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Infermieri dimenticati: da eroi nazionali a personale di serie B

L’ultimo rapporto di Crea Sanità ha evidenziato come, nel 2018, mancassero all’appello 3,93 infermieri ogni mille abitanti, segnalando una carenza che oscilla complessivamente tra i 23.000 e i 43.000 professionisti.

Il documento State of the Health in the Eu 2021 dedicato all’Italia e redatto dall’Ocse, con l’European Observatory on Health System and Policies, in collaborazione con la Commissione europea ha rilevato come l’Italia sia tra i Paesi con il minor numero di infermieri (6,2 per mille abitanti, circa il 25% in meno rispetto alla media Ue), sottolineando anche come il numero di laureati sia diminuito dal 2014.

L’Italia nel 2019 era quartultima tra i Paesi Ocse per numero di laureati in materie infermieristiche ogni 100.000 abitanti (dopo di lei solo Messico, Lussemburgo e Colombia): nel Belpaese 18,4 persone, contro le 44,5 della media Ocse e a fronte di Paesi come Germania e Gran Bretagna che ne hanno rispettivamente 54,3 e 65,6 fino ad arrivare ai 108,2 della Svizzera.

Barbara Mangiacavalli

“Come sottolineato anche dalla Commissione europea, si devono aumentare i posti a bando nelle università – sottolinea Barbara Mangiacavalli, presidente Fnopi, la Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche – Secondo i nostri calcoli, mancano almeno 63.000 infermieri in Italia ma fonti istituzionali come l’Agenas e istituti di ricerca come Bocconi e Crea Sanità stimano tra le 80.000 e le 100.000 unità per poter soddisfare le nuove esigenze legate al Pnrr”.

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza individua infatti nell’infermiere una figura cardine non solo in ambito ospedaliero, ma anche sul territorio. Nel mese di gennaio, si sono mosse anche le associazioni di malati cronici, che hanno scritto a Governo, Parlamento e Regioni per chiedere un impianto normativo che valorizzi la multidisciplinarietà e la presenza di infermieri specializzati sul territorio. I gruppi firmatari rappresentano oltre 22 milioni di persone in Italia.

Gli infermieri sono la categoria più coinvolta nel precariato sia prima che durante la pandemia

“Formalmente esiste un tavolo interministeriale tra università e Salute per ripensare alla formazione infermieristica. Il problema è che non ha mai iniziato ad operare”, ha lamentato Mangiacavalli, ricordando poi come gli infermieri siano “la categoria più coinvolta nel precariato sia prima che durante la pandemia, proprio per il loro ruolo di prossimità alla persona che, in ospedale come sul territorio, li rende figure necessarie in gran numero per un’assistenza di qualità. La carenza ormai storica di organici ha costretto durante la pandemia a immettere con contratti flessibili nel sistema più del doppio dei precari che già erano presenti nel Ssn, chiedendo tuttavia competenze specialistiche che ci sono, ma che ancora non sono regolamentate normativamente, mentre ora è evidente la loro necessità per poter gestire i vari segmenti dell’assistenza”.

Formazione e stipendi

Numeri alla mano, la carenza di personale ha una serie di conseguenze negative: un rapporto infermieri-pazienti superiore a 1 a 6 (considerato lo standard ottimale, che diventa 1 a 4 nei bambini) aumenta il rischio di mortalità tra il 25 e il 30%. “L’aumento di un paziente per infermiere rispetto allo standard, poi, fa crescere il rischio di riammissione in ospedale dell’11% nelle unità mediche e del 48% in quelle chirurgiche – continua Mangiacavalli – Negli ospedali ad alta complessità, inoltre, il rapporto infermieri pazienti dovrebbe essere 1 a 2. È infatti dimostrato che un maggior controllo e una maggiore educazione a igiene e prevenzione diminuisce il rischio di una serie di patologie: polmoniti (-64%); scompenso d’organo (-52%); infezioni gastrointestinali (-47%); infezioni alle basse vie respiratorie (-40%); sepsi (-21%)”.

Nell’ambito della formazione, poi, esiste anche il problema delle specializzazioni, che vanno oltre alla laurea triennale abilitante: “La professione sta riflettendo sullo sviluppo clinico delle lauree magistrali, nel solco delle aree di formazione specialistica già riconosciute dalle norme esistenti, come quella di urgenza/emergenza, quella neonatale/pediatrica, la medica, la chirurgica, la salute mentale e le cure territoriali, anche introducendo il concetto di infungibilità – spiega Mangiacavalli – Ora, proprio in questa ottica, è necessario concretizzare ancora più operativamente le specializzazioni, grazie alla crescita della formazione, già radicate nel resto d’Europa. È necessario quindi riformarne il percorso, contestualmente a un graduale ampliamento dei numeri programmati per le lauree in infermieristica e in particolare per l’accesso alle lauree magistrali, per garantire flussi costanti di infermieri in relazione alle esigenze dei servizi nei prossimi anni”.

Oggi per ogni professore-infermiere ci sono circa 1.350 studenti, mentre in altre discipline del settore sanitario la media è 1 a 6

Secondo la Federazione, per raggiungere la qualificazione delle competenze del personale infermieristico è necessario porsi come obiettivo minimo da realizzare entro un decennio la disponibilità di almeno il 20% dei professionisti a elevata specializzazione nelle diverse aree dell’assistenza.

Tutto questo presuppone poi il necessario aumento delle docenze infermieristiche nel settore disciplinare specifico. Oggi per ogni professore-infermiere ci sono circa 1.350 studenti, mentre in altre discipline del settore sanitario la media è 1 a 6.

“L’aumento delle docenze è necessario anche per garantire la qualità della formazione, che rappresenta il fiore all’occhiello degli infermieri laureati in Italia, ricercati proprio per questo in tutto il mondo. All’estero, soprattutto per le migliori condizioni economiche e di carriera, ci sono almeno 20.000 infermieri italiani”, rende noto Mangiacavalli.

Secondo i dati aggiornati a dicembre 2019, i Paesi maggiormente interessati da questa migrazione sarebbero Regno Unito (con 3.988 infermieri italiani) e Germania (con 2.033). Seguono poi Belgio, Spagna e Francia.

La Federazione ha individuato come driver principale dello spostamento il trattamento economico: “In Italia un infermiere che lavora nel pubblico parte da uno stipendio di 1.150 euro netti. Mediamente a metà carriera raggiunge i 1.410 euro netti mensili e solo con l’età e un certo livello di specializzazione può raggiungere i 2.000 euro – fa i conti Mangiacavalli – Per contro, in Germania e Regno Unito lo stipendio medio è di circa 2.500 euro, mentre la media europea si attesta sui 1.900”.

Il nodo del turnover

Il turnover medio negli anni è stato di circa 18.000 infermieri all’anno. Nell’ultimo decennio, a causa del blocco dei contratti e dei Piani di rientro attuati in molte Regioni, è mancato quasi completamente il ricambio. Per contenere la spesa, non sono stati sostituiti gli infermieri che hanno lasciato il Ssn (tipicamente per pensionamento).

“Basti pensare che dal 2009 al 2019 invece di rafforzare l’organico del Ssn per una migliore assistenza, si sono persi solo per colpa del mancato turnover circa 9.000 infermieri – afferma la presidente Fnopi – Le conseguenze di questa scelta si sono viste purtroppo proprio durante la pandemia”.

Dal 2009 al 2019 invece di rafforzare l’organico del Ssn per una migliore assistenza, si sono persi solo per colpa del mancato turnover circa 9.000 infermieri

Naturalmente il mancato turnover sconta l’avanzamento dell’età dei professionisti: se quella media degli iscritti agli ordini è di circa 46-47 anni, le cose peggiorano vistosamente per gli infermieri dipendenti del Servizio sanitario nazionale che raggiungono una media di 53-54 anni, ma che in alcune Regioni, soprattutto quelle che sono state in Piano di rientro che hanno subito blocchi totali del turnover, sfiorano i 58-59 anni, differenziandosi anche di 8-9 anni con l’età media di tutti gli iscritti agli ordini.

“Secondo i modelli previsionali, se con le risorse previste tra manovre e Pnrr si riuscirà a introdurre nuovi professionisti più giovani, la curva delle uscite dal mercato del lavoro si fletterà nei prossimi due anni – spiega Mangiacavalli – Ma, proprio per la carenza attuale e per le condizioni che non danno la possibilità di formare un numero di giovani sufficienti, la crescita riprenderà e in modo costante negli anni immediatamente successivi, mettendo in seria crisi l’assistenza, a meno di un cambio di rotta nella formazione e nei percorsi retributivi e di carriera che permettano di rendere più attrattiva la professione”.

Per riuscire a soddisfare i bisogni di salute dei pazienti, insomma, servono infermieri e non “soluzioni fantasiose come quelle cui abbiamo assistito in questi anni, che vanno dall’assunzione di personale straniero all’allargamento delle competenze di altri professionisti sanitari”.

L’infungibilità degli infermieri significa proprio questo: riconoscerne l’unicità e la non sostituibilità come professionista

L’infungibilità degli infermieri significa proprio questo: riconoscerne l’unicità e la non sostituibilità del professionista. Farlo significa anche riconoscere la specializzazione dell’infermiere, evitando così di sostituire un professionista esperto in una certa area clinica con uno non formato.

Da alcune settimane l’intero comparto è in agitazione e il 28 gennaio si è tenuto uno sciopero molto partecipato a livello nazionale. Tra le ragioni della protesta, la mancata erogazione delle risorse stanziate a dicembre e destinate agli infermieri, le condizioni di lavoro sempre più massacranti, con responsabilità crescenti, gli stipendi tra i più bassi d’Europa.

L’interconnessione con il territorio

Anche per gli infermieri, così come per i medici, la legge di Bilancio in realtà ha messo a disposizione fondi per la stabilizzazione del personale assunto a tempo determinato durante la pandemia. “Questo però senza rendere davvero attrattiva la professione, visto che le percentuali di incremento retributivo restano decisamente basse. In realtà, mancano le risorse per un reale incremento degli organici che sia in grado di coprire le carenze attuali”.

Spariti invece i due emendamenti sull’assegnazione-ponte dell’indennità specifica infermieristica (mai assegnata dallo scorso anno) e sull’incremento del numero dei docenti-infermieri nelle università.

E questo nonostante durante i momenti più duri della pandemia gli infermieri siano stati considerati, accanto ai medici, degli eroi. “Tutto questo segna un brutto episodio per la professione infermieristica – afferma la Fnopi in una nota –, un brutto segnale che non è passato e non passerà inosservato davvero nemmeno a chi finora ha contato per la sua salute sugli infermieri”.

Il Pnrr ha previsto una serie di contenitori (dalle centrali operative alle case della comunità, fino allo sviluppo ulteriore degli ospedali di comunità) che nelle intenzioni andrebbero “riempiti” anche con un numero significativo di infermieri. Le stime della Federazione sono di 20-30.000 unità, a fronte delle 9.600 previste dal decreto Rilancio a maggio 2020.

Gli infermieri di famiglia e di comunità dovrebbero essere l’asso nella manica del territorio, ma il Pnrr non ha previsto il percorso e la destinazione di risorse sufficienti

“Gli infermieri di famiglia e di comunità dovrebbero essere l’asso nella manica del territorio, ma il Pnrr non ha previsto il percorso e la destinazione di risorse sufficienti a riempire questi contenitori di ‘contenuti’, che altro non sono se non i professionisti necessari al funzionamento di queste strutture e a quell’assistenza domiciliare e di prossimità, parola d’ordine al nuovo modello di assistenza”.

Il Governo nel 2020 ha stanziato 480 milioni di euro per assumere circa 9.600 infermieri nel corso del 2021 e potenziare così l’assistenza domiciliare. Tuttavia, la Federazione nota che stando al dato emerso nelle prime bozze della revisione dell’assistenza sul territorio (il cosiddetto dm 71) e nei calcoli dell’Agenzia nazionale dei servizi sanitari queste risorse non basterebbero: “Servirebbe almeno un infermiere ogni 2-3.000 abitanti, cioè circa 20-30.000 in più”, osserva Mangiacavalli, che aggiunge: “Anche dei 9.600 già previsti, sempre secondo Agenas, non se ne sono trovati più di 3.000”.

Ancora una volta quindi, secondo la presidente di Fnopi, affinché il Pnrr sia realizzabile è necessario riformare il percorso di formazione degli infermieri con maggiori organici e specializzazioni; cambiare rotta sugli interventi terapeutici grazie all’ampliamento delle competenze; gestire e coordinare processi assistenziali anche attraverso nuovi strumenti di teleassistenza e soprattutto assistenza infermieristica territoriale con il potenziamento e la diffusione a livello nazionale del ruolo dell’infermiere di famiglia e di comunità; valorizzare la professione delineando il mix quali-quantitativo del personale nel medio periodo in relazione agli standard di esiti di cura attesi sulla popolazione; valutare, reclutare e valorizzare le competenze specialistiche in relazione alle specifiche esigenze dell’organizzazione attraverso strumenti di selezione dei candidati.

“Non abbiamo bisogno di duplicare servizi, di aggiungere, ma dobbiamo interconnettere quello che c’è già perché il territorio spesso è già ricco – afferma l’esperta – La vera sfida è mettere insieme, cioè sviluppare le competenze, la formazione dei professionisti sanitari, ognuna in base alle reali necessità delle persone. Per fare tutto questo occorrono professionisti in numero e qualità sufficienti e quindi adeguatamente formati e per tutto questo le risorse stanziate, al momento attuale, non bastano”.

La comunicazione digitale sia la nuova normalità del servizio pubblico. L’appello di PA Social

La pandemia e il suo impatto sulla comunicazione della salute: le fake news, la confusione, l’infodemia. Ma non solo. Il ruolo centrale dei media nel far capire alla popolazione l’importanza della vaccinazione, l’impegno dei social media manager e dei comunicatori pubblici digitali, la centralità dei nuovi canali da cui ormai non si può prescindere, da Instagram a TikTok.

Quanti temi sul tavolo degli Stati generali per la comunicazione della salute organizzati da Federsanità in collaborazione con PA Social, associazione dedicata alla comunicazione e all’informazione digitale: due giorni di dibattito, il 4 e il 5 marzo, al Policlinico Umberto I di Roma, che hanno coinvolto oltre 300 comunicatori, giornalisti e social media manager per definire ruoli, obiettivi e competenze di chi quotidianamente svolge un mestiere delicato, quello della comunicazione per la salute.

Un evento con numeri da record anche in rete: oltre dieci ore di diretta streaming, circa 1500 partecipanti in presenza e online, più di 2 mila visualizzazioni e 14,6 mila per i post social di racconto su Facebook, con oltre 1,4 mila interazioni.

Francesco Di Costanzo

Occasione per il presidente di PA Social Francesco Di Costanzo di lanciare un appello per il riconoscimento del valore che la comunicazione digitale ha assunto e, di conseguenza, il ruolo dei professionisti che la gestiscono.

Perché un evento del genere?

“Credo sia stata un’iniziativa fondamentale perché ha messo insieme molte realtà che nella pandemia hanno avuto un ruolo centrale: comunicazione, informazione e digitale, che hanno saputo in questi due anni e più dare una  risposta ai cittadini anche in chiave digitale. Chi era più indietro ha fatto dei passi avanti e chi era già più avanti ha strutturato ancora meglio la comunicazione e informazione pubblica al cittadino”.

L’elevatissima adesione alla campagna vaccinale dimostra che in larga parte la comunicazione e l’informazione durante l’emergenza hanno funzionato, ma ci sono state anche delle difficoltà. Quali lezioni possiamo imparare?

“In generale, la risposta di comunicazione pubblica è stata positiva. Ovviamente ci sono stati degli errori perché, è inutile nasconderlo, nessuno era preparato a un evento di questo tipo, ma la parte di buona comunicazione è stata sicuramente più ampia degli errori.

Abbiamo imparato molto, abbiamo capito che la comunicazione non è un ambito riservato ai professionisti ma ha un ruolo centrale per il servizio al cittadino, e sulla base di quanto abbiamo appreso adesso dobbiamo creare la nuova normalità. Rispetto a quanto succedeva nel periodo pre pandemia, dobbiamo far sì che la comunicazione pubblica digitale e le  professioni dedicate e la nuova organizzazione del lavoro siano la nuova normalità del servizio pubblico”.

Quali sono quindi le priorità per la vostra associazione per il futuro?

“Ci battiamo su alcune azioni necessarie per rendere strutturale il cambiamento avvenuto, a partire dal riconoscimento delle nuove professioni della comunicazione digitale come quella, più famosa, del social media manager, ma ce ne sono tante altre, che a oggi non hanno un ruolo specifico nel nostro ordinamento. Inoltre c’è il tema di una nuova organizzazione del lavoro: una redazione diffusa, in cui le professionalità si integrano e si potenziano con l’obiettivo finale del servizio al cittadino. In generale, la comunicazione digitale per il servizio complessivo al cittadino è qualcosa di fondamentale e non più rimandabile”.

Per approfondire

La sanità alla prova dei social network. Gigliuto: “Una medaglia ai comunicatori”

Appalti innovativi al servizio della telemedicina

Priorità per l’Europa, stimolo per ricerca e sviluppo, veicolo per la sostenibilità, aiuto per l’economia. E, non da ultimo, ottimo strumento per attuare quanto richiesto dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Parliamo degli appalti innovativi e dei loro innumerevoli vantaggi, riconosciuti a tutti i livelli. Ma allora perché non rappresentano una parte consistente degli appalti adottati dalla nostra sanità pubblica?

Ne abbiamo discusso nella Live dal titolo Appalti di innovazione: strumenti ed esperienze con Guglielmo de Gennaro, Public procurement and innovation purchases Manager dell’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID), e Salvatore Tufano, Buyer pubblico di So.Re.Sa. SpA.

Migliorare il dialogo bidirezionale fra domanda e offerta

Secondo uno studio realizzato dalla Commissione Europea nel 2020, in Europa si sottoinveste in innovazione. Il 20% degli appalti pubblici, secondo la Commissione, dovrebbe essere costituito da appalti per l’innovazione: il 3% appalti pubblici in materia di ricerca e sviluppo e il 17% per soluzioni innovative.

Guglielmo De Gennaro

“È un punto dolente: in Italia siamo molto, molto lontani da questi obiettivi – commenta de Gennaro -. Però bisogna trovare una strategia comune per valorizzarli, questi dati, perché in Italia c’è un’osservanza ortodossa al concetto di innovazione così come emerge dalle direttive europee e recepito dal Codice dei contratti. Spesso invece nell’ambito di questo tipo di indagini altri Stati rispondono in maniera un po’ più superficiale, considerando innovazione anche l’acquisto di una funzione che non è in sé innovativa ma costituisce una novità per la Pubblica Amministrazione che lo implementa. Per quanto ci riguarda, il traguardo del 20% è lontano ma la strada è cominciata e di sicuro andrà a buon fine”.

Non direi che gli appalti innovativi siano difficili da usare: sono strumenti complessi e per servirsi di qualsiasi strumento complesso c’è bisogno di adeguata conoscenza

Al momento, però, gli appalti innovativi sono ancora poco usati: poco compresi o difficili da implementare? “Non direi che siano difficili da usare – sostiene de Gennaro -. Sono strumenti senza dubbio complessi e per usare qualsiasi strumento complesso c’è bisogno di adeguata conoscenza. È quindi prioritario fare informazione e formazione e anche l’aggregazione è un elemento fondamentale, perché gli acquisti ordinari, di valore contenuto, possono essere svolti da una qualsiasi stazione appaltante in autonomia, mentre è giusto che acquisti di questo genere sia gestito da un soggetto strutturato in modo adeguato per farlo”.

Il punto centrale per un corretto uso degli appalti di innovazione è quello della stima dei fabbisogni da parte della Pubblica Amministrazione e al contempo della capacità da parte del mercato di soddisfare la domanda di innovatività. “In generale l’approccio agli appalti non è del tutto corretto – spiega l’esperto -. Partiamo dal presupposto che già nel Codice dei contratti è previsto uno strumento che non viene usato dalla maggior parte delle PA, il quadro esigenziale. Il legislatore ha dato troppa fiducia alle PA parlandone solo nell’articolo 3 e nelle definizioni, mentre ha previsto come obbligatoria con un disposto puntuale la programmazione successiva.

Se le PA partissero dal quadro esigenziale acquisirebbero maggiore capacità nell’individuazione dei fabbisogni e riuscirebbero a discostarsi dai bias che inducono all’acquisto di soluzioni mature e più conosciute

Se le PA facessero un passo indietro partendo dal quadro esigenziale acquisirebbero maggiore capacità nell’individuazione dei fabbisogni e riuscirebbero a discostarsi dai bias che inducono all’acquisto di soluzioni mature più conosciute. Un passaggio che di per sé consentirebbe una propensione maggiore agli appalti innovativi: al di là di quello che acquisiscono, questi sono di per sé innovazione negli appalti e permettono un percorso dialogante con gli operatori di mercato per eliminare quell’asimmetria che bidirezionalmente esiste e separa domanda e offerta. Ciò permetterebbe di qualificare la domanda attraverso l’offerta esistente e di arrivare ad appalti più efficaci”.

Qualcosa che al momento non si verifica, sostiene de Gennaro, e il risultato è che al momento anche gli operatori sono appiattiti sulla domanda: “La domanda degli appalti di innovazione deve essere uno stimolo. Al termine del percorso si può anche arrivare a cambiare strada, optando per un appalto ordinario, dopo essersi resi conto che esistono già soluzioni in grado di soddisfare il fabbisogno, ma il percorso fatto fino a quel momento ha dei frutti nel lungo periodo perché creano dinamiche, networking e stimolo al mercato che aprono la strada all’innovazione a prescindere dall’appalto di innovazione: è l’applicazione a questo settore del paradigma dell’open innovation che conduce a soluzioni più efficaci ed efficienti”.

Un altro requisiti per raggiungere risultati soddisfacenti è il coinvolgimento di tutti coloro che saranno interessati dalla soluzione, dai professionisti ai medici di base ai pazienti.

L’esperienza di Soresa e il sostegno di AgID

Salvatore Tufano

Tra chi ha già avuto esperienza con gli appalti per l’innovazione c’è So.Re.Sa. SpA, Centrale di Committenza e Soggetto Aggregatore per la Regione Campania. “Ci siamo cimentati con due progetti: nel primo, chiamato PPI STOPandGO (Sustainable Technologies for Older People – Get Organised), un partenariato per l’innovazione, nostra prima esperienza, abbiamo avuto un ruolo piuttosto marginale, mentre il secondo, ProEmpower, un appalto precommerciale, ci ha visti protagonisti come procurer insieme ad altri soggetti anche al di fuori dal territorio italiano – spiega Tufano -. Lo scopo era di individuare una soluzione innovativa per la gestione di pazienti con diabete mellito di tipo 2. In tempi più recenti siamo stati coinvolti nel progetto Euriphi, che non ha riguardato propriamente un appalto di innovazione ma era rivolto a definire un approccio condiviso su alcuni elementi di base per i futuri appalti di innovazione”.

Alla luce di questa esperienza, cosa consiglierebbe ai colleghi che non si sono ancora cimentati con appalti innovativi? “Di non aver paura di farli, anche perché si tratta di uno scenario per certi aspetti nuovo e che già per questo motivo per noi di Soresa si è rivelato molto più stimolante rispetto alle classiche gare che facciamo ogni giorno. Inoltre va tenuto presente che ci sono istituzioni sia livello italiano, come AgID, che europeo, che possono accompagnare nello svolgimento degli appalti di innovazione, oltre a partner privati che tendono a favorire la collaborazione tra stazioni appaltanti”.

“L’Agenzia per l’Italia Digitale offre un servizio a 360 gradi: a seconda dell’esigenza della controparte ci affianchiamo in maniera più o meno invadente nella procedura – spiega de Gennaro -. Se la controparte ha buona conoscenza dello strumento e vuole essere solo supportata, noi guidiamo il percorso; oppure possiamo arrivare all’estremo opposto, in cui, qualora sia necessario, diventiamo stazione appaltante per il soggetto che ricorre a noi, anche perché in ragione del DL 179/2012 siamo centrale di committenza in particolare per gli appalti precommerciali e il perno di tutti gli appalti di innovazione”.

In questo momento l’AgID sta supportando la Regione Calabria per un appalto innovativo precommerciale per il riutilizzo di rifiuti e scarti come materie prime seconde: “In questo caso la stazione appaltante siamo noi, ma la Regione è estremamente competente sull’oggetto della procedura, quindi c’è un’interazione molto forte”.

Ulteriori informazioni sugli appalti di innovazione della PA sono disponibili sul sito Appaltinnovativi.gov.

Gli appalti innovativi per i dispositivi medici e la telemedicina

“Quello dei dispositivi medici è il campo di applicazione principale: nelle seppur minime percentuali di utilizzo degli appalti di innovazione nel mare magnum degli appalti, trainante è il settore della sanità, inteso non come cura ma come tecnologie che supportano gli strumenti di cura e in particolare per la presa in carico del paziente cronico – ha affermato de Gennaro, interpellato sulle opportunità di applicazione -. La telemedicina è di certo uno dei settori che già hanno adottato ampiamente gli appalti di innovazione e che potrebbe beneficiarne ancora di più perché la tecnologia sta facendo passi da gigante e perché lo Stato innovatore non può che dare ulteriore stimolo a questo settore in grande fermento”.

La telemedicina è di certo uno dei settori che già hanno adottato ampiamente gli appalti di innovazione e che potrebbe beneficiarne ancora di più perché la tecnologia sta facendo passi da gigante

Ma il raggio d’azione degli appalti di innovazione non si limita né alle opere né alle tecnologie: “Parlando di questo genere di appalti non si deve automaticamente pensare a soluzioni digitali o tenologiche: nuove possibilità possono venire anche dall’uso di strumenti esistenti. Quindi anche metodologie organizzative, se applicate in un contesto diverso, oppure una riorganizzazione, possono essere sufficienti a qualificare l’appalto come innovativo. Ricordiamoci sempre che parliamo di innovazione e non di novità”.

Appalti innovativi e PNRR

Tra i temi più caldi di queste settimane c’è il PNRR, anch’esso strettamente collegato a quello degli appalti innovativi. “Il PNRR se vogliamo tra le righe scrive che ci si deve avvalere di appalti di innovazione se si vuole creare qualcosa che non esiste e generare valore e non soltanto spesa: per fare questo non si può fare ricorso a strumenti ordinari – afferma de Gennaro -. Il PNRR come obiettivo ha qualcosa di straordinario, quindi inevitabilmente si devono usare percorsi diversi come gli appalti innovativi e questo permea tutto il piano. Poi ci sono missioni specifiche ancora più aderenti a questo ambito, come la Missione 4, attività 2, che riguarda proprio ricerca e sviluppo e foresight tecnologico: il cuore degli appalti di innovazione”.

Per approfondire

A breve torneremo a occuparci dell’argomento con un’orizzonte più ampio, nella Live Appalti innovativi: prospettiva europea, usi nel quotidiano.

 

Qual è la valenza del Long Term Care in Italia?

Long Term Care: che valenza ha questa parola oggi? E in che stato si trova l’assistenza sanitaria per le non autosufficienze nel nostro Paese? Lo abbiamo chiesto a Elisabetta Notarnicola, Associate Professor of Practice in Government, Health e Not for Profit presso SDA Bocconi, che ha coordinato il IV rapporto dell’Osservatorio Long Term Care del Cergas.

Il quadro che emerge vede un SSN assolutamente poco in grado di far fronte alla domanda di assistenza degli over-65 non autosufficienti. Mancano politiche sanitarie ad hoc. E gli under-40, consapevoli della situazione, iniziano a pensare al proprio futuro con polizze assicurative finalizzate a rispondere a una possibile futura non autosufficienza

C’è crisi fra scienza e società: tutta colpa della Tv? I dati dell’Annuario Observa 2022

Schermi sempre accesi e l’era delle virostar: va in onda il divorzio fra scienza e società. È la pandemia fotografata dalla diciottesima edizione dell’Annuario Scienza Tecnologia e Società (Il Mulino) del centro di ricerca indipendente Observa. L’edizione 2022 si caratterizza per l’attenzione al tema della salute e in particolare all’emergenza Covid-19.

Giuseppe Pellegrini

Abbiamo intervistato il presidente di Observa Giuseppe Pellegrini, docente di Innovazione, Tecnologia e Società all’Università di Trento, in occasione della prima uscita dell’annuario, organizzata all’Università di Torino, in un evento dal titolo significativo: “Una relazione complicata? Scienza e società sull’orlo di una crisi”.

Professor Pellegrini, cosa emerge dalla vostra indagine?

“La pandemia ha messo in discussione l’equilibrio tra il mondo della scienza, la comunicazione e il pubblico. Se la fiducia nelle istituzioni che comunicano rimane forte, a vacillare è invece il modo in cui si raccontano le notizie scientifiche utili alla popolazione”.

Cosa è successo?

“Negli ultimi due anni abbiamo riscontrato un’enorme esposizione mediatica di esperti di tutti i tipi. Ma le cosiddette virostar, convocate in televisione anche su richiesta e pressione del pubblico, probabilmente non sempre sono riuscite a raccontare in modo chiaro e coerente le notizie importanti sull’emergenza.
Va detto che alcuni ricercatori hanno avuto il coraggio di fare un passo indietro e hanno saputo dosare la loro presenza mediatica, ma, un po’ per narcisismo e probabilmente un po’ per altri fattori – ad esempio il rischio che a fronte di una mancata risposta non si venga più chiamati – in tanti si sono lasciati prendere la mano”.

Ha parlato specificamente di televisione: quanto è preponderante il suo impatto rispetto agli altri canali?

“Come negli anni precedenti, anche nel 2021 la “classifica” dei media più usati vede al primo posto la televisione, al secondo i quotidiani, al terzo i siti web e i blog, al quarto le riviste di divulgazione e al quinto la radio. Il 77% degli italiani afferma di guardare almeno una volta al mese trasmissioni televisive che parlano di scienza e tecnologia; più dei due terzi legge articoli sulla stampa quotidiana (nella versione cartacea oppure online); il 60% consulta siti web e blog e il 54% legge riviste; più di un terzo ascolta trasmissioni radiofoniche che trattano temi relativi a scienza e tecnologia.

Come negli anni precedenti, anche nel 2021 la “classifica” dei media più usati vede al primo posto la televisione, al secondo i quotidiani, al terzo i siti web e i blog, al quarto le riviste di divulgazione e al quinto la radio

Queste percentuali, però diminuiscono notevolmente se si considerano solo i soggetti in grado di ricordare il nome di almeno una trasmissione seguita, un sito consultato, una testata letta o un programma radiofonico ascoltato; molti non sono in grado di dare questa specifica informazione e sembrano non prestare attenzione alla fonte specifica da cui ricevono le informazioni, soprattutto quando questa è la Tv o il web”.

Cosa ha causato la difficoltà di comunicare da parte degli esperti?

“La scienza non è una cosa certa, è sempre in divenire. In questo caso, la discussione che di solito era relegata alle comunità scientifiche, è invece avvenuta nell’arena pubblica, lasciando la platea nell’incertezza: è come se avessimo partecipato a 150 congressi dove abbiamo sentito tutto e il contrario di tutto. Così si è creata la confusione.

In questi due anni, è come se avessimo partecipato a 150 congressi dove abbiamo sentito tutto e il contrario di tutto

D’altro canto, di solito tocca ai politici prendere decisioni per gestire l’incertezza e questo non è una funzione tipicamente attribuita a esperti e scienziati. Come abbiamo visto, però, in questo periodo spesso i ruoli si sono un po’ mischiati. Il terzo attore della vicenda sono i media, che alle volte hanno anche in parte giocato in questa ambiguità, sollecitando gli esperti a prendere posizioni in un senso o nell’altro”.

 

Giudizio sugli interventi pubblici (ad es. in Tv, sulla stampa o sui social) degli esperti scientifici italiani (%; n aprile 2020=1.29; n ottobre 2020=991; n gennaio 2021=987; n maggio 2021=977). Figura 9 di pag. 39 Annuario Observa

Quali sono le sue riflessioni alla luce di questi dati?

“Spesso mi sono trovato davanti allo schermo a chiedermi se quelle che abbiamo chiamato virostar parlassero a nome proprio o anche dell’istituzione presso cui lavorano. In generale, credo che quanto accaduto possa essere un’occasione per riflettere maggiormente sulla comunicazione istituzionale.

Credo che quanto accaduto possa essere un’occasione per riflettere maggiormente sulla comunicazione istituzionale

Una volta capito quali possono essere gli effetti indesiderati, è tempo di cercare di regolare meglio il flusso della comunicazione scientifica e di cercare una collaborazione diversa con i media”.

Perché è importante continuare a vaccinarci contro l’influenza

I dati dell’Organizzazione mondiale della sanità relativi al 2019 calcolano l’impatto mondiale dell’influenza stagionale in una forbice che va dai 290 mila ai 650 mila morti. Nel caso peggiore, questo significa 1.780 decessi al giorno, pari a quelli che avremmo da 9 incidenti aerei.

A questo si aggiungono 3-5 milioni di ospedalizzazioni gravi ogni anno.

Questi numeri sono stati ricordati durante l’evento “Vaccinazione anti influenzale: verso una nuova concezione di valore”, organizzato da Sda Bocconi con il contributo incondizionato di Sanofi.

L’influenza è spesso percepita come una malattia di lieve entità, ma in realtà rappresenta un grave problema di sanità pubblica e le cifre riportate lo ricordano.

Nell’ultima circolare per la prevenzione e il controllo dell’influenza, gli esperti del Ministero ricordano che “una buona igiene delle mani e delle secrezioni respiratorie può giocare un ruolo importante nel limitare la diffusione dell’influenza”.

Tuttavia, la forma più efficace di prevenzione è il vaccino, che, per svolgere davvero il suo compito di profilassi, dovrebbe arrivare a coprire almeno il 75% della popolazione generale e raggiungere l’obiettivo ottimale del 95% negli over65 e nelle popolazioni a rischio.

Nella stagione 2020/2021 abbiamo assistito a un calo nella circolazione dei virus influenzali, probabilmente favorita dalle restrizioni attuate a causa del Covid-19 e dalla crescita della copertura vaccinale in tutta la popolazione, in particolare in quella anziana.

Sulla stagione in corso non si hanno ancora dati sulle vaccinazioni, ma per il secondo anno consecutivo la circolazione dei virus influenzali sembra molto ridotta.

La necessità di un’Anagrafe vaccinale nazionale

“Per aumentare il numero di persone vaccinate, è indispensabile coinvolgere in modo uniforme la medicina generale – ha affermato Elisabetta Alti, direttrice del Dipartimento di Medicina generale dell’Asl Toscana centro, che nel suo intervento ha ricordato come sia proprio il medico di medicina generale il professionista che vede più spesso i propri pazienti. “È importante impostare una prevenzione vaccinale che non sia basata unicamente sull’età, ma che tenga in considerazione le altre caratteristiche delle persone, come lo stato di salute, l’eventuale condizione lavorativa e il contesto epidemiologico in cui sono inserite – ha affermato l’esperta – Rispetto al centro vaccinale, il medico di medicina generale può definire un calendario personalizzato perché conosce direttamente il paziente e le sue fragilità”.

Elisabetta Alti

Questo significa anche impostare una medicina d’iniziativa e non di attesa: “Ci sarà sempre uno zoccolo duro refrattario alla vaccinazione, ma dovremmo cercare di intercettare con più forza tutti gli altri attraverso una chiamata attiva”.

Solo in alcune Regioni, infatti, il medico di medicina generale ha il compito di informare, sensibilizzare e quindi poi vaccinare i propri assistiti.

I principali ostacoli nell’organizzazione della prevenzione vaccinale nei pazienti fragili sono stati individuati:

  • nella scarsa consapevolezza degli operatori sanitari e dei pazienti sull’importanza della vaccinazione come strumento di prevenzione del rischio di malattia;
  • nell’assente o inefficace coordinamento tra gli operatori sanitari nella comunicazione e nelle raccomandazioni inerenti i vaccini;
  • nelle modalità attuative delle campagne e delle offerte vaccinali differenziate da Regione a Regione e da località a località, con un coinvolgimento variabile della medicina generale;
  • nella frammentazione dell’offerta vaccinale con inefficienze strutturali e organizzative (per esempio nell’approvvigionamento e nelle modalità di erogazione);
  • nella mancanza di campagne vaccinali pubbliche age-related rivolte agli adulti (sani e non);
  • nella presenza non uniforme di Registri vaccinali informatizzati.

L’ultimo aspetto è particolarmente serio in un momento di proiezione verso il digitale: in Italia non esiste un’Anagrafe vaccinale nazionale (e spesso neanche regionale). Manca un portale unico che sia consultabile in tempo reale da tutti gli operatori sanitari coinvolti nella vaccinazione, medici di medicina generale compresi.

“In molti casi abbiamo un meccanismo cartaceo o digitale che prevede l’inserimento manuale da parte di un operatore dei dati – ha ricordato Alti – Questo, oltre ad allungare i tempi, moltiplica il rischio di errore”.

L’impatto dei vaccini

Proprio in questi giorni sta partendo uno studio di cost-consequence per misurare l’impatto macroeconomico dei vaccini.

“Il punto di partenza dell’analisi è che l’influenza genera un peso subdolo perché non è misurata in maniera precisa – ha affermato Patrizio Armeni, coordinatore dell’area Economics del Cergas Sda Bocconi– Basti pensare che al momento è difficile comprendere la tracciatura del fenomeno dell’influenza attraverso le schede di dimissione ospedaliera”.

Per Armeni, se vogliamo portare una nuova concezione di valore nell’ambito dell’influenza, e quindi dare delle risposte più estese e più efficaci, abbiamo un paio di grandi priorità: “La prima è approfondire la conoscenza specifica della malattia, quindi per esempio imparare a misurare meglio e in maniera più diretta le sue conseguenze – ha affermato – E poi bisognerebbe migliorare la conoscenza dell’investimento che sarebbe necessario per potenziare la risposta. Questo investimento spesso viene visto solo come un costo, dobbiamo invece misurarne il ritorno”.

Patrizio Armeni

Finora infatti l’impatto economico dell’influenza è stato studiato in maniera molto eterogenea. Il nuovo lavoro sull’impatto macroeconomico dei vaccini vuole quindi misurare “il valore inteso come beneficio aggiuntivo portato, in uno scenario in cui immaginiamo di estendere la copertura vaccinale e investire su prodotti che possano garantire una copertura maggiore. Intendiamo anche coinvolgere direttamente i pazienti, per capire qual è la loro esperienza. Tutto questo per comprendere non solo il valore portato dalla vaccinazione, ma anche quello percepito”.

A partire dall’analisi dello status quo, la si confronterà con scenari con maggiore copertura vaccinale e si proverà a vedere cosa succede cambiando i prodotti, che possono avere impatti diversi in termini di efficacia.

Proprio per quanto riguarda i prodotti a disposizione, dallo scorso anno è disponibile un nuovo vaccino quadrivalente ad alto dosaggio indicato per la prevenzione dell’influenza negli over60. “Differisce da quelli esistenti perché contiene quantità 4 volte più elevate di antigene – ha spiegato Elena Pariani, professoressa associata presso il Dipartimento di Scienze biomediche per la salute, dell’Università degli studi di Milano – Questo si traduce in una maggiore stimolazione del sistema immunitario e in una più elevata cross-protezione delle possibili differenze tra ceppi circolanti e ceppi vaccinali. La sua efficacia è stata dimostrata sia da studi clinici randomizzati, sia da lavori in real-life”.

Elena Pariani

Per la stagione influenzale 2021-2022 ci si aspettava una co-circolazione di virus influenzali e Sars-CoV2: “In realtà abbiamo visto un aumento importante soprattutto nel mese di novembre di respiratorio sinciziale, che ci ha ricordato che esistono anche altre infezioni respiratorie oltre al coronavirus, ma di fatto al momento la situazione dell’influenza è piuttosto controllata”. Chiaramente è impossibile prevedere che cosa succederà in futuro: “È probabile che con l’allentamento delle restrizioni legate al Covid e il graduale ritorno a una vita normale la prossima sia una stagione di co-circolazione di diversi patogeni”.

In questo momento gli organi deputati non si sono ancora espressi sulla prossima stagione influenzale, ma, per Pariani, “la possibilità di sottoporsi a una co-somministrazione tra vaccino influenzale e vaccino Covid potrebbe essere un’opportunità per migliorare le coperture di vaccinazione di entrambe le patologie”.

Uno studio pubblicato a gennaio 2022 ha valutato le caratteristiche in termini di immunogenicità e di sicurezza della co-somministrazione del vaccino ad alto dosaggio e del vaccino Covid arruolando pazienti over65.

“I partecipanti allo studio sono stati divisi in tre gruppi: al primo è stato somministrato il solo vaccino antinfluenzale, al secondo l’antinfluenzale più il vaccino a mRna Moderna e al terzo solo il vaccino contro il Covid – ha riassunto Pariani – I risultati dicono che i due vaccini possono essere co-somministrati perché non sono state evidenziate interferenze da un punto di vista immunologico né un aumento del rischio di reazioni avverse”.

Dall’intelligenza artificiale nuove prospettive per la ricerca sulle malattie rare

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Una ricerca realizzata dal gruppo di ricerca CASSMedChem del Dipartimento di Biotecnologie Molecolari e Scienze per la Salute dell’Università degli Studi di Torino — specializzato nella chimica farmaceutica — in collaborazione con il Department of Molecular Life Sciences della Tokai University in Giappone, ha individuato un metodo innovativo per chiarire a livello molecolare l’effetto delle mutazioni alla base delle malattie genetiche rare. Lo studio, che si focalizza su una forma ultra-rara di paralisi spastica di origine genetica chiamata IAHSP, è stato pubblicato dalla rivista scientifica Drug Discovery Today.

Servendosi di AlphaFoldDB, un database di strutture proteiche 3D costruite con sistemi basati su reti neurali, i ricercatori sono riusciti a ottenere alcuni modelli di varianti mutate della proteina (alsina) responsabile della patologia, tipiche di ogni paziente affetto da IAHSP. La validità dei modelli proposti è stata verificata tramite una serie di dati sperimentali forniti dal professor Shinji Hadano in Giappone, noto esperto di alsina e delle patologie correlate. In pratica, lo studio permette di visualizzare e ispezionare le strutture dell’alsina, delle sue varianti patogene e di analizzarle con strumenti di modellizzazione molecolare, spesso online e liberamente accessibili. La strategia proposta dai ricercatori torinesi si è dimostrata relativamente semplice, in grado di fornire un guadagno di conoscenza in tempi brevi e con impiego limitato di risorse.

intelligenza artificiale malattie rare
Il gruppo di ricerca CASSMedChem del Dipartimento di Biotecnologie Molecolari e Scienze per la Salute dell’Università degli Studi di Torino

Così l’intelligenza artificiale può aiutare la ricerca sulle malattie rare

Il lavoro realizzato all’Università di Torino riguarda un ambito ancora poco esplorato, l’intelligenza artificiale (AI) al servizio della cura delle malattie rare. Ne abbiamo parlato con Giulia Caron, docente di Chimica Farmaceutica, Dipartimento di Biotecnologie Molecolari e Scienze per la Salute dell’Università di Torino e coordinatrice dello studio.

Immagine 1 - Graphical abstract malattie rare e intelligenza artificiale
Figura 1: procedura seguita nel corso dello studio in oggetto

AI e malattie rare: che rapporto c’è?

Ragioniamo in termini assolutamente generali e pragmatici. Da un lato abbiamo l’AI, che è una branca dell’informatica che rende possibile ai computer l’elaborazione di grandi quantità di dati e il riconoscimento di modelli comuni nei dati stessi. Dall’altro lato, abbiamo nel nostro Paese circa 2 milioni di malati rari e tra le 7.000 e le 8.000 malattie rare. Riuscire ad individuare modelli comuni nell’ambito di queste patologie rappresenta un obiettivo fondamentale da raggiungere per migliorare la definizione di percorsi terapeutici adeguati per i pazienti affetti da malattie rare. Questo soprattutto se si considera che i costi e i tempi di una ricerca personalizzata e puramente sperimentale difficilmente sono sostenibili. Quindi, per sua stessa definizione, l’intelligenza artificiale può rivestire un ruolo fondamentale nel supportare la ricerca sulle malattie rare.

Quali le principali opportunità in questo campo?

Nel contesto della ricerca scientifica sulle malattie rare è possibile a mio parere individuare due settori, clinico oppure biomedico/farmaceutico, che richiedono approcci diversi per l’applicazione delle tecniche di AI. In ambito clinico è richiesto un uso diretto di tecnologie di AI ovvero l’applicazione di algoritmi a dati diagnostici e/o clinici. Tale applicazione necessita dell’intervento di personale informatico che si occupa di selezionare e applicare la tecnologia per analizzare i dati forniti dal personale clinico (quindi le competenze informatiche e cliniche sono separate).

Sindromi ultra-rare richiedono una classificazione univoca, che spesso non hanno. Pertanto risulta ragionevole un’applicazione di tecniche di machine learning per cercare analogie tra end point clinici di pazienti con patologie diverse per migliorarne la classificazione, capirne le manifestazioni cliniche e quindi prevederne l’evoluzione

Ad esempio, sindromi ultra-rare richiedono una classificazione univoca, che spesso non hanno. Pertanto, dopo aver provveduto a generare un database generale di pazienti, risulta ragionevole un’applicazione di tecniche di machine learning per cercare analogie tra end point clinici di pazienti con patologie diverse per migliorarne la classificazione, capirne le manifestazioni cliniche e quindi prevederne l’evoluzione. Una tale iniziativa si inserirebbe a pieno titolo nel testo unico sulle malattie rare.

L’uso indiretto di AI riguarda molte applicazioni in campo biomedico/farmaceutico. In questo caso strumenti computazionali basati su AI e pronti all’uso vengono utilizzati da ricercatori che lavorano per comprendere i meccanismi molecolari alla base delle varie patologie rare oppure per migliorare tecnologie esistenti di modellistica molecolare per scoprire nuovi farmaci. In questo caso non è richiesto alcun intervento da parte di personale informatico (chi utilizza le tecniche di AI è l’esperto del dominio).

Ci sono dei “casi studio” o centri di riferimento particolari a livello nazionale o all’estero?

L’impressione è che questo tipo di ricerca sia ancora molto lasciata all’iniziativa individuale. Ad esempio, una parte della nostra ricerca è a supporto e coordinata dalla Onlus HelpOlly, che è stata fondata per sostenere la ricerca scientifica per Olivia, una bambina di quattro anni affetta da una paralisi spastica molto rara a esordio infantile e degenerativa (IAHSP).

A seguito dell’uscita del comunicato stampa di UniTo in cui abbiamo descritto il nostro approccio per affrontare la IAHSP di Olivia, mi è stata specificatamente posta la domanda: “Quali potrebbero essere le modalità per avviare una ricerca analoga a quella eseguita per la proteina di Olivia?”. Purtroppo devo ammettere di non essere stata in grado di rispondere. Sono però convinta che il testo unico sulle malattie rare e quel che ne seguirà in campo legislativo possano aiutare anche in questa direzione, dando indicazioni concrete su come rendere questo tipo di ricerca uno standard applicabile in situazioni analoghe.

Lo studio di UniTo e Tokai University

“Spesso siamo portati a pensare all’intelligenza artificiale come a qualcosa di futuristico e lontano— sottolinea Matteo Rossi Sebastiano, ricercatore del gruppo CassMedChem, Dipartimento di Biotecnologie Molecolari e Scienze per la Salute di UniTo — ma è fondamentale comprendere come l’applicazione di tali strumenti nel campo della Salute rappresenti in realtà una rivoluzione in atto, un alleato prezioso e dagli effetti sempre più concreti. Fino a qualche mese fa era inimmaginabile poter dare una “faccia” alla maggior parte delle proteine, men che meno studiarne le varianti patologiche rare. Oggi possiamo, nell’arco di qualche settimana, gettare le basi per strategie terapeutiche personalizzate. Non a caso, la prestigiosa rivista Nature ha definito AlphaFold come metodo dell’anno”.

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Figura 2: meccanismo d’azione dell’alsina nelle diverse condizioni

Dottor Rossi Sebastiano, in che cosa è consistito lo studio di UniTo e Tokai University e quali risultati sono stati ottenuti?

Come già accennato, parte tutto da Olivia, una bambina affetta dalla paralisi spastica IAHSP, dovuta a mutazioni della proteina alsina. Cercando di comprendere meglio la sua situazione, ci siamo accorti di come ci siano veramente pochi dati su questa patologia e sull’alsina, così come su molte altre malattie rare. Prima fra tutti, la struttura tridimensionale sperimentale dell’alsina è ignota. Pertanto, abbiamo inizialmente optato per una modellizzazione per omologia dei singoli domini (cioè di parti della proteina) interessati dalle mutazioni di Olivia, allo scopo di fare un’analisi strutturale. Grazie a questi studi, siamo riusciti a ipotizzare un meccanismo molecolare: l’ipotesi è che una delle due mutazioni sia responsabile di un difetto di aggregazione della proteina.

In pratica, nel citoplasma di un paziente sano, l’alsina aggrega in forma di tetramero attivo, situazione non permessa dalla mutazione puntiforme di Olivia (Triptofano in posizione 1611 al posto dell’Arginina), principalmente a causa della formazione di un dimero anomalo che coinvolge l’aminoacido mutato.

La vera svolta, tuttavia, è stata la pubblicazione nel luglio 2021 del database AlphaFoldDB che raccoglie le predizioni basate su tecnologia AI di più di 40mila strutture proteiche complete

La vera svolta, tuttavia, è stata la pubblicazione nel luglio 2021 del database AlphaFoldDB che raccoglie le predizioni basate su tecnologia AI di più di 40mila strutture proteiche, tra cui l’alsina. Questo strumento innovativo ci ha fornito per la prima volta un modello tridimensionale completo di alsina affidabile, in quanto basato su un certo numero di dati sperimentali. Tale struttura ha confermato le nostre ipotesi e ci ha permesso di costruire i primi modelli completi del tetramero.

Ottenute sufficienti evidenze computazionali, ci siamo rivolti al laboratorio del professor Hadano della Tokai University, esperto mondiale di alsina da parecchi anni, che ci ha permesso di validare la qualità del nostro modello con dati sperimentali. Qui finisce la storia raccontata sul paper ma non i nostri studi che ci hanno portato tramite uno screening virtuale a identificare una molecola in grado di mascherare la mutazione e quindi di ripristinare l’azione fisiologica dell’alsina. Ancora una volta il professor Hadano ci ha dato il suo supporto per testare il potenziale farmaco su modelli cellulari. I risultati, più che incoraggianti, sono stati presentati al convegno internazionale di AI e strutturistica “AI4Protein”, raccogliendo il favore dell’uditorio.

Come si colloca lo studio riguardo all’uso dell’AI?

Questo studio getta le basi per un utilizzo concreto dell’AI integrato in un processo di drug discovery personalizzato. L’aspetto interessante è proprio il fatto che l’AI sia usata solamente per ottenere strutture proteiche altrimenti non disponibili sperimentalmente, mentre la restante porzione del processo rimane sotto stretta supervisione umana. Per quello che è l’attuale stato dell’arte, riteniamo che ciò costituisca il miglior bilancio efficienza/sicurezza: un approccio puramente sperimentale è farmaco-economicamente impensabile e impossibile quindi da personalizzare, mentre un approccio interamente computazionale sarebbe altresì scientificamente irrealizzabile. I punti di forza di questo approccio sono pertanto l’integrazione, la personalizzazione, la riduzione dei costi e la completezza: si parte dal paziente e si giunge idealmente a proporre una cura, meglio se con farmaci già approvati. Visto sotto questa luce, il nostro studio sull’alsina rappresenta un ottimo benchmark per questo approccio sinergico.

Sono prevedibili ulteriori sviluppi?

Lo studio del caso di Olivia e l’uso integrato di AlphaFoldDB ci hanno dimostrato come, prevedendo la struttura di proteine poco studiate, sia possibile comprenderne la fisiopatologia in termini meccanicistici. Più di questo, è anche possibile spingersi in là e cercare una strategia farmacologica con costi relativamente contenuti, delegando alla parte sperimentale la necessaria conferma finale. Oppure verificare la non “druggabilità” di una proteina rimettendosi alla terapia genica come unica soluzione. Per questa ragione, abbiamo allargato il nostro campo d’azione, analizzando diverse mutazioni: al momento stiamo lavorando alla costruzione di un database di pazienti affetti da IAHSP, al fine di definire una scala di coordinate fisiopatologiche e “druggabilità” per ognuna di esse.

La potenza traslazionale di questo approccio va oltre la IAHSP. Per questa ragione abbiamo intenzione di estendere il campo a mutazioni rare e ultrarare con target poco conosciuti ma modellizzabili con AlphaFold. Per questa ragione abbiamo recentemente iniziato una collaborazione con il professor Filippo Santorelli dell’IRCCS Stella Maris di Calambrone (Pisa), noto neurologo ed esperto di malattie neuromuscolari infantili. Lo scopo di questa collaborazione è proprio quello di integrare più competenze e dare il nostro contributo nell’interpretazione a livello molecolare di casi clinici, sviluppando la nostra ricerca in direzione di una medicina snella e personalizzata.

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Figura 3: mappa delle competenze richieste per implementare il nostro approccio traslazionale nella pratica clinica

Serve cautela: è sempre necessaria una conferma sperimentale

Le prospettive ci sono, ma non bisogna enfatizzare troppo il ruolo dell’AI in questo campo senza disporre del riscontro dei clinici, sottolinea Giuseppe Ermondi, docente di Chimica Farmaceutica, Dipartimento di Biotecnologie Molecolari e Scienze per la Salute di UniTo.

Professor Ermondi, in questo tipo di progetto ci sono delle criticità?

Le criticità, che qui vengono discusse attraverso esempi tratti dalla nostra esperienza quotidiana, sono principalmente legate all’eccessiva enfatizzazione delle potenzialità delle tecniche di AI che restano strumenti computazionali e richiedono sempre una conferma sperimentale. Ad esempio, con lo studio sull’alsina abbiamo dimostrato come la conoscenza della struttura 3D delle proteine possa rappresentare un punto di partenza molto importante per la comprensione dei meccanismi alla base di alcune malattie rare e per la ricerca di farmaci. Grazie all’AI è stato messo a disposizione della comunità scientifica un database (AlphaFold DB) di strutture computazionali che viene affiancato al PDB (Protein Data Bank), il più importante database di strutture sperimentali. Queste ultime sono il risultato di un’analisi strumentale sulla proteina isolata e purificata. L’output è quindi una sorta di “fotografia” della molecola reale.

 

Le criticità, che qui vengono discusse attraverso esempi tratti dalla nostra esperienza quotidiana, sono principalmente legate all’eccessiva enfatizzazione delle potenzialità delle tecniche di AI che restano strumenti computazionali e richiedono sempre una conferma sperimentale

Al contrario, le strutture computazionali derivano dall’applicazione di algoritmi predittivi basati su informazioni sperimentali preesistenti che quindi portano con sé un rischio di bias. La qualità della predizione è strettamente legata alla qualità dei dati sperimentali a disposizione, in particolare al numero di strutture sperimentali disponibili. Tuttavia, non tutte le proteine possono essere studiate sperimentalmente e quindi l’efficacia delle strutture 3D ottenute tramite AI può variare notevolmente. Inoltre, alcune mutazioni possono interessare regioni di proteine per le quali non si hanno sufficienti informazioni per comprenderne gli effetti patologici ed in questo caso, il modello, seppur ragionevole da solo non basta per capire le cause dell’insorgenza una determinata malattia rara.

Infine, l’eccessiva enfatizzazione delle tecniche di AI rischia di favorire l’insorgere di una comprensibile diffidenza verso queste nuove tecnologie nella controparte clinica che, avendo la responsabilità di traslare i risultati della ricerca scientifica in cura del paziente e di gestire la comunicazione con i malati e le loro famiglie, è comprensibilmente cauta, specialmente nei casi pediatrici, nel proporre di implementare nuovi trattamenti nei protocolli clinici. Questa diffidenza si traduce anche in una difficoltà di comunicazione perché viene a mancare quella bi-direzionalità tra ricercatore e clinico che dovrebbe stare alla base della medicina traslazionale.

Quali sono quindi i possibili obiettivi da perseguire e come fare?

Partendo sempre dalla nostra esperienza, il miglioramento della comunicazione tra i vari soggetti coinvolti nella ricerca rappresenta sicuramente un obiettivo da perseguire con urgenza mediante la formazione di ricercatori con una solida preparazione trasversale che siano in grado di dirimersi con competenza tra pratica clinica e aspetti molecolari. Queste figure professionali dovrebbero avere competenze informatiche ma anche biochimiche e farmaceutiche per comprendere i problemi legati allo sviluppo di nuovi trattamenti farmacologici.

Centrale in queste figure deve essere la visione molecolare che permetta di comunicare nel modo più efficace con la controparte clinica per arrivare ad abbattere le reciproche diffidenze. Ovviamente in questo dialogo tra esperti del settore dovrebbero in qualche modo essere inserite anche le associazioni che seguono le diverse malattie e che possono svolgere un importante ruolo sia nella diffusione di una corretta e autorevole informazione sia come collettori di informazioni sui casi clinici. Una volta completata e ottimizzata questa fase di instaurazione e rafforzamento del dialogo, allora si potrebbe pensare ad una implementazione nel SSN che al momento potrebbe essere prematura.

Cambiamento e innovazione per cogliere le opportunità del PNRR. Vecchi, Masan: “Puntare sulle competenze”

Dal convegno annuale dell’Osservatorio sul Management degli Acquisti e dei Contratti in Sanità (Masan), una fotografia del procurement attuale e molti spunti per il futuro, a partire dalla necessità di promuovere un approccio di valore agli acquisti in sanità.

“Comprendere il reale significato di valore è fondamentale per riqualificare la funzione acquisti e per attuare il passaggio da un procurement di tipo operativo a un procurement di tipo strategico, fondamentale per generare innovazione e cambiamento nel Servizio Sanitario Nazionale, soprattutto in questo momento storico dove le risorse non mancano, ma soprattutto c’è una forte spinta per il cambiamento – ha spiegato Veronica Vecchi, direttore scientifico dell’Osservatorio Masan del Cergas di SDA Bocconi e Associate Professor of Practice of Government, Health and Not for Profit della Bocconi -. Questo richiede un grande investimento in competenze di management ma non solo per quanto concerne la sanità pubblica: noi riteniamo che anche il management privato debba fare un grande sforzo in questo senso, perché solo una convergenza, un allineamento fra le due parti può abilitare l’introduzione di un procurement in grado di generare valore”.

Nella video intervista, la docente riflette sul tema PNRR e procurement sulla base dei dati dall’Osservatorio.

Farmaci maturi: se il risparmio di oggi è un rischio per domani

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Premettiamo che il concetto di “mercato dei farmaci maturi” è senza dubbio molto vasto, sebbene piuttosto semplice da definire. Infatti, la definizione più immediata (e più diffusa) riguarda la scadenza della copertura brevettuale (prodotti off-patent): di fatto una “maturità” legale ma non necessariamente tecnologica. Ma anche accettando di seguire la definizione di maturità “legale”, non sarebbe corretto parlare di un unico mercato dei farmaci maturi, quanto piuttosto di un insieme di mercati caratterizzati da dinamiche in parte comuni e in parte specifiche.

Ogni categoria terapeutica e, in alcuni casi, anche le singole molecole, mostrano alcune tendenze specifiche di cui è importante tenere conto. È, quindi, importante sottolineare come ogni generalizzazione che parta dall’analisi dei singoli mercati sia problematica e potenzialmente distorta, così come è problematico “calare” su ogni singolo mercato le conclusioni tratte dall’osservazione dei dati aggregati.

Inoltre, una distinzione molto importante riguarda anche il canale attraverso cui il farmaco arriva al paziente: profonde differenze esistono infatti tra le dinamiche della spesa convenzionata, generata dal cittadino dietro prescrizione medica e mediata dalle farmacie aperte al pubblico, e quelle della spesa generata da acquisti pubblici, dove la domanda non è tipicamente generata dal singolo utilizzo ma è invece aggregata e rappresenta una potenziale leva di perseguimento di economie.

Partire dai numeri

Fatte queste premesse, possiamo riportare alcuni dati aggregati dal rapporto Nomisma 2021: a livello di farmacie convenzionate, nel 2020 il mercato per prodotti di fascia A off-patent a totale carico del servizio sanitario nazionale riportava valori pari a 6,5 miliardi di euro, superiori ai 3,3 miliardi del mercato per prodotti in-patent. È utile notare come nel 2010 i prodotti in-patent mostrassero un mercato pari a 8,6 miliardi e gli off-patent non superassero i 4,3 miliardi.

La riduzione di circa 3 miliardi in 10 anni è solo in piccola parte da imputare ad una riduzione dei consumi (-4% tra il 2010 e il 2020), il che indica come probabilmente il fattore trainante sia il prezzo

La riduzione di circa 3 miliardi in 10 anni è solo in piccola parte da imputare ad una riduzione dei consumi (-4% tra il 2010 e il 2020), il che indica come probabilmente il fattore trainante sia il prezzo, mentre è da segnalare un contributo crescente delle compartecipazioni. In queste ultime, la componente in crescita è rappresentata dal differenziale sul prezzo di riferimento mentre è costante diminuzione la componente obbligatoria regionale. Il differenziale rispetto al prezzo di riferimento ha una forte componente volontaria e vale circa 1,1 miliardi nel 2020 (il ticket fisso è fermo a 409 milioni).

Pur non pesando sul servizio sanitario nazionale, questa cifra indica che nel processo di prescrizione-mediazione della farmacia – acquisto, la percezione di equivalenza (parliamo infatti soprattutto di generici) e sostituibilità incontra tutt’ora delle frizioni: il valore del mercato dei generici è quindi inferiore al potenziale e, sebbene la loro quota sia in crescita, è pari a 2,1 miliardi sui 6,5 complessivi del mercato dei farmaci off-patent di fascia A a totale rimborso SSN.

Molto diverso è il caso degli acquisti pubblici, dove i prodotti maturi rappresentano il 66,7% dei volumi ma solo l’8,5% della spesa complessiva

Molto diverso è il caso degli acquisti pubblici, dove i prodotti maturi rappresentano il 66,7% dei volumi ma solo l’8,5% della spesa complessiva. Questo dato non sorprende particolarmente se si considera che è su questo canale che confluisce quasi per intero l’innovazione e i farmaci ad alto costo. Letto in tale prospettiva, questo dato testimonia la potenzialità del mercato dei farmaci maturi di produrre economie (due terzi dei consumi incidono meno di un decimo sulla spesa).

Tuttavia, anche in questo caso, sembra esserci uno spazio ancora non pienamente sfruttato: degli 801,6 milioni di spesa generata da prodotti off-patent, solo il 28,6% è relativo a farmaci non “branded”, che però rappresentano il 45% dei consumi. Questo potrebbe essere indice di un effetto-prezzo non completamente sfruttato ma è pur vero che, se la competizione tra prodotti branded e non-branded fosse efficace, tale differenza non dovrebbe esistere poiché un prodotto branded per risultare più competitivo del non-branded dovrebbe risultare più conveniente dal punto di vista economico.

L’ossessione del risparmio e le giuste domande

Questa riflessione ci conduce a una questione più profonda. Infatti, dai dati aggregati sembra esistere uno spazio non sfruttato per generare ancora maggiori economie, e una valida giustificazione che spesso viene addotta per giustificare l’eticità del perseguimento di maggiori risparmi su questi prodotti è quella secondo cui risparmiare sui prodotti maturi è premessa fondamentale nella generazione di risorse per accogliere l’innovazione. Naturalmente, tale giustificazione è del tutto condivisibile nello spirito, ma quantitativamente insufficiente.

Anche se il delta tra quota di consumi e quota di spesa fosse interamente imputabile ad un puro effetto prezzo, ipotizzando un mercato tutto al prezzo più basso si otterrebbe un risparmio molto inferiore alle risorse messe a disposizione ogni anno per i farmaci innovativi (che sono peraltro solo una parte dell’innovazione). La domanda più corretta da porsi è: un maggior risparmio è realisticamente possibile? E, in secondo luogo: un maggior risparmio è auspicabile a qualsiasi costo?

La risposta a queste due domande passa necessariamente per il metodo con cui gli acquirenti pubblici cercano di raggiungere maggiori economie nell’approvvigionamento dei farmaci maturi e per l’analisi di come i potenziali offerenti si comportano davanti a questi metodi. Innanzitutto è opportuno osservare che se il mercato non sembra essere perfettamente conteso ciò deriva dal fatto che probabilmente non è percepito come del tutto contendibile: in termini più semplici, è difficile immaginare che alcuni prodotti off-patent siano sistematicamente venduti tramite gara pubblica ad un prezzo particolarmente elevato senza che alcun generico o biosimilare si proponga come concorrente.

Quindi, o la ragione di tale evidenza risiede nel fatto che tali prodotti siano acquistati con sistemi diversi da quelli più concorrenziali (es. RDO, procedure urgenti, acquisti in deroga, ecc.), oppure semplicemente il prezzo osservato per quel prodotto è percepito già sufficientemente basso dai potenziali entranti da scoraggiarne l’ingresso. Mentre in quest’ultimo caso si può concludere che il mercato sia già efficiente di per sé, nel primo caso, è opportuno indagare le cause.

Infatti, per prodotti acquistabili con procedure aperte, in larga parte con lotti unici (eventualmente bilanciati accordi-quadro soprattutto per i biosimilari), ci si aspetterebbero mercati idealmente simili a quelli (teorici) perfettamente concorrenziali: infatti, in ogni mercato parliamo di prodotti altamente omogenei, con costi di produzione noti e molto bassi in termini marginali, con costi sommersi già ampiamente recuperati, informazione sufficientemente ampia e condivisa e con un numero di potenziali concorrenti –in teoria- piuttosto elevato.

Quello che si dovrebbe osservare è quindi un grado elevato di competizione, con molte offerte per lotto, sconti rilevanti e prezzi che gradualmente si allineano su un livello di minimo profitto. Ora, in molti mercati si osserva invece che gran parte dello sconto totale è già incorporata nella scelta della base d’asta (con punte vicine al 100% in determinate molecole), che il numero di offerte per lotto si riduce e che aumentano i lotti deserti (anticamera degli acquisti con procedure non ordinarie). Ma soprattutto si osserva una diminuzione del numero di imprese con lo stesso prodotto in portafoglio in grado di offrire sugli stessi lotti (quindi in concorrenza effettiva).

Questi fenomeni sono il risultato di un comportamento di acquisto particolarmente volto alla ricerca del risparmio immediato “ad ogni costo”

Questi fenomeni sono il risultato di un comportamento di acquisto particolarmente volto alla ricerca del risparmio immediato “ad ogni costo”, quindi con un continuo abbassamento della base d’asta che, gradualmente, esclude parte dei concorrenti finché questi non escono dal mercato, con il risultato di trasformare mercati prima parzialmente concorrenziali in oligopoli (o addirittura monopoli).

Le nostre risposte e i rischi che si corrono minando la fiducia

La conseguenza è che, se nel breve termine questo stratagemma porta dei risparmi effettivi, soprattutto dovuti alla volontà di un concorrente di sopportare per un certo periodo margini molto bassi (o addirittura negativi? Non si potrebbe…) per eliminare i concorrenti, nel medio termine e con un mercato più concentrato gli offerenti hanno vita più facile a mandare un lotto deserto, rifiutandone di fatto le condizioni. Per assicurare comunque il farmaco, allora, gli acquirenti devono ricorrere a procedure non ordinarie, dove il prezzo pagato è nuovamente molto più alto del potenziale prezzo concorrenziale.

Inoltre, un’altra pratica abbastanza diffusa è l’opportunismo sulle economie di scala: si mette a bando una grande quantità per stimolare l’offerta di prezzi unitari più bassi, ma poi la domanda effettiva (a quel prezzo) è molto inferiore, generando danni economici e sfiducia nelle imprese. Quindi, per rispondere alle nostre domande:

i) un risparmio effettivo maggiore non è necessariamente realizzabile, e se lo fosse è perseguita in modo controproducente e

ii) se il costo di un risparmio immediato è quello di generare oligopoli o monopoli che eliminano la concorrenza, allora no, non è auspicabile e rischia anche di distruggere capitale sociale.

Se si crea sfiducia, le due parti –acquirente e venditore- finiscono per contendersi in modo competitivo una torta sempre più piccola e che gradualmente si avvelena

Quest’ultimo punto è fondamentale: non bisogna trascurare la componente culturale che sottende all’interazione di mercato tra acquirenti pubblici e imprese private. Se questa interazione produce nel tempo sfiducia e una reciproca percezione di comportamenti opportunistici, questo è un fatto estremamente negativo, che fa sì che invece che trovare il modo per allargare la torta, fa soffermare le due parti –acquirente e venditore- sul contendersi in modo competitivo una torta sempre più piccola e che gradualmente si avvelena.

Nuove frontiere in oncologia

La battaglia contro i tumori sta cambiando: è sempre più mirata e dispone di armi più efficaci, dalla diagnosi alle terapie. Tra le nuove opportunità a disposizione degli specialisti, i test di profilazione genomica, l’immunoterapia, i farmaci a target e i farmaci agnostici. Facciamo il punto sullo stato dell’arte con ricercatori, farmacisti e oncologi, analizzando le prospettive e i modi concreti per rendere queste nuove possibilità disponibili a tutti.

Ne parliamo con:

  • Arturo CavaliereArturo Cavaliere
    Direttore UOC Farmacia Aziendale ASL Regione Lazio, presidente Società Italiana di Farmacia Ospedaliera e dei Servizi Farmaceutici delle Aziende Sanitarie (SIFO)
  • Francesco MacchiaFrancesco Macchia
    Editore Osservatorio Terapie Avanzate (OTA)
  • Carmine PintoCarmine Pinto
    Direttore del servizio di Oncologia dell’IRCCS Santa Maria Nuova di Reggio Emilia e presidente Federation of Italian Cooperative Oncology Groups (FICOG)

Conduce:

  • Angelica GiambellucaAngelica Giambelluca
    Giornalista professionista in ambito medico