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Gare di appalto in sanità: l’esempio della Liguria

Professionisti a confronto: così la formazione diventa momento di scambio e di crescita nel perseguimento di un obiettivo comune, il miglioramento dell’assistenza. È questa la direzione intrapresa da Società Italiana di Farmacia Ospedaliera e dei Servizi Farmaceutici delle Aziende Sanitarie (Sifo) e Federazione delle Associazioni Regionali Economi e Provveditori della Sanità (Fare), che già collaborano da tempo, con il patrocinio al corso intitolato “Gare di appalto nella sanità Ligure: criteri di aggiudicazione, valutazioni di HTA e requisiti di qualità nelle procedure di acquisto”.

Alessandro Brega

“La possibilità di realizzare un evento informativo e formativo in presenza che vede coinvolti i principali player interessati a diversi livelli nel procurement di beni e servizi nella sanità rappresenta di per sé un valore aggiunto in quanto crea i presupposti per il confronto e l’analisi dei diversi punti di vista e delle differenti criticità riscontrate nella pratica quotidiana da farmacisti ospedalieri, provveditori, clinici, personale amministrativo operante nella Stazione Appaltante e nelle Aziende Sanitarie Regionali”, ha affermato Alessandro Brega, farmacista dirigente dell’ASL4 Servizio Sanitario Regione Liguria, responsabile scientifico del corso insieme a Maurizio Greco, direttore del servizio di Programmazione e Gestione Beni e Servizi della stessa Azienda sanitaria.

Priorità: la revisione dei prezzi

Giorgio Sacco, direttore della Stazione Unica Appaltante Regionale (Suar), nel suo intervento ha illustrato il nuovo assetto organizzativo della Regione Liguria, che ha da poco potenziato la propria centrale di committenza, e descritto le principali criticità del settore in questa fase, a partire dall’urgenza di una revisione dei prezzi. “I tempi per un ragionamento in questo senso dovranno essere brevi per forza: nei giorni scorsi un’azienda fornitrice mi ha dimostrato, fatture alla mano, un aumento del 70% del costo dell’energia, cui si aggiungono i rincari che gravano sul materiale usato per la costruzione del prodotto e la benzina per le consegne – ha affermato -. La necessità di tenere in considerazione questo bisogno porterà con sé un problema sul bilancio. Alcune regioni sono già partite e anche noi dovremo affrontare il problema, che si porrà nuovamente con le procedure di gara che dovranno essere attivate con costi aggiornati”.

Ancora, Sacco ha affrontato il tema della nuova organizzazione dei magazzini. Lo spunto, partito da un argomento di Giunta, prevede un processo di riorganizzazione della gestione del magazzino e della logistica di farmaci, dispositivi medici e beni economali. “La mia idea è aprire sin da subito un tavolo di lavoro tra farmacisti, economi e provveditori per cercare di capire effettivamente quali sono le nostre esigenze; prima ancora dovrò conoscere le reali situazioni di ogni azienda: le persone che sono dedicate, i servizi che sono già stati esternalizzati e i magazzini in affitto – ha spiegato -. Uno degli obiettivi è una nuova gestione senza avere un aggravio di costi. In base a esperienze già fatte in precedenza, si sta ipotizzando una gestione del magazzino farmaci con sistemi moderni. Con un’azienda privata stiamo già predisponendo un documento di accompagnamento digitalizzato con valore legale che potrebbe già portare un beneficio, semplificandoci la vita”.

convegno SIFO FARE LIUC Genova

Le novità sulle differenti tipologie di affidamento con particolare riguardo ai farmaci

Le novità sulle differenti tipologie di affidamento alla luce del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e del decreto semplificazioni (76/2020 e 77/2021) sono state oggetto della relazione di Maurizio Greco, direttore del servizio di Programmazione e Gestione Beni e Servizi dell’ASL 4 Liguria e presidente Associazione Ligure Provveditori Economi (Alpe).

Maurizio Greco

I decreti semplificazione, con particolare riferimento agli affidamenti diretti, prevedono che l’attività contrattuale finalizzata all’acquisizione di forniture di beni e servizi è consentita con affidamento diretto motivato, in base alla tipologia di acquisto riconducibile alle classi merceologiche proprie. “Questo entro un limite che oggi, a seguito del primo decreto semplificazione, è stato individuato transitoriamente in 139mila euro, Iva esclusa – ha spiegato -. Il tetto al momento è valevole fino al 23 giugno 2023, come previsto dal secondo decreto semplificazione”.

Le ipotesi aperte sono quindi l’affidamento diretto “puro” e “mediato”. Ai sensi di quanto disposto dal comma 1, lett. a) dell’art. 1 D.l. 76/2020, l’affidamento diretto può avvenire anche senza consultare due o più preventivi. In alternativa, per lo stesso motivo ed entro il limite di 139mila euro, si può effettuare una negoziazione con più fornitori, in base a una valutazione tecnico-economica. Nel caso dei farmaci appare evidente l’opportunità, se non la doverosità, dell’acquisizione di più preventivi (affidamento diretto “mediato”).

Per quanto riguarda l’affidamento diretto “mediato”, dottrina e giurisprudenza amministrativi concordano sul fatto che non si tratti di una vera gara, con obbligo di predeterminazione di precisi parametri valutativi, punteggi ecc., ma di una selezione multifattoriale ad ampia discrezionalità che può considerare una pluralità di elementi, quali la coerenza con il fabbisogno descritto dall’Amministrazione, la compliance organizzativa e tecnologica con il medesimo, la congruità economica ecc. (difficilmente applicabile ai farmaci). La Cassazione penale evidenzia invece che comunque è un confronto tra più operatori economici, con la conseguenza che ad esempio le norme che sanzionano la illecita circolazione di informazioni preferenziali si applicano (mentre non si applicano nel caso di affidamento “puro”).

Greco ha quindi sintetizzato gli aspetti che ritiene “positivi” e “negativi” dell’affidamento diretto (puro o mediato):

  • non dà luogo alla corresponsione degli incentivi ex art. 113 del Codice dei contratti
  • procedura più veloce (comunque da concludere entro due mesi)
  • non va obbligatoriamente espletato sul Mepa

Infine, Greco ha trattato il tema della manifestazione di interesse: “Per quanto riguarda l’individuazione del contraente, la stessa può essere preceduta o meno dall’emissione di un avviso per manifestazione di interesse, non essendo espressamente stabilito dal D.l. 76/2020 se non in forza di generali principi (trasparenza amministrativa). Entro i 139mila euro la preventiva manifestazione di interesse è necessaria, di regola:

  • laddove si intenda attivare una vera e propria “procedura negoziata”
  • laddove si ritenga, comunque, opportuno acquisire più candidature;
  • laddove si intenda paralizzare l’effetto del cosiddetto principio proprio di rotazione, che comporta, automaticamente l’obbligo di affidamento a fornitore diverso dall’uscente
  • laddove si intenda verificare l’esclusività del fornitore.

Sugli ultimi due punti, l’esperto si domanda se siano da considerare applicabili ai farmaci.

Focus sui criteri di aggiudicazione dell’appalto

Sui criteri di aggiudicazione dell’appalto: l’offerta economicamente più vantaggiosa e strumenti per la valorizzazione della qualità (qualità/prezzo – costo/efficacia), è intervenuto il direttore della Farmacia del Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS di Roma Marcello Pani.

 

 

 

Maria Caterina Merlano

Maria Caterina Merlano, coordinatrice del Centro Regionale per la Farmacovigilanza e l’Informazione indipendente sul Farmaco (Criff) del Sistema Sanitario Regione Liguria Alisa, è intervenuta sul tema della valorizzazione della qualità in una procedura d’acquisto. “Gli obiettivi sono quattro:

  • Generare una oggettiva, condivisa e diffusa consapevolezza circa la dimensione delle principali criticità del processo di gara, la necessità di coivi agili e facilmente applicabili, e la standardizzazione di processi efficaci
  • Favorire la massima tempestività e sostenibilità di accesso al farmaco
  • Razionalizzare i processi di gara con soluzioni tecnico-operative Lean per rendere i tempi del processo snelli ed efficienti
  • Costruire un dialogo costante e strutturato tra i principali stakeholder e un osservatorio di monitoraggio sul percorso di miglioramento.

Il fine è quindi di passare da una riduzione delle attività non a valore verso una riduzione del lead time di gara e una condivisione e miglioramento continuo”.

La referente ha illustrato nel dettaglio un’esperienza regionale recente. “Ma non si è conclusa, bensì ha l’intento di far nascere un gruppo di lavoro e creare una community per la condivisione di dati e informazioni per arrivare a quello che potremmo definire un capitolato standard da usare come benchmark”.

Il punto di vista del farmacista ospedaliero

Sabrina Beltramini

Sabrina Beltramini, direttrice dell’Unità Operativa di Farmacia del policlinico Ospedale San Martino di Genova, ha portato il punto di vista del farmacista ospedaliero, sottolineando in particolare le difficoltà legate alle diverse nomenclature usate dai numerosi software gestionali, che complicano le procedure per il controllo e gli ordini. Inoltre, la farmacista ha sottolineato le competenze necessarie per la propria professione sui Dispositivi Medici:

  • Formazione sul DM e diagnostico: il farmacista è spesso autodidatta (no formazione specifica in corso di laurea e scuola di specializzazione farmacia ospedaliera), crescita con confronto tra colleghi e con i clinici/biologi e medici dei laboratori
  • Stesura di capitolati con criteri di massima concorrenza e non individuazione di un mercato chiuso
  • Stesura di parametri qualitativi gare qualità prezzo 70/30, 80/20
  • Multidisciplinarietà nella costruzione del capitolato (Ict, clinici, laboratori)
  • Comparazione fra DM aggiudicati in gara e DM in uso
  • Sostituzione di DM non disponibili o carenti con alternative.

Come superare il rischio di lock-in

Brandolin

Aggiornamento tecnologico e infungibilità: aspetti normativi e procedurali è il titolo dell’intervento dell’avvocata specializzata in diritto amministrativo Rossana Brandolin, che ha evidenziato l’importanza della programmazione dei propri fabbisogni al fine di una corretta gestione degli affidamenti pubblici e in particolare allo scopo di prevenire l’insorgere di forme di lock-in o di infungibilità di prodotti e processi. “L’infungibilità che nasce a seguito di decisioni passate del contraente e/o di un comportamento strategico da parte dell’operatore economico è conosciuta nella letteratura economica e antitrust come lock-in”, ha spiegato. Come evitare di incorrere in questo rischio? “La Direttiva 2014/24/UE ha chiarito che è possibile ricorrere a procedure negoziate senza previa pubblicazione di un bando in casi eccezionali, quando vi è un unico fornitore, se la situazione di esclusività non è stata creata dalla stessa amministrazione aggiudicatrice in vista della futura gara di appalto“.

Quanto all’aggiornamento tecnologico, Brandolin ha precisato: “I DM rappresentano un settore in continua evoluzione dal punto di vista tecnologico. Il ciclo di vita post-marketing di un DM è caratterizzato da vari stadi: la ricerca, lo sviluppo, la produzione, l’introduzione nel mercato, l’uso e la manutenzione, l’obsolescenza e i costi di smaltimento finale. All’interno del settore, il ciclo di vita media è molto eterogeneo e cicli di vita breve sono riscontrabili in quelle classi di dispositivi caratterizzati da una maggiore complessità tecnologica”.

L’aggiornamento tecnologico rispetto al dispositivo aggiudicato può essere caratterizzato da:

  • piccole modifiche apportate allo stesso senza alterare le caratteristiche del prodotto originario e, pertanto, ci si riferisce allo stesso fabbricante e allo stesso modello (nuova release/versione)
  • nuovo dispositivo, dello stesso fabbricante, con caratteristiche migliorative per rendimento e funzionalità.

“Nella preparazione di un capitolato, occorre tener conto del tasso di turnover della tecnologia e stabilire tempi adeguati per la durata della gara – ha concluso l’esperta -. Può capitare, comunque, che, durante il periodo di validità contrattuale, si renda necessario sostituire i prodotti aggiudicati in quanto vengono immessi sul mercato prodotti con caratteristiche aggiuntive e migliorative. Da qui nasce la necessità di prevedere, nel capitolato tecnico, delle clausole che permettano di gestire in modo dinamico le proposte di aggiornamento tecnologico provenienti dall’industria”.

Rete Ligure di HTA: organizzazione, funzioni e obiettivi

Un focus è stato dedicato al tema delle tecnologie e dell’Health Tecnhology Assessment (HTA), con Laura Paleari del gruppo ricerca innovazione e HTA di Alisa Liguria. La Regione ha infatti istituito una Rete Regionale HTA per l’individuazione dei criteri per una appropriata allocazione delle apparecchiature.

Laura Paleari

Paleari ha spiegato: “L’HTA è un processo di valutazione multidisciplinare e multiprofessionale finalizzata all’individuazione delle conseguenze cliniche, economiche, sociali, legali ed etiche provocate in modo diretto e indiretto, nel breve e nel lungo periodo, dalle tecnologie sanitarie esistenti e da quelle di nuova introduzione”.

Le dimensioni su cui si basa la valutazione in base al “Core model” sono nove:

  1. Problema di salute e uso corretto della tecnologia
  2. Descrizione e caratteristiche della tecnologica
  3. Sicurezza
  4. Efficacia clinica
  5. Costi e valutazione economica
  6. Considerazioni etiche
  7. Aspetti organizzativi
  8. Prospettiva dei pazienti e dimensione sociale
  9. Aspetti legali.

Dalla farmacovigilanza alla dispositivovigilanza

Giulia Agosti

Un altro argomento affrontato nel corso sono le procedure di gara e sicurezza e la dispositivo-vigilanza in Liguria alla luce del Medical Device Regulation (MDR). La relatrice, Giulia Agosti, ha illustrato il percorso a livello europeo e quello nazionale. La cornice è l’articolo 15 della legge 22 aprile 2021 n. 53 che delega il Governo ad adottare uno o più decreti legislativi per l’adeguamento della normativa nazionale al Regolamento UE 745/2017 del Parlamento europeo e del Consiglio del 5 aprile 2017 e al Regolamento UE 2017/746 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 5 aprile 2017.

Il Governo osserva i seguenti principi e criteri direttivi:

  1. Adeguare e raccordare le modalità e le procedure di vigilanza, sorveglianza del mercato e controllo della sicurezza dei DM
  2. Stabilire i contenuti, le tempistiche e le modalità di registrazione delle informazioni che i fabbricanti e i distributori di DM sul territorio italiano, nonché gli utilizzatori, sono tenuti a comunicare al Ministero della Salute
  3. Definire i tetti di spesa
  4. Definire il sistema sanzionatorio, proporzionato alla gravità delle violazioni del Regolamento UE 2017/45
  5. Individuare le modalità di tracciabilità dei DM attraverso il riordino e la connessione delle banche dati esistenti
  6. Rendere i procedimenti di acquisto più efficienti con HTA
  7. Prevedere il sistema di finanziamento dei DM da parte delle aziende produttrici.

 

In Liguria è stata istituita, con Delibera Alisa n. 23 del 29/1/2020, la Rete Regionale Dispositivo Vigilanza, e con Delibera Alisa n. 138 del 3/5/2021 è stata attivata la Procedura regionale Dispositivo Vigilanza.

Insieme ad Abruzzo, Calabria, Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Toscana e Veneto, la Liguria sta lavorando alla stesura della normativa nazionale sulla dispositivo-vigilanza, che beneficerà del lavoro pregresso compiuto in materia di farmacovigilanza. Ne parliamo con Barbara Rebesco, Responsabile della Struttura Complessa Politiche del farmaco, Dispositivi medici, Protesica e Integrativa di Alisa.

 

Il progetto Sifo-Fare per l’acquisizione di competenze nelle procedure di acquisto dei beni sanitari

Lo stato dell’arte e gli sviluppi futuri del Progetto Sifo-Fare per l’acquisizione di competenze nelle procedure di acquisto dei beni sanitari sono stati presentati dal coordinatore del Progetto, Fausto Bartolini, direttore del Dipartimento Assistenza Farmaceutica USL Umbria 2 e Coordinatore della Cabina di Regia Regionale sulla Governance Farmaceutica della Regione Umbria.

 

 

“Come sottolineato dal dottor Bartolini, i punti centrali su cui concentrarsi nell’ambito della nostra professione sono tre – ha commentato il farmacista Gianmaria Conterno -. Innanzitutto la formazione del personale, insieme al lavoro sui fabbisogni, in particolare alla luce dell’innovazione tecnologica che coinvolge DM come ad esempio i microinfusori, e infine la possibilità offerta dal legislatore di operare con il criterio dell’Offerta economicamente più vantaggiosa (Oepv)”.

Gianmaria Conterno

Le opportunità dell’Offerta economicamente più vantaggiosa

Emanuela Foglia

Emanuela Foglia, ricercatrice dell’dell’Università Liuc – Carlo Cattaneo, ha presentato i risultati dell’indagine condotta nella Regione per indagare il potenziale impatto delle modalità di acquisto dei farmaci oncologici ATC L01, confrontando la modalità di aggiudicazione dell’Oepv con quella a prezzo più basso.

“Si è trattato di un progetto di simulazione a partire dal capitolato standard sviluppato da Sifo e Fare, già applicato per un’Oepv in Umbria: abbiamo usato gli stessi criteri e indicatori di qualità per una simulazione locale nel contesto della Liguria – ha affermato -. Hanno partecipato sei aziende e i risultati sono molto interessanti: evidenziano come sia essenziale poter definire e rivalutare gli indicatori anche qualitativamente a seconda del contesto territoriale e delle necessità locali di riferimento”.

 

Il gruppo di lavoro del Progetto Sifo-Fare in Liguria: procedure di affidamento, HTA e indicatori di qualità nelle procedure di acquisto è composto da Gianna Negro, Claudia Cevasco e Marta Rossi (Ospedale San Paolo Savona ASL2), Federica Bertero e Alida Eleonora Rota (Ospedale Santa Corona ASL2), Simona Peri e Federico Ferro (ASL4 Ospedale Sestri Levante), Sabrina Beltramini, Beatrice Bonalumi e Federica Mina (Policlinico San Martino), Paola Barabino e Valentina Iurilli (Ospedale Gaslini), Silvia Zuccarelli, Tosca Chiarello e Cristina Bianchi (Ospedale Villa Scassi), Francesca Filauro, Valentina Arena, Francesca Calautti ed Elisa Zaninoni (Ente Ospedaliero -Ospedali Galliera).

Per approfondire

Gare e criticità legate alla pandemia: percezioni e punti di vista dei professionisti

Rapporto Osservasalute: fotografia delle condizioni degli italiani e del SSN

La nuova edizione del Rapporto Osservasalute, redatto dall’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane dell’Università Cattolica di Roma, ha messo in luce le cicatrici lasciate dalla pandemia sulla salute degli italiani. Tra rinvii di screening e visite specialistiche, sia in regime di Ssn che di intramoenia, le strutture sanitarie hanno registrato un netto calo di entrate finanziarie. Quali saranno gli effetti di questa situazione sul sistema sanitario? E quali sono le scelte strategiche che dovrebbero essere operate per migliorare e rendere più efficace ed efficiente la nostra sanità, anche in virtù dei fondi del Next Generation Eu? Realizzazione dei progetti e individuazione delle professionalità sanitarie sono i nodi da sciogliere. Ne parliamo insieme ad Alessandro Solipaca, direttore scientifico dell’Osservatorio.

Caro bollette e carenza di materie prime. Confindustria DM: “Ritardi di produzione per il 64% delle imprese”

Sullo sfondo i lasciti della pandemia e l’intricata situazione geopolitica in Ucraina. In primo piano le difficoltà delle aziende per continuare a produrre. E non si tratta solo dell’impossibilità di mantenere i prezzi concordati con la Pubblica amministrazione (Pa). Si rischia anche di rinunciare ai volumi produttivi previsti dai piani aziendali. Il tutto con forti ripercussioni sul mercato di riferimento.

Se questo mercato è quello dei dispositivi medici, il quadro si arricchisce delle immaginabili conseguenze per il sistema sanitario nazionale e, naturalmente, per i pazienti.

Massimiliano Boggetti

“Pandemia, guerra e crisi delle materie prime stanno lasciando il nostro comparto in forte sofferenza. Le aziende dei dispositivi medici si rivolgono prevalentemente al pubblico e il mercato si realizza attraverso l’aggiudicazione di gare per lotti spesso molto grandi e pluriennali. Trattandosi di beni di prima necessità per il funzionamento di ospedali, ambulatori, non è possibile interrompere le forniture per non configurare un’interruzione di pubblico servizio. Da ciò si capisce come le peculiarità che caratterizzano il nostro settore producono effetti molto diversi rispetto ad altri comparti industriali, al di là dei numeri evidenziati dall’indagine”, spiega Massimiliano Boggetti, presidente di Confindustria Dispositivi Medici.

A gravare maggiormente, in senso negativo, sull’iter produttivo delle aziende di settore è soprattutto il caro energia, che, secondo la recente indagine di Confindustria Dispositivi Medici, nel 2021 inciderebbe sui costi di realizzo fino al +101% rispetto al 2020 e farebbe registrare a un player su cinque costi per l’energia elettrica fino al triplo in più rispetto al passato.

Come è facile intuire, il problema dell’incremento della bolletta energetica è un fattore comune all’intero settore manifatturiero italiano. Secondo Confindustria, il caro bollette si aggirerebbe tra i 27,3 e i 31,8 miliardi di euro su base annua per le imprese italiane, molto più penalizzate delle sorelle francesi e tedesche a causa della maggiore dipendenza nazionale dal gas naturale (di provenienza estera).

Per i produttori di dispositivi medici grandemente impattante è poi il costo dei servizi di trasporto (+94%), seguito da quello per i servizi di finitura (+63%). Fanalino di coda, si fa per dire, il costo per l’acquisto delle materie prime, lievitato del 48%. Più interessati dall’aumento dei costi sono metalli come acciaio (+34%) e alluminio (+25%). Più modesti, ma sempre preoccupanti giacché relativi alla microcomponentistica elettronica sempre più presente nei Dm, gli aumenti a carico di metalli preziosi come oro (+4%) e argento (+2%) e dalle proprietà tecnologiche quali il silicio (+6%).

Note dolenti anche per i semilavorati, soprattutto quelli derivati dagli idrocarburi. Più 15% per le materie plastiche e +13% per quelle chimiche. Analoghi aumenti si registrano poi per i componenti elettrici ed elettronici che in parte arrivavano proprio dall’Ucraina, oggi impossibilitata a far fronte alle richieste del settore.

I dati di Confindustria DM: a fronte dell’81% delle aziende che riceve materie prime in ritardo, il 64% dichiara di essere stata costretta a ritardare a sua volta i tempi di realizzo

Conseguenza di tutto questo? Nemmeno a dirlo, duplice. Da un lato, l’estrema difficoltà, finanche impossibilità, per le imprese di rispettare i prezzi concordati nei contratti d’appalto con la Pa. Dall’altro, ritardi nelle consegne, che le imprese riescono a tamponare solo in parte: a fronte dell’81% delle aziende che riceve materie prime in ritardo, il 64% dichiara di essere stata costretta a ritardare a sua volta i tempi di realizzo.

A ciò si aggiunge il fatto che i produttori si trovano già costretti a ridurre i volumi di produzione previsti, proprio per difficoltà intrinseche nell’approvvigionamento di materie prime, semilavorati e servizi nei tempi stabiliti. E, chi non si è già trovato costretto a questa riduzione, lo farà probabilmente nel prossimo futuro. Per un totale di circa un’azienda su tre a dover produrre meno.

Ci si potrebbe chiedere: perché le aziende non cercano altri fornitori di materie prime più competitivi sul piano dei costi e della reperibilità? Facile a dirsi, meno a farsi. Almeno per quanto riguarda chi si occupa di dispositivi medici.

Commenta a Policy & Procurement in Healthcare Boggetti: “Le aziende che producono dispositivi medici potrebbero prendere in considerazione l’idea di reagire all’incertezza sul costo e sulle tempistiche di approvvigionamento di determinate materie prime cercando di sostituire quest’ultime con componenti di più facile reperibilità. Tuttavia, nell’operare questa sostituzione le imprese del settore devono rispettare vincoli normativi che limitano a tutti gli effetti questa possibilità. Pertanto l’azienda che mette in atto un cambiamento significativo sul proprio prodotto dovrà provvedere a certificare di nuovo il dispositivo ai sensi dei nuovi regolamenti europei, sostenendo sulle proprie spalle le lunghe tempistiche di certificazione causate dalla limitata capacità degli Organismi notificati e il rischio di una momentanea interruzione della fornitura dei dispositivi.

“La sostituzione di una materia prima, che potrebbe configurarsi come un cambiamento significativo, può non essere un’alternativa effettivamente perseguibile e sostenibile per la filiera”

In questo contesto, quindi, la sostituzione di una materia prima che potrebbe configurarsi come un cambiamento significativo, può non essere un’alternativa effettivamente perseguibile e sostenibile per la filiera, pur rappresentando a volte una scelta obbligata per mantenere la produzione a regime. Ognuno di questi cambiamenti rischia di tradursi in modifiche del fascicolo tecnico di marchiatura CE con conseguente necessità, in molti casi, di studi clinici nella sostanza incompatibili con le esigenze del momento visti i tempi e i costi di una nuova certificazione”.

Più precisamente e tecnicamente, come riporta una nota di Confindustria Dm: “I nuovi regolamenti (l’art. 120 dell’MDR e l’art. 110 dell’IVDR) consentono alla quasi totalità dei dispositivi ad oggi in commercio (definiti dispositivi legacy) di continuare a essere immessi sul mercato in conformità alle precedenti direttive purché non vengano posti in essere cambiamenti signi­ficativi trattati nel dettaglio all’interno delle linee guida europee MDCG 2020-3 e 2022-6. In caso contrario, l’azienda che mette in atto un cambiamento significativo nel proprio processo di produzione dovrà provvedere a certificare il dispositivo ai sensi dei nuovi regola­menti e perdere la possibilità di mettere i prodotti a disposizione degli utilizzatori finali fino al 2025, sostenendo sulle proprie spalle le lunghe tempistiche di certificazione causate dalla limitata capacità degli Organismi notificati ed il rischio di una momentanea interruzione della fornitura di dispositivi”.

Aumento costi materie prime e semilavorati, secondo il grado di segnalazione per maggiori problemi di costo

Confindustria
Fonte: Elaborazione Centro Studi Confindustria Dispositivi Medici

Medici in crisi? Servono più attenzione all’individualità del paziente e meno burocrazia

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Siamo a Milano, in via Lanzone, 21 e la Sala del consiglio dell’Ordine dei Medici di Milano è gremita. Per la prima volta, dopo due anni, l’associazione dei professionisti della sanità lombarda ha deciso di riunirsi, invitando anche il presidente dell’ordine nazionale, per fare il punto sulla situazione delle professioni sanitarie. Si parla della città di Milano ma anche della Lombardia e di come stanno le cose in Italia dopo due anni di epidemia dal punto di vista dei camici bianchi. E lo si fa anche attraverso la presentazione di un libro, quello del filosofo della medicina Ivan Cavicchi, dal titolo “La scienza impareggiabile”, che ben si fa interprete di come sia necessario allargare il campo d’osservazione per ripensare anche alla filosofia del mestiere, ristabilendo un corretto rapporto tra medico e paziente, informazione, medicina e cura e valore, anche economico, della professione del curante.

Qual è lo stato di salute della professione medica oggi? È ormai ben noto come l’emergenza sanitaria, che ha messo ferro e fuoco il sistema, abbia posto drammaticamente la questione delle carenze numeriche della medicina generale e della medicina d’urgenza.

“Siamo di fronte a una ‘schizofrenia’ di dichiarazioni pubbliche sulla sanità: occorre davvero mettere alcune cose in chiaro per poter tornare a guardare in faccia il futuro della professione”, esordisce il presidente dell’Ordine dei Medici Chirurghi di Milano, Roberto Carlo Rossi. Al suo stesso tavolo erano seduti anche il presidente nazionale Fnomceo, Filippo Anelli, e la giurista Benedetta Liberali.

La burocrazia, origine di tutti mali

Si vede molte bene in Lombardia, che è una delle piazze più calde per la sanità, ma è un problema tristemente diffuso. Su ogni medico italiano, soprattutto se lavora nel pubblico, grava un insostenibile surplus di lavoro determinato dal carico burocratico che finisce per svilirne la professionalità. Secondo il report della Federazione degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (Fnomceo) la burocrazia e i suoi carichi sarebbero all’origine di tutti problemi e fra le principali cause della carenza ormai sistemica di camici bianchi nelle file del pubblico.

Roberto Carlo Rossi

“In Lombardia i bandi per la medicina generale vanno deserti, non ci sono aspiranti medici che vedono nella medicina generale uno sbocco per il futuro della loro professione”, spiega Roberto Carlo Rossi, presidente dell’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Milano.

“In dieci anni abbiamo perso mille medici di medicina generale e la situazione è destinata ad aggravarsi – ha proseguito il medico a capo dell’ordine dei professionisti meneghini -. In un quadro così complesso ci sarebbe da ripensare anche alla filosofia del mestiere. Ecco perché abbiamo scelto di far parlare le nostre istanze presentando un testo come quello di Ivan Cavicchi, filosofo della medicina”.

Il volume è qualcosa di più di un libro, è un trattato di filosofia della medicina nei confronti dell’uomo, che cambia i paradigmi tradizionali. L’appello che lancia è forte: nessuna riforma è possibile senza prima una revisione intellettuale delle origini di questa professione. Secondo Cavicchi, la politica si è sempre occupata dei problemi della sanità e mai di quelli della medicina. Fin dalla nascita del servizio sanitario nazionale ha immaginato una sanità a medicina ‘invariante’, senza accorgersi che i profondi mutamenti sociali, etici, culturali di questa società hanno finito per creare tra la medicina e la società, tra i medici e i cittadini, forti tensioni e forti incomprensioni. Per la prima volta nella storia della medicina quindi ci si trova davanti ad un bivio: relegare chi cura al ruolo di mero burocrate della salute o tornare a lasciargli ampi spazi di autonomia intellettuale.

Ripensare la professione mettendo di nuovo al centro l’individuo

Filippo Anelli

“Oggi si tratta di ripensare il nostro modo di essere medici, il nostro modo di curare le persone, di essere in grado di interpretare tanto le singolarità quanto le complessità che ci sono, di usare le relazioni per conoscere il proprio malato e per decidere insieme a lui, cioè di scegliere consensualmente, le cure necessarie – ha detto anche Filippo Anelli, presidente Fnomceo -. La medicina senza dissonanze è lo scopo della proposta di questo libro che raccoglie una tesi forte molto cara, sia a me che al professor Cavicchi, sulla quale ci siamo molto battuti e che riguarda l’autonomia del medico e delle sue prassi”.

Del rapporto tra medico e paziente in medicina parla proprio il professor Cavicchi nel suo libro. La tesi esposta dal volume si basa sull’assunto secondo cui per secoli, quindi fino ai giorni nostri, l’impianto concettuale della medicina ha prescritto al medico cosa fare e come fare perché riusciva, in qualche modo, a definire priorità in grado di governare i diversi gradi di complessità con i quali il medico aveva a che fare.

“Per la prima volta nella storia della medicina, la società è costretta, se vuole essere idoneamente curata, a prescrivere al medico come comportarsi ma nello stesso tempo a lasciargli ampi spazi di autonomia intellettuale”

“Oggi le complessità in gioco sono tali che gli ‘a priori’ da soli non bastano più – è intervenuto lo stesso Cavicchi –: queste priorità prima vanno aggiornate per avere la garanzia di poter contare su prassi davvero adeguate, poi integrate riconoscendo anche giuridicamente al medico maggiore autonomia di giudizio. Per cui, per la prima volta nella storia della medicina, questa società è costretta, se vuole essere idoneamente curata, a prescrivere al medico come comportarsi ma nello stesso tempo a lasciargli ampi spazi di autonomia intellettuale”.

La riforma deve partire dalla scuola

Cavicchi

Secondo Cavicchi e secondo gli ordini regionali e nazionale dei camici bianchi, questa maggiore autonomia intellettuale del medico giustificata da una maggiore complessità implica anche la necessità di avviare una riforma della formazione universitaria.

“Oggi le persone di fatto chiedono alla medicina e al medico altre prassi altri modi di fare, altri approcci, in poche parole altri modi di praticare la medicina soprattutto, in grado di riconoscere le complessità del malato i suoi problemi contestuali e le sue contingenze le sue peculiarità – ha proseguito l’autore de ‘La Scienza Impareggiabile’, sostenuto da Rossi e da Anelli –. Per esempio, chiedono in modo insistente sempre più attenzione alla singolarità e alla individualità della persona, chiedono di avere attenzione non solo per la malattia ma per il malato”.

Se il medico è lasciato solo e sommerso da infiniti compiti burocratici, è difficile che ci sia spazio per l’accoglimento della complessità della persona-paziente e dei suoi problemi al di là dei sintomi

Se il medico viene lasciato solo e sommerso da infiniti compiti burocratici nello svolgimento delle sue mansioni, è difficile che ci sia spazio per l’accoglimento della complessità della persona-paziente e dei suoi problemi al di là dei sintomi. Ecco perché, secondo i professionisti lombardi, sempre meno giovani desiderano dedicarsi ad una professione delicata, complessa e piena di responsabilità come quella del medico di medicina generale. Allo stesso modo, nella medicina d’urgenza, si assiste ad un drammatico calo di interesse per via di carichi di lavoro, dei turni massacranti e dei compensi ai minimi storici (se comparati a quelli dei colleghi europei) che non lasciano ai medici il tempo di curare un paziente seguendolo veramente in tutti le fasi della degenza ospedaliera.

Il diritto alla Salute espresso nella Costituzione

Benedetta Liberali

“Questa maggiore complessità e la trasformazione profonda che essa reclama emergono considerando la funzione preziosa e insostituibile della medicina, che garantisce e tutela il diritto alla salute, riconosciuto espressamente come diritto ‘fondamentale’ dalla nostra Costituzione, e, di conseguenza, anche il diritto all’autodeterminazione nelle scelte terapeutiche”, ha spiegato infine Benedetta Liberali, professoressa associata di Diritto Costituzionale all’Università di Milano, fra le relatrici della conferenza organizzata dall’Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri di Milano.

“Il carattere insostituibile e, nelle parole del prof. Cavicchi, ‘impareggiabile’ della medicina e quindi anche dei medici emerge chiaramente dalla giurisprudenza della Corte costituzionale – ha proseguito l’esperta di diritto -. Interpretando la Costituzione, la Corte ha arricchito ulteriormente i riferimenti alla salute e all’autodeterminazione, costruendo una nozione di consenso informato che risulta essenziale per la configurazione della relazione medico-paziente, in stretta relazione con l’evoluzione delle conoscenze scientifiche e valorizzando, in particolare, proprio l’autonomia del medico che, in ogni caso, si deve sempre accompagnare anche alla relativa responsabilità nell’assunzione delle scelte professionali”.

Anche secondo il presidente dell’Ordine dei medici milanesi, valutare l’efficacia di un farmaco, un vaccino, una nuova terapia, compete al medico che oggi, più che in passato, è chiamato ad esercitare la professione con maggior vigore e autonomia intellettuale.

“Tuttavia – ha concluso Rossi – sarebbe sciocco o velleitario non osservare il ruolo del medico nel rapporto con il paziente. Quest’ultimo è sempre più condizionato dall’informazione e, peggio ancora, dalla disinformazione che circola liberamente in rete. Ancora, un approccio moderno alla medicina, che evolve verso la personalizzazione della cura, impone al medico nuove sfide, non ultima quella dell’aggiornamento. Queste idee vanno tradotte in buone pratiche mediche ma soprattutto in leggi e regolamenti che ridiano dignità alla professione medica e un miglior servizio per i pazienti”.

Per approfondire

Quale futuro per la medicina generale?

HTA e Centrali di committenza: alla ricerca di punti di convergenza

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Il Convegno 2022 dell’Associazione Italiana Ingegneri Clinici (AIIC) ha dedicato un Focus particolare all’Health Technology Assessment (HTA), sviluppandolo in tre sessioni: dai Real World Data come strumento di decisione basato sull’HTA al ruolo delle Centrali di committenza alle esperienze innovative di procurement.

Sottolinea Lorenzo Leogrande, Presidente del Convegno: “L’HTA è un è un tema chiave nel nostro Convegno 2022 per due ragioni. La prima riguarda la nostra competenza e professione: noi, di fatto, ci occupiamo di HTA ogni giorno nell’attività che svolgiamo. La seconda motivazione è legata al momento istituzionale davvero importante che stiamo vivendo. Attraverso la Legge delega 53/2021 si sta recependo sostanzialmente la normativa nazionale per i due regolamenti Ue 745/2017 e 746/2017 che riguardano i dispositivi medici e i dispositivi in vitro. In questa norma ci sarà anche una parte relativa al rafforzamento dell’HTA soprattutto in relazione al procurement. Per questo abbiamo voluto affrontare il tema in un confronto diretto con le Centrali di committenza, che si occupano quotidianamente del processo d’acquisto”.

 

 

In particolare, nella sessione dedicata ad HTA e Centrali di committenza, si è cercato di capire se esiste, attualmente, una correlazione tra le raccomandazioni contenute nei report di HTA e i processi di acquisto avviati dalle diverse Centrali.

La discussione, che è stata sostenuta da una grande partecipazione da parte del pubblico presente e in diretta streaming, ha preso avvio dal Ministero della Salute, rappresentato dal Direttore dell’Ufficio 6 Sperimentazione clinica dei dispositivi medici, Pietro Calamea, e dall’Ingegner Silvia Ciampa, che hanno ricordato i compiti e le attività della Cabina di regia sull’HTA.

La Cabina di regia sull’HTA è nata in Italia con la Legge di bilancio del 2015 e ha previsto fin da subito il coinvolgimento di una serie di figure sia a livello nazionale sia a livello regionale, con l’obiettivo di coordinare le attività sviluppate nelle diverse realtà e attuare un Programma Nazionale. Già nel Documento strategico predisposto dalla Cabina di regia nel 2017 era contenuta ed esplicitata la relazione tra HTA e procedure di acquisto. In particolare si affermava che “l’HTA può esercitare un ruolo di supporto alle procedure di acquisto, fornendo una base informativa di partenza per l’approfondimento delle caratteristiche tecniche e dell’analisi dei costi, utili per la scelta dei prodotti per i quali avviare le procedure di acquisto”.

L’HTA può esercitare un ruolo di supporto alle procedure di acquisto, fornendo una base informativa di partenza per l’approfondimento delle caratteristiche tecniche e dell’analisi dei costi

Molto interessante è anche un altro Documento reso pubblico nel 2019 dal sottogruppo 4 della Cabina di regia, che si occupa proprio dell’individuazione delle tecnologie da sottoporre ad assessment e dell’integrazione dei risultati di HTA nelle fasi di procurement e nei PDTA. Nello specifico, questo documento di raccomandazioni sottolinea l’importanza di tre aspetti: il rafforzamento delle attività di Horizon Scanning allo scopo di individuare precocemente le tecnologie emergenti che potranno essere proposte per valutazione HTA; le valutazioni delle richieste di acquisto, con esplicita raccomandazione per l’implementazione di un modello di integrazione di HTA e procurement; l’integrazione dei risultati di HTA dei dispositivi medici nella definizione di Percorsi Diagnostici Terapeutici Assistenziali (PDTA).

Per quanto riguarda il secondo punto, è stata implementata una raccomandazione sul percorso di valutazione delle richieste di acquisto per singoli prodotti o categorie di prodotti provvisti di marcatura di conformità europea (marcatura CE), non disponibili nei contratti/convenzioni in essere e mai acquistati in precedenza, la cui richiesta di acquisto è originata dalla programmazione annuale degli acquisti o da richieste di acquisto estemporanee che sfuggono alla programmazione. In particolare la raccomandazione prevede la verifica dello stato della tecnologia (cioè se il prodotto è compreso in una raccomandazione nazionale oppure se esiste una prioritizzazione nazionale o regionale con valutazione di HTA in corso o programmata) da parte del Centro di Valutazione delle Richieste di Acquisto (CVRA). In base allo stato della tecnologia, il percorso procede con diversi step di valutazione e richiesta che coinvolgono i livelli locali e regionali della rete HTA e del procurement sanitario.

Il sottogruppo 4 della Cabina di regia HTA ha elaborato una raccomandazione sul percorso di valutazione delle richieste di acquisto per prodotti o categorie provvisti di marcatura CE, non disponibili nei contratti in essere e mai acquistati in precedenza

Anche dal punto di vista della Cabina di regia HTA, lo scenario da sviluppare per il futuro riguarda il cambio di prospettiva nella considerazione della qualità, non solo come caratteristica intrinseca del prodotto, e in particolare dei DM, ma in una nuova ottica di value-based healthcare. In questo senso, HTA e procurement sono legati da una relazione biunivoca, che influenza positivamente e reciprocamente entrambi i settori.

“Non difettiamo di modelli per l’HTA, ma è l’applicazione pratica del modello teorico che, come in altri ambiti, stenta ad affermarsi nella pratica”: sono le parole del professor Americo Cicchetti, Direttore di ALTEMS, che ha relazionato sullo stato dell’arte del lavoro del Tavolo Dispositivi Medici presso il Ministero della Salute. Che cosa manca, dunque? Innanzitutto risorse e assunzione di responsabilità, secondo Cicchetti.

Finora l’implementazione delle valutazioni di HTA è stata sempre vista “a costo zero” per la Pubblica Amministrazione ma questa attività prevede un notevole impegno, non solo in termini di tempo da dedicare ma anche di risorse economiche. “Oltre agli investimenti da parte dello Stato – propone Cicchetti – è da valutare anche il coinvolgimento dei privati, dei produttori di device in particolare, che potrebbero contribuire con una qualche forma di co-investimento con il pubblico”.

Si è sempre pensato di sviluppare l’Health Technology Assessment senza investimenti e questo evidentemente rende lento se non immobile l’intero sistema

Un altro aspetto chiave, e finora poco affrontato, riguarda l’assunzione di responsabilità: “Se è vero che le Centrali di committenza devono agire in un contesto di massima autonomia, è anche vero che qualche sorta di vincolo a livello centrale deve essere previsto – sottolinea Cicchetti – Abbiamo sentito che la Cabina di regia ministeriale sull’HTA genera delle raccomandazioni per le centrali di acquisto, ma forse questo tipo di raccomandazione rappresenta ancora un vincolo troppo blando”. In questo senso, poiché in questo momento si parla di rivedere l’Intesa Stato-Regioni del 2017 che ha definito il programma nazionale di HTA, un altro aspetto da indagare potrebbe essere la scissione delle due funzioni: da una parte, il ruolo di definizione degli indirizzi e del monitoraggio in capo al Ministero della Salute, e dall’altra la funzione operativa di coordinamento che ora è in capo ad Agenas.

 

Nella seconda parte della sessione si sono susseguite le esperienze delle Centrali di committenza, che hanno fatto il punto sul loro mandato ufficiale e sul quadro legislativo di riferimento, sulla modalità con cui viene effettuata la programmazione delle gare, sulla raccolta e analisi dei fabbisogni dalle aziende sanitarie, sul ruolo valutativo, approvativo o attuativo delle richieste di acquisto ricevute e in particolare sull’inserimento delle valutazioni di HTA nel processo di procurement.

Il primo intervento è stato quello di Gianpaolo Catalano, dirigente di Soresa. Dal 2018 in Regione Campania è prevista l’attività del nucleo di coordinamento regionale HTA, istituito da una delibera di giunta regionale (e ora in scadenza), con il coinvolgimento delle aziende sanitarie che istituiscono al loro interno un nucleo aziendale di HTA. “L’attività di HTA è strutturata secondo numerosi e diversi livelli ed è orientata in particolare alla programmazione e alla raccolta dei fabbisogni dalle aziende sanitarie”.

Esiste attualmente una correlazione tra le raccomandazioni contenute nei report di HTA e i processi di acquisto avviati dalle Centrali?

L’esperienza della Regione Toscana è stata riportata da Marco Niccolai di Estar. Anche in questo caso, le procedure di acquisto sono basate sulla programmazione che nasce dai fabbisogni delle aziende, ma sono anche affiancate dai pareri dell’HTA regionale. “Un vantaggio di Estar – sottolinea Niccolai – è quello di avere al suo interno un gruppo di ingegneri clinici dedicati, fra l’altro, alla definizione di un portafoglio di prodotti. Al momento in portafoglio sono state analizzate 44 classi di prodotti. E in alcuni casi si è stati in grado di anticipare i fabbisogni delle aziende proprio grazie al coinvolgimento nei tavoli aziendali dei tecnici di Estar”.

Niccolai ha confermato il rapporto bidirezionale tra HTA e procurement, laddove il procurement può aiutare a definire gli accordi di Pay Per Use o Value for money o Net Monetary Benefit, strumenti innovativi di acquisto che aiutano a incorporare nel processo anche il monitoraggio degli esiti del contratto.

Andrea Sabbadini, Direttore della Centrale acquisti del Lazio è intervenuto sottolineando come HTA e centrali di committenza non sono antitetici, anche se le Centrali sono nate con un obiettivo di centralizzazione e di acquisto di prodotti standard. “Questa logica è da superare – suggerisce Sabbadini – perché HTA e centrali di committenza trovano un punto comune nella valutazione tecnico-costruttiva dei prodotti da acquistare”. Ad esempio, nella Centrale acquisti del Lazio sono attivi dei gruppi multidisciplinari per definire le caratteristiche dei beni da comprare, con l’obiettivo di ridurre il novero dei prodotti e garantire l’accesso uniforme, anche tramite il ricorso ad accordi quadro (multifornitore). La Centrale di committenza interpreta e dà gli indirizzi sui fabbisogni, anche se non è presente un’attività di HTA propedeutica al procurement pubblico.

HTA e centrali di committenza non sono antitetici, anche se le Centrali sono nate con un obiettivo di centralizzazione e di acquisto di prodotti standard

L’esperienza dell’Emilia Romagna è stata riportata da Adriano Leli, Direttore di Intercent-ER. “L’Agenzia – ricorda Leli – funge da ponte per la scelta e l’acquisto dei prodotti tramite una serie di gruppi di lavoro dedicati. Già nel 2008 in Emilia Romagna è stata istituita la Commissione regionale DM che, pur non essendo indirizzata in particolare all’HTA, persegue obiettivi molto simili”. Anche Intercent-ER si dedica alla programmazione e alla raccolta dei fabbisogni ma ritiene molto importante e caratterizzante anche la funzione di monitoraggio, nell’ottica di raccogliere un feedback sulle gare già effettuate e consentire in tal modo le eventuali opportune modifiche per le gare future.

Sottolinea infine Leli: “La Centrale di committenza dell’Emilia Romagna è certificata ISO 9001 e ISO 27001: questo aspetto riveste un ruolo chiave anche in termini di formazione interna. Aver stabilito e certificato le procedure interne garantisce una migliore formazione dei neoassunti e una continuità delle attività”. Un focus sull’importanza della formazione che conferma quanto già introdotto da Niccolai di Estar, in relazione alla presenza degli ingegneri clinici all’interno della Centrale toscana e alle necessità di aggiornamento continuo e costante degli operatori.

Marco Pantera di Aria ha sottolineato invece il ruolo cruciale dei dati per supportare il procurement, ad esempio nella definizione dei fabbisogni: “La Regione Lombardia dispone di un patrimonio informativo molto importante e imponente, che nasce dall’informatizzazione del sistema socio-sanitario portato avanti già dagli anni Duemila”. L’Azienda regionale per l’innovazione e gli acquisti inoltre può contare sul Programma regionale di HTA delle tecnologie sanitarie istituito dalla Regione, che mette a disposizione degli operatori sanitari una serie di documenti tra i quali i rapporti di HTA, sintetici e completi, i Giudizi di priorità e i Giudizi di appropriatezza (dopo l’approvazione della Direzione Generale Welfare). L’HTA viene utilizzata quindi in tutte le fasi del ciclo degli acquisti, non solo per la programmazione. E, in uno scenario evolutivo, potrà essere utilizzata anche a supporto del value-based procurement.

Al termine delle presentazioni delle Centrali di committenza, è intervenuta Anna Guarino, Healthcare Category Manager presso Consip. “La mission di Consip – ha ricordato Guarino – è quella di razionalizzare gli acquisti e migliorarne la qualità, per rendere più efficiente e trasparente l’utilizzo di risorse pubbliche, fornendo alle amministrazioni strumenti e competenze per gestire i propri acquisti e stimolando le imprese al confronto competitivo con il sistema pubblico”.

L’HTA è molto territorio-dipendente, mentre Consip ha il mandato di centralizzare e standardizzare. In futuro si potrebbe però aprire uno spazio, soprattutto per una maggiore flessibilità alle esigenze delle amministrazioni

In quest’ottica Consip raccoglie i fabbisogni dalle amministrazioni e sviluppa procedure di acquisto con tutti gli strumenti a disposizione, selezionando di volta in volta quello più adatto. Ad esempio, nel caso dei dispositivi medici, è molto frequente il ricorso a gare condotte tramite accordo quadro, con scelta clinica, e con la presenza della clausola di evoluzione tecnologica. Inoltre vengono utilizzati anche contratti innovativi, quali il noleggio o il Pay per use.

Sottolinea Guarino: “L’HTA è molto territorio-dipendente, mentre Consip ha il mandato di centralizzare e standardizzare. Non possiamo però escludere in futuro uno spazio per l’HTA anche in Consip, soprattutto nell’ottica di una maggiore flessibilità alle esigenze delle amministrazioni”.

Che cosa significa “valutazione delle tecnologie”? La risposta non è scontata e la tipologia di valutazione può dipendere anche dai diversi livelli decisionali, dal nazionale al locale

La discussione è infine terminata con il contributo di Marco Marchetti, Direttore dell’Unità operativa HTA di Agenas che ha sottolineato la necessità del coinvolgimento dei diversi livelli istituzionali e locali della sanità pubblica, come peraltro molto ben rappresentato proprio nella sessione organizzata all’interno del Convegno AIIC. La presenza di tanti livelli, con tante esigenze diverse, porta inoltre con sé la necessità di adottare una terminologia condivisa e uniforme: che cosa significa “valutazione delle tecnologie”? La risposta non è scontata e la tipologia di valutazione può dipendere anche dai diversi livelli decisionali, dal nazionale al locale.

“Il processo di analisi HTA deve partire dall’identificazione dei fabbisogni di salute dei pazienti e di quali tecnologie rispondono meglio a questi fabbisogni”, ha ribadito Marchetti. In particolare, per formulare un quesito sanitario specifico, Marchetti ha fatto riferimento alla metodologia PICO, che si basa su quattro elementi fondamentali:

  • P – problem/patient/population (problema/ paziente/popolazione);
  • I – intervention (intervento);
  • C – comparison/control (confronto/controllo);
  • O – outcome (esito).

Ma l’analisi non deve essere circoscritta alla fase iniziale di programmazione degli acquisti, bensì deve prevedere un attento monitoraggio di quello che avviene dopo l’acquisto, nella fase di esecuzione del contratto: sono elementi critici da considerare ulteriormente non solo nelle gare basate sugli esiti ma in generale per migliorare le procedure successive.

AIIC non solo osserva dal di dentro l’intero sistema HTA, ma intende esserne un motore propulsivo

In conclusione Lorenzo Leogrande ha sottolineato che AIIC non solo “osserva dal di dentro l’intero sistema HTA, ma intende esserne un motore propulsivo. Come professionisti e insieme ad altri professionisti, ne conosciamo alla perfezione i vantaggi e le attuali criticità e ci faremo protagonisti di proposte e suggerimenti ai decisori nazionali e regionali, affinché non si perda l’occasione offerta dal PNRR e dalle recenti normative affinché l’Health Technology Assessment possa trovare una via italiana alla valutazione delle tecnologie sanitarie che sappia offrire autentico valore, garantendo sostenibilità e corretta gestione”.

Value-based healthcare, Federico Lega: “Non faccia la fine di altre mode”

La value-based healthcare (Vbhc) e il pericolo che corrono le buone idee che diventano moda: sciuparsi prima di esprimere il loro potenziale. Ne parliamo con Federico Lega a margine del seminario dal titolo “Everybody’s business: value-based healthcare” che ha tenuto per la European Health Management Association (Ehma). Lega è professore ordinario di Amministrazione della Salute al Dipartimento di Sanità Pubblica dell’Università degli Studi di Milano e professore presso la SDA Bocconi School of Management, dove tiene corsi di Management Pubblico e Management dei Servizi Sanitari. Conduce la ricerca in strategia e sviluppo organizzativo in sanità presso il Centro di ricerca Bocconi sulle politiche e il management della salute (Cergas).

Cosa intendiamo quando parliamo di Value-based Healthcare?

Federico Lega

Il termine è stato coniato una decina di anni fa da Michael Porter. In estrema sintesi, si riferisce a una sanità attenta in modo particolare ai rapporti fra esiti e costi, che si serve al meglio delle risorse disponibili per ottenere i maggiori benefici per il paziente. È quindi un punto di partenza per usare al meglio le risorse a disposizione per produrre miglioramenti nella qualità delle cure in termini di appropriatezza ed esiti di salute.

Ma oggi dovremmo allargare il perimetro e arrivare a dire che la Vbhc è molto di più: acquistare bene (value-based procurement), introdurre innovazione nel momento giusto, al posto giusto e nei tempi giusti (Vbhc innovation), e in generale spostare l’attenzione dal mondo dei medici a quello delle professioni della sanità. Così si introduce anche il tema del task shifting e della valorizzazione delle diverse professionalità, per evitare che i professionisti svolgano lavori non adeguati alla specializzazione che hanno conseguito. Value-based healthcare significa anche costruire attorno al paziente: è la centralità degli sforzi per riorganizzare ospedali,  case di comunità e Rsa attorno ai bisogni del paziente-cliente, che vanno dalla socialità al mantenimento di uno stile di vita in ospedale coerente con quello di prima. È il passaggio verso una sanità di valore rispetto a quella prestazionale che caratterizza il passato.

Quali i principali pregi e le eventuali criticità di questo approccio?

La grande opportunità è la trasformazione culturale che è sottointesa al concetto di Value-based healthcare. Quanto detto finora trova il comune denominatore nel modo in cui si concepisce il servizio al paziente. Se si comincia a considerarlo come un cliente che ha delle necessità e anche dei desiderata e a pensare che il sistema possa istituzionalizzare le risposte a essi come se fossero elementi dovuti al cliente, si produce un salto di qualità. Succede se iniziamo a pensare che il tempo del paziente non è gratis e pertanto l’attesa non è un fatto dovuto, che il paziente non è spogliato dai suoi diritti di essere umano e a chiedersi se dovesse acquistarlo, per quali ragioni acquisterebbe il nostro servizio e non un altro? Il paziente-cliente ha tutto il diritto di essere coinvolto nel proprio percorso di cura, ed ecco anche il tema dell’alleanza terapeutica. Il paradigma della value-based healthcare dovrebbe aiutarci a trasformare il sistema in modo culturale da chiuso, autoreferenziale e costruito sulle esigenze e gli interessi dei professionisti, in un sistema costruito su misura del cliente.

Il rischio è che faccia la fine di altre buone idee diventate mode e strumentalizzate, come il process engineering e l’ospedale per intensità di cure

I limiti, come spesso avviene nel caso di un’idea paradigmatica che ha nel suo cuore elementi di grande positività e trasformazione, sono che finisce per diventare una moda e  viene percorsa da tutti, anche da coloro che non la capiscono fino in fondo e la scimmiottano e riempiono di qualsiasi elemento perché è fashion. Si rischia di minare il processo trasformativo perché c’è quasi una strumentalizzazione per ragioni di comunicazione o altre. La rivoluzione culturale di questi anni corre il pericolo di fare la fine di alcune opportunità molto buone che sono sparite, come il Process engineering e l’ospedale per intensità di cure, che sono tramontate lasciando una traccia ma senza arrivare in profondità come avrebbero potuto e dovuto. E dopo trent’anni stiamo ancora parlando delle stesse cose.

È possibile arrivare trovare l’equilibro perfetto fra miglior cura del paziente ed economia?

No, perché non esiste. Come ci insegnano quasi quattrocento anni di economia, non esistono equilibri perfetti, ma parziali. Il punto è trovare non la cura migliore in assoluto, bensì quella relativamente migliore rispetto al caso specifico. Ovviamente ci sono evidenze scientifiche e basi fondative in ambito clinico che dimostrano la superiorità di un certo intervento, di una tecnologia o di una prestazione, ma rimane spesso un margine di selezione possibile: un tipo di intervento o la terapia da dare a un certo paziente deve essere valutata dal professionista di riferimento in relazione agli elementi di cui è portatore quell’assistito.

La strada è l’universalismo selettivo, per definire chi ha effettivamente necessità di quella soluzione e dare proprio quella

A questo proposito c’è un tema clinico, ma anche di qualità della vita, di status lavorativo (ad esempio una persona che ha bisogno di una certa tecnica per ragioni legate ai tempi di recupero post-operatori). Ancora, c’è il nodo molto sottile della vita residua della persona, che entra in gioco per esempio per la scelta delle protesi. Oppure il fatto che non tutti i pazienti necessitano e rispondono alle terapie innovative. Si tratta di elementi dove bisogna introdurre processi valutativi che ascriviamo al tema del governo del clinico, in cui il professionista è chiamato a individuare la soluzione che si sposa meglio per quale paziente. La direzione è l’universalismo selettivo, per definire chi ha effettivamente necessità di quella soluzione e dare proprio quella.

Ci sono ambiti interessati in modo particolare da questi tipi di ragionamento?

Almeno quattro grossi comparti: oncologia, neuroscienze, cardiovascolare e ortopedia, in cui i medici sono chiamati a scegliere fra terapie innovative e non, protesi di uno o di un altro livello oppure per funzionalità e durata, e fra un interventismo più o meno spinto, tenendo conto di fattori come il tempo di recupero di uno sportivo rispetto a una persona che non lo è. Lo scopo resta sempre di dare al paziente quello che serve per risolvere il problema di salute e per metterlo in condizione di fare la vita che deve.

Quali possibili applicazioni della Vbhc si possono immaginare nel futuro?

Come sviluppo principale mi aspetto che diventi il centro di una pluralità di interventi di politiche sanitarie che toccano tutti i temi, perché la produzione di valore non avviene solo nei confronti del paziente, che rimane il soggetto prioritario, ma anche quando riesco ad acquistare in modo intelligente i prodotti, a garantire all’industria condizioni certe di acquisto, criteri value-based in cui si usa un po’ meno la sola dimensione del costo e si tiene in conto la qualità o le specifiche del prodotto. Si può introdurre un approccio value-based rispetto al personale, per valorizzare il ruolo dell’infermiere e delle altre professioni rispetto alla classe medica, e anche sulla logistica e il comfort alberghiero: bisogna cominciare a pensare che a dieci anni da oggi tutti gli ospedali dovranno avere solo camere singole, salvo rarissime eccezioni.

È un tema ampio, che da paradigma collegato a esiti e costi può espandersi verso innumerevoli direzioni e su cui noi dovremmo generare un’attenzione crescente nel sistema. Penso che porsi la domanda per chi produciamo valore e quale valore produciamo sia la strada per migliorare il modo in cui affrontiamo la sfida di produrre servizi su misura dei bisogni dei pazienti-clienti.

Stampa 3D di organi e tessuti: oggi sulla terra e domani nello spazio

“Pezzi di ricambio” a misura di astronauta, stampati in 3D direttamente sulle stazioni aerospaziali in modo da non dover interrompere il viaggio. Ne parliamo con la farmacologa Maria Pia Abbracchio, prorettrice vicaria con delega a Ricerca e Innovazione dell’Università degli Studi di Milano, che fa parte di un gruppo di ricerca dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa) che studia la stampa 3D di organi e tessuti nello spazio.

Regolamenti Ue sui dispositivi medici: ancora lungo il cammino per le aziende

Pochi organismi notificati, banca dati Eudamed che funziona a metà e che non si sa ancora bene come dialogherà con la nostra Classificazione Nazionale dei Dispositivi medici (CND) a cui si ispira; linee guida che si susseguono e tolgono il sonno ai fabbricanti, soprattutto ai produttori di dispositivi a base di sostanze; software medicali che dovrebbero essere certificati come dispositivi ma non è chiaro secondo quali parametri. Infine, le indagini cliniche, necessarie per dimostrare sicurezza e valore aggiunto terapeutico dei dispositivi, ma che sono costose e decisamente non alla portata delle realtà più piccole.

In poche parole, a un anno dalla piena operatività del Regolamento Ue sui dispositivi medici (745/2017) la strada per i produttori è tutta in salita.

Ne abbiamo parlato in una Live dedicata insieme a Fernanda Gellona, Direttore Generale Confindustria Dispositivi Medici, e Silvia Stefanelli, Avvocato Cassazionista, esperta in diritto sanitario. Ma non è la prima volta che discutiamo di questi temi: Policy and Procurement in Healthcare ha affrontato spesso in questi ultimi anni il tema dell’applicazione del regolamento, anche ragionando sull’impatto che può avere per i provveditori e i farmacisti ospedalieri.

In questa Live abbiamo quindi provato a verificare se nel tempo la situazione fosse migliorata. E a quanto pare, non è così.

Il primo anno del Regolamento Europeo

Le difficoltà sono quelle di sempre, non è cambiato nulla.

I due punti sui quali ci sono ancora tanti dubbi sono, da una parte, la certificazione del software medicale (ad esempio quello usato per erogare prestazioni in telemedicina) perché è un adempimento nuovo e non è ancora chiaro in quali casi vada certificato come dispositivo medico, dall’altra ci sono timori per i dispositivi medici a base di sostanze: con la nuova linea guida MDCG 2022-5 (che ridefinisce l’azione farmacologica, metabolica e immunologica) molti DM a base di sostanze (come gli herbals) potrebbero non essere più considerati dispositivi.

“La Linea guida non ha lo stesso effetto di una legge – ricorda Gellona – ma sia gli organismi notificati sia le imprese si basano sulle linee guida per il loro lavoro e anche le istituzioni vi fanno riferimento, ad esempio in caso di contenziosi. C’è molta preoccupazione al riguardo perché molti prodotti, come quelli a base di sostanze vegetali, che rappresentano un’innovazione in questo settore, rischiano di essere buttati fuori da questo settore”.

Ad un anno dalla piena operatività, i dubbi riguardano ancora i pochi organismi notificati, la banca dati Eudamed che funziona a metà, il susseguirsi di linee guida, la certificazione di software come device

Secondo la nuova linea guida, in poche parole, una sostanza che entra in contatto con il corpo può essere considerata un farmaco; quindi, stiamo parlando potenzialmente di qualunque sostanza. Con questa nuova definizione, alcuni dispositivi potrebbero diventare farmaci, altri uscire da qualsiasi classificazione, come gli sciroppi, con il rischio di veder circolare prodotti non controllati e non certificati.  “Si sta continuando a ragionare su questo – specifica Gellona – stiamo lavorando sia con il Ministero della Salute sia a livello europeo, ma è una battaglia ancora lunga e difficile: una definizione, sbagliata in termini tecnici, rischia di cancellare un intero settore che è un fiore all’occhiello dell’innovazione”.

Fernanda Gellona

A fine maggio, Confindustria Dispositivi Medici ha tenuto l’evento annuale sugli affari regolatori, il Regulatory Affairs Day (RADAY) e la giornata finale è stata moderata proprio da Policy and Procurement in Healthcare.  Tre giorni in cui si è fatto il punto sulla situazione regolatoria dei dispositivi medici e in cui si è sottolineato ancora una volta il periodo difficile che sta vivendo il settore, proprio a causa delle complessità dettate dall’applicazione corretta del Regolamento e delle varie linee guida che continuano a susseguirsi. Si è parlato di vigilanza, di tracciabilità, di diagnostica in vitro, di problemi legati agli acquisti, di come gestire il passaggio tra le vecchie direttive e i nuovi regolamenti; si è parlato anche di indagini cliniche, un tema per certi versi nuovo per i fabbricanti e anche complesso, perché il dispositivo medico non deve solo essere sicuro ma deve anche avere un valore terapeutico significativo: le imprese più piccole non sanno come fare a condurre le indagini, che per molti aspetti sono costose e non alla portata di tutti.

L’attuazione del Regolamento in Italia

A maggio 2022, il Consiglio dei Ministri ha approvato una prima versione dei decreti legislativi di adeguamento ai Regolamenti Ue sui dispositivi medici (745/2017) e sui dispositivi diagnostici in vitro (746/2017); si tratta di un’approvazione preliminare perché il testo deve passare ancora alle Regioni e dalle commissioni. Questi decreti, che attuano l’articolo 15 della legge 22 aprile 2021, n. 53 (la legge di delegazione europea 2019/2020), intervengono al fine di:

  • definire contenuti, tempistiche e modalità di registrazione delle informazioni che fabbricanti, distributori e utilizzatori sono tenuti a comunicare al Ministero della salute;
  • riordinare il meccanismo di definizione dei tetti di spesa;
  • definire il sistema sanzionatorio;
  • individuare modalità di tracciabilità dei dispositivi medici attraverso il riordino e la connessione delle Banche dati esistenti in conformità al Sistema unico di identificazione del dispositivo (sistema UDI);
  • rendere efficienti i procedimenti di acquisto tramite articolazione e rafforzamento delle funzioni di Health Technology Assessment (HTA) e adeguamento delle attività dell’Osservatorio dei prezzi di acquisto dei dispositivi.
Silvia Stefanelli

“Alcune parti di questi decreti – precisa l’avvocato Stefanelli – riprendono elementi che sono già presenti nel regolamento, in altri casi invece si introducono nuovi elementi, come per esempio il ruolo degli stati membri e del Ministero della Salute: parliamo di un regolamento e non più una direttiva, sono quindi cambiati i ruoli delle autorità competenti. Si prevede poi la registrazione in banca dati anche dei distributori, non solo dei fabbricanti; ci sono cinque pagine di sanzioni molto importanti (anche dal punto di vista economico) verso i fabbricanti, gli importatori, i distributori e i mandatari. Devo dire che mi ha sorpreso la sanzione verso la persona responsabile, che scatta nel caso non svolga i suoi adempimenti; non dico che non ci voglia una sanzione ma questa non è prevista per altre figure altrettanto importanti, come il Data Protection Officer. Queste discrepanze rischiano di rendere difficile reperire sul mercato la figura della persona responsabile”.

A maggio 2022, il Consiglio dei Ministri ha approvato una prima versione dei decreti di adeguamento ai Regolamenti Ue n. 745/2017 e n. 746/2017

Il decreto che attua il Regolamento sui dispositivi medici tocca anche il tema della pubblicità, introducendo una stretta sulle regole esistenti. Secondo l’art. 26, infatti, è vietata la pubblicità verso il pubblico dei seguenti dispositivi:

  • dispositivi su misura, di cui all’art. 2, numero 3 del Regolamento;
  • dispositivi che necessitano prescrizione medica o per il cui impiego è prevista l’assistenza di un professionista sanitario.

Detto questo, il Ministero può comunque decidere altre limitazioni alla pubblicità.

La promozione dei dispositivi medici al pubblico, nei casi in cui è possibile, deve essere inoltre autorizzata dal Ministero della Salute (mentre il Regolamento Ue non prevede l’autorizzazione) e deve essere realizzata secondo le linee guida approvate dal Ministero.

L’informazione rivolta agli operatori sanitari non necessita invece di autorizzazione e si svolge nel rispetto delle modalità individuate con linee guida del Ministero della Salute.

Il nodo dei software medicali

Uno dei tanti punti ancora da chiarire riguarda i software medicali, perché in alcuni casi dovranno essere certificati come dispositivi medici. Capire di quali casi stiamo parlando è la vera sfida.

“I software medicali – riprende Stefanelli – sono da considerare dispositivi medici qualora supportino il sanitario e il medico nella sua attività lavorativa. C’è un cambio anche delle regole di classificazione, prima il software era in classe I e poi in autocertificazione, ora va in classe II (A o B) o addirittura III e c’è il coinvolgimento dell’organismo notificato: occorre quindi una documentazione a supporto del software più impattante rispetto a prima. Bisogna dire che esistono molti applicativi e che al momento sono pochi gli organismi in grado di certificarli come DM, la letteratura scientifica è ridotta, fare delle indagini cliniche sui software è complesso e costoso e sicuramente non c’è la pressione sul mercato, che invece avverrà quando si accelererà la sanità digitale. Senza dubbio è un settore molto interessante, ma anche critico”.

Ma come si stabilisce se il software medicale deve essere certificato come dispositivo medico?

Come si stabilisce se il software medicale deve essere certificato come dispositivo medico?

“C’è una recente sentenza del Tar della Lombardia (la 452 del 2022) che ha compiuto una prima importante distinzione giuridica tra una piattaforma che semplicemente raccoglie i dati (non è un dispositivo medico) da quella che invece raccoglie dati di un saturimetro o ecocardiografo, considerata dispositivo medico”.

Come si legge nella sentenza, una piattaforma che si limita ad attività di “archiviazione e gestione dei dati paziente, dei dati di monitoraggio e dei dati relativi alla terapia e alle decisioni cliniche” non può essere considerata medical device perché non vi è possibile svolgere “alcuna attività medica in senso stretto, ossia di diagnosi, di prevenzione, di controllo, di terapia o di attenuazione di una malattia, ma si prevede per il suo tramite l’esecuzione di compiti assolutamente accessori e di supporto all’attività di telemedicina vera e propria, essendo quest’ultima effettuata soltanto per mezzo degli apparecchi (device) destinati all’acquisizione dei parametri clinici del paziente (ovvero i saturimetri e gli elettrocardiografi)”.

“Siamo di fronte quindi a una complessità applicativa: il quadro giuridico è chiaro, ma è più complesso a livello pratico – riprende Stefanelli – il problema non è decidere se una piattaforma di telemedicina sia un dispositivo medico, ma se può diventare un dispositivo medico. È questo passaggio l’aspetto più critico”.

Obbiettivo del Regolamento: un mercato europeo dei DM forte

Era l’obbiettivo principale, ma a cinque anni dall’approvazione del Regolamento e a un anno dalla piena operatività, ci si chiede se questo obbiettivo sarà mai raggiunto.

“Il valore di fondo della normativa europea rimane – ribadisce la direttrice generale di Confindustria Dispositivi Medici – perché punta su una maggiore sicurezza e qualità dei dispositivi medici. Già le vecchie direttive avevano fatto molto, ma erano sicuramente da aggiornare. Le difficoltà si potranno superare se verrà utilizzato il buon senso da parte dei fabbricanti, che non dovranno aspettare l’ultimo giorno utile per riavviare le procedure di ricertificazione. Bisogna confidare anche nel buon senso dell’autorità competente e si è costantemente in contatto con la Commissione europea per smussare alcuni aspetti come la linea guida sui medical device a base di sostanze. Perché va bene contemplare regole più severe, ma occorre anche lasciare le imprese libere di fare il loro mestiere. In Italia, poi, la situazione dipenderà anche dalle politiche d’acquisto e si rischia che gli sforzi non siano del tutto ripagati”.

Con le vecchie direttive, l’Europa era un mercato molto più competitivo rispetto, ad esempio, a quello statunitense

Con le vecchie direttive, l’Europa era un mercato molto più competitivo rispetto, ad esempio, a quello statunitense.

“Con il peso della nuova regolamentazione – conclude Gellona – pur mantenendo un livello qualitativo alto, questo vantaggio competitivo rischiamo di perderlo: si spera quindi che sia solo un problema dell’inizio della nuova regolamentazione e che poi, con il tempo, si fluidifichi tutto il percorso”.

“La complessità applicativa del regolamento effettivamente è ancora superiore a quella che si poteva immaginare nel 2017 – chiude Stefanelli – quando già si cominciava a vedere la mole anche dal punto di vista degli articoli e da questo ne sono derivate le linee guida del Medical Device Coordination Group (MDCG).  Senza dubbio, per la realtà italiana, esistono delle medie o piccole imprese che si trovano oggi a muoversi in un mercato e in una regolamentazione che mira a una maggior sicurezza del dispositivo e ad una uniformità del mercato: per una piccola impresa o una start up la fase iniziale può essere quindi molto complessa”.

PNRR, cade l’alibi della mancanza di risorse: serve la programmazione

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“La pandemia ha permesso di abbandonare l’alibi della mancanza di risorse per la sanità”. È lapidario, Gilberto Turati, professore ordinario di Scienza delle Finanze all’Università Cattolica del Sacro Cuore. Durante l’incontro “La tutela della salute dal Covid al Pnrr” organizzato all’interno del Festival Internazionale dell’Economia di Torino, l’esperto ha fatto un rapido excursus, dati alla mano, delle maggiori entrate degli ultimi anni.

“Dall’inizio della pandemia la sanità ha beneficiato di risorse straordinarie: il finanziamento del Servizio sanitario nazionale per il 2020 era stato fissato a 116 miliardi di euro, 2 in più rispetto all’anno precedente – ha ricordato il docente – Era stata una vittoria politica del ministro Speranza perché tra il 2015 e il 2019 l’aumento annuale è sempre stato di circa un miliardo. Questi 116 miliardi sono arrivati, a fine 2020, a 120. Le risorse sono cresciute ulteriormente nel biennio successivo. Oggi, nel 2022, ci troviamo con un fondo di 124 miliardi, il che significa che tra il 2019 e il 2022 abbiamo avuto 10 miliardi in più per il Servizio sanitario nazionale”.

A queste risorse, destinate al finanziamento della spesa corrente, si aggiungono quelle del Pnrr: 18,49 miliardi per perseguire obiettivi più strutturali da qui al 2026.

“Ecco perché dico che oggi non esiste più un problema di risorse – ha ripreso Turati – Semmai, occorre pianificare al meglio gli interventi, guardando al passato, a ciò che è stato fatto, e al futuro, alle sfide che abbiamo di fronte”.

Guardare indietro significa valutare come sono state usate le risorse durante la pandemia: dall’aumento del numero di posti letto in terapia intensiva al tentativo di accorciamento delle liste d’attesa: “La relazione della Corte dei Conti relativa al 2021 dimostra che non sono stati realizzati tutti i posti letto previsti, nonostante ci fosse il finanziamento – ha osservato Turati – Dai racconti che si sentono dentro gli ospedali, poi, sappiamo che spesso, quando questi posti letto ci sono, manca il personale necessario per assistere il paziente”. E per l’esperto non va meglio con le liste d’attesa: “Anche in questo caso i report più recenti hanno dimostrato che in alcuni casi i tempi si sono anche allungati. Andrà quindi spiegato perché, nonostante le maggiori risorse, non si è riusciti a recuperare almeno in parte i ritardi accumulati”.

Guardare avanti significa invece ragionare sul Piano nazionale di Ripresa e Resilienza, che ormai è entrato nel vivo. Tre gli aspetti principali: sanità territoriale, personale e governance. La prima sfida riguarda il capire come mettere insieme la nuova sanità territoriale con l’ospedale al quale siamo abituati. “Oggi, per esempio, in alcune Regioni ci sono già le case della salute: qui ci limiteremo a cambiare il nome delle strutture oppure no? Nel primo caso risparmieremmo soldi. Al momento, tuttavia, non è chiaro che cosa succederà”.

Il secondo aspetto, quello del personale, è per molti cruciale: i dati Ocse evidenziano nel nostro Paese una carenza soprattutto di infermieri, che sarà anche la figura professionale più richiesta al domicilio del paziente. “Occorre quindi trovare un modo di investire su questa figura, tema che al momento non mi sembra sia stato toccato”, evidenzia Turati. E poi c’è il tema dell’integrazione sanitaria con la parte sociale: “Va superata la logica dei silos di spesa”.

Infine, la governance: “Durante la pandemia qualcuno ha lamentato un ruolo un po’ troppo marcato delle Regioni. Tuttavia, ci sono tante funzioni all’interno del Ssn e se è vero che alcune andrebbero svolte a livello sovra nazionale, è impensabile ritenere che, almeno dal punto di vista amministrativo, le Regioni non abbiano un potere su un ambito che impatta così profondamente a livello locale”.

L’ipotesi di Turati è un sistema strutturato: “Dobbiamo prendere esempio da come l’Unione Europea si è mossa per il procurement dei vaccini – ha rilevato – Ci dovrebbe essere un livello europeo, che si occupi di alcune cose, come un’industria europea del farmaco, centri di controllo e prevenzione malattie infettive, procurement rispetto a alcuni farmaci e device; un livello nazionale dove si discuta del Ssn e poi un livello più basso, che secondo me è inevitabile. Non è pensabile che l’amministrazione della sanità, che è qualcosa di locale, possa separarsi dalle Regioni”.

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Che cosa ha dimostrato l’Europa

In collegamento da Bruxelles anche Sandra Gallina, direttrice generale della direzione Salute e Sicurezza alimentare della Commissione europea, colei che si è occupata direttamente delle trattative con le case farmaceutiche per far ottenere a tutta Europa il vaccino contro il Covid. “L’Europa ha dimostrato che, se c’è la volontà politica, alla fine la solidarietà prevale – ha esordito – È quanto successo con i vaccini: il portafoglio e i prezzi sono stati uguali per tutti, grandi e piccoli.  Oggi non esiste più l’Europa pre-Covid: sulla salute le disuguaglianze tra i nostri quasi 450 milioni cittadini non sono più giustificate”.

L’esperienza della pandemia ha insegnato qualcosa anche all’Europa: in primis che non c’era un sistema sufficientemente preparato per un’emergenza del genere. “Può essere normale, perché altrimenti significherebbe avere un sistema sovradimensionato, ma qualcosa in più andava fatto”, ha commentato Gallina.

Altri insegnamenti: il sistema di sorveglianza obsoleto, la risposta troppo frammentata (“Ciascun Paese ha messo regole per conto suo”) e infine la necessità di una sanità più flessibile.

“L’Europa può sembrare un gigante normativo, ma in questo momento di crisi ha mostrato di poter agire bene. L’Europa è grande perché nei momenti di difficoltà è in grado di trasformare un piccolo granello di sabbia in una perla. Per me il granello di sabbia è stato il fatto che gli Stati membri demandassero l’esclusività dell’acquisto dei vaccini alla Commissione europea. Con questo siamo riusciti a ottenere un contratto per tutti e da lì sono nate tante cose, tra cui il Sure, il Support to mitigate Unemployment Risks in an Emergency, che viene spesso dimenticato e che invece è stato il primo fondo che ha aperto la strada al Recovery Fund, che per me è un sogno”.

Infine, la sfida del digitale: “Con il Green pass, che in Italia ha suscitato più di una perplessità, siamo riusciti ad avere una registrazione precisa di chi era vaccinato e di chi no – ha ricordato Gallina – Questo ci ha permesso di avere una padronanza dei dati in modo trasparente e uguale per tutti”.

Quello che ancora l’Unione non è riuscita a fare è la Pharma strategy: “La legislazione farmaceutica europea è vecchia di 20 anni. Stiamo lavorando a questa grande cattedrale per avere farmaci disponibili per tutti, innovativi e in tutti gli Stati europei. Un mercato unico purtroppo al momento non esiste ancora”. Per Gallina “gli Stati membri sono 27 rotelline che devono ruotare tutte, magari a velocità diversa, attorno alla Commissione, che è un grande perno con il compito di far girare tutte le rotelline alla velocità maggiore possibile”.

L’Europa per la Salute e la Pharma Strategy sono attese, nelle parole di Gallina, tra il 2023 e il 2024.

Sandra Gallina

Le disuguaglianze della salute

Giuseppe Costa, professore ordinario di Igiene generale applicata all’Università di Torino, ha acceso i riflettori sulle disuguaglianze della salute, esacerbate dalla pandemia: “Ci sono alcuni settori, come per esempio quelli che riguardano le protesi al ginocchio legati a problemi di artrosi, che prima del Covid erano molto correlati con il basso reddito e la scarsa istruzione di chi vi faceva ricorso – sottolinea – Oggi che le liste d’attesa si sono allungate, noi vediamo che il numero di queste persone è uguale a quello di chi sta meglio economicamente. Questo perché le prime non hanno la possibilità di rivolgersi al privato per effettuare l’intervento”.

Sebbene il coronavirus abbia colpito tutti, senza distinzione di censo e posizione sociale, Costa ha notato come a patire le conseguenze peggiori siano state le persone con livelli di istruzione più bassi e quelle che vivevano in territori più marginali: “La disuguaglianza è nata nel territorio – ha affermato – Le malattie che generano suscettibilità al virus erano diseguali già prima e l’assistenza territoriale ha fatto cilecca: le case della comunità dovrebbero servire proprio per portare per una maggiore uguaglianza al di fuori dell’ospedale. La pandemia ha messo in evidenza problemi importanti del sistema. Non tanto quelli ospedalieri, ma soprattutto le difficoltà extra ospedaliere e di assistenza territoriale. Bene dunque concentrare le risorse qui”.

Costa ha poi ripreso alcuni dei temi introdotti in apertura da Turati: “Si stanno spendendo i soldi per le terapie intensive, ma la programmazione di quei posti letto è stata molto influenzata dall’emergenza dell’estate e della seconda ondata. Non appena il vaccino ha diminuito i casi severi è apparso evidente che tutti questi letti di terapia intensiva non erano così appropriati: la precedente dotazione era più che adeguata per la gestione dell’ordinario”.

Stesso discorso sulle liste d’attesa: “Il lockdown e la sospensione di molte procedure non Covid hanno avuto un impatto molto severo. Probabilmente però, molti di questi ritardi non avranno conseguenze e ci diranno molto sull’inappropriatezza diagnostica e strumentale. Esistono effettivamente problemi sulla salute nell’ambito oncologico e in quello ortopedico-traumatologico che non vanno sottovalutati. Per altri settori, invece, probabilmente si può aspettare”.

Per l’esperto gli interventi del Pnrr stanno effettivamente andando avanti, sebbene in modo poco trasparente, perché manca un sistema informativo che riporti in modo puntuale che cosa sta accadendo: “In alcuni casi molto virtuosi il percorso è davvero partecipato con i territori, altre volte invece la gestione è più centralizzata. In ogni caso, l’agenda sta andando avanti. La vera domanda che dobbiamo porci è: con queste risorse intendiamo finanziare solo il mattone o anche creare innovazione nei processi e nelle competenze?”

Quale futuro

In chiusura, Gilberto Turati ha ricordato, a proposito di integrazione tra gli aspetti sociali e quelli sanitari, che nei Paesi anglosassoni sta prendendo piede il social prescribing: “Il medico di medicina generale oltre ai farmaci prescrive anche attività che hanno a che fare con lo stare con gli altri e con la costruzione del senso di comunità – ha spiegato – Questo per andare verso un invecchiamento di qualità. In Italia un modello del genere porrebbe oggi problemi enormi di coordinamento tra i vari settori poiché presuppone una comunicazione costante tra medici di medicina generale, assistenti sociali e servizi del Comune. La sfida delle case di comunità è anche questa: capire se siamo davvero in grado di coordinare i vari servizi”.

Da parte sua Sandra Gallina ha ribadito che “il futuro è digitale e con questa impostazione speriamo di poter creare maggiore eguaglianza. Molti Paesi membri hanno i cosiddetti deserti ospedalieri: devono cioè percorrere 80-100 km per raggiungere un ospedale. Con il digitale pensiamo di poter migliorare anche questi aspetti”.

Per Gallina, il prossimo progetto europeo ha a che fare con la longevità: non basta vivere a lungo, occorre riuscire a farlo in buona salute. “È una sfida non da poco, ma sono convinta che questa nuova Europa possa riuscirci”, ha affermato.

E, per quanto riguarda l’Italia, ha concluso che “siamo molto contenti di come intende spendere in sanità le risorse messe a disposizione dal Pnrr: sono interventi che vanno nella direzione delle raccomandazioni e delle osservazioni fatte. Sembra quindi che questa volta i fondi vengano stanziati bene, per risolvere i problemi che ci sono ben noti”.

Troppi aumenti, il grido d’allarme delle aziende di farmaci generici

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Rappresentano circa il 70% di tutti i medicinali usati quotidianamente in Europa. Sono i farmaci e i principi attivi a brevetto scaduto: entrati nel mercato nei primi anni 2000, oggi sono un asse portante del nostro Servizio sanitario nazionale e non solo.

A marzo Medicines for Europe, l’associazione che rappresenta le industrie dei medicinali generici, biosimilari e a valore aggiunto in tutta Europa, ha lanciato l’allarme: l’approvvigionamento farmaceutico nel nostro continente ha raggiunto un alto livello di criticità.

L’aumento del costo delle materie prime, dei trasporti e l’inflazione che è tornata a crescere sta infatti mettendo in seria difficoltà alcuni settori, già messi alla prova dagli oltre due anni di pandemia. Quello dei farmaci è uno di questi: a differenza di altri comparti, infatti, chi produce medicinali opera all’interno di un mercato regolamentato e non può scaricare i maggiori costi sui cittadini o sul Servizio sanitario nazionale.

Michele Uda

“Il grande incremento si è registrato soprattutto nell’ultimo semestre – fa il punto Michele Uda, direttore generale di Egualia, ex Assogenerici, l’associazione dell’industria dei farmaci equivalenti, biosimilari e value added medicines in Italia – La riduzione della marginalità è un fenomeno in atto da alcuni anni e che è stato ulteriormente accelerato dalla pandemia. La filiera farmaceutica, e in particolare quella dei medicinali fuori brevetto, è sotto un’enorme pressione”.

Il Dg di Egualia fornisce delle cifre: “Oggi trasportare un container di materiali di confezionamento o di principi attivi intermedi costa almeno il 50-60% in più rispetto a quello che accadeva nel 2018-2019. Negli ultimi 12 mesi, i costi delle materie prime e del trasporto aereo sono triplicati; l’energia ha fatto registrare un +230% rispetto alla media del periodo 2018-2020. Un altro dato preoccupante è che in generale i prezzi alla produzione sono in aumento complessivamente del 10%”.

Sebbene il Ministero dello Sviluppo economico e il Governo siano recentemente intervenuti sul caro-energia, il problema è tutt’altro che risolto: “Nei primi mesi del 2022 abbiamo ricevuto molte segnalazioni da parte delle aziende che fanno parte del nostro network: a breve e medio periodo potrebbero esserci delle conseguenze sulla disponibilità di farmaci essenziali”, avverte Uda. Un rischio che al momento non si è ancora concretizzato nel nostro Paese, ma che è già evidente in altre zona d’Europa: “In Germania per esempio il tamoxifene, un farmaco oncologico fondamentale, è rimasto carente per tre mesi”, ricorda il Dg di Egualia.

L’Italia ha un ruolo di primo piano nella partita europea: è proprio il nostro Paese, infatti, a guidare la proposta di una Joint Action europea per capire come fronteggiare il problema.

“Le istituzioni hanno ben chiare le criticità del comparto, ma purtroppo le risposte sono estremamente lente – commenta Uda – Oggi dobbiamo agire nell’immediato per gestire la situazione contingente, in modo analogo a quanto fatto per esempio nel settore delle opere pubbliche con il decreto Sostegni-Ter. L’interruzione di forniture sanitarie è un problema di salute pubblica e come tale va gestito”.

I tre step da seguire secondo Egualia: gestire la situazione contingente, facilitare la revisione del prezzo ex factory sulla base dell’aumento dei costi delle materie prime e aumentare la flessibilità in ambito regolatorio

Dopodiché, per le aziende che producono farmaci con brevetto scaduto, sarebbe importante mettere in atto azioni di medio periodo come per esempio una revisione del prezzo ex factory sulla base dell’aumento dei costi delle materie prime. “Questa possibilità è contemplata da Aifa, ma la modalità per presentare la richiesta è assolutamente anacronistica poiché richiede i dati dell’aumento delle materie prime negli ultimi cinque anni, con una quantità di documentazione che non è di facile reperimento e soprattutto con una difficoltà aggiuntiva perché deve essere presentata da ogni azienda singolarmente”.

Diverse categorie di medicinali equivalenti hanno oggi prezzi ex factory e al pubblico molto contenuti: “Su questi, il primo effetto che avremo se questa crisi continua è che i produttori non saranno più in grado di poter gestire questi costi – riflette Uda – Non potendoli trasferire almeno in parte e non potendo contare su altre misure di sostegno è chiaro che il rischio è che si riduca il numero di aziende in grado di mantenere in commercio i prodotti. Questo, a sua volta, porterebbe a un problema di carenza di approvvigionamenti”.

Per Egualia sarebbe importante ragionare su come ritrovare un equilibrio: “Ci siamo resi disponibili a ragionare con Aifa e il Ministero per individuare le categorie più a rischio, quelle di medicinali essenziali che non possono assolutamente mancare nella pratica clinica e sui quali dovrebbe essere effettuato un riequilibro dei prezzi”.

Oltre a interventi per contrastare l’aumento dei costi delle materie prime e al riequilibrio del prezzo ex factory, i produttori di farmaci fuori brevetto evidenziano un terzo aspetto su cui agire, quello regolatorio. “Probabilmente per affrontare alcuni degli effetti di questa crisi globale servono flessibilità di carattere regolatorio. Proprio su questi temi abbiamo aperto un dialogo coi Aifa – rende noto Uda – Si tratta di aspetti molto tecnici già sperimentati in altri Paesi europei: non una deregulation, ma azioni che possano aiutare per esempio nello stoccaggio dei medicinali e nel trasporto. Dobbiamo fare in modo che l’Agenzia del farmaco mantenga la sua capacità di controllo, ma allo stesso tempo permettere, in un momento come questo e su selezionate categorie di medicinali, di introdurre alcune specificità che non facciano perdere nulla in termini di qualità di sicurezza e di efficacia”.

Il nodo del payback

A far da cappello a queste tre istanze, se ne trova una quarta, più generica, sulla quale Egualia chiede alle autorità competenti di agire: “Le nostre aziende pagano, per i farmaci distribuiti nelle farmacie, una sorta di payback pari all’1,83% del prezzo al pubblico – afferma Uda – Su questo probabilmente si potrebbe aprire un dialogo che permetta di fronteggiare questa situazione di emergenza, pensando magari a una sospensione”.

Anche per quanto riguarda i farmaci ospedalieri le aziende pagano un payback: “Questo nonostante in ospedale noi partecipiamo a procedure di gara ad evidenza pubblica – ricorda il Dg – Quindi il Ssn si assicura sempre e comunque il prezzo più basso per quel bene e poi, al termine dell’anno, calcolato lo sfondamento complessivo della spesa che certamente non è generato dalle nostre imprese, ci chiede il payback. Fermo restando che la dinamica concorrenziale va salvaguardata, noi ci troviamo nella condizione di non riuscire a compensare i maggiori costi e a dover comunque pagare il payback alla fine dell’anno. Forse allora occorrerebbe ripensare questo meccanismo: perché se il sistema di governo della spesa per i farmaci fuori brevetto in ospedale è la gara, è questo lo strumento di riduzione della spesa, non il payback, che altrimenti diventa una tassa che paghiamo perché abbiamo una quota mercato, che però è in concorrenza ed è una componente di spesa che si riduce nel tempo”.

Questi temi sono ben noti e emersi negli anni nei report dell’Osservatorio sul sistema dei farmaci generici in Italia realizzato da Nomisma. Adesso, tuttavia, la situazione si è ulteriormente complicata a causa dell’accelerazione impressa nell’ultimo biennio dalla pandemia e negli ultimi mesi dall’aumento dei prezzi.

Le forniture ospedaliere

Massimiliano Rocchi

Le aziende che riforniscono gli ospedali vivono appunto sulle gare, che oggi sono uniformi a livello nazionale: “Una quindicina d’anni fa le Regioni ne sperimentavano di diversi tipi, mentre oggi esiste un’assoluta omogeneità – afferma Massimiliano Rocchi, vicepresidente di Egualia – La durata può essere diversa, ma il meccanismo è il medesimo: si definisce il quantitativo e la base d’asta e si aggiudica al prezzo più basso”.

Un meccanismo molto semplice che però secondo Rocchi non è privo di storture: “Per riuscire a rimanere nel mercato, le aziende sono forzate ad abbattere i costi in tutti i modi, immaginando economie di scala, ottimizzando processi e favorendo l’integrazione verticale. Questo va a detrimento della loro capacità di innovare, poiché le imprese devono essere più concentrate sul processo di produzione rispetto al miglioramento del prodotto e quindi alla qualità”.

E poi c’è la questione dei contratti: “Il sistema di procurement è estremamente semplice, i contratti sono estremamente rigidi – sintetizza Rocchi – Noi firmiamo accordi pluriannuali nei quali è prevista una clausola per la quale ci rendiamo disponibili a rivedere in riduzione il prezzo se questo dovesse scendere in seguito alle periodiche ricontrattazioni con Aifa. Purtroppo, però, non è prevista la possibilità di una revisione al contrario, nemmeno di fronte a dati inconfutabili come quelli di questi mesi, in cui aumenta il costo della materia prima, quello dell’energia, del lavoro e dei trasporti, per non parlare dell’inflazione che continua a crescere”.

L’attuale sistema dei contratti fa sì che le aziende più piccole o meno strutturate siano più in difficoltà di altre che, grazie alle loro dimensioni, sono in grado di assorbire la perdita

Questo meccanismo fa sì che le aziende più piccole o meno strutturate siano più in difficoltà di altre che, grazie alle loro dimensioni, sono in grado di assorbire la perdita. “È estremamente importante trovare meccanismi di intervento rapidi e ragionevoli, oltre a individuare buone pratiche da mettere in campo sull’intero territorio nazionale”, afferma Rocchi. “Per farlo, occorrerebbe riuscire a individuare in modo più preciso i fabbisogni e, contemporaneamente, orientarsi verso gare basate sul criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa e non su quello del prezzo più basso”.

Le aree terapeutiche più a rischio

Se guardiamo all’esperienza europea, abbiamo alcuni casi molto concreti: negli ultimi 12 mesi un medicinale a brevetto scaduto su 5 è scomparso dal mercato. Ci sono stime e studi secondo i quali un 5% di aumento dei prezzi alla produzione dell’industria dei farmaci equivalenti mette a rischio a livello europeo un quarto di tutti i farmaci a brevetto scaduto. “Considerando che noi rappresentiamo a livello europeo il 70% dei volumi e dei trattamenti quindi che quotidianamente vengono espressi, l’impatto può essere significativo”, commenta Michele Uda.

In Italia le aree terapeutiche più a rischio riguardano gli oncologici iniettabili, gli antibiotici e tutti i medicinali a somministrazione endovenosa (a causa della carenza di vetro)

In Italia le aree terapeutiche più a rischio riguardano gli oncologici iniettabili, gli antibiotici e tutti i medicinali a somministrazione endovenosa (a causa della carenza di vetro).

Ci sono poi prodotti con costi ex factory estremamente bassi: “L’allopurinolo, un farmaco orale che ha ancora molto mercato in Italia, è un prodotto molto vecchio con un prezzo ex factory di poco superiore all’euro – ricorda Rocchi – È chiaro che un prodotto del genere non è più in grado di assorbire gli aumenti di questi mesi e mette a rischio le aziende che lo producono, che non riescono più ad avere alcun tipo di margine”.

I dati dicono infatti che più ci si allontana dalla scadenza brevettuale, minore è il livello di player sul mercato e aumentano i lotti che vanno deserti.

“Noi siamo responsabili della fornitura di un bene etico come il farmaco, che al contempo è anche un bene industriale, con dietro una catena di approvvigionamento che ragiona su logiche di carattere industriale ed economico – riflette in conclusione Uda – Dobbiamo quindi riuscire a trovare un equilibrio che tuteli la concorrenza e permetta di governare allo stesso tempo la spesa”.