive, potrebbero semplificare molto il processo di approvvigionamento. Ad esempio, potrebbe essere utile introdurre la selezione a monte dei fornitori per verificare, a livello centrale e una volta per tutte, se un operatore economico è compliante o meno ad una procedura di gara con la PA. Grazie alle modalità telematiche ormai ampiamente utilizzate, questa verifica potrebbe essere molto semplice da attuare e limiterebbe la discrezionalità delle singole centrali di committenza e anche il ricorso al contenzioso”.

 

Un altro problema molto sentito sia dalla componente clinica, rappresentata dal professor Stefano, sia da quella amministrativa, e in particolare da Caccese e Leone, riguarda i limiti molto restrittivi in tema di conflitto di interesse per la partecipazione dei clinici alla stesura dei capitolati di gara: una norma comprensibile per certi versi ma che rappresenta un ostacolo forte, anche in relazione alle tempistiche di gara, quando non consente alle figure apicali delle strutture di ricerca pubblica, che sono i maggiori conoscitori dei prodotti che si devono aggiudicare, di dare il loro apporto per definire concretamente che cosa acquistare e quali vantaggi possono comportare i prodotti innovativi. Una possibile soluzione, delineata dall’avvocato Bonatti, potrebbe essere quella di coinvolgere gli esperti nella fase di indagine di mercato, che non è finalizzata alla gara ma ad acquisire le informazioni utili alla gara, prima che sussista una procedura vera e propria.

Esperienze innovative di procurement: luci e ombre

Come anticipato, alcune esperienze di soluzioni innovative di acquisto sono già state condotte anche in Italia. È il caso, ad esempio, di Estar Toscana che ha realizzato due gare per l’acquisto di DM con approccio value-based procurement, come racconta la dottoressa Caccese: “L’obiettivo era quello di costruire una procedura di gara innovativa per valutare non solo la qualità intrinseca del DM (caratteristiche costruttive) ma anche il beneficio clinico che il DM produce, mediante l’incorporazione degli end-point nel capitolato di gara. In altre parole, ci siamo posti come obiettivo la valorizzazione del beneficio clinico che richiede a monte una solida revisione della letteratura riguardante l’efficacia. Per realizzare il suddetto obiettivo è stato utilizzato il metodo del Net Monetary Benefit (NMB) applicato ai capitolati di gara secondo il Nuovo Codice degli Appalti (D. L.vo 50/2016). Tale metodo permette di calcolare il beneficio monetario netto del DM incorporando nel calcolo tre componenti: il beneficio clinico degli esiti espresso in QALYs (quality-adjusted life years), il prezzo del DM, i costi degli insuccessi correlati al trattamento”.

L’esigenza di più rapido accesso all’innovazione per la sanità pubblica deve essere la leva per sviluppare un cambiamento sano e rendere nuovamente competitivo l’ambito pubblico

Non sono mancate criticità, come la messa a punto di un calcolo complesso come il NMB, che hanno indotto alcune resistenze sia nella PA sia negli operatori economici (nella prima gara pilota, su 2 lotti di reti biologiche, un lotto è andato deserto), ma sono stati introdotti elementi rilevanti di innovatività utili anche come spunto per le altre realtà.

In particolare è stata prevista la valutazione degli outcomes in due fasi: nella fase di stesura del capitolato tecnico attraverso la scelta degli end-point da valutare con il NMB basata anche su documenti evidenziali di indirizzo a supporto della gara; e nella fase di monitoraggio a seguito dell’esecuzione del contratto tramite la misurazione degli esiti clinici nel mondo reale con registri ad hoc.

 

Su questo secondo aspetto, in generale, si è concentrato anche il dottor De Zen, sottolineando alcune possibili criticità: “Il processo di analisi e verifica degli esiti è il punto cruciale. Un quesito fondamentale è: come interagire con il fornitore nel momento in cui i risultati non sono quelli attesi o prospettati in fase di valutazione e aggiudicazione? Il tema è delicato perché il mancato raggiungimento dei risultati prefissati può dipendere dalla caratteristica del device ma anche da fattori esterni (es. performance clinica). Quali strumenti potrebbero essere individuati per chiarire a chi imputare il mancato raggiungimento dei risultati e come? Questo aspetto potrebbe rappresentare un ulteriore motivo di contenzioso”.

Se la remunerazione dell’operatore economico si basa sul valore, è necessario misurare quel valore con dati attendibili e affidabili, e questo rappresenta una criticità

Un tema delicato, come confermano le parole del dottor Sabbadini: “Nel momento in cui si remunera un soggetto in base al valore, dobbiamo essere in grado di valutare in maniera appropriata e corretta come viene misurato quel valore e quindi abbiamo bisogno di dati attendibili e affidabili. E ad oggi questo rappresenta ancora una grande difficoltà. Nel caso in cui si disponesse una procedura di gara che commisura la remunerazione di un intervento di installazione di un device di natura innovativa orientando i criteri di misurazione con alcuni parametri di outcome come l’aspettativa o la qualità di vita, questo inevitabilmente implicherebbe lo sviluppo di un set di dati che devono essere correlati alla lettura della scheda di dimissione ospedaliera o alla qualità di vita del paziente, e questi dati oggi non sono acquisibili in maniera sistematica”.

Le peculiarità dei device innovativi

Che nell’ambito dei dispositivi medici sia necessario operare una distinzione, anche a livello di capitolati ed acquisti, tra la reale innovazione e la semplice novità è apparsa un’esigenza condivisa. Le riflessioni in questo senso si rifanno a quanto previsto nel settore del farmaco, dove l’innovatività è regolata dalla Legge 232/2016 e dalla determina AIFA 519/2017, che definiscono i criteri per la classificazione dei medicinali innovativi mediante un framework che prevede un approccio multidimensionale basato su bisogno terapeutico, valore terapeutico aggiunto e qualità delle prove. Questo approccio, e la relativa definizione a livello unico nazionale, potrebbe essere applicato con favore anche nel campo dei dispositivi medici?

Una prima risposta affermativa è giunta dal dottor Cristinziano: “Da farmacista penso che si potrebbe prendere spunto dai criteri per il riconoscimento dell’innovatività messi a punto da AIFA per i medicinali per dare un accesso più rapido ai dispositivi realmente innovativi. Sicuramente, anche un prodotto nuovo presenta dei vantaggi rispetto all’esistente ma non copre un bisogno insoddisfatto, per cui l’urgenza di averlo subito disponibile viene a mancare. In caso di reale innovazione, la scelta non dovrebbe essere lasciata a livello locale o regionale ma sarebbe necessario coinvolgere AIFA, e anche il nuovo regolamento UE sui DM ci può venire in soccorso in quanto introduce un iter di sperimentazione e monitoraggio dei DM molto più in linea con quello dei farmaci”.

Distinguere i DM di uso consolidato da quelli innovativi può consentire la definizione di procedure di gara diversificate in base alle caratteristiche di innovatività

La linea delineata da AIFA potrebbe quindi prevedere, ad esempio, una valutazione HTA del dispositivo in studio, il giudizio sul grado di innovatività e una successiva contrattazione a livello nazionale, in base all’epidemiologia, all’impatto del device e al DRG (considerando, eventualmente, anche la necessità di aggiornare la tariffa del DRG).

Anche la dottoressa Caccese sottolinea l’importanza di poter distinguere tra DM di uso già consolidato e DM innovativi, con procedure di gara diversificate in base alle caratteristiche di innovatività.

Appare un’esigenza condivisa quella di prevedere una sorta di capitolato “speciale” per fornire un canale preferenziale all’innovazione, anche se permangono forti dubbi sui vincoli della normativa attuale e sulla necessità di introdurre cospicue modifiche. L’approccio ad una soluzione di questo genere non è semplice da studiare, ma potrebbe rappresentare il primo passo di un cammino complesso. Ad esempio, suggeriscono gli esperti, si potrebbe partire dalla dimostrazione di un bisogno clinico insoddisfatto che giustifichi, anche ai sensi del nuovo regolamento UE 2017/745, il ricorso ad un capitolato “speciale” per superare le difficoltà correlate alla recente immissione in commercio o al ristretto numero di pazienti per i quali è indicato il DM.

La misurazione degli esiti: come valutare la letteratura scientifica?

Grande interesse ha suscitato la discussione in merito ai criteri da utilizzare per individuare e valorizzare gli esiti da monitorare in una procedura di gara basata sul valore e sugli outcome. Anche in questo caso, si impone una distinzione tra device maturi e device di recente immissione in commercio: la valutazione degli esiti si basa, infatti, sulla letteratura scientifica a supporto di un device ma, nel caso di device innovativi e appena immessi sul mercato, i dati a disposizione potrebbero essere limitati. Come superare questo ostacolo? Afferma Amoroso: “In questi casi, in sede di gara, può essere importante puntare sui risultati, introducendo alcune forme di outcome based agreement”.

L’esigenza delle Centrali di acquisto è di individuare un punteggio oggettivo e riconosciuto per la letteratura, facilmente applicabile e che qualifichi davvero l’offerta

In generale, i criteri di valutazione della letteratura scientifica costituiscono ancora un punto di criticità, che spesso vede le Centrali di acquisto alla ricerca di indicazioni standard di base, per orientarsi in un ambito molto vasto e selezionare le fonti più appropriate alle quali fare riferimento per definire un punteggio oggettivo e riconosciuto, diversificato per categoria merceologica ma facilmente applicabile dalle Commissioni di gara e che qualifichi l’offerta, per evitare che tutti i prodotti in gara ottengano lo stesso punteggio, massimo o minimo, senza possibilità di una concreta differenziazione dell’innovazione.

Ricorda quindi Amoroso: “Consip, nelle nuove procedure di acquisto, ha introdotto il ‘valore totale di acquisto’ nell’intero ciclo di vita introducendo elementi innovativi di valutazione come l’efficacia clinica e l’impatto economico derivante dall’utilizzo dei DM tecnologicamente avanzati. Il fatto che Consip abbia iniziato ad utilizzare value based procurement e procedure innovative di acquisto per valorizzare l’innovazione fa ben sperare nel fatto che anche le altre centrali di acquisto regionali si adegueranno, così come è successo per il sistema dinamico di acquisizione e per l’accordo quadro. Può essere una sorta di ‘best practice’ da riprendere in diversi contesti e Regioni”.

Il riferimento è, in particolare, a due gare indette da Consip, una sulle suture chirurgiche e una per la fornitura di valvole aortiche impiantabili per via trans catetere (TAVI). Gli esperti hanno ritenuto molto interessante soprattutto la procedura di acquisto per le TAVI, condotta tramite accordo quadro, che specificava in modo molto preciso gli elementi di valutazione degli studi presentati:

  • Impact Factor dello studio riferito al momento della presentazione dell’offerta e verificato dalla commissione giudicatrice tramite il sito www.scijournal.org
  • Range dello STS score dei pazienti arruolati (modello utilizzato per calcolare il rischio di mortalità operatoria e morbilità dopo un intervento cardiaco)
  • Il numero di pazienti arruolati e il numero di pazienti alla fine dello studio
  • Il tipo di studio secondo la piramide della Evidence Based Medicine (meta analisi, studi randomizzati e controllati, studi di coorte, serie di casi…)
  • Il valore dell’outcome oggetto del criterio.

Inoltre, secondo la procedura, risultavano ammessi alla valutazione solo gli articoli in versione integrale (no solo abstract), pubblicati su rivista peer reviewed e indicizzata con impact factor > 1,0. Non erano considerati idonei “documenti a comprova” le brochure, i depliant, il materiale commerciale/pubblicitario, studi diversi da quelli sopra descritti o documentazione meramente illustrativa.

Anche la questione della lingua riveste una sua rilevanza, come confermato dai partecipanti: nella gara Consip sulle TAVI era specificato che la documentazione da presentarsi deve essere in italiano, con l’eccezione delle eventuali certificazioni rilasciate da enti notificati accreditati e della letteratura scientifica, da presentarsi anche in lingua inglese.

 

Un’altra specifica importante della gara Consip sulle TAVI riguarda il caso in cui un concorrente offra un dispositivo che rappresenta una diretta evoluzione tecnologica di un dispositivo precursore, la cui efficacia terapeutica è stata precedentemente validata mediante letteratura scientifica: la procedura indica che “è possibile inviare la letteratura scientifica comprovante l’efficacia terapeutica del dispositivo precursore, avente la stessa piattaforma tecnologica”.

La valutazione degli indici bibliografici e della letteratura è la frontiera su cui si sta muovendo il procurement innovativo

La valutazione degli indici bibliografici e della letteratura è la frontiera su cui si sta muovendo questo modo di fare gare innovative. In questo senso, interessante è anche l’esperienza di Coris Veneto, riportata da Roman: “Dal maggio 2018 Coris ha svolto attività di value-based procurement con un progetto pilota sulla valutazione della procedura TAVI che ha coinvolto, in un tavolo regionale, le unità di cardiochirurgia della Regione Veneto per individuare, attraverso un’analisi della letteratura internazionale, le variabili cliniche di outcome maggiormente descrittive dello stato di salute, sia in fase pre-procedurale sia in follow-up. Il risultato è stata la strutturazione di un form di raccolta dati contenente tutte le variabili di interesse e la creazione di un database informatico, in collaborazione con il consorzio Arsenal, da collegare al fascicolo sanitario elettronico e ai flussi amministrativi.”

Un progetto ancora in corso di implementazione, che ha l’obiettivo di analizzare l’intero percorso terapeutico e la storia sanitaria del paziente in maniera completa e accurata. L’interoperabilità dei sistemi rappresenta però ancora un ostacolo, come conferma Roman: “Far interagire database amministrativi e clinici nel rispetto della privacy e con maggiore uniformità a livello regionale è la difficoltà maggiore. Ma è anche l’obiettivo per poter contare su valutazioni di esito e follow-up più precise”.

Conclusioni

Dagli incontri è emersa la necessità di un importante cambio di paradigma che consenta di considerare anche il procurement in un’ottica di valore, soprattutto nel campo dei dispositivi medici che, per sua natura, rappresenta un ambito tecnologico in rapidissimo sviluppo. Per fare ciò, la gara non deve essere più considerata solo come un adempimento burocratico ma come un risultato di sistema che riguarda sia la parte amministrativa sia la parte clinica, con ricadute positive sul paziente.

Nonostante alcune criticità, i tempi sembrano maturi per la ricerca di nuove soluzioni per l’acquisto di innovazione

Numerose sono state le difficoltà riportate, dovute sia alla normativa sia alle resistenze dei soggetti coinvolti, non solo dal lato della PA ma anche dal lato degli operatori economici e delle aziende private. Il momento sembra però maturo per la ricerca di nuove soluzioni per l’acquisto di innovazione: è un clima di grande sperimentazione e si stanno cercando informazioni ed esperienze positive da mettere alla prova.

Fondamentale sarà la cooperazione tra tutti gli attori del sistema: ognuno, nei propri tavoli e utilizzando la propria rappresentanza, è chiamato a portare avanti l’esigenza di un accesso più rapido e uniforme all’innovazione nella sanità pubblica.

Il rinnovato slancio verso l’innovatività potrà inoltre essere favorito dall’applicazione delle misure del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), di cui sarà interessante seguire lo sviluppo nei prossimi mesi.

Emissioni: l’Italia è virtuosa, ad eccezione della sanità

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L’Italia è un paese virtuoso per quanto riguarda le emissioni, salvo che per un settore: la sanità. Sulle ragioni di questo deficit e su come tendere a un miglioramento della situazione, abbiamo interpellato Niccolò Cusumano, docente di Government Health and Non Profit Division, SDA Bocconi School of Management.

Niccolo Cusumano

Qual è la situazione del nostro Paese sul fronte delle emissioni?

“In generale l’economia italiana è abbastanza in linea con gli impegni presi a livello europeo, a partire dal pacchetto climatico “Fit for 55”, adottato lo scorso 14 luglio, che contiene le proposte legislative per raggiungere entro il 2030 gli obiettivi del Green Deal e in particolare la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra del 55% rispetto ai livelli del 1990 per arrivare alla “carbon neutrality” entro il 2050″.

Qual è il quadro normativo?

“Oltre alla policy europea c’è il livello italiano, col Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima 2030 che dà indicazioni volte alla graduale riduzione delle emissioni che non riguardano nello specifico la sanità, la quale però rientra nel discorso più ampio del patrimonio immobiliare. Sono inoltre previsti target e obblighi di riqualificazione degli edifici della Pubblica Amministrazione (Pa) e il nostro Paese ha già reso disponibili strumenti come i titoli di efficienza energetica o certificati bianchi per sostenere la Pa in questo tipo di interventi: in sostanza in Italia sono già state fatte tante cose”.

E la sanità?

“Dai dati Eurostat, che consideriamo come una buona approssimazione, emerge che rispetto ad altri settori in cui l’Italia è più virtuosa, anche in confronto ad altri paesi europei, la sanità è l’eccezione. Complessivamente, cioè, l’economia italiana si comporta bene dal punto di vista delle emissioni per unità di valore aggiunto, ma il settore sanitario è in controtendenza”.

Nel periodo 2008-2019, le emissioni di gas serra per unità di valore aggiunto della sanità italiana, dopo un leggero declino, sono tornate ad aumentare, con un andamento superiore alla media europea

Come si spiega?

“Abbiamo un patrimonio molto vasto e vetusto: l’80% degli edifici della sanità è stato costruito prima del 1990. Inoltre bisogna pensare che la sanità non è solo il muro di cemento di un ospedale, ma anche grandi tecnologie, come ad esempio una macchina per la risonanza magnetica. E il patrimonio tecnologico della sanità nostrana è anch’esso piuttosto vetusto. Quindi, la sanità al momento non sembra stare al passo coi tempi. Non che sia la voce principale nel capitolo delle emissioni del paese: fatte 100, forse conta per tre. Però è il sottoinsieme che per la sua parte consuma ed emette di più”.

Electricity consumption in the health sector

Electricity consumption in the health sector via Odyssee

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) può aiutare da questo punto di vista?

“Rispetto alle prime versioni del documento, il discorso dei fondi per la riqualificazione energetica è stato abbastanza stemperato: alla fine si parla solo di antisismica e antincendio. Però in realtà si tratta di interventi che dovrebbero andare a ripagarsi da soli grazie all’uso del partenariato pubblico privato: l’impostazione data dal livello europeo è che laddove ci sono operazioni e progettualità in grado produrre risparmi energetici, meglio usare strumenti “PPP”. Ovviamente, questo sapendo che la partnership non ripaga tutto: una parte di capitale da parte dell’azienda sanitaria va messa comunque.

Ci sono anche strumenti come i Contratti di Prestazione Energetica (Epc) per il miglioramento energetico di un edificio o di un impianto. Ancora, bisogna tenere conto del fatto che, avendo l’Unione messo un grosso accento su questi aspetti, se si vogliono fare programmi con la Banca investimenti europea (Bei), affiancare al discorso della riqualificazione il tema ambientale renderà il progetto più vicino alla policy”.

Vede altri possibili punti su cui agire?

“Possiamo cominciare a discutere di inserire questi tra gli obiettivi dei direttori generali, al pari del privato”.

Cittadinanzattiva: “Partire dal percorso concreto del paziente per ripensare il SSN”

Il recente rapporto di Cittadinanzattiva “Cittadini e cura delle cronicità” ha evidenziato, a partire dai dati che dipingono la situazione attuale del SSN, duramente provato dalla pandemia, la necessità di una profonda revisione del Sistema Salute italiano che deve essere ridisegnato e ripensato, a misura di cittadino.

Tra le 9 proposte civiche stilate insieme a Federazione Italiana Medici di Medicina Generale (Fimmg), Confederazione Oncologi, Cardiologi e Ematologi (Foce) e Società Italiana Diabetologia (Sid), si parla di risolvere le differenze regionali in termini di Lea e liste d’attesa. Ma anche di revisione della rete ospedaliera e di riforma della Medicina Generale. Naturalmente senza dimenticare una reale declinazione digitale della salute, che necessita di una regia nazionale. Ne parliamo con il Segretario generale di Cittadinanzattiva, Anna Lisa Mandorino.

Eredità digitale: cosa succede ai nostri dati dopo la morte?

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Fotografie, post, dati sanitari: è la nostra eredità digitale. Ma cosa significa morire nell’era di Internet, dei social media e dei Big Data e cosa comporta? Come prenderne consapevolezza e imparare a gestirla? Abbiamo approfondito l’argomento con il filosofo e tanatologo Davide Sisto e il giurista Giovanni Ziccardi.

Così la morte, insieme alla vita, è diventata digitale

Davide Sisto, docente di Filosofia Teoretica presso l’Università di Torino ed esperto di tanatologia, lo studio della morte dal punto di vista filosofico, medico, in relazione alla cultura digitale e al postumano. È autore de “La morte si fa social” e “Ricordati di me” (entrambi Bollati Boringhieri).

Morte e digitale: che rapporto c’è?

“Il rapporto tra la morte e le tecnologie digitali è piuttosto complesso e variegato, dal momento che include i temi dell’elaborazione del lutto e delle eredità personali, del desiderio di immortalità e delle trasformazioni dei riti funebri, della presenza spettrale dei morti e delle diverse ritualità sociali che cercano simbolicamente di gestirla. Alla base di ogni ricerca e riflessione nel campo specifico della Digital Death vi deve essere la consapevolezza di ciò che significa condividere e registrare, nel corso della propria vita, molteplici dati che costituiscono i frammenti della nostra presenza psicofisica nel mondo, soprattutto alla luce di un fatto specifico: non vi è coincidenza tra la durata temporale delle identità digitali e quella della nostra unica presenza psicofisica.

Una volta morti, cioè, i nostri dati continuano a essere presenti online, in senso sia passivo che attivo, comportando tutta una serie di conseguenze che devono essere tematizzate in modo compiuto nel campo della tanatologia, dei Death Studies e della Death Education. Pertanto, la comprensione delle modalità con cui le tecnologie digitali intercettano il fine vita implica la consapevolezza che la rivoluzione digitale ha profondamente mutato le caratteristiche sociali e culturali degli esseri umani. Come osserva la ricercatrice Stacey Pitsillides, nel sito web da lei creato per discutere di Digital Death, se la vita è diventata digitale e se la morte fa parte della vita è inevitabile che anche la morte sia diventata digitale, con tutte le conseguenze che ne derivano”.

Ci sono dei rischi nel lasciare le nostre tracce online per il “dopo”?

“I rischi sono molteplici. In un certo qual modo, è come lasciare la porta di casa eternamente aperta, con l’aggravante che i dati condivisi online non sono tanto oggetti personali quanto veri e propri frammenti o parti della nostra presenza psicofisica. Dunque, chiunque può indossare in maniera arbitraria i nostri panni, usando le immagini e le informazioni che abbiamo condiviso nel corso della vita per ogni tipo di finalità più o meno lecita. Inoltre, la presenza a tempo indeterminato dei nostri profili social può rendere assai problematica l’elaborazione del lutto.

Se, da una parte, i dolenti possono disporre di un numero sostanzioso di ricordi della persona deceduta, come mai successo in passato, dall’altra la particolare natura temporale della dimensione online sembra mantenere in vita i profili social dei morti, vanificando quel processo di rottura e di separazione che viene innescato in modo salutare dalle ritualità funebri. I social network, in particolare, vanno intesi tanto come autobiografie culturali collettive quanto come enciclopedie interattive dei morti, tenuto conto dell’impressionante numero di profili di utenti deceduti da loro ospitati: prenderne coscienza a priori, stabilendo preventive regole per la gestione post mortem dei vari account, è fondamentale per non rimanere travolti dagli effetti emotivi e psicologici che derivano dalla loro permanenza online”.

Alcuni strumenti come Facebook ci danno la possibilità di designare un “contatto erede”: è questo il futuro?

“Come è consigliabile predisporre un testamento biologico, tenuto conto di quanto è invasiva la tecnologia nel rapporto tra la vita e la morte, così lo è stabilire preventivamente un testamento digitale. Essere trasparenti nei confronti della gestione post mortem dei propri profili social significa evitare incomprensioni che possono essere nocive per la salute di chi soffre la perdita. Per esempio, sono sempre più frequenti le diatribe giudiziarie tra chi vorrebbe cancellare il profilo social di un parente morto e chi invece lo vorrebbe mantenere attivo.

Sono sempre più frequenti le diatribe giudiziarie tra chi vorrebbe cancellare il profilo social di un parente morto e chi invece lo vorrebbe mantenere attivo

Senza un testamento digitale o comunque indicazioni oggettive sull’uso post mortem dei vari account social, una simile diatriba è di complessa risoluzione. Il problema del testamento digitale riguarda non solo la nostra presenza nella dimensione online, ma anche i contenuti dei computer e degli smartphone. La nostra vita è sempre più condivisa e registrata nel mondo online e nei mobile device. Dunque, sono necessarie delle regole precise e trasparenti per tutelare i contenuti condivisi e registrati online, una volta che non possiamo più monitorarli direttamente. Tale tutela riguarda tanto la privacy del singolo deceduto quanto la sua memoria per le persone che hanno sofferto la perdita”.

La pandemia ha influito sul rapporto tra morte e web? Come?

“La pandemia ha accelerato processi di trasformazione antropologica già in corso. In primo luogo, ha sdoganato quei funerali in streaming, che nel periodo pre-Covid venivano adottati generalmente da chi non aveva le disponibilità economiche di essere fisicamente presenti nel luogo del rito. A partire da fine febbraio 2020 ci siamo abituati a vedere funerali trasmessi in diretta online su Zoom. E questo ha riguardato tutti i paesi del mondo.

È certamente interessante notare come tradizioni religiose differenti – come quella del Ghana o dell’India, per fare due esempi – abbiano dovuto reinterpretare i propri riti mediante le tecnologie digitali in una fase di emergenza sanitaria. Negli Stati Uniti, addirittura, vi sono stati funerali celebrati in modalità simil-drive in, con i parenti che hanno seguito la funzione – proiettata su maxischermi – da dentro la propria automobile. Oltre ai funerali in streaming, la pandemia da Covid-19 sarà ricordata per i contenuti social che ne hanno testimoniato in diretta le varie fasi che si sono succedute. Ci sono pagine social, come la nota “Noi denunceremo” su Facebook, che raccolgono testimonianze scritte, fotografiche e audiovisive di un numero importante di morti per Covid.

Inoltre, sono aumentate le iniziative social – su Instagram, Tik Tok e YouTube – per aiutare i singoli utenti a superare gli effetti della decennale rimozione della morte, in un momento storico così delicato. In senso lato, il fatto di aver vissuto e testimoniato questa pandemia nei vari ambienti della dimensione online, mentre i nostri corpi sono stati congelati all’interno delle singole abitazioni, avrà un impatto significativo sulle ricostruzioni storiche del futuro, sempre che si riesca a conservare nel tempo tutto ciò che abbiamo condiviso e registrato”.

Oltre ai dati “social” c’è tutta una parte di altre informazioni raccolte nelle banche dati, ad esempio i dati sanitari: cosa pensa da questo punto di vista? Ci sono implicazioni a livello etico?

“Questo è un fenomeno inedito di difficile analisi, almeno nella situazione odierna in cui le tecnologie digitali sono costantemente sottoposte a nuove evoluzioni e progressi. In Corea del Sud, per esempio, il mondo sanitario sta cercando di creare e sviluppare veri e propri “gemelli olografici” dei pazienti, di modo da sperimentare cure e soluzioni sanitarie sull’ologramma del paziente, prima di intervenire sul suo corpo. Questo, ovviamente, determina un costante aumento di informazioni relative al singolo individuo immagazzinate, registrate e conservate in molteplici banche dati.

Qualsiasi tipo di implicazione etica che ne derivi comporta una salvaguardia giuridica della privacy del singolo che è ancora un po’ latente. Dal punto di vista dello studioso nel campo delle discipline umanistiche, il contributo principale che si può dare è quello di far capire ai cittadini che la loro presenza online, tramite i dati condivisi e registrati, rappresenta una parte concreta, direi quasi “fisica”, della loro identità. Non si vive in due mondi separati, uno reale e uno virtuale. Viviamo in un mondo postdigitale, vale a dire un mondo in cui la dimensione online è talmente integrata con quella offline che non è possibile stabilire una loro distinzione qualitativa.

Non si vive in due mondi separati, uno reale e uno virtuale

Ecco perché questo è il punto di partenza fondamentale per poter poi ragionare sulla conservazione dei dati registrati online, anche in ambito sanitario”.

In generale, quali sono le prospettive per il futuro sulla nostra presenza online post-mortem?

“Credo che le principali novità arriveranno dal campo della realtà virtuale e della realtà aumentata. In particolare, è sempre più diffuso il tentativo di tenere simbolicamente in vita il morto, rielaborando e automatizzando i contenuti che ha condiviso online nel corso della sua vita. Ne La morte si fa social ho descritto chatbot che permettono di chattare con il morto, attraverso la riproduzione automatica dello stile delle sue conversazioni scritte, nonché siti web o social media assai particolari che mirano a creare la nostra controparte virtuale, destinata a sostituirci quando non ci saremo più. A distanza di tre anni dalla sua pubblicazione, gli esperimenti principali riguardano le riproduzioni olografiche del morto, per esempio, in realtà virtuale.

Ha colpito emotivamente tutti coloro che lo hanno guardato il documentario sudcoreano I Met You, che mostra una mamma incontrare in realtà virtuale la riproduzione della figlia, morta in età infantile. Vi sono numerosi attori che, giunti a 85-90 anni, si sono sottoposti a esperimenti che mirano a creare i loro ologrammi, destinati a sostituirli una volta deceduti. Ma gli esperimenti intenti a fornire una forma di immortalità alla quantità di dati condivisi online sono molteplici: pensiamo, per esempio, al tentativo di riprodurre il timbro vocale di persone reali, non solo decedute, da utilizzare indipendentemente dalla presenza effettiva di tali persone. Pensiamo al caso del documentario Roadrunner, relativo al noto chef Anthony Bourdain, morto nel 2018.

Credo che la tecnologia si muoverà sempre più in questa direzione, cercando di realizzare un’immortalità di per sé proibitiva. Alla fine, ciò che resta realmente è una rinnovata memoria del morto, più interattiva e attiva, ma pur sempre distinta da colui che ha vissuto effettivamente con una determinata e unica presenza psicofisica”.

Anche in Europa si sentirà l’esigenza di una normativa, come negli Usa

Giovanni Ziccardi, professore di Informatica giuridica all’Università di Milano, è autore de “Il libro digitale dei morti. Memoria, lutto, eternità e oblio nell’era dei social network” (Utet).

Cosa è dei nostri dati dopo la morte?

“I nostri dati sopravvivono, ormai, dopo la nostra morte, ma con modalità differenti a seconda dei sistemi che prendiamo in considerazione e delle piattaforme su cui operiamo. Secondo le ultime statistiche, il primo telefono cellulare viene comunemente regalato ai bambini attorno ai 5, 6 anni. Prima di quell’età, i dati dei bambini, soprattutto fotografie, vengono comunemente, e senza problemi, pubblicati in rete da molti genitori. Ciò significa che sin dalla nascita una persona inizia a immettere dati sulle piattaforme e nei sistemi informatici.

Poi vi è un momento di apice, nella fascia di età tra gli 11 e i 18 anni, dove i dati immessi aumentano sensibilmente e poi, man mano che si diventa adulti e anziani, i sistemi continuano a essere alimentati da tali dati. Al contempo, sono quasi 15 anni che il telefono cellulare ha visto un picco di utilizzo, e ha iniziato a contenere e diffondere dati delle persone.

Ciò disegna un quadro, preliminare, nel quale tutte le persone hanno dei dati in rete che sono destinati a rimanere anche dopo la morte. Questi dati sono di due tipi: quelli che immettiamo noi volontariamente, e quelli che sono generati da altri soggetti, o da altri sistemi, spesso a nostra insaputa. I dati che rimangono dopo la morte di una persona possono essere di tanti tipi: ricordi di quella persona (fotografie), tracce delle attività in rete di quella persona (post, commenti a post, tag, video caricati su YouTube o altre piattaforme), siti web, dati economici (ad esempio patrimoni in BitCoin) o bancari.

A questi dati, dobbiamo aggiungere quelli generati invece dai sistemi cosiddetti istituzionali, ossia dalla nostra pubblica amministrazione e dalle banche dati sanitarie. In un settore come quello sanitario, come è noto, c’è la tendenza a mantenere i dati per periodi molto lunghi, spesso eterni, quindi si formano degli archivi di enormi dimensioni, molto utili soprattutto per la ricerca e la sperimentazione”.

La situazione è la stessa in Italia e negli altri paesi?

“No, gli Stati Uniti da anni cercano di disciplinare, con norme statali e federali, il problema della eredità digitale (i digital assets) perché si sono resi conto già da almeno dieci anni della gravità del problema. Purtroppo non vi è ancora una normativa uniforme, ma le leggi attuali cercano di conciliare la volontà del defunto di non far circolare, o conoscere, i suoi dati dopo la morte con quella dei parenti di venire in possesso di ricordi o di informazioni importanti sul patrimonio del defunto, magari nascosto tra le maglie della rete.

L’idea è quella di rendere chiare le “ultime volontà digitali” di una persona, magari anche consentendo di impostare le proprie ultime volontà direttamente dentro la piattaforma stessa, prevedendo, ad esempio, la “morte” dell’account o del profilo in caso di inattività per un certo numero di mesi o, al contrario, la possibilità di nominare degli eredi che gestiscano la presenza online del defunto, ad esempio commemorandolo.

In Europa e in Italia siamo molto indietro. Sono pochissime le proposte di legge, e forse i notai, almeno in Italia, sono quelli più attenti al tema, anche perché si trovano “in prima linea”. Il Consiglio Nazionale del Notariato ha pubblicato, già tanti anni fa, un bel decalogo sulla eredità digitale e sulle domande da fare al notaio in sede di gestione del patrimonio di un defunto.

La normativa sulla protezione dei dati, infine, ha previsto qualche indicazione circa la possibilità di accesso ai dati del defunto, anche online, da parte di parenti o di soggetti terzi che ne abbiano diritto o interesse, cercando di equilibrare le esigenze di privacy del defunto (che rimangono!) con il diritto di terzi di poter utilizzare alcune informazioni che lo riguardano (magari in giudizio)”.

In teoria è meglio preoccuparsi prima di quello che succederà dopo? E come fare?

“Sì, il pensare prima a come saranno gestiti i nostri dati dopo non è assolutamente una cattiva idea. Negli Stati Uniti, dove hanno un approccio molto pratico, ci sono delle vere e proprie check list con le cose “da fare prima di morire” con riferimento a tutti gli account sui social, gli indirizzi di e-mail, i piccoli patrimoni online.

Al centro del problema ci sono ovviamente i codici di accesso a tutti i dispositivi, che oggi sono molto sicuri e possono impedire a un parente di accedere al telefono o al tablet del defunto. I produttori, di solito, forniscono tali codici soltanto se c’è un giudizio/processo in corso, e questa formalità può creare davvero tanti problemi a chi volesse accedere anche, ad esempio, per finalità commemorative o per recuperare dei ricordi. Secondo me il punto dei codici di accesso (annotandoli con cura) è quello più spinoso. Altre informazioni si ricavano, di solito, facendo analizzare i dispositivi da esperti di investigazioni digitali.

Sia chiaro che una persona potrebbe anche non volere che i dati finiscano a terzi, quindi ci sono anche strategie interessanti per cancellarli o cifrarli, al fine di lasciar fuori dall’accesso a tali informazioni chiunque”.

Quali le prospettive da questo punto di vista?

“Secondo me anche in Europa presto si avvertirà l’esigenza di normare specificamente questi aspetti. Al contempo, l’uso dell’Intelligenza Artificiale consentirà di trattare sempre di più, e sempre più su larga scala, tali dati, generandone anche di nuovi. Già attuale è la possibilità di rendere “vivo” un utente deceduto rinnovando continuamente le informazioni che pubblica, elaborate appunto da software sofisticati che, ad esempio, generano nuova informazione che sembra realmente provenire da quella persona prendendo come esempio ciò che scriveva o produceva in vita.

Interessante, per una regolamentazione futura, è anche l’aspetto dei patrimoni, e non solo dei ricordi. Ormai tutti noi abbiamo anche un “piccolo patrimonio” online, fatto dei nostri acquisti, del valore dei nostri follower o del nostro blog, o di piccole (o grandi) somme in criptovalute. Anche in questo caso, sarà necessaria una regolamentazione specifica”.

Fake news sulla salute: una disinformazione che può costare cara al SSN

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Accanto alla pandemia virale con cui conviviamo da un anno e mezzo, ormai facciamo i conti ogni giorno anche con un’altra epidemia mondiale: la disinformazione sulla COVID-19. Potremmo definirla disinfodemia, vale a dire un’infodemia che veicola solo fake news.

False informazioni, veicolate intenzionalmente per confondere e minare la fiducia verso le istituzioni e la scienza. E che si propagano ad una velocità e con una penetrazione che sociologi e psicologi di tutto il mondo faticano a spiegarsi.

NewsGuard, che collabora anche con l’organizzazione Mondiale della Sanità per intercettare le false informazioni online, ha mappato ad oggi 519 siti web che hanno pubblicato disinformazione sulla COVID-19 negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Francia, Germania e Italia.

La Fondazione MESIT (Fondazione per la Medicina Sociale e l’Innovazione Tecnologica) ha realizzato un report sul segmento italiano, insieme a Reputation Manager, società di analisi e gestione della reputazione, e il CEIS-EEHTA dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata dove, analizzando oltre 147.000 pagine online che parlavano di vaccini, ha rilevato come, solo su Facebook e Telegram, 909 mila utenti fossero iscritti a pagine, canali o gruppi sul tema vaccini. E di questi, 457 mila seguissero pagine con orientamento dichiaratamente No Vax.

L’infodemia esisteva già prima della pandemia, ma in questi 18 mesi ha toccato cime inesplorate

La disinformazione in ambito medico può avere risvolti drammatici, perché non vaccinarsi a causa di informazioni false (“i vaccini cambiano il nostro dna”) o assumere prodotti nocivi per curarsi sempre in virtù di fake news (“la candeggina aiuta a combattere l’infezione”) può essere dannoso, se non fatale. Ancora: non vaccinarsi permette al virus di continuare a circolare, gli ospedali continuano a dedicarsi al virus e rimandano esami e interventi per patologie diverse. E tutto questo ha un costo non indifferente per il servizio sanitario nazionale.

Fake news: che cosa sono?

Partiamo da un dato emblematico che ci aiuta a capire di che cosa stiamo parlando. Secondo il rapporto CENSIS  dello scorso aprile, 50 milioni di italiani, pari al 99,4% degli italiani adulti, hanno cercato informazioni sulla pandemia: non era mai accaduto prima.

Hanno cercato e trovato di tutto: perché l’infodemia, che già esisteva prima della pandemia, in questi diciotto mesi ha toccato cime inesplorate. E cosa troviamo in questo tsunami infodemico? Informazione vera, misinformazione e disinformazione.

L’informazione fornisce le notizie più accurate possibili sui fatti ed è basata sulla migliore conoscenza di cui si dispone nel momento in cui se ne scrive. Questo è un dettaglio interessante e la pandemia da COVID-19 ne è stato un caso emblematico: l’informazione cambiava ogni giorno, si aggiornava in continuazione, perché del virus che la causa, il SARS-CoV-2, si sapeva e si sa ben poco. Ma ogni giorno chi offriva informazione in modo corretto, lo faceva attingendo appunto alla migliore conoscenza possibile di quel momento.

La misinformazione, al contrario, è una falsa informazione ma veicolata senza intenzione di ferire o arrecare danno o averne un profitto.

Il classico “non l’ho fatto apposta”, ma il danno comunque è fatto. Succede quando le persone, magari per scopi anche nobili, come aiutare il prossimo, condividono informazioni false senza sapere che sono false e soprattutto ignorando la pericolosità delle stesse.

La disinformazione è dolo puro. È una falsa informazione veicolata con il preciso scopo di ferire, confondere o trarre comunque un profitto. In questa pandemia la disinformazione pare avere il preciso scopo di erodere la fiducia delle persone verso le istituzioni e la ricerca clinica.

Il web rimane l’ambiente privilegiato in cui si producono e si sviluppano disinformazione e notizie false

E possiamo anche scendere un po’ più nel dettaglio, individuando delle sottocategorie, come quelle identificate da Fondazione MESIT:

  • Fonte falsa: attribuire a una fonte attendibile una notizia falsa.
  • Contesto falso: ad esempio foto attribuite a eventi falsi e quindi decontestualizzate.
  • Contenuto strumentale/ideologico: può essere condiviso per attaccare un target definito utilizzando una delle altre modalità di diffusione.
  • Contenuto ingegnerizzato: tipicamente il deep fake, ma anche fotomontaggi, etc.
  • Contenuto non aggiornato: informazioni obsolete diffuse come attuali.

E dove cercano le informazioni gli italiani? In rete, certo, ma non come primo posto. Sempre secondo il CENSIS, infatti, nel 2020 il 75,5% degli italiani ha cercato informazioni nei tg o nelle trasmissioni televisive, sui giornali e alla radio. Il 51,8% sui siti web istituzionali (Istituto Superiore della Sanità e Protezione Civile) mentre il 30% si è rivolto ai social network. Quote inferiori si sono rivolte ad altre fonti di informazioni fuori dal circuito mediatico, come medici ed esperti.

Il web, in ogni caso, rimane l’ambiente privilegiato in cui si sono prodotte e si sono sviluppate disinformazione e notizie false: 29 milioni di italiani hanno dichiarato di essersi imbattuti, durante l’emergenza sanitaria, in notizie web poi rivelatesi sbagliate.

Fake news: un pericolo per la salute

Le fake news più diffuse in ambito salute sono al momento, come è lecito aspettarsi, quelle che riguardano i vaccini anti-COVID.

Secondo l’analisi della Fondazione MESIT, l’attenzione al tema dei vaccini anti Covid-19 ha raggiunto picchi di attenzione e conversazione senza precedenti.

Tra i contenuti potenzialmente fake relativi ai vaccini, uno su due riguarda la pericolosità degli effetti avversi (49,3%). La seconda categoria più popolata riguarda la natura sperimentale del vaccino (18,2% delle conversazioni potenzialmente fake), dove si incontrano fake news sulla mancanza di dati sperimentali e sui potenziali effetti catastrofici dei vaccini anti COVID-19 sulla popolazione. Risultano riscuotere interesse anche le conversazioni sulla composizione del vaccino (11,3%) e sugli interessi economici delle case farmaceutiche produttrici (10,9%).

Infine, sempre secondo il rapporto MESIT, tra marzo e maggio 2021, gli utenti No Vax COVID-19 sono più che raddoppiati (+136%).

Tutto questo ha avuto un effetto sulla campagna vaccinale, che in estate ha rallentato per poi riprendere a settembre, anche sotto la spinta delle nuove applicazioni del Green Pass.

Le fake news più diffuse in ambito salute sono al momento quelle sui vaccini anti-COVID

Ma quanti sono in effetti i No Vax e gli indecisi sulla vaccinazione, su cui le fake news potrebbero attecchire?

Secondo uno studio dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, pubblicato su EclinicalMedicine-The Lancet, in Italia ci sono circa 2,7 milioni di esitanti e uno zoccolo duro di No Vax di circa 850.000 persone. Se questi ultimi non sono convincibili, per gli autori dello studio invece si può fare qualcosa per gli indecisi, a cominciare proprio da una comunicazione più efficace sui social, scevra da tutta quella disinformazione che, come abbiamo visto, normalmente la contraddistingue.

Se non si fa nulla, le conseguenze possono essere catastrofiche. Come evidenzia Marcella Marletta, esperta di sanità pubblica ed ex Direttore generale della Direzione dei farmaci, dei dispositivi medici e della sicurezza delle cure del Ministero della salute: “Una ricerca pubblicata sull’American Journal of Tropical Medicine and Hygiene ha fatto emergere un dato statistico importante sulle morti indirette correlate alle fake news. L’analisi su soli tre mesi del 2020, su 6.000 persone, ci rivela che 800 potrebbero essere morte a causa di fake news sul modo di trattare l’infezione da COVID. Come afferma il rapporto MESIT, le fake news non sono nate oggi, ma oggi rappresentano un problema globale senza precedenti. L’avvento del digitale ha fatto sì che esse si sviluppassero in modo sempre più sofisticato, acquisendo una velocità di diffusione e contaminazione mai viste prime, andando a minare le basi della nostra società”.

Lo stesso direttore dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, già nei primi mesi della pandemia affermava: “Non stiamo combattendo solo il virus, ma anche i troll e i teorici della cospirazione che spingono la disinformazione e minano la risposta all’epidemia”.

E ancora prima dell’arrivo dei vaccini anti-COVID, le fake news avevano già mietuto vittime, ricorda l’OMS. In Iran, centinaia di persone sono morte dopo aver bevuto alcol metanolo, spinti dai messaggi sui social media che ne affermavano l’utilità per curare l’infezione da coronavirus. Ancora, affermazioni false come “bere candeggina può curare le infezioni da coronavirus” hanno portato molte persone a provarci: il centro antiveleni del Belgio ha registrato un aumento del 15% del numero di incidenti legati all’uso di candeggina.

Quanto può costare la disinformazione al Servizio Sanitario Nazionale?

Per quanto riguarda i costi sanitari, non è difficile comprendere come ospedalizzazioni e morti dovute alle conseguenze delle fake news possano impattare sui costi del SSN.

“Recenti studi – spiega Francesco Saverio Mennini, direttore del CEIS-EEHTA (Centre for Economic and International Studies: Economic Evaluation and HTA) dell’Università Tor Vergata di Roma – hanno evidenziato come la disinformazione sul COVID-19 e sulle vaccinazioni produca costi sociali ed economici altissimi. Basti pensare che il costo medio di una ospedalizzazione per COVID, pari a più di 8.000 Euro (con valori massimi prossimi ai 60.000 Euro), può avere una degenza media pari a 16 giorni (con valore massimo fino a 65 giorni di degenza). Accanto a queste evidenze, molto preoccupanti in termini di impatto sulla spesa ma anche sulla gestione e organizzazione dell’assistenza ospedaliera, trova riscontro un altro dato molto importante relativo all’impatto sul PIL di un eventuale ritardo nel raggiungimento delle coperture vaccinali ottimali. Un recente nostro studio (Mennini FS e Favato G, 2021) ha infatti dimostrato come ‘correre’ nelle vaccinazioni è necessario non solo per salvare più vite, ma anche per evitare che si apra una nuova grande faglia nell’economia del nostro Paese”.

Il costo medio di una ospedalizzazione per COVID supera gli 8.000 Euro e può raggiungere i 60.000 Euro

“Il possibile ritardo nel raggiungimento dell’immunità di gregge – riprende Marletta – potrebbe avere un impatto di 200 miliardi sul Pil spalmato tra quest’anno (94 miliardi) e il prossimo (106 miliardi): in pratica quasi 6 punti di Pil ogni anno dopo il -8,9% fatto segnare nel 2020. Un disastro, insomma. Se invece la campagna vaccinale si velocizzasse nuovamente si potrebbe ottenere una crescita di 5 miliardi (0,3%) già nel 2021 per arrivare a 10 miliardi nel 2022”.

Accanto a queste evidenze, ci sono da rilevare anche altri costi indiretti delle fake news.

Come segnalato dalla ConFederazione degli Oncologi, Cardiologi e Ematologi (FOCE), in questo periodo si sono cancellati oltre 2 milioni di esami di screening, con evidenti future ripercussioni sullo stato di salute di questi pazienti: tutto questo comporterà un aumento dei costi diretti e indiretti per il SSN.

“Alla luce di queste evidenze – riprende Mennini – ne consegue che l’impatto di una notizia falsa, soprattutto in sanità, non lo si paga esclusivamente in termini di maggiore spesa ma anche in vite umane, e che servono strumenti robusti per contrastare le fake news e gli effetti distorsivi che generano”.

Come contrastare il fenomeno

Ci stanno provando in tutto il mondo. Ma pare che ogni azione, per quanto impegno ci si metta, non aiuti o aiuti poco a estirpare il virus della disinformazione.

Perché è una comunicazione che parla alla pancia delle persone, intercetta le paure e le amplifica. Sono notizie costruite per sembrare vere. Che contengono una parte di verità (ad esempio i dati) ma comunicata in modo distorto. Attecchiscono sui social perché sui social le informazioni si possono condividere a una velocità impressionante. Proprio come il virus che stiamo combattendo. Solo che, a differenza di questo, al momento per la disinformazione non esiste vaccino.

Il fenomeno delle fake news non è nato con la pandemia. C’è sempre stato. Come spiega un’indagine Eurobarometro svolta su circa 26.000 cittadini europei, già nel 2018 il 37% degli intervistati aveva detto di incappare in notizie false ogni giorno, mentre l’83% percepiva le fake news come un problema per la democrazia in generale. Secondo gli intervistati, spettava a giornalisti, autorità nazionali e direzione della stampa e delle emittenti il compito di arrestare la diffusione di notizie false.

Questo era quanto si auspicava tre anni fa.

Sui social si può avere accesso alle informazioni più in linea con i nostri valori e attingere solo a quelle, mentre sui media tradizionali incontriamo informazioni diverse

Oggi i dati e le aspettative sulla gestione del fenomeno sono diversi: secondo l’Ue, il 63% dei giovani europei incontra notizie false più di una volta alla settimana e il 51% degli europei ritiene di essere stato esposto alla disinformazione online.

E anche la risposta su come arginare il fenomeno è diversa. Sempre secondo la ricerca del CENSIS, per gli italiani occorre rivedere il sistema normativo e sanzionatorio (56,2% del totale) prevedendo pene più severe per chi diffonde deliberatamente false notizie. Il 52,2% degli italiani pone l’accento sull’obbligo da parte delle piattaforme di rimuovere le fake news; il 41,5% degli italiani è convinto che i social media debbano attivare dei sistemi di controllo (il cosiddetto fact checking) delle notizie pubblicate, con quote che superano il 50% tra i giovani al di sotto dei 34 anni.

Oggi sappiamo che un argine alle fake news non può che venire prima di tutto dalle stesse piattaforme online, che non possono continuare a prendere le distanze dai contenuti che permettono di pubblicare. E dal modo con cui permettono di costruire “echo chamber” della disinformazione.

Andrea Barchiesi, dirigente di Reputation Manager, azienda che ha collaborato con Fondazione MESIT nella redazione del report, prova a dare una spiegazione: “Sui social si può avere accesso alle informazioni più in linea con i nostri valori e attingere solo a quelle. Mentre sui media tradizionali incontriamo informazioni diverse, che non si possono selezionare con la stessa facilità. Facebook, ad esempio, si può personalizzare secondo le proprie esigenze e credenze e così le persone, immerse in quelle che possiamo definire echo chamber, leggono solo quello che è in linea con i loro pensieri e si confrontano solo con chi la pensa allo stesso modo. È questa impostazione che alimenta la polarizzazione e lo scontro a cui stiamo assistendo”.

Dietro tutto questo non c’è una forza oscura. È tutto fatto per mero business.

Le piattaforme online, come vedremo tra poco, stanno tentando di collaborare per arginare questi fenomeni, ma su questo devono intervenire anche i Governi.

La situazione in Italia

In Italia, per limitare le false informazioni, le istituzioni sono scese in campo con varie iniziative. Tra queste, il portale del Ministero della Salute e il vademecum dell’Istituto Superiore di Sanità.

Pochi giorni fa è nato l’IDMO, l’Italian Digital Media Observatory (Osservatorio italiano sui media digitali). Si tratta di un organismo che fa parte degli 8 hub nazionali nati all’interno dell’European digital media observatory ideato dalla Commissione Ue con l’obiettivo di costituire un punto di riferimento per l’analisi e il contrasto alla disinformazione. Con un finanziamento iniziale di 11 milioni di euro, gli hub dovrebbero combattere le fake news, studiarne l’impatto sulle società e proporre buone pratiche sull’uso degli strumenti digitali, attraverso formazione e fact-checking. IDMO sarà realizzato con il coordinamento dall’Università “Luiss Guido Carli” insieme a Rai, Tim, Gruppo Gedi La Repubblica, Università di Tor Vergata, T6 Ecosystems, Newsguard, Pagella Politica e con la collaborazione di Alliance of Democracies Foundation, Corriere della Sera, Fondazione Enel, Reporters Sans Frontières, The European House Ambrosetti.

L’Ue e il codice di buone pratiche per le piattaforme online

La Commissione Ue sul proprio sito ha creato una sezione specificamente dedicata alla disinformazione dove confuta regolarmente, in tutte le lingue dell’UE, i miti più diffusi sul coronavirus.

Ma l’Unione Europea sul fronte della lotta alle fake news è attiva da tempo.

Nel 2015 l’Ue ha lanciato la “Task force East StratCom” per fronteggiare la campagna di disinformazione portata avanti allora dalla Russia. Nel 2018 viene approvata la Comunicazione sulla lotta alla disinformazione online, che annuncia, tra l’altro, il codice di buone pratiche sulla disinformazione che viene approvato ad ottobre dello stesso anno.

L’Unione Europea è attiva da tempo sul fronte della lotta alle fake news

Si tratta di uno strumento di autoregolamentazione innovativo per garantire una maggiore trasparenza e responsabilità delle piattaforme online e migliorarne le politiche in materia di disinformazione. Ed è su questo che le istituzioni europee stanno ora concentrando gli sforzi, per rafforzarlo e responsabilizzare maggiormente i colossi della Rete. Nell’ottobre 2018, il codice è stato firmato da Facebook, Google, Twitter e Mozilla, nonché dalle associazioni di categoria che rappresentano le piattaforme online, l’industria pubblicitaria e gli inserzionisti. Microsoft ha aderito al Codice nel 2019. Ad oggi i firmatari sono invitati a riferire mensilmente in merito alle loro azioni per combattere la disinformazione connessa al coronavirus.

A giugno 2020, in piena pandemia, la Commissione Ue ha emanato una comunicazione congiunta – “Tackling COVID-19 disinformation – Getting the facts right” – che si concentra sulla risposta diretta alla disinformazione che circonda la pandemia di coronavirus, esamina le misure già adottate ed esplora azioni concrete che possano essere avviate rapidamente sfruttando le risorse esistenti.

Il 2021 è dedicato al rafforzamento del Codice di buone pratiche istituito nel 2018. È un’idea innovativa, ma ad oggi si basa su segnalazioni volontarie e i dati comunicati non sono verificabili.

L’Ue vuole rafforzarlo. Con un’apposita guida emanata lo scorso 26 maggio, la Commissione prevede di inserire altre misure, tra cui:

  • Partecipazione più ampia: al codice possono aderire anche le parti interessate nell’ecosistema della pubblicità online, ai servizi di messaggistica privata e attori che possono contribuire con risorse o competenze all’effettivo funzionamento del Codice.
  • Demonetizzazione della disinformazione: piattaforma e attori della pubblicità online devono scambiarsi informazioni sugli annunci di fake news rifiutati da uno dei firmatari, migliorando la trasparenza e la responsabilità in merito ai posizionamenti degli annunci e impedendo la partecipazione di attori che pubblicano sistematicamente contenuti smentiti, falsi, sbagliati.
  • Lotta alle manipolazioni: il Codice rafforzato dovrebbe fornire una copertura completa delle forme emergenti di comportamento manipolativo utilizzate per diffondere disinformazione (come bot, deep fake, account falsi, campagne di manipolazione organizzata, acquisizione di account).
  • Formazione dell’utenza: gli utenti devono poter navigare sui social in modo consapevole e avere gli strumenti per segnalare le fake news in modo incisivo e per sapere se il contenuto che stanno condividendo è stato segnalato come fake. I firmatari devono rendere trasparenti i propri sistemi di raccomandazione, ovvero il modo in cui gli utenti vedono i contenuti, e adottare misure per mitigare i rischi di un contenuto fake.
  • Monitoraggio costante: il Codice dovrebbe includere un monitoraggio basato su chiari KPI che misurino i risultati e l’impatto delle azioni intraprese dalle piattaforme, nonché l’impatto complessivo del Codice sulla disinformazione nell’UE.

Infodemic Manager, una nuova figura professionale prevista dall’OMS

Per cercare di controllare l’infodemia di COVID-19, anche l’OMS sta portando avanti numerose iniziative.

A inizio pandemia ha lanciato il progetto Stop the Spread, per sensibilizzare il pubblico sul volume di disinformazione intorno a COVID-19 e incoraggiare le persone a ricontrollare le informazioni prima di condividerle.

Reporting Misinformation, lanciato ad agosto, ha incoraggiato le persone non solo a verificare le informazioni, ma ha mostrato loro come segnalare la disinformazione sulle varie piattaforme di social media.

L’Infodemic Manager avrà il compito di guidare l’empowerment, l’istruzione e la formazione dei dipendenti delle istituzioni sanitarie

Ma vista la portata dell’infodemia, l’OMS sta lavorando anche per formare i futuri infodemic manager. Lo scorso 20 settembre l’organizzazione ha rilasciato un nuovo quadro di competenze, Costruire una forza lavoro di risposta per gestire l’infodemia che mira a rafforzare gli sforzi a livello nazionale per gestire l’infodemia delineando un insieme di conoscenze per guidare l’empowerment, l’istruzione e la formazione dei dipendenti delle istituzioni sanitarie. Il framework può essere utilizzato come strumento di riferimento nella pianificazione delle capacità di gestione dell’infodemia, della formazione o dei team e può essere adattato per essere applicato al contesto e alle esigenze locali. L’OMS utilizzerà questo nuovo quadro per sviluppare curricula e programmi di formazione attraverso l’Accademia dell’OMS, che fornirà certificati agli operatori sanitari di tutto il mondo.

 

Sebbene l’infodemia non possa essere fermata, può essere gestita attraverso campagne e collaborazioni tra piattaforme e istituzioni. Oltre a questo, mostrare alle persone come riconoscere e segnalare la disinformazione e come migliorare la propria alfabetizzazione digitale è fondamentale per invertire la rotta delle fake news, salvare vite ed evitare il collasso dei sistemi sanitari.

Il robot magazziniere al lavoro alla Farmacia ospedaliera del Mauriziano di Torino

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Un nuovo robot magazziniere è al lavoro alla Farmacia ospedaliera del Mauriziano di Torino, dove eroga con assoluta precisione ed efficienza le terapie farmacologiche e interventistiche con dispositivi medici. “Si tratta di una novità per gli ospedali della regione, con grandi potenzialità. Un’alternativa è l’esternalizzazione del servizio a professionisti della logistica. Con questo progetto, noi vogliamo anche raffrontare i vantaggi, i benefici e i costi tra una gestione interna e una esternalizzata – ha affermato il direttore generale dell’ospedale Maurizio Dall’Acqua durante la presentazione del nuovo strumento -. Il robot non sbaglia mai e quando stocca i farmaci lo fa anche per data di scadenza e questo è importante perché così si usa prima ciò che scade prima. Si supera inoltre la necessità di avere degli stoccaggi a livello dei reparti”.

In prospettiva l’operatività del robot potrà essere ulteriormente estesa: “Cercheremo di applicarlo anche alla distribuzione diretta, cioè quella fatta al paziente al momento delle dimissioni – spiega Dall’Acqua -. Inoltre, lavorando 24 ore al giorno, ha una potenzialità che supera le esigenze del Mauriziano, quindi è anche possibile pensare a una centralizzazione della preparazione del farmaco a favore di altri ospedali della città”.

Il robot come culmine del processo di digitalizzazione

“Il robot ci è stato consegnato a novembre del 2020 ed è operativo da circa sei mesi: non è semplice calare nella pratica questo tipo di tecnologie – spiega la direttrice della Farmacia ospedaliera Annalisa Gasco -. Il bello viene adesso, perché il progetto sarà monitorato per un anno dal Politecnico di Torino con 17 indicatori pensati per scandagliare a fondo le potenzialità e l’impatto del robot, che si inserisce nel quadro di un ospedale in cui l’informatizzazione in questo settore era già molto spinta”.

Nell’arco dell’ultimo decennio, al Mauriziano è stato informatizzato tutto il percorso del farmaco: “Da anni l’azienda ha puntato sulla logistica, riconoscendone la fondamentale importanza nel garantire il miglioramento della qualità dell’assistenza e il raggiungimento degli obiettivi di salute attesi – precisa Gasco -. Nel 2011 è stato digitalizzato il magazzino farmaceutico e subito dopo il prelievo dagli alveoli con lettori di codici a barre; poi sono state informatizzate la prescrizione al letto del paziente, che viene effettuata dal medico col tablet, e la richiesta da parte del reparto, per finire con il processo di somministrazione che avviene con la lettura del braccialetto e il match con il codice a barre del farmaco che si sta somministrando. In questo senso l’introduzione del robot è la chiusura del cerchio”.

Un progetto sperimentale

A oggi, il Mauriziano è la prima azienda ospedaliera piemontese a sperimentare l’automazione della supply chain (catena distributiva) del farmaco. L’ospedale torinese ha aderito a un progetto nazionale di Sanità 4.0, finanziato con fondi europei, per un valore di circa 400 mila euro, con l’obiettivo di sperimentare sistemi di automazione della movimentazione di medicinali e dispositivi medici all’interno delle aziende sanitarie. A seguire il progetto è un’équipe multidisciplinare che collabora col Politecnico allo studio che durerà un anno.

Già nei primi mesi di uso del robot il servizio ha riscontrato notevoli vantaggi. “Colpiscono la precisione e la velocità con cui il robot esegue le attività che di solito in questi magazzini sono manuali, consentendo performance di cui prima non saremmo stati assolutamente capaci – commenta Gasco -. Questo fa capire che si potrà lavorare nella direzione della riduzione delle scorte, dell’aumento del turnover e in definitiva della diminuzione degli euro immobilizzati nel magazzino, liberando risorse che l’ospedale potrà investire in altro”.

Colpiscono la precisione e la velocità con cui il robot esegue le attività che di solito in questi magazzini sono manuali

In concreto, uno dei primi obiettivi è di cominciare a riapprovvigionare tutti i reparti ogni giorno: “Si tratta di un impegno molto pesante, così finora i servizi sono stati riapprovvigionati solo due volte a settimana. Gli infermieri erano costretti a fare richieste un po’ dilatate, a volte anche corpose e impegnative, perché ogni giorno reparto dimette e non sa chi ricovera. Da ora in avanti gli infermieri dovrebbero solo programmare il fabbisogno per l’indomani: ci aspettiamo quindi richieste più mirate e con quantitativi ridotti, oltre a una diminuzione delle scorte negli armadi di reparto. Nel giro di un mese puntiamo a tarare le scorte sia dei magazzini che degli armadi sulla reale attività terapeutica dell’ospedale”.

Non si tratta di una prima esperienza in assoluto: “Ci sono già altre esperienze con robot di questo genere in regioni come Toscana ed Emilia-Romagna, oltre che in farmacie private – precisa Gasco -. In Piemonte, l’uso del robot è già applicato da un’Asl che ha però scelto di affidarsi a un’azienda di logistica per la gestione del magazzino, che si trova all’esterno del presidio ospedaliero. Per noi però è prioritario che il magazzino sia interno all’ospedale, perché ad esempio nel caso di un farmaco salvavita è prioritario che la somministrazione avvenga nel più breve tempo possibile. Dopo aver efficientato tutte le fasi propedeutiche, questa per noi è una grande conquista”.

I vantaggi del robot magazziniere

In base a quanto evidenziato dai risultati preliminari, la nuova tecnologia consente:

  • di ridurre gli spazi dedicati allo stoccaggio dei farmaci, rendendo più ampia e flessibile l’operatività interna della Farmacia ospedaliera e liberando “superficie” che potrà essere riconvertita ad esempio in strutture assistenziali;
  • di ridurre significativamente le attività cosiddette usuranti di movimentazione manuale dei carichi in entrata e uscita dal magazzino farmaceutico da parte del personale tecnico. Le ricadute, sia in termini di salute che di motivazione degli addetti ai lavori, sono significative. Gli operatori tecnici di magazzino si sentono maggiormente valorizzati e recuperano tempo prezioso da destinare a mansioni a “valore aggiunto”, ad esempio nei reparti, sgravando il personale infermieristico dalle attività di tenuta degli armadi farmaceutici e supportandolo nella compilazione delle richieste di ri-approvvigionamento, o all’interno dello stesso magazzino dedicandosi ad un controllo più accurato dei materiali in arrivo, aspetti che elevano la qualità complessiva del processo clinico;
  • di abbattere l’incidenza di errori compiuti nella catena di distribuzione dei medicinali ai reparti, che fisiologicamente caratterizzano le attività manuali e ripetitive  e che possono comportare potenziali danni anche gravi al paziente ricoverato;
  • di ridurre in modo notevole i tempi di espletamento delle diverse fasi del processo di logistica. La velocità nell’evasione delle richieste di ri-approvvigionamento provenienti dai reparti, definibile come “just in time” (in tempo reale), consente al personale infermieristico di formulare richieste quali-quantitativamente mirate,  riducendo gli sprechi e le scorte negli armadi farmaceutici periferici. Il tempo che intercorre tra la prescrizione della terapia da parte del medico e la sua somministrazione si accorcia, a beneficio del paziente ricoverato. La capacità del robot di formulare al farmacista proposte d’ordine in autonomia, sulla base di un inventario in tempo reale e di valori di scorte minime preimpostate, abbatte drasticamente le rotture di stock, ossia il rischio di rimanere sprovvisti di uno o più medicinali, e aumenta il turnover (l’indice di rotazione) delle scorte che si riducono progressivamente.
  • di garantire, in un contesto di Risk Management (governo del rischio clinico), la tracciabilità del farmaco dal momento in cui entra in ospedale fino all’armadio di reparto anche per quanto riguarda il lotto e la data di scadenza. È possibile in questo modo procedere al ritiro immediato dai reparti di eventuali lotti segnalati a scopo cautelativo dal Ministero della Salute, evitando che gli stessi nel frattempo possano continuare ad essere somministrati ai pazienti. Inoltre, in quei reparti, ormai la maggioranza, in cui la prescrizione dei medicinali avviene al letto del paziente attraverso una scheda unica di terapia informatizzata e caricata su tablet, e la somministrazione è verificata tramite lettura del braccialetto elettronico, si realizza la completa  tracciabilità del medicinale dal fornitore al letto del paziente, aspetto fondamentale per un’efficace governo dell’appropriatezza e del rischio associato alla conduzione delle terapie farmacologiche. Inoltre, con la logica del Fifo (First In First Out), il robot eroga i medicinali in base alla loro data di scadenza, azzerando la quantità di farmaci dichiarati fuori uso perché conservati oltre la data di validità ed evitando che gli stessi possano per errore entrare nel ciclo di distribuzione.

I numeri del robot al Mauriziano

Il robot si estende per 19 metri, occupa un volume di 88 metri cubi e consente di accogliere e gestire in un ambiente a temperatura controllata circa 30 mila confezioni.

Lavora 24 ore su 24, di giorno per il ri-approvvigionamento dei medicinali ai reparti attraverso sei punti di erogazione simultanei e con logiche First Expired First Out (Fefo) e First In First Out (Fifo) per il controllo dei lotti e delle scadenze, mentre di notte si ricarica delle confezioni che verranno distribuite.

È dotato di un braccio robotizzato umanoide a sei articolazioni rotanti, con prestazioni di carico pari a circa 200 confezioni all’ora, e di sei telecamere ad alta risoluzione per la tracciabilità del farmaco attraverso la lettura dei codici a barre apposti esternamente alle confezioni. All’interno, un gruppo di presa robotizzato multipicking consente l’erogazione di circa mille confezioni all’ora e il prelievo fino a otto confezioni contemporaneamente con un singolo movimento.

Un singolo operatore di magazzino è in grado di garantirne il funzionamento.

Obbligo vaccinale, modalità e profili costituzionali di un’ipotesi sempre più concreta

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Dopo un’estate in cui la pandemia da coronavirus sembrava momentaneamente tornata sotto controllo, un nuovo incremento dei contagi e l’avvicinarsi del momento in cui la maggior parte delle attività torneranno a svolgersi al chiuso ha fatto tornare attuale la questione dell’obbligo vaccinale.

Una recente dichiarazione del presidente del Consiglio Mario Draghi, che si è detto favorevole a questa ipotesi, definendola “concreta”, ha riacceso il dibattito nel mondo della politica, richiamando anche le attenzioni dell’opzione pubblica e di molti esperti che si sono pronunciati a riguardo. Uno dei filoni più interessanti della discussione riguarda la possibilità, sancita dalla Costituzione, di istituire l’obbligatorietà alla vaccinazione per proteggersi dall’infezione da coronavirus così come le modalità per la sua concreta applicazione.

I due principi del diritto alla salute

Il dibattito sulla possibilità che venga introdotta in Italia l’obbligatorietà a sottoporsi alla vaccinazione per il coronavirus non può che partire dalle sue basi costituzionali.

La Costituzione sancisce che il diritto alla salute si fonda su due principi: il diritto di essere curati e quello di rifiutare un trattamento sanitario. Questo secondo diritto “negativo” è soggetto però a delle limitazioni quando è in gioco non solo la tutela della salute del singolo individuo, ma il diritto della salute di tutte le persone che gli stanno intorno. Detto in parole semplici, in una società la libertà di ciascuno finisce dove inizia quella del prossimo poiché all’interno di una collettività nessuno può essere titolare di una libertà assoluta e illimitata che può essere esercitata a discapito di quella degli altri.

“Non vaccinarsi non è una libertà, è una licenza a un dovere civico e sociale – ha affermato il professor Fabrizio Pregliasco, virologo e consulente scientifico del Pio Albergo Trivulzio di Milano –. Dal punto di vista terapeutico è interessante notare come le persone che si dichiarano spaventate o scettiche rispetto alla vaccinazione siano le stesse che poi sono disposte a fidarsi dei normali farmaci da banco non esenti da effetti collaterali”.

Non vaccinarsi non è una libertà, è una licenza a un dovere civico e sociale

“Sulla vaccinazione da parte di alcuni c’è maggior scetticismo perché si parte da una condizione di salute e non di malattia – ha proseguito il virologo, menzionando anche l’infodemia fra le cause dell’opposizione alla profilassi antivirale -. La Covid inoltre è particolarmente subdola perché il rischio è soggettivo: c’è chi si ammala e muore e chi contrae il virus in maniera asintomatica. Proprio per questo il valore del vaccino, oltre che personale, è civico in quanto non riguarda solo il soggetto come potenziale ammalato ma anche come possibile contagiatore”.

L’approvazione definitiva dei vaccini di EMA e AIFA

Mentre la FDA americana ha già approvato definitivamente i vaccini somministrati per il coronavirus, in Italia e in Europa si attende ancora che l’EMA, l’Agenzia Europea del Farmaco, e l’AIFA, l’Agenzia Italiana del Farmaco, approvino i vaccini con l’autorizzazione ufficiale, chiamata Standard Marketing Authorisation, superando quindi l’attuale stato di autorizzazione condizionale arrivata in periodo di emergenza.

Dal punto di vista giuridico potrebbe infatti essere necessario, o comunque auspicabile, che prima di emanare un eventuale obbligo vaccinale il Governo attenda il formale riconoscimento dalle autorità sanitarie.

I vaccini hanno già ampiamente dimostrato la propria sicurezza “sul campo”

Al momento però su questo punto, così come sull’obbligo vaccinale, non c’è ancora un parere formale del CTS, il comitato tecnico scientifico che ha guidato tutte le decisioni prese per contrastare la pandemia.

Secondo la maggior parte degli esperti, i vaccini hanno già ampiamente dimostrato la propria sicurezza “sul campo”. In passato infatti nessun vaccino nella storia della medicina è stato inoculato ad oltre 5 miliardi e mezzo di persone che sono state immunizzate dagli effetti più gravi della Covid, a fronte effetti collaterali che hanno riguardato solo casi rari e circoscritti, definiti dall’intera comunità scientifica mondiale come numericamente irrilevanti.

L’obbligo vaccinale e le sue applicazioni concrete

Se una volta ottenute le approvazioni finali degli enti regolatori, l’obbligatorietà vaccinale dovesse diventare realtà come ipotizzato da Draghi, il Governo dovrà capire come renderlo effettivo fra la popolazione.

La possibilità di un obbligo “assoluto”, in cui il vaccino viene applicato alla stregua di un trattamento sanitario obbligatorio sembra infatti difficilmente praticabile, oltre che particolarmente coercitiva e dispendiosa. La strada più praticabile sembra invece essere quella di una sorta di “Green Pass” dalle funzioni aumentate, in cui nessuno è obbligato a vaccinarsi, ma il numero e l’importanza delle attività per cui è richiesto il vaccino diventeranno tali per cui sarà impossibile lavorare o partecipare alla vita sociale se non si è vaccinati. Secondo molti esperti, infatti, questa via sembra l’unica a garantire una duratura via d’uscita dalla pandemia.

In Italia il cosiddetto obbligo relativo è già realtà. L’obbligo introdotto nel 2017 dal decreto vaccini per i minori fino a 16 anni lascia infatti la possibilità alle famiglie di decidere di non vaccinare i figli, pur con una serie di limitazioni. I bambini sotto i sei anni le cui famiglie non hanno aderito alle 10 vaccinazioni obbligatorie (anti-poliomielitica, anti-difterica, anti-tetanica, anti-epatite B, anti-pertosse, anti-haemophilus influenzae tipo b, anti-morbillo, anti-rosolia, anti-parotite, anti-varicella) non possono frequentare gli asili nido e le scuole materne. Dopo i 6 anni e fino ai 16 la vaccinazione “non costituisce requisito di accesso alla scuola, al centro di formazione o agli esami” ma prevede sanzioni da 100 a 500 euro, decise dall’azienda sanitaria nei confronti delle famiglie non in regola.

Che cosa dice la Costituzione in merito?

La Costituzione prevede la possibilità di introdurre l’obbligo vaccinale sia nelle modalità più coercitive, di fatto però impossibili o molto difficili da applicare su larga scala, sia nelle modalità indirette che già interessano il Green Pass. Lo sancisce l’articolo 32 secondo il quale “la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.

Qualsiasi dubbio interpretativo è stato fugato da una sentenza della Corte Costituzionale che si è espressa sulla compatibilità tra l’obbligo vaccinale e l’articolo 32 della Costituzione. Nella sentenza 307 del 1990 si mette in chiaro che l’obbligo è compatibile se serve a preservare anche la salute altrui.

Il Comitato nazionale per la Bioetica, l’istituzione che il governo interpella per avere valutazioni su queste materie, ha anche specificato in un parere del novembre 2020 che è sempre auspicabile che nessuno subisca un trattamento sanitario contro la sua volontà. Tendenzialmente la preferenza per l’adesione spontanea rispetto ad un’imposizione autoritativa c’è ma solo “ove il diffondersi di un senso di responsabilità individuale e le condizioni complessive della diffusione della pandemia lo consentano”.

L’obbligo vaccinale per gli operatori sanitari

Mentre l’obbligo vaccinale cosiddetto obliquo, cioè quello che deriva indirettamente da forti impedimenti della propria vita sociale, è un’ipotesi concreta per tutti i cittadini, per chi lavora nell’ambito della salute è previsto l’obbligo di vaccino. Un provvedimento imprescindibile che, secondo gli esperti, potrebbe essere esteso senza paura dal punto di vista degli effetti collaterali.

“Questi vaccini hanno dimostrato efficacia e un profilo di sicurezza altissimo – ha commentato Pregliasco -: un dato che conferma l’opportunità di estendere l’obbligo vaccinale se dovesse essercene la necessità. Oltre ad uscire dalla pandemia e a far ripartire l’economia, l’estensione massiccia della platea dei vaccinati porterebbe immediatamente a ridurre i costi sanitari se consideriamo che un malato in terapia intensiva, oltre ad occupare un letto e ad impegnare il personale sanitario, costa allo Stato dai 1.500 ai 4.000 euro al giorno”.

Green Pass, fra favorevoli e contrari

Il Decreto-Legge 21 settembre 2021 n. 127 introduce in Italia, dal 15 ottobre al 31 dicembre 2021, l’obbligo del certificato verde per i dipendenti pubblici e privati, i professionisti e i lavoratori autonomi e anche categorie come colf e badanti. La pena per chi non si uniformerà? L’impossibilità di continuare a praticare la propria professione, con assenza ingiustificata dal primo giorno ma con diritto a conservare il posto di lavoro, il blocco dello stipendio e la possibilità di ricevere una multa che va dai 600 ai 1.500 euro sia per i lavoratori sia per i datori di lavoro che non eseguiranno i controlli (in caso di reiterazioni delle violazioni, le sanzioni per il datore di lavoro aumentano e si può arrivare alla sospensione dell’attività).

Il certificato verde non però un obbligo vaccinale perché è possibile ottenerlo dimostrando di essere risultati negativi ad un tampone molecolare nelle 72 ore precedenti o ad un tampone antigenico 48 ore prima. Per questo si è attirato diverse critiche e c’è chi lo ha definito la misura ipocrita di un Governo che non ha ancora avuto il coraggio di istituire l’obbligo vaccinale.

A proposito di questa possibilità il commissario per l’emergenza Francesco Paolo Figliuolo si è detto fiducioso nell’intelligenza degli italiani: “Nessuno vuole obbligare, ma è giusto che ciascuno si informi chiedendo a persone qualificate, come medici e infermieri. Abbiamo avuto oltre 130 mila morti per Covid e tanti ne portano ancora i segni”.

È chiaro che il Governo userà lo strumento dell’obbligo vaccinale indiretto solo se ne ce ne sarà necessariamente bisogno e ne farà invece a meno se la campagna vaccinale, oggi quasi ferma al ritmo di 60 mila vaccinazioni al giorno, ripartirà convintamente con l’entrata in vigore del super Green Pass a metà ottobre.