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Quanto è intelligente l’AI?

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Guardando un piatto pulito, saremmo in grado di capire se a lavarlo sia stato un essere umano o la lavastoviglie? Probabilmente no. E questo vale anche per esempi meno banali, che vanno dalla composizione di un testo a una diagnosi medica.

Luciano Floridi

Siamo circondati da macchine molto brave a svolgere compiti precisi, anche se questo non significa che siano intelligenti. “Siamo di fronte a un divorzio tra intelligenza e capacità di agire – spiega Luciano Floridi, ordinario di Filosofia ed Etica dell’informazione all’Università di Oxford – Riuscire a fare bene qualche cosa non significa essere intelligenti, a meno che non riduciamo l’intelligenza alla mera capacità di calcolo”.

Nessuno si sognerebbe mai di dire che la lavastoviglie è intelligente, anche se spesso è molto più brava di noi a lavare i bicchieri. Così come l’algoritmo che vince una partita a scacchi non è intelligente, ma solo molto più bravo di noi nel calcolare le mosse.

Siamo di fronte a un divorzio tra intelligenza e capacità di agire

“Quello che stiamo costruendo oggi, a dispetto dei nomi che attribuiamo, non è intelligente – prosegue Floridi, che è anche Ordinario di Sociologia della Cultura e della Comunicazione all’Università di Bologna – La novità è che stiamo inventando nuove forme con una capacità di azione mai vista prima. Oggi siamo di fronte a macchine che non sono dotate di intelligenza biologica, ma allo stesso tempo non somigliano alle invenzioni che hanno contraddistinto a lungo la nostra storia, dal termostato di vecchia concezione al motore a scoppio. Si tratta di qualcosa in grado di risolvere un problema, con un fine, ma a intelligenza zero, e questo è straordinario”.

Proprio da qui nasce la difficoltà a gestire qualcosa con grandi capacità operative, ma priva di intelligenza: “La cosa migliore sarebbe metterla a servizio dell’intelligenza umana. La cosa peggiore è renderla autonoma e lasciare che si autogestisca”.

Le App della salute

Un recente studio condotto da Floridi e da Jessica Morley, anche lei dell’Università di Oxford, ha analizzato la validità scientifica delle applicazioni per smartphone dedicate alla salute. Il lavoro evidenzia il vuoto di attenzione che c’è stato da parte del legislatore su questo aspetto: i risultati mostrano infatti come la qualità di queste App sia molto scarsa.

Negli ultimi anni il digitale è stato messo sempre più al centro, e gli stessi cittadini sono stati invitati a monitorarsi costantemente, anche con l’ausilio di sensori indossabili e applicazioni per smartphone. A differenza di altri dispositivi utilizzati in medicina, però, spesso questi software stabiliscono un canale di vendita diretto con il consumatore, aggirando così l’obbligo di produrre una mole di evidenze significativa prima dell’immissione sul mercato.

Dal 2014 gli esperti chiedono uno standard internazionale o un sistema di accreditamento per proteggere le persone dai rischi delle applicazioni sanitarie commercializzate in modo diretto. Da allora, però, nulla si è mosso e ancora oggi gli unici controlli sono effettuati dagli sviluppatori che lavorano per le aziende che producono gli stessi software.

Inoltre, trattandosi di applicazioni che sfuggono al controllo dei regolatori, non hanno alcun obbligo di dichiarare eventuali rischi derivanti dal loro utilizzo.

Da qui il lavoro di Morley e Floridi, che ha cercato di capire quali siano i benefici che le app per la salute intendono offrire; quali siano le prove pubblicamente disponibili a dimostrazione che i benefici dichiarati siano raggiungibili e ottenibili in modo sicuro; se queste app presentano rischi potenziali per la salute e, nel caso, quali sono. E infine: quale impatto stanno avendo gli attuali meccanismi di governance sulla disponibilità e la qualità delle prove di efficacia delle app per la salute che sono già disponibili?

Quale impatto hanno gli attuali meccanismi di governance sulla disponibilità e la qualità delle prove di efficacia delle app per la salute?

Solo un terzo delle app analizzate nel lavoro fornisce informazioni al pubblico sulle evidenze su cui si basa. Nemmeno il marchio dell’Unione europea, previsto dal Regolamento europeo per i dispositivi medici, è garanzia di efficacia e accuratezza: nello studio, sebbene le prove fornite da questi software fossero migliori, nella metà dei casi era presente un disclaimer. Non trattandosi di dispositivi medici, non sono tenuti a rispondere di eventuali imprecisioni.

“Purtroppo il quadro che emerge dal lavoro non è confortante – commenta Floridi – La maggior parte delle applicazioni analizzate non fa nulla oppure rischia di essere dannosa. E questo non riguarda solo quelle dedicate alla salute: è un problema che affligge in generale i software pensati per il benessere, che siano le diete o il fitness. Se l’Europa volesse giocare in contrattacco, dovrebbe lavorare a due regolamenti che al momento mancano: uno sulla medicina digitale e l’altro sulla realtà virtuale e aumentata”.

E le risorse?

Dal punto di vista della regolamentazione europea, esiste già molta legislazione presente: “L’Ai Act, per esempio, delega al settore della medicina molte cose in quanto sono tanti gli algoritmi utilizzati nel contesto della salute – ricorda Floridi – Servirebbe un’operazione di raccordo dell’esistente, che potrebbe essere migliorato in una versione più contemporanea”.

Tra gli aspetti del Regolamento che toccano più da vicino il mondo sanitario, c’è quello dei dispositivi medici, che, se basati su intelligenza artificiale, dovranno attenersi alle nuove indicazioni.

Lo stesso Gdpr, il regolamento per la protezione dei dati, riguarda anche le informazioni sanitarie. Guardandoci attorno, però, vediamo un settore privato molto disinvolto, a fronte di un settore pubblico piuttosto ingessato. Tutte le Big Tech stanno guardando con interesse al settore sanitario, con una che spicca sulle altre: Apple ha infatti dichiarato, nel 2019, che il più grande supporto all’umanità da parte dell’azienda di Cupertino sarà nel settore della salute. Mica male, per un’azienda partita da vendere computer.

Il tema della privacy sta ingabbiando il settore pubblico, mentre il privato si muove in maniera più disinvolta

“Credo che a questo proposito i cittadini dovrebbero avere un po’ più di fiducia nel sistema e che questo debba essere in grado di meritarsela. Al momento noi abbiamo troppa paura sulla privacy: questo ingabbia il pubblico, mentre il privato riesce a muoversi in maniera più agile”.

Per il filosofo “abbiamo bisogno di una sanità molto più data-based, più informata empiricamente. Il pubblico dovrebbe avere una maggiore capacità imprenditoriale, mentre il privato dovrebbe essere più controllato”.

L’Europa avrebbe le capacità legali per tenere a bada il privato: “Oggi gli strumenti ci sono. A breve arriveranno anche il Digital Services Act e il Digital Markets Act che, con l’Ai Act e il Gdpr costituiranno quattro pilastri importanti”.

Questi però sono tutti dei vincoli: “Quello che manca davvero oggi è una visione di che cosa vogliamo fare stando all’interno di questi paletti, come vogliamo sviluppare l’esistente su altre basi”.

Per farlo, occorrerebbe mettere insieme l’agilità, la capacità imprenditoriale del privato, ma anche la sicurezza, l’affidabilità, la solidarietà, i vincoli legali e sociali del pubblico. “Sembrano aspetti incompatibili, ma in realtà in Italia il rapporto pubblico-privato funziona abbastanza bene. Un percorso simile a livello europeo secondo me potrebbe avere successo”.

Dobbiamo capire quale progetto umano vogliamo costruire e adattare le macchine a questa visione, non il contrario

Tuttavia, si tratta di uno scenario che sembra difficile da concretizzare: “Ho partecipato in prima persona ad alcune esperienze che andavano in questa direzione, sia con soggetti privati sia con enti pubblici – rende noto Floridi – Eppure, nonostante le risorse ci fossero, si finiva sempre per incagliarsi per la mancanza di una visione di fondo. Credo esista un problema di mentalità, di strategia e di vincoli che a volte non permettono di fare quello che si desidererebbe. Servirebbe un po’ più di coraggio e una maggiore visione. Dobbiamo capire quale progetto umano vogliamo costruire e adattare le macchine a questa visione, e non adattare il mondo ai software che abbiamo costruito”.

Le resistenze culturali

Se da una parte ci sono quindi i software e le macchine che raccolgono ed elaborano dati, dall’altra occorre ragionare sull’utilizzo che viene fatto di questi dati: “Il Gdpr è un ottimo testo, ma è difficile da implementare perché servono delle risorse”, afferma Floridi. E qui la concorrenza è tra gli stipendi della Pubblica amministrazione e quelli delle grandi multinazionali tecnologiche. Il nodo resta quindi da sciogliere.

I recenti casi di cronaca che hanno al centro il furto di dati sanitari e l’hackeraggio dei sistemi di sicurezza di alcune aziende sanitarie mostrano come l’investimento in questa direzione sarebbe fondamentale.

“Credo che buona parte dei problemi in quest’ambito siano di tipo culturale – afferma Anna Vaccarelli, dirigente tecnologo dell’Istituto di Informatica e Telematica del Cnr di Pisa – La sicurezza non è ancora percepita come un asset per un’organizzazione. In questo ambito, le aziende sono più avanti rispetto alle Pubbliche amministrazioni. Purtroppo manca la cultura sull’importanza di mettere in sicurezza i propri dati, nonostante ci sia una normativa dedicata”.

La sicurezza non è ancora percepita come un asset essenziale per la Pubblica amministrazione

Il punto principale dovrebbe essere la prevenzione: attrezzarsi per mettere in sicurezza i dati sensibili che si stanno maneggiando. “E questo purtroppo manca”, afferma Vaccarelli.

Alcuni degli attacchi informatici avvenuti recentemente sarebbero passati attraverso il computer di un dipendente che lavorava da casa: “Questo significa che nell’organizzare lo smart working non si sono preoccupati abbastanza di controllare la sicurezza con cui queste persone lavoravano, a partire dal dispositivo che avevano a disposizione per arrivare all’utilizzo di una Vpn, per esempio”.

Oltre alla mancanza di cultura digitale, per Vaccarelli oggi “non è valorizzata a sufficienza la figura del tecnico specializzato in sicurezza informatica. Spesso ci si appoggia a competenze interne non necessariamente qualificate. Ora questo aspetto è cruciale perché bisogna essere sicuri che chi agisce nell’ambito della sicurezza informatica di un’organizzazione sia aggiornato, al passo con le novità”. Nella Pubblica amministrazione pesano anche i vincoli sulle assunzioni: “In questo ambito così importante, occorrerebbe una mentalità diversa dall’accontentarsi di quello che c’è: bisognerebbe potersi rivolgere a specialisti del settore in grado di costruire una pianificazione preventiva”.

Con il decreto legislativo 82/2021 dello scorso agosto si è costituita l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale, nata per garantire la sicurezza informatica degli enti pubblici nel nostro Paese. Il ritardo, rispetto a altre nazioni, è addirittura di decenni: la Germania ha una sua agenzia dal 1991, Israele dal 2002, la Francia dal 2006. Eppure: “Nell’atto costitutivo è prevista l’assunzione di un numero consistente di esperti in cybersicurezza con livelli retributivi che si collocano al di fuori degli standard della Pubblica Amministrazione – nota Vaccarelli – Questo mi sembra un punto importante”.

La normativa sulla sicurezza dei dati è ricchissima: serve una maggiore consapevolezza che certe azioni vanno fatte

L’obiettivo dell’Agenzia è assumere i primi 90 specialisti nei primi mesi del 2022, per poi arrivare a regime entro la fine del 2023, con 300 esperti dedicati. Entro il 2027 l’intenzione è di avere a libro paga 800 persone.

La normativa, in ambito di sicurezza dei dati, è ricchissima: oltre al Gdpr, esiste una giurisprudenza che contiene sia standard tecnici sia indicazioni precise sull’attribuzione delle responsabilità: “Non è che non si sappia come fare. Il punto è essere consapevoli che certe operazioni vanno fatte – afferma Vaccarelli – Spesso infatti chi non si attiene alle norme corre solo il rischio della sanzione. Così facendo si tende a sottovalutare un problema ben più profondo: la perdita dei dati, oltre al danno d’immagine importante, è spesso anche un danno economico. Bisognerebbe avere la lucidità di calcolare i costi risparmiati grazie alla pianificazione preventiva”, conclude l’esperta.

Errori in sanità e risk management: che cosa abbiamo imparato in questa pandemia

In questi primi due anni di pandemia ci si chiede se i costi legati ad errori nel settore sanitario siano lievitati in risposta all’emergenza sanitaria e se in questi 24 mesi il SSN abbia imparato qualcosa di più nel campo del risk management, della prevenzione del rischio. Ne abbiamo parlato con l’avvocato Giuseppe De Marco, esperto di diritto sanitario.

Quanto costano gli errori sanitari al SSN

Secondo il dodicesimo rapporto MedMal di MARSH, pubblicato nel 2021, parliamo di circa 1 miliardo e 461 milioni di euro dal 2004 al 2019, di cui il 53% si riferisce a importi liquidati al danneggiato. Il costo medio per sinistro risulta superiore a quanto calcolato nella scorsa edizione del report e supera i 100.000 € per singola pratica. Il liquidato medio è pari a 86.000 €. In media, ogni singola struttura sanitaria liquida all’anno circa 1.650.000 € per i sinistri.

Analizzando i costi medi per sinistro, spicca il valore degli errori da parto, che come osservato lo scorso anno supera i 400.000 euro. Anche gli errori terapeutici, le infezioni ospedaliere e gli errori diagnostici presentano valori superiori alla media, mentre gli errori legati a procedure invasive e chirurgiche sono associati a costi più contenuti.

Secondo quanto riporta il report, per via della pandemia si è registrato un balzo del numero di sinistri legati al Covid nei servizi sanitari di assistenza territoriale, passando dalle percentuali prossime allo 0 degli scorsi anni fino al 14% del periodo 2020-2021. Tra i servizi che hanno avuto maggiore impatto dal punto di vista delle richieste di risarcimento, anche per via dell’alto numero di contagi nelle Rsa, ci sono le lungodegenze, che hanno raggiunto quota 60% sul totale delle richieste relative al covid-19. Il report si concentra poi sull’aspetto delle infezioni ospedaliere o nosocomiali che negli anni scorsi sono risultate la complicanza più frequente e grave dell’assistenza sanitari: solo nel 2019 la loro incidenza, rispetto al totale dei sinistri in questo ambito, ha raggiunto lo 7,4 per cento. Una situazione che, stando ai dati, produce un notevole impatto, arrivando all’8,6 per cento dei costi delle aziende sanitarie in termini di prolungamento delle degenze.

De Marco

Avvocato De Marco, per quanto riguarda le richieste di risarcimento, ha notato un aumento dovuto al Covid?

Abbiamo registrato richieste di risarcimento, per danni presuntivamente correlati all’assistenza sanitaria prestata durante l’emergenza sanitaria, a seguito dei primi decessi di ospiti delle RSA, e diverse in seguito, considerando altre tipologie di errori attribuiti, anche sotto l’effetto mediatico delle notizie, all’organizzazione dell’assistenza sanitaria in genere. Il dato interessa sotto il profilo della tipologia di errore e di evento, considerato che si tratta di infezioni correlate all’assistenza, rispetto alle quali occorrerà, escludendo anche ipotesi di responsabilità, comunque rivedere e/o ampliare il modello di gestione del rischio sanitario.

Per quanto riguarda la responsabilità penale, sono state avviate le inchieste da parte di alcune Procure. Con riferimento alla responsabilità civile, la probabilità di contenzioso è reale da parte dei pazienti Covid, ma anche dei pazienti non Covid. Nello specifico possiamo pensare al contagio intra-ospedaliero, al ritardo diagnostico, all’ infezione, alla carente attività terapeutica, all’ inadeguatezza delle misure anti-contagio; non trascurerei anche la violazione del diritto all’autodeterminazione. I reparti di lungodegenza e le RSA sono stati e sono i settori più a rischio contenzioso.

A suo avviso c’è una buona cultura di risk management nelle strutture sanitarie?

Negli ultimi anni è stata registrata un’ attenzione crescente al tema del Risk management da parte delle strutture sanitarie, ma questo non ha inciso in modo significativo sul contenzioso, come ci si sarebbe aspettati. La legge n.24/2017 (Bianco-Gelli) ha puntato molto su un nuovo approccio, direi persino culturale, di gestione del rischio sanitario: la parola chiave oggi è la prevenzione, diversamente dal passato in cui il linguaggio e il percorso giuridico erano caratterizzati dalla “caccia al colpevole”. Una visione sistemica di gestione del rischio, evocativa di una concezione non più meramente difensiva, era già prevista dalle leggi, ma, a mio avviso, la pandemia determinerà l’accelerazione del nuovo corso di gestione dei rischi in ambito sanitario, orientato necessariamente a una gestione in ottica preventiva ma sempre più integrata.

E tutto questo vale anche per la sanità privata. Sotto questo profilo la Legge Gelli è molto chiara: all’implementazione e all’adozione dei modelli di Risk Management sono tenute le strutture pubbliche e private che erogano servizi sanitari e socio-sanitari.  Il valore strategico è rappresentato dalla conoscenza dell’organizzazione aziendale. Ciò favorisce quella gestione integrata e consapevole dei rischi cui accennavo prima. I rischi, prima di gestirli, vanno precisamente individuati e classificati.

Nella sua esperienza, quanta parte di queste richieste riguardo la COVID hanno seguito e quante sono archiviate?

Sottolineo intanto un aspetto che ritengo sia di non poco conto nell’analisi del contenzioso sanitario: il legislatore, anche per arginare il fenomeno della medicina difensiva e per ridurre il relativo contenzioso, da un lato si è proposto di “alleggerire” la posizione degli esercenti le professioni sanitarie (che rispondono penalmente solo in caso di imperizia, a meno che non dimostrino di aver rispettato le Linee Guida);  dall’altro, ha “dirottato” ancora di più la colpevolezza presunta su chi ha il dovere di organizzare l’erogazione di cure sicure, ossia le strutture sanitarie. Ciò porta, sul piano civilistico, alle richieste di risarcimento danni dei pazienti danneggiati nei confronti delle strutture e delle loro assicurazioni. Le richieste per danni da Covid non hanno avuto, almeno finora, tutte seguito; bisogna considerare, in ogni caso, che può passare del tempo (non coincidente con i termini propri di una diffida) tra la richiesta e l’instaurazione del giudizio. Come detto prima, le strutture sanitarie non sono favorite dall’onere della prova, ma ritengo che il nesso causale (il legame eziologico tra danno ingiusto e fatto illecito) possa essere davvero determinante; credo anche che debba esserci un più preciso banco di prova: quanto e cosa poteva esigersi realmente dalle strutture e, più in generale, dal SSN in emergenza.

Ci sono settori che ricevono più richieste di risarcimento di altri e da cosa può dipendere?

Gli errori chirurgici, terapeutici e diagnostici, sono certamente quelli che più incidono statisticamente sul contenzioso sanitario. Le unità operative con il maggior numero di sinistri sono solitamente chirurgia generale, ortopedia, pronto soccorso, ostetricia e ginecologia. Queste tipologie di evento impattano anche in modo maggiormente significativo sul costo dei sinistri per una struttura sanitaria. Significative sono anche le infezioni correlate all’assistenza; eventi trasversali, così come anche le cadute dei pazienti, rispetto alla tipologia di struttura, perché riguardano la gestione del rischio sia in ospedale sia nel regime residenziale delle cure e dell’assistenza.

La vera sfida, che molte aziende e strutture stanno già affrontando, con la collaborazione necessaria di tutte le competenze professionali interessate, è e continuerà a essere quella, a mio avviso, di coniugare il disegno del moderno modello di gestione del rischio sanitario in modo tale da garantire la sicurezza delle cure e attenuare le conseguenze economiche, e quelle afferenti la reputazione, prodotte dagli errori e dagli eventi avversi.

Dalla prevenzione alla cura, le nuove armi contro la lotta ai tumori

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Se la guerra la si potrà vincere solo quando saranno a disposizione farmaci specifici dalla cui creazione oggi siamo ancora lontani, una prima vittoria nella lotta contro i tumori è stata raggiunta con l’aumento  progressivo dei mezzi a disposizione per contrastarne l’insorgenza. A partire dai più promettenti: i test di profilazione genetica. Questi test vanno alla ricerca delle alterazioni molecolari dei tumori e per incrementare il loro uso la legge finanziaria approvata l’anno scorso ha stanziato 5 milioni di euro. Sul fronte della prevenzione i test genetici sono la novità più rilevante, e il passaggio politico garantito dall’emendamento rappresenta una conditio sine qua non per affermare la necessità di renderli disponibili su tutto il territorio nazionale, mentre sul fronte della cura interessanti e importanti risultati arrivano dall’immunoterapia, dai farmaci a target e dai farmaci agnostici.

La distribuzione delle nuove risorse – che si tratti di clinica, di ricerca scientifica o dell’apertura e della diffusione di nuovi laboratori diagnostici – è tuttora oggetto di discussione.

La profilazione molecolare

La genetica è il nuovo cavallo di battaglia nella lotta ai tumori e permette di fare grandi passi avanti sia nel settore della terapia che in quello della prevenzione. Laddove prima degli anni Novanta c’erano i test di screening, che ancora oggi rappresentano uno strumento fondamentale e importantissimo per scoprire la malattia con il sufficiente anticipo che serve per aggredirla e bloccare le recidive, la profilazione molecolare consente di agire ancor più d’anticipo. Il tutto accedendo a terapie sostanzialmente diverse, molto più mirate e meno tossiche per l’organismo rispetto alle terapie tradizionali.

L’ultima novità è rappresentata dalla possibilità di profilare più alterazioni per il singolo tumore (Next Generation Sequencing), anche successivamente alla sua comparsa o in risposta alle cure

L’ultima novità in questo settore è rappresentata dalla possibilità di profilare più alterazioni per il singolo tumore (Next Generation Sequencing), anche successivamente alla sua comparsa e/o in risposta all’applicazione di cure specifiche per debellarlo. La possibilità di individuare contemporaneamente più alterazioni molecolari ha fatto intervenire la European Society of Medical Oncology (ESMO), che ha istituito un gruppo di lavoro dedicato a stilare una scala di valore rispetto ai test molecolari che presentano un significato clinico riconosciuto o sperimentale. Il risultato è un documento che indica una prassi clinica da seguire per i clinici rispetto all’uso di questo nuovo mezzo di prevenzione.

Oltre a indicare precisamente la lista dei tumori per cui la Next Generation Sequencing è indicata, ESMO ha specificato in quali casi è bene valutare la presenza di resistenze secondarie alle terapie grazie allo strumento della biopsia liquida (su prelievo ematico).

Ma come funzionano le cose praticamente in Italia? Il fondo riservato ai test NGS per i pazienti oncologici inserito con un emendamento legislativo nel dicembre 2021 rappresenta solo un primo passo.

Test genetici in oncologia: due livelli di applicazione

Nell’ambito della lotta antitumorale, l’applicazione dei test genetici è duplice. Da un lato, identificando specifici marcatori genetici, la profilazione del genoma dà preziose indicazioni diagnostiche quando la diagnosi su base istologica si dimostra complessa. Allo stesso modo, a diagnosi avvenuta, permette di calibrare meglio i livelli di intervento e di reagire con puntualità alle risposte della malattia, evitando il cosiddetto overtreatment, particolarmente pericoloso per i pazienti pediatrici.

Dall’altro canto, un altro grande ambito di sviluppo dei test genetici è rappresentato dalla possibilità di svolgere delle indagini che attengono al campo della prevenzione personalizzata.

“La profilazione del genoma di familiari di soggetti che hanno sviluppato un determinato tipo di tumore ci permette di determinare con accuratezza la presenza più o meno alta di fattori di rischio di carattere ereditario”, ha spiegato il professor Paolo Radice, responsabile della Struttura Semplice Dipartimentale Medicina Predittiva, basi molecolari del rischio genetico e test genetici dell’Istituto dei Tumori di Milano.

L’analisi dei rischi genetici si rivela una risorsa molto utile che è diventata anche economicamente più accessibile rispetto al passato

“In maniera indiretta questi test possono anche identificare alterazioni che non sono presenti a livello tumorale – ha proseguito il clinico –. Capita di scoprire alterazioni in un gene o in una combinazione di geni che sono associati al rischio di sviluppare la malattia. A questo punto bisogna capire se si tratta di una alterazione ereditaria o costituzionale con i test a cascata all’interno del nucleo familiare”.

Vista la propensione della stragrande maggioranza dei tumori di presentarsi in età avanzata, l’analisi dei rischi genetici si rivela una risorsa molto utile che è diventata anche economicamente più accessibile rispetto al passato: “Abbiamo iniziato con questi test nella prima metà degli anni Novanta – ha spiegato Radice –. All’epoca i costi per mappare anche un solo gene erano molto alti. Oggi con una cifra che va dai 200 ai 300 euro e un prelievo ematico si possono tracciare anche più geni contemporaneamente, riducendo i tempi diagnostici”.

Diagnosi e linee guida

I nuovi stanziamenti dedicati dalla Finanziaria permetteranno di incrementare l’uso della profilazione genetica, sebbene non sia ancora chiaro in che misura le risorse saranno investite nell’area clinica, nel settore della ricerca o nell’apertura di nuovi centri.

Prendendo come esempio la Lombardia, una delle regioni italiane più sviluppate in campo sanitario e con una densità alta della popolazione, troviamo 15 centri diagnostici.

“Leggere questi test non è semplicissimo perché nel genoma umano ci sono milioni di varianti, quindi è richiesta una competenza particolare – avvisa Radice –. Per questo la diffusione di nuovi laboratori dovrebbe essere subordinata alle competenze in capo alla struttura nel leggere correttamente questi dati. Inoltre, è bene superare la differenziazione netta fra tumori espressi dalla componente genetica e tumori di derivazione ambientale. Sebbene in alcuni casi sia possibile stabilire una preminenza, le componenti sono sempre presenti in contemporanea, tranne che in rarissimi casi. Gli studi indicano come a parità di mutazioni, il rischio di sviluppare la malattia si alza o si abbassa sensibilmente”.

I nuovi stanziamenti in Finanziaria permetteranno di incrementare l’uso della profilazione genetica, ma rimane da chiarire se le risorse saranno investite in area clinica, nella ricerca o in nuovi centri

A loro supporto – per alcune tipologie di tumore come quelli alla mammella, al colon retto, all’ovaio e per diversi tumori pediatrici – i clinici hanno a disposizione delle linee guida che indicano quali sono le varianti da considerare. Per il tumore al polmone invece si sa ormai come il fattore di rischio ambientale più noto, il fumo, sia associato al 85-90% delle insorgenze della malattia. “Nel caso di tumore al polmone – ha chiarito lo specialista -, la predisposizione genetica resta un fattore importante ma il fumo è una delle cause scatenanti ormai ben note in grado di attivare una predisposizione che avrebbe potuto non svilupparsi a livello patologico”.

Insomma, la prevenzione di base, quella a disposizione di tutti gratuitamente perché basata sulle semplici regole di uno stile di vita sano, nonostante tutte le novità messe in campo dalla ricerca genetica, sembra essere ancora il metodo più sicuro e immediato per scongiurare l’insorgenza della malattia.

Perché in ospedale mancano i medici?

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Negli ospedali italiani mancano medici e infermieri e non solo a causa della pandemia. Se si guardano i numeri, si vede che in un decennio (tra il 2009 e il 2019) il personale sanitario (che comprende anche biologi, chimici, fisioterapisti…) è calato di oltre 45.000 unità.

Carlo Palermo

“Per capire perché oggi ci troviamo in questa situazione, dobbiamo partire da lontano – conferma Carlo Palermo, segretario Anaao Assomed – Dalla spending review e dai mancati incrementi al Fondo sanitario nazionale che ci sono stati dopo la crisi finanziaria del 2008-09”.

Tra il 2010 e il 2019, la Ragioneria generale dello Stato ha registrato una diminuzione di personale medico di 5.006 unità (il 4,3%).

La legge 191/2009 ha imposto un tetto di spesa sul personale: per anni le aziende sanitarie non hanno potuto spendere più dell’ammontare destinato al personale nel 2004, diminuito dell’1,4%.

Dieci anni dopo, nel 2019, il Decreto Calabria ha previsto che la spesa per il personale sanitario non potesse superare quella effettuata nel 2018. Sia i valori stabiliti nel 2009, sia quelli del 2019 prevedono un aumento annuo, a livello regionale, pari al 5% dell’incremento del Fondo sanitario nazionale.

In un decennio, tra il 2009 e il 2019, il personale sanitario è calato di oltre 45.000 unità

La prima vera inversione di rotta è arrivata nella programmazione 2019-2021 grazie al Decreto fiscale: per questo triennio è infatti previsto un incremento annuo del 10%, più un ulteriore 5% da assegnare alle Regioni che dimostrino di avere carenza di personale.
La legge di bilancio 2022 ha infine previsto un incremento progressivo del Fondo sanitario nazionale di due miliardi all’anno per il prossimo triennio e ha permesso la stabilizzazione degli operatori sanitari precari entrati nel Ssn durante l’emergenza sanitaria. Infine, ha reso permanenti ogni anno 12.000 borse per la formazione specialistica dei medici.

“Adesso abbiamo una prospettiva di uscita dalla carenza che si concretizzerà però tra qualche anno – afferma Palermo – Dobbiamo affrontare un deserto di specialisti per i prossimi 3-4 anni e la vera domanda da porci è che cosa fare nel frattempo”.

Adesso abbiamo una prospettiva di uscita dalla carenza, che si concretizzerà però tra qualche anno. Come affrontare il deserto di specialisti per i prossimi 3-4 anni?

Per l’esperto andrebbe strutturata la direzione presa dalla legge di bilancio, cioè assumere gli specializzandi con un contratto di formazione lavoro a partire già dal terzo anno. “Abbiamo una platea di circa 15.000 colleghi che possono essere utilmente impiegati nel Ssn dove potranno completare sul campo la loro formazione”, spiega Palermo.

Inoltre, considerando anche il numero consistente di medici che escono dal Ssn per pensionamento, “si potrebbe chiedere su base volontaria di prolungare la loro permanenza in servizio, garantendo chiaramente dei vantaggi previdenziali”. Infine, si potrebbe allargare la partecipazione ai concorsi e agli avvisi pubblici anche a colleghi extra comunitari che sarebbero utili per completare le dotazioni organiche.

Mancano almeno 15.000 medici ospedalieri

Anaao Assomed ha stimato che manchino all’appello almeno 15.000 medici ospedalieri a causa delle errate politiche di programmazione della formazione post laurea nell’ultimo decennio. E anche se, per una volta, non siamo fanalino di coda a livello europeo, il presente e il futuro non sono rosei. Secondo quanto riporta il documento State of the Health in the Eu 2021 dedicato all’Italia e redatto dall’Ocse, con l’European Observatory on Health System and Policies, in collaborazione con la Commissione europea, il numero totale di medici nel nostro Paese è leggermente superiore alla media Ue (4,1 ogni 1.000 abitanti contro i 3,9). Tuttavia, è in calo chi esercita nelle strutture pubbliche o come medico di base.

“Va notato che siamo di poco sopra alla media – considera Palermo – e che, a causa dei carichi di lavoro e della retribuzione, che in Italia è di 40-50.000 euro all’anno inferiore a quella di altri Paesi, molti colleghi preferiscono il privato, la libera professione o ancora l’estero”.

Giovanni Leoni

Situazione confermata anche da Giovanni Leoni, vicepresidente Fnomceo (la Federazione nazionale degli Ordini dei medici e dei chirurghi e degli odontoiatri): “Siamo tra gli Stati europei che pagano peggio e siamo i principali fornitori di medici formati agli Usa”.

Per Federico Lavagno, coordinatore nazionale del Dipartimento Post Laurea della Sigm (Segretariato italiano giovani medici) e medico specializzando in Urologia a Città della Salute di Torino, “l’investimento che lo Stato fa per formare uno specializzando ammonta a circa 150.000 euro. Quando un professionista sceglie di andare altrove, abbiamo quindi una doppia perdita perché abbiamo pagato per formare qualcuno che andrà a generare ricchezza altrove”.

Federico Lavagno

La proposta di Leoni è quella di tornare ad affiancare gli specializzandi: “Si potrebbero prevedere delle reti formative allargate che permettano a questi medici di uscire dalle università. Alcune attività di corsia, le sale operatorie miste con specializzando e strutturato, gli ambulatori con lo specialista e il giovane medico: sono tutte situazioni in cui si potrebbe mettere in atto un affiancamento progressivo”.

Una volta la vita di reparto era mista e includeva professionisti di generazioni e livelli di formazione differenti, ricorda Leoni. “Poi, per motivi economici, il ricambio è stato bloccato ed è diventato problematico anche solo sostituire le gravidanze del personale medico. Dobbiamo ricordarci che è in atto una progressiva femminizzazione della professione: sarà quindi sempre più frequente (e auspicabile) che un reparto si trovi a dover sostituire più di una persona per gravidanza. Anche per questo è necessario investire sul personale”.

L’aumento delle borse di specializzazione

Il significativo aumento di borse di studio di specializzazione introdotto nella Legge di Bilancio, così come il progressivo incremento registrato negli ultimi anni è sicuramente una buona notizia, poiché permette di equiparare il numero di laureati annuali in Medicina ai posti nelle scuole di specialità, superando l’imbuto formativo che ha caratterizzato il nostro Paese nell’ultimo decennio. Tuttavia, come nota Lavagno, “a un aumento quantitativo avrebbe dovuto accompagnarsene uno qualitativo, cosa che non è avvenuta. I numeri degli specializzandi sono cresciuti, ma le strutture e il corpo docenti non è stato adeguato di conseguenza. Il rischio, quindi, è di non fornire una preparazione all’altezza”.

I numeri degli specializzandi sono cresciuti, ma le strutture e il corpo docenti non sono stati adeguati di conseguenza. Con il rischio di non fornire una preparazione all’altezza

Lavagno sottolinea poi come manchino calcoli accurati sui fabbisogni reali di specialisti: “I posti sono stati aumentati in modo lineare in tutte le scuole di specialità, con un’attenzione particolare a quelle carenti per la pandemia (igiene e medicina preventiva, anestesia, medicina d’urgenza), ma una corretta programmazione non guarda ai bisogni di salute dell’oggi, ma alle prospettive future”.

Il giovane medico evidenzia poi come il quadro sia molto complesso: “Purtroppo non esiste un’azione che, da sola, sia risolutiva. Qualunque scelta si compia, questa cambia gli equilibri e necessita quindi di una serie di correttivi. Per esempio: aumentare i posti a Medicina significa far crescere il numero di aspiranti specializzandi e quindi sarebbe necessario aumentare (di nuovo) le borse di specializzazione. Ma a questo punto occorre valutare se il numero di medici specializzati potrà davvero essere assorbito dal Ssn nei prossimi anni. Se non si eseguono questi ragionamenti a catena, il rischio diventa quello di spostare il problema”.

Il passo avanti della Legge di Bilancio

Sono 48.000 i professionisti sanitari che saranno stabilizzati all’interno del Ssn in seguito all’accoglimento nella Legge di Bilancio della proposta di Fiaso. Secondo la Federazione, il provvedimento potrebbe riguardare 8.438 medici, 22.507 infermieri e 17.049 operatori sociosanitari e altro personale sanitario (tra cui tecnici di laboratorio, assistenti sanitari, biologi…).

Giovanni Migliore

“Finalmente si torna a investire nella sanità pubblica e soprattutto nelle risorse umane che rappresentano le basi non solo per gestire il presente con la quarta ondata pandemica in corso, ma anche e soprattutto su cui costruire il futuro del servizio sanitario nazionale e le gambe per poter correre con idee e progetti – dichiara Giovanni Migliore, presidente Fiaso – Siamo soddisfatti del recepimento del nostro emendamento da parte del Governo e dell’intero Parlamento che hanno dimostrato di avere a cuore il Servizio sanitario nazionale. Potremo valorizzare il patrimonio di esperienza accumulato in quasi due anni dai professionisti e colmare le carenze di organico dopo anni di restrizioni della spesa, programmare e investire in modo efficiente ed efficace le risorse assegnate alla formazione e sviluppare le progettualità del Pnrr. Non tutti gli operatori e non tutte le figure professionali impegnate nell’emergenza, però, rientrano nelle procedure di stabilizzazione: come aziende sanitarie e ospedaliere ci impegniamo a garantire, secondo il piano dei fabbisogni e dei tetti di spesa, percorsi di assunzione attraverso concorsi pubblici”.

Sono 48.000 i professionisti sanitari che saranno stabilizzati all’interno del Ssn in seguito all’accoglimento nella Legge di Bilancio della proposta di Fiaso

Dall’inizio dell’emergenza Covid sono infatti stati reclutati con modalità straordinarie 66.029 precari, utilizzati per rispondere alla crisi sanitaria in attività come l’assistenza ospedaliera, il contact tracing, l’incremento del numero di tamponi e la campagna di vaccinazione. Nello specifico, il personale reclutato è rappresentato da 20.064 medici e da 23.233 infermieri. Le restanti 22.732 unità sono costituite da operatori sociosanitari e altre professionalità (tecnici di radiologia, tecnici di laboratorio, assistenti sanitari, biologi…).

Dai 66.029 precari, vanno sottratti i medici abilitati non specializzati, gli specializzandi iscritti al quarto e quinto anno e il personale collocato in quiescenza ma reclutato con incarichi di lavoro autonomo. Il numero di precari interessati dalla procedura di stabilizzazione sarebbe dunque pari a 53.677.

 

Uno studio condotto da Fiaso con il supporto di Sda Bocconi ha poi calcolato che, fra il 2020 e il 2024, andranno in pensione 35.129 medici, 58.339 infermieri e altri 38.483 professionisti sanitari.

Analizzando i flussi in uscita dall’attività lavorativa del personale sanitario con quelli in entrata, rappresentati da coloro che hanno concluso il percorso di formazione e sono disponibili sul mercato del lavoro, rispetto al turnover del personale sanitario è possibile osservare che tra il 2020 e il 2024 ci saranno circa 8.299 medici e 10.054 infermieri in meno a disposizione del Ssn.

Secondo le elaborazioni di Fiaso, il numero dei precari si sovrappone in modo quasi coincidente con il fabbisogno medico, infermieristico e di altro personale rispettivamente nei prossimi uno, due o tre anni. Il numero dei precari medici e infermieri ricalca, inoltre, le differenze registrate dei flussi in entrata e in uscita dei professionisti, colmando il gap che si andrà a creare nei prossimi anni per l’imbuto formativo. L’assunzione a tempo indeterminato consentirebbe quindi di colmare le carenze di personale, ma anche di adeguare le dotazioni organiche alle nuove esigenze del Pnrr.

Da qui la proposta di stabilizzazione avanzata al Governo.

La normativa attuale prevede infatti la possibilità di far accedere alle procedure di stabilizzazione speciali – entro la fine del 2022 – gli operatori precari che, reclutati con regolari procedure selettive, abbiano maturato, al 31 dicembre 2022, almeno 36 mesi di servizio, anche discontinuo, negli ultimi otto anni nel periodo di dichiarato stato di emergenza nazionale presso le amministrazioni che effettuano le assunzioni.

Per Palermo quanto approvato con la Legge di bilancio è “un segnale importante che dimostra che il governo ha pensato al problema, ma siamo in ritardo di almeno un decennio e la posta messa in gioco non è sufficiente: le Regioni avevano chiesto 1,2 miliardi sul personale, mentre sono stati concessi 600 milioni”. Per il segretario di Anaao Assomed è stato un errore non accedere al finanziamento del Mes: “Non sarebbe stato necessario il finanziamento complessivo di 37 miliardi destinato all’Italia – afferma – Sarebbe bastato anche solo il 50% di questa cifra per preparare e rafforzare il Ssn e garantire visite e operazioni a tutti i pazienti, anche in epoca Covid”.

Caro energia, bollette salate per la sanità italiana. Fiaso chiede 500 milioni

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Caro energia, che stangata in bolletta. Un bel problema su molti fronti, dalla casa all’industria, che non è da meno per la sanità pubblica. La Federazione Italiana delle Aziende Sanitarie e Ospedaliere (Fiaso) corre ai ripari chiedendo ai ministri competenti un aiuto da 500 milioni di euro.

Cusumano, SDA Bocconi: per il futuro serve maggiore efficienza

Niccolo Cusumano

“Il caro energia sicuramente è stato importante (Figura 1) sul prezzo dell’elettricità all’ingrosso – spiega Niccolò Cusumano, docente di Government Health and Non Profit Division, SDA Bocconi School of Management -. I prezzi del gas, responsabili del rincaro, hanno avuto anch’essi un’impennata e per il 2022 sembra si manterranno su livelli elevati. Per quel che concerne l’impatto sulle bollette sappiamo come il governo sia già intervenuto a sterilizzare gli oneri di sistema e abbia annunciato ulteriori interventi. Sappiamo anche che il prezzo della materia energia, sul totale di una bolletta, rappresenta meno del 40% il resto si compone da componenti tariffarie/fiscali “fisse”, salvo ovviamente l’Iva che aumenta in modo proporzionale”.

caro energia sanità
Figura 1

Vi è poi, sostiene Cusumano, un tema legato alla tipologia di contratto sottoscritta dalle aziende: “L’attuale convenzione Consip consentiva di scegliere tra una fornitura a prezzo variabile oppure fisso a 12 e 18 mesi. Le aziende che avessero percorso questa seconda scelta ovviamente non subiranno immediatamente l’impatto degli aumenti, mentre chi avesse optato per il prezzo variabile sì. Nel caso di offerta fissa si pone piuttosto un tema di sostenibilità per il fornitore di mantenere tale condizione”.

Cosa succederà? “Non avendo la palla di cristallo, posso dire che sicuramente ci si aspetta il mantenimento di prezzi elevati, a meno di eventi economici o geopolitici che determinino un andamento diverso. Che l’impatto sulle bollette delle aziende sanitarie non è lineare / meccanico, ma che dipende anche dal contratto di fornitura in essere e dalle misure che il governo deciderà di intraprendere”.

Ma c’è anche un altro discorso di fondo, sottolinea il docente: “Per il futuro non immediato questo ripropone la necessità di rendere più efficiente da un punto di vista energetico il nostro Servizio Sanitario Nazionale”.

Non a caso, tra le proposte per il nuovo decreto bollette, atteso in settimana, ci sarebbe anche l’idea di dare maggior impulso alle energie rinnovabili nella Pubblica Amministrazione, aiutando strutture pubbliche e scuole a dotarsi di pannelli solari.

Fiaso chiede 500 milioni di euro

Una missiva da 500 milioni di euro. Obiettivo: sostenere le Aziende sanitarie pubbliche nel far fronte all’incremento dei costi energetici. La Fiaso ha infatti inviato una lettera al Ministro dell’Economia e delle Finanze Daniele Franco e al Ministro della Salute Roberto Speranza sottolineando la necessità di uno stanziamento di una quota di risorse destinata alle Aziende sanitarie e ospedaliere per far fronte al significativo aumento di costo per le utenze di elettricità e di riscaldamento, che le Aziende stanno già affrontando e che dovranno sostenere anche nei prossimi mesi.

Il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) destina alla spesa per l’energia 1 miliardo e 402 milioni di euro, 786 milioni e 544 mila euro per l’energia elettrica e 615 milioni e 630 mila euro per il riscaldamento (dati anno 2019).

Giovanni Migliore

“L’aumento del costo dell’energia rischia di incidere pesantemente sui bilanci delle Aziende sanitarie pubbliche, e dunque sul Servizio Sanitario Nazionale – dichiara il presidente Fiaso Giovanni Migliore -. Gli aumenti subìti da queste voci di costo avranno un impatto già sulla chiusura dei bilanci consuntivi 2021, ma siamo molto preoccupati dalla possibilità di ulteriori rincari e dal perdurare di questi incrementi. Un simile quadro rischia di incidere ancora più pesantemente in un contesto nel quale il SSN è ancora impegnato nell’affrontare la pandemia e si prepara alla stagione post-emergenziale, che richiederà la disponibilità di tutte le risorse per far fronte agli impegni presi con i cittadini”.

 

Aggiornamento del 21/2/2022 h. 10.45

Dopo il via libera della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni alla proposta di ripartire il contributo statale di 400 milioni per la copertura delle spese sanitarie legate alla pandemia nel 2021, il ministro della Salute, Roberto Speranza, nella giornata di venerdì 18 febbraio ha annunciato lo stanziamento di altri 400 milioni da parte del Governo per le spese sostenute dalle Regioni per fronteggiare la quarta ondata Covid e l’aumento della bolletta energetica per le strutture sanitarie. Alle Regioni viene quindi attribuito un totale di 800 milioni di euro per sostenere le spese Covid.

Donne Protagoniste in Sanità per un SSN più equo

Non solo vertici, ma professioniste del settore socio-sanitario a tutti i livelli. Oggi le appartenenti alla community Donne Protagoniste in Sanità sono oltre 800. Si radunano intorno a un nucleo di valori e obiettivi comuni: dal rispetto della persona alla rete, dalla condivisione all’attenzione all’ambiente, dalla promozione di equità nel Servizio Sanitario Nazionale alla volontà di immaginare un futuro diverso.

Per il 2022 hanno in programma incontri mensili in stile “caffè letterario”, presentazioni di libri, corsi di formazione, condivisione di priorità e progettualità e una convention in presenza a Bologna a fine giugno.

Il punto con Monica Calamai, direttrice Generale dell’ASL di Ferrara, ideatrice e coordinatrice del sodalizio.

No-vax, i profili psicologici di chi rifiuta la vaccinazione

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Un misto di paura di essere sotto controllo o di non essere adeguatamente rappresentati dai propri referenti politici, di sfiducia verso la scienza, verso la politica o la società. Chi decide di non vaccinarsi spesso vive situazioni personali e sociali di disagio precedenti e indipendenti dalla pandemia. Ad essere minata, secondo gli esperti, è la macro-area della fiducia. Dal punto di vista cognitivo la fiducia si colloca proprio in una zona intermedia fra la completa conoscenza, in presenza della quale non ci sarebbe bisogno di fidarsi, e della completa ignoranza.

Nella drammaticità della situazione epidemiologica che infierisce sulla vita e sulla salute della popolazione mondiale da ormai due anni non si può non riconoscere che, rispetto quanto accaduto durante le epidemie del passato, oggi la capacità di reagire ad un agente patogeno così aggressivo e inaspettato sia notevolmente migliorata. La creazione di un vaccino anti-Covid in tempi record ha permesso a tantissime persone di sopravvivere al virus nonostante il contagio e alle economie mondiali di trovare, in tempi relativamente brevi, una via d’uscita che permettesse a quasi tutti i cittadini di tornare ad avere quei rapporti sociali indispensabili al benessere psicosociale e a rimettere in moto l’economia delle nazioni. Un beneficio a tutti gli effetti innegabile che però non viene ancora apprezzato o riconosciuto all’unanimità.

Le ragioni, a cui senz’altro hanno contribuito una comunicazione del rischio non sempre chiara e priva di allarmismi da parte dei media così come anche una polarizzazione politica in tema di vaccini, possono trovare una spiegazione attraverso una rosa di sentimenti che vanno dalla diffidenza alla paura, fino alla avversione ideologica. Le teorie del complotto offrono certezze a cui ancorarsi in una situazione complessa su cui non possiamo avere il pieno controllo. Secondo gli esperti, questa mancanza attiva fantasie negative e paure profonde.

Dall’infodemia alla paura del vaccino

Si dice che l’infodemia sia la seconda epidemia causata dalla Covid-19. Questo termine è stato coniato dal giornalista del Washington Post David J. Rothkopf per descrivere genericamente la “patologia” che affligge chi viene sommerso da una quantità troppo alta di informazioni tanto da andare incontro ad una vera e propria indigestione mediatica. Il risultato è la totale disinformazione dal momento che, nella moltitudine di notizie in circolazione su un tema, informazioni verificate e fake news si trovano mischiate in un marasma indistinguibile. Niente di più attuale se pensiamo alle difficoltà riscontrate negli ultimi due anni di pandemia nel districarsi tra le informazioni relative alla Covid-19 e la quantità di notizie vere ma non utili a inquadrare realmente la situazione sanitaria in corso.

Come, per esempio, l’incessante e quotidiano concentrarsi dei media sui dati dei contagi anziché sui numeri dei ricoveri in terapia in tensiva considerando che ora siamo in una fase in cui i vaccini ormai sono in grado di proteggere chi si è infettato dalle conseguenze più gravi del virus.

Da questo caotico punto di partenza le reazioni personali degli individui possono essere radicalmente diverse. C’è chi, in presenza di una quantità di informazioni contraddittorie, si sente chiamato a mettere in atto uno sforzo maggiore per informarsi, partendo da una scelta più accurata delle fonti d’informazione a cui rivolgersi e adoperandosi per mettere in atto una doppia verifica delle notizie. E chi invece si fa metaforicamente travolgere dalla corrente e si lascia informare da quello che gli arriva prima all’orecchio, dando credito a fatti appresi e mai verificati o messi realmente in dubbio.

Il timore dell’ignoto, per quanto comprensibile, ha generato uno dei profili più comuni della platea no-vax: quello di chi ha più paura del vaccino che del virus

Ne è esempio lampante la reazione che molti hanno avuto alla notizia delle persone morte in seguito ad un malore avvenuto subito dopo la somministrazione della prima dose di vaccino. Come riporta la stessa stampa, che ha dato evidenza a questi fatti di cronaca realmente accaduti, la percentuale di chi ha avuto una reazione avversa alla profilassi vaccinale è minima, per non dire infinitesimale, ma la sensazione di essere potenzialmente in pericolo che questo genere di notizia è in grado di scatenare è concreta e reale.

È proprio questo timore dell’ignoto, per quanto pienamente comprensibile, ad aver generato uno dei profili più comuni della folta platea no-vax: quello di chi ha più paura del vaccino che del virus e non si fida di chi gli dice il contrario. Chi appartiene a questa categoria di solito ha regolarmente espletato tutti gli altri obblighi vaccinali e non è ideologicamente contrario alla vaccinazione. La paura per la propria incolumità, amplificata dall’ansia generata dalla situazione pandemica e dalla sensazione di non trovare referenti in cui riporre la propria fiducia, ha però la meglio sul senso civico. Statisticamente è la presenza di restrizioni particolarmente vincolanti e limitanti della libertà personale, su cui ha puntato la strategia politica messa in atto finora, a riuscire ad avere la meglio sulla diffidenza verso i vaccini.

Le fonti e la fiducia

Quando le notizie sono troppe, la scelta di rivolgersi solo a fonti credibili e certificate va di pari passo con la fiducia nelle istituzioni, nella politica e nella comunità scientifica a cui i media ritenuti più seri e credibili fanno da cassa di risonanza.

Se sono convinto che lo Stato stia ordendo un complotto alle mie spalle, difficilmente andrò a reperire le informazioni sul sito del Ministero della Salute. Se penso che alla pandemia sottostiano oscure logiche di geopolitica internazionale ordite a mio danno, sarà molto improbabile che creda alle analisi di scienziati e virologi sulle cui convinzioni si basano tutt’ora le azioni e le strategie dei Governi per contrastare la diffusione del virus.

Quando le notizie sono troppe, la scelta di rivolgersi solo a fonti credibili e certificate va di pari passo con la fiducia nelle istituzioni, nella politica e nella comunità scientifica

Chi è contrario alla vaccinazione perché crede alle più disparate teorie del complotto è quindi solitamente una persona che va a cercare volutamente le notizie che arrivano da fonti non ufficiali. Quindi non validate da quella comunità scientifica che crede essere complice di una truffa.

“L’evidenza clinica a supporto della vaccinazione è chiara e la tecnica dell’Rna messaggero viene usata da ormai 20 anni – ha commentato il professor Fabrizio Pregliasco, virologo e consulente scientifico per la gestione della pandemia della più grande Rsa d’Europa, il Pio Albergo Trivulzio di Milano –. Non si tratta quindi di aver messo in piedi in poco tempo tecniche improvvisate. Quello che è cambiato è la velocità di approvazione di questo vaccino che, per ovvie necessità di urgenza, ha beneficiato di una accelerazione burocratica mai vista prima”.

“Dal punto di vista psicologico invece c’è una differenza molto grande fra farmaco e vaccino – ha proseguito il medico –: il primo lo assumiamo quando stiamo male e la sensazione è quella di non poterne fare a meno, anche se non sappiamo cosa c’è dentro. Il secondo va assunto quando siamo perfettamente in salute, a scopo preventivo. È una scommessa che ha un peso completamente diverso e qualcuno, facendo male i calcoli, preferisce scommettere sulla sua salute piuttosto che sulla possibilità di ammalarsi”.

Da una ricerca effettuata di recente dall’EngageMinds Hub dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza emerge che il 56 per cento dei cittadini italiani ritiene il Green Pass una misura efficace per ridurre i contagi. La percentuale crolla al 30 per cento fra chi non ha fiducia nella ricerca scientifica, al 37 per cento fra chi non ha fiducia nella sanità e al 46 per cento in chi non ha fiducia nelle istituzioni. Ecco perché la fiducia è alla base di questa partita più di ogni altro atteggiamento. Se da un lato i media hanno le loro “colpe”, fra notizie allarmiste e titoli non sempre corrispondenti al corretto messaggio da divulgare, anche la comunità scientifica dovrebbe chiedersi se il divario creato fra il gruppo ristretto degli scienziati e i cittadini comuni non abbia in qualche modo concorso a causare questa lontananza.

Il piacere della scoperta e della divulgazione dovrebbero infatti essere coltivati sempre, al fine prevenire una scollatura che nei momenti di crisi fa sentire più pesantemente le proprie conseguenze.

Confidence, Complacency, Convenience

La stessa Organizzazione Mondiale della Sanità ha identificato alcuni fattori che insidiano la fiducia delle persone nei vaccini e la loro propensione a vaccinarsi. Questi fattori sono identificati da tre parole inglesi che iniziano per C. È anche opportuno premettere che è proprio la percezione dei benefici delle vaccinazioni ad aver concorso ad indebolire i successi raggiunti dalle politiche vaccinali. I vaccini sono stati le principali vittime dei propri successi perché, funzionando, hanno ridotto rischi e frequenza delle malattie che sono in grado di prevenire, facendo perdere la percezione della loro pericolosità.

Lorenzo Montali

Ciò riguarda ovviamente solo in parte anche la Covid 19, la cui situazione è complicata notevolmente dalla presenza di una pandemia mondiale. Tuttavia, ciò non invalida la teoria delle tre C spiegata dalla psicologia sociale, come conferma il professor Lorenzo Montali, professore associato di Psicologia Sociale all’Università Bicocca di Milano, vice presidente del Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze (Cicap).

“La prima C sta per Confidence e riguarda la fiducia nell’efficacia del vaccino (quindi del prodotto), ma anche nelle istituzioni che lo producono e nelle autorità sanitarie che lo distribuiscono (medici e infermieri) – spiega Montali –. La seconda C, la Complacency, riguarda invece la percezione di assenza di rischi reali della malattia oppure il rifiuto di un ordine artificiale contrapposto ad una filosofia di vita più naturale in cui ci si cura solo e se strettamente necessario e non preventivamente”.

“Infine, c’è la terza C che sta per Convenience – conclude il professore –, che riguarda l’accessibilità fisica al vaccino, la difficoltà della prenotazione, la lontananza con il centro vaccinale o la stessa idea di avere delle patologie pregresse o delle condizioni mediche che mal si adattano con l’assunzione del vaccino”.

Queste tre macroaree della diffidenza non si combattono solo favorendo la diffusione di conoscenze mediche. Né bastano la corretta informazione da parte dei media, che pure è indispensabile. È anche necessario che la battaglia per i vaccini non diventi campo di polarizzazione politica, per evitare di alimentare la sfiducia nelle istituzioni preservandone la neutralità.

È necessario che la battaglia per i vaccini non diventi campo di polarizzazione politica, per evitare di alimentare la sfiducia nelle istituzioni preservandone la neutralità

“Pensare che la competenza sia l’unico fattore in gioco è un errore – avvisa il professor Montali –. In una società completamente dipendente dalla scienza e dalla tecnologia, solo gli specialisti di ciascun ambito ne sanno abbastanza per poter compiere scelte completamente informate nel loro settore. Ma neppure il migliore dei medici ha una piena competenza se deve prendere posizione su questioni che attengono per esempio le fonti energetiche. Ecco perché è importante alimentare e preservare la fiducia nelle procedure attraverso le quali il sapere viene validato, per esempio la sperimentazione nel caso dei vaccini, e nelle istituzioni che presiedono a tali procedure, per esempio l’Istituto superiore di sanità o la comunità scientifica. Mentre sarebbe illusorio pretendere che le persone avessero una conoscenza adeguata delle tantissime questioni tecniche con cui pure entrano in contatto ogni giorno”.

Il racconto trasparente dei processi scientifici, così come la conoscenza dei fondamenti della psicologia sociale, portano quindi a concludere che è necessario che sui vaccini non si giochi una battaglia fra le forze politiche e ideologiche e non si riduca tutto ad un problema di ignoranza, quando si tratta anche di un problema di fiducia, che non può essere data per scontata e che va continuamente rinnovata.

Progetto EcoSM: analisi di fattibilità per il monitoraggio in telemedicina dei pazienti affetti da sclerosi multipla

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L’ebook intende ricostruire la logica e le fasi di avanzamento del Progetto “Ecosistema digitale di assistenza e monitoraggio del paziente affetto da Sclerosi Multipla” (EcoSM), percorso sperimentale diretto a valutare il grado di applicabilità di servizi di telemedicina nella gestione clinica delle persone affette da sclerosi multipla, patologia con numeri già elevati e destinati ad aumentare.

In Italia, le persone con sclerosi multipla (SM) sono oltre 130.000 e si verificano oltre 3.600 nuovi casi all’anno, in gran parte nelle donne di età compresa tra 20 e 40 anni; ogni tre ore si registra una diagnosi di SM.

Dopo una prima analisi del bisogno nel contesto italiano, tutto in trasformazione a seguito dell’avvento della pandemia, e la descrizione delle principali linee guida sull’applicazione della telemedicina nella gestione della malattia, il testo assume un taglio pratico. Analizza, pertanto, le procedure attuali (“as is”), dalla presa in carico alla riabilitazione, e le procedure che si desidera instaurare (“to be”) per l’ottimizzazione della gestione a distanza. Chiude il testo principale un’analisi di fattibilità a livello tecnico, economico e, non ultimo, culturale.

Ulteriori approfondimenti nelle schede tecniche e nell’appendice consentono di sviscerare le norme, le raccomandazioni, le contraddizioni, gli strumenti e i servizi che gravitano intorno a questo tema.

L’ebook è a cura della Professoressa Carmela Elita Schillaci del Dipartimento “Economia e impresa” dell’Università degli Studi di Catania.

 

Il progetto EcoSM, promosso dall’Associazione italiana di Sanità Digitale e Telemedicina (AiSDeT) coinvolge in partnership:

  • l’UOC Clinica Neurologica dell’AOU Policlinico “G. Rodolico-San Marco” di Catania, diretto dal Prof. Mario Zappia;
  • il Centro Sclerosi Multipla dell’AOU Policlinico “G. Rodolico-San Marco” di Catania, diretto dal Prof. Francesco Patti;
  • l’UOC di Neurologia dell’Ospedale Sant’Elia di Caltanissetta diretta dal Dott. Michele Vecchio;
  • il Dipartimento di Economia e Impresa dell’Università di Catania, con la Professoressa Carmela Elita Schillaci, Direttore Centro Studi Avanzato in Innovazione, Leadership and Health Management (ILHM) e responsabile scientifico del progetto EcoSM;
  • l’Associazione Italiana Sclerosi Multipla (AISM).

Global Action Plan for Epilepsy: in arrivo le prime linee guida internazionali sulla gestione dell’epilessia

Il 2022 per l’epilessia potrebbe essere l’anno della svolta: a maggio l’Organizzazione Mondiale della Sanità dovrà ratificare il primo documento ufficiale sulla gestione dell’epilessia e di altri disturbi neurologici.

Il 10-year Intersectoral Global Acton Plan for Epilepsy and other Neurological Disorders (IGAP) è un piano d’azione che include la promozione della salute fisica e mentale, della prevenzione, della diagnosi precoce, dell’assistenza, del trattamento e della riabilitazione, nonché dei bisogni sociali, economici, educativi e di inclusione delle persone e delle famiglie che convivono con l’epilessia e con altre malattie delle quali essa è sintomo. Si tratta dell’epilogo di un lavoro iniziato nel 1997 a cui hanno contribuito sia società scientifiche sia associazioni dei pazienti. In Italia, la Federazione Italiana Epilessie (FIE) e la Lega Italiana Contro l’Epilessia (LICE) sono state tra le protagoniste di questo importante risultato, lavorando a fianco dell’International Bureau of Epilepsy (IBE) e dell’International League Against Epilepsy (ILAE).

È un documento importante perché per la prima volta nella storia di questa malattia, l’epilessia viene riconosciuta quale priorità di salute pubblica e tutti gli Stati membri dell’OMS sono chiamati a stilare un dettagliato piano decennale, con obbiettivi di cura e di presa in carico specifici.

Rosa Cervellione

“Finalmente l’epilessia ottiene l’attenzione che merita – ha commentato Rosa Cervellione, presidente della Federazione Italiana Epilessie e Epilessia Lombardia Onlus – perché è una condizione che per troppo tempo è stata sottostimata e ignorata dalle istituzioni. Siamo fieri di questo importante traguardo frutto di un lavoro tenace e appassionato svolto con le istituzioni nazionali e internazionali che insieme a noi operano a fianco delle persone con epilessia, quali l’IBE e la LICE, ma anche con il prezioso supporto del Ministero della Salute che in questa sfida non ci ha fatto mancare il suo sostegno”.

Francesca Sofia

La ratifica di questo documento da parte Assemblea Generale dell’OMS, dove siedono tutti gli Stati Membri, non è un passaggio per nulla scontato, dove ogni voto sarà determinante. Anche quello dell’Italia che dovrà arrivare preparata all’importante appuntamento.

“Per questo chiediamo al Ministero di lavorare insieme – sottolinea Francesca Sofia, direttrice scientifica FIE e presidente dell’IBE – affinché si arrivi a maggio consapevoli delle sfide che ci attendono e ci si possa attivare fin da subito per mettere a terra gli importanti obbiettivi proposti dal piano globale”.

 Il 10-year Intersectoral Global Action Plan for Epilepsy and other Neurological Disorders (IGAP)

Questo action plan decennale chiede agli Stati membri di impegnarsi in modo concreto per raggiungere una serie di obbiettivi entro il 2031.

1. Aggiornamento delle politiche

Il 75% dei paesi dovrà adottare o aggiornare le leggi e i piani nazionali per includere in modo corretto le malattie neurologiche.

Il 100% dei paesi dovrà attivare almeno una campagna di informazione o advocacy per le malattie neurologiche.

 2. Inclusione dei disturbi neurologici nei sistemi di assistenza sanitaria universale

Il 75% dei paesi dovrà assicurare una copertura universale alle malattie neurologiche.

L’ 80% dei paesi dovrà fornire medicine essenziali e le tecnologie necessarie per gestire i disturbi neurologici nelle cure primarie.

3. Programmi destinati alla promozione della salute del cervello e alla prevenzione dei disturbi neurologici

L’80% dei paesi dovrà attivare un programma intersettoriale destinato alla promozione della salute del cervello e alla prevenzione dei disturbi neurologici

Gli obbiettivi globali rilevanti per la prevenzione dei disturbi neurologici sono compresi in tre importanti piani dell’OMS:

4. Valutazione periodica dei progressi tramite indicatori specifici

L’ 80% dei paesi dovrà, almeno ogni tre anni, raccogliere dati e redigere appositi report basati su specifici set di indicatori di disordini neurologici, attraverso il sistema informativo nazionale.

I risultati, a livello globale, sulla ricerca nei disturbi neurologici devono raddoppiare entro il 2031.

5. Copertura dei servizi per le persone con epilessia

Tutti i paesi dovranno aumentare del 50% i servizi dedicati all’epilessia.

L’80% dei paesi dovrà sviluppare o aggiornare la propria legislazione soprattutto per proteggere i diritti delle persone con epilessia.

 

In particolare, l’obbiettivo strategico 5 sarà fondamentale per un approccio corretto di salute pubblica all’epilessia. Sarà necessario proseguire il lavoro già avviato, in sinergia tra le istituzioni rappresentative della comunità delle persone con epilessia e dei medici che le curano, affinché si possano migliorare:

  • l’educazione sanitaria delle persone con epilessia
  • la quantità e qualità dei servizi erogati e da erogare
  • lo sviluppo della ricerca
  • l’accesso alle cure
  • il sostegno dei programmi di advocacy e così via.

Per realizzare tutto questo è indispensabile un’assunzione di responsabilità da parte degli organi politico-decisionali che, sulla base di informazioni corrette e complete e con il supporto nelle necessarie competenze, devono promuovere una legislazione idonea e monitorare l’attuazione del piano d’azione globale.

Epilessia, la patologia neurologica più diffusa e ignorata di sempre

L’epilessia è la malattia neurologica più diffusa nel mondo e si esprime in forme molto diverse; è quindi più corretto parlare di epilessie al plurale, piuttosto che al singolare.

A livello globale, colpisce 50 milioni di persone di diversa età, sesso ed etnia. Ma è anche una condizione curabile: il 25% dei casi è prevenibile e più del 70% delle persone affette da epilessia potrebbe vivere una vita senza crisi epilettiche se avesse accesso a un trattamento sanitario appropriato che, in alcuni casi, non è neanche costoso. Ciò nonostante, l’epilessia viene spesso trascurata nelle agende di salute pubblica dei diversi Stati. In Italia questa malattia interessa circa 600.000 persone, il 30-40% delle quali è resistente ai farmaci.

Dall’insieme dei dati pubblicati, risulta che, in un anno, il numero di nuovi casi di epilessia in Italia è pari a circa 36.000. L’esordio può avvenire a qualunque età, con picchi nella popolazione pediatrica e anziana.

In età pediatrica l’epilessia rappresenta la principale malattia neurologica: nel 60% dei casi, l’esordio avviene in questa fascia di età e, in Europa, circa 5 bambini su 1.000 sono affetti da una forma di questa patologia. Si tratta di un dato preoccupante poiché l’insorgenza precoce della malattia causa, in molti casi, deficit neurologici a lungo termine.

In un gran numero di casi di epilessia è molto difficile individuare la causa della patologia e quindi determinare la migliore terapia. Questa situazione spesso obbliga gli specialisti a ricercare il trattamento più efficace, utilizzando di volta in volta farmaci diversi per selezionare quello che dà la migliore risposta.

A livello globale, colpisce 50 milioni di persone di diversa età, sesso ed etnia. Ma è anche una condizione curabile: il 25% dei casi è prevenibile e più del 70% delle persone affette da epilessia potrebbe vivere una vita senza crisi epilettiche se avesse accesso a un trattamento sanitario appropriato

Diverse ricerche stimano che le persone con epilessia sono a maggiore rischio di mortalità prematura: il rischio è fino a sette volte superiore nei Paesi a basso e medio reddito.

Gli anziani con epilessia hanno un tasso di mortalità 2-3 volte superiore a quello della popolazione generale e l’incidenza è più del doppio rispetto alla popolazione pediatrica, un aspetto che in questo momento, con l’allungamento dell’aspettativa di vita e la crescita della popolazione anziana, soprattutto in un paese come il nostro, non può essere sottovalutato.

L’epilessia, da dati del gruppo collaborativo sul Global Burden of Disease, viene classificata come la sesta patologia neurologica più impattante in termini di mortalità e la quinta in termini anni di vita rapportati alla disabilità (Disability-Adjusted Life Years, DALYs). Secondo gli ultimi dati disponibili, le malattie neurologiche hanno rappresentato il 10,2% dei DALYs globali e il 16,8% delle morti nel mondo. Tra le malattie neurologiche, l’epilessia ha contribuito per il 5% dei DALYs e per l’1,3% dei decessi.

I costi dell’epilessia

Secondo il Libro Bianco dell’Epilessia in Italia, i costi diretti di questa malattia variano notevolmente in funzione della gravità (frequenza delle crisi, comorbidità), della risposta ai trattamenti (i costi diretti triplicano nei pazienti farmacoresistenti) e del tempo intercorso prima della diagnosi. Si stima che il costo medio annuo dell’epilessia in Italia sia di circa 1.764 € per paziente, il che permette di stimare una spesa sanitaria annuale per l’epilessia di 882 milioni di euro. La media dei costi diretti per paziente è stimata intorno a:

  • 500-800 €/anno per le forme in remissione
  • 2.200-4.700 €/anno per le forme farmacoresistenti
  • 3.700-3.900 €/anno per i pazienti candidati alla chirurgia.

I costi indiretti, quelli sostenuti a causa della malattia ma non sanitari, associati quindi alla perdita di produttività o alla mortalità prematura, sono una delle voci più onerose per l’individuo con epilessia e per la società, soprattutto nei casi delle persone con crisi non controllate dalla terapia. Gli adulti che rispondono alla terapia sono in grado di svolgere una normale attività lavorativa senza perdita di produttività economica, mentre le forme di epilessia farmacoresistente o con gravi comorbidità cognitive richiedono assistenza e supervisione continua e impongono che uno o più familiari adattino la propria attività lavorativa in funzione della malattia. Non sono disponibili studi che quantifichino i costi indiretti dell’epilessia in Italia. Tuttavia, i costi indiretti medi in Europa sono stati stimati intorno al 50-55% dei costi totali. Queste stime permettono di supporre che in Italia la perdita di produttività causata dall’epilessia sia pari almeno a 882-950 milioni di euro per anno.

Stigma e pregiudizi sull’epilessia

Per usare una famosa affermazione della rivista Nature, risalente al 2014, ma assolutamente attuale: “La storia dell’epilessia può essere riassunta come 4.000 anni di ignoranza, superstizione e stigma, seguiti da 100 anni di conoscenza, superstizione e stigma”.

Ancora oggi continua a circolare l’idea che l’epilessia sia una malattia mentale, le cui crisi spaventano perché si credono ingestibili. Questi pregiudizi causano difficoltà di accesso alla scuola e all’occupazione

Ancora oggi, a causa della scorretta informazione che si fa su questa malattia, continua a circolare l’idea che l’epilessia sia una malattia mentale, le cui crisi spaventano perché si credono ingestibili.

Questi pregiudizi causano difficoltà di accesso alla scuola e all’occupazione.

In ambito scolastico, le maggiori criticità sono però attribuibili a problemi di integrazione e socializzazione, dovuti soprattutto alla scorretta informazione, alle attitudini negative del personale scolastico nei confronti degli alunni con epilessia, e all’assenza di una regolamentazione riguardo la somministrazione della terapia cronica e di emergenza in orario scolastico.

Per gli adulti, le cose non vanno meglio. Salvo casi particolari in cui le crisi interferiscono con la possibilità di esercitare specifiche attività lavorative, l’epilessia di per sé non impedisce il normale svolgimento delle mansioni lavorative.  Tuttavia, avere l’epilessia può rappresentare un ostacolo nel trovare e mantenere un’occupazione e i datori di lavoro, spesso, mostrano diffidenza verso l’inserimento occupazionale di persone con epilessia, nell’errata convinzione di evitare complicazioni di varia natura alla propria azienda. In alcuni casi, vengono inoltre poste restrizioni non giustificate alle mansioni assegnate. Si tratta di comportamenti discriminatori che si spera il Global Action Plan For Epilepsy aiuti a cancellare.

La gestione dell’epilessia in Italia

La qualità dell’assistenza sanitaria è strettamente connessa agli aspetti organizzativi che dovrebbero prevedere, su tutto il territorio nazionale, modelli assistenziali omogenei in termini di personale dedicato, coinvolgimento multidisciplinare, percorsi diagnostici, terapeutici e riabilitativi e differenziati secondo diversi livelli di qualificazione. Non è così: ogni Regione segue modelli diversi, alcune sono più virtuose, altre meno.

A ogni persona con epilessia deve essere garantito l’accesso e una presa in carico specifica presso centri dedicati, con diversi livelli di qualificazione, tenuto conto della singola diagnosi

Ad ogni persona con epilessia, deve essere garantito l’accesso ed una presa in carico specifica presso centri dedicati, con diversi livelli di qualificazione, tenuto conto della singola diagnosi. La cura delle persone con epilessia è a carico di neurologi, neurofisiologi clinici, neuropsichiatri infantili, neuropediatri e neurochirurghi con una documentata esperienza in campo epilettologico (in genere denominati per questo epilettologi, ma per cui ad oggi non esiste una specializzazione nelle Facoltà di Medicina).

Ad oggi i centri specializzati non sono purtroppo distribuiti in modo omogeneo sul territorio nazionale; oltre a questo mancano percorsi diagnostico-terapeutici riconosciuti e omogenei a livello regionale.  Attualmente, i centri sono più diffusi al Nord e questo comporta trasferte, anche onerose, da parte delle persone con epilessia che risiedono al Sud. Inoltre, solo in un limitato numero di Regioni è attivo un percorso diagnostico-terapeutico specifico per l’epilessia e, anche in questo limitato numero di casi, non sempre è implementato in modo uniforme in tutti i centri regionali.

La Lega Italiana Contro l’Epilessia (LICE) si occupa, tra l’altro, di riconoscere, in base a criteri ben definiti, i centri che nel nostro Paese si occupano di diagnosi e cura dell’epilessia e che sono in grado di documentare gli standard richiesti. Ad oggi, secondo gli ultimi dati disponibili, solo 62 centri hanno ottenuto un riconoscimento LICE di vario livello, tra questi, quasi la metà si trova al Nord.

 

Il piano globale che presto approverà (si spera) l’OMS è un primo passo per la soluzione di tutte queste problematiche, anche se il vero lavoro dovrà essere fatto da ogni singolo paese. Ci auguriamo che il nostro, alle prese con l’emergenza sanitaria da Sars-Cov-2 e già in difficoltà con la continuità delle cure per diverse patologie, abbia il tempo e la determinazione giusti per attuare quanto richiede l’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Com’è cambiata la logistica Healthcare e la svolta attesa col PNRR

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Melacini-Marco

L’Edizione 2021 della Ricerca dell’Osservatorio Contract Logistics “Gino Marchet” è stata contraddistinta da un approfondimento verticale sul settore Healthcare, con l’obiettivo di capire come il sistema logistico possa rispondere alle sfide del settore.
“Un riconoscimento dell’importanza strategica della logistica per il sistema Italia, tanto più se al servizio della salute delle persone”, ha sottolineato il direttore scientifico dell’Osservatorio Marco MelaciniLa parola chiave è innovazione tecnologica: “La logistica si trova in una fase di transizione. Transizione che richiede investimenti. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) – che ha stanziato 62 miliardi per Mobilità, Infrastrutture e Logistica – potrebbe dimostrarsi uno strumento fondamentale per garantire la sostenibilità economica della logistica e supportarne la transizione Green”.

I risultati della ricerca

Nel secondo anno di pandemia, la logistica si conferma centrale per il settore Healthcare, ambito che nel 2021 ha registrato una sostanziale tenuta del numero delle spedizioni (-0,3% rispetto allo stesso periodo del 2020) e una diminuzione del 6% del numero dei colli gestiti, con una lieve flessione del peso dei prodotti gestiti (-2,2%).

Come era già avvenuto nel 2020, continua la crescita dei volumi gestiti a basse temperature, spinti anche dall’esigenza di distribuire i vaccini anti-Covid19. Fra 2020 e 2021, si nota un incremento dal 2% al 3% dei prodotti movimentati a temperature sotto lo zero e dal 14% al 15% di quelli gestiti fra 2° e 8°, anche se resta maggioritaria la quota di prodotti distribuita a temperature comprese fra 9° e 25° (78% nel 2021) che dal 2018 al 2021 si è ridotta di 9 punti percentuali.

I flussi che arrivano direttamente nelle farmacie dai magazzini dei depositari, pari ormai al 24% del totale, e la nascita negli ultimi due anni della consegna a domicilio dei farmaci, spingono il rafforzamento dell’“ultimo miglio”, l’ultimo tratto della filiera logistica che arriva nelle case dei consumatori finali, in crescita dall’1% al 2% in un anno.

La maggior parte dei flussi proviene da Lombardia (71%) e Lazio (15%), che sono anche le prime destinazioni dei prodotti, seguite da Campania e Toscana, in linea con la distribuzione della popolazione sul territorio. Il Piemonte ha registrato un incremento significativo.

Logistica Healthcare

 

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Nel comparto del farmaco, quasi tutte le attività di trasporto e oltre il 90% delle attività di magazzino sono terziarizzate, con l’affidamento di tutto il processo logistico a un unico fornitore nell’83% dei casi (Strategic Outsourcing). Nel 2021 è fortemente aumentata la razionalizzazione delle consegne a farmacie e parafarmacie. A fronte di un aumento contenuto (+4,4%) del numero delle spedizioni dei distributori intermedi (poco sopra i 21 milioni, ancora ben al di sotto dei 25 milioni del 2019), il volume delle spedizioni è aumentato del 28,3%.

Sono questi i principali risultati dell’indagine sulla logistica nel settore Healthcare realizzata dell’Osservatorio Contract Logistics “Gino Marchet” della School of Management del Politecnico di Milano in collaborazione con Consorzio DAFNE, presentati durante il convegno intitolato “Logistica Healthcare: asset strategico per il paese”.

Damiano Frosi

“Tra riduzione della densità di valore per alcuni prodotti, cambiamenti di assortimento delle farmacie e dei mix di canale, il sistema logistico Healthcare si è evoluto per rispondere alle sfide del settore, confermandosi asse strategico per il paese – afferma Damiano Frosi, direttore dell’Osservatorio Contract Logistics – I dati del 2021, se confermati anche nei prossimi anni, indicherebbero che la strada verso l’ottimizzazione delle consegne ha assunto un carattere maggiormente strutturale. L’accorpamento delle consegne, senza impattare sulla continuità né sul livello di servizio al cittadino potrebbe rappresentare un’importante svolta in termini di sostenibilità ambientale, economica, ma anche sociale”.

La distribuzione intermedia

L’analisi dei flussi gestiti dai distributori intermedi, sottolineano i ricercatori, permette di cogliere la complessità gestita, e quindi il ruolo chiave ricoperto nella filiera da questa tipologia di operatori. L’analisi rileva una significativa riduzione del numero di consegne con origine dai grossisti e dirette a farmacie e parafarmacie: un’evidenza che si spiega con l’introduzione di politiche di razionalizzazione introdotte proprio in risposta allo scenario pandemico, con la scelta di accorpare le consegne riducendo il numero medio di consegne quotidiane presso le singole farmacie (nel 2019 si arrivava fino a quattro consegne/giorno per singolo esercizio).

Il confronto del 2021 con il 2020 conferma la significativa riduzione del numero di spedizioni annue verificatasi nell’anno precedente. La crescita del 4,4% del 2021, portando il numero di spedizioni annue appena sopra i 21 milioni compensa, infatti, solo in piccola parte la riduzione del 18% concretizzatasi l’anno precedente, che aveva portato il numero delle spedizioni annue dai circa 25 milioni del 2019 a poco più di 20 milioni. In termini di volumi movimentati, invece, le proiezioni dei dati raccolti sul totale delle confezioni consegnate in Farmacie e Parafarmacie registrano nel 2021 una crescita significativa (+28%) che, se comparata alla crescita sensibilmente meno marcata del numero di spedizioni rileva l’accentuarsi del trend di crescita del numero di confezioni per spedizione, pari a circa il +18,6% nel 2021 rispetto al dato 2020.

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A riconferma di questo è utile evidenziare come il continuo consolidamento dei flussi in ingresso ai magazzini della Distribuzione Intermedia, misurato in termini di numero di colli inbound accentuatosi ulteriormente nel 2021 (circa -9,3% nel 2020 rispetto al 2019 e -15,3% nel 2021 rispetto al 2020) e il contemporaneo aumento delle confezioni in uscita dai Distributori Intermedi confermano il ruolo di cruciale “demoltiplicatore di complessità” per gli attori a monte della filiera distributiva Healthcare. A livello di flussi, infatti, a fronte di circa 750 mila spedizioni in entrata presso i Distributori Intermedi (inbound) si hanno circa 21 milioni di spedizioni in uscita (outbound). Si conferma, quindi, il ruolo essenziale della Distribuzione Intermedia per consentire agli attori a monte di garantire la capillare disponibilità dei propri prodotti all’interno degli oltre 25.000 punti di vendita presenti sulla penisola tra Farmacie e Parafarmacie, che a loro volta rappresentano in ultima istanza l’interfaccia di prossimità più immediata fra il sistema della salute nel suo complesso e il cittadino/paziente.

Le sfide della distribuzione ospedaliera

Maria Pavesi

“In generale la logistica ospedaliera presenta un elevato grado di complessità generata da diversi fattori, tra cui l’ampiezza e l’eterogeneità della gamma di referenze gestite (non solo farmaci) – sostiene Maria Pavesi, ricercatrice dell’Osservatorio Contract Logistics -. La logistica ospedaliera presenta opportunità di miglioramento in termini di efficienza, e l’innovazione tecnologica e digitale offre sempre maggiori possibilità per tracciare e dare visibilità sui flussi”.

Mancano linee guida omogenee sul territorio nazionale

Mila De Iure

“Si riconosce sempre di più la tendenza da parte delle strutture pubbliche a cercare di ottimizzare la gestione della logistica ospedaliera – ha spiegato Mila De Iure, direttrice generale Assoram, associazione nazionale che rappresenta oltre cento aziende della distribuzione e dei servizi nel settore healthcare dei prodotti farmaceutici -. Come Assoram abbiamo indagato il tema in collaborazione con i farmacisti ospedalieri e per una prima analisi del sistema attuale: sono emersi dati interessanti, a partire dal clima di collaborazione che esiste fra il pubblico e la compagine di operatori privati pronti a offrire servizi che sono una garanzia in termini di sicurezza, efficacia ed efficienza, cardini cui tiene il Sistema Sanitario Nazionale”.

Ma, ha sottolineato De Iure, mancano linee guida omogenee su tutto il territorio nazionale per la gestione della logistica ospedaliera: “Ad esempio, in Veneto per l’outsourcing non è richiesta nessuna autorizzazione per il sito logistico esterno, mentre in altre sono necessarie come depositari o come grossisti, con un’ampia varietà di livelli autorizzativi e requisiti richiesti: un ambito che varrebbe la pena indagare per individuare delle linee guida condivise che aiutino pubblico e privato nella gestione sinergica di queste attività. Il PNRR potrebbe essere il filler di questa collaborazione”.

Uno sguardo al futuro

“Il settore ospedaliero subirà un’accelerazione dal punto di vista della gestione in outsourcing strategico: ci sono esempi del genere già sul 2021, con strutture ospedaliere pubbliche che hanno indetto bandi per terziarizzare l’attività logistica che è strategica per gli ospedali quando parliamo di tracciabilità – ha concluso Michele Simbula, Head of Healthcare Logistics Sales di Rekeep -. Per esempio l’Ospedale Pediatrico Bambin Gesù di Roma ha messo in gara la terziarizzazione logistica e spinto oltre, mettendo in gara anche il procurement. Significa che sta nascendo la consapevolezza che queste attività, che diventano sempre più centrali, devono essere gestite da operatori specializzati e capaci di portare un’innovazione tecnologica che non sempre troviamo nelle strutture ospedaliere. Ma l’innovazione deve avvenire in maniera totale, organica, perché alcune volte ci si focalizza sull’automazione o la digitalizzazione di un particolare processo dimenticandosi di ciò che viene a monte o a valle, e ciò comporta la perdita delle informazioni. Un operatore privato questo processo lo vede a 360 gradi ed è capace di proporre soluzioni adeguate. Ci sono strumenti che il Codice degli appalti mette a disposizione della partnership pubblico privato, dando la possibilità di investire a carico del privato, con la struttura pubblica che paga un canone mensile: il vantaggio è che la soluzione viene “upgradata” per tutto il ciclo di vita del progetto”.