Home Blog Page 315

Il farmacista ospedaliero fra innovazione e acquisti: riflessioni dal congresso SIFO

0

Grande è stata la partecipazione al XLII Congresso nazionale della Società Italiana di Farmacia Ospedaliera e dei Servizi Farmaceutici delle Aziende Sanitarie (SIFO), dal titolo “Il farmacista promotore e interprete del cambiamento, dall’emergenza alla pianificazione”.

Fausto Bartolini, presidente del Congresso, lo ha definito “un’occasione di confronto utile per tutti i professionisti ed esperti della sanità, un evento aperto al contributo di quanti concorrono al potenziamento del Sistema sanitario pubblico nazionale, elemento imprescindibile per garantire il bene comune e la crescita sociale del Paese. E SIFO si sente al centro di questa riflessione e di questo cambiamento. Anzi: è tra i promotori essenziali di questa trasformazione”.

Le priorità: ruolo del farmacista delineato dal PNRR, home delivery, cure domiciliari e telemedicina

Arturo Cavaliere

“I temi che ci stanno a cuore oggi sono essenzialmente tre”, precisa Arturo Cavaliere, presidente SIFO, “il ruolo del farmacista ospedaliero e dei servizi farmaceutici territoriali all’interno del nuovo modello assistenziale territoriale e domiciliare di prossimità disegnato dal PNRR; nuovo modello di home delivery; cure domiciliari e telemedicina. Su questi ambiti siamo decisamente propositivi: nei lavori del Congresso vogliamo identificare specifiche proposte da presentare alle istituzioni nazionali, per cogliere le opportunità nella fase post Covid-19 ed essere così attori, o meglio protagonisti del rilancio e della rinascita del Paese”.

La forte apertura verso gli altri stakeholder del sistema sanitario nazionale emersa dalle parole di Bartolini e Cavaliere si è concretizzata in diversi momenti del congresso, a partire dalla V Edizione dell’Health Policy Forum per i farmacisti ospedalieri realizzata in collaborazione con SiHTA (Società Italiana di Health Technology Assessment). Questa attività ha visto protagonisti, oltre ai farmacisti ospedalieri, anche economisti e aziende farmaceutiche e di dispositivi medici, per la creazione di una rete multidisciplinare con l’obiettivo di supportare il processo decisionale e l’accesso alle tecnologie valorizzando l’innovatività basata su analisi di HTA e sul confronto delle diverse figure professionali, sia della pubblica amministrazione sia degli operatori economici.

Il farmacista ospedaliero: un ponte fra decisore e paziente

Per Francesco Cattel, Direttore della Farmacia Ospedaliera della Città della Salute e della Scienza di Torino, nonché membro del Direttivo SiHTA, il farmacista ospedaliero può rappresentare un forte trait d’union tra l’azienda e il clinico in particolare nel campo dei dispositivi medici. Infatti, nel corso della discussione dell’Health Policy Forum, si è evidenziato che per i device la definizione della corretta “place in therapy” è più difficile rispetto a quanto avviene per i farmaci e dipende in maniera consistente dal singolo ospedale nel quale viene utilizzato, anche in relazione al team e alle strutture a disposizione.

Francesco Saverio Mennini

Un ponte fra decisore e paziente, è invece la definizione complementare del farmacista ospedaliero proposta dal professor Francesco Saverio Mennini, Research Director EEHTA del CEIS, Facoltà di Economia dell’Università di Roma Tor Vergata e Presidente SiHTA. Fondamentale deve essere infatti l’apporto del farmacista ospedaliero per supportare il decisore nel valorizzare l’innovazione incrementale, e non solo quella “disruptive”, sia per i farmaci sia per i device. Il passaggio fondamentale risiede nella raccolta di informazioni e nella codifica del tracciamento. Il traguardo comune deve essere quello di creare un percorso per la gestione dei dati con obiettivi ben stabiliti: quali vantaggi si possono ottenere con tutte le informazioni a disposizione?

Una riflessione che torna nelle parole del presidente Cavaliere, quando parla del farmacista ospedaliero come gestore dell’interfaccia digitale dei flussi di dati nell’ottica della cosiddetta “One Health”, per passare dalla gestione del farmaco alla governance dell’intero processo assistenziale.

Focus su gare pubbliche d’appalto e appalti innovativi al tempo del recovery fund

Un’altra collaborazione molto stretta che coinvolge il farmacista ospedaliero è quella con le figure che si occupano di approvvigionamenti e acquisti sanitari: provveditori e centrali di committenza. All’interno del congresso SIFO non sono mancati momenti di incontro e discussione, come quello sulle gare pubbliche d’appalto e gli appalti innovativi al tempo del recovery fund, che ha visto la partecipazione di figure apicali della Federazione delle Associazioni Regionali Economi e Provveditori della Sanità (FARE).

Salvatore Torrisi

Secondo Salvatore Torrisi, presidente FARE, “parlare adesso di gare innovative o di recovery fund è limitativo perché il concetto di innovazione viaggia soprattutto sulle persone e sulle competenze. In mancanza di competenze e capacità di produrre innovazione in chi si occupa di approvvigionamenti, sia come farmacista ospedaliero sia come provveditore, non può esserci spazio per l’innovazione”. L’attenzione sul periodo di rinnovamento che sta per arrivare con i fondi del PNRR, ed è già iniziato con le importanti innovazioni normative che si sono susseguite nel corso di questi mesi di pandemia, è sicuramente altissima: fondamentale sarà anche capire se queste progettualità sono di medio periodo o limitate nel tempo perché, in questo secondo caso, porre un limite temporale, come previsto ora al 31 dicembre 2023, alle attività straordinarie potrebbe rappresentare un ostacolo alla vera innovazione.

Al di là degli strumenti messi a disposizione dal legislatore, nelle forme dei Decreti Semplificazione e del PNRR, dalla pandemia è emersa la necessità di riappropriarsi, per gli operatori che si occupano di acquisti, della discrezionalità, intesa come utilizzo sapiente delle competenze e dell’arbitrio: per rendere più efficiente il sistema e per valorizzare la reale innovazione sono fondamentali infatti la specializzazione e la sapienza dei farmacisti ospedalieri e dei provveditori, unite ad un corretto utilizzo del rating del fornitore.

Sul tema del rating del fornitore, Claudio Amoroso, Presidente dell’Associazione Regionale Economi Abruzzo e Molise, ha ricordato che nel Decreto Semplificazioni è prevista l’assegnazione ad Anac della Banca dati nazionale dei contratti pubblici, con la creazione di un fascicolo virtuale delle imprese, nell’ottica di applicare anche agli operatori economici il concetto del “once only” per evitare la duplicazione dell’invio di dati e informazioni dei fornitori ad ogni singola stazione appaltante.

Nicola Magrini

Anche nella relazione del Direttore Generale di Aifa, Nicola Magrini, ha trovato posto, tra gli altri, il tema delle gare farmaci, che viene affrontato in maniera ampia anche nel nuovo accordo Aifa-Sifo per il 2022-2023, sia in termini di analisi delle politiche di acquisto e distribuzione, sia in termini di indisponibilità e carenze e analisi dei consumi.

Secondo Magrini, le principali questioni aperte sul tema delle gare farmaci riguardano la definizione delle categorie di farmaci in equivalenza terapeutica, l’individuazione delle dimensioni ideali/ottimali delle gare per favorire la concorrenza e la sostenibilità dei prezzi, l’analisi delle pratiche migliori affinché il SSN sia o diventi un “informed purchaser” (compratore informato).

Uno sguardo al futuro: nel 2022 i 70 anni di SIFO

Al termine dei quattro giorni di dibattiti, sessioni e workshop, sono stati quasi 2500 i partecipanti registrati al Congresso. “L’importanza di questi incontri, la presenza dei massimi esponenti della politica sanitaria e delle Agenzie, la qualità dei contenuti presentati nelle sessioni, la possibilità di portare messaggi diretti ai decisori ci fanno essere soddisfatti dell’andamento del nostro appuntamento annuale”, sottolinea Bartolini. “Crediamo che questo simposio possa essere giustamente ricordato come un evento storico, sia perché ha segnato il ritorno ad un congresso in presenza, sia perché indica la strada da seguire anche per gli appuntamenti futuri: dialogo, qualità, confronto, visione”.

“Siamo decisamente soddisfatti di quanto abbiamo realizzato, soprattutto in termini di dibattito sulla nostra figura professionale, che è davvero al centro del ripensamento e del rilancio del SSN”, conclude Cavaliere. “Ma adesso non intendiamo sederci sugli allori: ci aspetta un duro lavoro sempre a servizio dei cittadini ed a fianco delle istituzioni e degli altri operatori sanitari. Il nostro prossimo obiettivo come Società è ora riuscire a festeggiare in modo degno il nostro 70° anniversario di fondazione. SIFO è stata creata nel giugno 1952: nello stesso periodo del prossimo anno andremo a celebrare questa nostra data di nascita richiamando tutta l’attenzione necessaria verso una professione senza la quale non ci può essere sanità sicura, innovativa e di qualità”.

White economy e PNRR: da dove deve ripartire la sanità?

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) destina ingenti risorse all’Italia, anche nel settore sanitario. Ma le risorse da sole non bastano per superare le criticità di lungo corso rese ancora più evidenti dalla pandemia. Serve un cambio di paradigma perché la cosiddetta “white economy” possa diventare una fonte di sviluppo per il Paese e di maggiore tutela per i pazienti, incentivando l’innovazione e il rinnovamento delle cure. Quali sono le proposte di Confindustria Dispositivi Medici? Ne parliamo con il presidente Massimiliano Boggetti.

Algoritmi e pandemia. Chiusi: “Attenzione al soluzionismo”

App di contact tracing digitale. Certificati digitali Covid. Algoritmi per stabilire l’ordine di priorità vaccinale, o fare in modo che non ne vada sprecata nemmeno una dose. Sistemi a base di intelligenza artificiale (AI) per rendere i sistemi di ventilazione dei locali a prova di coronavirus, o valutare quali viaggiatori in ingresso nel proprio paese sottoporre a test perché a maggiore rischio di infezione. Sono solo alcuni dei sistemi per decisioni automatizzate (automated decision-making systems, o Adm) realmente utilizzati in Europa in risposta alla pandemia di Covid-19, e registrati e raccontati dal progetto Tracing The Tracers dell’organizzazione non governativa tedesca AlgorithmWatch.

A spiegare come sta andando e a mettere in evidenza il pericolo principale che si corre, quello del “soluzionismo”, è il project manager di Tracing The Tracers Fabio Chiusi, docente di Nuovi Media ed Editoria e Media Digitali all’Università di San Marino e fellow del Centro Nexa su Internet e Società del Politecnico di Torino.

Cos’è Tracing the Tracers?​

Fabio Chiusi

“È uno strumento per monitorare gli sviluppi avvenuti nel corso della pandemia in termini di adozione di tecnologie e automazione. Più precisamente, ci occupiamo di sistemi di automated decision-making, cioè l’insieme di scelte politiche, relazioni umane e strumenti tecnologici dispiegati per prendere decisioni in tutto o in parte automatizzati. Pensi alle app di contact tracing digitale, che tentano di automatizzare la possibilità di avere avuto un contatto a rischio infezione; o agli algoritmi di prioritizzazione delle vaccinazioni, usati anche in Italia; o a quelli, usati in Francia e altrove, per rendere più efficiente la distribuzione di dosi di vaccino avanzate”.

​​Davvero l’AI e l’automazione sono in grado di realizzare le enormi promesse che si sono accompagnate al loro sviluppo, anche nel contesto della pandemia? ​​

“Sembra presto per dirlo, ma quello che si può dire non sembra puntare a una risposta positiva. Per le app di contact tracing si è registrato qualche risultato positivo, ma unicamente grazie alla loro integrazione coi sistemi sanitari e le strategie pandemiche non hanno di certo impedito alla variante Delta di diffondersi, in ogni caso. Per gli usi dell’AI, qualunque cosa essa sia, diverse analisi giornalistiche e della letteratura disponibile dicono piuttosto chiaramente che le applicazioni concretamente utili sono state prossime allo zero, inclusi usi medici, come per riconoscere il Covid da raggi al torace.

Insomma, se ne è parlato molto, ma l’opinione condivisa, al di fuori dei circoli di innovatori e altri soggetti autointeressati, è che magari in futuro certe promesse si potranno realizzare — non tutte in ogni caso — ma per ora sarebbe bene mettere in piedi regole e controlli, quando non veri e propri divieti, come per alcuni usi della sorveglianza biometrica, prima di continuare ad autorizzare e glorificare l’uso indiscriminato o quasi di questi strumenti, in assenza di trasparenza, dati, studi, evidenze che funzionino”.​​​

Quante delle soluzioni proposte sono in realtà figlie di una visione “soluzionista” della tecnologia, e quante passano il vaglio di un’analisi evidence-based?​​

“Vale quanto detto sopra, dato che il motivo per cui mancano trasparenza, dati, evidenze — e quando ci sono si tendono a ignorare comunque — è proprio quell’ideologia soluzionista, proprio come prima della pandemia. Perché chiedersi come si produce una soluzione, se magicamente sempre si produce? È una riduzione ideologica molto pericolosa, questa che comprime problemi sociali e di salute pubblica straordinariamente complessi, come una pandemia, entro le rigide maglie del codice. Non tutti i problemi sono meri problemi di informazione: in alcuni casi, servono scelte morali, politiche, che solo un essere umano può — forse — contemplare.

Di evidence-based c’è davvero poco: stiamo sprecando un’opportunità straordinaria per ripensare la nostra società

Di evidence-based, insomma, c’è davvero poco; quel che è peggio, come accennavo, è che quand’anche ci fosse viene vissuta con indifferenza o fastidio, perlopiù ignorata o banalizzata dai media mainstream e strumentalizzata dai leader politici, ciascuno per i propri scopi di bottega. Stiamo sprecando una straordinaria opportunità per ripensare le nostre società alle fondamenta, e insieme barattando utopia e ragione con consenso immediato e baruffe epistemiche (e non) basate sul nulla. Non bene”.

​​​Quando questo non accade, quali sono di solito i problemi?

“​​L’impossibilità di dire alcunché sul sistema in esame è il principale. Come giudicare ciò che non conosci? Il nostro lavoro è cercare di conoscere per giudicare, oltre che giudicare. Ed è difficilissimo, proprio perché il muro di opacità alzato dall’indifferenza e dal soluzionismo è duro da vincere. Mancano spesso i dati, le prassi, le regole, i controlli, le sanzioni, tutto. Sembra a volte di trovarsi a giudicare dépliant di un qualche prodotto, o trovarsi a una lezione in un corso di marketing, più che nel mezzo di un dibattito che dovrebbe essere fondamentale per il mondo tutto e le democrazie in particolare: che aiuto vogliamo dalla tecnologia per le scelte politiche che prenderemo nelle pandemie future? È un anno che cerco una risposta basata sui fatti e le evidenze, ed è un anno che mi è impossibile formularla perché i fatti e le evidenze, per qualche ragione, per molti non contano”. ​

In che misura la grande fiducia riposta spesso a priori e a prescindere, rappresenta di per sé un problema nel modo in cui affrontiamo il rapporto tra tecnologia e politiche pubbliche e più specificamente, in questo caso, di sanità pubblica?​​

“È un grande problema, perché la fiducia nella tecnologia e in questi sistemi può facilmente essere tradita — sempre, quando le promesse sono viaggi in completa sicurezza e una vita sociale totalmente identica a quella pre-pandemica, grazie a un qualche device tecnologico. E quel tradimento può finire poi per riverberare sulle istituzioni sanitarie, o le istituzioni e basta. Attenzione dunque a banalizzare troppo i messaggi, come si è visto per Immuni o per il Green Pass: la democrazia, specie in emergenza, richiede più critica, più dibattito — non scelte opache, sull’onda di reazioni emotive o dell’opportunismo del momento.

Attenzione a banalizzare troppo i messaggi, come si è visto per Immuni o per il Green Pass

Il Green Pass, per esempio: diversi studi dicono che forzare l’intenzione di vaccinazione con un simile incentivo può avere effetti controproducenti su alcune fasce sociali — le più svantaggiate, peraltro — e, più in generale, di lungo periodo, paradossalmente diminuendo le intenzioni di vaccinazione. C’è da sperare il decisore pubblico ne abbia tenuto conto”.

​​Quali sono in definitiva le prospettive concrete secondo lei e quali i principali punti su cui lavorare?​​

“C’è da lavorare su tutto: la composizione dello stato dell’arte — cioè documentare cosa sta accadendo, quali sistemi ci sono, e come vengono testati e adottati; il quadro regolatorio di riferimento per molti di questi strumenti — cosa ne sarà di app di contact tracing e Green Pass, una volta passata l’emergenza, per esempio?; lo studio analitico e rigoroso di ciascuna di queste applicazioni, ciascuna nel proprio contesto di utilizzo e insieme a livello aggregato. Insomma, servirà del tempo per capire davvero la nostra risposta alla pandemia in termini di sistemi per decisioni automatizzate, intelligenza artificiale e tecnologie digitali. C’è da sperare che qualche decisore, poi, ne prenda nota: è altamente improbabile che quella di Covid-19 sia l’ultima”.

Uso dei farmaci negli anziani: un terzo degli over 65 ne assume dieci o più

Gli anziani italiani assumono troppi farmaci: il 29% degli uomini e il 30,3% delle donne usano dieci o più sostanze contemporaneamente. Mercoledì 13 ottobre, l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha presentato il primo Rapporto nazionale L’uso dei farmaci nella popolazione anziana in Italia (Anno 2019), realizzato dall’Osservatorio Nazionale sull’Impiego dei Medicinali (OsMed) con il coordinamento dell’Aifa e dell’Istituto Superiore di Sanità.

Il rapporto descrive le caratteristiche della prescrizione farmaceutica nella popolazione ultrasessantacinquenne e analizza in dettaglio alcuni aspetti legati all’uso dei farmaci negli anziani in tre diversi setting assistenziali: domicilio (prescrizione territoriale), ospedale e Residenze Sanitarie Assistenziali (Rsa).

La pubblicazione, inoltre, analizza l’uso concomitante di farmaci nei pazienti in trattamento per alcune patologie (diabete, demenza, broncopneumopatia cronica ostruttiva, parkinsonismo); valuta nuovi indicatori di qualità e appropriatezza prescrittiva, con particolare riferimento alla politerapia, alle interazioni farmacologiche e all’uso di farmaci potenzialmente inappropriati; analizza l’uso dei farmaci nelle fasce di età più avanzate (pazienti ultranovantenni); descrive alcune esperienze nazionali di deprescrizione farmacologica (deprescribing); analizza l’impatto della pandemia da Covid-19 sull’uso dei medicinali nella popolazione anziana nel 2020, a confronto con il 2019.

“È un nuovo capitolo della collana OsMed, che conferma e amplia la collaborazione tra Aifa e altre istituzioni nazionali e locali e ricercatori, già avviata con i precedenti volumi tematici dedicati ad antibiotici e gravidanza – ha affermato il direttore generale Aifa Nicola Magrini –. L’analisi su flussi di dati provenienti da fonti diverse ci ha consentito di porre l’attenzione su alcuni contesti  particolari del consumo dei farmaci nella popolazione anziana, quali l’ambito ospedaliero e quello finora poco esplorato delle residenze sanitarie assistenziali, che è stato pesantemente colpito dalla pandemia da Covid-19. Tra i principali risultati emersi riscontriamo un sovrautilizzo della vitamina D non sostenuto da evidenze, l’uso inappropriato di antibiotici e di alcuni antiaritmici nel grande anziano, alcune possibili interazioni tra farmaci della coagulazione usati spesso in associazione, come Fans, anticoagulanti e antiaggreganti”.

“Questo nuovo rapporto, centrato sul consumo dei farmaci negli anziani, rappresenta uno strumento prezioso per promuovere interventi e progetti mirati a migliorare la qualità e la sicurezza dell’uso del farmaco in questa popolazione – ha dichiarato Silvio Brusaferro, Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità – Si stima, infatti, che un terzo degli ultrasessantacinquenni utilizzi dieci o più farmaci contemporaneamente. Questo rapporto aiuta a comprendere diversi aspetti di questo fenomeno individuando nella deprescrizione farmacologica, ovvero nella riduzione del numero dei principi attivi prescritti, una risposta mirata per garantire una maggior sicurezza e appropriatezza delle cure. Non sempre, infatti, la prescrizione di un numero elevato di farmaci – ha concluso Brusaferro – corrisponde alle migliori cure o a più salute”.

I punti salienti del rapporto

Ecco in sintesi i principali risultati del rapporto. Gli over 65 consumano in media tre dosi di medicinali al giorno con una spesa annua pro capite di circa 660 euro: 593 euro al Nord, 759 al Sud.

Per quanto riguarda le tipologie, il primo farmaco per consumi nella popolazione anziana è la vitamina D. Il 50% dei pazienti anziani ha ricevuto un antibiotico, arrivando ad oltre il 60% negli uomini di età superiore a 85 anni. I farmaci cardiovascolari, in particolare gli antipertensivi, sono i più prescritti (otto over 65 su dieci ne assumono almeno uno), seguiti dai farmaci gastrointestinali e del metabolismo, dagli antibatterici e dai farmaci del sangue ed organi emopoietici.

Il colecalciferolo è la molecola più utilizzata: circa quattro donne su dieci ne hanno ricevuto almeno una dose, seguita dall’acido acetilsalicilico, usato per la prevenzione cardiovascolare.

Nelle donne, la prevalenza di farmaci per il trattamento dell’osteoporosi è pari al 48,4%. Le donne hanno una maggiore prevalenza d’uso di antidepressivi (19,3% contro 10,6% negli uomini) e di farmaci per la terapia del dolore (17,1% contro 11,5%).

Prevalenza donne uomini

Per quanto riguarda le prescrizioni multiple, per i pazienti in trattamento con farmaci per la demenza si segnala l’importante carico di farmaci psicotropi (antidepressivi, antipsicotici, anti-Parkinson e antiepilettici), spesso prescritti in modo inappropriato per il controllo di disturbi psicotici e comportamentali. In associazione ad alcuni farmaci per il trattamento del morbo di Parkinson/parkinsonismo (come ad esempio L-Dopa), si osserva un uso concomitante di farmaci per l’ulcera peptica e malattia da reflusso gastroesofageo che andrebbe evitato in quanto ne riducono l’assorbimento.

Si osserva inoltre, precisano i redattori, l’uso concomitante di farmaci per il trattamento del morbo di Parkinson/parkinsonismo e antipsicotici che è considerato un esempio di “cascata prescrittiva” (farmaci utilizzati per contrastare gli effetti indesiderati di altri farmaci).

Nella popolazione ultranovantenne i farmaci più utilizzati sono gli antipertensivi, gli
antiaggreganti, i farmaci per l’ulcera peptica e malattia da reflusso gastroesofageo e gli ipolipemizzanti, sebbene la prescrizione di alcune categorie dovrebbe essere rivalutata basandosi sul reale rapporto rischio/beneficio in questa popolazione speciale.

Sono stati valutati diversi tipi di associazioni di farmaci potenzialmente responsabili di
interazioni farmacologiche anche severe, o potenzialmente inappropriati in questa
popolazione per rapporto rischio/beneficio sfavorevole; ad esempio l’uso concomitante di due o più farmaci che aumentano il rischio di sanguinamento gastrointestinale è stato osservato nel 6,6% della popolazione con una più alta prevalenza al Sud rispetto al Centro e al Nord del Paese e in aumento al crescere dell’età. Valori di prevalenza d’uso pari al 9,5%, che risultano maggiori al Sud e nella popolazione femminile, sono stati riscontrati anche per i farmaci la cui assunzione contemporanea aumenta il rischio di insufficienza renale.

L’importanza dell’appropriatezza e della deprescrizione

Graziano Onder, capo dipartimento malattie cardiovascolari e dell’invecchiamento dell’Istituto Superiore di Sanità, è intervenuto sul tema “Uso di farmaci negli anziani e molto anziani: appropriatezza e deprescrizione”. La relazione ha preso le mosse da una domanda: perché dedicare uno specifico rapporto agli anziani? “In Italia gli ultrasessantacinquenni sono 14 milioni, siamo il secondo paese più vecchio del mondo – ha spiegato -. Ma soprattutto, si tratta di una popolazione molto eterogenea, che va analizzata per categorie e per gruppi”.

Farmaci anziani

Gli uomini mostrano complessivamente un consumo di farmaci superiore alle donne. Il 29% degli uomini e il 30,3% delle donne utilizzano dieci o più sostanze contemporaneamente.

Il consumo dei farmaci aumenta con l’età fino agli 84 anni, per poi diminuire: potrebbe giocare un ruolo, ha sottolineato Onder, il cosiddetto “healthy survivor effect”, il fatto cioè che chi sopravvive molto a lungo sia tendenzialmente una persona in buone condizioni di salute.

Impatto del Covid-19 sull’uso dei farmaci negli over 65

A Francesco Trotta, dirigente del settore Health Technology Assessment ed economia del farmaco di Aifa, è toccato fare il punto sull’uso di farmaci negli anziani alla luce della pandemia.

Nel 2020, per effetto della pandemia da Covid-19, nella popolazione over 65 si è registrato rispetto al 2019 un decremento del consumo degli antibiotici e dei Fans, attribuibile alla riduzione della trasmissione di patologie infettive delle alte e basse vie respiratorie. La categoria degli anticoagulanti è quella che ha subito il maggiore incremento, plausibilmente attribuibile all’aumento delle prescrizioni per eventi tromboembolici correlati al Covid-19.

Le nuove prescrizioni hanno subito una contrazione maggiore nelle fasce di età più giovani (in particolare 65-69 anni), probabilmente perché è in queste fasce di età che più comunemente vengono formulate nuove diagnosi di malattie croniche e intrapresi nuovi trattamenti farmacologici. Il decremento maggiore in termini di prevalenza di utilizzo,
invece, si osserva nelle fasce di età molto avanzate. Non si può escludere che questo dato sia influenzato dall’elevata mortalità legata al Covid-19 osservata nella fascia di età degli
ultraottantenni.

Farmaci anziani Trotta

Il report riporta che dall’analisi sull’uso dei farmaci nelle Rsa in cinque Regioni italiane (provincia autonoma di Bolzano, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia-Romagna e Umbria) emerge come nel 2019 la spesa per giornata di degenza (pari a 1,30 euro) e il consumo (pari a 797,9 DDD/100 giornate di degenza) siano in riduzione rispetto all’anno precedente (rispettivamente di -1,6% e -5,2%). I farmaci cardiovascolari, quelli attivi sul metabolismo e tratto gastrointestinale, i farmaci del sangue e quelli del sistema nervoso centrale sono risultati quelli a maggior consumo.

Tra gli altri interventi, Ignazio Grattagliano della Società Italiana di Medicina Generale (Simg) ha illustrato il tema dell’uso dei farmaci nella prevenzione secondaria in medicina generale e deprescrizione.

Alessandro Nobili, a capo del Laboratorio di Valutazione della Qualità delle Cure e dei Servizi per l’Anziano del ‍Dipartimento di Neuroscienze dell’Istituto Mario Negri, ha tenuto una relazione sull’uso dei farmaci in ospedale a partire dal registro Reposi, uno studio collaborativo tra la Società Italiana di Medicina Interna, la Fondazione Irccs Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano e l’Istituto Mario Negri. Dal monitoraggio del registro Reposi sull’uso dei farmaci in ospedale emerge un incremento in ingresso e dimissione dei principi attivi in grado di causare allungamento dell’intervallo QT e il rischio di emorragie gastrointestinali.

Prospettive e conclusioni

Nella discussione al termine della presentazione del rapporto, Paola Kruger, paziente esperto di Eupati, ha lanciato l’invito a un maggiore coinvolgimento dei pazienti e dei caregiver nei percorsi di cura, anche per aumentare la possibilità di aderenza terapeutica: “Sarebbe importante introdurre anche indicatori sulla consapevolezza e l’esperienza con i farmaci dei pazienti”.

Al dibattito ha partecipato anche Silvio Garattini, presidente dell’Istituto Mario Negri: “Il report è un prodotto importante, che migliora di molto la qualità degli interventi dell’Aifa – ha affermato -. Venendo alle prospettive, esiste di fatto una dissociazione fra la presenza degli anziani negli studi clinici controllati e il fatto che siano i principali destinatari di alcuni farmaci. Non si dovrebbero approvare farmaci studiati su persone con meno di 65 anni. Un altro aspetto che migliorerebbe la situazione è la diminuzione del numero dei farmaci: ce ne sono troppi in circolazione, con le stesse indicazioni e senza studi comparativi. Un altro suggerimento è fare in modo che sempre di più casi complessi con plurimorbidità siano visti non dai singoli specialisti, ma che ci sia un panel che li esamina e fa le prescrizioni in modo complessivo, sotto la revisione di un geriatra”.

Le conclusioni sono state affidate a Giuseppe Traversa, dirigente dell’area Strategia ed economia del Farmaco Aifa, che ha sottolineato: “Alla luce di quanto emerso dal confronto, per quanto concerne Aifa potremmo fare due cose. La prima è mettere a disposizione sempre di più i dati in modo che chiunque possa lavorarci. In secondo luogo, sull’istanza presentata da Garattini sui farmaci presenti sul mercato, investire un po’ di più sulla ricerca indipendente in questo ambito: qui per definizione serve un maggiore intervento pubblico”.

 

Infungibilità, una sentenza rettifica e amplia l’interpretazione corrente

0

La presenza di un solo e unico operatore economico in grado di eseguire la fornitura di beni e servizi non è per forza sinonimo di infungibilità. A mettere in dubbio l’interpretazione prevalente espressa dalle Linee Guida dell’Anac, nel paragrafo intitolato “Ricorso a procedure negoziate senza previa pubblicazione di un bando nel caso di forniture e servizi ritenuti infungibili” è stata la sentenza n.7239 del Consiglio di Stato del novembre 2020 che sembra mostrare che l’interpretazione di questo punto non è in realtà così lineare e scontata. Ne abbiamo parlato con l’avvocato Lorenzo Tognazzi, legale esperto in procurement e pubblica amministrazione.

Cosa dicono le linee guida sull’infungibilità

Laddove una Pubblica Amministrazione si trovi di fronte alla presenza di un unico fornitore di un bene o un servizio di cui abbisogna, l’assenza di concorrenza per motivi tecnici, secondo l’indicazione dell’art. 63, comma 2, lett. b), del codice dei contratti per l’affidamento mediante procedura negoziata, prevede la possibilità di assegnare la commessa servendosi della procedura negoziata senza previa pubblicazione di un bando.

La presenza di un solo e unico operatore economico in grado di eseguire la fornitura di beni e servizi non è per forza sinonimo di infungibilità

L’applicazione dell’art. 63 scatta quindi a seguito della consultazione preliminare del mercato che ha dato esito nullo rispetto alla presenza di concorrenti da far gareggiare per l’offerta migliore di un bene o un servizio. Fra i casi certi in cui non è necessario pubblicare alcun bando figura il caso in cui “i lavori, le forniture o i servizi possono essere forniti unicamente da un determinato operatore economico per assenza di reale concorrenza o quando non esistono altri operatori economici o soluzioni alternative ragionevoli e non limitate dalle caratteristiche tecniche dell’appalto”.

Consuetudine vuole quindi che in tali casi di presenza di un unico operatore economico si proceda con l’affidamento diretto, considerando la gara aperta un inutile spreco di tempo, contrastante con il principio di efficienza ed economicità dell’azione amministrativa.

Le indicazioni Anac sull’acquisto di beni infungibili in ambito sanitario

Poiché particolarmente rilevante, in ambito sanitario il concetto di infungibilità era già stato oggetto di discussione nel 2018, quando, a seguito di diverse richieste di chiarimento a proposito della corretta applicazione della norma, l’Anac aveva dato per iscritto il suo parere sulla delibera n.950 del 2017 dal titolo “Ricorso a procedure negoziate senza previa pubblicazione di un bando nel caso di forniture e servizi ritenuti infungibili”.

In un comunicato emanato dal Presidente a beneficio delle stazioni appaltanti che si chiedevano come applicare correttamente la norma operando nel rispetto dei principi di legalità e trasparenza, la nota dava indicazioni precise e circostanziate su come addivenire alla compiuta valutazione di infungibilità, specie in riferimento a dispositivi somministrati ai pazienti con determinate patologie (es. farmaci oncologici e dispositivi salvavita).

Il presupposto dell’intervento si basava però sul fatto che l’infungibilità descrive una condizione, logica prima che giuridica, che si configura quando il ricorso alla competizione è impedito dalla mancanza di alternative praticabili in concreto.

In ambito sanitario il concetto di infungibilità è particolarmente rilevante, e Anac è intervenuta più volte

“Si tiene ad evidenziare che  l’infungibilità, che legittima l’adozione della procedura negoziata senza bando  ex articolo 63 del Codice dei contratti pubblici (decreto legislativo 18 aprile  2016, n. 50) in deroga al principio generale dell’evidenza pubblica, si  configura laddove, per ragioni tecniche, di privativa industriale o di altra  natura, non siano rinvenibili, sul mercato attuale, prodotti in grado di  realizzare la funzione specifica attesa”, specifica la nota Anac, che ha sottolineato come sia stata dedicata notevole attenzione al settore degli acquisti sanitari, per la sua rilevanza in termini economici nonché per la esposizione a criticità in funzione della prevenzione dei  fenomeni corruttivi.

Il comunicato prosegue sottolineando però come la valutazione rientri nella responsabilità della stazione appaltante, tenuta ad effettuare un’attenta e congrua verifica di ciò che è il fabbisogno e di quali siano le migliori modalità di acquisizione.

In primis è bene vagliare “se i dispositivi o i prodotti medicali, con potenzialità o caratteristiche equivalenti ai fini del trattamento, possano o meno essere  acquisitati da più aziende farmaceutiche, attraverso quindi una procedura  comparativa che renda possibile, e al contempo necessario, l’esperimento di  gare pubbliche”.

Presupposto fondamentale è che vi sia non solo l’indispensabilità di un determinato farmaco, ma anche l’impossibilità di utilizzare altri farmaci, in quanto non disponibili sul mercato, non efficaci o non funzionali alle necessità terapeutiche.

La condizione di lock-in

Il fatto che un solo operatore economico sia in grado di fornire un determinato bene o servizio, per complessità tecnica o mancanza di concorrenza, non significa necessariamente che un bene possa essere definito infungibile secondo quest’unico presupposto. Ciò perché quella che si andrebbe a verificare in caso di presenza di un’unica opzione presente fra i fornitori è una condizione di lock-in, contraria al principio di concorrenza.

A forza di acquistare un bene o un servizio da un unico fornitore fra la pubblica amministrazione e l’azienda in questione si crea infatti un rapporto di dipendenza che non è possibile sciogliere se non sopportando costi ulteriori per transitare ad altro fornitore. A ciò si aggiunge l’impossibilità di recuperare i costi iniziali sostenuti nei lunghi e laboriosi processi di apprendimento propedeutici all’uso ottimale del bene.

Questa condizione di lock-in è destinata a perpetrarsi nel tempo laddove il vincolo indotto non venga superato dalla ricerca di un nuovo fornitore, scelta che però potrebbe risulterebbe apparentemente antieconomica.

Le linee guida in questo senso forniscono indicazioni alle PA per evitare che cadano in queste trappole, specificando che il bene non è da considerarsi infungibile solo perché non vi sono altri operatori sul mercato in grado di fornire beni altrettanto idonei a soddisfare le sue esigenze. L’infungibilità deriva piuttosto dalla percezione della pubblica amministrazione di un carico economico maggiore rispetto all’accollamento dei costi relativa al passaggio ad un altro operatore.

Il bene non è da considerarsi infungibile solo perché non vi sono altri operatori sul mercato in grado di fornire beni altrettanto idonei a soddisfare le sue esigenze

Qual è dunque una possibile via d’uscita? Prevenire la situazione di lock-in, evitando di affidarsi ad operatori dai quali è poi difficile sottrarsi per gli alti costi legati al cambio della fornitura. L’operatore unico infatti tenderà a comportarsi come un monopolista, determinando il prezzo con maggiore forza contrattuale e di fatto impedendo la libera concorrenza per ragioni prettamente economiche e inibendo così la ricerca all’innovazione.

Uscire dalla condizione di lock-in significa quindi ritornare alla procedura aperta anche a modelli di bene e servizi equivalenti.

I costi dovuti al cambio di fornitura saranno poi da recuperare nel tempo, tramite politiche di risparmio di spesa e vantaggi qualitativi acquisiti.

Il ruolo e le responsabilità della Pubblica Amministrazione

Il concetto di infungibilità nel settore degli appalti pubblici costituisce certamente una delle questioni più delicate e complesse. Il motivo è evidente ed è inscindibilmente connesso agli effetti che l’infungibilità provoca sull’ordinario sistema di selezione del contraente nei pubblici contratti. L’avvocato Lorenzo Tognazzi, esperto di procurement sanitario, ha infatti, sottolineato come, a fronte di un bene o di un servizio caratterizzati da infungibilità, si concreta una deroga al fondamentale principio di concorrenza su cui è permeata l’intera disciplina di settore.

A fronte di un bene o servizio infungibile, si concreta una deroga al fondamentale principio di concorrenza su cui è permeata l’intera disciplina di settore

“La limitazione del confronto competitivo finalizzato alla selezione della migliore offerta si presta ovviamente ad essere terreno di potenziali pratiche distorsive e fenomeni di maladministration – ha commentato il legale -. In forza di tali presupposti, la normativa prescrive dei requisiti molto stringenti per legittimare il ricorso alla negoziazione diretta, richiedendo un puntuale iter istruttorio e l’effettuazione di valutazioni molto circostanziate in relazione alla definizione dello specifico fabbisogno approvvigionamentale che si intende soddisfare”.

“La scelta di ricorrere alla procedura negoziata senza pubblicazione del bando di gara in presenza di condizioni di esclusività o infungibilità – ha proseguito Tognazzi – soggiace quindi ad un particolare rigore nell’individuazione dei presupposti giustificativi, da interpretarsi restrittivamente, tenuto anche conto che rimane sempre in capo all’Amministrazione affidante l’onere di dimostrarne l’effettiva esistenza (Cons. Stato, Sez. VI, 13.6.19, n. 3983 e Sez. III, 18.1.18, n. 310)”.

L’intervento dell’ANAC: le linee guida n.8 del 2017

L’Autorità Nazionale Anticorruzione, osservata la rilevante diffusione di forme di affidamento diretto fondate su pretese condizioni di infungibilità, specialmente in ambito sanitario, manutentivo e di ICT, è intervenuta con le Linee guida n. 8 del 13 settembre 2017: “L’obiettivo – ha precisato Tognazzi – era quello di fornire indicazioni attuative e regole volte a prevenire forme di chiusura idonee a ledere i principi di par condicio e concorrenzialità. Al fine di contrastare l’incoerente utilizzo da parte delle Stazioni Appaltanti di procedure derogatorie degli ordinari strumenti competitivi, l’Autorità ha ritenuto necessario offrire puntuali precisazioni in ordine alle modalità da seguire per accertare l’effettiva infungibilità di un bene o di un servizio, nonché gli accorgimenti da adottare per scongiurare che particolari decisioni di acquisto adottate in un certo momento si risolvano nel vincolare indebitamente le decisioni acquisitive future (generando il fenomeno del lock-in)”.

Anac ha indicato le fondamenta per la corretta progettazione dei bandi quando un fabbisogno può essere soddisfatto unicamente con l’acquisto di beni o servizi infungibili

Il legale sottolinea come l’Anac, nel soffermare il fuoco dell’analisi sull’importanza di garantire percorsi istruttori massimamente trasparenti e funzionali a garantire preventive esplorazioni di mercato in grado di cristallizzare risultanze oggettive e attuali, ha indicato le fondamenta di una corretta progettazione e predisposizione dei bandi di gara nelle situazioni in cui la stazione appaltante ritenga che un certo fabbisogno possa essere soddisfatto unicamente mediante l’acquisto di beni o servizi infungibili o che possano condurre a situazioni di non reversibilità della scelta. In questi casi per Anac risulta necessaria l’acquisizione di tutte le informazioni disponibili. “Innanzitutto è opportuno che la stazione appaltante osservi il comportamento di acquisto tenuto da altre amministrazioni per la soddisfazione di analoghi interessi pubblici, verificando, in particolare, se siano state svolte procedure a evidenza pubblica e gli esiti di queste ultime – ha proseguito Tognazzi – In tale fase potrebbe rivelarsi di significativa utilità anche la consultazione dei cataloghi  elettronici del mercato delle altre amministrazioni aggiudicatrici, nonché di altri di fornitori esistenti. Inoltre, rimane opzione istruttoria prioritaria procedere ad indagare direttamente il mercato, attraverso adeguate consultazioni preliminari, ex art. 66 D.lgs. 50/2016, per verificare quali siano le soluzioni effettivamente disponibili per soddisfare l’interesse pubblico per il quale si procede”.

“Le  consultazioni  – ha continuato il legale – sono preordinate a superare eventuali asimmetrie informative, consentendo  alla stazione  appaltante di  conoscere se  determinati  beni o servizi hanno un mercato di  riferimento, le  condizioni di prezzo mediamente  praticate, le soluzioni tecniche disponibili, l’effettiva esistenza di più  operatori  economici potenzialmente interessati alla produzione o alla distribuzione dei beni o servizi in questione”.

L’infungibilità di ambito sanitario

In campo sanitario l’infungibilità attiene principalmente alla mancanza di un’alternativa diagnostica, terapeutica o tecnica. Attiene cioè ad aspetti funzionali o di risultato.

L’infungibilità risulta quindi essere una qualità  legata,  più  che  alle  caratteristiche  di un  particolare  bene,  alle  prestazioni  effettuabili  tramite  tale  bene,  valutate  e  attualizzate nel  particolare  contesto  clinico,  tecnico  e  organizzativo  della  stazione  appaltante, essendo preordinata a soddisfare  l’imprescindibile  condizione  di  appropriatezza, efficacia e  qualità  delle cure e dell’assistenza.

“In un simile contesto di eccezionalità, le Amministrazioni, al fine di scongiurare il verificarsi di gravi fenomeni distorsivi e introdurre un sistema interno di prevenzione volto a garantire il corretto esercizio delle prerogative acquisitive, ricorrono con sempre maggior frequenza all’adozione di atti regolamentari interni attraverso i quali vengono tipizzate le principali fattispecie d’infungibilità e le procedure istruttorie necessarie a condurre alla validazione dell’acquisto – ha spiegato l’avvocato -. Nella pratica è interessante rilevare come per ogni settore merceologico (farmaci, dispositivi medici, sistemi informatici) i regolamenti aziendali per l’acquisizione di beni e servizi infungibili introducano una filiera approvativa complessa e articolata su più livelli, che muove dalla richiesta di acquisto del soggetto cui afferisce il fabbisogno (ad esempio medico richiedente), passa dalla validazione della dichiarazione d’infungibilità del Direttore della struttura complessa di afferenza, per poi approdare all’esame ultimativo di organi tecnico-amministrativi di ultima istanza, che ne analizzano i presupposti legittimanti sia dal punto di vista delle specifiche tecniche che del mercato di riferimento”.

In sanità l’infungibilità attiene principalmente alla mancanza di un’alternativa diagnostica, terapeutica o tecnica, quindi ad aspetti funzionali o di risultato

Conclusa l’indagine preventiva di  mercato,  il  servizio  deputato  all’acquisto  procede all’esperimento  della procedura  di negoziazione,  invitando  un  unico  concorrente a presentare offerta nel  rispetto  di  tutte  le  prescrizioni previste  dalla  normativa  in  vigore. Nelle realtà organizzative maggiormente complesse è prevista l’istituzione di apposite commissioni di profilo trasversale per assicurare, in sede istruttoria, la partecipazione collegiale delle principali competenze di settore e limitare massimamente margini discrezionali e carenze informative. In ambito sanitario i principali attori coinvolti nell’accertamento delle condizioni d’infungibilità o esclusività e nell’attestazione di congruità della soluzione acquisitive prescelta sono i dirigenti medici delle branche specialistiche, i servizi d’ingegneria clinica, i direttori di farmacia, i direttori dei sistemi informativi e i provveditori.

“Da ultimo – ha concluso Tognazzi -, vale la pena ricordare come, in seguito a discutibili superficialità nelle procedure aziendali di controllo in materia di acquisti infungibili, si sia assistito ad un consolidamento sistemico di cornici regolamentari di carattere aziendale entro le quali sono stati codificati percorsi istruttori di significativo rigore amministrativo, contestualmente all’affermazione di principi di forte responsabilità in caso di utilizzo indebito di strumenti d’acquisto semplificati. Ricordiamo che una dichiarazione di infungibilità  ed  esclusività espone personalmente il dichiarante alla  responsabilità  giuridica  ed  economica  per l’eventuale  danno  erariale  procurato all’azienda”.

Fascicolo sanitario elettronico: i passi da compiere per renderlo utile

Un coordinamento centrale, con regole precise, uniche, con tassonomie univoche e codifiche chiare per tutti. Documenti e dati computabili. Utilizzo di Clinical Data Repository, che sono un po’ come la data warehouse. Compilazione automatica o quasi, perché i medici non possono passare il 50% del loro tempo a redigere report.

Pochi passi, per niente facili ma fattibili, per provare a far ripartire il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) in tempo per realizzare gli obbiettivi del Pnrr, senza dover rifare da capo tutto.

Perché il 2021 è forse stanno l’anno più felice di questo strumento che non era mai stato così tanto utilizzato da medici e pazienti. I motivi sono diversi, ma tanto (o poco) basta per far capire che il potenziale c’è, anche se non si vede.

Di questo e molto altro si è parlato nella Live dello scorso 5 ottobre insieme agli esperti: Mauro Grigioni, responsabile del Centro Nazionale Tecnologie Innovative in Sanità Pubblica dell’Istituto Superiore di Sanità, e Fabrizio Massimo Ferrara, coordinatore scientifico del Laboratorio sui sistemi informativi sanitari di ALTEMS, Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma.

Dieci anni e non sentirli

Il prossimo anno il FSE spegne le sue prime dieci candeline. Ma a quasi due lustri dalla sua nascita, questo strumento ancora non ha dato i frutti sperati e non ha ancora dimostrato pienamente la sua utilità. Ci sono tanti fascicoli regionali e ogni sistema è un mondo a parte, senza contare che di per sé il Fascicolo Sanitario Elettronico è uno strumento ancora poco utilizzato in generale: secondo alcune analisi dell’Osservatorio dell’Innovazione Digitale in Sanità del Politecnico di Milano, nel 2020 solo il 38% della popolazione ne ha sentito parlare e solo il 12% è consapevole di averlo utilizzato.

Il Pnrr (Piano nazionale di ripartenza e resilienza) assegna delle risorse per il potenziamento del fascicolo sanitario elettronico, ma quello di cui di discute oggi è se continuare a investire in una tecnologia nata obsoleta o ripartire da zero.

Il potenziale del FSE

Un fascicolo sanitario elettronico efficiente è essenziale per seguire le evoluzioni dei modelli assistenziali che la pandemia ha accelerato, modelli in cui il paziente è gestito da diversi attori (ospedalieri e territoriali), ognuno con il suo proprio sistema informativo.

E con l’utilizzo della telemedicina, esploso durante la pandemia, poter contare su una piattaforma unica dei dati consentirebbe di conoscere in tempo reale la storia longitudinale del paziente e intervenire in modo più appropriato non solo nel normale percorso di cura, ma anche durante le emergenze.

Mauro Grigioni

Sono trascorsi quasi 10 anni dalla nascita del FSE, ma i passi in avanti sono stati davvero pochi e fino allo scoppio della pandemia è stato sottoutilizzato, sia da medici sia da pazienti: “Con l’emergenza sanitaria c’è stata un’accelerazione dell’utilizzo del fascicolo sanitario elettronico per la necessità di scambiare dati nell’era Covid – ha spiegato Grigioni – però per il Desi (Digital economy and society index), l’Italia si trova in fondo alla lista, soprattutto per quello che riguarda le competenze digitali della cittadinanza. Ma ci sono altri problemi. Il FSE nasce per raccogliere documenti e dati, però si è sviluppato di più il primo dei due aspetti, e basandosi su documenti tipo pdf. Le analisi cliniche sono costituite da numeri, ma se questi numeri non sono dati computabili, si perde una funzionalità importante del FSE. Per questa funzionalità importante sia la comunità europea sia il G7 Health stanno facendo molto per ricostruire i documenti in formato strutturale in modo da permettere la computabilità dei dati inseriti.”

Un fascicolo sanitario elettronico efficiente è essenziale per seguire le evoluzioni dei modelli assistenziali che la pandemia ha accelerato

Oggi stiamo assistendo a un uso del FSE mai visto prima: se prima della pandemia lo usavamo solo per leggere i referti, oggi ci troviamo altri servizi digitali, come il Green pass o la possibilità di prenotare visite. Ed ecco perché negli ultimi mesi l’uso di questo strumento è aumentato drasticamente.

Secondo gli ultimi dati di monitoraggio, l’FSE è stato attivato praticamente in tutte le Regioni italiane. Quattro di queste (Abruzzo, Calabria, Campania e Sicilia) sono in regime di sussidiarietà, vale a dire che, non avendo sviluppato completamente proprie soluzioni, hanno servizi attivi di FSE presso l’Infrastruttura Nazionale di Interoperabilità.

“Le regioni più virtuose, per quanto riguarda i numeri di referti inseriti nel fascicolo sanitario, sono Veneto e Lombardia – sottolinea Ferrara – però anche qui, se andiamo a vedere quanti referti sono stati registrati in proporzione alla popolazione gestita, i numeri sono bassi. Il Lazio invece, per esempio, è un po’ indietro sullo sviluppo del fascicolo sanitario elettronico. C’è un’estrema frammentazione delle informazioni, senza contare che, se è vero che negli ultimi mesi il FSE è stato usato molte volte, lo si è fatto soprattutto per scaricare il Green Pass”.

FSE e digitalizzazione del ciclo prescrittivo

Il secondo tema della Live si è incentrato sulla digitalizzazione del ciclo prescrittivo, che in questi mesi di pandemia è stato rivoluzionato: basti pensare alla ricetta dematerializzata che ha ricevuto un fortissimo impulso fin dalle prime ordinanze della protezione civile.

Ci si chiede se tutto questo rimarrà anche una volta passata l’emergenza sanitaria: “La dematerializzazione – prosegue Grigioni – ha permesso una gestione dell’assistenza sanitaria più efficiente, che si è tradotta in un risparmio di tempo per le amministrazioni, riguardo ai costi e alla mobilità; sotto gli aspetti socio-sanitari, è stata utile per esempio per i pazienti cronici e per quelli cronici allettati, perché non sempre chi se ne prende cura può recarsi dal medico a ritirare la ricetta. Credo che per certe categorie di pazienti la ricetta dematerializzata dovrebbe rimanere anche dopo la pandemia, ma non so se rimarrà per tutti, c’è sempre stata una certa viscosità da parte di alcuni attori del SSN ad accettare questo strumento, forse per pigrizia. La pandemia ha permesso di superare certe resistenze”.

FSE: una questione di interoperabilità?

I problemi del FSE non riguardano solo la struttura prettamente documentale e non computabile, oppure la tassonomia eterogenea (molti medici e app nominano una stessa prestazione in modo diverso) ma anche la scarsa possibilità di condividere le informazioni che contiene. Parliamo dell’ormai popolare (per quante volte si nomina, non per l’efficienza) bassa interoperabilità dei sistemi informativi del SSN. Una carenza ormai sistemica.

L’FSE è un documento individuale ma non è utilizzabile per supportare l’evoluzione dei processi prevista dal PNRR

L’FSE è un documento individuale, serve per l’analisi complessiva del paziente (per evitare che il paziente per esempio vada in giro con tanti cartacei), ma non è utilizzabile per supportare i processi di cui parla il PNRR, dove si parla di percorso assistenziale, di collaborazioni tra diverse parti e continuità territoriale. Senza contare che al momento è compilabile anche dal paziente stesso: “Nel FSE – riprende Ferrara – ad esempio il gruppo sanguigno lo posso scrivere io come paziente, senza nessun controllo e questo è un problema se occorre fare una trasfusione. Il sistema va quindi ripensato anche in questo aspetto.”

Accanto al FSE servirebbe quindi una piattaforma di dati per offrire due visioni: una visione che orienti il paziente (il FSE) e una più granulare (la piattaforma) che permetta, per esempio, di elaborare il grafico delle glicemie o di altri parametri, in modo che il medico sappia quello che sta succedendo e il paziente sappia che terapie seguire e quali ha già seguito.

Il Clinical Data Repository è una possibile risposta

Fabrizio Massimo Ferrara

Fabrizio Massimo Ferrara più volte in questi mesi ha proposto di usare questo strumento per agevolare l’interoperabilità dei sistemi informativi. È utile per tracciare in modo strutturato il percorso del paziente in modo trasversale agli episodi assistenziali e può lavorare su applicazioni open access non proprietarie, in modo da avere un pieno controllo dei dati e non dipendere dai fornitori; inoltre è un sistema che si può attivare già da subito, ma deve evolvere nel tempo, secondo una strategia di governo dati, definita a livello aziendale, regionale e poi nazionale.

“Il Clinical Data Repository – ha ripreso Ferrara – è un modo per rendere operabile una piattaforma di dati, (alla pari di quello che si fa con i data warehouse) e si può fare già adesso, esistono standard e strumenti open source per implementarlo.  Cerchiamo di integrare questi dati come si fa con i data warehouse. Una volta che abbiamo ogni azienda con data warehouse compatibile con quello delle altre aziende, da una parte possiamo popolare il fascicolo sanitario elettronico perché ogni azienda ha una sola interfaccia con FSE, dall’altra parte abbiamo piattaforme di dati utili per seguire il percorso del paziente. Un’azienda sanitaria locale ha applicato questa strategia a fine 2019 e nel capitolato di gara ha aggiunto tre semplici righe: obbligare tutte le app a conferire dati al Clinical Data Repository dell’azienda. Quindi è qualcosa che si può già fare. Adesso.”

Chi deve compilare il Fascicolo Sanitario Elettronico?

Da più parti ci si chiede chi debba popolare il FSE, di chi sia la responsabilità di inserire tutte le informazioni. Può essere compilato in teoria da qualsiasi medico, ma come hanno sottolineato più volte i relatori, occorre introdurre degli automatismi di compilazione perché non ci si può aspettare che i medici compilino a mano ogni singolo dettaglio o che, peggio, si faccia un copia incolla della cartella clinica nel fascicolo sanitario elettronico, perché sono due strumenti completamente diversi, da usare per scopi diversi.

La responsabilità della compilazione non può nemmeno essere affidata al produttore del dispositivo medico, a cui semmai si può chiedere che il device alimenti il Clinical Data Repository dell’azienda sanitaria, ma la compilazione del FSE deve essere gestita a livello di azienda e deve essere il più automatizzata possibile.

Da dove si può ripartire per avere un FSE efficiente?

Grandi potenzialità ma anche gradi problematiche. È uno strumento prezioso il FSE ma poco funzionale, al momento, soprattutto alla luce degli obbiettivi che pone il PNRR. E quelli che si pone “Italia digitale” entro il 2026: estendere l’uso digitale ad almeno al 70% della popolazione, portare almeno il 75% delle pubbliche amministrazioni ad utilizzare servizi in cloud, raggiungere almeno l’80% di servizi pubblici essenziali online ed estendere al 100% delle famiglie e delle imprese italiane le reti a banda larga. Sono forse ambizioni troppo ambiziose?

“Parlo per l’esperienza della telemedicina che sto monitorando da vicino – ha commentato Ferrara – e posso dire che se lo strumento è di facile utilizzo, il paziente lo sa usare: per esempio la televisita viene effettuata in videocall con uno smartphone e alcune aziende si stanno attrezzando per permettere al lavoratore di non assentarsi dall’ufficio, consentendogli di fare la televisita in locali attrezzati sul posto di lavoro. Bisogna andare in questa direzione, sensibilizzando e diffondendo la cultura della digitalizzazione”.

Facilità di utilizzo, diffusione della cultura della digitalizzazione e dati computabili sono gli elementi chiave per favorire un’evoluzione efficiente del FSE

E come ha sottolineato Grigioni, per quanto riguarda in particolare il FSE: “Bisogna partire da una semplice considerazione: le tecnologie nate ieri sono già vecchie rispetto a quelle che nasceranno domani. Il Ministero della Salute e lo stesso FSE stanno spingendo verso l’interoperabilità e verso l’uso di documenti strutturati in modo che questi dati siano computabili, perché in questo modo su di essi possano essere fatti dei calcoli, fare delle medie, creare modelli e un domani usare l’intelligenza artificiale. Questo oggi non possiamo farlo. Prendiamo la legge 104 per le disabilità: quando è stato necessario capire chi vaccinare con priorità contro la COVID, non è stato facile, perché ogni database aveva criteri diversi per individuare la popolazione fragile. Con un FSE efficiente questi dati si sarebbero potuti ottenere in tempo reale. Ed è una cosa che si può fare. Perché è stato fatto: durante l’emergenza sanitaria, alcune regioni hanno comprato licenze software o si sono costruite dashboard per analizzare i dati dei territori (contagi, quarantene, etc..) saltando a piè pari la struttura tradizionale del SSN, perché c’era bisogno di avere certe informazioni subito. Questo è stato fatto a livello locale e regionale e due regioni sono riuscite a passare queste informazioni nei rispettivi FSE. Lo hanno fatto in meno di un mese”.

Per fare però un lavoro ben strutturato, occorre una visione centrale (Ministeriale o a livello di Istituto Superiore di Sanità) che coordini, dia regole, formati, codifiche, tassonomie. Non ci possono essere 21 sistemi diversi, con regole diverse.

Non ci possono essere 21 sistemi diversi, con regole diverse

Perché, come ricorda l’esperto dell’ISS, la tecnologia corre e a breve non si useranno più solo i cloud per gestire i dati ma anche l’Edge Computing, che ne rappresenta in un certo senso l’evoluzione: si tratta di un’architettura IT aperta, predisposta per le tecnologie di mobile computing e Internet of Things (IoT).  Nell’Edge Computing, i dati sono elaborati dal dispositivo stesso o da un computer o server locale, invece di essere trasmessi al data center. L’Unione europea è molto attiva su questo fronte e queste tecnologie sono destinate a cambiare la gestione dei dati anche qui in casa nostra, soprattutto a livello locale.

 

Come dice Ferrara, i dati restano, le tecnologie cambiano, quindi piuttosto che rimanere ancorati a una tecnologia che domani è già vecchia, occorre sviluppare un sistema informativo, un fascicolo sanitario elettronico, che sappia adattarsi alle logiche digitali del momento. E in tempi ragionevoli.

Digital twin in sanità: quali vantaggi e applicazioni per il SSN?

Gemelli digitali per studiare una migliore definizione delle terapie, per prevedere la gestione delle cronicità o migliorare i processi di sperimentazione di nuovi farmaci o quelli di governance sanitaria.

Il fenomeno del digital twin, che vanta un tasso di crescita del 40% a livello internazionale, inizia a diffondersi lentamente anche in Italia. Casi di successo si registrano in Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto. Ma di che si tratta, e quali vantaggi offre questo approccio rispetto ai modelli previsionali tradizionali? Ne parliamo con Salvatore Fregola, membro del comitato tecnico-scientifico dell’Associazione scientifica per la sanità digitale (Assd).

La sanità alla prova dei social network. Gigliuto: “Una medaglia ai comunicatori”

Un premio ai comunicatori pubblici digitali. È la proposta Livio Gigliuto, vicepresidente dell’Istituto Piepoli, direttore dell’Osservatorio Nazionale sulla Comunicazione Digitale e consigliere di amministrazione della neonata Fondazione Italia Digitale, con cui abbiamo fatto il punto sulla situazione della presenza online della Pubblica Amministrazione e in particolare del settore sanitario.

Grazie alle testimonianze di chi se ne occupa, analizziamo i casi studio dell’ASL Roma 1, dell’ASL Toscana sud est e di IRCCS Regina Elena e San Gallicano Istituti fisioterapici Ospitalieri IFO, in collaborazione con PA Social, associazione dedicata alla comunicazione e all’informazione digitale.

L’Italia delle medaglie ne dia una ai suoi comunicatori pubblici digitali

“Nel 2021 l’Italia si è abituata a collezionare primati. Guidato dallo sport, il nostro paese, reduce da un 2020 drammatico, ha raccolto medaglie metaforiche e materiali con inusuale continuità, fino a raggiungere quello che per gli italiani adesso è una sorta di “stato di grazia”, che li spinge a vedere il futuro con crescente ottimismo – spiega Gigliuto -. Non dobbiamo dimenticare, però, che prima della nazionale maschile di calcio, dei plurimedagliati italiani olimpici, della nazionale femminile di pallavolo, un’altra squadra di leader italiani ha dato prova del proprio impegno, della propria capacità di affrontare il cambiamento guidandolo e non semplicemente attendendo l’onda per provare a cavalcarla: è la squadra dei comunicatori pubblici digitali”.

Gigliuto spiega perché: “In prima linea dai primi mesi della pandemia da Covid-19, che ha colpito l’Italia in anticipo rispetto agli altri Paesi, chi si occupa in Italia di comunicazione sui mezzi web e social ha rassicurato i cittadini, li ha informati su come ricevere i servizi essenziali e li ha convinti a restare a casa quando quello era l’unico modo per evitare il contagio, ottenendo un livello di adesione alle regole del distanziamento sociale molto elevato.

Non solo, nella fase successiva, quella dominata dalla vaccinazione, i social media manager sono stati il baluardo dell’informazione corretta, il vaccino che ha protetto i cittadini dalle fake news virali dei No Vax. Anche a loro dobbiamo il fatto che nel nostro paese la grande maggioranza della popolazione abbia deciso di vaccinarsi e che anche adesso il 77% di chi ancora non l’ha fatto dichiara di essere propenso a farlo nelle prossime settimane.

Insomma, se la campagna vaccinale ha avuto effetto è certamente grazie all’azione delle istituzioni, al senso civico degli italiani, ma anche di chi ha combattuto la battaglia dell’informazione scientifica e sanitaria nella trincea più dura ma anche più importante: i social network”.

Non c’è da stupirsi che la diffusione dei messaggi abbia funzionato, sostiene l’esperto: “L’Italia, il ruolo di paese leader in Europa sul fronte della comunicazione pubblica digitale non lo ha raggiunto nel 2021, e neanche all’inizio della pandemia, ma anni fa, nonostante l’assenza di una spinta strutturale alla digitalizzazione della relazione tra “Palazzo” e cittadino, grazie alla volontà di singole amministrazioni pubbliche e a chi, come PA Social, ha tessuto una rete dove c’erano best practice isolate”.

Come vivono la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione e dei servizi sanitari gli italiani? “Varcato il Rubicone della presenza sui social e dell’informazione in tempo reale, i cittadini si sono abituati in fretta a trovare su questi canali informazioni e servizi, e chiedono alle amministrazioni di “guardarli negli occhi”, rispondere alle domande, interagire, senza perdere tempo dietro a hater e contestatori. Insomma, chiedono contatto.

L’unica strategia possibile è un connubio di comunicazione bilaterale (gestione della community rispondendo alle domande dei cittadini) e autotutela, attraverso l’applicazione di una adeguata e rigorosa social media policy”.

La Pubblica Amministrazione italiana ha scelto di attraversare entrambe le strade, anche se con diversa intensità: se esiste ancora un 48% di pubbliche amministrazioni che risponde solo occasionalmente ai cittadini, a essersi dotata di una social media policy è già l’89% delle istituzioni italiane (e il 79% dichiara di rispettarla).

Il 48% delle PA italiane risponde occasionalmente ai cittadini, ma l’89% si è già dotato di una social media policy

“I social media manager in Italia sono un “esercito gentile” di circa 9500 comunicatori, circa otto pubbliche amministrazioni su dieci hanno una risorsa dedicata esclusivamente al presidio della comunicazione digitale – dice Gigliuto -. Un esercito che ha già fatto tanto, ma che può ancora una volta segnare la strada agli altri”.

Verso quale direzione? “Ragionando per futuribili, sulla base dei desideri espressi dai cittadini e dagli utenti dei servizi sanitari, è probabile che nei prossimi anni cresca la voglia di comunicare via chat con il nostro ospedale di riferimento, con il nostro medico, ottenendo informazioni e persino servizi sanitari, quando e per quanto possibile direttamente sul nostro smartphone, accorciando ancora una volta le distanze e rispettando ancora di più il lavoro dei nostri operatori sanitari”.

A No Vax e fake news abbiamo risposto con la coerenza

“Il nostro Halloween digitale ci porta numeri di cui non abbiamo paura: quando di 85 mila reazioni 83.400 sono like e cuori, puoi stare certo che la tua community ha un legame forte con l’azienda”, afferma Roberta Mochi, dirigente ufficio stampa e social media manager dell’ASL Roma e coordinatrice Tavolo nazionale Sanità dell’associazione PA Social.

“La ASL Roma 1 ha cinque piattaforme social, che usa ogni giorno per incontrare i cittadini nelle cosiddette piazze virtuali – dice -. Stiamo parlando di un’azienda sanitaria con un territorio molto esteso, che parte nel cuore di Roma per raggiungere un bacino di utenza di oltre un milione di persone distribuite in sei distinti municipi della capitale. I bisogni di salute dei nostri residenti sono una gamma vastissima. Dalla nascita al fine vita, dai controlli sugli alimenti alla prevenzione oncologica. Come fare a informare davvero tutti? La comunicazione tradizionale non poteva bastare”.

L’ASL romana ha quindi intrapreso la strada del web. “Quando abbiamo iniziato questo percorso, ci siamo infatti resi conto, per usare le parole di Doc, quello di Ritorno al futuro, che eravamo “tutti esattamente in ritardo di venticinque minuti” anzi, forse qualcosa in più – afferma -. Il primo passo in questa salita lo abbiamo fatto grazie all’ascolto, cercando di capire quali fossero le necessità delle persone che gravitavano intorno all’azienda e promuovendo il benessere individuale e sociale, gli stili di vita sani e gli atteggiamenti responsabili”.

E l’interazione? “Abbiamo optato per una ferrea social media policy fondata sul rispetto e su un punto fermo: l’ASL è l’autorità sanitaria sul territorio. Niente opinioni e punti di vista, ma informazioni concrete, affidabili e centrate su solide basi scientifiche. Siamo rimasti coerenti con la nostra politica e abbiamo cercato di fare chiarezza e contrastare la diffusione di notizie false”.

Abbiamo optato per una ferrea social media policy fondata sul rispetto e su un punto fermo: l’ASL è l’autorità sanitaria sul territorio

Non sempre è tutto semplice, sostiene Mochi, ma la pandemia in questo senso può essere colta come occasione: “La transizione digitale è un passaggio di ordine culturale e non soltanto tecnologico. Non si tratta di una mera informatizzazione delle attività sanitarie ma di un cambio di rotta per molti di noi, disabituati al digitale e spesso con formazione “analogica”. La percezione del problema è cambiata naturalmente con la pandemia che ha funzionato da volano in questo cambio di paradigma. Tuttavia è ora necessario non perdere l’occasione e completare il passaggio nella giusta direzione”.

Cosa c’è nel futuro? “L’assistenza sanitaria pubblica e quindi la comunicazione del futuro sarà quella in grado di guardare a ogni singolo cittadino, cioè quella della iperpersonalizzazione. Quella in cui saremo in grado di riconoscere ogni persona che si interfaccerà con noi, per costruire insieme un accesso alle cure e un percorso di assistenza senza ostacoli. Se il PNRR ci parla di case della comunità, anche noi comunicatori pubblici dobbiamo ascoltare questa chiamata alle armi e portare l’informazione nei luoghi di vita delle persone”.

L’eredità del Covid-19. Il digitale per la salute

L’esperienza della Asl Toscana sud est nella testimonianza di Marzia Sandroni, dirigente della comunicazione dell’Azienda USL Toscana sud est, membro del coordinamento comunicazione di Federsanità-Anci e co-coordinatrice del Tavolo Sanità di Pa Social.

“In Italia la sanità si è lanciata sul digitale. Un programma sicuramente migliorabile, ma irreversibile – afferma -. Scavalcando paure endemiche e pluriennali, l’emergenza Covid ha obbligato le aziende sanitarie a scegliere l’unica strada possibile per governare e per rispondere ai bisogni dei cittadini in tempi di lockdown: il digitale”.

Anche in Toscana, così come a Roma, la vastità del territorio ha giocato a favore dell’uso della rete e dei suoi strumenti: “Un’azienda come la nostra, con una vastità di 11.560 km², 850 mila assistiti, 99 comuni, non poteva essere altrimenti gestita, se non con sistemi informativi, di consulto, di cooperazione e di comunicazione digitalizzata”.

I dati confermano che, in Italia, l’accelerazione del digitale ha interessato nel 2021, durante l’emergenza pandemica, soprattutto il mondo della sanità, dove, nell’indice Desi, Digital Economy and Society Index, tra i 28 paesi europei è risalita dal 22° al 18° posto.

In Italia, l’accelerazione del digitale ha interessato nel 2021, durante la pandemia, soprattutto il mondo della sanità

“È dimostrato che la pandemia ha impattato meno dove era presente una solida rete anche digitale sia territoriale sia tra ospedale e territorio che ha evitato l’addensamento negli ospedali ed ha permesso che chi era isolato non si sentisse anche solo – chiosa Sandroni -. Se l’isolamento, infatti, è determinante per contrastare il virus, la solitudine è una condizione evitabile grazie anche al digitale che permette, nonostante il distanziamento fisico, di mantenere la vicinanza sociale”.

Come? “Con canali di comunicazione come i social, i sistemi di teleconsulto, telemedicina, televisita. Ma anche a grazie a cruscotti di monitoraggio con cui le direzioni hanno potuto prendere decisioni e attuarle in tempi rapidissimi (ad esempio spostamenti dei pazienti per separare i Covid dai no Covid e ridistribuzione posti letto), rilevare in tempo reale gap di gestione, dalla lentezza nel contact tracing ai tempi per processare i tamponi, e mettere in campo rapide soluzioni. Grazie a questi sistemi a cui il Covid ha dato nuovo impulso, le Aziende hanno gestito l’emergenza pandemica. Hanno fatto sentire le persone protette e accompagnate”.

Così, durante la pandemia, le aziende sanitarie hanno scelto di stare dove stanno i cittadini, quindi anche sui social. Oltre il 90% degli adulti usa i social media per cercare e condividere informazioni sulla salute. Il 90% dei sanitari ha almeno un profilo social.

“Per questo, anche la Asl Toscana sud est ha utilizzato Facebook, Instagram, YouTube, Twitter, sistemi di messaggistica come Whatsapp e chatbot per completare ed integrare i canali di comunicazione tradizionali: stampa, tv, video, sportelli di front office, call center, materiali cartacei, eventi, e a questi canali ha dedicato una specifica professionalità – spiega Sandroni -. Questa sottolineatura è essenziale in considerazione dei dati (Rapporto Oasi, 2019), che evidenziano come se in Italia il 65% delle aziende sanitarie hanno una pagina Facebook, solo il 23% crea contenuti ad hoc – le altre duplicano i contenuti dell’offline -, e il 72% non ha professionalità dedicate determinanti per definire e attuare il Piano editoriale, implementare campagne di comunicazione integrata, tenere monitorato l’andamento dei vari profili in collaborazione con l’ufficio stampa e con l’ufficio relazioni con il pubblico. Canali efficaci per far rafforzare la fiducia tra cittadino e azienda sanitaria, per favorire la partecipazione, la trasparenza, l’accountability”.

Se in Italia il 65% delle Aziende Sanitarie hanno una pagina Facebook, solo il 23% crea contenuti ad hoc – le altre duplicano i contenuti dell’offline -, e il 72% non ha professionalità dedicate

“I social sono stati canali essenziali per indirizzare un gran numero di persone, difficilmente raggiungibili con qualunque altro mezzo, ad assumere comportamenti e precauzioni appropriate”, prosegue la referente. “Una comunicazione sistematica e puntuale ha accreditato l’azienda sanitaria come fonte primaria di informazione per altre istituzioni e per i media, per dare al cittadino un’immagine coerente di ciò che stava accadendo e per riallineare percezione e realtà”.

Tra le varie iniziative, nell’estate 2020 è stata lanciata la Campagna di social challenge “Io ci sto e tu?” per sensibilizzare soprattutto i giovani all’uso della mascherina: “Hanno aderito oltre 500 persone inviando le loro foto con la mascherina, di tutte le età, singolarmente o in gruppo, squadre di pallavolo, di calcio, sindaci e volti noti come Samantha De Grenet.

“I follower dei vari canali sono triplicati – sostiene la referente -. E, se in emergenza si dice che la fiducia nei confronti dell’Azienda è il frutto di ciò che abbiamo costruito in tempi di normalità, è altrettanto vero che i follower che hanno apprezzato il rigore e la chiarezza nella comunicazione durante la pandemia continuano a seguire i canali aziendali e a fare da ambasciatori condividendo e potenziando la portata dei nostri messaggi”.

Più difficile è stato far entrare nella vita delle persone l’utilizzo delle app, ad esempio per prenotare il tampone, visualizzare il referto, prenotare il vaccino. “Una resistenza che ha coinvolto operatori e cittadini: segno che ancora ampio è il digital divide. Questo dato è confermato dall’indice Desi da cui emerge che solo il 32% degli italiani utilizza abitualmente strumenti digitali per accedere ai servizi – dice Sandroni -. Nello smartworking gli operatori dell’Asl Toscana sud est hanno sperimentato tutte le maggiori piattaforme di videoconferenza e di e-learning, fondamentali nella fase specifica per migliorare le competenze digitali e l’utilizzo di sistemi di protezione dei dati, ma anche per continuare a mantenere relazioni professionali e complicità organizzativa tanto più necessaria durante la crisi”.

“Ora sappiamo cosa la sanità pubblica è in grado di fare se ha un’adeguata dotazione digitale e tecnologica – afferma -. Migliorare le performance e la qualità delle prestazioni, diffondere l’apprendimento, sostenere l’innovazione, costruire la motivazione. Il Piano nazionale ripresa e resilienza (PNRR), 19,7 miliardi per la Sanità digitale ed i 1,3 miliardi di ReactEu per il potenziamento del Sistema, sono una grande opportunità che il nostro Paese saprà certamente cogliere”.

Gli operatori, sempre più coinvolti, contribuiscono alla diffusione di informazioni corrette

“È stata necessaria un’epidemia per evidenziare come la comunicazione digitale garantisce maggior supporto e servizi al cittadino”, esordisce Lorella Salce, responsabile comunicazione, stampa e relazioni esterne presso Regina Elena – San Gallicano Istituti fisioterapici Ospitalieri IFO e coordinatrice Tavolo nazionale Sanità dell’associazione Pa Social. “Le attività di divulgazione dei due Istituti di ricovero e cura a Carattere Scientifico (IRCCS), Istituto Nazionale Tumori Regina Elena e Istituto Dermatologico San Gallicano, adottano sempre il metodo scientifico: si parte da un’attenta osservazione del contesto, si formulano ipotesi circa le modalità informative da usare, si procede definendo il piano di comunicazione, si verifica e si rimodula secondo necessità”.

Importante è l’impegno contro la diffusione di fake news: “Garantiamo informazioni autorevoli, basate su studi e pubblicazioni, grazie alla collaborazione dei nostri direttori scientifici in primis e poi di tutti i professionisti, con loro organizziamo spesso webinar o anche semplici video pillole informativi su temi “caldi” che facciamo girare su tutti i nostri canali social”.

Anche gli strumenti per comunicare si sono evoluti: “La rete delle associazioni di volontari e pazienti è una importante cassa di risonanza: con le loro numerose chat o la condivisione sui loro account social operano al nostro fianco per disseminare capillarmente le informazioni utili. La tempestività viene senza dubbio garantita dagli strumenti digitali: app, social, chat, bot e servizi come la telemedicina”.

La tempestività viene senza dubbio garantita dagli strumenti digitali: app, social, chat, bot e servizi come la telemedicina

Alcuni numeri: i follower di tutti i canali social IFO sono aumentati del 100% rispetto al 2019, i contatti attraverso Messenger sono aumentati del 300% solo nel 2020. “Un chatbot modulato sui quesiti più frequenti è vincente e spesso la risposta automatica, contenente info di base, è già esaustiva – sottolinea Salce -. Le linee telefoniche attivate durante il lockdown e operative su lungo orario anche nei giorni festivi non hanno registrato lo stesso successo quantitativo ma hanno avuto un ruolo qualitativo per alcune richieste complesse”

La telemedicina ha consentito a circa 5 mila utenti registrati, da marzo 2020 a oggi, di avere circa 25 mila interazioni a cura di 178 professionisti.

E i canali social? “Ci rendiamo conto che serve ancora una educazione digitale e pertanto con varie iniziative abbiamo avvicinato i nostri colleghi all’utilizzo di alcune piattaforme, in particolare Linkedin, e disseminato, con alcune note informative o esortazioni, un uso appropriato dei social- conclude -. La policy interna è stata scritta da noi comunicatori che da oltre dieci anni gestiamo le piattaforme social ed è pubblicata da tempo nella intranet aziendale. L’abbiamo formulata non tanto per assolvere alle direttive quanto per offrire un servizio ai colleghi. In effetti in alcuni momenti si è rivelata strategica e con buon sollievo del management. Gli operatori, sempre più coinvolti e propositivi, contribuiscono alla diffusione di informazioni e aggiornamenti al nostro fianco. Insomma, la responsabilità individuale, ben sollecitata, si conferma una preziosa alleata per la comunicazione sia digitale che analogica”.

Acquisti online di farmaci: come cambiano le abitudini degli italiani

Acquisti di farmaci online: la fotografia delle abitudini degli italiani nei risultati dell’Osservatorio Netcomm sul digital Health&Pharma, presentati oggi durante la giornata di chiusura di Netcomm Forum Industries.

Nel 2021 l’e-commerce di prodotti Health&Pharma in Italia cresce del +43,3%, raggiungendo il valore di 1,5 miliardi di euro: 18 milioni di italiani comprano online prodotti H&P e, di questi, 5,6 milioni sono acquirenti abituali, in crescita del +20% rispetto al 2020.

A spiegare cosa significa per il settore farmaceutico e nel più ampio contesto del rapporto fra salute e digitale, dai servizi di digital health alla telemedicina, il presidente del consorzio Netcomm Roberto Liscia.

Sanità digitale: fascicolo sanitario elettronico e digitalizzazione del ciclo prescrittivo

La pandemia ha dato un notevole impulso alla sanità digitale. Tra i nodi principali, il fascicolo sanitario elettronico e la digitalizzazione del ciclo prescrittivo. Sul primo, che si può considerare il cuore dell’uso del digitale in sanità, è ancora atteso il salto definitivo per una realizzazione compiuta ed efficace. Collegato ad esso, c’è il punto della dematerializzazione delle prescrizioni, da cui sono attese ricadute in termini di efficienza e rapidità del processo, di riduzione delle liste d’attesa, grazie alla possibilità di conoscere in tempo reale l’effettivo numero e genere di prestazioni prescritte e prenotate dall’utenza, e infine l’opportunità di usufruire di una base dati sempre completa e aggiornata. Quali prospettive e quali tempistiche per il conseguimento di questi obiettivi?

Ne parliamo con:

  • Mauro-GrigioniMauro Grigioni
    Responsabile Centro Nazionale Tecnologie Innovative in Sanità Pubblica dell’Istituto Superiore di Sanità
  • Fabrizio Massimo FerraraFabrizio Massimo Ferrara
    Coordinatore scientifico del Laboratorio sui sistemi informativi sanitari di Altems, Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma

Conduce:

  • Rossella IannoneRossella Iannone
    Managing Editor presso SEEd Medical Publishers