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Le nuove frontiere della lotta ai tumori fra diagnostica e terapie innovative

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Fotografia di una battaglia che sta cambiando: è sempre più mirata e dispone di armi più efficaci, dalla diagnosi alle terapie. Ma a oggi il tumore al polmone è ancora il “big killer”, prima causa di morte tra gli uomini, seconda tra le donne dopo il tumore al seno.

Gli investimenti in Europa e in Italia

Un dibattito organizzato dal think thank The European House – Ambrosetti, dal titolo “Nuove strategie per la lotta ai tumori del polmone”, è stato l’occasione per fare il punto sui diversi aspetti dell’argomento, dallo scenario in cui si colloca la lotta a questa neoplasia al dettaglio dei nuovi test genetici e delle terapie personalizzate. La cornice è stata affidata a Giorgio Clarotti, Senior Policy Officer for Health della Commissione Europea – DG Ricerca e Innovazione – Direzioni Persone e Direzione Prosperità, Unità E5 – Transizioni Sociali ed Economiche, e Paola Binetti, componente della Commissione Igiene e Sanità del Senato. Tema: “Da Europe’s beating cancer plan al Piano oncologico nazionale: sconfiggere il cancro si può”.

Giorgio Clarotti

“L’investimento dell’Unione Europea in salute è di 1.330 miliardi annui, circa il 10% del Pil – ha spiegato Clarotti -. Le competenze delle istituzioni europee in materia sono piccolissime; sono state aumentate di dieci volte quest’anno, sull’onda del successo dell’Unione nel rispondere alla richiesta degli Stati membri di coordinare la risposta al Covid. Era previsto che ci fossero 500 milioni di euro dati per 7 anni, un budget che è stato moltiplicato per dieci: quindi l’Europa ha a disposizione 5 miliardi di euro, che corrispondono allo 0,05 di tutto l’investimento europeo”.

I piani sono ambiziosi e tra questi figura il Beating cancer plan, iniziativa avviata nel febbraio 2020, subito prima del Covid. “Ma il cancro resta una priorità e può contare sull’80% di quei 5 miliardi – commenta Clarotti -. Questo non significa che andranno solo al cancro, ma che l’80% dei fondi per prevenzione, cura e assistenza dei pazienti sarà destinato anche al cancro”.

Fotografia di una battaglia che sta cambiando: è sempre più mirata e dispone di armi più efficaci, dalla diagnosi alle terapie

Per quanto riguarda la ricerca, la salute vale 8,25 miliardi su sette anni: è il capitolo più importante del Pilastro II dell’iniziativa Horizon Europe, che mira a rispondere alle sfide globali e di competitività industriale europea. Il 50% è destinato a bandi, ambito in cui rientra la medicina personalizzata, a seguire (40%) i partenariati fra commissione e Stati membri. “Il ministero italiano della Salute è quello che più investe in partenariati: ne abbiamo nove tra cui uno dedicato alla trasformazione dei sistemi sanitari. Grazie a un’idea di Walter Ricciardi, l’Italia per i prossimi sette anni coordinerà lo sforzo europeo per migliorare il modo in cui funzionano i sistemi di salute – ha affermato Clarotti -. Infine, una ricercatrice italiana purtroppo emigrata a Londra, Mariana Mazzuccato, ha convinto il commissario precedente a investire il 10% dei fondi della ricerca in missioni: quella sul cancro è una delle cinque aree delle missioni europee e ha l’obiettivo è di migliorare la vita di 3 milioni di cittadini, pazienti di cancro, entro il 2030. È  guidata proprio da Ricciardi, che è stato eletto dai 27 Paesi membri, e la novità è che non sono i ricercatori a pilotarne l’azione, ma i sistemi sanitari e i cosiddetti stakeholder: pazienti, infermieri, charity come l’Airc e Telethon”.

Paola Binetti

Entro la fine dell’anno, ha detto Clarotti, saranno lanciati i bandi per intervenire su quattro obiettivi operativi: innovazione, promozione dell’innovazione, monitoraggio e progresso della disuguaglianza e coinvolgimento della “comunità del cancro”. “Inoltre, sempre per la fine del 2021, c’è l’idea di dare vita a un centro digitale in cui ci siano tutti i dati utili per i pazienti nello spazio europeo”.

Alla senatrice Binetti è toccato illustrare la situazione in Italia: “Lo strumento tipico nelle mani dei medici e ricercatori è la diagnosi precoce che va a leggere il sequenziamento genetico, un tipo di indagine cui facciamo la corte da tempo anche per quanto riguarda le malattie rare. Usando questo strumento avremo profili genetici sempre più scanditi sul profilo individuale: prima o poi ogni malattia si presenterà come panorama di varianti e potremo intervenire con una medicina di precisione e fortemente personalizzata”.

I numeri del tumore al polmone in Italia

Massimo Di Maio

I dati sulla patologia sono raccolti nella pubblicazione I numeri del cancro in Italia che l’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) realizza ogni anno: “Per quanto riguarda il tumore del polmone, l’andamento dell’incidenza è differente fra il sesso maschile, in cui si osserva un’importante riduzione, e quello femminile, in cui si evidenzia purtroppo un aumento – dichiara il direttore del servizio di Oncologia dell’Azienda Ospedaliera dell’Ordine Mauriziano di Torino e segretario del sodalizio Massimo Di Maio -. Tale differente andamento è legato all’abitudine al tabagismo, che negli ultimi anni è fortunatamente diminuita tra i maschi, ma aumentata tra le femmine, specialmente giovani”.

L’abitudine al fumo, in aumento nella popolazione femminile, ha infatti innalzato del 5% negli ultimi cinque anni il rischio delle donne di contrarre il tumore al polmone, che, con 34mila decessi l’anno, è la prima causa di morte in oncologia. Nel 2020 ha fatto registrare circa 41mila nuovi casi, 27.550 maschi e 13.300 femmine: una distanza che si prevede tenderà a ridursi proprio a causa del tabagismo.

Le sigarette sono responsabili nell’85-90% dei casi di questa neoplasia, che ha anche la prerogativa di essere di solito scoperta in ritardo a causa della mancanza di sintomi specifici. Solo il 38% viene infatti diagnosticato nei primi due anni; il 20% tra i due e i cinque anni; il 17% tra i cinque e i dieci anni; infine, ben un tumore su quattro viene individuato a più di dieci anni dall’insorgenza.

I tumori al polmone sono quelli con il più alto numero di mutazioni identificabili

Insieme alla tempestività, anche la precisione nella diagnosi fa la differenza: i tumori al polmone non sono tutti uguali, anzi, sono quelli con il più alto numero di mutazioni identificabili. Gli importanti risultati ottenuti dalla ricerca in campo biologico molecolare consentono oggi di studiare simultaneamente le tante mutazioni genetiche scoperte nel 60% delle forme dette non a piccole cellule (NSCLC), che rappresentano l’85% del totale. Un fattore determinante nella lotta a questa neoplasia, perché proprio sulla base dell’identikit genetico è oggi possibile in quattro casi su dieci fare uso di cure mirate, garantendo ai pazienti una migliore qualità e una maggiore aspettativa di vita.

Quali prospettive per la diagnosi e cura dei tumori del polmone

Renato Franco

Per quanto riguarda la diagnosi, che in due casi su tre avviene quando la neoplasia è già in stadio avanzato, il primo passo è proprio individuare la specifica mutazione che origina il tumore, mediante i più innovativi test di profilazione genomica: nel 60% delle forme NSCLC, le più diffuse in assoluto, avere la carta d’identità genetica del tumore consente nel 40% dei casi di accedere a cure di precisione, più efficaci e meglio tollerate.

“Poiché in due casi su tre il tumore del polmone viene scoperto quando è già in fase avanzata, ci si trova nella possibilità di prelevare solo una piccola quantità di materiale tissutale e cellulare da analizzare – afferma Renato Franco, professore ordinario di Anatomia patologica all’Università della Campania “Luigi Vanvitelli” e coordinatore del Gruppo Italiano di Studio di Patologia Pleuro-Polmonare della Società Italiana di Anatomia Patologica e Citopatologia diagnostica -. La possibilità di eseguire la profilazione simultanea di più mutazioni grazie agli innovativi test Next Generation Sequencing (NGS) è quindi fondamentale, perché permette di acquisire il maggior numero di informazioni riguardo la profilazione genomica senza rischiare di esaurire lo scarso campione biologico a disposizione, già usato per effettuare diagnosi istopatologiche complesse, indirizzando così il paziente a terapie mirate sulla base della carta d’identità genetica del tumore”.

A oggi nel nostro Paese solo un paziente su due riceve una precisa profilazione genomica della neoplasia che l’ha colpito

Marcello Tiseo

A oggi, però, nel nostro Paese solo un paziente su due riceve una precisa profilazione genomica della neoplasia che l’ha colpito. “Meno del 40% dei nostri laboratori di biologia molecolare usa attualmente i test NGS nella routine diagnostica quotidiana dei tumori polmonari – dichiara Marcello Tiseo, professore associato di Oncologia all’Università di Parma, responsabile del servizio Gestione attività ambulatoriali oncologiche complesse e Coordinatore PDTA di Oncologia Toracica all’Azienda Ospedaliera Universitaria di Parma -. Nella maggioranza delle strutture viene eseguito solo uno studio molecolare di base e quindi oltre il 50% dei tumori polmonari NSCLC rischia di non venire adeguatamente caratterizzato da un punto di vista molecolare. Un aspetto tutt’altro che secondario, se si considera che la sopravvivenza a cinque anni (attualmente del 16%) sta aumentando proprio per merito dei trattamenti con i farmaci a target, più efficaci e meglio tollerati dai pazienti rispetto alla chemioterapia, da sola o in combinazione con l’immunoterapia”.

Come contrastare la disomogeneità nei territori: il progetto piemontese

A oggi i test di profilazione genomica non sono ancora a regime, ma c’è chi si sta adoperando per trovare nuove strade: “Al momento in Piemonte non sono attivi percorsi stabiliti e uniformi a livello regionale, ma ogni struttura procede in autonomia per eseguire i test: alcuni li eseguono internamente, altri li affidano ad esterni, alcuni li eseguono in maniera completa, altri parzialmente. Questo determina una profonda disomogeneità territoriale, che invece vorremmo superare – spiega Mario Airoldi, Coordinatore area ospedaliera e Molecular Tumor Board della Rete Oncologica Piemonte Valle d’Aosta -. Per questa ragione abbiamo avviato un progetto con l’obiettivo di fare, non solo sul tumore al polmone ma su tutte le patologie, un inventario dei criteri ormai definiti dei profili genici utili per intraprendere le terapie. Abbiamo quindi coinvolto i referenti di patologia della rete e siamo in attesa di raccogliere, proprio in questi giorni lo scenario completo relativo ai diversi tumori. Il passaggio successivo sarà quello di convocare, a livello regionale, i dipartimenti di anatomia patologica e i servizi di biologia molecolare per chiedere chi fa che cosa, in quanto tempo e, possibilmente, con quali costi”.

Una volta definito questo panorama a livello regionale, precisa Airoldi, l’intenzione è di individuare dei percorsi codificati, soprattutto in termini di convenzioni, per stabilire in maniera sufficientemente rigorosa il percorso: “In questo modo, si potrebbe anche raggiungere l’obiettivo di unificare i test in un pacchetto a livello regionale, per ogni percorso, affinché possano essere rimborsati in maniera completa. Diversamente da quanto accade ora: spesso infatti i test vengono richiesti in più riprese e la gestione non è ottimale, sia a livello di costi sia per l’impegno del personale. Non sarà un lavoro semplice ma è necessario arrivarci”.

Il Molecular Tumor Board può rappresentare la “palestra” della medicina oncologica di domani

Un altro punto critico secondo il professore è la certificazione della qualità dei laboratori: “Trattandosi di test sul Dna, è un tema piuttosto importante e delicato. Oltre all’identificazione dei centri, è necessario valutare anche quale certificazione possiedono questi centri”.

Ma cos’è il Molecular Tumor Board? “Lo definisco una palestra della medicina oncologica di domani, che sarà fondata sugli aspetti mutazionali e genici, senza poter fare a meno delle competenze della biologia molecolare e della bioinformatica, e che possibilmente funzioni da remoto, con possibilità di consulenze rapide”.

I nuovi test sono sostenibili per il SSN? Uno studio risponde di sì

Carmine Pinto

Uniformare il numero di laboratori di biologia molecolare in grado di tracciare l’identikit genetico dei tumori grazie alla NGS sarebbe un’operazione sostenibile da parte del Servizio Sanitario Nazionale, secondo uno studio su due strutture italiane coordinato da Carmine Pinto, direttore del servizio di Oncologia dell’IRCCS Santa Maria Nuova di Reggio Emilia e presidente della Federazione dei Gruppi delle Cooperative Italiane Oncologiche (FICOG).

L’indagine ha prodotto informazioni sui costi della profilazione genomica in Italia e ha contribuito a fornire indicazioni per l’individuazione di una tariffa per il sequenziamento genomico tramite NGS: è emerso che questo tipo di profilazione, con un pannello di 52 geni, per un singolo caso di adenocarcinoma del polmone su biopsia tissutale, costa 1.150 euro. Una spesa inferiore rispetto al costo standard ottenuto sommando i costi dei singoli test eseguiti in sequenza, che offre al contempo l’opportunità di valutare tutte le alterazioni genomiche per le quali oggi sono disponibili farmaci a bersaglio molecolare.

L’ideale sarebbe avere un laboratorio ogni 7-800mila abitanti, con un’organizzazione logistica per far girare i campioni biologici e non i pazienti

“La spesa complessiva per i singoli test eseguiti in sequenza è di difficile quantificazione, perché a seconda dei casi variano molto sia come numero sia come tipologia: questo fa ipotizzare che l’uso del solo test NGS, in grado di valutare contemporaneamente decine di alterazioni genetiche, consentirebbe un netto risparmio per il SSN, permettendo di ottenere tutte le informazioni necessarie per usare i farmaci a bersaglio molecolare già disponibili – spiega Pinto -. L’obiettivo è di assicurare una maggiore equità nelle cure ai malati: l’ideale sarebbe rendere disponibile un laboratorio in grado di eseguire questi test per ogni bacino di 7-800mila abitanti, con un’organizzazione logistica che consenta di far girare i campioni biologici e non i pazienti”.

Gaudioso: aggiornare i LEA per rispondere meglio alle esigenze dei cittadini

Antonio Gaudioso

Antonio Gaudioso, componente della Commissione LEA e capo della segreteria tecnica del Ministro della Salute, già presidente di Cittadinanzattiva, commenta: “Negli ultimi mesi la Commissione LEA ha lavorato intensamente per tentare di riorganizzare i propri lavori per procedere sulle submission che si erano accumulate negli ultimi tre-quattro anni: il livello di aspettative da parte dei cittadini e della comunità scientifica sulla possibilità di aggiornare quanto prima i LEA è molto alto. Va tenuto in considerazione che stiamo ancora attendendo che siano disponibili i LEA varati nel 2017 e l’obiettivo è far sì che appena questo accadrà si possa iniziare il percorso di aggiornamento dei LEA perché in questi quattro anni ci sono state tantissime innovazioni”.

L’accesso alla diagnostica per l’individuazione del farmaco appropriato deve essere garantito come quello al farmaco

Uno dei temi prioritari, ha detto Gaudioso, è proprio la medicina personalizzata: “Un lavoro che è iniziato e deve essere continuato, per arrivare a garantire la possibilità di usare tutti gli strumenti diagnostici che permettano una diagnosi precoce e di conseguenza di usare in modo appropriato la parte terapeutica. Un altro aspetto che manca è la convergenza tra questi due blocchi, perché i soggetti che se ne occupano sono diversi: da un lato la Commissione LEA e dall’altro l’AIFA. Bisogna far sì che lavorino a stretto contatto e non ci sia distonia nei tempi: non è accettabile ad esempio che la parte diagnostica che serve per poter somministrare quella cura non sia disponibile, o che lo sia in modo complicato, farraginoso e incompatibile con i bisogni delle persone. Questo gap non è più accettabile e nei prossimi mesi faremo di tutto affinché sia colmato”.

Così il Covid ha sdoganato lo smart working nella PA

Con l’emergenza Covid, nella Pubblica Amministrazione si è rotto un argine: il telelavoro si può fare. “Prima, infatti, lo smart working si attestava intorno al 16%, dato che era aumentato per altro soprattutto nell’ultimo anno precedente il Covid, il 2019. Eppure una legge che incentivava il lavoro agile c’era sin dal 2014 – spiega la ricercatrice dell’Istituto Nazionale Politiche Pubbliche (Inapp) Rosita Zucaro -. C’erano delle resistenze”.

Le criticità riscontrate? Soprattutto dal lato tecnologico, a partire dalla connessione a Internet. Poi le competenze, ma non solo quelle strettamente digitali.

Con Zucaro abbiamo fatto il punto sul lavoro agile dopo la pandemia e sulle prospettive e opportunità, con particolare attenzione all’ambito sanitario. Un esempio virtuoso? Il Policlinico Gemelli.

I farmaci biosimilari in Italia: un’opportunità sempre attuale

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I farmaci biotecnologici hanno segnato un importante cambio di passo nella gestione dei pazienti con patologie di area reumatologica. E negli anni, l’ingresso sul mercato dei farmaci biosimilari, a seguito della perdita di brevetto degli originator, ha rappresentato un’opportunità importante per ampliare il numero di pazienti trattati, riducendo al tempo stesso l’impatto economico a carico del SSN. Qual è la situazione nel nostro Paese? Quali risultati sono stati già ottenuti e quali sfide si prospettano in futuro, per una sempre migliore presa in carico dei pazienti e nell’ottica di garantire la sostenibilità del sistema?

Daniela Marotto

Ne parliamo con la dottoressa Daniela Marotto, fresca di nomina come Presidente Nazionale del Collegio dei Reumatologi Italiani (CReI)e Responsabile del Poliambulatorio di Reumatologia della ASSL Olbia.

Dottoressa Marotto, lei è la prima donna eletta a Presidente del CReI: quali sono gli obiettivi e le priorità del suo mandato, anche alla luce della pandemia di Covid-19 che stiamo attraversando?

La ringrazio per aver sottolineato il mio essere la prima Presidente donna del CReI. È un onore per me esserlo e mi riempie di orgoglio.

Il programma del mio mandato è assai ricco ma posso anticiparle alcuni dei punti principali.

La pandemia da Covid-19 ha confermato il valore universale della salute, la sua natura di bene pubblico fondamentale. Tuttavia ha reso più evidente la fragilità di un SSN depauperato progressivamente negli anni di importanti risorse e servizi da una politica di tagli. Vi è pertanto l’esigenza di ridiscutere politiche sanitarie che supportino la continuità dell’assistenza e l’integrazione per fronteggiare non solo le situazioni emergenziali ma anche le cronicità.

Vi sono significative disparità territoriali nell’erogazione dei servizi; un’inadeguata integrazione tra servizi ospedalieri, servizi territoriali e servizi sociali, tempi di attesa elevati per l’erogazione di alcune prestazioni.

Come società scientifica e come medici abbiamo il dovere morale e deontologico di ridurre queste criticità e far sì che vengano abbattute le differenze regionali sia in termini prescrittivi che di accesso alle cure, favorire l’integrazione tra ospedale e territorio, creare reali sinergie interdisciplinari e multidisciplinari.

Il nostro impegno deve mirare ad abbattere le differenze regionali sia in termini prescrittivi che di accesso alle cure, favorire l’integrazione ospedale-territorio e creare sinergie reali

L’esperienza della pandemia ha inoltre evidenziato l’importanza di poter contare su un adeguato sfruttamento delle tecnologie più avanzate, su elevate competenze digitali, professionali e manageriali che contribuiranno a ridurre gli attuali divari geografici e territoriali in termini sanitari, garantiranno una migliore “esperienza di cura” per gli assistiti e favoriranno la collaborazione tra i professionisti sanitari.

Punteremo inoltre alla formazione e alla tutela dei giovani, vera risorsa per il futuro, con progetti di ricerca e gruppi di studio.

I membri del Consiglio e delle Commissioni di lavoro che mi affiancano sono tutte figure di eccezionale valenza professionale e rappresentatività.

I farmaci biologici e biosimilari rappresentano un’opzione terapeutica di grande valore per i pazienti affetti da malattie reumatiche. Qual è la sua esperienza in merito, considerando sia la valenza clinica e l’accesso dei pazienti alle terapie sia il tema dell’ottimizzazione delle risorse per SSN e SSR?

I progressi della biologia molecolare dagli anni ’80 ad oggi hanno permesso di introdurre in commercio diversi farmaci biotecnologici che hanno rappresentato una vera e propria rivoluzione nel trattamento di patologie complesse, invalidanti e con un forte impatto sulla qualità di vita dei pazienti come l’artrite reumatoide, la spondilite anchilosante, l’artrite psoriasica e le malattie infiammatorie croniche intestinali. Tali farmaci hanno cambiato positivamente l’evoluzione di queste patologie incrementando la qualità e l’aspettativa di vita dei malati reumatologici. Gravavano sui biotecnologici dei costi elevati che di conseguenza ne limitavano l’utilizzo. Parafrasando Henry Ford, non ci può essere progresso se i vantaggi di una nuova tecnologia non sono usufruibili da tutti.

Non ci può essere progresso se i vantaggi di una nuova tecnologia non sono usufruibili da tutti

I biosimilari, la cui efficacia e sicurezza ormai sono consolidate rispetto agli originator, hanno rappresentato un vero progresso. Infatti il loro avvento, riducendo in maniera importante i costi, ha reso possibile l’accesso ad un maggior numero di pazienti, permettendo allo stesso tempo di disporre di un maggior quantitativo di risorse da reinvestire in innovazione e ha reso più sostenibile il SSN.

Nel nostro Paese il consumo di biosimilari è in crescita: nel 2020, secondo recenti analisi di Egualia, si è avuta una crescita del 10,4% rispetto all’anno precedente. A livello regionale il quadro è ancora piuttosto diversificato e, in quasi tutte le Regioni, sono state adottate delibere prescrittive che indirizzano verso il biologico a minor costo. Lei che cosa ne pensa?

Ritengo che la scelta terapeutica non debba essere solo guidata da motivi economici ma debbano essere valutati numerosi parametri che cambiano da paziente a paziente. Pertanto nell’ottica di una gestione corretta del paziente la libertà prescrittiva del medico è un atto imprescindibile. Il medico dovrà valutare per ogni singolo caso la scelta terapeutica più appropriata e a parità di efficacia e sicurezza farmacologica è tenuto a fare delle valutazioni economiche che assicurino la sostenibilità del nostro SSN.

Antibiotico resistenza in Italia: come invertire la tendenza?

L’antibiotico resistenza oggi è uno dei principali problemi di sanità pubblica a livello mondiale, con importanti implicazioni sia dal punto di vista clinico (aumento della morbilità, letalità, durata della malattia, possibilità di sviluppo di complicanze, possibilità di epidemie), sia in termini di ricaduta economica per il costo aggiuntivo richiesto per l’impiego di farmaci e di procedure più onerose, per l’allungamento delle degenze in ospedale e per eventuali invalidità. Nel nostro Paese le prescrizioni di antibiotici sono ancora troppo elevate ed è frequente l’uso inappropriato, specie nell’ambito delle infezioni respiratorie. Come contrastare il fenomeno?

Ne parliamo con:

  • Stefania StefaniStefania Stefani
    Docente di Microbiologia e Microbiologia Clinica, Università di Catania. Presidente Società Italiana di Microbiologia
  • Monica MonacoMonica Monaco
    Dipartimento Malattie Infettive, Istituto Superiore di Sanità
  • Rossana MonciinoRossana Monciino
    Farmacista dirigente, ASL Vercelli

Conduce:

  • Angelica GiambellucaAngelica Giambelluca
    Giornalista professionista in ambito medico

Le malattie rare finalmente normate da una legge

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Le malattie rare finalmente hanno una collocazione normata dalla legge italiana e sono state definite e raggruppate in una lista che andrà aggiornata ogni tre anni.

Il 4 novembre il Senato della Repubblica ha votato all’unanimità una norma molto attesa dalle associazioni di pazienti affetti da malattie poco comuni – in Italia circa 2 milioni di persone – che stabilisce la lista delle patologie di cui il Servizio Sanitario Nazionale ha il dovere di occuparsi, potenziando gli screening diagnostici e istituendo un fondo destinato ai malati e alle loro famiglie dedicato al finanziamento delle misure di sostegno del lavoro di cura e assistenza delle persone con malattia rara invalidi civili al 100% o disabili con connotazione di gravità ai sensi della Legge 104. Le finalità del provvedimento mirano quindi a garantire che sull’intero territorio nazionale i malati rari vengano riconosciuti e presi in carico dal Ssn. L’attuazione della legge definirà, tramite altri cinque passaggi, le modalità sistematiche e organiche degli interventi dedicati al sostegno della ricerca, sia sulle malattie rare sia sui farmaci orfani.

Una svolta storica

Ilaria Ciancaleoni Bartoli

 “Ci sono voluti più di 3 anni e mezzo ma oggi il Testo Unico Malattie Rare è un importante risultato raggiunto. È evidente, però, che siamo di fronte ad una legge quadro, con cui sono state poste le fondamenta di un cambiamento, ma c’è molto ancora da fare – ha commentato la direttrice dell’Osservatorio Malattie Rare, Ilaria Ciancaleoni Bartoli, che sul suo canale Youtube ha ripercorso in un video le tappe che hanno portato a questo risultato –. L’Osservatorio, come fatto fino ad oggi, continuerà ad essere il megafono delle richieste delle oltre 250 associazioni dell’Alleanza Malattie Rare e, insieme a tutti i rappresentanti istituzionali che hanno voluto questa legge, vigileremo affinché vengano approvati tutti gli atti necessari alla sua attuazione”.

Le malattie rare oggi note sono più di 7.000 ma quelle attualmente nell’elenco ministeriale con associato un codice di esenzione solo 453. Osservando questi numeri non è difficile capire perché il testo unico sulle Malattie Rare rappresenta una vittoria per tutti quei pazienti affetti da patologie poco comuni e difficili da diagnosticare i cui percorsi terapeutici prima si muovevano necessariamente all’esterno di una griglia stabilita dal sistema sanitario nazionale, con notevoli costi a carico degli ammalati.

Ci sono voluti più di 3 anni e mezzo ma oggi il Testo Unico Malattie Rare è un importante risultato raggiunto

In passato ogni atto relativo alle malattie rare doveva passare attraverso decreti ministeriali privi di organicità. Pazienti prima dimenticati che ora finalmente sentono di aver ricevuto la giusta visibilità da parte della collettività e gli aiuti necessari a sostenere percorsi di cura spesso molto complessi. Il primo passo è stato quindi stabilire una volta per tutte quali sono le malattie rare per le quali è necessario stabilire un inter terapeutico all’interno del Ssn, comprendendo screening che facilitano la diagnosi e la possibilità di richiedere un aiuto economico per i pazienti e le loro famiglie. Ora la sfida starà nella sua attuazione, da qui ad un anno, soprattutto a livello locale e regionale dove le specificità dei singoli territori spesso sono un ostacolo all’applicazione omogenea delle norme nazionali.

L’attuazione della legge in 5 step

Per prima cosa il testo della legge, composta da 16 articoli, sarà pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale e da quel momento entrerà in vigore e si potrà procedere con la sua piena attuazione in 5 passaggi che previsti entro la fine del 2022, quando sarà possibile toccare con mano gli effetti reali di questa legge. Il primo passo dovrà però avvenire già entro due mesi e comporta l’istituzione del Comitato Nazionale per le Malattie Rare con decreto del Ministero della Salute. C’è invece un mese in più di tempo per l’istituzione di un Fondo di Solidarietà per le persone affette da malattie rare, che verrà istituito con decreto del Ministero del Lavoro di concerto con Ministero della Salute e MEF.

La sfida starà nella sua attuazione, da qui ad un anno, soprattutto a livello locale e regionale

Sempre entro 3 mesi dovranno essere confermati due accordi in sede di conferenza Stato-Regioni: il primo relativo all’approvazione del Secondo Piano Nazionale Malattie Rare e riordino della Rete, l’altro per definire le modalità tramite le quali assicurare un’adeguata informazione a professionisti sanitari, pazienti e famiglie.

Ci sono infine 6 mesi di tempo per la redazione di un regolamento ministeriale, prodotto a quattro mani dal Ministero della Salute di concerto con il Ministero dell’Università e Ricerca, per stabilire i meccanismi degli incentivi fiscali in favore dei soggetti, pubblici o privati, impegnati nella ricerca e produzione dei farmaci orfani. Il contributo arriverà sotto forma di credito d’imposta pari al 65 per cento delle spese sostenute per l’avvio e per la realizzazione dei progetti di ricerca.

Un’assistenza economica e lavorativa

La novità forse più concreta che arriverà con l’attuazione della legge per chi ha una patologia rara riguarda la possibilità di avere una assistenza economica che permette all’ammalato di mantenere una propria condizione lavorativa autonoma. Il fondo di solidarietà per ora ammonta ad un 1 milione di euro e servirà infatti a finanziare diverse misure per il sostegno del lavoro, di cura e assistenza dei malati ai sensi della Legge 104. Fra le finalità c’è anche quella di favorire l’inserimento lavorativo della persona affetta da una malattia rara.

Parallelamente migliorerà anche la comunicazione fra Stato e pazienti: il Ministero, infatti, si impegna a garantire un’informazione tempestiva e corretta ai pazienti affetti da una malattia rara e ai loro familiari e a sensibilizzare l’opinione pubblica sull’esistenza di queste patologie.

Diagnosi, prevenzione ed esenzione

In seguito all’aggiornamento della lista delle patologie considerate “malattie rare”, c’è anche la richiesta di un tempestivo aggiornamento delle patologie da sottoporre a screening neonatale e dei Lea, che definiscono i livelli essenziali di assistenza tramite la lista delle prestazioni che il Servizio sanitario nazionale è tenuto a fornire a tutti i cittadini, gratuitamente o dietro pagamento di una quota di partecipazione (ticket) con le risorse pubbliche. La legge stabilisce anche che, in caso di ulteriori ritardi, venga attuata una procedura alternativa atta a facilitare l’aggiornamento della lista delle malattie rare.

L’articolo 4 del testo unico rimette ai centri la definizione del piano diagnostico terapeutico assistenziale personalizzato che comprende i trattamenti e i monitoraggi di cui necessita una persona affetta da malattia rara, garantendo anche un percorso strutturato nella transizione dall’età pediatrica all’età adulta. Per quanto riguarda invece l’accesso alle terapie, nel testo è presente un impegno generico a ridurre i tempi di accesso mentre si specifica che i farmaci di fascia A o H prescritti, anche in una regione diversa da quella di residenza, devono essere erogati dalle farmacie o dall’Asl/Ats. Il numero di pezzi prescrivibili per ricetta potrà essere superiore a tre qualora previsto dal piano terapeutico assistenziale.

Aifa e la decisione poco condivisa di sospendere l’accesso al fondo

Come confermato dalla direttrice dell’Omar Ilaria Ciancaleoni Bartoli, la recente notizia della sospensione delle domande di accesso al fondo 5% certo non è stata ben accolta dal mondo delle malattie rare e desta preoccupazione: sembra infatti andare in una direzione contraria rispetto a quella tracciata dalla legge.

“Almeno nelle intenzioni quel fondo avrebbe dovuto garantire un accesso veloce a terapie che, pur non essendo ancora in commercio, potevano avere un grosso valore terapeutico per i malati, in modo particolare per quelli rari che spesso non hanno farmaci a disposizione – ha affermato la direttrice –. Bloccarlo significa chiudere una strada di accesso precoce. E per quanto Aifa stessa dica che la sospensione è stata fatta in modo da garantire almeno i rinnovi, al nostro Osservatorio a pochi giorni dalla decisione sono già arrivate segnalazioni di specifici casi, ben documentati, di rinnovi che tardano ad arrivare”.

La recente notizia della sospensione delle domande di accesso al fondo 5% sembra andare in una direzione contraria rispetto a quella tracciata dalla legge

“È del tutto probabile che Aifa abbia già in mente una riforma del meccanismo – ha proseguito Ciancaleoni Bartoli -, ma certo di fondo c’è un difetto di comunicazione e di condivisione: si è affidato tutto a una circolare quando certamente sarebbe servito del dialogo prima, con le parti, e una comunicazione più approfondita al momento di rendere pubblica questa decisione”.

Anche le motivazioni addotte, secondo l’esperta, destano qualche perplessità: “Non voglio mettere in dubbio che il fondo sia effettivamente in esaurimento – ha proseguito la direttrice dell’Osservatorio – perché è vero che gli investimenti di marketing delle aziende lo scorso anno si sono fortemente ridotti, ma è anche vero che l’erosione è cominciata da anni, c’è stato tempo per accorgersene, e invece diverse direzioni di Aifa sono cambiate senza che se ne parlasse, per poi arrivare a questa drastica soluzione. L’impressione è che non ci sia stata molta attenzione a come il fondo veniva gestito, con un po’ più di attenzione non si sarebbe arrivati a questo punto. Quel che conta ora però non è distribuire le colpe, ma risolvere il problema”.

Nell’immediato occorre che possano ripartire le richieste, poi si potrà anche valutare un ripensamento di tutti gli strumenti di early access, al fine di renderli più veloci, efficienti e anche adeguatamente finanziati: “Quel che conta – ha concluso – è che questa riforma avvenga attraverso tavoli condivisi, non solo con il Ministero della Salute e le Regioni, ma anche con il mondo dei pazienti, i soggetti civici e le stesse aziende, e non con decisioni unilaterali che poi vengono comunicate in poche righe a chi, però, dovrà subirne gli effetti”.

La carenza di farmaci si combatte con la rete: il lavoro del Tavolo Tecnico Indisponibilità

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Le carenze di farmaci non sono tutte uguali: da questa consapevolezza prende le mosse il lavoro del Tavolo Tecnico Indisponibilità (TTI), convocato dall’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) e operativo dal 2015, che costituisce un efficace strumento per affrontare il tema della mancanza dei farmaci nelle sue diverse declinazioni, attraverso un confronto trasparente e pratico tra amministrazioni, attori privati e società scientifiche.

Il lavoro del Tavolo è riconosciuto a livello internazionale e non a caso l’Unione Europea ha scelto il nostro Paese per guidare la Joint Action “Availability of medicines, shortages and security of supply”. All’evoluzione del progetto e ai suoi risultati, Aifa e Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato (Ipzs) hanno dedicato la nuova pubblicazione intitolata proprio Il Tavolo Tecnico Indisponibilità, edita dalla Libreria dello Stato. La presentazione è stata l’occasione per fare il punto su quanto realizzato finora e per guardare al futuro.

Il direttore generale dell’Aifa Nicola Magrini ha sottolineato la centralità del tema dell’accesso al farmaco, resa particolarmente evidente dalla pandemia.

 

“Nel volume si cerca di rendere più chiara la doppia natura delle carenze di farmaci, per arrivare a separare nettamente le carenze vere e proprie o mancanze produttive, che talvolta hanno scatenato tensioni ma sono la parte minoritaria, dalle indisponibilità legate alla catena distributiva che ha complessità che vanno anche oltre agli scenari nazionali – ha detto Magrini -. Da qui una struttura di natura tecnica come Aifa ha cercato di costruire uno spazio di ragionamento comune con tutti coloro che sono parte filiera, ciò che rappresenta una buona pratica importante da promuovere anche all’estero”.

Alla base dei risultati eccellenti del Tavolo, in particolare durante la crisi pandemica, la collaborazione fra pubblico e privato. E sul tema dell’accesso al farmaco, ha anticipato un prossimo accordo che Aifa sottoscriverà con l’Istituto Farmaceutico Militare: “L’obiettivo è di trovare nuovi strumenti per una migliore possibilità di importazioni centralizzate su alcuni farmaci che in maniera ricorrente anche se minoritaria hanno creato problemi che sono stati risolti singolarmente dai singoli ospedali”.

Il Tavolo Tecnico Indisponibilità nel contrasto alla mancanza di farmaci: modello e linee di attività

Illustrare le peculiarità del Tavolo è toccato al dirigente area ispezioni e certificazioni di Aifa Domenico Di Giorgio: “Sin dall’inizio l’idea era che fosse necessario applicare un modello di approccio scientifico basato sul punto di vista del paziente più che sul riscontro mediatico, che amplificava portata del problema”.

 

“La mancanza del farmaco è un sintomo che ha dietro diverse disfunzioni e gestirlo in maniera non scientificamente solida, considerando qualsiasi assenza o ritardo del prodotto tutti alla stessa maniera, mescolando esportazioni illegali con interruzioni legate alla produzione, avrebbe creato confusione – ha affermato -. Era importante quindi intanto condividere un metodo”.

Marcello Pani

Eccolo, il metodo: la rete. Come ha illustrato Marcello Pani, segretario nazionale della Società Italiana di Farmacia Ospedaliera e dei Servizi Farmaceutici delle Aziende Sanitarie (Sifo), il Tavolo ha una composizione estremamente variegata e coinvolge amministrazioni centrali (oltre ad Aifa, ne fanno parte anche Comando dei Nas e Ministero della Salute), amministrazioni di Regioni e Province autonome (Bolzano, Campania, Emilia-Romagna, Friuli Venezia-Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Piemonte, Umbria, Veneto), associazioni di produttori e titolari di Autorizzazione all’Immissione in Commercio (Aic) come Associazione importatori medicinali italia – Aim, Aip, Assogastecnici, Egualia e Farmindustria, associazioni della distribuzione e della logistica (le associazione di categoria dei distributori farmaceutici Adf, Assoram e Federfarma Servizi), associazioni dei titolari di farmacie (Assofarm, FarmacieUnite, Federfarma), istituzioni e società scientifiche (Cns, Fofi, Sifo, Lice), e, ancora, strutture e associazioni del settore della tracciabilità (Ipzs, Consorzio Dafne, Assosoftware).

Tramite azioni di condivisione e collaborazione, e in particolare grazie al contributo di Regioni e Pubblica Amministrazione, il Tavolo ha perseguito lo scopo di tutelare la salute pubblica attraverso diverse azioni, a partire dalla vigilanza per limitare gli effetti distorsivi del mercato farmaceutico e dal governo delle carenze di farmaci sia ospedalieri che territoriali.

La creazione del gruppo “Covid Regioni” ha permesso di far fronte alle situazioni di difficile reperibilità di farmaci, in particolare quelli legati alla terapia per il Covid-19 e alla gestione dei pazienti nelle terapie intensive

“La creazione del gruppo “Covid Regioni” ha permesso di far fronte alle situazioni di difficile reperibilità di farmaci, in particolar modo quelli legati alla terapia per il Covid-19 e alla gestione dei pazienti nelle terapie intensive, agendo anche in modo da anticipare e prevenire specifiche situazioni di carenza che hanno consentito a tutti i componenti della filiera del farmaco e alle regioni di organizzarsi in modo da garantire le terapie – ha affermato Pani -. In questa situazione, il network gestito da Aifa ha permesso la diffusione delle best practice implementate durante la pandemia dalle singole regioni (ad esempio il prolungamento della validità dei Piani Terapeutici, estensione della dematerializzazione della ricetta per farmaci distribuiti in distribuzione per conto – Dpc, l’osservatorio sulle carenze di ossigeno, l’organizzazione della consegna a domicilio dei farmaci a pazienti anziani o fragili) consentendo la diffusione delle prassi efficaci tra le regioni, evitando duplicazioni di attività e ottimizzando l’uso delle risorse disponibili. Sono stati inoltre condivisi i criteri (numero dei casi e dei pazienti ricoverati in terapia intensiva) per la distribuzione, da parte di Aifa, alle regioni dei farmaci oggetto di donazione da parte dell’industria farmaceutica nel corso della prima fase pandemica”.

È stato inoltre affrontato il problema della carenza di farmaci oggetto di gare regionali, che si manifesta quando le aziende che si aggiudicano le forniture non le onorano nei tempi o nei quantitativi o rinunciano dopo l’ottenimento dell’appalto, generando disagi alle aziende sanitarie: “La base privatistica / locale rende difficile un intervento centrale diretto, ma la tematica discussa nell’ambito del Tavolo ha portato, attraverso le associazioni di Aic, l’intervento su tali aziende”.

Dalla sinergia tra gli enti coinvolti sono nati numerosi progetti, tra cui il portale DruGhost dove vengono messi per la prima volta in rete i farmaci indisponibili.

Dati e risultati conseguiti dal TTI dal 2016 a oggi

A ribadire come le carenze di farmaci siano causate da fenomeni distinti, che richiedono interventi diversi da parte delle autorità e collaborazione da parte delle associazioni di settore, Emanuele Cesta dell’Ufficio Affari Contenziosi Aifa. Il suo intervento è partito dalla nascita del Tavolo, erede di un progetto pilota sull’indisponibilità: “Nel 2015, in collaborazione tra Aifa, Ministero della Salute, Comando Nas di Roma, Nas di Latina e Regione Lazio, venne avviato un progetto pilota focalizzato su un elenco di farmaci indisponibili sul territorio elaborato da Federfarma Lazio secondo criteri di priorità, per individuare alcune attività illecite di Parallel Export, caratterizzate da transazioni illegittime di medicinali operate dal medesimo soggetto titolare di duplice licenza (farmacisti e grossisti), accaparramento di medicinali da parte di grossisti presso soggetti non autorizzati attraverso attività di “pooling” oppure operazioni di riconfezionamento fittizio da parte di grossisti esteri”.

 

Dal progetto pilota al tavolo tecnico

 

Tra gli esiti dell’impegno del progetto pilota ormai evolutosi in Tavolo, anche il Testo condiviso distribuzione medicinali, sottoscritto l’8 settembre 2016 da parte del Ministero della Salute, Aifa, Regione Lazio e Regione Lombardia e delle principali associazioni di settore: Farmindustria, Assogenerici (oggi Egualia), Federfarma, Federfarma Servizi, Adf e Assoram, cui si sono aggiunti dal 7 ottobre dello stesso anno le Regioni Veneto e Friuli Venezia-Giulia, Assofarm, Associazione Importatori Paralleli, Farmacieunite e Fofi. Successivamente sono entrate a far parte del Tavolo Tecnico Indisponibilità anche la Provincia di Bolzano, le Regioni Umbria, Liguria, Piemonte ed Emilia Romagna, l’ATS Brianza, Sifo, Farmacieunite, Assogastecnici, il Centro Nazionale Sangue, l’Ipsz, il Consorzio Dafne, la Lega Italiana contro l’Epilessia (Lice) e l’Associazione Importatori Medicinali (Aim).

 

Best practices e networking

 

Un impegno che non si ferma e ha già nuovi obiettivi programmati, ad esempio un sistema di alert nei gestionali delle farmacie che dovrebbe segnalare in modo tempestivo le carenze.

 

Ulteriori iniziative

 

Infine, ha sottolineato Di Giorgio a conclusione della presentazione, il Tavolo sta lavorando alla costruzione di un sito Internet dedicato a rispondere alle richieste pazienti, che si avvarrà dell’operato di una redazione diffusa di cui faranno parte le numerose sigle che ne fanno parte.

Accelerare la sanità digitale: opportunità, sfide e problemi

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Se non ci fosse stata l’esperienza della pandemia molto probabilmente il concetto dell’importanza dell’interoperabilità del dato clinico, la necessità ormai inderogabile di rendere tutte le informazioni sanitarie digitali e completamente fruibili da sistemi diversi non sarebbe stato così tanto compreso come sembra invece esserlo oggi, nel 2021, sia in Italia che all’estero.

Il vero passo avanti è stato comprendere che non ci si può accontentare di una lenta migrazione in quello che lo scrittore Alessandro Baricco ha definito “l’Oltremondo” e che tutti chiamano più semplicemente “la rete”. In campo sanitario serve qualcosa in più di un sistema che consenta ai dati di essere scaricabili e visibili online tramite la mera digitalizzazione delle versioni cartacee. Il concetto chiave è diventato quello della interoperabilità nazionale ma anche internazionale.

In sanità serve qualcosa in più di un sistema che consenta di visualizzare e scaricare dati online tramite la mera digitalizzazione delle versioni cartacee

Sulla necessità di accelerare la sanità digitale, fra opportunità e ostacoli, si sono confrontati in un convegno tenutosi la settimana scorsa a Roma diversi esponenti politici, del mondo accademico e referenti istituzionali. All’appuntamento, organizzato dal Gruppo Dedalus in collaborazione con The G20 Health & development partnership, sono intervenuti il direttore generale di Agenas, Domenico Mantoan, il capo dell’unità per la European reference Networks e la sanità digitale presso la Commissione europea, Ioana-Maria Gligor, il direttore generale dell’unità di missione per l’attuazione del Pnrr per quanto riguarda la mission Salute, Stefano Lorusso, Nicoletta Luppi di Farmindustria e il Presidente della World Federation of Public Health Associations, Walter Ricciardi.

La spinta regalata al settore dai nuovi investimenti

Secondo la ricerca “Integrated Digital Healthcare” eseguita nel 2021 da Gartner, multinazionale americana che si occupa di consulenza strategica, ricerca e analisi nel campo della tecnologia dell’informazione nel mondo, il 63% delle aziende prevede di aumentare gli investimenti in tecnologia, settore in crescita di 13 punti rispetto all’anno scorso, e il 46% quelli in iniziative digitali. Le nuove tecnologie in particolare verranno utilizzate soprattutto per migliorare l’assistenza virtuale (38%) e i sistemi di intelligenza artificiale (31%), oltre che per arricchire i dati sanitari (30%). L’incertezza pandemica sembra aver influenzato fortemente le priorità strategiche del comparto, andando ad accelerare notevolmente i processi di digital trasformation già in atto prima dello scoppio dell’epidemia.

Per quanto riguarda i dati sanitari, post pandemia, si è fatta sentire sempre di più una grande necessità di integrazione fra le varie informazioni diagnostiche che vengono sia dalla medicina di laboratorio sia dalla diagnostica per immagini con le informazioni cliniche.

L’altro grande obiettivo è consentire l’accesso a tutti i cittadini e a tutti i medici alle informazioni digitali, per una digitalizzazione che sia pensata sulle esigenze del cittadino.

“La digitalizzazione nei sistemi sanitari gioca un ruolo fondamentale per superare la frammentazione delle informazioni che devono arrivare ai medici ma anche ai cittadini per gestire meglio la propria salute – ha confermato Mario Plebani, presidente della Federazione europea di medicina di laboratorio e professore ordinario di Biochimica clinica e Biologia molecolare dell’Università di Padova –: Serve un cambio di passo perché si tratta del solo modo per avviare una medicina personalizzata, una terapia mirata sulla persona e, a livello globale, un migliore stato di salute con un sistema sanitario sostenibile”.

Serve un cambio di passo perché si tratta del solo modo per avviare una medicina personalizzata e, a livello globale, un sistema sanitario sostenibile

L’occasione, quindi, è più unica che rara: la pandemia, insegnando che i sistemi sanitari devono parlarsi fra loro, ha rimesso al centro un problema che, quando verrà superato, a livello internazionale permetterà di ottenere migliori risultati in termini di cure personalizzate e di terapie disponibili, portando ad una ottimizzazione delle spese dei sistemi sanitari nazionali.

Senza contare che la qualità e la sicurezza di una digitalizzazione capillare dei sistemi sanitari è anche un elemento di coesione sociale perché permette un accesso più equo e democratico a un’assistenza di livello migliore.

“One Health” e la sostenibilità nel sistema sanitario

Secondo gli esperti del settore, la trasformazione digitale porterà le aziende sanitarie verso un modello organizzativo “componibile” caratterizzato, tra l’altro, da adattabilità, integrazione tra dati e applicazioni e tra i segmenti dell’industria. Le aziende del settore saranno inoltre più reattive, vedranno una maggiore collaborazione tra i vari ruoli e saranno guidate dalle nuove tecnologie e dall’esperienza dei pazienti.

Durante il convegno sono emerse le diverse prospettive sul tema del modello “One Health”, dal punto di vista dell’industria, a quello delle associazioni, fino al mondo accademico e istituzionale. Walter Ricciardi, nella veste di presidente della World Federation of Public Health Associations, Mario Plebani, presidente della Federazione Europea di Medicina di Laboratorio, Nicoletta Luppi, Farmindustria, Francesca De Maio, Responsabile progetti e azioni in materia della sostenibilità ambientale e salute all’Ispra e l’Onorevole Angela Ianaro della Commissione affari sociali e intergruppo parlamentare innovazione della Camera dei Deputati si sono confrontati sul tema “One Health”, definendolo come un approccio multidisciplinare fondamentale per affrontare le minacce alla salute nell’interfaccia animale, umana e ambientale.

L’obiettivo è pubblico e privato allo stesso tempo: “Non è accettabile che in Italia, solo il 38% della popolazione abbia sentito parlare di Fascicolo Sanitario Elettronico, e solo il 12% sia consapevole di averlo utilizzato – ha affermato l’amministratore delegato del Gruppo Dedalus, Andrea Fiumicelli. C’è un enorme lavoro, che definirei culturale, da portare avanti. Insieme, pubblico e privato perché l’obiettivo è comune: la salute dei pazienti. La digitalizzazione dell’ecosistema socio-sanitario è la chiave per perseguire una sostenibilità che sia, a un tempo, sociale, economica, ambientale”.

La digitalizzazione dell’ecosistema socio-sanitario è la chiave per perseguire la sostenibilità sociale, economica e ambientale

Se da un lato, dal punto di vista istituzionale, il grande nodo gordiano da superare è rappresentato dal tema della privacy e della sicurezza nella trasmissione e nell’utilizzo dei cosiddetti dati sensibili, d’altra parte c’è da compiere una rivoluzione culturale che nasce dalla necessità di portare le generazioni più anziane, quelle tra l’altro più interessate dall’accesso delle terapie mediche, a superare il digital divide. A livello nazionale e politico, infine, tutto ruota attorno al fattore tempo e alla necessità di non perdere o sprecare i fondi messi a disposizione appositamente dal Pnrr.

Se il sistema sanitario vuole essere sostenibile, anche i professionisti del settore dovranno fare la loro parte: uno studio del Politecnico di Milano ha evidenziato come l’uso di servizi di telemedicina strutturati, come la televisita con lo specialista, la teleriabilitazione e il telemonitoraggio dei parametri clinici sono sfruttati solo fra il 5 e l’8%. La responsabilità parte anche dalla categoria dei professionisti del settore: solo il 60% dei medici specialisti e dei medici di medicina generale possiede sufficienti competenze digitali di base, ma solo il 4% ha un livello soddisfacente di competenze digitali professionali.

“È uno spreco enorme – ha sottolineato Fiumicelli, commentando i dati del Politecnico – bisogna accelerare sulla cultura della digitalizzazione. Oggi è già possibile prendere in tempo reale decisioni data-driven personalizzate. Le tecnologie e i dati ci sono ma per usarli servono volontà e dialogo e appuntamenti come questo servono a stimolarlo”.

Nota Aifa 99: cosa cambia per medici di famiglia e pneumologi

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Con la pubblicazione della Nota Aifa 99, sono cambiate le indicazioni per la prescrizione delle terapie inalatorie contro la broncopneumopatia cronico-ostruttiva (Bpco). La Nota 99 elimina i Piani Terapeutici per le associazioni precostituite di farmaci broncodilatatori come beta2-agonisti a lunga durata d’azione (Laba) e anticolinergici a lunga durata d’azione (Lama), che pertanto a partire dal 1° settembre 2021 possono essere prescritti dal medico di medicina generale. La prescrizione delle associazioni precostituite di Laba/Lama/Ics rimane invece appannaggio del solo specialista (pneumologo e internista) attraverso la compilazione del Piano Terapeutico, valido fino ad un massimo di 12 mesi.

Per comprendere quali implicazioni abbia la novità per la salute dei pazienti e il lavoro dei sanitari, abbiamo raccolto le considerazioni del coordinatore della Società italiana di medicina generale (Simg) area Pneumologia Franco Lombardo, del presidente Simg Claudio Cricelli, del responsabile area politica del farmaco della Federazione italiana medici di medicina generale (Fimmg) Roberto Venesia e del pneumologo dell’ospedale Sacco e docente all’Università di Milano Pierachille Santus.

La Simg: un riconoscimento per i medici di base, ma ci sono delle criticità

La Nota consente al medico di medicina generale di prescrivere le terapie necessarie a gestire un’eventuale fase acuta della malattia e di gestire con tempi adeguati la prenotazione di una visita specialistica per la conferma della diagnosi e del trattamento. Una novità accolta positivamente dalla Simg, ma con alcune riserve.

“Elemento positivo è sicuramente l’abolizione del Piano Terapeutico per i farmaci Laba e Lama”, sottolinea Franco Lombardo, coordinatore della Simg area Pneumologia -. Adesso il medico di famiglia può prendere in carico il paziente e prescrivergli qualsiasi terapia, eccezion fatta per le triplici associazioni Laba/Lama/Ics, che continueranno invece a essere prescritte dallo specialista con piano terapeutico. Proprio su quest’ultimo punto però emerge una prima criticità: i pazienti a cui non risulti sufficiente l’indicazione terapeutica del medico di famiglia, si devono rivolgere a un centro di secondo livello indicato dalle Regioni, che non sempre è facilmente accessibile. Inoltre, il Piano Terapeutico adesso esclude anche i geriatri, rimanendo appannaggio solo di pneumologi e internisti”.

“La Nota 99 stabilisce che la Bpco non è una patologia su cui possiamo fare una diagnosi clinica: serve un esame spirometrico di primo livello che può fare anche il medico di famiglia – evidenzia il presidente Simg Claudio Cricelli -. Questo provvedimento ha un significato importante: è il primo documento ufficiale dove al medico di base viene riconosciuto non solo il fatto che può fare una spirometria, ma anche che può fare un referto (se è adeguatamente formato) e interpretare quel referto ai fini anche della terapia. Proprio per questo noi medici di famiglia iniziamo immediatamente il percorso di presa in carico di pazienti con Bpco, mentre la nostra scuola ha già iniziato la formazione alla diagnostica. Il nostro obiettivo non è solo la corretta e appropriata prescrizione dei farmaci, ma la presa in carico globale di tutti i pazienti con Bpco e patologie respiratorie, un passaggio che richiede la formazione certificata della capacità di eseguire la diagnostica pneumologica di base”.

Il nostro obiettivo è la presa in carico globale di tutti i pazienti con Bpco, che richiede la formazione certificata della capacità di eseguire la diagnostica pneumologica di base

Nonostante la Nota 99 sia dunque stata accolta con favore, la Simg ha però rilevato anche dei limiti che auspica vengano superati mediante un approccio concertato con gli altri attori. “La nota è uscita in un momento critico, poiché si basa sulla spirometria, un esame complesso che si è ridotto in questi mesi a causa del Covid – spiega Lombardo –. L’esecuzione della spirometria per la conferma della diagnosi rappresenta un elemento di appropriatezza ormai irrinunciabile nella prescrizione dei farmaci per la Bpco. Inoltre, la Nota prevede che i pazienti che abbiano un Fev1 (il volume espiratorio massimo al secondo) inferiore al 50% vengano inviati a dei centri identificati dalle Regioni per fare esami di secondo livello: sebbene questo approccio sia ineccepibile dal punto di vista scientifico, presenta delle difficoltà sotto il profilo logistico, visto che di cabine pletismografiche valide per questo esame ve ne sono pochissime e sono presenti perlopiù nelle grandi città. Questo problema risulta amplificato dalla numerosità dei pazienti affetti da asma o Bpco, circa 3,5 milioni, patologie che tra i maschi over 80 colpiscono il 18% della popolazione. A questo si aggiungono una serie di elementi tecnici che restano problematici: un approccio condiviso potrà produrre efficaci miglioramenti”.

Venesia, Fimmg: “Senza un quadro organizzativo e risorse adeguate sarà un fallimento”

Roberto Venesia

“L’intento della nota è migliorare l’appropriatezza di diagnosi e di terapia farmacologica della Bpco riconoscendo al medico di medicina generale un maggiore ruolo nella gestione dei pazienti con patologia cronica, anche attraverso l’uso nel proprio studio di dispositivi di primo livello (spirometro) che ne sviluppano la sua professionalità- commenta Roberto Venesia, responsabile area politica del farmaco Fimmg -. Con questa nuova funzione la medicina generale potrà implementare un maggior livello di pro-attività nelle proprie strutture. In mancanza però di un definito quadro organizzativo-gestionale e di chiarezza di risorse impiegate e normativo, che definisca l’orizzonte operativo all’interno del quale l’applicazione della Nota 99 dovrà collocarsi, le migliori intenzioni in essa contenute saranno difficilmente realizzabili e destinate a un sicuro fallimento”.

Quali criticità? “Si vedrà più facilmente alla luce dei fatti e dei risultati dell’applicazione della Nota. Molte cose, alla luce di essa, cambiano per i medici e per i pazienti, e non tutte sono  funzionali all’interesse dei pazienti e della operatività dei medici prescrittori. Capita in un momento in cui gli impegni legati alla pandemia sono in essere e lungi dall’essere risolti, in particolare in un periodo in cui, tra incertezze, somministrazione di terze dosi e avvio delle vaccinazioni antinfluenzali, queste novità rischiano di congestionare ulteriormente il lavoro della medicina generale, già appesantito dalle attività ordinarie e straordinarie dovute alla gestione della patologia Covid-19, ora sempre di più di pertinenza della assistenza territoriale”.

Le novità rischiano di congestionare ulteriormente il lavoro della medicina generale, già appesantito dalle attività ordinarie e straordinarie dovute alla gestione della patologia Covid-19

Un altro spunto di riflessione sono i numeri: “Dai dati che conosciamo, si intuisce che la popolazione verso cui ci dobbiamo, giustamente, rivolgere, e quindi da sottoporre a valutazione di primo livello e spirometria semplice (si stimano circa 2.500.000 di pazienti con Bpco in Italia), è circa due volte e mezza la popolazione dei pazienti diagnosticati, e che di questi, quelli con Fev1 < 50%: quasi 400mila devono essere inviati allo specialista entro 12 mesi spiega Venesia -. Si comprende facilmente a quale stress test andremo a sottoporre il nostro attuale modello organizzativo. In sostanza la Nota dovrà essere valutata nel tempo, verificandone: la facilità di accesso alle cure da parte dei pazienti e la messa in condizione al medico di base di poter sviluppare le proprie professionalità, necessarie all’applicazione della nota stessa”.

Santus: ecco come superare l’ostacolo dell’accessibilità al sistema diagnostico

Pierachille Santus

“Si tratta di una decisione interessante, che era in procinto di essere deliberata già da diversi anni ed è poi stata rimandata anche a causa del Covid – afferma Pierachille Santus, direttore della Pneumologia all’ospedale Sacco e docente all’Università di Milano -. Il nuovo regime stabilito con la Nota 99 permette di trattare i pazienti con la certezza della diagnosi, favorendo l’esecuzione dell’esame che costituisce il gold standard per la diagnosi di Bpco, la spirometria. La nota consente quindi di generare appropriatezza e adeguatezza di cura”.

Secondo Santus, il vero ostacolo sarà il nodo dell’accessibilità al sistema diagnostico: “La nota prevede che la spirometria sia eseguita entro 12 mesi dalla prescrizione del farmaco oppure che lo sia stata nei 12 mesi precedenti. L’unico problema reale è che genererà intasamento sull’esecuzione della spirometria e aumenterà le liste d’attesa”.

L’unico problema reale è che genererà intasamento sull’esecuzione della spirometria, aumentando le liste d’attesa

È possibile immaginare delle soluzioni? “Per quanto riguarda i decisori, si tratta di implementare l’attività di diagnosi della Bpco favorendo la presenza negli studi medici delle strumentazioni, quindi degli spirometri, del personale tecnico infermieristico per eseguire l’esame e naturalmente degli specialisti per refertare. Se avessimo più risorse e cominciassimo a razionalizzare al meglio quelle che abbiamo arriveremmo all’optimum, ma molte strutture lavorano già a regimi di saturazione: implementare le risorse sarà difficile.

Si dovrà inoltre arrivare a una collaborazione tra specialista pneumologo e medico di medicina generale ancora più forte e armonica per far sì che il paziente abbia il miglior supporto possibile”.

Come acquistare innovazione? Il caso dei dispositivi medici

La sanità che si basa sul valore deve essere supportata anche da soluzioni innovative di acquisto. Il value based procurement rappresenta un approccio promettente, ma la sua applicazione pratica genera ancora forti resistenze, a diversi livelli, sia per la PA sia per gli operatori economici. Serve un cambio di paradigma per tradurre il concetto di “qualità” in “valore”, da declinare in criteri di gara.

Numerosi sono ancora gli ostacoli da affrontare, soprattutto quando si tratta di acquistare prodotti innovativi: quali strumenti di procurement sono ad oggi disponibili per fornire un canale preferenziale all’innovazione? Quali criteri è necessario adottare per valutare le evidenze disponibili in fase di stesura del capitolato e di monitoraggio degli esiti? Quale grado di condivisione del rischio si può proporre a PA e operatori economici?

Ne parliamo con:

  • Gian Luca ViganoGian Luca Viganò
    Direttore UOC Ingegneria Clinica, ASST Spedali Civili, Brescia
    Vice presidente ALE (Associazione Lombarda Provveditori)
  • Roberto BonattiRoberto Bonatti
    Studio Legale Russo Valentini, Bologna

Conduce:

  • Rossella IannoneRossella Iannone
    Managing Editor presso SEEd Medical Publishers

Donne e sperimentazione farmaceutica, a che punto è la medicina di genere?

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L’aspettativa di vita, la risposta immunitaria, i meccanismi ormonali. Fra donne e uomini, a livello biochimico, ci sono enormi differenze. Se dal punto di vista socio-economico la parità dei sessi è un traguardo tanto lontano quanto auspicabile, quando parliamo di sperimentazione in medicina la vera conquista bipartisan fa rima con diversificazione. La medicina di genere è infatti una conquista relativamente recente, su cui in molti paesi la strada da percorrere è ancora lunga, visto che le sperimentazioni dei farmaci avvengono soprattutto e prevalentemente su soggetti di sesso maschile. L’Italia è sorprendentemente l’unico paese al mondo ad avere una legge che disciplina la medicina di genere. La cosiddetta Legge Lorenzin, del 2018, fu la prima ad aver istituito anche un Piano per l’applicazione e la diffusione della medicina di genere sul territorio nazionale e un Osservatorio presso l’Istituto superiore di sanità. Ma a che punto siamo veramente su questo tema?

La nascita e il lavoro dell’osservatorio

“Molto spesso la medicina di genere è male interpretata – ci tiene a precisare Giovannella Baggio, prima docente a tenere una cattedra sulla materia in Italia, all’Università di Padova, nonché presidente del Centro Studi Nazionale su Salute e Medicina di genere. “Si cade nella “bikini sindrome”, ovvero quella deformazione per la quale si tende a pensare che sia la medicina che si occupa delle specificità femminili del corpo quali seno, utero e ovaie. Invece è una dimensione trasversale, che interessa storicamente molto di più le donne ma anche gli uomini, e che cerca di individuare le influenze del genere nelle ricerche mediche e nello studio delle terapie”.

Giovannella Baggio

Dalla scorsa primavera, un po’ frenato dalle priorità poste dalla pandemia, ha preso il via presso l’Istituto Superiore di Sanità un Osservatorio per la Medicina di Genere.  Nominato ai sensi del Comma 5 dell’art.3 della Legge 3/2018, questo organo – presieduto dal professor Silvio Brusaferro, presidente dell’Iss – è composto da 36 componenti, di cui 31 esterni, che hanno la funzione di monitorare l’attuazione delle azioni di promozione, applicazione e sostegno previste nel Piano per l’applicazione e la diffusione della Medicina di Genere predisposto dal Ministero della Salute e dal Centro di riferimento dell’Istituto Superiore di Sanità, con l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) e l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas).

Obiettivo generale dell’Osservatorio è assicurare l’avvio, il mantenimento nel tempo e il monitoraggio delle azioni previste dal Piano, aggiornando gli obiettivi in base ai risultati raggiunti, in modo da fornire al Ministro della Salute gli elementi per riferire annualmente alle Camere. In particolare, deve assicurare il contributo delle diverse istituzioni centrali (Ministero della Salute, Iss, Agenas, Aifa, Consiglio Valutazione Impatto) e regionali (Conferenza Stato Regioni, tavoli tecnici regionali) anche attraverso la costituzione di gruppi di lavoro con rappresentanti dei soggetti istituzionali coinvolti. Altri compiti dell’Osservatorio riguardano il monitoraggio del Piano e il suo aggiornamento periodico, la promozione dell’interattività delle azioni di diffusione della Medicina di Genere tra gli assessorati regionali e la vigilanza che tutte le Regioni italiane, in tutti i contesti appropriati, abbiano avviato programmi di diffusione della Medicina di Genere secondo le indicazioni del Piano.

“Anche se le attività sono appena iniziate, posso dire che la linea è stata tracciata e si sta lavorando bene – ha detto Baggio, che con l’Osservatorio ha una collaborazione in qualità di esperta esterna. “Dobbiamo attenderci dei risultati concreti che devono arrivare innanzitutto dagli aggiornamenti delle linee guida nelle varie specialità mediche”.

Il New England Journal e l’inizio della medicina di genere

A sollevare per prima il problema della differenza di reazione ai farmaci fra uomini e donne fu la cardiologa americana Bernardine Healy. L’occasione la diede un articolo pubblicato sul New England Journal of Medicine. Nella prestigiosa rivista scientifica veniva dato spazio alla sindrome di Yentl, nome che la dottoressa coniò nel 1991 prendendola in prestito dall’omonimo film con Barbra Streisand sulla discriminazione culturale a cui sono sottoposte le donne, per spiegare che spesso le donne affette da cardiopatie rimanevano vittime di errori diagnostici e di terapie inefficaci che potevano costare anche la vita alle pazienti. Fu il primo caso in cui si fece riferimento al fatto che le donne non erano abbastanza rappresentate nelle sperimentazioni farmacologiche in un campo come la cardiologia che riguarda moltissimo anche le donne.

“Facciamo un esempio semplice ma efficace. L’infarto, benché colpisca maggiormente gli uomini, è la prima causa di morte anche fra le donne – ha sottolineato Baggio, aggiungendo che in caso di infarto per le donne l’esito infausto è più frequente. “Nella donna non arriva il classico dolore al torace. Proprio il diverso modo in cui si presentano i sintomi fa sì che questi vengano spesso sottovalutati”.

L’effetto della pandemia e la sperimentazione

La risposta ai vaccini per la Covid-19 e la stessa incidenza del virus su uomini e donne di età diverse hanno messo la comunità scientifica davanti ad una verità già nota ma spesso trascurata: malattie e cure sono “gender sensitive”. Le principali patologie hanno un’incidenza diversa a seconda del sesso di appartenenza del paziente, ecco perché è fondamentale che la medicina contemporanea, così come la ricerca farmaceutica, non siano indifferenziate e standardizzate ma personalizzate anche in base al genere di appartenenza dei pazienti.

Questa necessità si scontra con una realtà ben diversa: due farmaci su tre sono testati ancora solamente sulla popolazione maschile. Che la ricerca medica e farmaceutica siano declinate prevalentemente al maschile lo dimostra anche uno studio della Sif, la Società Italiana di Farmacologia, che ha messo in luce come i tester dei farmaci siano soprattutto uomini. Solo per il 30% dei casi, infatti, appartengono al sesso femminile e questa percentuale si abbassa ulteriormente per i test dei farmaci contro le malattie respiratorie e per quelle a carico del sistema cardiovascolare e renale.

Anche l’Aifa ha sottolineato l’importanza di sperimentazioni che tutelino le specificità di genere.

La semplice aspirina assunta a protezione dell’infarto del miocardio, per esempio, sembra essere efficace solo sugli uomini e non sulle donne, mentre alcuni trattamenti per il diabete nelle donne provocano un maggior numero di fratture.

Ma perché non si sperimenta anche sulle donne? “Essenzialmente è più costoso e più complicato allo stesso tempo – ha proseguito la professoressa. “Nelle donne il ciclo biologico subisce grossi cambiamenti a seconda delle fasi della vita, senza contare che le mestruazioni, il concepimento e l’età fertile sono forti inibitori alla libertà di sperimentare. Ma ci sono anche ragioni sociali: per lungo tempo la salute dell’uomo è stata considerata più importante”.

Le interazioni con gli altri farmaci

Per le donne i problemi nel sottoporsi alle sperimentazioni non derivano solo dalla mancata volontà delle case farmaceutiche o dalla difficoltà di realizzazione ma anche dalle interazioni dei medicinali fra loro. Dosare il farmaco in base al peso e all’altezza del paziente può non essere sufficiente in tutti quei casi in cui altre sostanze vengono assunte con frequenza. È il caso della pillola anticoncezionale, che interagisce negativamente con molte categorie di farmaci (antibiotici, ansiolitici, cardiovascolari e del sistema nervoso centrale).

“Nel 2006 Aifa annunciò che avrebbe voluto lanciare una propria ricerca indipendente dedicata allo studio dei farmaci di genere” – ha proseguito l’esperta. “Poi questo non è più accaduto e anche la Commissione che era stata creata appositamente sull’argomento ha smesso di lavorare, per quanto ne so. Le società scientifiche si stanno muovendo ma bisogna fare di più e arrivare presto a riformulare le linee guida”.

La medicina di genere allo specchio: quando l’uomo è più fragile

Non è detto che fra i due sessi sia sempre l’uomo ad essere statisticamente più forte. La pandemia ne ha portato un ottimo esempio, ma nella storia della medicina ce ne sono molti altri.

Per quanto riguarda il Coronavirus la maggior vulnerabilità degli uomini di fronte al morbo potrebbe dipendere sia da fattori biochimici (la proteina Ace2 sarebbe più espressa nelle donne perché codificata dal cromosoma X e sembra in grado di aiutare le cellule a difendersi dal virus) ma anche dalle abitudini.

“Abbiamo un sistema immunitario più forte di quello maschile”, afferma Baggio, che sottolinea anche come ora si stiano cominciando a raccogliere dati differenziati per genere sulle terapie contro Covid-19.

“Mi piacerebbe però vedere l’esito di questi dati sui vaccini per genere – ha concluso –. Abbiamo sentito dire che i test sono stati svolti secondo questo criterio ma io non ancora avuto modo di leggerli. È molto importante avere dati specifici anche per combattere contro la diffidenza di chi non vuole vaccinarsi”.