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Sperimentazioni cliniche: un volano per innovazione, risparmio e occupazione

A gennaio 2022 entrerà in vigore e diventerà operativo il Regolamento Ue sulle sperimentazioni (536/2014) che comporterà procedure più snelle per armonizzare i processi di valutazione delle sperimentazioni cliniche nei vari paesi: il quadro regolatorio identico per ciascuno Stato membro dovrebbe garantire la conduzione degli studi clinici in una modalità univoca e semplificare i vari procedimenti. Si tratta di una svolta epocale per l’Europa che potrebbe diventare molto più attrattiva per quanto riguarda le sperimentazioni e la sua capacità di innovare.

Sono tante le novità introdotte da questo regolamento, ma il nostro Paese è ancora indietro nel recepirle perché la legge n.3 del 2018, emanata per adeguarsi al Regolamento UE, non ha ancora emanato tutti i decreti attuativi necessari. In Italia la ricerca non è mai entrata davvero nell’agenda governativa e ci si chiede se questa emergenza sanitaria, e la mole di investimenti che arriveranno con il PNRR, possano essere la leva giusta per scrivere una nuova pagina delle sperimentazioni nel nostro Paese.

A gennaio 2022 diventa operativo il Regolamento Ue sulle sperimentazioni 536/2014 che prevede procedure più snelle e armonizzare i processi di valutazione nei vari paesi

I nodi da sciogliere sono diversi: tanti comitati etici, numerosi sistemi informativi che spesso non parlano tra di loro, poca formazione e in generale poca cultura della sperimentazione, sia tra i medici sia tra i pazienti. Una sperimentazione clinica, se fatta nel modo giusto, potrebbe portare vantaggi non solo per i pazienti ma anche per tutto il sistema sanitario nazionale.

Nel corso della Live “Sperimentazione Clinica: quali prospettive?” ci siamo quindi interrogati per capire da dove ripartire o incominciare per rilanciare le sperimentazioni in Italia, e lo abbiamo fatto insieme Elena Ottavianelli, direttore scientifico Associazione Italiana Contract Research Organization (AICRO), e Andrea Marinozzi, Dirigente farmacista Ospedali Riuniti di Ancona e Coordinatore Area Scientifica Sifo per la Sperimentazione Clinica.

Il “nuovo” regolamento Ue sulle sperimentazioni cliniche

Approvato nel 2014, il regolamento mira ad armonizzare i processi di presentazione, valutazione e supervisione delle sperimentazioni cliniche in tutta l’Unione europea. Come detto, in Italia i decreti attuativi latitano e siamo ancora indietro rispetto ad altri Paesi europei.

Elena Ottavianelli

“Con questo ritardo rischiamo di perdere l’abbrivio che questo regolamento vorrebbe dare – ha spiegato Ottavianelli – rischiamo di perdere le agevolazioni che dovrebbero venire da una valutazione centralizzata uguale per tutti. Il fatto che questi decreti attuativi non siano usciti non significa che siano stati dimenticati: su questo ci sono anche diverse iniziative di associazioni che stanno lavorando sui decreti per renderli più agevoli. Forse bisogna aspettare questo periodo di “prova” che funzionerà da guida all’emissione di questi decreti, che ad un certo punto diventeranno indispensabili. Il regolamento prevede l’accreditamento di strutture atte a poter seguire le sperimentazioni cliniche, noi al momento non abbiamo i criteri, per cui si lavorerà in deroga, però ci si lavorerà. In Italia c’era e c’è un buon livello di consapevolezza circa il regolamento, ma bisogna stare dietro a diversi aspetti, ad esempio capire come funzionerà il rapporto tra osservatorio delle sperimentazioni cliniche e il sistema del portale unico”.

Mancano i decreti attuativi, e questo ritardo potrebbe penalizzare il nostro Paese

Un altro punto da chiarire è il fatto che il regolamento riguarda soprattutto gli studi interventistici, ma non disciplina in modo concreto quelli osservazionali o quelli che saranno necessari per i medical device. Tutti ambiti di ricerca che, ancorché non disciplinati dalla normativa Ue, hanno comunque bisogno del lavoro dei comitati etici. Ormai qualsiasi prodotto va accompagnato da dati di qualità, a prescindere dal fatto che ci sia poi una regolamentazione di riferimento ben precisa, come la 536 per gli studi interventistici. Il regolamento introduce il concetto di “studio a basso livello di intervento”, ma cosa si intende esattamente? Uno studio osservazionale? Al momento non è chiaro.

“La preoccupazione riguarda anche la ricerca indipendente per gli studi no profit – ha rimarcato Ottavianelli – e mi riferisco ai promotori indipendenti. Il clinico che si troverà ad attivare un centro in Italia dovrà seguire la regolamentazione europea con tutti i procedimenti diversi previsti. Su questo deve crescere la confidenza tra i clinici e i promotori indipendenti, e noi CRO. Ci sono tante cose da seguire riguardo la formazione specifica. Le aziende farmaceutiche hanno una maggior capacità di adattarsi, un promotore singolo, pubblico, che deve fare tutto da solo, può avere maggiori difficoltà”.

Il regolamento europeo prevede anche delle novità per il farmacista ospedaliero, quale farmacista di ricerca e il farmacista ricercatore

Il regolamento europeo prevede anche delle novità per il farmacista ospedaliero, quale farmacista di ricerca e il farmacista ricercatore.

Andrea Marinozzi

“Questo regolamento europeo si porta dietro delle incertezze che devono essere ancora chiarite e definite – ha spiegato Marinozzi – Come categoria e società scientifica stiamo cercando di attivare e portare avanti nel miglior modo possibile dei corsi di alta specializzazione legati proprio al farmacista di ricerca, ossia il farmacista impegnato nella logistica del farmaco sperimentale e nella sua gestione, perché molti farmaci sono allestimenti personalizzati. Il farmacista di ricerca si occupa dell’allestimento di prodotti sperimentali, che hanno un ruolo determinante nella riuscita della sperimentazione stessa perché basta sbagliare i componenti o il dosaggio dei componenti che salta tutta la sperimentazione. Devono occuparsi anche della parte della distribuzione, delle sperimentazioni sia interne all’ospedale sia nella distribuzione diretta, sia tutta la parte della logistica e della ricezione”.

“E poi c’è la parte sul farmacista ricercatore – ha continuato l’esperto SIFO –  Noi deteniamo molti dati, possiamo portare avanti tante tipologie di studi di tipo epidemiologico e di tipo osservazionale. Sono stati anche portati know how di statistica vera e propria per favorire la ricerca non profit. Ad oggi permangono incertezze sull’informatizzazione del sistema, con il regolamento Ue sarà tutto centralizzato attraverso il portale europeo che poi sarà collegato all’AIFA e a sua volta a tutti i comitati etici”.

Sperimentazioni cliniche: una grande opportunità professionale

Portare avanti una sperimentazione nel nostro Paese è complesso. Ci vorrebbe una maggiore semplificazione, ma probabilmente c’è anche un problema di poca competenza a livello generale, perché mancano figure professionali dedicate. L’università e il mondo della ricerca possono fare di più e qualcosa si sta muovendo in questo senso per formare i medici ricercatori di domani anche nella sperimentazione clinica.

“Forse ci si è resi conto che arrivare a un master per scoprire il mondo delle sperimentazioni cliniche potrebbe essere troppo tardi – riprende la referente di AICRO – il concetto della sperimentazione clinica bisognerebbe inserirlo come opportunità di sviluppo professionale, ma ad oggi i giovani laureati che si affacciano al mondo del lavoro devono fare ore di formazione in più per entrare in questo mondo. Noi e anche altre associazioni no profit stiamo cercando di accorciare i tempi”. L’obbiettivo è chiarire e spiegare quali sono i ruoli di chi lavora nella sperimentazione clinica, anche per inquadrare meglio poi quali step ed eventuali master o specializzazioni fare.

L’ambito delle sperimentazioni cliniche è una grande opportunità professionale, poco sfruttata, comunicata e formata

Se questo mondo non si conosce, un giovane di certo da solo non se lo va a cercare.

L’ambito delle sperimentazioni cliniche è una grande opportunità professionale, poco sfruttata, comunicata e formata nel nostro paese.

“Tornando gli studi no profit – riprendere Ottavianelli – il ricercatore non sempre è consapevole delle sue responsabilità quando assume il ruolo di promotore e quando deve fare lui la farmacovigilanza per conto di tutti gli altri, rispetto ad una sperimentazione sponsorizzata per cui la farmacovigilanza ha delle risorse dedicate”.

Ma i ruoli non sono solo quelli tipici della sperimentazione clinica (clinici, ricercatori, etc): uno sponsor deve poter interloquire con un centro clinico e bisogna parlare lo stesso linguaggio, ed ecco che in questo entrano figure come il project manager. Poi ci sono i Data Manager, i biostatistici, i clinical trial assistant, i clinical study start up associate.

Sono tutte professioni che richiedono continuo aggiornamento e grande competenza.

La sperimentazione clinica può far risparmiare il SSN, ma il sistema lo sa?

Che gli studi clinici possano far risparmiare il SSN è cosa nota, non mancano infatti analisi in questo senso. Ma a livello di sistema sanitario, ci si chiede se questo valore aggiunto dei trial sia stato adeguatamente percepito.

“Nella mia esperienza – ha sottolineato Marinozzi – ho notato che le aziende di carattere universitario e gli istituti di ricerca, a livello di direzione, hanno abbastanza presente la questione di quanta economia le sperimentazioni cliniche portino, non solo da un punto di vista di efficacia, ma anche di risparmi, diretti e indiretti”.

È importante dare valore ai risparmi, diretti e indiretti, generati da una maggiore presenza di sperimentazioni cliniche in Italia

Quelli diretti sono legati alle sperimentazioni sponsorizzate, in quanto i pazienti che rientrano nei criteri di inclusione specifici delle sperimentazioni vengono accuratamente esaminati e seguiti durante tutte le fasi di svolgimento della sperimentazione. I costi di questi esami sono tutti a carico dello sponsor.

Quelli indiretti derivano dal fatto che il paziente arruolato in una sperimentazione clinica profit o anche una non profit, non è a carico del Servizio sanitario nazionale e quindi non a carico della Gold Standard Therapy e di tutti i percorsi che il SSN prevede per quel tipo di patologia.

“È importante dare valore a questi risparmi generati – ha detto Marinozzi – soprattutto in un’epoca in cui si sta affrontando tanta innovazione terapeutica e un aumento dei costi generale dovuti al fatto che il nostro sistema assistenziale è di tipo universalistico”.

La cultura della sperimentazione

Oggi più che mai anche le persone comuni stanno iniziando a capire di più come funziona la sperimentazione clinica e come sia strutturata.

“La pandemia ha sicuramente impresso un’accelerazione in questo senso – riprende Ottavianelli – abbiamo tutti imparato a documentarci un po’ di più. In ambito sanitario, io vedo molta intraprendenza da parte di clinici che poi si scontrano con una normativa complessa, e in questo senso vedo una buona volontà di proporre corsi informativi anche base”.

Tra le domande più frequenti emerse dal pubblico nel corso della Live vi sono proprio quelle che riguardano la formazione per ciò che concerne la nuova normativa europea: ci si chiede se AIFA organizzerà corsi ad hoc, se ci sarà modo di fare simulazioni per sottoporre gli studi clinici, se ci sarà una finestra temporale minima in cui il sistema si possa adeguare al Regolamento Ue.

A poche settimane dalla piena operatività della legge europea i dubbi sono ancora tanti, e c’è una grande richiesta di formazione

Sono tanti i dubbi sul tavolo a poche settimane dalla piena operatività della legge europea.

“Sicuramente ci saranno dei moduli formativi da parte di AIFA – riprende l’esperta di AICRO – e ci aspettiamo un periodo di prova in cui ci si potrà adattare gradualmente ai nuovi requisiti richiesti a livello europeo”.

Anche la SIFO si sta attrezzando: “Come società scientifica – ha concluso Marinozzi – alla fine del percorso di alta specializzazione sulla sperimentazione clinica andremo a pubblicare un manuale proprio legato a tutte le attività che riguardano il mondo della farmacia ospedaliera e della ricerca, dove porteremo anche dei know how legati proprio all’attuazione del regolamento. Credo che AIFA emanerà linee guida e spiegherà le varie criticità emerse e come sono state risolte”.

 

Le sperimentazioni cliniche non sono quindi necessarie solo per far accedere i pazienti alle migliori terapie, ma sono importanti anche per generare risparmio e, da ultimo, possono essere volano di innovazione e di occupazione.

La scienza del colore al servizio della sanità

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La norma è il fai da te: un pannello o un mobiletto fluo per cercare di rendere l’ambiente più accogliente. Ma un tocco di colore non basta per umanizzare l’ospedale, come spiega il color designer Giulio Bertagna, già professore incaricato di Colore e percezione cognitiva al Politecnico di Milano, oggi nella faculty del Master “Color design & technology” di Polidesign, Consorzio del Politecnico di Milano.

Giulio Bertagna

Se è vero che la tendenza è quella di una maggiore attenzione all’estetica degli ambienti ospedalieri, sintetizzata con il termine “umanizzazione” usato per definire interventi dedicati all’aspetto alberghiero e  all’accoglienza, è anche vero che si notano diversi approcci e risultati.

“Gli ospedali appaiono sempre più “colorati”, spesso grazie alle tinte vivaci delle ante dei mobili dedicati a questi ambiti e negli elementi di protezione delle pareti. In qualche caso si interviene con colori a tutta parete o affidando a un artista la realizzazione di murales – commenta l’esperto -. Insomma, sembra che si proceda un po’ a lume di naso, forse secondo competenze non specifiche, affidandosi al buon gusto, alla sensibilità e buona volontà dei singoli. Sono evidenti i tentativi dei responsabili di reparto di migliorare i flussi per evitare che il pubblico continui a chiedere informazioni al primo che gli capita a tiro, ma non migliorano certo la qualità ambientale. La copiosa presenza di messaggi e avvisi stampati in reparto, a volte scritti a mano, affissi con nastro adesivo in certi punti nevralgici, dimostrano la carenza di sistemi strutturati di segnaletica orientativa interna”.

Cosa significa umanizzare un reparto ospedaliero

“Umanizzazione è un termine dedicato specificamente all’ambito sanitario e pone l’evidenza sulla necessità che una struttura complessa, tecnologica e molto articolata, solitamente progettata secondo criteri funzionali, possa rispondere anche alla sempre maggiore richiesta di qualità ambientale e accoglienza – spiega Bertagna -. Da anni si propongono nuovi protocolli di approccio tra il personale medico, pazienti e parenti o visitatori, basati sui rapporti umani. Poi ci si è accorti che le qualità percepite dell’ambiente, dove queste relazioni si esprimono, conta molto, molto di più di quanto si pensasse, arrivando addirittura, e non a torto, a parlare di “ambiente terapeutico”, in grado di coadiuvare l’efficacia del lavoro del personale medico e paramedico e i processi emozionali positivi dei pazienti. Risulta chiaro che la prima operazione che viene in mente è quella di lavorare di estetica, investendo sulla bellezza, insomma cercando di realizzare un ospedale bello“.

A rendere un ospedale bello, sostiene il perception designer, che potremmo tradurre con percettologo, non sono però soltanto il pregevole design e i colori vivaci dei letti di degenza, dei mobiletti e armadi medicali, delle barre e rivestimenti in Pvc, degli angolari di protezione delle pareti: “Il contenitore architettonico che racchiude tutti questi elementi, per nulla domestici, è costituito da superfici murarie dove le pareti dominano e identificano la scena osservata. Nelle camere di degenza, nei corridoi, negli atri di connettività, nelle aree di attesa per diagnosi e terapie, le pareti risultano le superfici più osservate. Le pareti “comunicano” e costituiscono l’identità dell’istituzione ospedaliera. In un classico total white o verdolino o beige, appendere un quadretto di fianco al televisore e alla planimetria di emergenza ed evacuazione non è certo la soluzione ideale”.

Qual è invece l’approccio più corretto? “Le indicazioni provengono dalla psicofisica e dalla neurofisiologia, insomma da alcune branche delle neuroscienze. Sembra banale, ma ci riconducono spesso all’ambiente naturale. Le nostre capacità visive e percettive si sono perfezionate, nei nostri avi, in zone temperate e boscose. Il nostro cervello è in grado di rilevare le profondità diverse, le forme diverse, anche se simili, delle foglie, seppure mosse dal vento. Il cervello fa un lavoro pazzesco, eppure, mentre osserviamo l’albero e gli altri alberi vicini, siamo in grado di rimuginare i nostri fatti personali e dopo questa esperienza ci sentiamo meglio e più rilassati. Questo dimostra che il nostro sistema visuo-percettivo cerebrale è predisposto alla lettura accurata degli stimoli ambientali; vive di questi, ne ha bisogno.

Serve creare degli stimoli visivi che aiutino il cervello a lavorare secondo natura, inducendo positivamente la mente a navigare nell’introspezione, nella fantasia, nel sogno e nella speranza

Tornando alle pareti bianche e spoglie del nostro ospedale, non possiamo che renderci conto che stiamo imponendo a chi vi transiti o soggiorni una vera e propria deprivazione sensoriale. Ecco, forse il concetto di bellezza sta proprio qui. Riuscire a creare degli stimoli visivi che aiutino il cervello a lavorare secondo natura, inducendo positivamente la mente a navigare nell’introspezione, nella fantasia, nel sogno e nella speranza. Un quadretto con un bel panorama potrà solo molto debolmente provocare questo e non parliamo poi di quanto possa essere stimolante un estintore. Bisogna dunque creare un paesaggio, scenografie, configurazioni di forme e colori che possano sostituire, sebbene in parte, gli stimoli che può dare un ambiente naturale. Creare un paesaggio, non necessariamente in termini bucolici, ma in termini neuroscientifici”.

La sala d’attesa della Radioterapia al Nuovo Ospedale di Verduno

Dare vita a un paesaggio sulle pareti con le allogazioni cromatiche

Insieme al collega Aldo Bottoli, Bertagna ha lavorato sull’umanizzazione di diverse RSA, nuclei Alzheimer e SLA. “Il riscontro è stato molto soddisfacente. Ricordo che proprio nel progetto di un nucleo SLA, la direzione della struttura volle creare un’alternativa alla nostra realizzazione, tinteggiando una camera di degenza di un unico colore definibile come rosa intenso e sottoponendo ai degenti e ai loro parenti (parti in causa da non sottovalutare) le due soluzioni per avere un loro giudizio. Il risultato fu chiaro: la stanza monocromatica non piacque a nessuno”.

Il problema non era il rosa in sé: “Un qualsiasi colore, seppure piacevole, crea un monocromatismo con effetti di deprivazione sensoriale del tutto simili al tutto bianco. Anzi, peggio. Nel senso che un colore dominante, ovvero diffusamente applicato in una stanza, crea aberrazioni cromatiche di certo non auspicabili in ambienti di cura e assistenza. Tutti sanno che per un fenomeno comunemente chiamato post immagine o contrasto consecutivo, se si osserva per soli trenta secondi una superficie di un certo colore, spostando lo sguardo su una superficie di diverso colore o neutra (bianco, grigio), tutto appare ricoperto da una tinta complementare. Molti artisti e studiosi del colore in passato avevano rilevato questo fenomeno, senza però poterne dare spiegazione scientifica. Le neuroscienze, che spiegano tutti questi fenomeni, non esistevano ancora; ecco perché insisto che rientrino nella formazione di architetti e designer”.

A questo problema Bertagna ha risposto creando apparati visuo-percettivi che hanno chiamato allogazioni cromatiche: “Vengono realizzate da applicatori che lavorano con pittura e nastro adesivo – spiega -. Una qualsiasi partizione dovesse ammalorarsi o essere severamente compromessa, sarà facilmente e velocemente ripristinabile senza dover fare rattoppi o rifare tutta la parete per evitarli. Dunque, al di là dei valori percettivi di questi apparati, in sede manutentiva i costi saranno ben inferiori rispetto al richiedere il restauro di un intervento fatto da un artista o la ristampa e la sostituzione di una grande pellicola applicata alla parete”.

 
Allogazioni cromatiche nel blocco parto del Nuovo Ospedale di Verduno

“Queste allogazioni percettive, per quanto possa essere complesso il loro progetto (solitamente è un concept al quale ci si attiene durante le operazioni di tracciamento e progetto applicativo estemporaneo) sono estremamente semplici e veloci da realizzare, senza togliere tempo all’operatività del reparto – dice il designer -. Questo credo sia importante, perché gli interventi migliorativi devono essere sostenibili”.

Orientarsi in un ospedale: il wayfinding design

Non è solo questione di camere: ci orientiamo nel mondo grazie al paesaggio. Ma non è da molto che si pone in evidenza la problematica dell’orientamento nelle grandi strutture pubbliche. “È una nuova disciplina: il wayfinding design, il cui ruolo è quello di creare una mappa dello spazio all’interno della mente di un utente che cerca di navigarlo – dice Bertagna -. Ovvio che sia coinvolto anche il sistema segnaletico, dove il problema maggiore non è solo quello di realizzare cartelli chiari, ma di dove collocarli affinché il sistema funzioni. Ma il wayfinding comprende tutta la percezione degli ambienti, non solo la segnaletica, e qui si torna nel mio approccio e al concetto di paesaggio. Lo spiego.

A molti sarà capitato di tornare a percorrere un sentiero di montagna e a riconoscere senza fatica i luoghi attraversati magari anni prima. A prescindere dai cambiamenti significativi indotti dalle diverse stagioni, è probabile che molti alberi siano cresciuti, che alcuni siano stati tagliati, che il sentiero sia stato deviato in qualche punto a causa di una frana e che qualche nuovo cespuglio impedisca qualche visuale; eppure vi sarete orientati bene lo stesso e senza l’ausilio di alcun cartello. Tutto il percorso, in tutta la sequenza delle diverse visuali, sarà riconosciuto, familiare”.

Atrio di un ospedale con allogazioni cromatiche

Le pur complesse configurazioni naturali, nelle loro infinite diversità e similitudini riescono a fornirci una mappa mentale con la quale orientarci nel territorio. “Il nostro cervello è capace di imparare velocemente un paesaggio, mentre si trova spaesato di fronte a troppi cartelli (spesso collocati nei punti sbagliati) o alla loro scarsa frequenza (reminder), spesso bassa, per cui manca la conferma che ci troviamo sul percorso giusto e che stiamo andando nella giusta direzione”.

Come tenere conto della segnaletica? Il colore, in questo caso, è secondario? “È ormai chiaro che pitturare le pareti dei vari ambienti ospedalieri con diversi colori a tutta parete, rischia di essere controproducente, soprattutto dove ci si ferma per un po’ di tempo. Ugualmente risulta evidente che, per quanto si raggiunga l’obiettivo di rendere più accogliente un ospedale utilizzando i colori, nel momento in cui ci si trovi a rapportarsi con indicazioni mancanti o poste nelle posizioni sbagliate, si generi uno stato d’ansia che induce a percepire l’ospedale come una struttura labirintica nella quale anche il paziente rischi di essere dimenticato o confuso con un altro.

Il colore, da solo, non può essere significativo o porgere indicazioni. Deve sempre far parte di un sistema strutturato del paesaggio ospedaliero e integrarsi con l’interfaccia della struttura, quindi anche con il sistema segnaletico”.

Spesso è proprio la segnaletica a causare disorientamento in un ospedale

Spesso è proprio la segnaletica a causare disorientamento in un ospedale. “I cartelli e le indicazioni hanno grafiche diverse, colori scelti di pancia, sintesi lessicali spesso difficili da interpretare, diversi destinatari, distribuzione disorganica e spesso collocazioni sbagliate – sottolinea il percettologo -. Si tratta di un aspetto fondamentale dell’interfaccia ospedale-utente (dove utente è anche il personale interno) che viene quasi sempre sottovalutato, generando un clima ambientale che darà un senso di disorganizzazione, approssimazione, indifferenza e negligenza. Il ché non potrà che nuocere all’immagine della struttura oltre a creare viscosità indesiderabili nei flussi, ritardi, minore efficacia della logistica e delle attività del personale e una buona dose di ansia per tutti”.

Come risolvere questi problemi? “L’ospedale, visto dall’ottica della psicologia, è un grande contenitore architettonico di criticità umane che già, senza l’ausilio di cartelli e avvisi, impone di per sé comportamenti come nessun altro luogo pubblico.

Al suo interno si muovono persone investite da diverse identità di ruolo; una comunità racchiusa che, dal medico al paziente, affronta quotidianamente la sfida per raggiungere il traguardo della guarigione. Fare in modo che la sua apparenza coadiuvi queste interazioni, invoca specifiche attenzioni e progetti riferiti all’ergonomia delle emozioni. Il fatto che, per ora, queste attenzioni vengano definite come umanizzazione, è la dimostrazione di una carenza cronica che ora si cerca finalmente di colmare. Occorre dunque la formazione di adeguate competenze ponte che sappiano non solo interpretare, ma soprattutto coniugare gli aspetti psicologici, fisiologici, sociologici e architettonici che questa disciplina richiede. Un accorato invito alle facoltà di architettura e design”.

Cronicità: come far ripartire il Piano nazionale e con quali fondi?

Cronicità: prevenzione, presa in carico e gestione dei pazienti nel lungo periodo. Sono i nodi da sciogliere attraverso la messa a punto di una strategia che parta anche dall’aggiornamento del Piano nazionale cronicità, fermo al 2016. Da dove partire e con quali fondi che possano supportare l’attuazione delle progettualità? Forse quelli legati ai progetti del Pnrr o si dovrà contare su misure ad hoc che potrebbero essere inserite nella legge di Bilancio che il Parlamento licenzierà entro fine anno? Lo abbiamo chiesto a Tonino Aceti, presidente di Salutequità.

IVDR: dall’UE ok per introduzione graduale del regolamento

Per il Regolamento europeo sui Dispostivi Diagnostici in vitro (746/2017) arrivano buone notizie: il Consiglio e il Parlamento europeo hanno approvato la modifica all’Ivdr, permettendo alle aziende di adeguare i propri prodotti in un periodo transitorio, tra il 2024 e il 2028.

Il Regolamento dovrebbe diventare operativo a maggio del 2022 ma come abbiamo già documentato con Ferdinando Capece, Confindustria Dispositivi Medici e Silvia Stefanelli, avvocato esperto di diritto sanitario l’esigenza di posticipare la piena operatività del regolamento era palpabile da tempo. Il rischio, infatti, è che buona parte delle aziende che producono dispositivi diagnostici in vitro potessero uscire fuori dal mercato. E in un momento di emergenza sanitaria straordinaria come quello che stiamo vivendo, non è un rischio nemmeno immaginabile.

Come ha infatti affermato la Commissaria UE per la salute e la sicurezza alimentare Stella Kyriakides: “Nel mezzo di una crisi sanitaria senza precedenti, non possiamo rischiare la carenza di dispositivi medici essenziali.  La modifica del regolamento sui dispositivi medico-diagnostici in vitro garantirà che i dispositivi medici cruciali, come i test COVID o HIV, continuino a essere disponibili e sicuri. Gli Stati membri, i fabbricanti e gli organismi notificati devono ora utilizzare il tempo aggiuntivo per sviluppare le capacità necessarie e i fabbricanti devono prepararsi a passare ai nuovi requisiti. Non c’è tempo per riposare.”

Prossimi passi

Questa modifica non entra nel merito dei requisiti dell’IVDR, modifica solo le date di applicazione di alcuni di questi requisiti per determinati dispositivi medici.

Per i dispositivi a rischio più elevato, come i test per l’HIV o l’epatite (classe D), i nuovi requisiti si applicano a partire da maggio 2025.

Per i dispositivi di classe C a rischio inferiore, come alcuni test per l’influenza, la data di applicazione è prorogata fino a maggio 2026.

Per i dispositivi di classe di rischio inferiore (classe B e A sterili), l’applicazione inizia nel maggio 2027.

Per approfondire

Dei Regolamenti sui dispositivi medici e sui dispositivi diagnostici in vitro abbiamo parlato anche in diverse live. Per chi volesse rivederle:

Procurement innovativo per il settore dei dispositivi medici

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Procurement e innovazione rappresentano due temi chiave per il sistema sanitario italiano e in particolare nel settore dei dispositivi medici, in cui l’innovazione, quella vera, è spesso molto rapida e dirompente. È uno dei punti critici per il SSN: come può la pubblica amministrazione acquistare i device innovativi nei tempi e nei modi più adatti alla veloce evoluzione tecnologica?

L’obiettivo rimane, naturalmente, quello di mettere a disposizione di clinici e pazienti le tecnologie più innovative celermente, anche se le procedure, in genere, non brillano per sveltezza.

Da più parti si parla della necessità di un nuovo approccio alla sanità, basato sui risultati, che deve però essere supportato anche da soluzioni innovative correlate al valore per quanto riguarda le procedure di acquisto.

Come può la pubblica amministrazione acquistare i device innovativi nei tempi e nei modi più adatti alla veloce evoluzione tecnologica?

Il value based procurement rappresenta un approccio promettente, ma la sua applicazione pratica genera ancora forti resistenze, a diversi livelli, sia per la pubblica amministrazione sia per gli operatori economici. Serve un cambio di paradigma per tradurre il concetto di “qualità” in “valore”, da declinare in criteri di gara.

La qualità di cui tenere conto non dovrebbe essere più (o non soltanto) quella intrinseca (ovvero basata sulle caratteristiche tecniche/funzionali del dispositivo), ma quella basata sull’outcome clinico. Ne consegue la necessità di spostare il focus sulle attività che generano risultati attraverso la misurazione del rapporto fra l’organizzazione di un certo percorso di cura, i costi sostenuti e gli esiti.

Per i dispositivi medici ad alta tecnologia, il problema è ancora più sentito: non è semplice, infatti, per la pubblica amministrazione, percepire la reale innovatività dei prodotti, stabilirne il valore in sede di gara e monitorare gli esiti nella fase di esecuzione del contratto.

Per fare chiarezza, ne abbiamo parlato nel corso di una Live che ha visto come ospiti l’ingegner Gian Luca Viganò, direttore dell’unità operativa complessa di Ingegneria Clinica degli Spedali Civili di Brescia e vice presidente dell’Associazione Lombarda Provveditori, e l’avvocato Roberto Bonatti, esperto in contratti pubblici e diritto della concorrenza, dello studio legale Russo Valentini di Bologna.

Capitolato speciale per l’innovazione o maggiore dialogo con i privati?

Con quale strumento si potrebbe favorire l’acquisto di device innovativi nella sanità pubblica? Secondo gli utenti di PPHC.it, interpellati tramite i nostri canali social, la soluzione potrebbe essere il ricorso a un capitolato speciale dedicato all’innovazione, insieme a un maggiore dialogo con il privato.

“Il capitolato speciale per l’innovazione rappresenta una soluzione adatta soprattutto per chi imputa al capitolato la parte essenziale di una gara – afferma Viganò – A mio parere, è invece un più stretto dialogo con i privati che può favorire l’acquisto di device innovativi, perché è fondamentale, soprattutto nel campo dell’innovazione tecnologica, capire quello che il mercato ci offre. Altrimenti si rischia di concentrarsi di più solo sugli aspetti tecnici”.

Un parere condiviso anche da Bonatti: “Il dialogo con i privati serve all’amministrazione per leggere il mercato e capire come strutturare il capitolato in chiave di innovazione. C’è un rapporto di strumentalità fra i due elementi: se manca il dialogo con il privato, la PA difficilmente riesce ad “inventarsi” un capitolato innovativo. Il punto da chiarire è come e con quali procedure condurre questo dialogo”.

sondaggio 1

La resistenza al cambiamento rappresenta l’ostacolo maggiore

I risultati del secondo sondaggio hanno invece messo in evidenza le forti resistenze a livello culturale ancora presenti nel sistema: il 42% dei partecipanti ha infatti individuato nella resistenza al cambiamento il maggiore ostacolo alla valorizzazione dell’innovazione in sanità da parte della PA, seguita dalla questione relativa all’eccessiva lunghezza dei tempi correlati alle procedure.

Elementi confermati anche dall’esperienza dell’ingegner Viganò: “La necessità di progresso culturale, soprattutto per quanto riguarda i dispositivi medici dove bisogna seguire velocemente il cambiamento e quanto propone il mercato, è difficile da conciliare con i ritmi e le regole della PA. Di conseguenza, è necessario trovare una modalità smart, semplificata ma che rispetti le regole, per poter abbreviare i tempi affinché siano consoni con l’aggiornamento tecnologico del settore”.

Anche dal punto di vista normativo si riscontra la tendenza a servirsi sempre delle stesse procedure, a volte troppo standardizzate. “Nel momento storico in cui viviamo è necessario recuperare la qualità – ricorda Bonatti – Negli ultimi anni l’esigenza è stata quella di risparmiare a tutti i costi e troppo spesso nelle gare per i DM si è sacrificata la parte della valutazione della qualità nelle offerte a fronte delle sole esigenze di risparmio. Troppo spesso la struttura del capitolato o anche soltanto la formula matematica per l’attribuzione del testo alla fine vanificavano gli sforzi di innovazione che la parte tecnica del capitolato magari poteva consentire”.

sondaggio 2

Che cosa si intende per innovazione?

Nell’ambito della tecnologia, non solo per i dispositivi ma anche per le apparecchiature, dare una definizione di innovazione non è semplice. Spesso chi affronta il tema, anche dal lato procurement, si trova davanti a un bivio: quando possiamo davvero parlare di innovazione e quando invece si tratta di aggiornamento tecnologico?

Gian Luca Vigano

“L’innovazione è un percorso a tutto tondo – così la pensa l’ingegner Viganò – e va valutata partendo dai fabbisogni e arrivando alla definizione puntuale dell’obiettivo che si vuole ottenere rispetto ai parametri di riferimento”.

Viganò sottolinea anche la sfida rappresentata dalla corretta identificazione del fabbisogno. Come affrontarla con successo? “Il modo migliore è realizzare un tavolo multidisciplinare, che coinvolga tutte le figure che hanno una necessità da inserire nel fabbisogno (ad esempio, il clinico, il farmacista, il provveditore) – riprende l’ingegnere – Successivamente si definiscono gli strumenti che consentano di esplicitare l’obiettivo che si vuole raggiungere in modo che il mercato lo capisca.

Quando possiamo davvero parlare di innovazione e quando invece si tratta di aggiornamento tecnologico?

Per questa ragione il confronto con il privato è fondamentale. Molto spesso l’obiettivo è espresso in termini di capitolato e specifiche tecniche ma talvolta, e con l’acquisto di innovazione dovrebbe diventare più frequente, è espresso come outcome clinici. In questo secondo caso cambia il punto di vista: si mette al centro il paziente e non tanto l’obiettivo della procedura di gara”.

Il rapporto con l’originalità è un elemento chiave di valutazione dell’innovazione: “Non necessariamente devo capire subito che è innovativo quello che mi stanno proponendo, ma devo capire subito che è innovativo rispetto al mio fabbisogno. L’originalità è la premessa per l’innovazione”, sottolinea Viganò.

Strumenti di procurement per l’innovazione oggi disponibili e modalità di utilizzo

La richiesta di procedure ad hoc per l’innovazione è molto presente, così come la necessità di vincere le resistenze al cambiamento che non sono solo della PA ma spesso anche degli operatori economici. Per superare questa situazione, alcuni strumenti normativi sono già presenti ma risultano spesso poco usati.

Roberto Bonatti

“Partiamo da una premessa – riprende l’avvocato Bonatti. Prima di scegliere il modo con cui acquistare innovazione, la PA deve innanzitutto chiedersi che cosa desidera comprare: un dispositivo medico (una fornitura tout court), un service (una fornitura inserita all’interno di un appalto più complesso in cui il DM occupa un ruolo specifico insieme ad altri servizi o prodotti) oppure un risultato. Comprare un risultato significa prescindere dal prodotto o dai prodotti che compongono il sistema che si intende acquistare, per passare a una visione finalistica orientata all’obiettivo: l’amministrazione desidera raggiungere un certo risultato e valuta le diverse soluzioni possibili per arrivarci”.

In concreto, diverse sono le procedure a disposizione, a partire dalla cosiddetta gara tradizionale, all’interno della quale è possibile però già inserire un livello “minimo” di innovazione prevedendo una adeguata e approfondita istruttoria pre-gara. Specifica Bonatti: “Nel momento in cui l’amministrazione conosce bene lo stato del mercato e le caratteristiche tecniche dei prodotti già presenti sul mercato è in grado di strutturare una gara e indicare le sue esigenze in modo preciso e puntuale”.

La richiesta di procedure ad hoc per l’innovazione è molto presente, così come la necessità di vincere le resistenze al cambiamento

Un passo ulteriore può essere fatto con il dialogo competitivo, con o senza negoziazione. Questa forma, che ha sostituito l’appalto concorso, ha la finalità di sollecitare le imprese presenti sul mercato a proporre soluzioni originali, che non significa necessariamente innovative, ma l’originalità è una delle premesse per l’innovazione. “La procedura del dialogo competitivo potrebbe trovare maggiore spazio nell’acquisto di DM – ricorda Bonatti – se si vuole incentivare l’innovazione”.

A livelli più alti e più spinti di innovazione si riferiscono il partenariato pubblico-privato, il partenariato per l’innovazione e, con terminologia in parte simile, gli appalti per l’innovazione. “Dal punto di vista giuridico però queste procedure possono essere utilizzate solo se il prodotto o il servizio non è presente sul mercato, e quindi questo può rappresentare un limite”, specifica Bonatti.

Tra i vari strumenti di procurement a disposizione, oltre a quelli già menzionati, l’ingegner Viganò ricorda anche la prova visione e la consultazione di mercato, che possono essere utilmente utilizzate sempre nell’ottica di mettere alla prova la tecnologia e ricavarne delle evidenze e per avere piena contezza dello stato dell’arte delle tecnologie in grado di soddisfare i fabbisogni della PA.

Il ruolo dell’HTA

Il nodo della oggettivazione delle caratteristiche della tecnologia è fondamentale e forse, in questo senso, sarebbe auspicabile un maggior legame tra HTA (Health Technology Assessment) e procurement.

Come ha ricordato l’ingegner Viganò, la valutazione dell’innovazione si esplica nelle diverse fasi del processo di acquisto. Nella fase del pre-gara, che comprende anche la definizione del fabbisogno, è fondamentale individuare gli strumenti che consentano all’amministrazione di raggiungere gli obiettivi che si è posta. In questa fase, come anche nella fase di gara vera e propria, è importante poter contare su strumenti il più possibile oggettivi, che forniscano delle chiavi di lettura adeguate per poter tradurre in termini proponibili per il mercato le esigenze di fabbisogni, risultati e ciclo di vita.

Il tema della oggettivazione delle caratteristiche della tecnologia è fondamentale e pertanto sarebbe auspicabile un maggior legame tra HTA e procurement

Nella fase di esecuzione del contratto, cruciale è invece il monitoraggio degli obiettivi prefissati nel bando di gara e che devono essere garantiti da vincitori e aggiudicatari. Ribadisce Viganò: “Tutti gli strumenti a supporto del direttore dell’esecuzione del contratto, che vadano a monitorare le attività e il ciclo di vita, gli outcome, i KPI (Key Performance Indicator) che abbiamo definito, sono fondamentali per verificare se sono stati raggiunti gli obiettivi di innovazione auspicati”.

È qui che l’HTA può far valere tutta la sua utilità poiché consente di definire di che cosa l’amministrazione ha bisogno. Riassume Viganò: “L’HTA è uno strumento per sua natura multidimensionale e multidisciplinare. Multidisciplinare perché mette insieme tutti gli specialisti che devono affrontare il tema specifico, cioè l’oggetto della gara, che deve essere tradotto in obiettivi e specifiche. Multidimensionale perché affronta in modo oggettivo tutti i parametri che interessano il fabbisogno di tecnologia, e quindi tutte le implicazioni medico-cliniche, sociali, economiche”.

Nuove soluzioni per valorizzare l’innovazione

Valorizzare la qualità e l’innovazione già in sede di gara significa incentivare in maniera più significativa l’innovazione perché si subordina a questo parametro l’individuazione del fornitore stesso, stimolando così le imprese sul mercato a proporre fin da subito soluzioni innovative.

“Gli strumenti per tenere in considerazione l’innovazione durante la gara sono tanti – prosegue Bonatti – . A mio parere, il primo essenziale strumento è la formulazione dei criteri di valutazione qualitativa sotto forma di requisito funzionale. Cioè senza descrivere le caratteristiche tecniche del prodotto ma descrivendo l’obiettivo, il risultato finale in termini di funzione che l’amministrazione si attende dall’uso di quel prodotto. Si tratta di un vero cambio di approccio nella scrittura dei capitolati. È chiaro che ognuno ha in mente i prodotti presenti sul mercato e le loro caratteristiche oggettive sono note a tutti i concorrenti e a tutte le amministrazioni. Però un conto è descrivere le caratteristiche fisiche di un prodotto ai fini dell’attribuzione del punteggio, un altro conto è immaginarsi quale possa essere la funzione di questa caratteristica e richiedere tale funzione. Questo è essenziale perché consente di sviluppare soluzioni di cui magari l’amministrazione non si era resa conto in sede di istruttoria di gara ma che il concorrente riesce a sviluppare sulla base dell’art. 68 e sul principio di equivalenza”.

Valorizzare la qualità e l’innovazione già in sede di gara significa incentivare in maniera più significativa l’innovazione

Un altro strumento per apprezzare l’innovazione di un prodotto è rappresentato dalla valutazione in termini di punteggio di alcuni parametri di outcome riportati nell’ambito di studi, nazionali o internazionali, a discrezione dell’amministrazione e in base al tipo di categoria merceologica. Il ricorso alla letteratura scientifica da un lato consente alla PA di fare riferimento a dati ottenuti dalla ricerca ad alti livelli, ma presenta alcune criticità legate alla verifica dell’attendibilità (gli studi devono essere condotti secondo rigorosi criteri scientifici) e alla questione linguistica, che potrebbero far allungare i tempi di gara. Inoltre, nel caso di prodotti non solo innovativi ma anche di recente immissione sul mercato, la letteratura scientifica a supporto potrebbe essere numericamente minore, pertanto si pone la questione di come sperimentare un modo diverso di valutare l’innovazione per non penalizzare questo tipo di prodotti.

Valutare il cosiddetto “ciclo di vita” non solo del dispositivo ma di tutto il percorso diagnostico terapeutico all’interno del quale viene prescritto il singolo dispositivo costituisce un ulteriore passo verso il cambio di mentalità che da più parti si auspica. In questo senso, l’utilizzo di un device piuttosto che di un altro, anche a fronte di maggiori costi di acquisto, potrebbe generare risparmi in termini di procedure o di rischio clinico sugli operatori, e di conseguenza potrebbe rappresentare un’opzione maggiormente sostenibile per il sistema in chiave di complessiva economicità.

Non esiste quindi una sola ricetta per valorizzare l’innovazione negli acquisti della PA, ma tante, da scegliere di volta in volta in base al tipo di prodotto che l’amministrazione vuole acquistare e alle finalità che si prefigge.

Come cambia la sanità del territorio: il Pnrr e il ruolo di Agenas

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Un budget da 7 miliardi in cinque anni destinato a ridisegnare la sanità territoriale. A coadiuvare il ministero della Salute nell’attuazione degli interventi legati alla Missione Salute 6 – Componente 1 del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) sarà l’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (Agenas). Ecco come e con quali finalità.

La Missione Salute 6 del Pnrr e il ruolo di Agenas

Alla Salute è dedicata la Missione Salute 6 (M6) del Pnrr. Il Piano stanzia 15,63 miliardi in totale per le due componenti della missione:

  1. Reti di prossimità, strutture intermedie e telemedicina per l’assistenza sanitaria territoriale: 7 miliardi di stanziamenti
  2. Innovazione, ricerca e digitalizzazione del servizio sanitario nazionale: 8 miliardi e 63 milioni di euro

 

L’impegno di Agenas sarà dedicato al primo dei due obiettivi. A definirne nel dettaglio il ruolo, il decreto del ministero dell’Economia e Finanze, 6 agosto 2021, recante “Assegnazione delle risorse finanziarie previste per l’attuazione degli interventi del Piano nazionale di ripresa e resilienza e ripartizione di traguardi e obiettivi per scadenze semestrali di rendicontazione”, pubblicato in Gazzetta Ufficiale – serie generale n. 229 del 24 settembre 2021.

Oltre ad assegnare alle singole amministrazioni le risorse finanziare per l’attuazione degli interventi di cui sono titolari, il decreto prevede che le amministrazioni coinvolte adottino ogni iniziativa necessaria ad assicurare l’efficace e corretto utilizzo di tali risorse e la tempestiva realizzazione degli interventi, secondo il cronoprogramma previsto dal Pnrr.

Spetta all’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, quale tramite per il Ministero della Salute, l’attuazione degli interventi relativi alla Missione 6 Salute (M6) – Componente 1 (C1):

  • 1.1 Case della Comunità e presa in carico della persona;
  • 1.2 Casa come primo luogo di cura e telemedicina;
    • 1.2.1 Casa come primo luogo di cura (Adi);
    • 1.2.2 Implementazione delle Centrali operative territoriali (Cot);
    • 1.2.3 Telemedicina per un migliore supporto ai pazienti cronici;
  • 1.3 Rafforzamento dell’assistenza sanitaria intermedia e delle sue strutture (Ospedali di Comunità).

Le cure domiciliari del futuro

Enrico Coscioni

“Siamo già al lavoro, attraverso un confronto con gli assessorati alla sanità delle varie regioni, per definire insieme il cronoprogramma delle attività che andranno implementate per singola amministrazione – spiega il presidente Agenas Enrico Coscioni -. L’obiettivo è quello di delineare le strutture da implementare – Case della Comunità, Centrali operative territoriali e Ospedali di comunità – entro la fine del 2021″.

A tale scopo, l’agenzia e il ministero della Salute stanno lavorando proprio in queste settimane a un documento che ridisegna completamente l’assistenza primaria mettendo al centro il distretto sanitario.

In base a quanto riportato in una bozza del documento, ce ne dovrà essere uno ogni 100 mila abitanti: sarà il luogo “privilegiato di gestione e di coordinamento funzionale ed organizzativo della rete dei servizi sociosanitari e sanitari territoriali, centro di riferimento per l’accesso a tutti i servizi dell’ASL”. Il distretto avrà come obiettivo il “perseguimento dell’integrazione tra le diverse strutture sanitarie, sociosanitarie, nonché dei servizi socioassistenziali in un’ottica di collaborazione con le istituzioni locali presenti sul territorio, in modo da assicurare una risposta coordinata e continua ai bisogni della popolazione, nonché di uniformità dei livelli di assistenza e di pluralità dell’offerta”.

Case di Comunità: dove i cittadini entrano in contatto col sistema sanitario

Venendo agli altri punti cardine del progetto, è prevista almeno una Casa della Comunità hub ogni 40/50mila abitanti, oltre a Case della Comunità spoke e ambulatori di Medici di Medicina Generale (MMG) e Pediatri di Libera Scelta (PLS) tenendo conto delle caratteristiche orografiche e demografiche del territorio al fine di favorire la capillarità dei servizi e maggiore equità di accesso, in particolare nelle aree interne e rurali. Tutte le aggregazioni dei MMG e PLS (AFT e UCCP) sono ricomprese nelle Case della Comunità avendone in esse la sede fisica oppure a queste collegate funzionalmente.

La Casa della Comunità (CdC) è definita come il luogo fisico di prossimità e di facile individuazione dove la comunità può accedere per entrare in contatto con il sistema di assistenza sanitaria e sociosanitaria: garantirà una “presenza medica” 24 ore su 24, oltre a quella di infermieri e specialisti. La CdC promuove un modello organizzativo di approccio integrato e multidisciplinare attraverso équipe territoriali. Costituisce la sede privilegiata per la progettazione e l’erogazione di interventi sanitari e di integrazione sociale.

La Casa della Comunità promuove un modello organizzativo di approccio integrato e multidisciplinare attraverso équipe territoriali

L’attività delle CdC dovrà infatti essere organizzata in modo tale da permettere un lavoro d’équipe tra Medici di Medicina Generale, Pediatri di Libera Scelta, Specialisti Ambulatoriali Interni – anche nelle loro forme organizzative –, Infermieri di Famiglia e Comunità e altri professionisti della salute, quali ad esempio Psicologi, Logopedisti, Fisioterapisti, Dietisti, Tecnici della Riabilitazione e Assistenti Sociali, anche al fine di consentire il coordinamento con i servizi sociali degli enti locali del bacino di riferimento.

Agenas e Ministero della Salute stanno inoltre lavorando per definire il ruolo dell’Infermiere di Famiglia e Comunità (uno ogni 2/3mila abitanti), il professionista che mantiene il contatto con l’assistito della propria comunità in cui opera e rappresenta la figura professionale di riferimento che assicura l’assistenza infermieristica ai diversi livelli di complessità in collaborazione con tutti i professionisti presenti nella comunità, perseguendo l’integrazione interdisciplinare, sanitaria e sociale dei servizi e dei professionisti e ponendo al centro la persona.

Un ulteriore tassello che andrà a comporre il quadro della nuova sanità territoriale è l’Unità Speciale di Continuità Assistenziale (Usca), con un medico e un infermiere, prevista ogni 100mila abitanti. Si tratta di un’équipe mobile distrettuale per la gestione di situazioni clinico-assistenziali di particolare complessità e di comprovata difficoltà operativa, sia a carico di individui che a carico di comunità.

La Centrale Operativa Territoriale svolge una funzione di coordinamento della presa in carico e di raccordo tra i diversi setting assistenziali

La Centrale Operativa Territoriale (Cot) è un modello organizzativo che svolge una funzione di coordinamento della presa in carico della persona e raccordo tra servizi e professionisti coinvolti nei diversi setting assistenziali: attività territoriali, sanitarie e sociosanitarie, ospedaliere e dialoga con la rete dell’emergenza-urgenza. È prevista una Centrale Operativa Territoriale ogni 100mila abitanti o comunque a valenza distrettuale, qualora il distretto abbia un bacino di utenza maggiore.

Ospedale di Comunità: la struttura di ricovero breve

Si ipotizza inoltre almeno un Ospedale di Comunità dotato di venti posti letto ogni 50/ 100mila abitanti. L’Ospedale di Comunità è una struttura sanitaria di ricovero breve che afferisce alla rete di offerta dell’Assistenza Territoriale e svolge una funzione intermedia tra il domicilio e il ricovero ospedaliero, con la finalità di evitare ricoveri ospedalieri impropri o di favorire dimissioni protette in luoghi più idonei al prevalere di fabbisogni sociosanitari, di stabilizzazione clinica, di recupero funzionale e dell’autonomia e più prossimi al domicilio. Lo standard minimo di personale per un Ospedale di Comunità dotato di venti posti letto sarà di nove infermieri, sei operatori sociosanitari e un medico per almeno quattro ore al giorno, sette giorni su sette.

La Centrale Operativa 116117 è la sede del Numero Europeo Armonizzato per le cure mediche non urgenti offre un servizio telefonico gratuito alla popolazione attivo 24 ore su 24 e 7 giorni su 7 per tutte le prestazioni sanitarie e sociosanitarie a bassa intensità assistenziale. Il piano prevede la presenza di almeno una Centrale ogni uno o due milioni di abitanti o comunque a valenza regionale (se con popolazione inferiore allo standard), incrementabile sulla base della numerosità della popolazione.

L’Ospedale di Comunità ha una funzione intermedia tra domicilio e ricovero ospedaliero, con la finalità di evitare ricoveri ospedalieri impropri o di favorire dimissioni protette

L’Assistenza Domiciliare è definita come un servizio a valenza distrettuale finalizzato all’erogazione al domicilio di interventi caratterizzati da un livello di intensità e complessità assistenziale variabile nell’ambito di specifici percorsi di cura e di un piano personalizzato di assistenza. Il bacino di utenza previsto è pari al 10% della popolazione over 65, da prendere in carico progressivamente.

La rete delle cure palliative è costituita da servizi e strutture in grado di garantire la presa in carico globale dell’assistito e del suo nucleo familiare, in ambito ospedaliero, domiciliare e in Hospice. I servizi della rete garantiscono cure e assistenza a favore di persone affette da patologie ad andamento cronico, evolutivo e a prognosi infausta per le quali non esistono terapie o se esistono sono inadeguate o inefficaci ai fini della stabilizzazione della malattia o di un prolungamento significativo della vita. In fase di definizione un Servizio Ospedaliero di Medicina e Cure Palliative multiprofessionale ogni 600mila abitanti e una Unità di Cure Palliative Domiciliari (UCP – DOM) e un Hospice con almeno dieci posti letto ogni 100mila abitanti.

Le altre strutture citate dal documento sono il Consultorio Familiare (almeno uno ogni 20mila abitanti o uno ogni 10.000 nelle aree interne e rurali) e il Dipartimento di Prevenzione (DP), uno ogni 500mila abitanti. In via di sviluppo ulteriori approfondimenti su farmacie, servizi per la salute mentale, ruolo della telemedicina e servizi sociosanitari con particolare riferimento alle RSA.

Coscioni: “Ma non c’è solo il Pnrr”

Ma, sottolinea Coscioni, non bisogna pensare al Pnrr come unico riferimento per risolvere i problemi e cambiare le situazioni: “Personalmente ritengo che addossare tutte le responsabilità di un’assenza di risorse finanziarie quale motivo di un’assistenza territoriale non sempre all’altezza delle esigenze dei cittadini/pazienti sia fuorviante. Ci sono realtà territoriali che negli anni hanno organizzato un adeguato sistema di presa in carico e il lavoro di Agenas è proprio quello di individuare le buone pratiche e far in modo che vengano implementate là dove è necessario. Certo le risorse del Pnrr sono un catalizzatore che permetterà di accelerare questo processo”.

Il nostro sistema può contare anche sul Programma straordinario pluriennale di investimenti pubblici in sanità e sui piani triennali di investimento immobiliare dell’Inail

Inoltre, le risorse del Pnrr non sono le uniche risorse disponibili: “Il nostro sistema è dotato di un importante Programma straordinario pluriennale degli investimenti pubblici in sanità (Art. 20 Legge 67/1988) a cui si aggiungono le risorse dei piani triennali di investimento immobiliare dell’Inail, che promuove iniziative urgenti ad elevata utilità sociale nel campo dell’edilizia sanitaria, nonché le possibilità provenienti dai partenariati pubblico-privato. Non mi sembra poco. Se poi dalla definizione dei fabbisogni si renderà necessario individuare ulteriori finanziamenti, Governo, ministeri competenti e regioni faranno la loro parte”.

MDR e IVDR: quali difficoltà nell’applicazione dei due nuovi Regolamenti Ue?

L’avvocata Silvia Stefanelli, esperta di diritto sanitario, fa il punto sul Regolamento dei Dispositivi medici 2017/745 a sei mesi dalla piena operatività e traccia lo scenario del prossimo Regolamento sui Dispositivi Diagnostici in vitro (IVDR) 2017/746 che dovrebbe diventare operativo a maggio 2022.

A dicembre 2021 il Consiglio e il Parlamento europeo hanno approvato la modifica all’Ivdr, permettendo alle aziende di adeguare i propri prodotti in un periodo transitorio, tra il 2024 e il 2028.

 

Sperimentazione clinica: quali prospettive?

La sperimentazione clinica è un elemento fondamentale per accertare l’efficacia, la tollerabilità o la sicurezza di un trattamento farmacologico sull’uomo. L’iter per concretizzarla in modo etico e garantendo rischi minimi ai pazienti, come previsto dalla normativa, è lungo e molto costoso. Con gli esperti approfondiremo lo stato dell’arte e le prospettive: a che punto è la sperimentazione clinica nel nostro Paese? Quali vantaggi per le strutture e i pazienti? Come è cambiata con la pandemia? Quali novità porterà l’attuazione del Regolamento UE 536/2014, attesa per inizio 2022?

Ne parliamo con:

  • Elena OttavianelliElena Ottavianelli
    Direttore scientifico, Associazione Italiana Contract Research Organization (AICRO)
  • Andrea MarinozziAndrea Marinozzi
    Dirigente farmacista, AOU Ospedali Riuniti, Ancona. Coordinatore Area Scientifica Sifo Sperimentazione Clinica

Conduce:

  • Angelica GiambellucaAngelica Giambelluca
    Giornalista professionista in ambito medico

Si parte dal Piano nazionale esiti per riformare la sanità

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Una fotografia di come è andata la sanità italiana nel 2020, ma anche uno strumento più agile e preciso rispetto al passato, in grado di monitorare in tempo reale e in modo puntuale i cambiamenti che avvengono all’interno del Servizio sanitario, nazionale e regionale.

Si presenta così, in una versione più moderna, il Piano nazionale esiti (Pne), che come ogni anno illustra la relazione esistente tra volumi di attività ed esiti delle cure. Quest’anno i dati sono particolarmente preziosi, visto l’impatto della pandemia in corso.

Si stima per esempio che nel 2020 ci siano stati 1,7 milioni di ricoveri in meno negli ospedali italiani, il 13% dei quali urgenti e che per oltre un quarto hanno riguardato attività programmate e day hospital.

Il Pne è composto da 184 indicatori (7 in più dell’edizione precedente) che hanno registrato i dati relativi all’attività assistenziale effettuata nel 2020 da oltre 1.300 ospedali pubblici e privati (accreditati e non), confrontandola con quella del quinquennio precedente (2015-2019). 164 indicatori riguardano l’assistenza ospedaliera (71 di esito/processo, 78 di volume di attività e 15 di ospedalizzazione) e 20 quella territoriale, valutata indirettamente in termini di ospedalizzazione evitabile (14 indicatori), esiti a lungo termine (2) e accessi impropri in Pronto soccorso (4).

Gli ambiti clinici considerati sono: cardio e cerebrovascolare, digerente, muscolo-scheletrico, pediatrico, ostetrico e perinatale, respiratorio, oncologico, urogenitale, otorinolaringoiatrico e malattie infettive.

Il documento, che è stato presentato il 15 dicembre, è realizzato da Agenas su mandato del Ministero della Salute, in collaborazione con l’Istituto superiore di Sanità (Iss) e con il Dipartimento di Epidemiologia della Asl Roma 1. L’obiettivo è valutare l’efficacia nella pratica, l’appropriatezza, l’equità di accesso e la sicurezza delle cure garantite dal Ssn nell’ambito dei livelli essenziali di assistenza.

Frutto della collaborazione tra Governo e Regioni, per la prima volta la stesura del documento ha coinvolto anche società scientifiche nazionali e internazionali e università: esperti riuniti in Gruppi tecnici per implementare ulteriormente la qualità dei dati. Questo per “poter scegliere non più sulla base del buonsenso, ma di indicatori alfanumerici”, come ha sottolineato Enrico Coscioni, presidente Agenas, che ha riportato anche l’altra grande novità del Piano 2021: “Per la prima volta siamo in grado di entrare nel dettaglio sul tempo di esecuzione delle varie metodiche, andando a misurare il singolo operatore. Un sistema capillare che si traduce in un miglioramento qualitativo del dato e che ci permette di fornire una fotografia più precisa degli interventi tempo-dipendenti, per esempio quelli relativi all’infarto”.

Speranza: “Adesso servono le riforme”

Ministro Speranza

L’importanza del Pne è stata evidenziata dal Ministro della Salute Roberto Speranza, che ha aperto l’incontro: “Agenas è un punto di raccordo importantissimo tra il livello nazionale e quello locale – ha affermato. La pandemia ha aumentato la consapevolezza dei cittadini sul fatto che viviamo in un Paese con Ssn solido che dobbiamo rafforzare sempre di più . Stiamo vivendo forse la fase più delicata e importante degli ultimi anni in termini di ristrutturazione e rilancio di un Ssn che è un punto di tenuta essenziale di tutto il Paese. Sebbene la sfida sia ancora aperta e il Covid-19 continui a circolare, oggi abbiamo strumenti che prima non esistevano”.

Speranza ha poi sottolineato il nodo delle risorse destinate alla sanità, in costante aumento: “Dopo anni di tagli alla sanità, quando sono diventato ministro il fondo sanitario nazionale poteva contare su 114 miliardi di euro, uno in più rispetto all’anno precedente – ha ricordato. Grazie a una battaglia politica condotta negli ultimi mesi del 2019 siamo riusciti a ottenere 2 miliardi in più nel bilancio di previsione per il 2020, arrivando quindi a 116 miliardi. Sembrava un risultato straordinario. Nella legge di bilancio che stiamo approvando andremo a destinare 124 miliardi per il 2022, 126 per il 2023 e 128 per il 2024. Un aumento così marcato in pochi anni non si era mai visto per il Ssn”. A queste risorse ordinarie, inoltre, si aggiungeranno i 20 miliardi previsti dal Pnrr.

“Le risorse sono condizione necessaria ma non sufficiente per il rilancio del Ssn – ha sottolineato Speranza. Dobbiamo avere il coraggio di affrontare le riforme, a partire da quella dell’assistenza territoriale prevista proprio dal Pnrr”. Per attuarle, è fondamentale avere una fotografia dello status quo della sanità, fornito appunto dal Pne.

Tra i dati peggiori riportati dal documento, quelli relativi agli screening non effettuati, alle visite saltate e agli interventi chirurgici rimandati: “Abbiamo stanziato un miliardo di euro per provare a recuperare ciò che abbiamo perso – ha ricordato il ministro. Credo però che questo sia solo il primo passo”.

Le novità del Pne

Alcune delle novità principali dell’ultima edizione del Pne riguardano:

  • i volumi: con indicatori chirurgici di volume per singolo operatore, in modo da stimare l’impatto e l’expertise dei singoli medici e delle loro équipe;
  • la tempestività: con indicatori di processo che utilizzano tempi calcolati non più in giorni, ma in ore e minuti. Questo è stato possibile grazie alla disponibilità di nuove informazioni all’interno della scheda di dimissione ospedaliera (Sdo);
  • l’appropriatezza clinica: approfondita soprattutto in ambito perinatale, con il ricorso al taglio cesareo e alle episiotomie;
  • gli esiti: con nuovi parametri clinici per misurare la gravità del paziente nel momento dell’ammissione ospedaliera.

 Giovanni Baglio, coordinatore Pne per Agenas, ha fornito qualche numero: “Per quanto riguarda l’infarto miocardico acuto, l’ospedalizzazione si è progressivamente ridotta nel tempo grazie alle iniziative per il contrasto dei fattori di rischio per gli eventi cardiovascolari. Nel 2020 abbiamo assistito a un’ulteriore diminuzione non completamente spiegabile dal trend: mancano infatti all’appello circa 15.000 ricoveri rispetto al 2019”. Il picco negativo si è registrato nel mese di aprile, in concomitanza con la prima ondata pandemica. Tra le ipotesi più plausibili, il fatto che si sia effettivamente ridotta l’incidenza degli infarti in conseguenza alla diminuita esposizione durante il lockdown a fattori trigger come l’inquinamento atmosferico e l’iperattività, ma anche che ci sia stato un minore ricorso al pronto soccorso da parte dei casi meno gravi, in una sorta di autoregolazione che ha comportato un aumento della mortalità a 30 giorni dall’evento acuto. “Questo dato, in diminuzione negli anni scorsi, ha registrato un incremento dell’1% nel 2020”, ha riportato Baglio. La buona notizia è che non sembra peggiorata l’assistenza di coloro che si sono rivolti all’ospedale.

PNE Agenas

Per quanto riguarda gli interventi programmati, nel 2020 c’è stato un -24% per operazioni di bypass aorto-coronarico (3.500 in meno rispetto all’atteso), un -8% di interventi per fratture al femore (-7.200 ricoveri rispetto all’atteso) e -18% per quanto riguarda le protesi (-21.000 interventi).

Nell’ambito oncologico, poi, il rapporto evidenzia un -7.000 ricoveri per intervento chirurgico in donne con carcinoma mammario: “Il picco negativo in questo caso non si è osservato a aprile, ma in giugno – ha detto Baglio. Probabilmente questo è dovuto al ritardo negli screening che, secondo una ricerca condotta da Agenas in collaborazione con la Scuola Sant’Anna di Pisa, nel 2020 hanno riportato un -45%”, ha affermato Baglio.

Giovanni Baglio

Una sezione che compare per la prima volta nell’edizione 2021 del Pne riguarda il tema dell’equità, che diventa sempre più una chiave di lettura primaria delle dinamiche di salute e di accesso ai servizi. Per la sua valutazione è stato considerato:

  • il genere: differenze nelle misure di processo ed esito tra uomini e donne. È stato evidenziato per esempio che l’accesso ad angioplastica per infarto ischemico vede in posizione di svantaggio sistematico le donne. Probabilmente perché i sintomi sono più sfumati rispetto agli uomini e possono essere sottovalutati o misinterpretati. Per contro, l’intervento dopo frattura del femore entro le 48 ore vede gli uomini svantaggiati. Una possibile spiegazione è che nei maschi l’evento accade in età più avanzata, quando sono presenti più comorbidità che vanno gestite;
  • la cittadinanza: differenze tra stranieri provenienti da Paesi a forte pressione migratoria e italiani;
  • le condizioni socio-economiche: differenze sulla base del titolo di studio degli assistiti. In questo ambito tuttavia non è stato possibile fornire alcuna analisi poiché il dato si è rivelato di bassa qualità.

A livello di prospettive di sviluppo parzialmente già attuate in questa edizione del Pne, Agenas ha indicato:

  • la presenza di nuovi indicatori: possibili anche attraverso la valorizzazione dei registri clinici nell’ambito di collaborazioni con società scientifiche;
  • l’attivazione di percorsi di audit clinico-organizzativo: a sostegno di programmi di riorganizzazione delle aziende sanitarie;
  • l’integrazione dei flussi informativi: con l’inclusione di analisi provenienti dall’assistenza territoriale e delle cure primarie grazie all’integrazione delle Sdo con altri flussi informativi (come quello della farmaceutica, della specialistica ambulatoriale e delle Rsa o della domiciliarità)

Il dato al centro

Marina Davoli, responsabile tecnico Pne per Agenas, ha sottolineato l’importanza di compilare bene le Sdo, con l’integrazione di tutte le informazioni previste: “La validità dei confronti degli esiti tra strutture dipende dalla nostra capacità di rendere le loro caratteristiche confrontabili dal punto di vista clinico – ha affermato. Inoltre, è fondamentale l’alleanza tra la professione clinica e il management. Solo agendo su entrambi questi aspetti, infatti, si ottiene il miglioramento che vogliamo avere”. Davoli ha poi sottolineato l’importanza di avere indicatori più precisi dal punto di vista temporale e quella degli audit, che permettono di andare più in profondità rispetto alle differenze che esistono per esempio all’interno della stessa Regione.

Marina Davoli

Un esempio su tutti per le tempistiche: “Fino all’anno scorso, guardavamo i trattati con angioplastica coronarica percutanea transluminale entro due giorni dal primo accesso nella struttura di ricovero – ha ricordato – e la percentuale che rispettava questa tempistica era del 76,5%. Sappiamo però che si tratta di un intervento tempo-dipendente: scendendo a 90 minuti, la percentuale diminuisce al 49,9%. Il Dm70 stabilisce che l’angioplastica primaria deve essere raggiunta almeno dal 60% dei trattati”.

In conclusione, Domenico Mantoan, direttore generale di Agenas, ha ricordato che “l’obiettivo del Pne, l’attività principe di Agenas, non è dare pagelle, ma migliorare il sistema. Per avere i dati occorre che ci sia un sistema informativo che funzioni. Credo che sia importante il grande investimento che tramite il Pnrr stiamo facendo sulla telemedicina e sulla strutturazione del sistema informativo nazionale e regionale. In questo modo potremo abbattere molti degli ostacoli che oggi si incontrano a causa della mancata interoperabilità dei sistemi informatici”.

Domenico Mantoan

Il numero uno di Agenas ha ricordato l’obiettivo della riforma della sanità territoriale: “Uno degli obiettivi del Pne sarà riuscire a misurare anche gli outcome di salute dei pazienti cronici curati dal nuovo modello organizzativo che uscirà dal Pnrr. Questa è la sfida del futuro e Agenas c’è: avremo una piattaforma di telemedicina su cui saranno innestati tutti i verticali di telemedicina regionali e questo ci permetterà di avere in tempo reale il dato”.

Infine, servirà un’interlocuzione più forte anche con Aifa: “Per andare a misurare i risultati dobbiamo monitorare anche l’uso e le modalità con cui vengono prescritti e utilizzati i farmaci. In questo modo ci muoveremo in un contesto di grande collaborazione tra Agenas, Iss e Aifa, il Ministero della Salute e le Regioni e potremo, tutti insieme, inaugurare una nuova stagione di riformismo e di rinascimento del sistema sanitario”.

L’impatto della pandemia sull’uso dei medicinali: il Rapporto Farmaci in Toscana 2021

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La pandemia da Covid-19 ha investito il mondo della sanità. Ha retto, ma sono emerse anche criticità e lezioni da apprendere. Luci e ombre descritte nel Rapporto sui farmaci in Toscana 2021.

Lucia Turco

“Come ogni anno, il rapporto affronta alcuni temi fondamentali per il Servizio Sanitario Regionale. In particolare, quest’anno presentiamo anche uno studio molto attuale dedicato all’efficacia e sicurezza del vaccino contro Sars-Cov-2 – ha affermato Lucia Turco, direttrice dell’Agenzia Regionale di Sanità (ARS) Toscana -. È un argomento a tutt’oggi molto dibattuto e ancora lo sarà, perché abbiamo altri vaccini in arrivo rispetto a quelli già in uso e sarà necessario elaborare anche altre ricerche, probabilmente seguendo l’implementazione sia di vaccini dedicati ad affrontare le varianti che di altri vaccini”.

Altro grande tema di quest’anno è l’impatto della pandemia sul consumo dei farmaci. “Un dato importante perché rappresenta un indicatore indiretto dell’assistenza fornita ai pazienti in questo periodo. Sappiamo che ci sono stati ritardi e interruzioni di alcune terapie, con ricadute importanti sulla salute dei pazienti, soprattutto per i malati cronici ma non solo – ha commentato -. Un’analisi che assume una rilevanza notevole anche per la ripartenza del Servizio Sanitario Nazionale, perché può indicare da dove ripartire e quali sono le priorità. Ormai è chiaro che stiamo affrontando una nuova ondata e dobbiamo imparare a portare avanti le attività di assistenza e cura dei pazienti nel corso della pandemia”.

Infine, ha sottolineato Turco, il Rapporto Farmaci Toscana analizza l’appropriatezza della prescrizione dei farmaci nell’ottica della sostenibilità del sistema: “Negli ultimi anni si sono resi disponibili farmaci molto efficaci e innovativi ma anche molto costosi, pertanto gli studi di post-marketing e di efficacia nel Real World stanno dimostrando tutta la loro utilità per capire meglio ed eventualmente rimodellare i profili di cura e i protocolli, con l’obiettivo di garantire l’accesso a questi farmaci a tutti i pazienti che ne hanno bisogno.

La Regione Toscana è una delle prime a utilizzare farmaci innovativi ed è importante che l’Agenzia Regionale di Sanità e il Dipartimento delle Politiche del Farmaco della Regione continuino a monitorarne il consumo e l’appropriatezza per poter continuare a erogare le cure migliori ai nostri pazienti, anche nel perdurare della pandemia da Covid-19″.

Contenuti del Rapporto

Anche quest’anno il rapporto descrive gli studi condotti dall’Agenzia e dai suoi collaboratori toscani, nazionali e internazionali. Le classi di farmaci studiate sono numerose: i farmaci per le malattie autoimmuni (malattie reumatiche, psoriasi, malattie infiammatorie dell’intestino), oculari (inibitori del VEGF) e del sistema nervoso centrale (anticorpi anti-CGRP per la prevenzione dell’emicrania), per la sclerosi laterale amiotrofica e i farmaci immunosoppressori. Come di consueto, ogni studio è strutturato nella forma di una coppia ‘domanda-risposta’ con elementi di approfondimento per chi desidera comprendere il contesto della domanda e la metodologia che ha prodotto la risposta.

Nel dettaglio, la prima parte del rapporto raccoglie gli studi sui farmaci biologici. Anche quest’anno il progetto VALORE compare per primo: nella scheda si esplorano le potenzialità di questa ampia rete italiana guidata dall’Università di Verona nella sorveglianza post-marketing dei farmaci biologici in area dermatologica, reumatologica, gastroenterologica ed oncoematologica. Alcuni di questi stessi farmaci sono oggetto di approfondimento nelle schede successive: i farmaci per la colite ulcerosa e per la psoriasi sono esaminati in modo dettagliato; sui farmaci per l’artrite reumatoide si investiga sia il potenziale rischio di infezioni (una scheda a cura dei colleghi dell’Università del Piemonte Orientale), che l’occorrenza di sospensione in caso di raggiunto target terapeutico. Seguono tre schede focalizzate su altri farmaci biologici: i farmaci per iniezione antivitreale, di cui si indaga l’associazione con esito di glaucoma; l’idarucizumab, antidoto dell’anticoagulante diretto dabigatran, di cui si esaminano gli utilizzatori; e i nuovi anticorpi monoclonali per l’emicrania, di cui si investiga il pattern di utilizzo con un particolare focus sul genere.

La seconda parte del rapporto raccoglie i quesiti sui farmaci non biologici. Anche questa seconda parte è aperta da un intervento che descrive un’importante iniziativa nazionale: l’Atlante delle disuguaglianze sociali nell’uso dei farmaci per la cura delle principali malattie croniche dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA). Segue un approfondimento sull’uso del riluzolo, un farmaco per il trattamento della sclerosi laterale amiotrofica, curato dal progetto multiregionale CAESAR guidato dal Dipartimento di Epidemiologia della Regione Lazio. Due schede curate dagli esperti del Lazio approfondiscono, rispettivamente, la terapia immunosoppressiva nei pazienti con trapianto solido, ed efficacia e sicurezza dei farmaci per la stimolazione ovarica nella Procreazione Medicalmente Assistita. Una scheda curata dalla Società Italiana di Medicina Generale investiga l’efficacia di diversi antibiotici.

Infine, l’ultima parte del rapporto torna sul tema della pandemia da Sars-Cov-2. Due schede investigano l’impatto che le misure di restrizione per il contenimento della pandemia hanno avuto sui trattamenti per varie patologie croniche, l’una a cura di un ampio network guidato dall’Università degli Studi di Milano e dall’Università di Bologna, e l’altra a cura dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca. L’ultima scheda descrive in dettaglio come l’Agenzia Europea del Farmaco, sulla base di elaborazioni dell’ARS Toscana, ha condotto le analisi osservato-atteso di alcuni eventi avversi da vaccino contro il Covid-19.

Quest’ultima scheda riprende la prefazione, che ospita un approfondimento sul ruolo che l’ARS ha svolto e sta svolgendo a livello europeo per il monitoraggio della sicurezza dei vaccini contro il Covid-19, una storia che rappresenta un raro caso di istituzioni sanitarie arrivate alla pandemia con un certo grado di preparazione. La prefazione racconta in particolare le evidenze generate tempestivamente nei giorni in cui, lo scorso marzo, le segnalazioni di eventi avversi portarono alla sospensione delle vaccinazioni con AstraZeneca.

La farmacoepidemiologia durante e oltre la pandemia da SARS-CoV-2

A completamento della presentazione del rapporto, è stata organizzata una tavola rotonda sul tema della farmacoepidemiologia durante e dopo la pandemia.

Candore

Gianmario Candore, statistico dell’European Medicines Agency, ha illustrato come la sorveglianza sui vaccini anti-Covid sia iniziata già nel 2020, prima ancora che i vaccini fossero autorizzati: “La prima importante lezione che abbiamo imparato è che bisognava prepararsi. Nel 2020 con il progetto Access ci siamo posti due  obiettivi principali: innanzitutto identificare quanto frequenti fossero gli eventi avversi di interesse speciale dei vaccini. Questo  perché volevamo poter paragonare queste frequenze al momento in cui il vaccino sarebbe stato implementato”.

Il secondo scopo era di creare dei template per scrivere protocolli e report: sono pubblici e sono stati usati sia dall’Agenzia che da altre organizzazioni nel monitoraggio.

Nel 2021, ha spiegato l’esperto, è stato condotto lo studio sui vaccini con le finalità di collezionare i dati tramite un’app per capire quale fosse la frequenza di eventi avversi di interesse speciale in real time. È inoltre stato creato un network di database per fare analisi. “Questo studio partito nel 2021 è cresciuto e durerà per i prossimi due anni con più database e più persone: oggi ne coinvolge 120mila e cinque database di Stati membri”.

Sono stati inoltre commissionati studi per investigare specifiche associazioni, ad esempio il rischio di trombosi in combinazione con trombocitopenia (TTS).

Candore ha poi condiviso la propria visione su quali siano le priorità in materia di farmacoepidemiologia per i prossimi anni. “Partiamo dai dati: sono le fondamenta senza cui non possiamo fare analisi. Un primo aspetto è la loro discoverability: serve sapere quali sono le fonti disponibili in Europa, perché penso che al momento nessuno ne abbia una mappa completa, e quali sono le più adatte per rispondere a una certa domanda. È poi necessario che l’accesso per fare analisi sia facilitato e vorremmo inoltre vedere sviluppati e applicati data framework per la qualità. Infine è molto importante iniziare a vedere una maggiore integrazione fra i dati: di solito ci si focalizza su una parte del sistema di salute, ad esempio la visita dal medico, in ospedale o specialistica, ma i dati non sono integrati e ne vediamo solo una parte, mentre vorremmo avere una visione piu completa”.

Il secondo tema su cui è necessario investire sono i metodi da applicare: sviluppare un framework strutturato per il cosiddetto target trial approach, grazie al quale il ricercatore può capire se è possibile fornire un’inferenza causale. “E siccome al momento la maggior parte dei prodotti sviluppati riguarda malattie rare, su cui è più difficile fare un clinical trial tradizionale, vorremmo che si sviluppassero metodologie per realizzare single arm trial per l’autorizzazione dei medicinali”.

Ancora, Candore ha ragionato sull’aumento di studi su multi-database area: “È qualcosa che a noi piace molto, perché fornisce una maggiore quantità di informazioni, ma dobbiamo rafforzare le raccomandazioni sui metodi analitici da usare. Abbiamo l’opportunità, grazie alla pandemia da Covid, di investire di più in nuovi sistemi in ambito di farmacogenomica e machine learning”.

Gli altri obiettivi indicati dall’esperto: migliorare le collaborazioni, anche aprendosi a nuovi network, aggiornamento continuo e sviluppo di best practice e linee guida, formazione. Infine, a proposito dei modi per comunicare i risultati di un’analisi: aumentare trasparenza su come gli studi sono stati fatti e prestare attenzione a una comunicazione diversa a seconda della persona a cui stiamo comunicando.

A Giulia Burchini del settore Politiche del Farmaco della Regione Toscana è stata affidata la relazione sulla politica del farmaco durante la pandemia. “Improvvisamente ci siamo trovati di fronte a un nuovo scenario globale, con la necessità di una reazione immediata – ha spiegato -. Abbiamo osservato degli ostacoli: incertezza diagnostica, clinica, operativa. Difficoltà di modellizzazione, analisi e uso della grandissima mole di dati disponibili. Incompatibilità dei tempi di sviluppo dei nuovi farmaci per far fronte alle necessità di cura”.

Si è così sviluppata quella che Burchini ha definito una “farmaceutica emergenziale”: “Il primo tentativo è stato quello di individuare farmaci tra quelli già esistenti e approvati per altre malattie (drug repurposing): come sottolineato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, il modo più rapido per trovare una terapia ma non il più efficace. In secondo luogo la sperimentazione in vitro e in vivo contestuale agli studi clinici: sul sito ClnicalTrials.gov sono registrati oltre 7mila studi sul Covid-Sars e ci sono oltre 800 prodotti in varie fasi di sviluppo nel mondo, tra cui più di 200 diversi vaccini. Ma il gold standard, come si è per fortuna presto compreso, era individuare e disattivare infezione: i vaccini”.

La lezione più importante: “Abbiamo preso atto della necessità di riprogettare il sistema sanitario per metterlo in condizione di sviluppare una reazione immediata e adeguata alle esigenze di intervento.

Gianluca Trifiro

Nel suo intervento, il professore Ordinario di Farmacologia del Dipartimento di Diagnostica e Sanità Pubblica dell’Università degli Studi di Verona Gianluca Trifirò ha sottolineato alcuni aspetti necessari per un ulteriore miglioramento nel settore: “Bisogna favorire la ricerca collaborativa a livello nazionale e internazionale a supporto delle agenzie regolatorie. I dati ci sono ed è giunto il momento di definire una governance delle infrastrutture dati a supporto del regulatory decision making. Inoltre serve investire in comunicazione corretta su farmaci e vaccini anche in base ai dati di Real World Evidence”.

A questo proposito, ha precisato, sono intervenuti sia la International Society of Pharmacovigilance (ISOP) che la Società Italiana di Farmacologia per rendere disponibili documenti sempre aggiornati. A settembre del 2022 la conferenza internazionale della ISOP, ha annunciato il docente, si terrà proprio in Italia, a Verona.

La funzionaria statistica dell’AIFA Aurora Di Filippo ha raccontato come l’AIFA sin da subito si sia attivata per monitorare l’uso dei farmaci durante l’epidemia: “Inizialmente abbiamo riscontrato un’eterogeneità spaventosa nelle risposte al contagio a livello regionale, anche perché non c’erano evidenze certe. In una seconda fase abbiamo valutato quanto le linee guida AIFA fossero state recepite: in modo purtroppo non soddisfacente. Penso al caso dell’azitromicina, che non è mai stata autorizzata ma ha avuto un boom sia a livello ospedaliero che territoriale; oggi però sembra che la situazione stia migliorando”.

Ora il compito principale che i ricercatori dell’AIFA si sono posti è il monitoraggio dei farmaci usati per patologie croniche, come gli antipertensivi e gli antidiabetici, di cui c’è una contrazione. “Ci sono meno accessi alle strutture, meno visite e di conseguenza meno diagnosi. Di sicuro il sistema ha retto abbastanza bene, ma adesso bisogna recuperare la quota parte che si è persa”.

Quanto agli sviluppi futuri, Di Filippo ha commentato: “L’aspetto più carente è l’interconnessione, intesa nel senso più ampio di usare fonti di dati non solo sanitarie ma anche, ad esempio, ambientali e sociali. Qui ci sono ancora molti problemi: è necessario capire quali sono gli ostacoli e il perché di tanta fatica a superarli. Infine, siamo riusciti a creare una rete nazionale ma serve farsi forza a livello europeo”.