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Telemedicina: fotografia di un’Italia connessa

L’Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari (Altems) nel 2021 ha condotto un’indagine sulla telemedicina che ha coinvolto decine di aziende sanitarie in tutta Italia, rappresentative di centinaia di presidi ospedalieri. La pandemia ha imposto alla sanità di dare una svolta alla rivoluzione digitale che era già cominciata: adesso è il momento di consolidare i risultati raggiunti puntando sulle competenze.

Ne parliamo con:

  • Paolo BordonPaolo Bordon
    Direttore Generale di Azienda USL di Bologna
  • Fabrizio Massimo FerraraFabrizio Massimo Ferrara
    Coordinatore scientifico del Laboratorio sui sistemi informativi sanitari di Altems, Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma
  • Sergio PillonSergio Pillon
    Coordinatore della Trasformazione Digitale ASL Frosinone

Conduce:

  • Angelica GiambellucaAngelica Giambelluca
    Giornalista professionista in ambito medico

La cultura fa bene alla salute: come nasce il welfare culturale

Si chiama welfare culturale. Si traduce come “un nuovo modello integrato di promozione del benessere e della salute e degli individui e delle comunità, attraverso pratiche fondate sulle arti visive, performative e sul patrimonio culturale”. Un bisogno connaturato all’essere umano sin dalle origini e consacrato dalla pandemia. Ne abbiamo parlato con Catterina Seia, presidente del Cultural Welfare Center (CCW).

Catterina-Seia

Che rapporto c’è fra cultura e salute?

La cultura fa bene alla salute. Lo sappiamo fin dagli albori della storia dell’umanità. La cultura, in quanto esperienza di senso che agisce sulla dimensione cognitiva quanto su quella emozionale, è profondamente connessa allo sviluppo umano, alla fioritura delle persone e delle comunità.

Nel 2020, la pandemia ha fatto emergere con maggiore forza il ruolo di questa alleanza, mostrando la rilevanza degli strumenti culturali, delle riserve cognitive per la resilienza delle persone al trauma, per la connessione con l’altro, con il mondo. Senza l’accelerazione dell’offerta culturale digitale e la risposta generosa, creativa degli enti di prossimità, il costo sociale dello tsunami, seppur ancora non quantificabile nelle sue profonde ferite invisibili e nell’aumento esponenziale delle diseguaglianze, sarebbe stato molto più rilevante. Dalla pandemia abbiamo imparato che siamo tutti più fragili e che le attività culturali – anche durante e nonostante la chiusura – hanno saputo continuare a essere luogo di incontro e di scambio, dove ritrovare forze ed energie.

Lo abbiamo letto, tra gli altri, nel report Art Consumption and Well-being During the Covid-19 Pandemic del progetto Art&Well-being di Cluj Cultural Centre, in Romania, con la Fondazione Bruno Kessler di Trento, il Bozar Centre for Fine Arts, a Bruxelles, e la UGM Maribor Art Gallery, in Slovenia, che evidenzia il valore attribuito dalle persone alla cultura nella gestione quotidiana dell’impatto della pandemia durante i lockdown. Dalla survey digitale, che ha coinvolto oltre 1500 persone in Europa nella seconda parte del 2020, emerge che l’impegno nell’ascolto della musica, la visione di film, la lettura e la scrittura, il disegno e la pittura ha distaccato di quasi 30 punti l’attività fisica e la cucina, mitigando gli stati di animo negativi, la paura e il turbamento portati dall’inedito scenario di instabilità.

Le evidenze cliniche e scientifiche, raccolte negli ultimi vent’anni, dimostrano che la partecipazione culturale attiva e alcune specifiche attività culturali sono fattori che favoriscono quelle che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) definisce life skill, ovvero le abilità per muoversi con pienezza sulla scena della vita (con particolare riguardo a empatia, comunicazione efficace, gestione delle emozioni e lavoro di team), il rafforzamento delle competenze mnestiche e comunicative (verbali e non verbali), la riattivazione fisica del corpo (movimento, respiro, equilibrio), l’integrazione corpo-mente (sensazione/emozione/pensiero), lo sviluppo di valore e capitale sociale, la valorizzazione e inclusione della differenze, la riflessione etica e il potenziamento dell’apprendimento critico, la promozione della resilienza. Agency, direbbe l’economista premio Nobel Amartya Sen, ovvero l’effettiva possibilità e abilità di azione di ogni individuo, a favore del proprio benessere.

Quali sono i principali e i più recenti studi in materia?

La rinnovata attenzione alla relazione virtuosa tra cultura e salute si fonda su una visione biopsicosociale della salute e su un corpo sempre più solido di evidenze cliniche e scientifiche, accumulato da inizio millennio e confermato dalle ultime frontiere della ricerca (dalle neuroscienze, all’epigenetica, alla psiconeuroendocrinoimmunologia).

Oggi la stessa Oms acclara il valore della cultura per la salute con l’Health Evidence Network Synthesis Report 67-2019 (Quali le evidenze del ruolo della cultura nel miglioramento della Salute e del Benessere?), una vera milestone per operatori socio-sanitari, culturali, educativi e policy maker. Questo rapporto mette a disposizione i risultati di una rassegna della letteratura scientifica e umanistica con un approccio interdisciplinare (medicina, psichiatria, psicologia, filosofia, neuroscienze, antropologia, sociologia, geografia ed economia della salute, sanità pubblica…), prendendo in esame oltre 900 pubblicazioni prodotte dall’inizio degli anni 2000, review sistematiche, meta-analisi e meta-sintesi basate su oltre 3000 studi e 700 ulteriori singoli studi nella Regione Europa (che comprende 53 Paesi).

La partecipazione culturale è un’importante risorsa salutogenica, ovvero capace di creare salute, sia nella dimensione della promozione e della prevenzione primaria, sia nei percorsi e nelle relazioni di cura, nella costruzione di equità e di qualità sociale

Il lavoro chiarisce come la partecipazione culturale sia una importante risorsa salutogenica, ovvero capace di creare salute, sia nella dimensione della promozione e della prevenzione primaria, sia nei percorsi e nelle relazioni di cura, nella costruzione di equità e di qualità sociale. È il risultato di un lungo percorso strategico che l’Oms ha avviato nel 2013 con l’approccio Salute in Tutte le Politiche, che indica che la salute, in quanto fenomeno dinamico e complesso, non è soltanto responsabilità ed esito della Sanità, ma della interdipendenza di ogni politica, del comportamento di ogni organizzazione e di ogni individuo. In questa direzione, l’Oms raccomanda ai policy maker di considerare la centrale influenza della partecipazione culturale nella costruzione di politiche sanitarie sempre più intersettoriali con il dialogo tra cultura, educazione e socialità e incoraggia un approccio dal basso attraverso l’arte comunitaria, partecipativa, per valorizzare le risorse umane esistenti, per generare coesione sociale.

Anche l’International Union of Health Promotion and Education ha recentemente pubblicato (luglio 2021) un volume a cura di ricercatrici provenienti da Stati Uniti, Argentina e Norvegia, che esplora il potenziale delle arti nei processi di trasformazione sociale in un quadro di giustizia sociale. In questa direzione, già nel 2009 la dichiarazione di Lima su Arte, Salute e Sviluppo (Paho) ne ha sottolineato il potere intrinseco, suggerendo connessioni chiave: l’Arte è “un potente strumento per rielaborare situazioni critiche; attraverso la creatività, si promuovono immaginazione e pensiero critico, presupposti per la cittadinanza attiva e il cambiamento sociale”.

Un crescendo rossiniano di interesse che si traduce quindi in un aumento delle ricerche, in risultati scientifici sempre più eclatanti, nella moltiplicazione delle esperienze e nell’avvio di percorsi strategici da parte di investitori sociali e di pubbliche amministrazioni.

A che punto siamo a livello di consapevolezza dell’esistenza di tale rapporto?

Le esperienze sono innumerevoli a livello internazionale, in primis nei mondi anglofoni e scandinavi, come nel nostro Paese. Nei luoghi di cura, nei luoghi della cultura, come nelle comunità. Nella promozione della salute, nella prevenzione primaria, come nell’accompagnamento ai percorsi di cura e gestione delle patologie, in tutto l’arco della vita, con attenzione alle persone più vulnerabili. Tuttavia, per quanto promettenti, tali pratiche scontano il profilo dell’occasionalità e sono state a lungo confinate al rango di episodi marginali rispetto alla scienza “dura”, agli approcci concreti e realistici al welfare.

La partecipazione culturale si associa a un prolungamento della longevità e a un miglioramento delle condizioni di vita in situazioni di patologie degenerative, è cresciuta l’attenzione del suo impatto sul benessere, che va ben oltre l’intrattenimento in cui a lungo l’abbiamo confinata

Fino a qualche tempo fa questa relazione era pressoché assente dalle agende politiche. Solo dopo la pubblicazione di alcuni studi epidemiologici che hanno dimostrato inequivocabilmente come la partecipazione culturale si associ a un prolungamento della longevità e a un miglioramento delle condizioni di vita in situazioni di patologie degenerative, è cresciuta l’attenzione del suo impatto sul benessere, che va ben oltre l’intrattenimento in cui a lungo l’abbiamo confinata.

Per fortuna lo scenario sta cambiando rapidamente. La ricerca e le esperienze in atto stanno aprendo nuove prospettive, molto promettenti. La Nuova Agenda per la Cultura della Commissione Europea, ad esempio, riconosce la cultura come “risorsa salute”, tracciando un percorso inedito, fortemente innovativo assunto dalla programmazione europea per il settennale 2021-2027: allarga la sfera di attenzione delle politiche culturali ai cosiddetti crossover, ovvero alle interazioni pianificate, sistematiche e sistemiche tra la partecipazione e la produzione culturale con ambiti di policy esterni, un tempo percepiti come debolmente interconnessi.

Le interazioni della cultura con benessere e salute, coesione sociale, innovazione sono inclusi tra i pilastri delle politiche culturali. Si tratta di un grande riconoscimento nei confronti delle innumerevoli esperienze avviate e in corso e una indicazione della volontà dell’Europa di investire significativamente per incoraggiare sia la ricerca scientifica sia la sperimentazione clinica.

Cos’è il Cultural Welfare Center e di cosa si occupa?

Covid-19 ha reso centrale la salute, nelle agende politiche come nel dibattito quotidiano, portando in evidenza nodi strutturali, ampliando la faglia delle diseguaglianze. È ineluttabile la creazione di una società della cura, capace di prendersi cura. Per dare un contributo concreto a questa sfida, nel primo giorno del primo lockdown ho lanciato una call to action dalla quale ha preso avvio il CCW-Cultural Welfare Center, l’unico centro di competenza sulla relazione tra cultura e salute nel panorama nazionale.

Il gruppo promotore è costituito da dieci professionisti, pionieri nel welfare culturale, provenienti da diverse aree disciplinari che, nell’ambito di altrettante istituzioni, hanno cooperato a geometria variabile dagli inizi del millennio sull’alleanza tra cultura e salute. Con CCW mettono in rete le migliori competenze per contribuire attraverso le arti a una nuova idea di welfare, il welfare culturale, neologismo che sta conoscendo una rapida diffusione. Per il suo uso disinvolto, come CCW abbiamo sentito la necessità di redigere una prima definizione nel 2020 per l’Atlante Treccani, aperta a ulteriori interpretazioni. Secondo tale approccio, l’espressione indica “un nuovo modello integrato di promozione del benessere e della salute e degli individui e delle comunità, attraverso pratiche fondate sulle arti visive, performative e sul patrimonio culturale”.

Poiché il benessere individuale (fino ad arrivare alla longevità) viene influenzato in modo sostanziale da forme specifiche di accesso culturale, le politiche che puntano a promuoverne l’accesso possono essere considerate come politiche per la salute

Poiché il benessere individuale (fino ad arrivare alla longevità) viene influenzato in modo sostanziale da forme specifiche di accesso culturale, le politiche che puntano a promuoverne l’accesso possono essere considerate come politiche per la salute. Il welfare culturale − integrando e mettendo a sistema competenze e risorse di diversi settori per il raggiungimento di un benessere delle persone e della collettività – può rappresentare una traiettoria di azione primaria di intervento per città e territori, così come a livello di Paese. In linea con questa visione, CCW ha lo scopo di contribuire allo sviluppo, alla diffusione e alla promozione dei cross-over culturali, ovvero le relazioni sistemiche e sistematiche tra la cultura, le arti e altri ambiti di policy, in primis salute, sociale ed educazione.

Il centro ha sede operativa in due luoghi simbolo dell’innovazione sociale, unendo idealmente Nord e Sud: a Torino nel Distretto Sociale Barolo, dal 1823 vera cittadella della solidarietà e a Favara, in provincia di Agrigento, dove dieci anni fa ha preso avvio uno dei più significativi progetti di rigenerazione urbana a base culturale del mondo.

A quali progetti ha dato vita e su cosa sta lavorando adesso?

Come CCW riteniamo urgente, coinvolgendo attori e portatori di interesse pubblici e privati, lavorare in un’ottica multidisciplinare, multilivello e intersettoriale, per dare valore e rafforzare in termini metodologici le esperienze in atto che adottano l’arte e la cultura nei processi di cambiamento, nutrire visioni e azioni che pongano in atto questa visione, attraverso ricerca, advocacy e l’accompagnamento delle politiche, supportando la costruzione di nuove competenze. In questa direzione, abbiamo stipulato partnership e chiamato a raccolta altri esperti in una knowledge community, contribuendo alla costruzione di un ecosistema di dialogo.

In tal senso, il primo atto di CCW, in partnership con DoRS – Centro Regionale di Documentazione per la Promozione della Salute della Regione Piemonte, su autorizzazione dell’Oms, è stata la cura della versione in italiano del Rapporto 67/2019 al fine di favorire una diffusione ampia dei risultati, partendo dai tavoli dei decisori.

Un’altra azione importante è stato lo sviluppo, e la successiva disseminazione, della prima ricerca per l’emersione di soggetti, progetti, competenze, impegnati su “Cultura e Salute” nella macroregione del Nord Ovest, su incarico di Fondazione Medicina a Misura di Donna, a cui Compagnia di San Paolo ha commissionato il lavoro, che è stato condotto tra giugno e ottobre del 2020.

Tra le azioni più rilevanti avviate nel nostro primo anno di vita, abbiamo varato la CCW School, attraverso la quale siamo attivi nella costruzione di competenze, nell’arricchimento delle professionalità esistenti e nella creazione di una nuova generazione di operatori e policy-maker nel campo del welfare culturale, che porti a una community in grado di operare a livello locale, in rete nazionale e aperta all’Europa. Le risposte sono disegnate in base ai bisogni emersi dalle ricerche condotte dall’ente, all’ascolto costante e all’attività di benchmarking internazionale.

In particolare, nel 2021, CCW School ha realizzato “La Bussola”, il primo programma di esplorazione sulla relazione virtuosa tra cultura e salute in ottica intersettoriale, a cui hanno preso parte oltre 300 partecipanti, e ha avviato la prima edizione del Master Executive Cultura e Salute, su tre formule, della durata di 12 mesi con più di 60 iscritti, professioniste e professionisti provenienti da tutta Italia e anche da due Paesi esteri.

Sempre nell’ambito del capacity building, siamo impegnati nell’alta formazione delle professioni della cura, prevalentemente in campo biomedicale, per favorire una maggiore efficacia del sistema salute, che è fortemente legata alla qualità delle relazioni umane che si stabiliscono tra i professionisti e gli utenti nel percorso di cura.

Telemedicina: il progetto COReHealth in Puglia

Telemedicina, gestione delle cronicità e delle reti cliniche: già una realtà. Avviene in Puglia, grazie al progetto COReHealth (Centrale Operativa Regionale di Telemedicina delle cronicità e delle reti cliniche) istituito da Aress Puglia e Policlinico di Bari. Al centro una infrastruttura tecnologica in grado di far dialogare medico e paziente. Molte le criticità da superare, tra cui gli aspetti organizzativi. Ma le prospettive di sviluppo sono molto buone, soprattutto grazie alla spinta che arriverà con i fondi del Pnrr. E chissà che l’iniziativa non venga presa a modello da altre Regioni o, perché no, per un upgrade nazionale.

Abbiamo chiesto tutti i dettagli a Giovanni Gorgoni, Direttore generale dell’Agenzia regionale strategica per la salute e il sociale (Aress) Puglia.

Sviluppo sostenibile in sanità e PNRR: un’interessante opportunità

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Una rivoluzione della sanità è auspicabile e necessaria per diversi motivi. Se la pandemia ha evidenziato quali ambiti vadano potenziati e innovati e come, rimane il dubbio se questo cambiamento sia conciliabile con i principi dello sviluppo sostenibile promulgati dall’Agenda 2030. Alla luce degli ingenti investimenti previsti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) abbiamo provato a capire se la sanità italiana si stia muovendo verso un approccio più sostenibile.

Partendo dalle basi: l’Agenda 2030 e l’Obiettivo numero 3

Quando si parla di sviluppo sostenibile non si può non fare riferimento all’Agenda 2030. Si tratta di un programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità sottoscritto nel settembre 2015 da 193 Paesi membri dell’ONU. L’Agenda è articolata in 17 Obiettivi, Sustainable Development Goals – SDG’s in inglese, declinati a loro volta in 169 target, da raggiungere idealmente entro il 2030. Coprono una serie di tematiche legate allo sviluppo sostenibile, dalla sfera economica a quella sociale, politica e ambientale. L’Obiettivo numero 3, in particolare, tratta di salute, racchiudendo diversi target nello slogan “Assicurare la salute e il benessere per tutti e per tutte le età”.

Perché ci sia innovazione sostenibile, si deve adottare un approccio che tenga conto del miglioramento non solo del contesto sanitario, ma anche del tessuto socio-economico in cui è inserito

Secondo l’approccio promulgato dall’Agenda 2030 infatti, la salute è strettamente correlata al contesto sociale, economico e culturale nel quale è inserita e, di conseguenza, un suo sviluppo sostenibile non può prescindere da questi fattori. In poche parole, perché ci sia innovazione sostenibile, si deve adottare un approccio che tenga conto del miglioramento non solo del contesto sanitario, ma anche del tessuto socio-economico in cui è inserito. L’emergenza Covid-19 ha rimescolato le carte in tavola, evidenziando alcune criticità dell’attuale modello sanitario e dando l’opportunità, tramite gli investimenti previsti dal PNRR in sanità, di operare importanti cambiamenti in ambito sostenibilità.

La situazione italiana

L’Italia si interfaccia in maniera globalmente positiva con gli indicatori che misurano l’Obiettivo numero 3. La speranza di vita nel nostro paese è tra le più alte nel mondo, seppure abbia subito una piccola contrazione in seguito al Covid (secondo dati OCSE è passata dagli 83,6 anni del 2019 agli 82,4 del 2020). Il controllo delle patologie, soprattutto di quelle acute, è molto buono, così come la copertura dell’offerta sanitaria e la copertura vaccinale. Rimangono però, e in alcuni casi peggiorano, problematiche tipiche dei paesi avanzati. Secondo il “Rapporto SDG’s 2021” dell’Istat, infatti, sono in aumento le patologie legate all’invecchiamento della popolazione e al peggioramento degli stili di vita. Nel 2020, ad esempio, circa 3,5 milioni di persone, il 7 % circa della popolazione maggiorenne, dichiarano di avere il diabete, un valore che conferma il trend in crescita degli ultimi anni. Caso analogo quello dell’ipertensione, con circa 10 milioni di persone che ne soffrono, il 21,9 % della popolazione maggiorenne. In aumento anche i fattori di rischio per la salute come alcool, fumo e obesità.

L’aumentare della componente anziana della popolazione, dunque, unita a un conseguente incremento delle patologie croniche, pesa sempre di più sulla sostenibilità, in questo caso soprattutto economica, del sistema sanitario. A ciò si aggiungono problematiche di carattere gestionale che riguardano l’equità di accesso alle cure e l’equità in merito alla qualità dell’assistenza. Come evidenziato dal report “Rapporto europeo sull’equità nella salute”, pubblicato dall’OMS nel 2019, le disuguaglianze legate alla salute in molti paesi europei sono rimaste le stesse o sono peggiorate nonostante i tentativi da parte dei governi di affrontarle.

La sostenibilità in azienda sanitaria

“Guardando alla pratica delle aziende sanitarie italiane, la ricerca esplorativa che ho condotto con la Professoressa Emidia Vagnoni, ordinario di Economia Aziendale presso il Dipartimento di Economia e Management dell’Università di Ferrara, nell’anno 2017, aveva l’obiettivo di investigare l’implementazione del principio di sviluppo sostenibile nella popolazione delle aziende sanitarie italiane”, racconta Caterina Cavicchi, docente di Management e E-Governance della Pubblica Amministrazione, ricercatore di Economia Aziendale presso il Dipartimento di Economia e Management dell’Università di Ferrara e autrice del manuale “Lo Sviluppo Sostenibile in Azienda Sanitaria. Progettazione, implementazione e misurazione della performance”.

Dall’indagine svolta è emersa la consapevolezza delle aziende sanitarie rispetto all’importanza del concetto di sviluppo sostenibile in sanità, che si estrinseca nelle tre prospettive, economica, sociale e ambientale, in linea con la definizione data dal Rapporto Brundtland delle Nazioni Unite del 1987.

“In tal senso, la necessità di garantire qualità ed efficienza delle prestazioni erogate, ritenuta prioritaria dai rispondenti e attinente all’integrazione tra dimensione economica e sociale della sostenibilità, viene affiancata da una crescente sensibilità per l’impatto ambientale. Tra le azioni perseguite nel campo della sostenibilità, abbiamo riscontrato principalmente l’uso razionale delle risorse naturali, la prevenzione tramite la promozione di stili di vita sostenibili, gli acquisti verdi, i progetti per la salute e sicurezza sul luogo di lavoro e la gestione sostenibile dei rifiuti”.

Uso razionale delle risorse naturali, promozione di stili di vita sostenibili, acquisti verdi, progetti per la salute e sicurezza sul luogo di lavoro e gestione sostenibile dei rifiuti sono tra le azioni più implementate

La ricerca evidenzia inoltre che nelle aziende sanitarie la progettazione di queste iniziative è generalmente di competenza di uffici/posizioni dedicate o di organi e strutture informali creati ad hoc. Una minoranza ha invece utilizzato organismi collegiali con competenze interdisciplinari per supportare la progettazione.

“In generale, sembrava delinearsi una modalità di gestione della sostenibilità per progetti. Al contrario, solo la metà delle aziende aveva dichiarato di aver inserito obiettivi di sviluppo sostenibile all’interno del proprio piano strategico”, continua Cavicchi. “Certamente questi risultati erano in linea con un contesto nazionale in cui la Strategia di Sviluppo Sostenibile era appena stata delineata. Stiamo ripetendo in questi giorni l’indagine, assieme alle colleghe professoressa Emidia Vagnoni e dottoressa Chiara Oppi, ricercatrice di Economia Aziendale presso l’Università di Bergamo, per capire se, e in che misura, questi trend siano cambiati, anche alla luce dell’emanazione del PNRR che ha posto più che mai l’accento sulla necessità di investire sul sistema salute per renderlo sostenibile, soprattutto dopo gli effetti generati dalla pandemia Covid-19”.

Gli indicatori di sviluppo sostenibile

Ma come si misura la sostenibilità? Esistono due tipi di indicatori: quelli a livello nazionale e quelli a livello di azienda sanitaria. “I primi dipingono la situazione dell’intero sistema salute, in quanto misurano la performance di sostenibilità del nostro sistema sanitario. Ci sono poi quelli utilizzati a livello di azienda per il monitoraggio della performance organizzativa”, chiarisce Cavicchi.

Gli indicatori devono essere sviluppati sia a livello nazionale sia a livello di azienda sanitaria, per misurare le performance di sostenibilità delle organizzazioni

“Nel primo campo rientrano gli indicatori che intendono monitorare il posizionamento del paese rispetto all’Obiettivo numero 3 dell’Agenda 2030 e che sono stati individuati per il presidio dell’area strategica ‘Promuovere la salute ed il benessere’ della Strategia Nazionale di Sviluppo Sostenibile. Il loro andamento è consultabile nel report che annualmente viene stilato dall’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile. Per quanto riguarda invece la misurazione della performance a livello organizzativo, l’indagine condotta nel 2017 ci ha permesso di identificare i principali indicatori utilizzati dalle aziende sanitarie per presidiare la propria performance di sostenibilità. In particolare, indicatori atti a cogliere l’impatto ambientale delle strutture sanitarie, indicatori che afferiscono alla quantità, qualità ed appropriatezza dell’assistenza sanitaria offerta rispetto ai bisogni del territorio, indicatori di performance economico-finanziaria e altri indicatori riferiti a parità di genere e benessere organizzativo. Su queste quattro linee principali si muove la misurazione dell’aderenza di una azienda sanitaria ai principi di sviluppo sostenibile”.

L’approccio One Health

Nell’ottica di sviluppo sostenibile in sanità, il tema della collaborazione, tra discipline diverse e diversi professionisti, è centrale. Per approccio One Health, si intende, infatti, una strategia multidisciplinare per la salute globale che tenga conto dell’impatto sulla salute delle scelte operate in ambito sociale, economico e ambientale. Nato nel 2004 nel corso di una conferenza della Wild Conservation Society, dal concetto di interconnessione tra la salute umana e quella animale si è a oggi espanso fino a racchiudere l’impatto dell’ambiente e della società sulla salute, come l’inquinamento delle risorse ambientali, il cambiamento climatico o la perdita di biodiversità. In termini di governance sanitaria l’approccio One Health identifica una strategia di cooperazione che possa portare a “uno sviluppo armonico e rispettoso degli equilibri tra sfera naturale, sociale e istituzionale, delle compatibilità̀ globali e delle esigenze delle generazioni future”, riporta a tal proposito il report dell’ASviS, l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile, Salute e non solo sanità: come orientare gli investimenti in sanità in ottica di sviluppo sostenibile.

Nel rapporto di ASviS si fa inoltre riferimento alla “resilienza trasformativa”, ovvero “un approccio che consolidi le capacità di resistenza e tenuta delle forze sociali ed economiche in campo, ma lo faccia in un’ottica di ripensamento del modello di sviluppo in termini di sostenibilità e circolarità”.

PNRR e sostenibilità

“Il PNRR ha evidenziato la vulnerabilità del SSN di fronte alla pandemia Covid-19 e ha altresì identificato alcune criticità strutturali significative dello stesso – afferma Cavicchi -. Per rispondere a queste criticità, il PNRR, che discende dal pacchetto Europeo NEXT Generation EU, programma investimenti nel comparto salute in linea con l’approccio One Health, per favorire la transizione del sistema sanitario verso la sostenibilità. Il PNRR prevede in questo senso uno stanziamento di 15,63 miliardi di euro per la Missione Salute. Tale missione si muove su due assi principali: l’asse ‘Reti di prossimità, strutture intermedie e telemedicina per l’assistenza sanitaria territoriale’ e l’asse ‘Innovazione, ricerca e digitalizzazione del SSN’. Per quanto riguarda il primo asse, gli investimenti sono orientati a promuovere il potenziamento dell’assistenza domiciliare anche tramite l’uso della telemedicina, la creazione delle Case della Salute quale punto di riferimento per attività di prevenzione e presa in carico e la creazione degli Ospedali di Comunità di media/bassa intensità clinica per favorire l’appropriatezza delle cure.

La transizione verso la sostenibilità del SSN dipenderà dunque dalla capacità di cogliere queste opportunità, tramite l’attuazione di interventi sostanziali

Nel secondo asse troviamo, invece, l’ammodernamento del parco tecnologico e digitale delle strutture sanitarie, investimenti in sicurezza e nella formazione del personale, il potenziamento della ricerca tramite la riorganizzazione della governance degli IRCSS e gli investimenti per la ricerca biomedica, il potenziamento nell’uso del Fascicolo Sanitario Elettronico e l’utilizzo di modelli predittivi che permettano di programmare prestazioni in linea con le caratteristiche della popolazione e l’evoluzione dei bisogni sanitari. La transizione verso la sostenibilità del SSN dipenderà dunque dalla capacità di cogliere queste opportunità, tramite l’attuazione di interventi sostanziali che siano in grado di garantire il raggiungimento dei target dell’Agenda ONU 2030 per lo sviluppo sostenibile”.

Giornata mondiale contro il cancro, dall’Aiom un grido d’allarme. Cinieri: “Mancano personale e spazi dedicati”

No, il primo problema non sono le cure. Negli anni sono stati fatti passi da gigante e oggi convivere con la malattia è un obiettivo realistico. È di tutt’altro genere il grido d’allarme che l’oncologia medica lancia nella Giornata mondiale contro il cancro, 4 febbraio: servono più oncologi medici e spazi dedicati. Altrimenti la battaglia è persa, come spiega il presidente dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom) Saverio Cinieri.

Quanto ha influito la pandemia sulla lotta ai tumori?

Saverio Cinieri

“L’oncologia medica, di cui sono orgoglioso presidente, e il trattamento dei pazienti oncologici non si sono mai fermati, anche nei periodi peggiori e laddove la pressione era maggiore: abbiamo continuato a lavorare, nel rispetto delle regole anti-Covid a tutela delle esigenze dei pazienti e degli operatori sanitari.

L’impatto vero della pandemia sull’oncologia si è verificato quando si sono fermate le chirurgie, non per colpa degli oncologi ma perché molte sale operatorie nelle fasi più drammatiche sono diventate rianimazioni. A quel punto non si potevano fare interventi se non in urgenza, ma cosa non è urgente nell’ambito della chirurgia oncologica? Si tratta di operazioni indifferibili anche dal punto di vista psicologico. Adesso disponiamo di percorsi sicuri, divisi, ma le sale sono dimezzate: c’è un percorso per pazienti Covid e un altro per non Covid”.

E le mancate diagnosi?

“In questo periodo si registrano meno casi di cancro diagnosticati e ciò è dovuto anche al fatto che gli screening sono stati completamente bloccati. Ma è comprensibile che un cittadino sano non si rechi a fare esami alla mammella, al colon o alla cervice uterina se pensa di correre il rischio di infettarsi. I processi, poi, si sono notevolmente allungati: per una procedura diagnostica bisogna fare il tampone, per una biopsia serve il tampone e a questo si aggiungono i tempi di sanificazione. Aumentano quindi liste d’attesa e discontinuità”.

E la malattia?

“Da qui al 2040 è previsto un incremento importantissimo di casi di tumore in tutto il mondo: in Europa si stima una crescita del 32%. La comunità scientifica lo diceva già prima del Covid, ma tutto è passato in secondo piano con in corso una pandemia virale così acuta. Ora che si va verso il controllo – più che verso la risoluzione – del problema Covid, è importante tornare a quel punto: c’è bisogno di più risorse e di più spazi”.

Cosa chiedete in concreto?

“Tutto il mondo del cancro ha bisogno di maggiori risorse. Non parliamo di posti letto di degenza ordinaria, che per quanto concerne la malattia oncologica sono demandati a situazioni limite, ma di Day Hospital, spazi fisici, personale medico addestrato. Le piante organiche vanno riviste, perché sta arrivando uno tsunami oncologico: ecco come nasce il nostro grido di allarme.

Ma sono in gioco anche altri elementi di riflessione. Esiste una correlazione fra cambiamento climatico e incremento dei casi cancro? C’è una correlazione, e sappiamo che c’è, fra mancate vaccinazioni tipo Hpv negli adolescenti e cancro? E con l’aumento dell’assunzione di alcol, dell’abitudine al fumo di sigaretta, la diminuzione dell’attività fisica e l’alimentazione sbagliata? Sicuramente sì, sono tutti fattori che predispongono allo sviluppo dei tumori. Stiamo assistendo a un incremento delle diagnosi anche nei giovani under 40: è il risultato di un processo evolutivo e dei comportamenti sbagliati degli ultimi anni. Bisogna ragionarci in termini di prevenzione primaria e secondaria, aumento delle strutture e anche di correlazioni farmacoeconomiche, perché tutto ha un costo. Noi siamo più bravi nella diagnosi e nella cura: siamo riusciti ad allungare la vita dei pazienti anche grazie a terapie sempre più mirate ed efficaci e cronicizzare la malattia è nelle nostre corde, ma rischiamo di essere schiacciati da quanto detto finora”.

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) potrà essere d’aiuto?

“La speranza è che se arriveranno più fondi per la sanità saranno usati anche per questo, ma la certezza non ce l’ho”.

Il PNRR prevede un’importante riforma della sanità territoriale: funzionerà?

“Se ne avessi la possibilità chiederei ai direttori generali: per cortesia, non fermatevi ai vecchi sistemi e meccanismi. C’è bisogno di più persone e di spazi fisici e di riorganizzare le piante organiche in maniera diversa. Per fare una medicina territoriale ben fatta ci vogliono oncologi medici, che non si improvvisano dall’oggi al domani. Se si intraprende questo tipo di strada senza la necessaria collaborazione con le strutture ospedaliere, si fa un errore: dove hanno provato a farlo, ad esempio in Toscana, non riescono, perché non ci sono gli specialisti. Adesso la priorità è capire che c’è il problema e cercare di lavorarci finché non si trovano le soluzioni più adeguate. Il Covid è stata la scusa che ha coperto tutto”.

Diritto all’oblio oncologico: la prima campagna nazionale “Io non sono il mio tumore”

La Giornata mondiale contro il cancro è anche l’occasione per l’Aiom di rilanciare la raccolta firme di Fondazione Aiom per richiedere una legge per il riconoscimento del Diritto all’oblio oncologico sul modello di Francia, Lussemburgo, Belgio, Olanda e Portogallo.

Quasi un milione di persone in Italia sono guarite da un tumore, ma per la burocrazia sono ancora malate e rischiano discriminazioni nell’accesso a servizi come l’ottenimento di mutui, la stipula di assicurazioni sulla vita, l’assunzione in un posto di lavoro e l’adozione di un figlio. Ulteriori informazioni su dirittoallobliotumori.org.

Nella nuova survey Altems la fotografia della telemedicina nelle aziende sanitarie

La pandemia Covid ha definitivamente reso la telemedicina una modalità accettata e diffusa per l’erogazione di servizi sanitari, come complemento delle attività in presenza. Già alla fine di giugno 2021 nell’Instant Report COVID-19 dell’ALTEMS, l’Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, erano state censite quasi 250 iniziative, avviate dalle aziende dall’inizio della pandemia.

Alla fine del 2020 sono state poi definite le “Indicazioni Nazionali sull’erogazione delle prestazioni in telemedicina, approvate dalla Conferenza Stato Regioni il 17 Dicembre 2020, che definiscono il quadro di riferimento operativo e normativo secondo il quale organizzare, erogare le prestazioni effettuate, “al fine di ricondurle ai Livelli essenziali di assistenza nell’ambito dei quali vengono erogate e quindi alle regole amministrative che devono essere applicate a tali prestazioni (in termini di tariffa, modalità di rendicontazione, compartecipazione alla spesa)”.

Considerata l’esigenza di estrema rapidità nell’implementazione, le soluzioni realizzate si sono basate su strumenti e tecnologie molto differenti (a partire dal semplice contatto telefonico) e sono state in gran parte circoscritte al supporto a singole attività di cura ed assistenza, indipendentemente dal contesto complessivo del percorso di cura del paziente

L’obiettivo principale, adesso, deve quindi essere quello di “mettere a sistema” quanto realizzato sotto la spinta dell’emergenza, per integrare le soluzioni realizzate all’interno dei processi clinico-assistenziali e poter capitalizzare sui risultati raggiunti utilizzandoli come base per i successivi passi di evoluzione digitale del sistema sanitario, nell’ottica della continuità del percorso di cura del paziente e secondo le linee guida del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR).

A questo scopo, le iniziative di telemedicina non possono essere considerate come applicazioni isolate, secondo visioni puramente tecnologiche e circoscritte a supportare una specifica attività. Devono rappresentare parte integrante del contesto clinico-organizzativo, in modo da assicurare la continuità del percorso di cura e la sicurezza (nella sua più completa accezione del termine, incluso il rischio clinico e la protezione dei dati personali), tenendo conto anche delle esigenze del paziente, che assume, rispetto a quanto avviene nelle attività in presenza, un ruolo fondamentale e determinante per il successo dell’iniziativa.

Secondo questo approccio multidimensionale tipico dell’HTA, il Laboratorio sui Sistemi informativi Sanitari dell’ALTEMS, in collaborazione con il CERISMAS, il Centro di Ricerche e Studi in Management Sanitario dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha condotto (con il supporto non condizionato di Lilly), fra agosto e novembre 2021 uno studio sulle soluzioni di telemedicina implementate e/o in corso di sviluppo nelle aziende sanitarie, con lo scopo di ottenere una fotografia degli scenari attuali secondo parametri che siano indipendenti da specifiche tecnologie e prodotti, e che permettano quindi di rappresentare le diverse soluzioni secondo un linguaggio e indicatori comuni.

 

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Figura 1. Le aziende che hanno partecipato allo studio

 

I dati raccolti, con il contributo di 128 aziende sanitarie (Figura 1), permettono di delineare –sulla base di un campione più che significativo del panorama nazionale- lo scenario complessivo circa la rilevanza attribuita alla telemedicina dalle diverse aziende e l’approccio finora seguito nella definizione di questi progetti, di sui solo il 53% è stato avviato a fronte della pandemia Covid, a riprova dell’interesse già da tempo esistente anche in Italia verso forme di digitalizzazione e telecollaborazione sanitaria, adesso finalmente consolidabili grazie alle Indicazioni Nazionali e agli obiettivi del PNRR.

I risultati della survey saranno discussi nella Live in programma per martedì 8 febbraio dal titolo Telemedicina: fotografia di un’Italia connessa.

Rilevanza della telemedicina e soluzioni implementate dalle aziende

Nei due terzi delle aziende sono già presenti (operative e/o in fase di sviluppo) soluzioni di telemedicina, ed oltre il 60% delle aziende prevede di avviare nuove iniziative nell’immediato futuro (Figura 2). Come naturale conseguenza del periodo emergenziale, due terzi delle soluzioni sono finalizzate ad interagire ed a fornire supporto (principalmente visite, ma anche monitoraggio ed assistenza) al paziente. L’interazione e la collaborazione sul territorio viene comunque considerata ugualmente essenziale per i progetti previsti per l’immediato futuro dal 60% delle azeinde.

 

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Figura 2. Ambiti ed obiettivi delle soluzioni implementate

Il contesto dei sistemi informativi delle aziende

Come discusso in premessa, la soluzione di telemedicina deve essere parte integrante del processo clinico-organizzativo. Va pertanto progettata, gestita ed analizzata nell’ambito del sistema informativo, della cui organizzazione ovviamente risente.

A questo proposito (Figura 3), la struttura organizzativa non si presenta particolarmente completa ed omogenea, in particolare per quanto riguarda l’attenzione agli aspetti più propriamente clinici e assistenziali.

Solo nel 40% delle aziende è formalizzata una collaborazione dei responsabili del Rischio clinico con la UO ICT nella definizione dei progetti informatici e solo nel 55% dei casi le aziende dichiarano di adottare una metodologa di evoluzione basata su pianificazioni periodiche, tendenzialmente annuali. Anche la valutazione periodica della rispondenza delle soluzioni digitali rispetto all’evoluzione delle esigenze è abbastanza ridotta, con una attenzione veramente bassa agli aspetti di rischio clinico (29%) e di sicurezza e funzionalità dei dispositivi (34%), che -nel contesto della telemedicina- rappresentano una componente di primaria importanza.

 

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Figura 3 – La struttura organizzativa per la implementazione e la gestione dell’innovazione digitale

 

Anche gli aspetti più strutturali (Figura 4) del sistema informativo sanitario nel suo complesso si presentano in gran parte frammentati, tali da condizionale significativamente sulla continuità dei processi clinico-organizzativi sia all’interno della struttura che, a maggior ragione, nelle evoluzioni sul territorio.

  • I sistemi sono nella maggior parte dei casi basati su architetture a “silos”, dedicati al supporto alle singole unità operative piuttosto che alla gestione dei processi;
  • Le interazioni sono essenzialmente “punto-punto”, realizzate ad-hoc, senza la presenza un middleware che consenta di gestire e controllare in modo organico e sicuro le comunicazioni fra i vari componenti;
  • Solo nel 25% dei casi è presente un repository aziendale in grado di raccogliere ed integrare -al pari del datawarehouse amministrativo- i dati sanitari gestiti autonomamente dai diversi sistemi, per renderli disponibili alle altre applicazioni (nello specifico quelle di telemedicina) e per assicurare al sanitario un quadro completo dello stato e del percorso del paziente (vedi anche l’articolo “La babele dei dati nella sanità digitale”, sul numero 2-2021 di Progettare per la Sanità)

Tutto questo in un inevitabile proliferare di applicazioni: il 60% delle aziende non è in grado di indicare il numero delle applicazioni (e di basi dati) distinte esistenti nell’azienda; nel rimanente 40% dei casi viene indicata approssimativamente una media di circa 40 sistemi distinti, con picchi di oltre 100; senza considerare tutte quelle applicazioni prettamente locali, ad esempio per l’interazione con singoli dispositivi condivisi (es. ecografi, elettrocardiografi, etc.), sempre più diffusi e rilevanti.

Conseguenza di questo scenario è che la gestione cartacea rimane predominante e che due terzi delle aziende dichiara di gestire in forma digitale meno del 50% dei dati sanitari dei pazienti. In questo quadro, senza una strategia di integrazione e condivisione dei dati, la transizione digitale si presenta un processo lungo e molto complesso.

 

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Figura 4 – La struttura dei sistemi informativi sanitari

Caratteristiche delle soluzioni di telemedicina

Per il supporto alle diverse attività di telemedicina, come rappresentato in Figura 5, gli scenari in quasi tutte le aziende si basano su un mix di soluzioni altamente variabile, dal semplice telefono, all’uso di piattaforme regionali, all’adozione di sistemi informatici dedicati, commerciali e/o ad hoc, a cui realizzazione -per specifiche patologie e setting assistenziali- è stata avviata dai due terzi delle aziende.

 

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Figura 5 – Gli strumenti adottati per la telemedicina

 

I sistemi informatici realizzati -sia regionali che aziendali- si presentano tuttavia ancora molto frammentati, principalmente basati su soluzioni autonome e non realmente integrati nel processo clinico-organizzativo (Figura 6).

 

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Figura 6 – L’integrazione dei sistemi di telemedicina nel processo clinico organizzativo

 

In particolare, per quanto riguarda i dati:

  • nel 38% dei casi i dati sono registrati in una base dati autonoma, separata da quella utilizzata per le attività in presenza. Nel caso delle visite ambulatoriali, quindi, il medico è costretto ogni volta ad interrogare due sistemi diversi per avere il quadro dello stato del paziente.
  • Nel 20% dei casi, i dati sono trascritti manualmente nella cartella clinica, con i conseguenti aggravi di lavoro e rischi di errore.

Per quanto l’interazione con altri sistemi interessati nel processo, solo nel 54% dei casi è prevista una interazione con gli altri sistemi aziendali, percentuale che si riduce all’15% per quanto riguarda i sistemi regionali. In circa un terzo dei casi il sanitario ha la possibilità di accedere al Fascicolo Sanitario Elettronico, ma principalmente non in modo automatico tramite l’applicazione, ma mediante un accesso manuale, con la conseguente necessità di duplicare le attività e copiare manualmente i dati. Anche da qui, inevitabilmente, lo scarsissimo popolamento ed utilizzo dell’FSE.

 

La natura stessa della telemedicina rende le modalità di rapporto ed interazione con il paziente elementi fondamentali per la qualità ed il successo della soluzione. A questo proposito (Figura 7) va osservato come:

  1. nonostante quanto previsto dalle “Indicazioni Nazionali per l’erogazione di servizi in Telemedicina”, l’interazione è ancora non sempre completa e paragonabile a quella in presenza:
    • nel 18% dei casi la comunicazione avviene solo in modo asincrono (solo mediante messaggi/mail) senza possibilità di comunicazione interattiva audio e video;
    • nel 34% dei casi lo scambio di messaggi e documenti è possibile solo durante il contatto diretto; le comunicazioni prima e dopo la televisita -peraltro fondamentali e parte integrante del processo di cura in molte patologie- devono essere effettuate mediante i canali non protetti della mail.
  1. nonostante lo smartphone sia lo strumento più utilizzato dai pazienti (nel 70% dei casi, vedi i risultati dell’iniziativa “Telemedicina Subito”), in meno di un terzo dei casi è disponibile una APP in grado di facilitare durante l’episodio clinico l’operatività dei pazienti, spesso anziani e con scarsa familiarità con la tecnologia
  2. materiale formativo ed informativo per i pazienti è disponibile solo in poco più della metà dei casi.

 

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Figura 7 – Funzionalità e supporto per il paziente

 

Alcune considerazioni, infine, relativamente alla maturità delle soluzioni dal punto di vista della valutazione dell’efficacia e della rispondenza alle normative. Questi aspetti, che riflettono l’organizzazione generale del sistema informativo precedentemente discussa, sono ancora limitati per la relativa “giovinezza” delle iniziative:

  • in quasi due terzi dei casi non è stata ancora effettuata una valutazione di impatto del processo secondo i criteri previsti dal GDPR
  • anche per i sistemi informatici sviluppati la conformità con il recente regolamento sui dispositivi medici è dichiarata per solo il 34% dei casi
  • in meno del 30% dei casi viene valutata, mediante indicatori, l’efficacia delle prestazioni erogate dal punto di vista clinico ed organizzativo.

Elementi di criticità evidenziati nell’implementazione e nell’utilizzo di soluzioni di telemedicina

Per concludere, la Figura 8 evidenzia i principali fattori di criticità dichiarati dalle aziende rispetto all’implementazione ed alla diffusione di soluzioni di telemedicina, sia dal punto di vista della accettazione da parte dei pazienti, sia per quanto riguarda i fattori interni all’organizzazione sanitaria stessa.

 

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Figura 8: Criticità nell’implementazione e nell’ utilizzo di soluzioni di telemedicina

 

Per quanto riguarda i pazienti, si può osservare come la scarsa informazione e la scarsa familiarità di questi nell’uso dei sistemi e dei dispositivi siano considerati ostacoli molto significativi, considerando anche che in quasi il 60% dei casi viene indicato che i pazienti sono assistiti -totalmente o parzialmente- da un care giver. Un sensibile miglioramento potrebbe essere ottenuto migliorando con un più esteso uso di APP e del supporto, abbastanza limitato, come presentato in Figura 7,  Parimenti, potrebbero fornire un importante contributo le associazioni dei pazienti, che -tuttavia- risultano essere state coinvolte solo nel 18% dei casi.

Per quanto riguarda gli aspetti tecnici all’interno dell’organizzazione, va evidenziato come in oltre l’80% delle aziende, la frammentazione dei dati e la non condivisione di questi fra le diverse applicazioni vengano -a ragione- considerate un aspetto critico, in quanto non consentono la continuità del processo di cura e la disponibilità di un quadro completo, aggiornato e proattivo dello stato del paziente. Questo problema è imputabile alla architettura dei sistemi informativi (Figura 4), in massima parte descritti come frammentati in applicazioni settoriali eterogenee e privi di un Cinical Data Repository ovvero una base dati conosciuta dall’azienda ed indipendente dalle singole applicazioni, nel quale far confluire -in forma dettagliata ed analizzabile- tutti i dati sanitari provenienti dai diversi settori, al pari di quello che si fa da anni per scopi amministrativi con il datawarehouse. Stupisce tuttavia, come -nonostante questa consapevolezza- il 38% dei progetti di telemedicina descritti (Figura 6) continui a basarsi esclusivamente su una struttura autonoma ed isolata rispetto al resto del sistema.

In definitiva, si conferma ancora come, in mancanza di una strategia di governo ed utilizzo dei dati tramite una piattaforma aziendale, aperta e condivisa (il Clinical Data Repository), l’aumento della digitalizzazione ed il proliferare dei progetti possa tradursi più in un ostacolo che in un supporto al processo di cura del paziente, tanto all’interno dell’azienda che -a più forte ragione- nella necessaria evoluzione verso la collaborazione territoriale di più attori nell’intero percorso clinico-diagnostico-assistenziale, obiettivo ben chiaro anche nelle linee guida del PNRR.

Distribuzione diretta, Sinafo: “In ospedale un lavoro di qualità e senza sprechi”

Distribuzione diretta dei farmaci nella bufera. Il dibattito si è riacceso da quando, l’11 gennaio, la commissione Affari Sociali della Camera ha proposto un’indagine conoscitiva in materia di “distribuzione diretta” dei farmaci per il tramite delle strutture sanitarie pubbliche e di “distribuzione per conto” per il tramite delle farmacie convenzionate con il servizio sanitario nazionale e attuazione dell’articolo 8 del decreto legge n. 347 del 2001 (legge n. 405 del 2001).

Il documento della Commissione riferisce di “sprechi e disagi” derivanti dalla distribuzione nel pubblico. Ma i farmacisti ospedalieri non ci stanno. Come spiega il Segretario Generale Fassid area Sinafo Roberta Di Turi, il sindacato che coordina, insieme alle società scientifiche Sifo e Sifact, ha sentito la necessità di ribadire i vantaggi della distribuzione diretta dei farmaci, a partire dalla sostenibilità del sistema e dall’appropriatezza prescrittiva.

 

È, questo, il primo dei contributi raccolti sul tema che seguiremo con attenzione e dando voce alle categorie coinvolte.

Farmaci galenici e terapie personalizzate in Italia, enormi potenzialità ancora inespresse

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A partire dalla seconda guerra mondiale, con l’avvento dell’industrializzazione, quando si pensa alla produzione dei farmaci vengono subito in mente le grandi industrie farmaceutiche, che producono in serie migliaia di medicinali destinati, seppur identici, a essere venduti a persone totalmente diverse le une dalle altre per peso, superficie corporea e condizioni di salute. Ci sono pazienti, però, che nelle comuni farmacie non riescono a trovare farmaci industriali che soddisfino le loro esigenze. È qui, dunque, che interviene la figura del farmacista, protagonista nella preparazione dei farmaci galenici che, con dosaggi, formulazioni ed eccipienti caratteristici, sono in grado di adattarsi alle necessità del paziente, fornendo una terapia quanto più personalizzata possibile.

Che cosa sono i farmaci galenici

I farmaci galenici, allestiti dai farmacisti in un apposito laboratorio che può trovarsi all’interno di un ospedale o di una farmacia territoriale, sono preparazioni che comunemente non si trovano in commercio, fondamentali per soddisfare le specifiche esigenze di un paziente, di qualunque età esso sia.

Le preparazioni galeniche si classificano in officinali, quando sono descritte in Farmacopea Ufficiale o in una Farmacopea degli stati dell’Unione Europea, dispensabili direttamente ai pazienti che si rivolgono alla farmacia che li ha realizzati, oppure magistrali, quando sono prescritti dal medico per un determinato paziente, in base a quanto previsto dalla legge 94/98.

La Farmacopea Ufficiale è un codice farmaceutico che riporta una serie di disposizioni tecnico-scientifiche e amministrative, di cui il farmacista si serve per il controllo della qualità dei medicinali, delle sostanze e dei preparati finali, inserendo informazioni sui metodi di verifica chimico analitici e tecnologici delle specifiche di qualità, dei metodi di preparazione o della formulazione.

Chi necessita dei farmaci galenici

Solitamente, le preparazioni galeniche sono create per rispondere alla mancanza di un determinato farmaco, come spesso accade per le malattie rare, anche oncologiche, che colpiscono non più di 5 persone su 10.000, oppure per la necessità di modificare la formulazione che potrebbe contenere elementi non tollerati dal paziente. Basti pensare al lattosio, comunemente utilizzato nella produzione dei farmaci come eccipiente per le sue proprietà di legante, al quale circa il 50% degli italiani risulta essere intollerante. Grazie alle formulazioni galeniche è possibile realizzare un prodotto medicinale privo di questo eccipiente, evitando, così, fastidiose conseguenze.

“Nell’ambito pediatrico – spiega Davide Zanon, responsabile del laboratorio galenico dell’IRCCS materno-infantile “Burlo Garofolo” di Trieste – la necessità di allestire farmaci galenici è molto frequente. Ad esempio, nel nostro laboratorio creiamo ad hoc formulazioni per i piccoli pazienti che potrebbero aver bisogno di un particolare dosaggio, o di una specifica formulazione, adeguata alla loro età. Per un bambino di un anno, infatti, deglutire una capsula potrebbe risultare piuttosto complesso, per questo si rende necessario allestire uno sciroppo, una sospensione o, in generale, una formula liquida per uso orale, adeguando il dosaggio alla necessità del paziente”.

Angela Pasquariello

Analoga situazione si verifica in pazienti adulti disfagici, affetti da Alzheimer e Parkinson, che, presentando difficoltà di deglutizione “non riescono ad assumere la terapia necessaria, presente in commercio solamente sottoforma di capsule e compresse”, illustra Angela Pasquariello, responsabile della Farmacia Ospedaliera della Fondazione IRCCS Istituto Neurologico “Carlo Besta” di Milano. “In questo caso allestiamo soluzioni orali, cartine o capsule apribili, il cui contenuto sarà somministrato tramite sondino naso-gastrico”.

Quanto è elevata la personalizzazione

I farmaci galenici officinali hanno un basso grado di personalizzazione, infatti, possono essere allestiti in farmacia a prescindere dalle caratteristiche del paziente.

“Per non sovraccaricare l’attività del laboratorio galenico del nostro ospedale – riporta Davide Zanon – tendiamo ad evitare di allestire farmaci officinali che, talvolta, dato il largo consumo, devono essere prodotti in grandi quantità: in questo caso è più comodo acquistarli presso officine farmaceutiche autorizzate, risparmiando tempo e denaro. Un esempio su tutti, in ambito pediatrico-neonatale, è la pasta all’ossido di zinco al 10%, usata come lenitivo e protettivo per la pelle delicata dei neonati. Preferiamo focalizzarci sulla personalizzazione della terapia, e dunque sulla produzione dei galenici magistrali, farmaci dedicati alla persona, ritagliati su misura come un abito sartoriale, allestiti in base alle esigenze specifiche del paziente”.

“Nell’ambito delle preparazioni galeniche magistrali sterili oncologiche, considerato il basso indice terapeutico dei farmaci utilizzati – spiega Angela Pasquariello –, la preparazione è rapportata solo e unicamente al paziente per cui è stata allestita, tenendo conto non solo dell’appropriatezza prescrittiva del farmaco, ma anche di specifiche caratteristiche del paziente come peso, superficie corporea ed eventuali danni d’organo. Pazienti epatopatici o nefropatici, infatti, avranno difficoltà, rispettivamente, a metabolizzare e a eliminare metaboliti di un determinato farmaco. Per evitare che questi si accumulino creando ulteriori danni all’organismo, potrebbe essere necessario ridurre il dosaggio del farmaco in base alla gravità della disfunzione dell’organo”.

Come nasce un farmaco galenico

Requisito fondamentale perché venga predisposto l’allestimento del farmaco galenico magistrale è la prescrizione del medico che deve pervenire nel laboratorio della farmacia. A questo punto i farmacisti possono procedere alla realizzazione dei farmaci secondo le Norme di Buona Preparazione descritte nella Farmacopea Ufficiale Italiana, volte a garantire la qualità e la tracciabilità dei preparati allestiti.

Quando il farmacista si approccia alla nuova formulazione, priva di dati di letteratura, può effettuare studi di stabilità chimico-fisica, necessari per determinare se il principio attivo subisca o meno degradazione ed, eventualmente, in che modo e tempo ciò avvenga. Questi studi permettono di definire la shelf life, o data di scadenza, di un preparato in modo da non turbarne l’efficacia e standardizzarne l’allestimento. Sono valutate anche l’appropriatezza prescrittiva, l’opportuno dosaggio e l’idoneità della formulazione in relazione alle caratteristiche tecnico-farmaceutiche del principio attivo. Si scelgono, dunque, eccipienti, veicolo e forma farmaceutica – solida, liquida o semi-solida – più appropriati. Inoltre, in funzione delle specifiche monografie descritte in Farmacopea italiana, vengono svolti sui preparati i necessari saggi di contaminazione microbica.

Resta valido il fatto che, ai fini della prescrizione medica di un farmaco galenico, secondo quanto previsto dalla legge 94/98, i principi attivi necessari per l’allestimento devono avere superato almeno studi clinici di fase 2. Talvolta, il galenico è parte integrante di sperimentazioni cliniche e deve essere allestito secondo i criteri previsti dal decreto legge 200/2007.

Per l’allestimento di farmaci galenici sono necessari spazi idonei all’interno della farmacia, con determinate caratteristiche strutturali e ambientali, dotati della strumentazione necessaria. Per quanto riguarda le farmacie ospedaliere, nello specifico, ai fini dell’accreditamento della struttura dedicata alla farmacia, è fondamentale che sia presente uno spazio riservato alla galenica non sterile.

“Oltre al consueto accreditamento aziendale della struttura – racconta Davide Zanon –, l’IRCCS Burlo Garofolo ha deciso, fin dai primi anni duemila, di sottoporre la Farmacia a certificazione ISO, attestando così la qualità di ogni attività procedurale e produttiva. Attualmente siamo certificati ISO 9001:2015, in linea con l’ultimo aggiornamento”.

Per allestire preparazioni sterili di farmaci antiblastici, è necessario accreditare un laboratorio specifico chiamato UFA (Unità Farmaci Antiblastici).

“Grazie al recente accreditamento dell’UFA – racconta Angela Pasquariello –, l’IRCCS Carlo Besta ha potuto trarre molteplici vantaggi. Non demandando più a strutture esterne la produzione di antiblastici sterili, abbiamo beneficiato di un grande risparmio economico e di un aumento della sicurezza, evitando il trasporto quotidiano, mediante fattorini, di farmaci citotossici altamente pericolosi e ad alto rischio occupazionale. Inoltre, abbiamo potuto ampliare l’applicazione della sperimentazione clinica Profit e No Profit in ambito oncologico, finora tecnicamente non possibile per la necessità di individuare internamente alla Struttura le figure professionali di riferimento, di volta in volta opportunamente trainate. Immediatamente dopo l’accreditamento dell’UFA sono stati approvati dal Comitato Etico tre studi clinici con un noto farmaco autorizzato per la terapia del melanoma, il Nivolumab, volti a valutare efficacia e sicurezza del farmaco per il trattamento di tumori cerebrali rari”.

Quanto costa un farmaco galenico rispetto alle produzioni industriali

Per quanto riguarda i costi di produzione dei farmaci galenici, che seguono il Tariffario Nazionale, bisogna considerare l’intero processo produttivo a partire dal reperimento delle materie prime, alle volte difficoltoso, fino alla fase fondamentale di etichettatura. Il costo del galenico, puntualmente nomenclato, è soggetto a diversi parametri. Per ogni tipo di preparazione è definito l’onorario del farmacista: quello che può far variare, comunque di poco, il costo di un galenico, è il numero delle operazioni tecnologiche che il professionista deve effettuare durante l’allestimento.

Confrontando un farmaco galenico con uno a produzione industriale, le differenze possono essere sostanziali, e abbiamo due esempi a dimostrarlo.

Il farmaco glicopirrolato usato per il trattamento della scialorrea, produzione eccessiva di saliva che si verifica soprattutto nei bambini, è presente in commercio in fascia C e il suo costo, dunque, è a totale carico del paziente. Un disturbo simile, nonostante abbia un forte impatto sociale e relazionale per i bambini, da un punto di vista sanitario passa in secondo piano rispetto a patologie di altra natura. Tuttavia, il laboratorio galenico del Burlo Garofolo di Trieste, considerato il costo molto elevato e gli importanti risvolti personali, ha deciso di allestire una preparazione galenica per andare incontro alle necessità della famiglia del piccolo paziente affetto da scialorrea. I costi, sostenuti dall’Azienda Sanitaria Giuliano Isontina (ASUGI), con cui il Burlo Garofolo ha un accordo quadro, sono stati molto contenuti: il risparmio per la realizzazione di ogni flacone di soluzione galenica rispetto alla formulazione commerciale è di circa 581 euro.

Esempio analogo può essere fatto con il farmaco commerciale Fampyra, impiegato per il trattamento della sclerosi multipla. Come farmaco off-label – usato per il trattamento di patologie e disturbi non previsti nel riassunto delle caratteristiche del prodotto – può essere prescritto per la cura delle malattie neurologiche rare, previa autorizzazione da parte del Centro di Coordinamento Regionale delle Malattie Rare. Essendo di fascia C, l’intero costo sarebbe, anche in questo caso, a carico del paziente. Attraverso preparazione galenica realizzata dalla farmacia dell’Istituto Carlo Besta di Milano, con la stessa quantità di principio attivo usato per una singola confezione di farmaco industriale, è stato possibile coprire più di un anno di terapia.

In entrambi i casi, grazie all’allestimento dei farmaci galenici è stato possibile assecondare i bisogni della famiglia, fornendo una terapia efficace a cui, altrimenti, non avrebbero fatto ricorso visti gli elevati costi.

Prospettive future

Oltre al risparmio appena illustrato, grazie a un implemento dei laboratori galenici su tutto il territorio nazionale, sarebbe possibile evitare sia numerosi sprechi economici da parte del Sistema Sanitario Nazionale, sia un’inadeguatezza dei trattamenti verso i pazienti. Come definito dalla raccomandazione ministeriale 19, se i farmaci presenti in commercio vengono manipolati in maniera errata, ad esempio per cercare di fornire una cura al paziente con specifiche necessità, possono causare errori in terapia. Basti pensare ai pazienti disfagici: per ovviare al problema di deglutizione, spesso vengono triturate le compresse somministrate per la terapia. Purtroppo, però, questi medicinali potrebbero essere a rilascio modificato, o presentare un rivestimento che consenta al principio attivo di non essere inattivato dai succhi gastrici, con il rischio di inficiare la terapia. Avvalersi di un laboratorio galenico permetterebbe di superare questa problematica, ottenendo una preparazione idonea per quel determinato paziente.

Occorre ricordare che in nessun modo il farmaco galenico si sostituisce al prodotto commerciale, ma viene allestito quando un certo farmaco o formulazione è mancante in commercio.

“Molti passi in avanti – ricorda Angela Pasquariello, Coordinatrice per l’Area Scientifica regionale Malattie Rare per SIFO Lombardia – devono essere fatti anche dal punto di vista legislativo. Per le malattie rare non codificate la rimborsabilità da parte del SSN decade, per cui anche il farmaco galenico è a carico del paziente, a meno che l’Azienda Sanitaria non decida di occuparsene in prima linea, cosa non scontata. L’effettiva presa in carico del paziente affetto da malattia rara è purtroppo disomogenea a livello interregionale e ciò impone interventi istituzionali anche in relazione alla recente approvazione della Legge 175/2021, di cui si auspica un’imminente implementazione dei decreti attuativi”.

Importante sarebbe riuscire a fornire un’adeguata continuità assistenziale sul territorio, anche fuori regione, con forte collaborazione tra aziende ospedaliere, distretti e farmacie territoriali, senza gravare ulteriormente sui pazienti, già alle prese con le malattie da cui sono affetti. Solo in questo modo le potenzialità delle preparazioni galeniche potrebbero essere espresse al meglio.

Fabbisogni, medicina territoriale, competenze: le sfide per il successo del PNRR

Valutazione dei bisogni, attenzione alle differenze regionali, investimenti in formazione, in assunzioni e nuove apparecchiature. Gestione ottimizzata del territorio e della cronicità. Riforma strutturale della medicina generale. Sono tanti gli obbiettivi e le sfide della missione 6 del PNRR e gli investimenti destinati alla sanità non sono pochi: 20 miliardi di euro che dovrebbero aiutare il nostro SSN a cambiare decisamente passo, a sradicare approcci vetusti che andavano bene nel secolo scorso ma che mal si conciliano con le esigenze di oggi, dove la popolazione anziana cresce sempre di più, insieme alle cronicità e alle comorbidità. Tutto questo si può fare con la rete di prossimità, la medicina territoriale, la telemedicina. Con una gestione centrale sapiente e un coordinamento regionale che tenga conto delle esigenze dei singoli territori.

Di tutto questo abbiamo parlato nella prima live dell’anno, lo scorso 11 gennaio, insieme al Sottosegretario del Ministero della Salute, Andrea Costa, Enrico Coscioni, Presidente Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (AGENAS) e Francesco Saverio Mennini, Research Director EEHTA del CEIS, Facoltà di Economia dell’Università di Roma Tor Vergata e Presidente SiHTA.

A parte i grandi contenitori, non è ancora chiaro quali saranno i progetti da realizzare e chi misurerà l’avanzamento dei lavori e il raggiungimento degli obbiettivi

Agli ospiti si è chiesto come poter formare in modo davvero efficace i medici di medicina generale, la categoria che più sarà interessata dagli investimenti del PNRR, ma i clinici chiedono anche di essere più ascoltati dalle istituzioni, mentre tra i dirigenti ci si chiede come si possano calcolare in modo corretto i fabbisogni prima di procedere ad acquistare strumenti e come investire in modo giusto nelle competenze, visto che molti macchinari nuovi ancora rimangono chiusi e imballati perché non c’è abbastanza personale qualificato. Piccoli grandi quesiti che segnano il terreno scivoloso su cui si sta muovendo tutto il PNRR. Piccoli grandi quesiti che meritano risposte e interventi per poter applicare nel modo giusto l’ingente mole di investimenti che a breve interesserà tutto il sistema sanitario italiano.

Il punto, infatti, è che a parte i grandi contenitori (le cure domiciliari, le case di comunità, la telemedicina, la digitalizzazione, la ricerca e l’innovazione nell’ambito clinico e sanitario) ancora non è del tutto chiaro quali saranno in concreto i progetti che verranno messi a terra. E chi misurerà l’avanzamento dei lavori e il raggiungimento degli obbiettivi?

Una sanità più vicina ai cittadini

Andrea Costa

Se c’è una cosa questa pandemia ha insegnato a tutta la classe politica è la necessità di dialogare con i cittadini, per capirne davvero i bisogni in termini di salute e realizzare una sanità di prossimità davvero efficiente.

“La politica è chiamata a una grande responsabilità – ha ammesso il Sottosegretario Costa – dobbiamo costruire una sanità più vicina alla cittadinanza. La pandemia ci ha insegnato come le grandi sfide si vincano se si fa un lavoro di squadra. C’è bisogno che la politica torni ad ascoltare. Prima dell’emergenza credevamo che l’ospedale fosse l’unico luogo dove avere risposte e invece occorre infrastrutturare il territorio, gli ospedali devo concentrarsi sui servizi acuti e il territorio deve essere potenziato per il resto. Non c’è crescita senza salute in un paese. E credo sia sbagliato l’approccio ideologico di contrapporre la sanità pubblica a quella privata: tutti possono contribuire per dare una risposta ai bisogni di salute dei cittadini”.

La medicina territoriale e il ruolo strategico di AGENAS

Un budget da 7 miliardi in cinque anni destinato a ridisegnare la sanità territoriale: a monitorare la componente 1 della missione 6 del PNRR sarà AGENAS.

L’agenzia avrà il delicato compito di coordinare le attività che riguardano una delle sfide più importanti che il Sistema Sanitario Nazionale abbia mai sperimentato, la medicina e assistenza sanitaria territoriale. Due miliardi per le Case di Comunità, 4 miliardi per l’assistenza domiciliare e la telemedicina e un miliardo per le cure intermedie.

“Entro il 28 febbraio prossimo dovremo caricare sulla piattaforma digitale dell’Agenzia i dati tecnici delle case di comunità – ha spiegato il presidente Coscioni – e AGENAS dovrà occuparsi anche di rendere omogenei gli standard per queste nuove strutture territoriali, che saranno impostate come poliambulatori, in modo che diventino un filtro importante rispetto all’ospedale. Sarà realizzata una Casa ogni 40.000 abitanti per gestire i bisogni dei cittadini e per una presa in carico efficiente delle cronicità.  Dobbiamo ripensare il modello di medicina territoriale che ad oggi è evidentemente insufficiente. Bisogna dirlo molto chiaramente: la medicina di base deve essere riformata, è antiquata rispetto alle fragilità e cronicità che dobbiamo affrontare oggi. Non si può pensare di gestire i territori nei singoli ambulatori dei medici di medicina generale. Ci vogliono maggiori competenze, una laboratoristica di sostegno. In questo momento stiamo discutendo del nuovo indirizzo normativo da dare a questo ambito della medicina”.

La medicina di base deve essere riformata, è antiquata rispetto alle fragilità e cronicità che dobbiamo affrontare oggi

“In tutto questo non possiamo aspettarci che ogni cosa da fare sia scritta, ci vuole anche un po’ di iniziativa. Ad esempio, le Case di Comunità potrebbero essere utili anche per attività di screening. Non possiamo poi pensare di poter rinnovare tutto il personale sanitario, ma dobbiamo lavorare e formare quello esistente. E cominciare a capire che certi servizi potrebbero diventare anacronistici: la continuità assistenziale avrà poco senso a meno che non venga ricompresa nelle Case di Comunità. I medici di medicina generale non potranno più stare solo nei loro ambulatori ma dedicare metà del loro tempo alle Case di Comunità, dove sarà erogata un’assistenza h24, sette giorni su sette, come negli ospedali”.

HTA, lo strumento su cui dovrebbe basarsi il PNRR

L’Health Technology Assessment dovrebbe essere lo strumento principe per attuare la missione 6 del PNRR, ma guardando all’impostazione generale, sorge qualche dubbio.

Francesco Saverio Mennini

“Credo che, almeno nelle fasi iniziali, questo strumento non sia stato davvero preso in considerazione – ha rimarcato Mennini – oggi invece le cose sono un po’ cambiate. In questo momento faccio parte di due gruppi di lavoro, uno sugli acquisti dei dispositivi medici e uno sulle grandi apparecchiature, e qui vedo invece, con grande piacere, che si sta tenendo sempre più conto dell’HTA. Si analizzano i bisogni iniziali, un passaggio fondamentale che credo sia mancato in alcuni punti del PNRR: ad esempio, io sono rimasto stupito che non si parli di prevenzione: questo piano è nato per fronteggiare un’emergenza sanitaria, ma non si parla di prevenzione. Il percorso che si sta facendo nei gruppi di lavoro ai quali partecipo è basato su un’analisi dei bisogni, utile per definire obbiettivi di salute che devono essere molto chiari e circoscritti. Occorre inoltre prevedere un monitoraggio e rispettare le tempistiche previste”.

In molti paesi industrializzati l’HTA è obbligatorio quando si devono impiegare risorse in ambito sanitario. Lo scorso 13 dicembre, tra l’altro, è stato approvato l’HTA Regulation Program che specifica proprio come le decisioni in ambito sanitario debbano essere prese secondo logiche di HTA.

Contestualizzare linee guida e percorsi terapeutici in ottica di HTA consente di rendere omogenea l’offerta di assistenza sanitaria e rispondere ai bisogni di salute ed equità

“Una cosa che non mi spiego – ha evidenziato il presidente della SIHTA – è stata l’abrogazione, nell’ultima legge di bilancio, dell’HTA per valutare la fattibilità degli screening neonatali. È proprio grazie all’Health Technology Assessment che è emerso come le risorse stanziate per questi strumenti non fossero sufficienti, per cui non capisco l’abrogazione”.

Quello che Mennini auspica è che l’HTA sia usato sempre di più, soprattutto per definire la strategia della medicina territoriale.

“L’emergenza COVID ha reso evidenti gli aspetti critici di natura strutturale del Sistema Sanitario Nazionale. Ci sono state enormi disparità territoriali nell’erogazione dei servizi, i tempi di attesa sono spesso stati elevati e si è assistito a una scarsa capacità di coniugare le sinergie in risposta ai rischi sanitari e ambientali. In tutto questo, concetti come integrazione, prossimità, telemedicina, sono fondamentali per disegnare la struttura e i processi sanitari, e questo andrà fatto anche attraverso una contestualizzazione delle linee guida e dei percorsi terapeutici in ottica di HTA, soprattutto a livello territoriale e domiciliare, per rendere omogenea l’offerta di assistenza sanitaria e rispondere ai bisogni di salute ed equità di accesso”.

Telemedicina: ci vuole formazione e competenze

Lo scorso dicembre il comitato interministeriale per la transizione digitale ha conferito ad AGENAS le competenze per definire gli standard della sanità digitale. “In pratica AGENAS è diventata Agenzia per la sanità digitale italiana e stiamo infatti lavorando per la piattaforma nazionale per la telemedicina – ha confermato Coscioni – in tutto questo occorre implementare analisi di qualità, a cominciare dal FSE, l’anagrafica condivisa, passi essenziali per affrontare le sfide digitali, soprattutto sul territorio”.

Il comitato interministeriale per la transizione digitale ha infatti avviato l’iniziativa di realizzazione della piattaforma nazionale di telemedicina, che gestirà i servizi nazionali abilitanti per l’adozione nei territori.

AGENAS avrà quindi la responsabilità di stabilire e rendere obbligatori standard omogenei per tutte le piattaforme pubbliche di sanità digitale, al fine di consentire la portabilità dei dati sanitari, certificare soluzioni tecnologiche e governare l’interoperabilità e la scalabilità a livello centrale.

Il comitato interministeriale per la transizione digitale ha avviato l’iniziativa di realizzazione della piattaforma nazionale di telemedicina, che gestirà i servizi nazionali abilitanti per l’adozione nei territori

“Siamo in un momento epocale, di grande difficoltà – ha rimarcato il presidente AGENAS – ma anche di opportunità per dare svolta a una sanità vetusta, concepita a metà del ‘900: oggi, in un’epoca “smart” siamo ancora a discutere se e come applicare la telemedicina. Ma la telemedicina è già qui. Io ogni giorno ricevo le coronarografie del mio centro (Enrico Coscioni è cardiochirurgo, ndr); è una cosa che si fa da anni, c’è bisogno di poco in questo senso. E occorre partire innanzitutto da un linkage tra tutti i database. Fino a poco tempo fa le strutture sanitarie regionali non dialogavano tra di loro, c’è ancora molto lavoro da fare ma ci siamo avviati”.

Ci vuole formazione per telemedicina, perché molti medici ad oggi, ancorché favorevoli all’utilizzo di queste tecnologie, non si sentono a loro agio nell’utilizzarle, soprattutto nell’ambito della medicina generale: “Però noto che l’imbuto formativo in questo senso sta diminuendo – riprende Coscioni – e ho visto che c’è stato finalmente incremento di borse di studio di specializzazione, ed è aumentato il numero chiuso per l’accesso all’Università. Di certo la nuova fascia della popolazione non ha bisogno di empowerment digitale, sono nativi digitali. Per gli altri, credo che l’assistenza domiciliare aiuterà i pazienti a utilizzare questi strumenti e, in ogni caso, i dispositivi indossabili saranno sempre più intuitivi e facili da usare”.

Come ripartire le risorse tra le Regioni

Uno dei tanti dubbi che avvolgono l’applicazione della missione 6 del PNRR riguarda la ripartizione dei fondi tra le varie Regioni. Si sa che una buona parte andrà alle Regioni del Sud, ma in base a quale criterio saranno ripartiti i fondi destinati alla sanità, anche al resto delle regioni?

“Bisognerà stabilire più di un criterio – ha commentato Costa – e con le Regioni stiamo lavorando in questa direzione. Bisogna stabilire quote secondo i fabbisogni e questi sono diversi da regione a regione. Abbiamo bisogno di criteri specifici per razionalizzare gli investimenti e superare la disomogeneità dell’offerta sanitaria nelle varie regioni. Ogni cittadino italiano deve poter avere accesso alle cure nello stesso modo.  Non si può calare un modello unico in tutte le regioni, ogni realtà ha le sue eccellenze e le sue problematiche”.

Bisognerà stabilire più di un criterio e valutare le quote secondo i fabbisogni, che sono diversi da regione a regione

“Regioni che consideravamo super virtuose, in pandemia sono andate in difficoltà – ha evidenziato Coscioni – per cui le analisi che stiamo compiendo per ottimizzare gli investimenti vanno inquadrate in una capacità della politica di voltare pagina. E torno a insistere sulla medicina generale, dobbiamo definire bene il ruolo che avrà il medico di medicina generale sul territorio e in particolar modo nelle Case di Comunità”.

Il percorso è ben avviato

Per il professor Mennini, osservatore esterno di quanto stiano facendo le istituzioni, il lavoro del Ministero della Salute va nella giusta direzione: “Il percorso disegnato da Costa e Coscioni è assolutamente condivisibile, il ruolo dell’agenzia dovrà essere sempre più forte e determinante perché ci sono molte regioni che sono indietro dal punto di vista delle tecnologie, bisogna lavorare per comprendere i reali bisogni. Non dimentichiamoci però il personale: secondo nostre recenti analisi, nella fascia di età 38-54 anni il tasso di sostituibilità è stato spesso negativo (sono più quelli che vanno in pensione di quelli assunti) e questo rappresenta un problema enorme nell’attuazione della programmazione sanitaria e nell’utilizzo delle tecnologie. Ogni volta che prendiamo una decisione su quali tecnologie acquistare, bisogna capire se si ha a disposizione il personale qualificato per utilizzarle, altrimenti c’è il rischio di comprare ottime apparecchiature che nessuno userà”.

In questo senso, i tavoli dove siede Mennini stanno compiendo analisi approfondite anche per destinare maggiori risorse prioritariamente laddove mancano e, in un secondo momento, uniformare l’acquisto su tutto il territorio nazionale: “Questa è una direzione positiva, un ottimo inizio per colmare il gap tecnologico che caratterizza il nostro SSN da ormai troppo tempo”.

 

Con AGENAS che affiancherà le regioni nell’applicazione del PNRR e nella realizzazione della sanità digitale, si spera quindi che gli obbiettivi sfidanti del piano e le richieste esigenti dell’Europa possano essere realizzate e soddisfatte nei tempi giusti. Anche perché il contractor del PNRR nei confronti dell’Unione europea non sono le singole regioni, ma il Paese Italia e se una regione rimarrà indietro, le istituzioni dovranno fare di tutto per colmare il ritardo. Non è una sfida facile, l’Italia non è tra i primi posti per il miglior uso dei fondi europei nei tempi giusti. Speriamo che la pandemia abbia davvero insegnato qualcosa.

Novità in vista per l’Agenzia europea dei medicinali

Dal 1° marzo nuovi poteri rafforzeranno l’operato dell’Agenzia europea dei medicinali (Ema) per quanto riguarda la preparazione e gestione delle crisi sanitarie. Con particolare riferimento alla carenza di farmaci e dispositivi medici.

Di tutto ciò si occuperanno due nuovi gruppi direttivi che potranno contare su una piattaforma europea dedicata al monitoraggio delle carenze. Il sistema prevede il coinvolgimento diretto di tutti gli attori della filiera della salute dei Paesi Ue, dai titolari di Aic, ai distributori, finanche le associazioni di pazienti.

Quale sarà l’impatto concreto sugli operatori italiani? Approfondiamo questo argomento insieme all’Avvocato Vincenzo Salvatore, professore di Diritto dell’Unione europea e leader del Focus team Healthcare & Life Sciences di Bonelli Erede