Sono passati cinque anni: l’8 marzo 2017 veniva approvata la Legge 24/2017, detta Legge Gelli – Bianco, in materia di responsabilità medica. In concreto, la norma ha previsto che il medico che per imperizia provoca un danno a un paziente non è punibile penalmente nel caso in cui abbia rispettato le linee guida o le buone pratiche assistenziali.
“Oggi si rivela importante porre attenzione non solo ai sistemi di gestione e prevenzione del rischio, ma anche alla sicurezza e tenuta dello stesso Servizio Sanitario Nazionale, che è il primo elemento delicato dell’intero impianto della qualità delle cure: una tenuta che sembra essere messa in discussione dai fenomeni di burnout e di abbandono professionale sempre più ricorrenti”, commenta l’ex senatore Amedeo Bianco, firmatario della Legge.
Dottor Bianco, cosa è cambiato in questi anni?
“Di sicuro si è ulteriormente sviluppata una cultura della sicurezza delle cure. Con questa espressione non intendo solo un insieme di prassi, nozioni e teorie ma una presa di coscienza importante sul significato di strutturarsi con organismi, procedure e raccomandazioni generalizzate sul tema della sicurezza. Credo che da questo punto di vista la legge abbia dato un’accelerata all’approccio culturale che era in parte già presente, ma aveva bisogno di essere espresso in modo organizzato”.
Come ha influito la pandemia in questo settore?
“L’evento pandemico in tutte le sue manifestazioni ha fatto esplodere una serie di condizioni e situazioni già presenti nelle organizzazioni sanitarie. È stato un acceleratore incredibile di contraddizioni, difficoltà e insufficienze che ha lasciato il segno anche sui professionisti della sanità”.
Per l’anniversario della Legge ha partecipato al convegno online intitolato “Rischio clinico. Nuove sfide per la cultura della sicurezza”: quali sono?
“Si muovono con l’evoluzione dei contesti socio-culturale, organizzativo e tecnologico: basta pensare agli sviluppi dell’Intelligenza Artificiale nel sistema delle cure e allo sviluppo di tutta informatizzazione del sistema.
Costantemente si aprono nuove prospettive e nuovi profili di sicurezza: è un cammino che non si ferma
Costantemente si aprono nuove prospettive, nuovi profili di sicurezza e di conseguenza nuove domande che i professionisti si pongono su cosa può essere fatto. È un cammino che non si ferma perché è coassiale al progresso della medicina”.
Nel suo intervento si è soffermato sul problema del burnout dei medici e sulla carenza di professionisti nel Servizio Sanitario Nazionale: è preoccupato?
“Il dato preoccupante è non dico la fuga ma la perdita importante di appeal della sanità pubblica agli occhi dei professionisti più giovani e in realtà anche dei meno giovani, visto il numero di dimissioni per quiescenza. Prendersi cura di chi cura non è un’affermazione né retorica né autoreferenziale. I professionisti sono i terminali del sistema delle cure: se non siamo in grado di motivarli, di dare loro prospettive e metterli in condizione di lavorare al meglio, va in crisi il sistema sanitario.
Prendersi cura di chi cura non è un’affermazione né retorica né autoreferenziale
Penso al clima organizzativo e lavorativo interno delle organizzazioni sanitarie e a quello della medicina che si svolge sul territorio: si è molto complicato ed è sempre più povero di ossigeno e molto ricco di incombenze formali e burocratiche.
Quelli che due anni fa erano eroi hanno un contratto che è già scaduto e non è ancora stato rinnovato. Questo tipo di attenzioni ha un’importanza che va al di là del quantum economico.
Sono preoccupato perché, al di là della sua efficienza tecnico professionale, il SSN è anche un grande strumento di coesione sociale in cui si può toccare con mano il senso della solidarietà, della prossimità e dell’equità: è quello che un paziente oncologico sperimenta direttamente quando è in trattamento con farmaci da 15-20 mila euro”.
Qual è il suo augurio per il SSN in tema di cultura della sicurezza e rischio clinico?
“Serve mettersi in testa in modo molto chiaro l’idea che su questi aspetti si è sempre in cammino e la meta cambia: bisogna attrezzarsi con testa e gambe buone e tante idee”.
Risale al 27 marzo 1992 il decreto istitutivo del 118, il servizio sul territorio di emergenza-urgenza. Trent’anni fa, il Ministero e le Regioni hanno cercato di fare chiarezza rispetto all’esistente, che allora si limitava al volontariato e a qualche sporadica sperimentazione.
Con la strage alla stazione di Bologna del 1980 fu chiaro che serviva un sistema che andasse oltre la disponibilità e la buona volontà dei singoli: era necessario un coordinamento che permettesse di fornire la migliore assistenza possibile per il tipo di trauma o lesione riportata.
Per la prima volta trent’anni fa il soccorso extra-ospedaliero venne coordinato con quanto avveniva all’interno dei nosocomi
Da quel momento, però, la strada fu lunga e piuttosto in salita: in occasione dei mondiali di calcio di Italia ’90, per esempio, Bologna e Udine furono collegate per la prima volta a una centrale operativa che rispondeva al numero unico 118, ma occorrerà aspettare altri due anni affinché il servizio sia disponibile sull’intero territorio nazionale.
Per la prima volta, comunque, trent’anni fa il soccorso extra-ospedaliero venne coordinato con quanto avveniva all’interno dei nosocomi. Fino a quel momento, il Servizio sanitario nazionale entrava in gioco all’ingresso del Pronto soccorso. Capire come raggiungerlo spesso spettava alla persona ferita o a chi la accompagnava (familiari o volontari).
Dopo tre decenni, tuttavia, la realtà è rimasta cristallizzata a quella fase iniziale: oggi abbiamo modelli organizzativi e gestionali diversi da Regione a Regione, spesso addirittura a livello provinciale. I più ottimisti parlano di situazione a macchia di leopardo, gli altri di vera e propria giungla.
I punti per rilanciare il sistema
Oggi il 118, un sistema nato con la volontà di ridurre le morti evitabili e le disabilità legate a incidenti o condizioni patologiche improvvise, risponde alle richieste di soccorso attraverso una complessa flotta di mezzi diversificati per tipologia di assistenza e coordinati da una centrale operativa. Chi risponde al numero unico è in grado di effettuare una prima valutazione e inviare quindi il mezzo e i professionisti più adatti per il tipo di assistenza richiesta. Chi arriva sul posto, dopo aver stabilizzato il paziente, lo condurrà all’ospedale in grado di garantirgli le migliori cure. Che non per forza è quello più vicino.
“Sono passati 30 anni dal decreto con cui il presidente della Repubblica istituiva il 118: una norma all’avanguardia, ma ora serve un po’ di aria fresca”. Guido Villa, responsabile scientifico della Siems, la Società italiana emergenza sanitaria, commenta così la necessità di riforma del sistema.
Per metterla in pratica, secondo l’esperto, “è necessaria una revisione del sistema 118 che uniformi il più possibile l’esistente e che abbia una visione più moderna, per garantire una migliore efficienza e un’efficacia operativa adeguata”. Per fare questo, però, si deve partire da dati di attività aggregati e uniformi che la maggioranza dei 118 provinciali, da soli, non sono in grado di produrre.
Proprio per fotografare le difformità territoriali, la Siems, in collaborazione con la Siiet (la Società italiana infermieri emergenza territoriale), ha condotto una survey nel nostro Paese che delinea la situazione del sistema di soccorso pre-ospedaliero nei primi sei mesi del 2021. “La nostra indagine ha fornito una fotografia precisa delle differenze e delle lacune dei vari sistemi 118 esistenti in Italia – afferma Villa – Le soluzioni, secondo noi, sono ben espresse nella Carta di Riva”.
Il documento citato è stato firmato, nel settembre 2021, da tutti gli attori del sistema di emergenza-urgenza: le società scientifiche che rappresentano medici, infermieri e soccorritori, le federazioni, i sindacati e il mondo del volontariato (Croce Rossa, Anpas e Misericordie d’Italia). La Carta riassume in 13 punti gli step necessari per un sistema efficiente e omogeneo a livello nazionale. Si va da una maggiore integrazione con l’ospedale al coordinamento tra le varie figure professionali, fino al pieno riconoscimento delle associazioni di volontariato.
Passare dalle parole ai fatti, però, è più complicato: “L’emergenza Covid-19 e quella, fortunatamente indiretta, della guerra ci insegnano che solo un sistema centralizzato può declinare in modo rapido ed efficace le corrette azioni per rispondere ai problemi che quotidianamente si devono affrontare – rileva Villa – La disomogeneità territoriale, a livello organizzativo e operativo, si ripercuote infatti sulle performance dell’intero sistema. E questo vale soprattutto per le aree al confine tra territori di competenza diversi”.
Uniformare i modelli significa anche valorizzare tutte le competenze, per raggiungere una piena collaborazione inter-professionale
Uniformare i modelli significa anche valorizzare tutte le competenze, per raggiungere una piena collaborazione inter-professionale. “Per evolvere e restare sempre più vicini ai cittadini il 118 deve uscire dai vecchi schemi, guardando alle innovazioni organizzative, tecnologiche e formative”. Il riferimento è anche alla geolocalizzazione satellitare per poter attivare, tra le altre cose, la telemedicina e il teleconsulto nei vari scenari critici.
Infine, la variabile tempo, la nemica numero 1 del 118: “È necessario un arrivo rapido, ma questa è solo una parte del problema – afferma Villa – La popolazione deve essere addestrata a effettuare le manovre di primo soccorso in attesa dell’arrivo del personale preposto”.
Il nodo dei volontari
Nella gestione dell’emergenza 118, accanto al personale sanitario, ci sono i soccorritori volontari. Il sistema si è via via professionalizzato, ma queste figure continuano a costituire una percentuale significativa. Si stima che le tre associazioni principali (Croce rossa italiana, Anpas e Misericordie d’Italia), con i loro 300.000 iscritti complessivi, assorbano circa il 70-80% dei servizi.
Figura 1. Composizione équipe di soccorso per area territoriale nel 2021
Fonte: survey Siems-Siiet
Il bandolo della matassa va ricercato prima del 1992, quando l’assistenza territoriale, anche in emergenza, era svolta proprio da chi metteva a disposizione il proprio tempo gratuitamente. Negli anni, i volontari hanno continuato a guidare i mezzi e a fornire le prime manovre di soccorso, anche per una questione di contenimento dei costi.
La Fiaso ha infatti stimato che un’ambulanza con a bordo solo personale dipendente costa allo Stato tra i 700.000 e il milione di euro all’anno, mentre grazie ai volontari si scende a 250.000. Delle 12 realtà analizzate da Fiaso (i dati sono relativi al 2015), emerge che il 55% dei mezzi di soccorso che circolano su gomma hanno un allestimento di base, il 30% hanno un infermiere a bordo e il 15% prevedono la presenza di un medico.
“A trent’anni dalla nascita del sistema 118, abbiamo la sensazione di essere in ritardo, tanta è l’urgenza di riorganizzare e uniformare a livello nazionale il sistema 112/118 tenendo conto anche delle esperienze maturate durante la pandemia – afferma Daniele Orletti, presidente di Coes Italia, l’associazione nazionale degli autisti di ambulanza e autisti soccorritori professionisti – La carenza strutturale dei medici di emergenza territoriale è assodata e comporta la necessità, ispirandosi a virtuosi modelli organizzativi regionali o di altri Paesi nord europei, di ottimizzare le risorse e puntare a una piena valorizzazione delle competenze infermieristiche e a cascata quelle della componente tecnica del soccorso”.
L’Italia sta lentamente adottando il numero di emergenza unico europeo 112: una centrale operativa smista le chiamate rivolte alla polizia, ai vigili del fuoco, quelle per l’assistenza sanitaria e l’assistenza in mare. Al momento nel nostro Paese il numero è attivo in 11 Regioni, mentre in tutte funziona ancora il 118.
Per il presidente di Coes Italia, molti interventi a bassa criticità possono essere gestiti dai mezzi base mentre, in proporzione alla complessità della missione, è fondamentale poter disporre dell’adeguato equipaggio Als, con infermiere o con infermiere e medico oltre all’autista.
“Dal nostro punto di vista, dando per assodato che alla guida dei mezzi di emergenza base ed Als ci sia sempre l’autista soccorritore, appare fondamentale l’istituzione del suo profilo professionale, volto a uniformare competenze e standard formativi. Questo serve per definire il perimetro di azione a prescindere dal fatto che l’operatore sia un dipendente del servizio pubblico, privato o un volontario. Ciò che rileva è la competenza e la preparazione a svolgere un determinato ruolo: oggi abbiamo a disposizione tecnologie sempre più avanzate che, per essere utili, devono essere usate correttamente”. Coes Italia chiede quindi di equiparare la formazione degli autisti soccorritori, indipendentemente dall’inquadramento contrattuale.
“I dati raccolti dall’apposito osservatorio del Coes Italia dimostrano che, nelle aree in cui ci sono più professionisti formati e addestrati attraverso corsi specifici sulla guida in emergenza, gli incidenti che vedono coinvolti i mezzi di soccorso sono inferiori rispetto alla media nazionale”. Il report, prodotto annualmente da Coes Italia, deduce i dati dalle notizie giornalistiche e dalle segnalazioni di soci e simpatizzanti presenti capillarmente su tutto il territorio nazionale.
Figura 2. Incidenti avvenuti nel 2021 in cui sono stati coinvolti mezzi di soccorso
Fonte: Osservatorio Coes Italia
“Auspichiamo possa essere prevista per tutti gli operatori la formazione alla guida in emergenza e alle attività di soccorso – continua Orletti – Questo dovrebbe avvenire anche nel mondo del privato, costituito in varie forme giuridiche, assegnatario dei trasporti non prevalentemente sanitari e del trasporto sangue ed emoderivati. Chi guida un’ambulanza o un veicolo speciale di emergenza sanitaria deve avere la capacità di garantire la sicurezza dei trasportati e degli altri utenti della strada. La guida in emergenza non si esaurisce soltanto nel premere l’acceleratore: gli operatori vanno formati, informati e tutelati. Purtroppo non sempre chi si mette alla guida di questi mezzi lo è a sufficienza, è nostro compito sensibilizzare su questa tematica”.
Come migliorare
Negli anni è cambiato anche il modo di soccorrere le persone. Inizialmente, il modello adottato era lo “scoop and run”: l’obiettivo era portare il paziente all’ospedale più vicino nel minor tempo possibile. Con il tempo, si è passati gradualmente allo “stay and play”: soccorritori e personale sanitario assicurano tutta l’assistenza necessaria sul posto, spostando il paziente dopo averlo stabilizzato. Una volta effettuate le prime manovre, lo conducono poi all’ospedale più appropriato per trattare la sua patologia o il suo problema, non al più vicino.
Da tempo il Parlamento sta discutendo su come migliorare l’efficienza e l’efficacia del servizio 118, garantendo l’uniformità sul territorio senza rinunciare alle risorse umane disponibili.
Da tempo il Parlamento sta discutendo su come migliorare l’efficienza e l’efficacia del servizio 118, garantendo l’uniformità sul territorio e la valorizzazione delle risorse umane
La Sis118, la Società italiana sistema 118, chiede una professionalizzazione spinta del servizio e un calcolo dei mezzi di soccorso necessari basato anche sul fattore tempo: si deve poter raggiungere un paziente in codice rosso in 8 minuti dalla chiamata alla centrale operativa se questo si trova in area urbana, in 20 minuti al massimo se è fuori. La società scientifica ritiene inoltre fondamentale prevedere un medico e un infermiere ogni 60.000 abitanti.
Il Pnrr non prevede risorse dedicate alla macchina dell’emergenza-urgenza, sebbene il modello organizzativo della Centrale operativa territoriale dovrebbe coordinarsi anche con il sistema dell’emergenza-urgenza.
Tra le proposte che le Camere stanno discutendo, c’è, come anticipato, quella dell’uniformare la formazione tra volontari e professionisti. “Capisco la rivendicazione dei dipendenti degli operatori pubblici, che vogliono vedersi riconosciuto il loro ruolo – afferma Fabrizio Pregliasco, presidente di Anpas – Il problema è che un percorso formativo, per un volontario, non può essere di mille ore, come da loro indicato. La nostra proposta è di 200 ore”.
Pregliasco riconosce la necessità di uniformare il sistema, nella piena valorizzazione dei ruoli: “Il volontario è un primo sensore che garantisce la capillarità sul territorio, l’economicità e la diffusione di informazioni tra la popolazione. Come volontari chiediamo il coordinamento con tutti i professionisti. Anche noi siamo impegnati nel riconoscimento della figura dell’autista soccorritore e auspichiamo di trovare una soluzione di mediazione rispetto a quanto richiesto da alcuni sindacati”.
Per Pregliasco infatti il volontario non sostituisce il professionista: “Dobbiamo lavorare a una regia comune, un lavoro di squadra che garantisca appropriatezza al sistema. Molti trasporti, anche nel contesto del 118, possono essere eseguiti con risorse e qualifiche degli operatori più basse, da graduare in base alle situazioni critiche”.
In tema di formazione, le difformità tra gli stessi professionisti sanitari, a livello regionale e provinciale, sono notevoli
In tema di formazione, il problema appare serio: la survey Siems-Siiet ha messo in luce una difformità a livello regionale e a volte provinciale tra gli stessi professionisti sanitari. Solo il 53,6% delle realtà analizzate richiede per esempio a medici e infermieri sia l’esperienza in area critica sia un percorso formativo per la gestione delle emergenze. Nel 19% dei casi sono sufficienti requisiti formativi e nel 13,6% sono richiesti soltanto quelli esperienziali. Infine, nel 12% dei casi non è richiesto alcun requisito specifico per salire sui mezzi di soccorso avanzato. Si ritiene infatti che sia sufficiente l’esperienza che il sanitario svolgerà sul campo. “Riteniamo fondamentale uniformare i vari percorsi: i requisiti per l’accesso ai mezzi di soccorso dovrebbero essere i medesimi a livello nazionale e dovrebbero essere previsti ovunque corsi di aggiornamento”, conclude Guido Villa.
Figura 3. La variabilità dei requisiti 2021 per infermieri a bordo dei mezzi di soccorso
Si discute spesso delle potenzialità dell’uso dell’Intelligenza Artificiale in ambito sanitario: sterminate. Eppure non ci si domanda quasi mai: cosa comporta il fatto di non usarla? “La stima è che i costi opportunità legati al sottoutilizzo tecnologico in ambito sanitario possano incidere in paesi come l’Italia fino al 2% del prodotto interno lordo”, spiega Ugo Pagallo, docente di Filosofia del diritto e Informatica giuridica all’Università degli Studi di Torino, che al problema, ancora poco esplorato, del sottoutilizzo dell’intelligenza artificiale in ambito sanitario, ha dedicato il volume Il dovere alla salute. Sul rischio di sottoutilizzo dell’intelligenza artificiale in ambito sanitario (Mimesis Edizioni).
Il professore si propone un obiettivo ambizioso: formulare un piano d’azione e un metodo con cui sfruttare tutte le potenzialità della tecnologia, a beneficio dell’umanità. Dietro ci sono numerose esperienze nel settore: il Progetto Km 0, lanciato un decennio fa alle Molinette di Torino per collegare medici di base e specialisti, Emif, AI4people, Hleg e la collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità proprio sul tema dell’Intelligenza Artificiale.
Le potenzialità dell’Intelligenza Artificiale in ambito sanitario
“Non c’è ormai ambito e anfratto dell’ambito in esame che non sia stato interessato dalle applicazioni benefiche dell’Intelligenza Artificiale”, afferma l’accademico.
Alcuni esempi:
Prevenzione e diagnostica
Dalla ricerca medica alla medicina di precisione
Processi decisionali clinici
Monitoraggio
Dispositivi mobili per la salute
Gestione e organizzazione dei servizi
Quanto vale il sottoutilizzo dell’Intelligenza Artificiale in sanità?
“Non solo esiste il problema, ma in un paese come il nostro, che investe il 9% del Pil in sanità pubblica, vale circa il 2% del Pil – afferma il docente -. Quella che si annuncia è una rivoluzione copernicana per la medicina intesa sia come ricerca scientifica che come sanità, cura e assistenza”.
In realtà, il sottoutilizzo tecnologico non è una novità: è significativo che in un comunicato stampa del 2019 il Parlamento Europeo abbia denunciato il fenomeno come “un pericolo maggiore”.
Le ragioni del sottoutilizzo rinviano a dilemmi etici e interessi economici, istanze sociali e standard tecnici. “Il diritto non è il solo sistema regolativo: ci sono l’economia, le norme sociali, i principi dell’etica – osserva -. Ciascuno di questi sistemi regolativi spiega il perché del sottoutilizzo e mi riferisco al fatto non lo usiamo per le ragioni sbagliate”.
Perfino nei luoghi più remoti del pianeta spiega, ci sono storie di successo dell’Intelligenza Artificiale al servizio della sanità: “Se ne trovano dall’India all’Africa Subsahariana, in posti dove manca tutto. Ci sono casi commoventi che dimostrano come la necessità aguzzi l’ingegno: in Nigeria, dove ci sono almeno i cellulari con una diffusione capillare, si riesce grazie a un’app a capire dal primo vagito del neonato se abbia problemi respiratori”.
In realtà, il sottoutilizzo tecnologico non è una novità: è significativo che in un comunicato stampa del 2019 il Parlamento Europeo abbia denunciato il fenomeno come “un pericolo maggiore”
Le cause del sottoutilizzo, dunque sono tante quanti i sistemi regolativi che si prendono in considerazione: “Se ci riferiamo, per esempio, alle norme sociali, due anni di pandemia dimostrano come incida la credulità popolare concretizzandosi in teorie del complotto e follie no vax – sostiene -. Un altro punto, colossale: queste tecnologie si basano sui dati, quindi ne servono di qualità e bisogna che ci sia interoperabilità. A questi aggiungerei la burocrazia e la riluttanza professionale, perché non è così semplice aprirsi al nuovo. Inoltre, anche il legislatore può essere causa di sottoutilizzo con un intervento normativo. Il problema non è semplice ed è tanto più grave tanto più le ragioni sono molteplici”.
Il dovere alla salute e il rischio della malasanità
Quanto sia cruciale il nodo del sottoutilizzo si evince sin dal titolo: “Il dovere alla salute”. Nella quarta di copertina c’è scritto che “Il dovere alla salute non va pertanto riferito solo a eventuali obblighi degli individui verso se stessi e gli altri, ma è una responsabilità dell’autorità, dallo Stato in giù, nell’affrontare le questioni di salute”.
Nei paesi meno virtuosi il sottoutilizzo dell’Intelligenza Artificiale diventerà un problema di malasanità nell’arco di pochi anni
Il messaggio del volume di Pagallo è che esista un dovere morale e giuridico in capo all’autorità pubblica di rendere concreto il proprio dovere istituzionale di tutelare salute di ciascuno e collettività. “Nei paesi meno virtuosi il sottoutilizzo dell’Intelligenza Artificiale diventerà un problema di malasanità nell’arco di pochi anni, tenendo presente che altri paesi più virtuosi, come Singapore, sono molto attenti a questo fenomeno e si stanno muovendo in questo senso”.
Il confronto con il resto del mondo
Il libro di Pagallo analizza e mette a confronto sei realtà: Australia, Regno Unito, Singapore, Stati Uniti, Sud Africa e Unione Europea. In tutti questi casi, ciò che balza all’occhio è la messa a punto da parte delle autorità sanitarie e agenzie pubbliche di meccanismi di coordinamento e collaborazione volti a combattere il problema del sottoutilizzo tecnologico, in particolare, dei sistemi d’intelligenza artificiale.
Eppure, in generale tutte le autorità che si sono attivate per una migliore applicazione dell’Intelligenza Artificiale in ambito sanitario, insieme a organizzazioni internazionali come l’ Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico e il G20, ammettono i limiti fin qui incontrati dalle loro iniziative. Questi limiti si traducono in “costi opportunità”, ossia il prezzo che paghiamo per non usare qualcosa o qualcuno per le ragioni sbagliate.
Il piano d’azione per sfruttare le potenzialità dell’Intelligenza Artificiale
Le idee raccolte da Pagallo saranno recepite dall’Organizzazione Mondiale della Sanità in un documento che sintetizzerà un piano d’azione e un metodo per sfruttare al meglio le opportunità dell’Intelligenza Artificiale in ambito sanitario. Quale?
È necessario attivare un meccanismo di coordinamento e collaborazione con tutti i portatori d’interesse
“Il problema non risiede tanto nella forma di governance prescelta da agenzie pubbliche e Stati, quanto nel fatto che i meccanismi di coordinamento e collaborazione sono andati accumulandosi senza metodo – commenta l’esperto -. In concreto, è necessario attivare un meccanismo di coordinamento e collaborazione con tutti i portatori d’interesse. Se non sono stati instaurati, come nel caso italiano, urge correre ai ripari; se invece, come in Australia, esiste un piano di coinvolgimento degli stakeholder, si deve cominciare a capire che cosa non sta funzionando. Qualcuno è stato dimenticato? Qualche portatore di interesse non è stato coinvolto?”.
La situazione in Italia
Il paragone fra il nostro Paese e realtà avanzate come Singapore è impietoso. “A volte si cade nell’umorismo involontario, con pagine di siti istituzionali, come il Ministero della Salute, che citano l’Intelligenza Artificiale ma i relativi link non mandano da nessuna parte: 404 page not found. Manca in Italia una cultura tradizione della co-regolazione giuridica con i relativi meccanismi di coordinamento e cooperazione. Anche quando si è provato a crearli, o è mancata una robusta base teorica per la governance di sistemi complessi, o è mancata l’attenzione per fenomeni di sottoutilizzo, o, più spesso, entrambe le cose. Ma siccome non penso di essere Don Chisciotte, mi chiedo perché non dovremmo riuscirci?”.
Come fare, quindi, sia da noi che altrove? “Con un intervento scalabile, modulare, adattativo, reattivo e tecnologicamente informato – insomma Smart – che tenga conto delle ovvie differenze fra Paesi ricchi e poveri, fra Nord e Sud del mondo, oltre a Paesi ricchi con esperienza co-regolativa, come Australia e Singapore, o Paesi ricchi con nessuna o poca esperienza co-regolativa, come il nostro”.
La ricerca sanitaria è un elemento centrale per un servizio sanitario nazionale efficace. In che cosa consista e quali siano gli attori coinvolti in Italia non è tuttavia sempre così semplice da comprendere. Per questo, abbiamo cercato di fare il punto della situazione sulla ricerca sanitaria e sul ruolo degli IRCCS, a breve oggetto di riforma, con Giovanni Apolone, Direttore Scientifico dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano.
Ricerca sanitaria e PNRS
“La ricerca sanitaria, intesa come parte integrante tra le attività del Servizio Sanitario Nazionale e normata dal d.lgs.502/92, è elemento fondamentale per garantire ai cittadini una sanità efficiente e rispondente ai reali bisogni di assistenza e cura del Paese. Per ‘ricerca sanitaria’ si deve intendere un ampio spettro di attività che includono sia la ricerca che persegue lo scopo di far avanzare in modo significativo le nostre conoscenze su aspetti importanti delle diverse condizioni patologiche e/o di promuovere lo sviluppo di opzioni (di diagnosi, trattamento, ecc.) innovative (theory enhancing), sia quella invece più orientata a fornire, se possibile, soluzioni a problemi specifici e concreti, a produrre informazioni utili a indirizzare positivamente le scelte dei diversi decisori (change promoting).”
Così si apre il documento relativo al Programma Nazionale della Ricerca Sanitaria (PNRS) per il triennio 2020-2022. Il programma, elaborato anche sulla base delle linee guida generali del Programma Nazionale della Ricerca, ha la funzione di “individuare le linee di indirizzo utili al potenziamento del sistema di ricerca, finalizzato al miglioramento della salute della popolazione, attraverso strategie di cura nonché di gestione ed organizzazione dei servizi sanitari e delle pratiche cliniche, alla luce, anche, dell’emergenza Covid-19”. Diversi sono infatti i punti di incontro tra il PNRS e il PNRR. All’interno della missione numero 6 del PNRR infatti, si fa esplicito riferimento al rafforzamento della ricerca sanitaria e biomedica come strumento per potenziare il Sistema Sanitario Nazionale, fortemente provato dalla pandemia.
Obiettivo della ricerca sanitaria è produrre evidenze che aiutino a prendere decisioni non solo in merito al singolo paziente, ma per la popolazione in generale
“Il termine ricerca sanitaria identifica una tipologia di ricerca scientifica che dovrebbe produrre evidenze velocemente trasferibili dal setting di ricerca alla popolazione”, spiega Giovanni Apolone, Direttore Scientifico dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. “Si contrappone, ma in realtà è complementare, a quella che potremmo definire come ricerca in medicina, in cui le evidenze, ottenute sempre tramite lo studio e l’applicazione del metodo scientifico, vengono utilizzate dal medico per prendere decisioni in merito al prossimo paziente che andrà a visitare. Obiettivo della ricerca sanitaria è in maniera più ampia invece, quello di produrre evidenze che aiutino a prendere decisioni non solo in merito al singolo paziente, ma per la popolazione in generale. La ricerca sanitaria si può quindi intendere come una ricerca al servizio del sistema sanitario nazionale o regionale”.
Entrando nel dettaglio: ricerca sanitaria e IRCCS
Uno dei principali attori della ricerca sanitaria in Italia sono gli IRCCS, gli Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico, luoghi in cui coesistono assistenza al paziente e ricerca scientifica. Ad oggi se ne contano 52 (22 pubblici e 30 privati), e diversi sono gli istituti in lista per diventarlo.
Essenzialmente sono ospedali che svolgono anche ricerca, sia preclinica che clinica, allo scopo di utilizzare velocemente le conoscenze ottenute sul paziente oppure nei contesti in cui si operano scelte di politica sanitaria. Lo fanno attraverso una ricerca di base biologica e traslazionale, ma anche sanitaria, con una particolare attenzione ai temi rilevanti per il servizio sanitario nazionale e regionale, attraverso la creazione di team multidisciplinari, per accelerare i processi e quindi i risultati.
Un modo per arrivare a produrre evidenze di rilevanza sanitaria è creare trasversalmente team che lavorino insieme anche a livello molto precoce
“Se noi non creiamo percorsi virtuosi e team multidisciplinari, non possiamo garantire che il passaggio dagli studi in laboratorio al paziente sia veloce”, specifica Apolone. “Un modo per poter arrivare a produrre evidenze di rilevanza sanitaria è di creare trasversalmente team che lavorino insieme anche a livello molto precoce, per garantire che vengano rispettati tutti gli step che possano portare velocemente al risultato. Per fare ricerca sanitaria è necessaria, dunque, questo tipo di struttura, e se l’istituto non la possiede, per storia o dimensione, bisogna creare aggregazioni”.
Il Ministero negli ultimi anni ha per questo creato le cosiddette “reti di patologia”, unendo istituti che trattano la stessa area terapeutica per creare collaborazioni in un clima omogeneo e complementare. Sono il primo passo per poi arrivare ad aggregare anche istituti tra una rete e l’altra, per ampliare ancora di più le conoscenze e le collaborazioni trasversali.
La situazione attuale
“Negli ultimi anni il numero degli IRCCS ha subito un incremento esplosivo”, sottolinea Giovanni Apolone “a prova del fatto che avere ospedali sul territorio nazionale che fanno ricerca con questi obiettivi è un sistema ancora valido. Purtroppo, ad oggi, non è tuttavia più sostenibile perché, a fronte dell’incremento degli IRCCS, non c’è stato un contestuale incremento dei fondi a loro dedicati”.
Ma facciamo un passo indietro. I fondi di cui dispongono gli IRCCS sono di diverso tipo: ci sono i finanziamenti ministeriali, sia su base nazionale che regionale e grant su base competitiva ottenuti per progetti elaborati dai ricercatori che operano nei singoli istituti.
Negli ultimi anni il numero degli IRCCS ha subito un incremento esplosivo ma non c’è stato un contestuale incremento dei fondi a loro dedicati
“Il Ministero mette a disposizione con strumenti diversi circa 250-300 milioni di euro all’anno che non vengono però dati agli IRCCS dividendo il totale per il numero degli istituti, ma vengono affidati tramite criteri diversi”, spiega Apolone. “Viene ad esempio fatta, annualmente, una valutazione della percentuale con cui ogni istituto partecipa al totale della produzione degli IRCCS italiani e, sulla base di questo contributo, viene affidata una percentuale del budget. La valutazione è fatta tramite una serie di indicatori che ogni anno ogni istituto presenta al Ministero. Vengono poi messi a disposizione dal Ministero fondi su base competitiva per singoli progetti, valutati da commissioni internazionali, proposti dai ricercatori o team dei diversi centri. C’è poi un terzo strumento di finanziamento: quando un ricercatore o un team ottiene un grant per un progetto a livello europeo, per una parte questo può essere co-finanziato dallo Stato”.
Questo sistema può risultare però problematico se si tiene conto che gli IRCCS sono numerosi, eterogenei per storia, riconoscimento, grandezza, volumi di ricerca e che non sono distribuiti in maniera uniforme sul territorio nazionale. Basti pensare che il 50% degli istituti italiani sono distribuiti solamente in due regioni: Lombardia e Lazio.
Affrontiamo il problema del numero: ci sono criteri molto specifici perché un istituto ottenga la qualifica di IRCCS ma non esistono criteri per escluderlo e ciò è alla base del grande incremento che hanno subito negli anni. Per questo, ad oggi, il contributo del Ministero non sempre riesce a coprire per intero i costi di struttura e attività che un istituto che fa ricerca deve sostenere.
“Per riportare un esempio: il mio istituto riceve dallo Stato fondi che coprono circa il 15-20% del nostro budget di ricerca. Per noi che siamo un grande istituto se vengono a mancare questi fondi è un problema relativo, ma per altri istituti più piccoli o con un riconoscimento meno ricco rispetto, ad esempio, all’oncologia, il finanziamento del Ministero rappresenta la quasi totalità del budget a disposizione”, spiega Giovanni Apolone.
La riforma degli IRCCS
È proprio alla luce di queste criticità che si è resa necessaria la riforma degli IRCCS, di cui recentemente si sta discutendo. Di che cosa si tratta? All’inizio di febbraio è stato approvato dal Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro Speranza, il disegno di legge delega che impegna il Governo ad adottare entro quest’anno un decreto legislativo di riordino degli IRCCS, come tra l’altro previsto dalla Missione 6 del PNRR.
Sul tavolo ci sono la revisione dei criteri e dei tempi per la qualifica di IRCCS, la valorizzazione delle reti di IRCCS, la creazione di partnership e l’attenzione al territorio
Il fine, si legge nella bozza, è “promuovere in via prioritaria l’eccellenza della ricerca preclinica, clinica, traslazionale, clinico organizzativa nonché l’innovazione e il trasferimento tecnologico, da integrare con i compiti di cura e assistenza, nell’ambito di aree tematiche internazionalmente riconosciute”. Si mira anche a riorganizzare, ed eventualmente ridurre il numero di istituti, una delle criticità attualmente più evidenti, introducendo “criteri e soglie di valutazione elevati e quindi dei meccanismi di valutazione maggiormente oggettiva ed orientati all’eccellenza, ispirati a principi di massima trasparenza e che lascino meno spazio alla discrezionalità nell’acquisizione della qualifica di IRCCS e nel suo mantenimento”. Non solo dunque criteri di ammissione ma anche di revoca del riconoscimento di IRCCS. Ad oggi infatti non esiste una procedura di esclusione per il non mantenimento dei criteri di inclusione e la revisione mira a introdurla.
Ricapitolando, sul tavolo ci sono la revisione dei criteri e dei tempi per l’ottenimento della qualifica di IRCCS (la valutazione dell’idoneità degli istituti verrebbe fatta ogni quattro anni e non due come ora), la valorizzazione delle reti di IRCCS e la creazione di partnership con altri enti e imprese. Infine attenzione al territorio: sarà infatti considerata ai fini del riconoscimento della qualifica di IRCCS anche la localizzazione e il bacino minimo di riferimento per ciascuna area tematica, al fine di rendere la valutazione maggiormente oggettiva e più coerente con le necessità dei diversi territori.
La transizione digitale è qualcosa che compare quasi quotidianamente nelle conversazioni sulla sanità. Il Governo ha individuato quattro pilastri da costruire nel 2022, che saranno la base della trasformazione in atto: creare un’infrastruttura dei dati sanitari, realizzare una piattaforma nazionale di telemedicina, sviluppare servizi di telemedicina e infine lavorare sulle competenze digitali.
Ma che cosa significa tutto questo, concretamente? Quali azioni sono necessarie per realizzare questi obiettivi? Lo abbiamo chiesto a Ignazio Del Campo, che da un anno e mezzo oltre a essere responsabile del controllo di gestione e dei flussi informativi aziendali dell’Azienda ospedaliera universitaria Policlinico “G. Rodolico – San Marco” di Catania è anche responsabile della transizione digitale della stessa azienda. Del Campo è anche membro dell’Aisdet, l’Associazione italiana sanità digitale e telemedicina.
“Avendo una precedente esperienza nell’ambito della digitalizzazione dei processi e delle principali direttrici di evoluzione dell’attività amministrativa con contenuto digitale, da circa 18 mesi mi è stato affidato questo nuovo onere, che per quanto riguarda la nostra azienda, viaggia su tre direttrici principali”, spiega l’esperto.
I 4 pilastri individuati dal Governo vertono su infrastruttura dei dati sanitari, piattaforma nazionale di telemedicina, sviluppo dei servizi e competenze digitali
La prima riguarda la digitalizzazione della documentazione clinica: “Da noi non c’era ancora la cartella clinica informatizzata e quindi stiamo procedendo verso la graduale copertura di tutti i reparti di diagnosi e cura – ripercorre Del Campo – L’intento è di arrivare in breve tempo alla totale dematerializzazione della documentazione clinica per poi poter riversare queste informazioni sul fascicolo sanitario elettronico. In questo modo, l’utente potrà portare con sé la propria storia clinica”. Al momento, la copertura digitale interessa circa il 40% dei posti letto.
La seconda strada che l’azienda siciliana sta percorrendo riguarda la dematerializzazione dei referti: “Stiamo lavorando a un sistema informatico che permetta all’utente di scaricarli gratuitamente e in autonomia dal nostro sito o tramite App – spiega Del Campo – In questo momento stiamo completando l’architettura che ci permetterà di riversare automaticamente anche queste informazioni sul fascicolo sanitario elettronico. L’intenzione è sviluppare un’applicazione che possa essere utilizzata nell’intera Regione”.
Resistenze culturali, cattiva gestione delle risorse, infrastrutture carenti sono le principali difficoltà di qualunque processo di digitalizzazione
Infine, l’approccio multicanale, anche questo sviluppato a livello regionale: “Abbiamo costruito una piattaforma che permette di prenotare in autonomia le varie prestazioni – spiega l’esperto – Inizialmente c’erano soltanto dei link di prenotazione delle diverse aziende sanitarie. In un secondo momento abbiamo aggiunto l’autenticazione tramite Spid: accedendo con le proprie credenziali e avendo un numero di ricerca elettronica, diventa così molto semplice effettuare la prenotazione”. In questo momento i tecnici sono al lavoro per aumentare il numero di prestazioni prenotabili in questo modo: al momento dell’intervista, le agende prenotabili erano quasi 350 su 640. “A questo proposito stiamo facendo anche una campagna di sensibilizzazione dei servizi – afferma Del campo –: in pandemia la possibilità di prenotare in questo modo è vantaggiosa non solo per l’utente, ma per il sistema stesso poiché permette una gestione ordinata di tutti i processi di erogazione”.
Accanto alle tre direttrici principali, l’azienda sanitaria ne sta portando avanti anche una quarta, che non riguarda gli aspetti clinici ma quelli amministrativi: “L’intenzione è cambiare il flusso di lavoro, rivedendo l’intero processo amministrativo in modalità paperless”. Per farlo, verrà riutilizzato un software che l’azienda già possiede, in modo da ridurre i costi. “Siamo in una fase iniziale, adesso dobbiamo occuparci del processo di configurazione dell’ambiente e della customizzazione rispetto ai desiderata delle varie strutture”.
Quali difficoltà
Resistenze culturali, cattiva gestione delle risorse, infrastrutture carenti: sono queste le principali difficoltà di qualunque processo di digitalizzazione.
“Paradossalmente le resistenze maggiori stanno arrivando proprio da chi trarrà maggiore beneficio anche nel breve periodo dalla transizione digitale: il personale amministrativo – rileva Del Campo – Da molto tempo manca un investimento in risorse umane e in digitalizzazione dei processi e delle competenze. Questo si traduce in un livello di alfabetizzazione digitale molto basso”. E anche le procedure di reclutamento non sarebbero finanziate abbastanza, secondo l’esperto siciliano: “Ancora oggi ci basiamo sulle modalità previste dal Dpr 220/2001. Il nostro mondo è cambiato in due anni, figuriamoci in 20”.
Del Campo ha invece registrato una buona apertura all’innovazione da parte del personale sanitario. “Il problema, tuttavia, sono gli investimenti: non basta la buona volontà delle persone – sottolinea – Parlare di cartella clinica digitalizzata, registro operatorio informatizzato, gestione della documentazione in epoca Covid significa infatti avere almeno carrelli con pc e una rete wifi che permetta la connessione: se un medico deve aspettare mezza giornata per caricare una relazione, preferisce usare carta e penna”.
Grazie al Pnrr i fondi non dovrebbero mancare, ma serve una solida strategia di base per allocarli al meglio
Uno dei due pilastri della missione 6 del Pnrr è proprio la digitalizzazione e l’innovazione sanitaria. Il Governo ha stanziato due miliardi di euro solo per incrementare la sanità digitale. Apparentemente, quindi le risorse non dovrebbero mancare: “Tuttavia, per capire se saranno sufficienti, non basta limitarsi a guardarle in senso assoluto – mette in guardia Del Campo – ma occorre capire se la strategia alla base è solida oppure no”.
Del Campo è anche uno dei referenti regionali sul Pnrr: “Se continuiamo a immaginare processi di digitalizzazione stand-alone, senza una visione dei processi omogenea, le risorse non basteranno mai perché ciascuno dovrà andare dal punto zero a una digitalizzazione integrale”. Per questo serve una strategia a livello regionale, che stabilisca alcune linee guida principali. “Poi chiaramente queste indicazioni si devono adattare ai bilanci e ai bisogni delle singole aziende”, continua l’esperto.
Un’altra strada percorribile per usare bene le risorse è quella di gestire in modo appropriato quelle già destinate e vincolate: “Io quest’anno sono riuscito a recuperare oltre un milione di euro sui progetti di ammodernamento del Cup proprio per attività e percorsi multicanale e in questo modo ho potuto rifare una sala server, fondamentale per l’intero processo di digitalizzazione”.
Un altro rischio delle risorse Pnrr, poi, riguarda l’assenza di regia nel loro utilizzo: “È un problema reale che stiamo cercando di scongiurare – afferma l’esperto di transizione digitale – Secondo me è fondamentale esplicitare le regole del gioco, in modo da non lasciare margini interpretativi”. L’esempio più lampante riguarda la telemedicina: “In questo ambito, il primo passo è normalizzare a livello nazionale le tariffe di remunerazione. Finora infatti i diversi sistemi regionali sono andati un po’ a macchia di leopardo”. Questo compito spetta alle società scientifiche, che dovrebbero elaborare un protocollo che stabilisca cosa sia erogabile in telemedicina e che cosa no. “Muovendosi in questo modo si assicura la trasparenza dei processi e si evita che arrivi qualcuno a vendere a caro prezzo il proprio pacchetto, che magari non risponde appieno alle esigenze sanitarie. Non dobbiamo infatti dimenticare che il processo di cura deve sempre essere disegnato attorno al paziente”.
Mai come in questo momento abbiamo bisogno di “una regia forte e di una chiara definizione strategica. Non dobbiamo pensare di strafare, ma è necessario ricordarci che c’è un mondo di persone che ha bisogno di prestazioni sanitarie adesso”.
Il nodo delle infrastrutture è cruciale ma non deve essere un alibi per bloccare lo sviluppo
Per ottimizzare le cure, è necessario che i dati possano spostarsi in maniera rapida ed efficiente. Serve quindi un’infrastruttura adeguata. “La Sicilia ha alcune aree che assomigliano a buchi neri – sospira Del Campo – Questa è sicuramente una parte del problema, insieme a quella data dalla mancanza di competenze”.
Per l’esperto, una delle misure che devono essere previste nel Pnrr è proprio il completamento delle grandi dorsali regionali di trasmissione e comunicazione dei dati. In questo modo non solo si garantirà a tutti la stessa accessibilità ai servizi, ma si migliorerà l’offerta complessiva: “Nei prossimi anni avremo un’enorme necessità di spazio per trasferire velocemente e rendere disponibili in tempo reale i dati alla rete della medicina generale a quella specialistica”. E tutto questo non è possibile senza un’adeguata copertura. Da questo punto di vista, il Governo si sta muovendo: è stato recentemente pubblicato il bando per portare la connessione veloce in alcune aree del Paese, tra cui la Sicilia.
Con piglio manageriale, Del Campo mette in guardia: “Una scarsa infrastruttura non deve però diventare un alibi per bloccare lo sviluppo: dobbiamo imparare a individuare quali sono gli elementi che permettono di governare il 70-75% della variabilità e agire su quelli. In questo modo si riesce a mettere a terra un sistema che poi si ottimizza a poco a poco”. Insomma: l’importante è partire senza farsi fermare dagli ostacoli ma cercando di aggirarli, magari compiendo un giro più lungo: “Chiaramente serve una certa flessibilità perché l’ecosistema tecnologico varia di continuo e oggi siamo in grado di realizzare attività impensabili anche solo sei mesi fa”.
La risposta dei pazienti
Spesso, tra le difficoltà della digitalizzazione sanitaria, si cita la scarsa alfabetizzazione del pubblico, cioè dei pazienti. Dal punto di vista di Del Campo questo non è così rilevante: “In questi due anni di pandemia le persone hanno dovuto forzatamente cambiare abitudini e modalità per continuare a fruire delle prestazioni sanitarie – ricorda – Così, per molti di loro è diventato familiare interagire tramite App, si pensi per esempio a Immuni o a Io. Lo stesso vaccino era prenotabile via web e il green pass o il menu dematerializzato del ristorante ha permesso di familiarizzare con i Qr code”. In questo contesto, insomma, non è più così strano ricevere una notifica che avvisa della disponibilità dei referti sulla propria area riservata, per esempio. La sfida, semmai, è connettere queste informazioni in modo che siano disponibili al paziente, al medico di medicina generale, allo specialista e al Pronto soccorso.
Una parte di utenti continuerà a nutrire una certa diffidenza nei confronti degli strumenti informatici, ma si tratta di una piccola percentuale sempre presente
“Una parte di utenti continuerà a nutrire una certa diffidenza nei confronti degli strumenti informatici, ma si tratta di una piccola percentuale sempre presente. Se la pandemia ha avuto un aspetto positivo, è quello di averci fatto comprendere l’importanza del digitale nelle comunicazioni e nel trasferimento dei dati. Ora non ci resta che sfruttare questa consapevolezza”.
Oggi si parla molto di come nuovi dispositivi dotati di intelligenza artificiale e le varie App per smartphone possano contribuire a migliorare la qualità delle cure. Tra i nodi da sciogliere c’è l’appartenenza o meno di questi device all’ambito dei dispositivi medici. Del Campo non ha dubbi: “Io sono convinto che questi strumenti debbano rimanere fuori da questo perimetro. Un’App o un sistema di analisi dei dati che sfrutta l’intelligenza artificiale non deve diventare un dispositivo medico. Non deve essere l’App a rilevare il dato sanitario, ma i dispositivi di prossimità, come lo spirometro o il saturimetro. Sono questi, collegati via bluetooth, che devono essere certificati come dispositivi medici”.
I dati raccolti saranno poi trasmessi, in un formato che si accordi con quanto stabilito dal Gdpr, a un’App che li gestisce.
E per i sistemi di intelligenza artificiale le cose sono ancora più complesse: “Non credo che si possano vincolare al concetto di dispositivo medico poiché altrimenti ogni modifica del codice o delle procedure di upload dei dati andrebbe ri-certificata – ragiona Del Campo – I sistemi di intelligenza artificiale devono mettere a disposizione la loro enorme capacità computazionale, andando ad analizzare eventi che sembrerebbero non correlati e cercando di capire se esistono nessi causali o profondi elementi di connessione tra approcci diversi e percorsi di cura che normalmente, con la limitata razionalità umana, non riusciamo a cogliere”.
L’introduzione della Nota 100 da parte dell’Agenzia italiana del farmaco ha riconfigurato le modalità di prescrizione di alcune classi di farmaci per il trattamento del diabete mellito di tipo 2, che possono essere prescritti anche dal medico di famiglia (Mmg). Sarà quindi possibile avere un accesso più semplice e rapido a queste terapie farmacologiche, soprattutto per i cittadini che vivono in aree remote del Paese lontane dai centri specializzati nella cura del diabete. In altri termini, ci potrà essere una maggiore equità di cura e una riduzione del divario di accesso alle terapie tra le zone a diversa urbanizzazione e presenza di specialisti diabetologi.
Anche il Mmg protagonista della presa in carico del paziente con diabete di tipo 2
Ma vediamo più in dettaglio in cosa consistono le innovazioni introdotte dalla Nota 100. “La principale novità è il percorso di prescrivibilità di tre classi di antidiabetici – inibitori del SGLT2, agonisti recettoriali del GLP1 e inibitori del DPP4 – sia da parte dello specialista che da parte del Mmg”, ha spiegato Walter Marrocco, segretario scientifico della Fimmg (Federazione italiana medici di famiglia), durante un webinar dedicato all’analisi dei riflessi di questa nuova nota sulla professione del medico di medicina generale.
In sostanza ora anche i Mmg potranno gestire direttamente queste tre categorie di medicinali fino a oggi appannaggio degli specialisti. Ciò significa poter realmente prendere in carico la cronicità diabetica del territorio di riferimento. Aprendo anche a un nuovo ruolo della medicina generale.
La nota apre uno scenario su efficienza ed efficacia degli antidiabetici anche rispetto ad alcune tipiche complicanze come quelle di natura cardiologica o nefrologica
Come spiega il segretario nazionale della Fimmg Silvestro Scotti, “la nota apre uno scenario su efficienza ed efficacia degli antidiabetici anche rispetto ad alcune tipiche complicanze dell’evoluzione della malattia legate agli scompensi, come quelli di natura cardiologica o nefrologica”. La possibilità di prescrivere queste classi di farmaci anche da parte del Mmg permetterà di tenere sotto controllo più facilmente le complicanze cardiovascolari e renali del diabete. E in ultima analisi portare a un migliore outcome complessivo nella gestione della patologia e della sua evoluzione.
Sinergia specialisti-Mmg cercasi
È la stessa Aifa a chiarire i dettagli delle conseguenze che la Nota 100 produrrà sulla pratica clinica. Come indicato in una serie di Faq (Frequently asked questions) non si tratta di uno scollamento tra la cura del paziente diabetico da parte dello specialista o del Mmg, bensì l’inizio di una sinergia che dovrà diventare sempre più stretta.
Ad esempio, da un lato i pazienti che devono iniziare o proseguire un trattamento con SGLT2, un agonista recettoriale del GLP1 o un inibitore del DPP4 potranno rivolgersi sia a “un medico specialista che opera in strutture individuate dalle Regioni per il trattamento del diabete mellito (come avvenuto finora), sia a un qualsiasi altro specialista del Ssn (ad esempio, cardiologi e nefrologi che hanno in carico i pazienti per il trattamento delle principali complicanze), al medico di medicina generale (Mmg)”. Dall’altro “rimane di esclusiva competenza del medico ‘diabetologo’ la prescrizione delle associazioni precostituite o estemporanee tra farmaci in Nota (es. associazione di un inibitore del SGLT2 con un inibitore del DPP4 o di un inibitore del SGLT2 con un agonista recettoriale del GLP1). In questo caso, il Mmg potrà effettuare la prescrizione mediante ricetta soltanto nel periodo di validità della scheda di prescrizione redatta dallo specialista ‘diabetologo’”, precisa Aifa.
L’integrazione e gestione del diabete e delle malattie croniche deve vivere di collaborazione tra Mmg, specialista e paziente
A cui fa eco Marrocco, secondo cui “l’integrazione e gestione del diabete e delle malattie croniche deve vivere di collaborazione tra Mmg, specialista e paziente”. Già perché l’innovazione vera è quella che non interessa solo lo strumento “farmaco” ma anche i metodi e gli strumenti della presa in carico dei pazienti cronici. “Un accesso al farmaco che ponga realmente il paziente al centro del percorso assistenziale, come la Nota 100 intende contribuire a fare”, aggiunge il segretario scientifico della Fimmg.
L’importanza della prossimità terapeutica
Potersi rivolgere al proprio Mmg non significa solo vicinanza fisica al proprio domicilio, ma anche vicinanza relazionale con un medico che conosce il paziente da anni
Tirando in ballo il paziente e il discorso della prossimità delle cure a cui allude la nuova Nota di Aifa, interviene anche la segretaria generale di Cittadinanzattiva Anna Lisa Mandorino: “Potersi rivolgere al proprio Mmg non significa solo vicinanza fisica al proprio domicilio, ma anche vicinanza relazionale con un medico che conosce il paziente da anni. La semplificazione e velocizzazione dell’accesso a questi farmaci porterà anche a una modifica dell’abitudine comportamentale dei cittadini rispetto al farmaco stesso”. Che in altri termini significa una maggiore compliance e conseguentemente una minore incidenza di complicanze derivate da una terapia seguita in modo poco attento.
La questione organizzativa…
Certamente restano alcuni interrogativi tutt’altro che secondari a cui rispondere, evidenziano gli esperti. Soprattutto di natura organizzativa. Affinché la sinergia tra specialità e medicina generale rappresenti un modo di lavorare davvero nell’interesse del paziente è necessario che questa unità sia soprattutto funzionale e non solo fisica. Questo è il concetto espresso da Marrocco in riferimento alla nuova sanità del territorio che punta molto sulle Case di comunità che dovrebbero comprendere in un medesimo luogo specialisti, Mmg e altre professioni sanitarie. Ed è anche Scotti a chiedere di focalizzare l’attenzione su questo aspetto: “Credo che la proiezione vera e funzionale rispetto a quella che oggi è l’offerta complessiva delle Case di comunità sia il dialogo reale tra professionisti dato dal Fascicolo sanitario elettronico (Fse) che potrà sostituire la burocrazia attraverso una ‘assistenzocrazia’ data dal senso di responsabilità dei medici. Questa è la vera sfida per il miglioramento dell’assistenza medica sul territorio”.
Non si possono prendere in carico le cronicità senza un’organizzazione moderna, fatta di una gestione proattiva dei malati cronici
“Insieme alle Note 97 e 99, con la Nota 100 il Mmg può davvero cimentarsi con la presa in carico globale del paziente cronico. Ci sarà bisogno di molta formazione. Ma soprattutto si dovrà spingere sugli aspetti organizzativi. Non si possono prendere in carico le cronicità senza un’organizzazione moderna, fatta di una gestione proattiva dei malati cronici”, spiega Gerardo Medea, responsabile Macro Area della Prevenzione della Simg (Società italiana della medicina generale e delle cure primarie) “che veda una maggiore interazione tra Mmg e centri di specializzati in diabetologia”. Mettendo in luce anche altre criticità da risolvere, come il “rischio che le Note non siano applicate in modo omogeneo in tutte le regioni”. Cosa che andrebbe ad acuire l’iniquità dell’assistenza sanitaria pubblica alle cronicità, oggi ripetutamente denunciata dalle associazioni di pazienti e da quelle civiche soprattutto per quanto riguarda le fasce economicamente e socialmente disagiate della popolazione oltre che per i malati che vivono lontano dai centri di cura specialistici.
Quale sarà l’impatto organizzativo dopo gli investimenti strutturali sui muri delle Case della salute. Come e con che modelli le riempiremo?
Del resto “Non esiste innovazione senza accesso ad essa”, evidenzia Mandorino. Rammentando come sia proprio l’innovazione organizzativa il punto su cui lavorare nell’ottica di migliorare la sinergia tra specialisti e Mmg, giacché la sua mancanza è una delle principali criticità lamentate da anni quanto si parla di assistenza alle persone con diabete.
“Quale sarà l’impatto organizzativo dopo gli investimenti strutturali sui muri delle Case della salute. Come e con che modelli le riempiremo?” sono gli interrogativi che preoccupano anche il presidente di Diabete Italia Stefano Nervo a valle dell’introduzione della Nota 100. Probabilmente chi beneficerà maggiormente di questa innovazione “sarà il paziente formato e informato. Come ci ha insegnato la pandemia è colui che se la cava meglio rispetto agli altri”.
…per un accesso equo alla salute
Aggiunge il presidente Fand Emilio Augusto Benini: “Dobbiamo riuscire a passare dalla logica dei silos (cardiologo, Mmg, diabetologo) a una logica di rete. Per farlo è fondamentale la tecnologia e il Fse. Ai pazienti poco importa come viene costruita questa rete. Importa solo che ci si possa curare ugualmente dovunque in Italia e che il Ssn garantisca a tutti di potersi curare al meglio. Che significa prevenzione, continuità terapeutica e presa in carico”.
Tutti punti, questi ultimi, che saranno sicuramente al centro di numerosi confronti tra policy maker e coloro che dovranno attuare le progettualità contenute anche nel Pnrr. E che, certamente, rappresentano problemi di non semplice risoluzione.
Come è ben noto e come hanno più volte espresso i protagonisti della sanità intervistati da Policy and Procurement in Healthcare, la tecnologia che dovrebbe sottendere a una reale possibilità di condivisione e interpretazione dei dati sanitari dei cittadini italiani lascia ancora molto a desiderare. Come testimonia l’implementazione reale e la diffusione del Fse, tuttora zoppo e con profonde disparità territoriali. La prossimità digitale della sanità è ancora un miraggio.
A due anni dall’inizio di questa emergenza sanitaria, la telemedicina nel nostro paese è cresciuta come mai in precedenza.
Tra i primi documenti ufficiali che hanno provato a disciplinare questa modalità di assistenza sanitaria da remoto vanno ricordate le Linee di Indirizzo Nazionali sulla Telemedicina dell’ormai lontano 2014. Fino al 2018 nel nostro paese si sono fatte molte sperimentazioni ma quasi nessun risultato a livello istituzionale per realizzare un sistema reale di telemedicina, come abbiamo già raccontato.
Se la pandemia ha fatto da acceleratore, le istituzioni e le strutture sanitarie, pubbliche e private, hanno comunque sfruttato il momento per provare a mettere a sistema una modalità di assistenza sanitaria che si sta dimostrando preziosa non solo come tecnologia da attivare nell’ambito emergenziale, ma come pilastro fondamentale del nostro Sistema Sanitario Nazionale.
Ne è prova il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza che alla telemedicina destina un miliardo di euro per finanziare progetti che consentano interazioni a distanza medico-paziente; creare una piattaforma di servizi software nazionale per agevolare la telemedicina e finanziare iniziative di sviluppo ad hoc di soluzioni con tecnologie digitali per la salute e l’assistenza.
Se la pandemia ha fatto da acceleratore, le istituzioni e le strutture sanitarie hanno colto il momento per avviare la telemedicina come nuova modalità di assistenza sanitaria
In questi due anni le cose sono cambiate, l’uso improvvisato di whatsapp, skype o solo del telefono non sono più accettati come modalità corrette di telemedicina, non siamo più in un contesto emergenziale come i primi mesi del 2020, nel frattempo si sono realizzate piattaforme più efficienti, sicure, molte Regioni si sono date da fare per erogare in modo efficiente la telemedicina e il nuovo Regolamento Ue sui Dispositivi Medici ha tracciato una linea ben netta tra ciò che va considerato medical device e ciò che non lo è: i software per la telemedicina sono dispositivi medici e di questo le strutture stanno iniziando a tenere conto.
Con Francesco Gabbrielli, direttore del Centro Nazionale per la Telemedicina dell’ISS, abbiamo provato a tracciare un quadro dei documenti di riferimento a cui l’istituzione sta lavorando e che saranno destinati a diventare best practice nel breve termine e linee guida sul lungo periodo, con valenze medico-legali ben precise.
Le indicazioni ad interim hanno permesso un passo in avanti notevole per la telemedicina, a cosa deve questo successo?
Ne vado molto felice, ma ne sento anche la responsabilità. Sono indicazioni fatte in un contesto emergenziale e molto pragmatiche, forse il successo si deve a questo aspetto.
Sono state anche un riferimento per il primo documento approvato dalla Conferenza Stato Regioni, le Indicazioni Nazionali per l’erogazione di prestazioni in Telemedicina, che ha una visione di più lungo periodo, non solo emergenziale. Inoltre, non commetteremo gli stessi errori delle linee di indirizzo del 2014, come io stesso ho suggerito e come risulta scritto espressamente, le indicazioni del 2020 e le successive saranno aggiornate periodicamente. Se devono rappresentare un indirizzo, vanno riviste con una certa frequenza a livello tecnico-scientifico, soprattutto se parliamo di tecnologie che cambiano continuamente.
A quali altri documenti sta lavorando l’ISS in questo momento?
Stiamo predisponendo documenti di consensus sulla telecardiologia, sul telemonitoraggio cardiovascolare e sulla teleriabilitazione cardiologica e stiamo finalizzando anche l’ambito della teleneurofisiologia clinica. Faremo documenti simili anche in ambito polmonare.
Per i testi in ambito cardiologico non abbiamo lavorato da soli, ma coinvolgendo 19 società scientifiche e molti esperti in ambito cardiologico. Parliamo di 40 persone. Sono lavori complessi, non si arriva a un documento per maggioranza, ma solo dopo che sia stato accettato da tutti i partecipanti allo studio. Deve essere un documento riconosciuto da tutti su basi scientifiche. Ecco perché invitiamo a questi gruppi di lavoro solo le società o associazioni scientifiche specialistiche di volta in volta utili per il raggiungimento del risultato e le affianchiamo con esperti indipendenti scelti dal Centro Nazionale per la loro comprovata, non autocertificata, competenza nelle materie che sono necessarie. Solo competenza specifica e utile al risultato.
Coinvolgete anche i pazienti nella stesura di questi documenti?
Certamente. Abbiamo un metodo di lavoro preciso che ci siamo costruiti da soli non essendoci precedenti: il Centro Nazionale per la telemedicina lavora al primo draft tecnico scientifico, che funge da canovaccio per impostare la discussione con le società scientifiche e gli esperti coinvolti. A questo punto si realizza un documento di consensus che ha una valenza nazionale, perché oltre a essere promosso da ISS, raccoglie tutte le società scientifiche di quella determinata specialità. Il testo viene poi diffuso tra i soci delle società scientifiche, a cui si lascia tempo per proporre emendamenti. Dopo questo passaggio, si lancia un call pubblica per contribuire al testo definitivo e in questa fase in particolare vengono invitate le associazioni dei pazienti a esprimersi sul documento, rilasciando commenti o proposte.
Una volta approvato il testo definitivo, si organizza una giornata di seminario a cui sono invitate tutte le società scientifiche e le associazioni dei pazienti coinvolte.
Il testo viene poi inviato al Sistema Nazionale Linee Guida, coordinato dal Centro Nazionale per l’Eccellenza Clinica, la Qualità e la Sicurezza delle Cure (CNEC) dell’ISS. L’obbiettivo è far diventare questi documenti di consensus delle “Buone Pratiche” secondo quanto richiesto dalla Legge n. 24 del 2017 (“Legge Gelli”). In questo modo, avranno un valore legale ben preciso. Una volta completato questo primo giro di documenti di consenso in tutti gli ambiti utili, lavoreremo affinché da “Buone Pratiche” diventino “Linee Guida” a tutti gli effetti, ma per questo i tempi sono molto più lunghi. Intanto però avremo subito uno strumento di lavoro utile e sempre aggiornato.
Alla fine dello scorso anno sono state approvate anche le Indicazioni per erogare i servizi di teleriabilitazione, è un documento di consensus anche quello?
In realtà qui vanno precisate alcune cose. Lo scorso anno noi stavamo lavorando per realizzare un documento di consensus di teleriabilitazione e teleassistenza: avrebbe dovuto essere un testo unico. Ma il Ministero della Salute, per velocizzare i tempi, ci ha chiesto di estrarre un testo che servisse da base per elaborare un testo sulla teleriabilitazione. Lo abbiamo fatto, il Ministero poi, con altre istituzioni nazionali e con le Regioni e Provincie autonome, ha aggiunto dettagli amministrativi e burocratici e da lì sono nate le indicazioni approvate a fine 2021. Dal lavoro che già è in corso da tempo con altri gruppi di consensus estrarremo altri documenti di sintesi simili anche per la teleassistenza e per il telemonitoraggio e teleriabilitazione cardiovascolari.
Telemonitoraggio, telecontrollo, teleassistenza, che differenze ci sono?
Le differenze sono sostanziali, direi.
Il telemonitoraggio serve per tenere i pazienti sotto stretto controllo specialistico, in modo costante, attraverso dispositivi che inviano dati quasi continuamente a un centro operativo di telemedicina. Il quale decide che prestazioni sanitarie erogare secondo le informazioni ricevute e assumendosene le responsabilità.
Il telecontrollo è ancora un controllo medico del paziente, ma che viene fatto in modo periodico, non continuativo e non prevede necessariamente l’invio dei dati a un centro operativo. Può essere fatto anche in modo molto semplice ed economico da diversi operatori sanitari, sempre con coordinamento medico.
La teleassistenza è l’erogazione a distanza di prestazioni assistenziali e infermieristiche, può essere fatta da tutti gli operatori sanitari, ma non è un atto medico. Prevede un centro di telemedicina a supporto delle attività che saranno sempre più erogate a domicilio del paziente.
La televisita e il teleconsulto, giusto per completare il quadro, sono entrambi invece atti medici e possono essere svolti solo dai medici. Il teleconsulto è in pratica un consulto tra medici per concordare come curare il paziente e il paziente può anche non esserci. C’è anche la teleconsulenza che consiste in uno scambio di idee e informazioni tra professionisti sanitari di vario tipo per collaborare al meglio. Sembrano differenze di poco conto e invece sono molto importanti nella vita di tutti i giorni.
State anche lavorando a un’analisi di costo-efficacia per la telemedicina?
Sì, questo è uno dei documenti più attesi. Sarà la base della tariffazione reale dei servizi, perché la telemedicina ha costi diversi e credere che questi siano inferiori a quelli della visita in presenza è fuorviante. In realtà, la singola attività di telemedicina costa di più: si chiede una diversa disponibilità oraria, più risorse, assistenza continuativa. Questo documento ci aiuterà a capire dove impiegare la telemedicina al meglio, ma non avremo una situazione in cui da una parte c’è la telemedicina e dall’altra il resto dei servizi del SSN: ci saranno semmai delle situazioni ibride, con un mix di visite in presenza e da remoto.
Il documento potrebbe essere pronto già per la fine del prossimo mese.
Questi documenti saranno un riferimento standard per tutte le Regioni?
Con AGENAS stiamo elaborando documenti per guidare i progetti del PNRR che riguardano la telemedicina e in questi testi diamo dei punti di riferimento per le Regioni.
Si tratta di schemi uniformi per tutti. Tra questi, vi è il telemonitoraggio che in questo caso viene trattato in modo più ampio rispetto ai documenti di consensus che invece sono più verticali sulla patologia.
Anche se, va detto, quando parliamo di telemonitoraggio, ci riferiamo soprattutto ai pazienti cardiopolmonari. Per le altre patologie in realtà sarà più frequente il ricorso alla teleassistenza e al telecontrollo. Il telemonitoraggio presuppone strumenti di una certa complessità che vanno installati al domicilio del paziente, si applica a casi particolari, non a tutti indistintamente.
In ogni caso, stiamo cercando di dare indicazioni uniformi alle Regioni. Fare in modo che le Regioni le seguano è compito di AGENAS che dovrà certamente trovare un equilibrio tra il rispetto dell’autonomia amministrativa regionale e la necessaria uniformità di queste attività, che poi dovremo rendicontare all’Ue come paese Italia, non come singole regioni. Ci vuole un grande sforzo di collaborazione collettivo delle istituzioni.
AGENAS sta lavorando anche per la creazione di una piattaforma di telemedicina nazionale, ma in cosa consisterà esattamente?
Intanto chiariamo che alla piattaforma sta lavorando il Ministero dell’Innovazione Tecnologica e la Transizione Digitale, che si avvale di un gruppo interministeriale in cui ci siamo anche noi come ISS e che fornisce supporto per la progettazione della piattaforma. Il gruppo è coordinato da AGENAS di concerto anche con il Ministero della Salute.
La piattaforma software nazionale serve per raccogliere i dati sulle prestazioni di telemedicina realizzate in tutte le Regioni, in modo uniforme, e per offrire software utili ad erogare alcune prestazioni di telemedicina ai sistemi regionali che ne avessero bisogno.
Le Regioni che hanno già piattaforme di telemedicina dovranno fare in modo che il flusso dati sia compatibile con quello nazionale, le Regioni (e non sono poche) che invece non hanno ancora le loro piattaforma, potranno agganciarsi a quella nazionale.
Che tempi prevede per l’attivazione della piattaforma nazionale?
Credo che potrà essere pronta entro il prossimo anno. Sulla capacità delle Regioni di utilizzarla al meglio, invece, non posso esprimermi, è un’incognita. Ad oggi non è ancora chiaro come sarà controllata la corretta implementazione da parte delle Regioni della telemedicina. Ricordiamoci però che noi abbiamo degli obbiettivi importanti da raggiungere nei prossimi anni e ne rispondiamo davanti alla Commissione Europea come Italia, non come singole regioni.
Il mercato dell’intelligenza artificiale in Italia oggi vale 380 milioni e la tendenza è in crescita con un +27% nel 2021. A dirlo è il risultato di un’indagine condotta dall’osservatorio dedicato della School of Management del Politecnico di Milano. Un terzo del mercato italiano dell’AI (Artificial Intelligence) interessa progetti di algoritmi per analizzare ed estrapolare informazioni dai dati, un comparto che a seguito della pandemia ha registrato una delle crescite più sostenute, incrementando le sue attività del 32% rispetto al 2020.
Come si può leggere questo dato in rapporto al sistema sanitario? L’intelligenza artificiale è da considerarsi una nuova frontiera nell’industria della salute? Quali sono le sue applicazioni e il suo impatto sul comparto?
Il mercato dell’AI nel settore sanitario
Secondo uno studio di Frost & Sullivan’s, a livello globale la previsione per il mercato dell’AI in sanità è di 6 miliardi per il 2022, con un tasso annuo di crescita del 68% e un risparmio generato di oltre 150 miliardi di dollari.
I fattori trainanti di questa crescita significativa sono diversi. In primis, la mole di dati sanitari in costante aumento congiuntamente all’aumento della complessità dei data set e all’arrivo della pandemia che ha richiesto uno sforzo notevolmente più considerevole in termini numerici.
Allo stesso tempo è nata l’esigenza urgente di comprimere i costi sanitari migliorando le performance di calcolo con hardware sempre più precisi che consentono la nascita di partnership intersettoriali.
Il mercato dell’intelligenza artificiale in Italia oggi vale 380 milioni e la tendenza è in crescita con un +27% nel 2021
Tra gli ambiti applicativi più promettenti vi sono l’imaging medico – in cui il mercato dell’AI secondo le statistiche segnerà + 30% nel quinquennio 2020-2025, grazie anche alla disponibilità di enormi data set, provenienti da monitor sanitari e dispositivi medici indossabili – e la tomografia computerizzata (TC). Per quest’ultima la stima di crescita è da imputare alla progressiva prevalenza di diverse patologie croniche, come il cancro, associate allo stile di vita e all’aumento della domanda di soluzioni avanzate di imaging integrate con l’AI.
Anche in questo caso la pandemia ha fatto la sua parte. Lo screening preliminare dei pazienti sospetti COVID-19 mediante TC può rivelare danni polmonari nelle fasi iniziali, con un impatto significativo sul trattamento dell’epidemia.
Una grande spinta propulsiva al mercato dell’intelligenza artificiale deriva poi dall’adozione a livello globale di soluzioni basate sull’AI da parte di aziende farmaceutiche e biotecnologiche volte a velocizzare lo sviluppo di vaccini o farmaci per Covid-19.
Più in generale, la pandemia ha certamente posto sotto la lente d’ingrandimento le grandi potenzialità dell’impiego di tecnologie di AI per far fronte in modo tempestivo all’emergenza sanitaria.
Il crescente interesse per l’applicazione dell’intelligenza artificiale in ambito sanitario, soprattutto con riguardo all’azione di contrasto nei confronti del Coronavirus, è testimoniato anche da iniziative come quella recentemente presentata all’Expo 2020 di Dubai: Hackathon Covid CXR. Si tratta di un progetto volto a promuovere lo sviluppo di soluzioni AI a supporto del personale medico sanitario nell’interpretazione dei dati clinici legati allo sviluppo della Covid19.
Il contributo nell’identificazione della struttura della variante Omicron
All’indomani delle dichiarazioni dell’OMS su Omicron, la variante del Coronavirus identificata per la prima volta in Sud Africa, una ricerca d’oltreoceano è riuscita a individuare grazie a soluzioni di AI la struttura della proteina spike nella nuova variante di Sars-Cov-2, con un buon anticipo rispetto alla metodologia tradizionale di laboratorio.
Conoscere la struttura di una proteina è essenziale, in quanto è proprio la sua forma a determinarne il comportamento. I coronavirus usano le proteine spike per legarsi ed entrare nelle cellule umane, ecco perché decifrare la proteina spike di Omicron era estremamente importante: le differenze nel suo Dna, infatti, hanno potuto fornire una spiegazione per la sua rapida diffusione rispetto ad altri ceppi.
A fine novembre 2021 il ricercatore di genomica computazionale Colby Ford della University of North Carolina di Charlotte ha deciso di ricorrere a software di intelligenza artificiale per tentare di predire la struttura della proteina spike, a partire dalla sequenza di aminoacidi codificata all’interno del genoma di Omicron.
A inizio dicembre Ford, con il contributo di altri due colleghi, è stato in grado di diffondere un paper più ampio in cui si prevedeva che alcuni anticorpi contro i precedenti ceppi si sarebbero rivelati meno efficaci nei confronti di Omicron.
L’alto valore predittivo di soluzioni basate sull’AI lascia intendere che tali strumenti potranno diventare concretamente un elemento chiave nella ricerca
Una delle due strutture previste da Ford grazie all’intelligenza artificiale si è rivelata piuttosto esatta, secondo quanto riportato dai risultati di un gruppo di lavoro guidato dal professore della University of British Columbia, Sriram Subramaniam, e che per lo studio della spike di Omicron si è avvalso della microscopia elettronica, ossia di rilevazioni dirette.
Il professor Subramaniam ha utilizzato questa tecnica di laboratorio per identificare la struttura 3D delle proteine e comprenderne a pieno il funzionamento. Tuttavia, per poter procedere con la sua indagine, Subramaniam ha dovuto scontrarsi con l’attesa per la spedizione di campioni di Dna omicron. Le sue osservazioni al microscopio sono state così pubblicate solo il 21 dicembre 2021, insieme ai risultati di test su veri anticorpi.
L’alto valore predittivo di soluzioni basate sull’intelligenza artificiale lascia intendere che tali strumenti potranno diventare concretamente un elemento chiave nella ricerca, anche in relazione ad eventuali future epidemie, con l’obiettivo di intervenire in modo tempestivo. Anche se non potranno essere i soli algoritmi a fornire delle soluzioni, né il loro utilizzo potrà sostituirsi alle misurazioni dirette, ciò che verosimilmente accadrà è che le previsioni delle strutture ottenute grazie all’intelligenza artificiale aiuteranno gli studiosi a concentrare gli sforzi di sperimentazione su problemi più rilevanti.
Il progetto Hackathon Covid CXR
Partito il 1° febbraio Hackathon è un progetto lanciato dall’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT), Fondazione Bruno Kessler (FBK) e Università di Modena e Reggio Emilia (UNIMORE), che s’inserisce nell’ambito del Workshop “Artificial Intelligence and Cybersecurity for Health” co-organizzato da Italia, Israele ed Emirati Arabi Uniti. L’iniziativa – della durata di un mese – è promossa dalle Università di Genova, Modena e Technion (Israele) della rete europea ELLIS e dalla Fondazione Bruno Kessler, con il supporto di CINI AIIS (National Laboratory of Artificial Intelligence and Intelligence Systems), Bracco Imaging, Centro Diagnostico Italiano e NVIDIA AUE.
“Covid CXR Hackathon è stato pensato per trasformare l’esperienza della pandemia in uno stimolo per la comunità scientifica – ha raccontato Alessio Del Bue, responsabile della linea di ricerca PAVIS (Pattern Analysis and computer VISion) dell’Istituto Italiano di Tecnologia a Genova –: a dimostrare che lo sviluppo di sistemi intelligenti automatici, sia per il riconoscimento di immagini che di dati di altro tipo, è pronto al confronto con i problemi più urgenti della nostra società. Il confronto con i clinici, le aziende e le realtà industriali è fondamentale.”
Hackathon Covid CXR si configura come una vera e propria sfida virtuale rivolta all’intera comunità scientifica internazionale – ricercatori ma anche dottorandi e studenti – per restituire soluzioni in grado di supportare il personale medico nella fase di prognosi, a partire da radiografie toraciche e dati clinici raccolti in fase di triage ospedaliero. I partecipanti all’Hackathon sono chiamati a ideare sistemi in grado di elaborare i dati reali, riguardanti il primo ricovero di pazienti Covid e provenienti da diverse strutture sanitarie del Nord Italia attive durante i primi focolai.
“L’intelligenza artificiale si è evoluta in modo significativo negli ultimi anni e sta ancora evolvendo a un ritmo veloce – ha commentato Diego Sona, ricercatore dell’unità Data Science for Health –. Questa sfida vuole dimostrare che l’AI è pressoché pronta per essere utilizzata e applicata a problemi di salute reali. Chiaramente questo solleverà questioni etiche e un modo per far fronte a questi aspetti è rendere trasparenti gli strumenti dell’IA attraverso il concetto di spiegabilità del modello che il medico può utilizzare per prendere una decisione supportata dall’AI, per questo abbiamo introdotto un premio per la migliore metodologia che spiega le predizioni dell’AI”.
Le tecniche automatiche o semiautomatiche sviluppate grazie al machine learning potrebbero venire in soccorso del personale medico per valutare quali pazienti possono beneficiare di cure domiciliari in sicurezza e quali invece potrebbero richiedere il ricorso alla terapia intensiva, in ottica di ottimizzazione delle risorse sanitarie disponibili.
“Questa iniziativa, inserita nella prestigiosa vetrina di Dubai Expo 2020, testimonia innanzitutto l’alto livello della comunità italiana nell’ambito dell’Intelligenza artificiale e sottolinea l’importanza della ricerca fondazionale in questo settore – ha commentato anche Rita Cucchiara, professore ordinario di Visione Artificiale e Direttore di AIRI, l’Artificial Intelligence Research and Innovation Center di UNIMORE –: solo attraverso la ricerca avanzata si possono ottenere soluzioni concrete e impatti significativi a vantaggio della salute di tutti e a supporto dell’industria della salute”.
Nel 2020 gli antibiotici hanno rappresentato l’1,2% dei consumi e il 3% della spesa del Servizio Sanitario Nazionale: 692 milioni. Il consumo complessivo è in riduzione (-18,2%) ma superiore alla media europea. È quanto emerge dal Rapporto Nazionale “L’uso degli antibiotici in Italia – Anno 2020” presentato dall’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa): una fotografia dell’uso di antibiotici durante la pandemia.
“Anche se ci sono leggeri segni di miglioramento, l’uso di antibiotici resta fortemente preoccupante e l’Italia ha tra i numeri peggiori in Europa”, ha spiegato il direttore generale Aifa Nicola Magrini. Sui numeri presentati aleggia il grave problema dell’antibiotico-resistenza. “La maggior parte degli antibiotici sono usati in modo inappropriato, anche per malati lievi e per patologie per le quali non sono più indicati, come le infezioni delle alte vie respiratorie, dalle sinusiti alle otiti – ha affermato -. Però l’indicazione per cicli si è fortemente ridotta, anche per le patologie più gravi come le polmoniti: uno studio pediatrico ha dimostrato che cinque giorni sono preferibili a dieci”.
Ecco quindi la parola chiave con cui approcciarsi all’uso di antibiotici: parsimonia.
Le novità di questa edizione e i dati principali
La pubblicazione, realizzata dall’Osservatorio Nazionale sull’Impiego dei Medicinali (OsMed) dell’Aifa, monitora i consumi e la spesa per gli antibiotici in Italia e contiene analisi sull’uso in ambito territoriale, ospedaliero e relative all’acquisto privato, con focus dedicati alla prescrizione nella popolazione pediatrica e in quella anziana. Oltre ai dati di confronto dei consumi italiani rispetto agli altri Paesi europei, presenta un approfondimento sugli indicatori di appropriatezza prescrittiva nell’ambito della Medicina Generale e una valutazione dell’impatto della pandemia da SARS-CoV-2 sul consumo, che include anche i primi otto mesi dell’anno 2021.
Sintetizzare i principali risultati dell’analisi è toccato a Filomena Fortinguerra dell’ufficio monitoraggio della spesa farmaceutica e rapporti con le regioni di Aifa, a partire dai dati sul consumo e la spesa di antibiotici sistemici nel 2020 e confronto con il 2019.
“Nel 2020 gli antibiotici hanno rappresentato l’1,2% (17,7 DDD/1000 ab. die) dei consumi e il 3% della spesa del SSN (692 milioni) in Italia – ha dichiarato -. Il consumo complessivo è in riduzione (-18,2%), ma superiore alla media europea (territoriale: 14,7 DDD in Italia contro 16,5 DDD EU/EEA, ospedaliero: 1,6 DDD in Italia contro 1,9 DDD EU/EEA)”.
Nel 2020 tre cittadini su dieci hanno ricevuto almeno una prescrizione di antibiotici
Fortinguerra ha poi illustrato come per l’assistenza convenzionata (90% del consumo del SSN) si evidenzia una forte riduzione dei consumi nel 2020 (-23,6%) per tutte le classi di antibiotici. “Per quanto concerne invece l’assistenza ospedaliera, si conferma il trend in aumento (+19,3%) dei consumi (DD/100 giorni di degenza) nel 2020 (+31,1% nel periodo 2016-20), in modo particolare per carbapanemi (+36,7%), cefalosporine di III generazione (+22,8%), antibiotici rilevanti per terapia infezioni MDR (+24,6%)”.
Infine, si notano un aumento del consumo di molecole ad ampio spettro rispetto alle molecole a spettro ristretto a livello territoriale (12,3 del 2020 contro 11 del 2019), e ancora una incidenza bassa del consumo di antibiotici del gruppo Access (<60%) rispetto alla media dei Paesi europei.
Focus sull’appropriatezza con i dati di Health Search
Il Rapporto comprende anche una sezione a cura della Società Italiana di Medicina Generale (Simg), dedicata all’uso degli antibiotici e alle misure per il contrasto all’antimicrobico-resistenza nella Medicina Generale e all’appropriatezza. Alessandro Rossi, responsabile ufficio di Presidenza Simg, ha spiegato innanzitutto qual è la fonte dei dati. “Health Search nasce nel 1998 come unità di ricerca della Simg. Uno dei principali obiettivi di Health Search è tracciare i percorsi assistenziali dei Medici di Medicina Generale (MMG) italiani attraverso la raccolta sistematica di tutte le informazioni cliniche relative ai loro pazienti. In quest’ottica, una rete di MMG distribuiti omogeneamente sul territorio nazionale fa confluire verso Health Search/IQVIA Longitudinal Patient Database (Health Search/IQVIA LPD) tutte le informazioni relative a diagnosi di patologia, informazioni demografiche, prescrizione farmaceutica, prestazioni specialistiche ambulatoriali, parametri di laboratorio ed esenzioni per patologia o invalidità. Per il presente Rapporto sono stati selezionati 800 MMG attivi al 2020. I dati presentati si riferiscono, pertanto, a una popolazione complessiva di 1.147.326 pazienti di età maggiore di 14 anni che sono risultati vivi e registrati nelle liste dei MMG al 31 dicembre 2020”.
Per quanto concerne l’utilizzo di antibiotici in Italia, una quota rilevante, pari a oltre l’80%, viene prescritta dai medici di medicina generale
Per quanto concerne l’utilizzo di antibiotici in Italia, una quota rilevante, pari a oltre l’80%, viene prescritta dai MMG. “La Medicina Generale rappresenta, pertanto, il fulcro per il monitoraggio del consumo di questa classe di farmaci, nonché il setting su cui è importante agire per migliorare l’appropriatezza prescrittiva. Tutto ciò è di fondamentale importanza per ridurre i rischi connessi alla salute pubblica. Difatti, l’uso non appropriato di antibiotici, oltre a esporre i soggetti a inutili rischi derivanti dai loro effetti collaterali, comporta considerevoli problematiche cliniche derivanti dal possibile sviluppo di resistenze – ha affermato -. Tali aspetti risultano ancora più rilevanti considerando l’attuale pandemia da SARS-CoV-2, la quale ha impattato fortemente sull’attività assistenziale dei MMG in questi ultimi due anni. In tal senso, i recenti dati pubblicati nel Rapporto OsMed sull’uso dei farmaci durante l’emergenza hanno messo in evidenza un aumento nell’uso di antibiotici, soprattutto per quanto riguarda l’azitromicina, tra la fase pre e post Covid-19, suggerendo una diminuzione nell’osservanza dei protocolli di stewardship antibiotica. D’altro canto, anche recenti studi hanno evidenziato un aumento nell’uso di antibiotici che, tuttavia, era limitato ai primi mesi della pandemia. Difatti, tale utilizzo andava incontro a un drastico calo in seguito all’introduzione delle misure di contenimento emergenziali, il lockdown. Tutto ciò è probabilmente riconducibile da un lato a una riduzione nei contatti con i MMG durante il lockdown, dall’altro a una riduzione nell’occorrenza di patologie infettive virali, in primis le infezioni delle vie respiratorie, grazie alle misure restrittive e all’utilizzo dei dispositivi di protezione individuale”.
Le principali ragioni clinico-patologiche per le quali più frequentemente si riscontra un uso inappropriato di antibiotici nella popolazione adulta sono le infezioni acute delle vie respiratorie e le infezioni acute non complicate delle basse vie urinarie.
Il coinvolgimento dei pazienti
Sul tema dell’uso degli antibiotici e dell’antibiotico-resistenza giocano un ruolo centrale anche l’informazione e la consapevolezza dei cittadini. “Dal rapporto Censis sul tema, dell’ottobre 2020, emerge che oltre l’80% degli italiani si dichiara da abbastanza a molto informato sugli antibiotici e il loro uso, ma per il 46% gli antibiotici si usano (anche) per curare le infezioni causate da virus – ha precisato Sandra Vernero, presidente di Slow Medicine, sodalizio di di cittadini, pazienti e professionisti che si confrontano e si impegnano per la costruzione di un modello di salute condiviso, basato su sobrietà, rispetto e giustizia -. Solo la metà del campione nazionale afferma di sapere cosa sia l’antibiotico-resistenza, mentre il 21,6% ne ha sentito parlare e il 28,3% ammette di non sapere di cosa si tratta”.
Nel 2012, ha spiegato, Slow Medicine ha lanciato il progetto Choosing Wisely Italy sulle pratiche a rischio d’inappropriatezza nel nostro Paese di cui medici, altri professionisti e pazienti dovrebbero parlare: oltre al sito è disponibile anche una app delle raccomandazioni.
Per un cambiamento rivoluzionario servono programmi di monitoraggio
Al centro dell’attività di Aifa per il contrasto all’antibioticoresistenza c’è il lavoro del gruppo Opera (Ottimizzazione della prescrizione antibiotica), che si avvale di alcuni tra i maggiori esperti nazionali di antibiotici e resistenze e che ha il compito di supportare l’Agenzia al fine di favorire gli usi ottimali e specifici degli antibiotici per preservarne l’efficacia e ridurre l’insorgenza di resistenze.
A coordinarlo è Evelina Tacconelli, infettivologa dell’Università di Verona, che ha sottolineato come questi numeri significhino che “un cittadino italiano ha un rischio individuale di avere una prescrizione inappropriata e di avere un’infezione ospedaliera superiore rispetto a uno di Oslo: un rischio a mio parere inaccettabile per chiunque lavori in sanità”.
L’esperta ha pertanto sollecitato la necessità di avere programmi specifici per il miglioramento della situazione, compresa l’ipotesi di introdurre delle penalità.
“È necessaria una risposta forte a livello nazionale che includa non solo lo sviluppo di raccomandazioni per una prescrizione appropriata, sia in ospedale che comunitaria, ma anche di audit e feedback (ed eventuali penalizzazioni) a livello regionale o nazionale – ha affermato -. Opera contribuisce a breve termine con raccomandazioni specifiche di place in therapy e di terapia empirica e con la creazione di una rete nazionale di centri che concorrono alla diffusione delle indicazioni di Aifa e partecipano alla produzione di evidenza di buona qualità. È necessario però che il cambiamento come atto rivoluzionario includa un ripensamento serio dell’atto prescrittivo, sia a livello di popolazione che di animali, come momento scevro da ogni possibile conflitto di interessi, totalmente basato sulle evidenze e su un approccio consapevole per la protezione delle nuove molecole per garantire una riduzione del rischio di ulteriore diffusione di batteri resistenti agli antibiotici”.
One Health: raccogliere dati da salute umana, veterinaria e ambiente
Anna Teresa Palamara
Il contesto dell’eccessivo uso degli antibiotici apre necessariamente all’approccio One Health. Sull’argomento è intervenuta Anna Teresa Palamara, direttrice del dipartimento Malattie infettive dell’Istituto superiore di sanità: “È qualcosa di cui si parla molto, ma i confini rischiano di essere un po’ sfumati. Per andare incontro a un approccio One Health vero bisogna partire dalle modalità con cui si sorveglia il fenomeno dell’antimicrobicoresistenza: è molto importante implementare piattaforme di sorveglianza integrata, con dati dal mondo clinico, da quello veterinario e da quello ambientale per avere informazioni esatte sulla circolazione di microrganismi resistenti nell’ambiente e dare delle indicazioni con maggiore appropriatezza. Stiamo lavorando in questo senso e spero che riusciremo a integrare gli sforzi di tutte le istituzioni coinvolte”.
Cosa serve: obiettivi chiari e proteggere i nuovi antibiotici
Francesco Trotta, Dirigente del Settore Hta ed Economia del farmaco dell’Aifa, ha toccato i due punti del territorio e dell’ospedale. “Per quanto concerne il territorio, nel corso degli anni sono stati forniti notevoli strumenti per monitorare e migliorare i comportamenti prescrittivi. È avviata già da un anno e in via di potenziamento, con il Ministero dell’Economia e delle Finanze e con Sogei, una reportistica per le Asl che arriverà al dettaglio del Medico di Medicina Generale e del Pediatra di Libera Scelta per inquadrare e monitorare i comportamenti degli attori principali della prescrizione – ha affermato -. Cosa manca? Rendere cogenti e usabili indirizzi chiari di target per poterli realizzare. Come ha sottolineato Tacconelli, bisogna avere il coraggio non dico di mettere delle penalità, ma sicuramente di dare obiettivi chiari e monitorare. Manca anche l’integrazione fra diverse fonti: ad esempio servirebbe iniziare a legare i dati con quelli delle microbiologie. È complicato ma di cose ne abbiamo fatte tante e sappiamo che possono essere programmate”.
Nella situazione degli ospedali, la strada da percorrere è ancora molto più lunga; “I dati sono ancora troppo aggregati e non sono disponibili a livello individuale; ci sono magari esperienze locali, ma noi abbiamo la necessità di fare punto con tutti sull’intero territorio. Su questo fronte c’è davvero molto poco ma è proprio in ospedale che sta il grosso delle resistenze e delle forme gravi”.
Gli antibiotici nuovi, tendenzialmente di uso ospedaliero, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità sono le cose più importanti che abbiamo e che dobbiamo proteggere
Cosa fare? “Gli antibiotici nuovi che arrivano sono tendenzialmente di uso ospedaliero e secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità questi antibiotici di ultima linea sono le cose più importanti che abbiamo e che dobbiamo proteggere: lì è importante costruire la rete e un sistema informativo in grado di monitorare a livello individuale la qualità del servizio reso”. Trotta ha concluso il suo intervento con una considerazione su questi antibiotici dal punto di vista dell’Health Technology Assessment e di prezzo e rimborso. “In molti Paesi europei come Inghilterra e Svezia ci sono tentativi di gestire parte del prezzo e rimborso per proteggerli o usarli al meglio per le persone che ne hanno bisogno provando a individuare anche volumi di fatturato riconoscendo la ricerca condotta nel settore”.
La call di Agenas per le buone pratiche
L’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (Agenas) ha contribuito al Rapporto per il capitolo 8, incentrato sulle buone pratiche per la corretta gestione degli antibiotici in ospedale. “All’Agenas ha sede l’Osservatorio nazionale sulle buone pratiche della sicurezza, che da sempre segue il tema delle infezioni correlate all’assistenza – ha affermato Antonio Fortino, che ne è direttore del Dipartimento Area Sanitaria -. In occasione della call annuale del 2019 sono pervenute 57 buone pratiche focalizzate sul contrasto all’antibiotico- resistenza e all’uso corretto degli antibiotici. Insieme ad Aifa e ad alcuni esperti del settore ne sono state selezionate sette che sono descritte nel rapporto che contiene anche il link a tutte le 57″.
Le sette buone prassi sono state selezionate per la forte base di evidenze scientifiche e per aver misurato la variazione che la buona pratica ha prodotto grazie al monitoraggio di indicatori prima e dopo l’applicazione. “Sono inoltre caratterizzate dalla forte applicabilità in altri contesti, sebbene vi sia comunque la necessità di essere conformate ai singoli ospedali”.
La notevole risposta alla chiamata di Agenas è per Fortino un segnale positivo: “Vediamo un forte interesse sul tema. Sono quindi moderatamente ottimista sulla situazione nel nostro Paese, dove si notano molti gruppi di professionisti, medici e infermieri, che si stanno applicando e si applicheranno ancora di più dopo l’emergenza per la prevenzione e il controllo delle infezioni e il buon uso degli antibiotici”.
“Sinfonia” di dati in Campania per raccogliere anche i dati dei laboratori
Il punto di vista regionale è arrivato da Alessandro Perrella, infettivologo del Cardarelli e dell’Unità di crisi della Regione Campania. “La nostra Regione in passato è sempre stata caratterizzata dall’abuso di antibiotici e dalla presenza di resistenza multifarmaco in ambienti ospedalieri, ma nel 2017 è stata avviata un’azione finalizzata al contenimento dell’uso di antibiotici e a un migliore controllo delle infezioni. Con il progetto Sinfonia abbiamo pensato di dare vita a un raccoglitore di informazioni sanitarie per avviare una formazione capillare in tutti gli ambiti, medico, veterinario e farmaceutico, per avere una ricaduta anche sulla cittadinanza, e raccogliere anche il dato microbiologico o tutte le informazioni attorno al denominatore comune della sanità che è il paziente”.
Dopo uno stop seguito all’inizio della pandemia, il progetto Sinfonia è stato lanciato sul Covid-19, mettendo in rete con il database di Sinfonia tutti i laboratori della Regione: “Lo stesso si può fare per un antibiogramma. Ora vorremmo portare la grande esperienza che abbiamo fatto sul Covid – sul quale abbiamo riscontrato la mortalità più bassa del Paese – proprio sul mondo degli antibiotici”.
Responsabilizzazione dei medici, prezzi e formazione sin dalle scuole: il futuro della lotta all’antibioticoresistenza
Le conclusioni sulla presentazione sono state affidate a Benedikt Huttner, esperto dell’Oms, e al direttore Aifa Magrini. “L’Italia in rapporto agli altri Paesi europei consuma troppi antibiotici e anche la situazione della resistenza è peggiore rispetto a tanti altri: è preoccupante ma è anche un’opportunità, perché le azioni di miglioramento possono tendenzialmente avere una maggiore efficacia – ha commentato Huttner -. Il controllo delle infezioni è la chiave, se parliamo dei patogeni più importanti, e ci sono tante cose che lo influenzano: ad esempio, come abbiamo visto durante la pandemia, l’architettura adeguata degli ospedali e l’igiene delle mani. Per quanto concerne il consumo di antibiotici fuori dall’ospedale, si tratta di rendere più forte l’accountability dei medici che si devono sentire responsabili della qualità della prescrizione e allo stesso tempo devono ricevere informazioni utili e concrete su cosa non va e come migliorare. In concreto, anziché parlare ai medici di DDD, meglio dare l’indicazione che le polmoniti vadano trattate per cinque o sette giorni, mentre in media sono 14”.
I prezzi troppo bassi potrebbero essere un incentivo perverso all’uso inappropriato di antibiotici: serve pensarci per quelli nuovi
“Come sottolineato da Tacconelli, si sente la necessità di avere programmi specifici per il miglioramento di una situazione seria, in cui siamo sopra la media europea per l’uso e molto sopra per le resistenze – ha detto Magrini -. I prezzi troppo bassi potrebbero essere un incentivo perverso: si deve anche pensare a politiche sui nuovi antibiotici che separino il prezzo dalle revenue delle industrie oppure trovare nuovi modi per approcciare anche questo aspetto che può aver contribuito al problema. Infine è tempo di riflettere su programmi più ampi alla luce dell’approccio One Health e del cambiamento climatico mettendo in campo momenti formativi nelle scuole in cui portare informazioni come queste, che possono diventare condivise e forse rivolutive per un cambiamento che, come ha detto la coordinatrice di Opera, deve essere rivoluzionario”.
Gli appalti innovativi sono una priorità per l’Europa, consapevole del fatto che si tratta di uno degli elementi chiave per la ripresa economica. Come evidenziato dalla Commissione, l’approvvigionamento per l’innovazione riguarda il primo 20% del mercato per soluzioni innovative; un’economia sana ha bisogno del 3% dei clienti innovatori e del 17% di early adopter per incoraggiare i clienti più cauti ad adottare in seguito soluzioni innovative in modo esteso. Serve inoltre che il 20% degli appalti pubblici sia costituito da appalti per l’innovazione (il 3% appalti pubblici in materia di ricerca e sviluppo e il 17% per soluzioni innovative).
La strategia della Commissione in materia di appalti pubblici sta ripensando l’approccio globale agli acquisti, intende professionalizzare gli acquirenti pubblici, ridurre la burocrazia e sfruttare i vantaggi della rivoluzione digitale, in modo da rendere le pubbliche amministrazioni più efficienti, più efficaci e più facilmente accessibili da parte di cittadini e imprese. L’oggetto del dibattito è come cogliere al meglio queste opportunità.
Ne parliamo con:
Mauro Draoli
Head of Unit Procurement strategies and market innovation, Agenzia per l’Italia digitale (AgID)
Ivo Locatelli
Senior Expert Commissione Ue, Team leader strategic procurement (innovation, green e social procurement)
Conduce:
Adriana Riccomagno
Giornalista professionista esperta di temi sanitari