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La Lice al Senato: “Epilessia patologia sociale, agire subito”

Assicurare a tutte le Persone con Epilessia l’adeguata assistenza e l’accesso alle cure, anche a quelle innovative, su tutto il territorio nazionale. Perseguire la lotta allo stigma e alla discriminazione in ogni ambito sociale. Promuovere la ricerca in campo epilettologico ed inserire l’Epilessia nel Piano Nazionale delle Cronicità allestito presso il Ministero della Salute. Disegnare percorsi di cura, adatti a chi è controllato dai farmaci, ma soprattutto per coloro che hanno una Epilessia farmacoresistente.

 

Sono alcuni dei punti al centro del Decalogo sull’Epilessia presentato dalla LICE – Lega Italiana Contro l’Epilessia -, nel corso dell’incontro “Epilessie, Stigma e Conoscenza” tenuto in Senato alla presenza di alcuni rappresentanti istituzionali. Tra questi il Sen. Antonio Tomassini, i componenti della 12a Commissione Igiene e Sanità del Senato, le Sen.ci Paola Binetti, Maria Rizzotti, Paola Boldrini, Annamaria Parente, i componenti della XII Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati gli On. Rossana Boldi, Angela Ianaro e Fabiola Bologna.

 

Nel corso dell’incontro, promosso dalla LICE e che ha visto il coinvolgimento della Società Italiana di Neurologia (SIN), delle Associazioni dei Pazienti e quella importantissima di IBE – International Bureau for Epilepsy, la Società Scientifica LICE ha chiesto e promosso l’istituzione di un Osservatorio nazionale permanente per le Epilessie, incaricato di proporre azioni per migliorare le terapie e l’inclusione delle Persone con Epilessia e delle loro famiglie, e l’attivazione di un Tavolo Tecnico, che includa oltre agli esperti clinici, la partecipazione di tecnici, decisori, industrie farmaceutiche ed enti di vigilanza.

 

“In Italia le Persone con Epilessia sono circa 600 mila – spiega il Prof. Oriano Mecarelli, Past President LICE – in quanto in generale nei Paesi ad alto sviluppo l’Epilessia colpisce circa 1 persona su 100; nei Paesi a basso sviluppo invece i numeri sono molto più alti e si calcola che nel mondo oltre 50 milioni di persone soffrano di una forma di Epilessia.  Questa patologia si può verificare in tutte le età, con due picchi di incidenza, uno nei primi anni di vita e l’altro – sempre più elevato – nelle età più avanzate. Attualmente si calcola infatti che in Italia ogni anno si verifichino 86 nuovi casi di Epilessia nel primo anno di vita, 20-30 nell’età giovanile/adulta e 180 dopo i 75 anni. Alla base dell’alto tasso di incidenza nel primo anno di vita ci sono soprattutto fattori genetici e patologie malformative o tumorali, mentre per gli over 75 la causa risiede nel concomitante aumento delle patologie potenzialmente epilettogene legate all’età: ictus cerebrale, malattie neurodegenerative, tumori e traumi cranici”.

“Un terzo delle Persone con Epilessia – spiega la dott.ssa Laura Tassi, presidente della LICE e dirigente medico in Chirurgia dell’Epilessia e del Parkinson presso l’ASST Grande Ospedale Metropolitano “Niguarda” di Milano – non è sensibile alla cura farmacologica, rappresentando la quota più grande di spesa per il SSN e per i caregivers. Se le crisi si ripetono nonostante la terapia farmacologica, le Persone con Epilessia non possono più essere autonome. Le famiglie sono sole di fronte ad una malattia devastante che causa episodi imprevedibili e pericolosi. Oltre al carico farmacologico che incide sullo sviluppo cognitivo e fisico, le Epilessie farmaco-resistenti non permettono una vita sociale, scolastica e lavorativa soddisfacente. La ricerca scientifica deve essere implementata per trovare nuove cure, più mirate ed adeguate a tutti i tipi di pazienti. La chirurgia, risolutiva nel 70% dei casi, deve essere incrementata a fronte della presenza attuale di pochi Centri in Italia e di un basso numero di pazienti che possono essere trattati. Le terapie palliative (dieta chetogena, la Stimolazione del Nervo vago, etc.) devono essere a disposizione di coloro che non possono essere sottoposti ad una chirurgia tradizionale.

Al centro del Decalogo presentato dalla LICE la tutela dei diritti e la soddisfazione dei bisogni delle persone con Epilessia. Nel documento si chiede il miglioramento dell’assistenza attraverso la promozione dei Centri per l’Epilessia, sia medici che chirurgici, affinché siano in grado di assicurare la presa in carico multidisciplinare della Persona con Epilessia, anche attraverso sistemi come la Telemedicina specialistica. Ma anche il potenziamento delle risorse economiche finalizzate allo sviluppo della ricerca, l’organizzazione di campagne informative rivolte sia alla popolazione che ai medici di libera scelta, di medicina del lavoro e di medicina generale per migliorare la conoscenza della patologia, presupposto fondamentale alla lotta allo stigma.

 

L’organizzazione di percorsi formativi nelle scuole, con il coinvolgimento di insegnanti e studenti, per un migliore inserimento delle persone con Epilessia, va implementato e coadiuvato.

Inoltre, per le Persone con Epilessia in cui esistono comorbidità, specialmente nella popolazione pediatrica e nelle Malattie Rare, vanno cercati percorsi di cura, di inserimento sociale scolastico e lavorativo e di riabilitazione.

 

“Per la mia storia professionale e per quella politica – dichiara il Senatore Antonio Tomassini – sono profondamente consapevole del grave problema sociale e clinico dell’Epilessia che vede affetti molti cittadini di tutte le età, dalla nascita alla vecchiaia. Questo problema si è ulteriormente aggravato con alcune determinazioni legislative più tese all’irrigidimento del quadro ispettivo e sanzionatorio che non a quello della prevenzione, della diagnosi precoce e della terapia. Lo stigma non solo non è stato cancellato ma diventa elemento peggiorativo. Ѐ quindi necessario rivedere profondamente le norme in modo da poter rendere un accesso tempestivo e continuativo a controlli e terapie”.

 

Il Piano d’azione globale per l’epilessia dell’Organizzazione Mondiale della Sanità

Le richieste della LICE coincidono con gli obiettivi previsti dal Piano d’Azione Globale Intersettoriale decennale per l’epilessia e gli altri Disturbi Neurologici, varato solo lo scorso maggio dall’Assemblea dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, e che impone agli Stati membri il raggiungimento – entro il 2031 – di alcuni obiettivi globali, tra cui l’aggiornamento delle politiche nazionali esistenti sui disturbi neurologici, l’inclusione dei disturbi neurologici nei sistemi di assistenza sanitaria universale e la copertura dei servizi per le Persone con Epilessia del 50% in più rispetto all’attuale e lo sviluppo di un’idonea legislazione al fine di promuovere e proteggere i diritti umani delle Persone con Epilessia.

 

“Abbiamo un’opportunità storica e probabilmente irripetibile – commenta Francesca Sofia, presidente dell’International Bureau for Epilepsy (IBE) – da cogliere lavorando insieme per migliorare concretamente e immediatamente la qualità della vita delle Persone con Epilessia. Anche il piano appena approvato dall’Assemblea dell’OMS va in quella direzione, ed è il frutto di un’azione di sensibilizzazione e tutela svolta a livello internazionale dai medici e dai rappresentanti delle Persone con Epilessia, un esempio di collaborazione e coesione delle principali parti interessate. Credo che anche in Italia potremo realizzare un lavoro per l’Epilessia che possa essere di esempio ed ispirazione nel resto del mondo”.

 

L’obiettivo, condiviso a livello globale dalla ratifica del piano dell’OMS e accolto in Italia dalla LICE, è quello di ridurre l’impatto della malattia, incluse la morbilità e la disabilità associate, migliorando la qualità della via delle Persone con Epilessia attraverso la prevenzione, il trattamento e la cura.

 

Per approfondire

Global Action Plan for Epilepsy: in arrivo le prime linee guida internazionali sulla gestione dell’epilessia

Appello SIMG-SIMIT-SItI: per l’autunno occorrono vaccini anche per l’influenza

La minore circolazione del virus dell’influenza negli ultimi anni ha ridotto l’immunità naturale. Il numero delle somministrazioni dei vaccini antinfluenzali è in calo. Ma il COVID-19 non deve distogliere l’attenzione dall’influenza, che il prossimo inverno potrà tornare a colpire duramente. Le prime evidenze sono suggerite dai dati provenienti dall’emisfero australe dove è in corso una elevata circolazione del virus influenzale

Ecco l’appello SIMG-SIMIT-SItI: per l’autunno occorrono i vaccini anche per l’influenza. Pubblicato un documento congiunto per avviare da subito la campagna antinfluenzale in tutte le Regioni

Prevenzione e programmazione. Nelle prossime stagioni l’influenza comparirà e si hanno già indicazioni sulla sua gravità. Serve un’azione incisiva che coinvolga popolazione e istituzioni. Le tre società scientifiche lanciano l’appello sin da subito: le Regioni devono provvedere a un approvvigionamento sufficiente di scorte, mentre la cittadinanza deve comprendere l’importanza della vaccinazione, a prescindere dal COVID.

L’Italia si prepara alla prossima stagione influenzale

In Italia, come in gran parte del resto del mondo, gli ultimi due anni hanno visto una riduzione dell’attività influenzale. Un fenomeno frutto soprattutto delle misure restrittive legate al COVID-19. Il prossimo inverno però potrà verificarsi un’inversione di tendenza che desta un’allerta, rispetto alla quale si è ancora in tempo per porre in essere misure di contenimento adeguate. È necessario che da parte delle Regioni vi sia un sufficiente approvvigionamento di vaccini, mentre nei confronti della cittadinanza sia avviata una
persuasiva campagna di sensibilizzazione. Questo il monito lanciato da tre società scientifiche che hanno pubblicato un documento congiunto sul tema: la Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie – SIMG, la Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali – SIMIT, la Società Italiana di Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica – SitI.

A far temere, sono la probabile riduzione dell’immunità naturale della popolazione dopo gli ultimi due anni; i dati preliminari in calo dell’ultima campagna di vaccinazione antinfluenzale; le informazioni che arrivano dall’emisfero australe.

Calo coperture. Le statistiche sull’influenza in crescita, quanto potrà essere grave?

Claudio Cricelli

“La profilassi per l’influenza rischia di essere messa in secondo piano dal COVID, ma non deve assolutamente essere sottovalutata – sottolinea il Prof. Claudio Cricelli, Presidente SIMG – Nelle prossime stagioni l’influenza comparirà e abbiamo già indicazioni sulla sua gravità. Serve un’azione incisiva che coinvolga popolazione e istituzioni affinché ci si attrezzi sin da subito per proteggersi dall’influenza con un’approfondita campagna vaccinale. Si devono tenere a mente concetti come la severità dell’infezione da virus influenzale, il carico clinico della malattia, i costi per il Servizio  Sanitario Nazionale, il ruolo centrale della vaccinazione nella prevenzione dell’influenza”.

Claudio Mastroianni
Antonio Ferro

“È fondamentale prepararsi da subito contro il virus influenzale – evidenzia il Prof. Claudio Mastroianni, Presidente SIMIT – Occorre ribadire l’importanza di questa vaccinazione, sottovalutata soprattutto nell’ultimo anno, quando si è verificato un calo delle coperture. Si tratta di un importante tema di sanità pubblica, su cui le istituzioni nazionali e regionali non possono rimandare il proprio impegno. L’influenza rimane una malattia infettiva gravata da complicanze soprattutto nei soggetti più fragili come anziani, pazienti con comorbidità e immunodepressi, che rappresentano coloro che sono maggiormente esposti agli effetti dannosi dell’influenza e possono ottenere i maggiori benefici dalla vaccinazione”.
“In previsione dell’aumento dei casi che si registreranno in autunno e in inverno è fondamentale effettuare la vaccinazione antinfluenzale – dichiara il Dott. Antonio Ferro, Presidente SItI – La doppia inoculazione, antiCOVID-19 e anti-influenza, è sicura ed importante, in quanto anche l’influenza può generare complicazioni molto gravi. È altrettanto fondamentale iniziare a parlarne già da ora per raggiungere, con questo appello, più persone possibili, facendo partire una campagna di sensibilizzazione, da parte di tutti gli operatori del mondo della Sanità, per informare correttamente tutta la popolazione”.

Influenza e vaccini negli ultimi due anni

Secondo l’OMS ogni anno nel mondo le morti determinate dall’influenza stagionale oscillano tra 250 e 500 mila, di cui 15-70 mila in Europa; circa il 90% avviene tra gli ultra 65enni. In Italia si stimano circa 8mila decessi all’anno a causa dell’influenza e delle sue complicanze. Durante l’inverno 2020-2021, in piena pandemia, le vaccinazioni contro
l’influenza, sulla spinta dei timori causati dal COVID, hanno registrato un notevole incremento (65.3% negli over 65 rispetto al 54,6% del 2019/2020). Ad oggi, i dati preliminari relativi all’ultimo inverno, evidenziano invece una sensibile e preoccupante riduzione. I motivi sono molteplici: limitata circolazione dei virus influenzali nelle stagioni precedenti; diminuzione della percezione del rischio legato all’influenza rispetto a quello del SARS-CoV-2; sovrapposizione con la terza dose del vaccino anti-COVID. Il calo delle coperture e il mancato utilizzo di significativi quantitativi di vaccini stanno spingendo le Regioni a rivedere al ribasso il numero di dosi da acquistare: un errore da non commettere, secondo gli esperti.

I primi dati dall’emisfero australe

Tra le preoccupazioni, vi sono anche le prime informazioni che arrivano dall’emisfero Sud. I dati epidemiologici registrati in Australia e in Argentina rilevano un’evidente recrudescenza dell’influenza, con diffusione ai livelli pre-pandemia, visto l’abbandono dei mezzi di protezione individuale e delle misure di contenimento. In Australia, i casi di influenza confermata in laboratorio rilevati dal sistema di sorveglianza sono in aumento dal mese di marzo, con 90% di campioni esaminati che hanno rilevato la presenza del virus influenzale di tipo A.

Nello specifico, sono stati notificati 87.989 casi di influenza confermata in laboratorio, e la tendenza è in ulteriore crescita. Il numero di casi riportati settimanalmente ha superato la media dei 5 anni precedenti, e l’andamento di questa stagione sembra replicare quanto accaduto nel 2017, stagione che si rivelò estremamente severa. Anche in Argentina, dalla settimana 49 del 2021 (quindi fuori dalla stagione invernale dell’emisfero australe) è stato invece rilevato un aumento del numero di casi di influenza, principalmente Influenza A H3N24. Tra le settimane 1-6 dell’anno 2022, sono stati registrati 166 casi di influenza da parte del Sistema Nazionale di Sorveglianza Sanitaria. Quanto sta accadendo nell’emisfero australe potrebbe essere quindi un indicatore di quanto potrà accadere anche alle nostre latitudini durante il prossimo inverno.

Per approfondire:

Perché è importante continuare a vaccinarci contro l’influenza

Eletto il nuovo Board di E.C.H.O.: presidente Averardo Orta di ANASTE

Si è svolta a Bruxelles nei giorni 13 e 14 luglio l’Assemblea Generale elettiva di E.C.H.O. – European Confederation of Care Home Organisations per il rinnovo del Board of Directors che rimarrà in carica per il triennio 2022-2025.

Sono stati eletti all’unanimità: Averardo Orta di Associazione Nazionale Strutture Territoriali e per la Terza Età – ANASTE (Italia) presidente, Bernard Meurer di BPA (Germania) vicespresidente, Sebastiano Capurso di ANASTE (Italia) tesoriere, Alberto Echevarria di FED (Spagna) segretario generale.
E.C.H.O. è stata fondata nel 1989 a Bruxelles per promuovere, in accordo con le istituzioni Europee, il miglioramento del comparto sociosanitario, nell’ambito della terza età ma anche delle disabilità, attraverso il principio della cooperazione di tutti i suoi Stati membri. Sono aderenti alla confederazione: ANASTE (Italy), bpa (Germany), Care England (United Kingdom), Fed (Spain), Nevep (The Netherlands),Pemfi (Greece), Senioren Unie (Belgium), Synerpa (France), Teso (Finland), Poland (Poland), Bps (Bulgaria).

Averardo Orta

Commenta il neopresidente Averardo Orta: “La recente pandemia ha evidenziato la centralità delle cure e dell’assistenza territoriale a livello europeo. Tutti i Paesi membri stanno promuovendo un miglioramento delle cure territoriali. E.C.H.O. si pone come obiettivo di raccordare tutte le esperienze e le competenze delle associazioni che compongono la Confederazione per consentire uno sviluppo armonico delle riforme da qui ai prossimi anni. A settembre ci riuniremo con il nuovo direttivo per programmare un white paper e proporre una direttiva europea che armonizzi le cure territoriali nell’Unione. Presenteremo il documento al Parlamento Europeo entro il 2023”.

Intanto il nuovo board si è riunito a Bruxelles per definire il programma del prossimo semestre e le priorità di intervento alla luce delle esperienze maturate dagli Stati membri durante questi anni di pandemia.

Ingegneri clinici: preoccupazione per la possibile carenza di medical devices

“Siamo preoccupati per il sondaggio i cui dati ci sono stati sottoposti da MedTech Europe, l’associazione che riunisce tutti i produttori europei di medical devices. Non è evidentemente compito dei professionisti delle tecnologie per la salute quello di entrare nel merito dei Regolamenti europei o del loro percorso di applicazione, ma non possiamo che provare una certa perplessità sulle conseguenze che il Nuovo Regolamento Europeo 2017/745 sta generando in Italia e in tutta Europa”: lo dichiara Umberto Nocco, presidente dell’Associazione Italiana Ingegneri Clinici, a fronte dei dati della survey che MedTech Europe ha pubblicato analizzando la disponibilità di devices in rapporto con l’implementazione del Nuovo Regolamento.

Alla survey di MedTech Europe hanno partecipato 475 aziende, tra cui 102 multinazionali e 373 piccole e medie imprese: nel complesso il panel dei partecipanti al sondaggio rappresenta il 60-70% del mercato europeo. La survey ha indicato alcune sintetiche conclusioni: non sono ancora stati emessi certificati autorizzativi per circa l’85% degli oltre 500.000 dispositivi precedentemente certificati ai sensi delle precedenti Direttive sui dispositivi medici. Il 54% degli intervistati da MedTech Europe ha affermato di non avere intenzione di trasferire parte del proprio portafoglio all’interno delle disposizioni del MDR 2017.745: tutte le categorie di prodotti sono quindi ad oggi interessate (poco o tanto) da potenziali interruzioni del dispositivo.

“Quello che preoccupa gli ingegneri clinici e gli altri professionisti di settore”, sottolinea Nocco, “è che l’implementazione del Nuovo Regolamento sui medical devices invece che creare equilibrio, sicurezza e regolamentazione, possa generare carenza di prodotti nei servizi sanitari europei, con la conseguente mancanza di risposte ai bisogni dei pazienti. Ovviamente non è mai stata intenzione del legislatore europeo quella di creare periodi di indisponibilità, ma di certo oggi il numero limitato di organismi notificati e la complessità dei percorsi autorizzativi possono andare ad abbattersi sui cittadini, che possono vedere una riduzione dei devices sicuri ed autorizzati messi a loro disposizione”.

Gli altri dati della Survey di MedTech Europe apparentemente interessano più il mondo produttivo, che quello dei cittadini e pazienti. Le piccole e medie imprese del settore (e qui le aziende italiane sono particolarmente rappresentate) devono affrontare sfide più ostiche nell’implementazione del 2017.745 rispetto alle grandi aziende: una quota di imprese valutabile tra il 15 % ed il 30 % di marchi piccoli e medi, non hanno ancora accesso a un organismo notificato designato (quei soggetti preposti alle autorizzazioni per l’entrata in commercio). Per finire, in una lettura di “scenario produttivo internazionale”, il Nuovo Regolamento 2017.745 appare attualmente come un disincentivo – invece che un supporto – al lancio dell’innovazione dei dispositivi medici nell’Unione Europea: circa il 50% degli intervistati sta “deprioritizzando” il mercato dell’UE come ambito geografico prescelto per la prima approvazione normativa dei loro nuovi dispositivi.

“Nel complesso”, è la conclusione del presidente AIIC, “riteniamo che questi dati debbano essere presi in seria considerazione da istituzioni e agenzie. Il mondo della produzione sta esprimendo una criticità che – pur non essendo l’unico punto di vista da tenere in considerazione – non può essere ignorata se si desidera condurre il settore delle tecnologie per la salute in una fase di maggior trasparenza, sicurezza e regolamentazione. In conclusione crediamo che anche il mondo dei cittadini e dei professionisti debba essere coinvolto nel dialogo complessivo, in modo tale da giungere unitariamente a tempi e modi più certi di implementazione del Nuovo Regolamento Europeo che non penalizzino i sistemi sanitari e quelli produttivi garantendo regole e sicurezza”.

Nuovo DM 77 e prossimità: il punto con Cittadinanzattiva

La nuova sanità territoriale disegnata dal DM 77 punta a superare il modello medico-centrico a cui siamo abituati. Ma la comunità dei professionisti della salute è pronta per questo cambio epocale? E i cittadini saranno in grado di entrare e seguire i nuovi percorsi di accesso alla salute? O rischiamo che le Case di Comunità siano una replica territoriale dell’offerta ospedaliera di oggi? Tra i nodi da sciogliere anche l’aspetto degli standard assistenziali. A colloquio con Valeria Fava, responsabile Politiche della Salute di Cittadinanzattiva

Al via a Reggio Emilia DIAdIC, una sperimentazione a sostegno del paziente oncologico e dei famigliari

Affrontare una malattia oncologica ha un impatto significativo sia sul paziente che sulle persone che lo circondano. Con l’inserimento in studio dei primi 70 pazienti, è iniziato all’AUSL-IRCCS di Reggio Emilia il progetto internazionale “DIAdIC”, finanziato dalla Comunità Europea nell’ambito del programma “Horizon 2020”. Lo studio randomizzato e controllato ha l’obiettivo di valutare l’efficacia di due interventi infermieristici di supporto psico-educazionale. Tali interventi sono ideati per aiutare il paziente e il famigliare di riferimento (la cosiddetta “diade”) a migliorare la comunicazione all’interno della famiglia e la capacità di affrontare insieme le sfide che la malattia comporta nella gestione non solo dei sintomi fisici, ma anche degli aspetti emotivi.

I due interventi, già sperimentati con successo negli Stati Uniti, prevedono la medesima struttura e durata, ma differiscono per la modalità di erogazione. Uno viene condotto di persona da un infermiere appositamente formato e si compone di tre incontri a distanza di tre settimane l’uno dall’altro. L’altro comporta l’accesso a una piattaforma web appositamente progettata dai ricercatori dello studio e suddivisa in quattro sezioni. Il confronto con l’infermiere e la navigazione all’interno della piattaforma permettono ai membri della diade di raccogliere informazioni, suggerimenti e spunti di riflessione su una pluralità di argomenti, che hanno a che fare sia con la gestione degli aspetti pratici ed assistenziali sia dei problemi di ordine psicologico, sociale, etico e relazionale connessi alla malattia.

I pazienti candidabili a partecipare allo studio sono soggetti maggiorenni affetti da malattia oncologica (sono esclusi i tumori ematologici e cerebrali) in cura all’Arcispedale Santa Maria Nuova-IRCCS di Reggio Emilia e all’Ospedale Civile di Guastalla. Lo studio, coordinato a livello europeo dalla Vrije Universiteit di Bruxelles, coinvolge dieci istituti di sei diversi Paesi: Belgio, Danimarca, Irlanda, Italia, Olanda e Regno Unito. Per l’Italia, l’unico centro partecipante è l’AUSL-IRCCS di Reggio Emilia.

La messa a punto e l’organizzazione del lavoro è stata affidata a un team multidisciplinare composto da tre professioniste: Silvia Di Leo, Monica Guberti ed Elena Turola. Dell’implementazione degli interventi si sono occupate quattro infermiere selezionate e formate appositamente: Chiara Puglisi, Federica Sforacchi, Stefania Tortella e Silvia Zini. Il personale medico e infermieristico delle strutture preposte all’assistenza dei pazienti oncologici nei due ospedali sta attivamente collaborando con il team dello studio attraverso l’identificazione e la proposta di partecipazione ai pazienti candidabili. “L’aspetto innovativo di questo Progetto – sottolinea la dottoressa Monica Guberti del team di Ricerca – è quello di rivolgersi contemporaneamente al paziente e al famigliare come a un’unica entità richiedente cure e integrare l’assistenza usualmente fornita con un supporto di tipo globale, mirato a offrire informazioni e a potenziare le risorse di cui la diade dispone per affrontare l’esperienza di malattia”.

 

Per approfondire e ricevere informazioni sullo studio e come partecipare visitare il sito dedicato

Consip: disponibili per l’acquisto 1.500 ecotomografi di ultima generazione

Attivati da Consip i primi due lotti dell’Accordo quadro per la fornitura di 1.500 ecotomografi multidisciplinari di alta fascia e cardiologici con funzionalità 3D.

Di questi, 700 apparecchiature potranno essere acquistate dalle strutture sanitarie pubbliche, attraverso i fondi del PNRR (Missione 6 – Salute, componente 2 – Innovazione, ricerca e digitalizzazione del Servizio Sanitario Nazionale – Investimento 1.1 – Ammodernamento del parco tecnologico e digitale ospedaliero), per la sostituzione del parco macchine obsoleto come risultante della raccolta dei fabbisogni effettuata dal Ministero della Salute di concerto con le Regioni e le Province autonome.

Ulteriori 800 apparecchiature sono disponibili anche per le amministrazioni non titolari dei fondi PNRR, ma che intendono potenziare il proprio parco macchine.

Nei prossimi mesi saranno attivate ulteriori iniziative funzionali ai progetti PNRR, per il rinnovo delle apparecchiature sanitarie (Tomografi PET/CT, Radiologia – Telecomandati e Polifunzionali, Acceleratori lineari, Gamma Camere e Gamma Camere CT).

L’Accordo quadro avrà una durata di 12 mesi (più eventuali ulteriori 6 mesi di proroga), periodo durante il quale le strutture sanitarie potranno stipulare uno o più appalti specifici con gli operatori economici aggiudicatari dell’appalto, da cui deriveranno contratti della durata di 12 mesi.

Lo strumento dell’Accordo quadro con più aggiudicatari garantisce una ampia scelta per le amministrazioni. Infatti, accanto al criterio della priorità in base alla graduatoria di merito, è stato introdotto anche il criterio della scelta tecnica, che consentirà di ordinare le apparecchiature a qualsiasi aggiudicatario qualora sussistano ragioni tecniche o cliniche (es. tempi di consegna, specifici accessori per la diagnosi clinica, etc.).

La gara ha permesso di ottenere risultati positivi sia dal punto di vista qualitativo – tutte le apparecchiature offerte risultano di elevato standard tecnologico – che economico, con ribassi medi di circa il 35% rispetto al prezzo base d’asta.

Una parte significativa della valutazione effettuata dalla commissione, composta da medici radiologi esperti, ha riguardato la qualità delle immagini cliniche su casi reali sulla base di protocolli redatti in collaborazione con la Società Italiana di Radiologia Medica (SIRM) e la Società Italiana di Ultrasonologia in Medicina e Biologia (SIUMB).

Come sta andando paxlovid?

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Nel nostro Paese è disponibile da febbraio: è indicato per i pazienti con un alto rischio di progressione verso forme gravi di Covid-19. È paxlovid, un antivirale prodotto dalla casa farmaceutica Pfizer che promette di ridurre dell’89% il rischio di ricovero se somministrato precocemente. Per essere efficace, deve infatti essere assunto entro cinque giorni dalla positività.

In Italia è disponibile dalla fine del 2021, e dal mese di aprile Aifa ha deciso di allargarne la prescrizione anche ai medici di medicina generale e di autorizzare la distribuzione per conto nelle farmacie di comunità. Un’iniziativa volta a raggiungere il maggior numero di persone possibile.

Nonostante gli sforzi, però, nelle prime settimane dall’estensione l’antivirale ha avuto una diffusione sotto alle aspettative: il monitoraggio Aifa dopo un mese ha evidenziato come siano state distribuite appena 1.104 confezioni di farmaco attraverso le farmacie.

Questo numero, tuttavia, è cresciuto nel tempo e, in base all’ultimo monitoraggio dell’Agenzia italiana del farmaco, sono state vendute 8.823 dosi in farmacia, più del doppio rispetto alla precedente rilevazione (due settimane prima ci si fermava a quota 4.022).

Andrea Mandelli

Commentando il 14° rapporto Aifa, Andrea Mandelli, presidente della Federazione degli Ordini dei Farmacisti Italiani (Fofi), ha affermato: “L’aumento dei trattamenti con l’antivirale paxlovid ritirati nelle farmacie territoriali, più che raddoppiati nelle ultime due settimane, conferma quanto sia stato decisivo il coinvolgimento dei farmacisti di comunità per rendere più facile e tempestivo l’accesso al farmaco, contribuendo a una migliore gestione del Covid-19 in questa nuova fase di crescita di contagi. È bene rimarcare – ha continuato Mandelli – che la dispensazione del farmaco antivirale da parte del farmacista di prossimità avviene in modo assolutamente gratuito, senza costi a carico del cittadino e a impatto zero per il servizio sanitario”.

Il federalismo farmaceutico

Marco Cossolo

Una delle ragioni della partenza a rilento è da ricercarsi in quello che Marco Cossolo, presidente di Federfarma, definisce il federalismo farmaceutico: “L’evoluzione della farmacia è come quella di un qualsiasi servizio, prodotto o organizzazione – esemplifica –: abbiamo la fase dei pionieri, degli innovatori, la maggioranza anticipatrice, la maggioranza ritardataria e quelli che io chiamo i residui insolubili. Sui vaccini, per esempio, abbiamo visto i pionieri, gli innovatori e una parte della maggioranza anticipatrice: il 50% dei farmacisti li ha effettuati. Sui tamponi, invece, abbiamo raggiunto anche la maggioranza ritardataria, arrivando all’80% dei farmacisti che li è reso disponibile. Si tratta di un processo culturale che si sta compiendo, seppur a velocità diverse. Complessivamente, comunque, nella categoria vedo grande entusiasmo e voglia di mettersi in discussione, soprattutto tra i più giovani”.

A questo federalismo si unisce quello sanitario, che riguarda le Regioni e che influisce sulla dispensazione dei farmaci. A tre settimane dal provvedimento Aifa, per esempio, erano partite solo dieci Regioni (Calabria, Campania, Emilia-Romagna, Lazio, Marche, Molise, Piemonte, Toscana, Umbria e Valle d’Aosta), oltre alle Province autonome di Trento e Bolzano. La Sardegna, in un primo momento, non aveva nemmeno previsto questa opzione. “Incidere sulla distribuzione di un farmaco a livello territoriale è uno dei tanti modi per alimentare le diseguaglianze – afferma Cossolo – È assurdo che nelle prime settimane un piemontese potesse accedere a paxlovid e un sardo no”.

Il farmaco

Paxlovid è un farmaco orale, composto da due principi attivi: nirmatrelvir e ritonavir. Si tratta di tre compresse (due di nirmatrelvir e una di ritonavir) da assumere insieme ogni 12 ore per cinque giorni.

La gestione del paxlovid è piuttosto complessa: deve essere somministrato entro cinque giorni dalla positività, presenta numerose interazioni con altri farmaci ed è controindicato nelle persone con insufficienza renale. Inoltre, è rivolto solo ai pazienti con patologie molto gravi e agli over65

La sua gestione è piuttosto complessa: oltre a dover essere somministrato entro cinque giorni dalla positività, presenta numerose interazioni con altri farmaci (come quelli per il sistema nervoso, l’Alzheimer, il Parkinson, il dolore cronico e gli antiepilettici) ed è controindicato nelle persone con insufficienza renale. Inoltre, è rivolto solo ai pazienti con patologie molto gravi e agli over65. Infine, potrebbe non essere efficace nello stesso modo per tutte le varianti di Covid-19. Tutte caratteristiche che fanno procedere con i piedi di piombo i medici di medicina generale.

“Proprio a causa di questi aspetti così delicati, abbiamo organizzato, insieme ad Aifa e all’Istituto superiore di sanità, un corso di specializzazione per il farmacista, in modo che conosca le modalità di dispensazione del farmaco – ripercorre Cossolo – Del resto questo fa parte del nuovo ruolo che viene previsto dal farmacista di comunità dal DM 77”.

Il ruolo della farmacia durante la pandemia

“Negli ultimi due anni la farmacia ha fatto parte di un sistema Paese che a mio modo di vedere ha funzionato abbastanza bene”, afferma il numero uno di Federfarma, che divide il supporto fornito dalla sua categoria in due fasi: “Inizialmente ci siamo letteralmente inventati che cosa fare, dalla fabbricazione dei gel, alle barriere in plexiglass, fino ai protocolli per le sanificazioni e ai modi per sconfezionare le mascherine”. All’inizio della pandemia, infatti, quando scarseggiavano i dispositivi di protezione individuale, le mascherine venivano consegnate alle farmacie in pacchi da cento: “Per le regole del commercio non potevamo aprirle, ma questo significava che qualcuno andava a casa con cento mascherine e qualcun altro rimaneva senza”.

“Come Federfarma abbiamo partecipato alla stesura di norme di contrasto alla pandemia. La più famosa è probabilmente quella dei tamponi, ma è stato significativo arrivare a fare i test antigenici, cosa che all’inizio sembrava impossibile per un farmacista”

La seconda fase è invece stata di tipo più istituzionale: “Come Federfarma abbiamo partecipato alla stesura di norme di contrasto alla pandemia. La più famosa è probabilmente quella dei tamponi, ma è stato significativo arrivare a poter bucare le dita per fare i test antigenici, cosa che all’inizio sembrava impossibile per un farmacista”.

A questo sono seguite altre attività, come i vaccini e la stampa dei green pass fatta a titolo gratuito. “Abbiamo accompagnato, in quanto portatori di conoscenza più che di interessi, la Pubblica Amministrazione nello scrivere norme per poter fare la nostra parte a contrastare la pandemia. Questo ha portato alla presa d’atto di un fenomeno che già c’era, che ha poi trovato riscontri normativi all’interno del DM 77”.

Tutto questo è stato possibile grazie soprattutto alla responsività dei farmacisti situati nelle zone marginali. “I colleghi rurali hanno svolto un lavoro straordinario – ha commentato Cossolo – Questa è stata una delle cose che più ha convinto il legislatore, perché loro sono stati presenti in modo capillare laddove il servizio sanitario non poteva arrivare in nessun altro modo. E questo vale anche per le zone periferiche delle grandi città, dove è addirittura più complicato: mentre nella comunità rurale c’è un disagio geografico, nella periferia della grande città c’è spesso anche un disagio sociale”.

Quale futuro

L’ultimo biennio ha accelerato la trasformazione della figura del farmacista: “Io sono figlio di titolare di farmacia, mi sono laureato nel 1988 e ricordo che nei primi anni la professione non era molto stimolante, appiattita sulla mera dispensazione del farmaco, con un servizio sanitario molto invadente”, ricorda Cossolo.

“Il nuovo ruolo del farmacista farà sicuramente aumentare gli iscritti e l’abolizione dell’esame di Stato è un altro passaggio importante di cui registreremo gli effetti tra qualche tempo”

“Fino al 2017-18, a dire il vero, la situazione non è cambiata molto – rileva – E la professione era poco appetibile per i giovani. Oggi fortunatamente questo è cambiato e chi si laurea guarda con entusiasmo a quello che è diventata la farmacia. Il nuovo ruolo del farmacista farà sicuramente aumentare gli iscritti e l’abolizione dell’esame di Stato è senz’altro un altro passaggio importante di cui registreremo gli effetti tra qualche tempo”.

Per il presidente di Federfarma, infine, la farmacia ha un ruolo importante anche nello spostare gli equilibri economici, prima che clinici, del Servizio sanitario nazionale: “Abbiamo ricevuto una remunerazione aggiuntiva per gli interventi che abbiamo fatto. Una parte di questa è stata data in modo pesante sulla dispensazione dei farmaci equivalenti. I farmaci equivalenti nel primo trimestre del 2022 sono cresciuti del doppio rispetto a tutti gli altri farmaci. Questa è la capacità del farmacista di incidere sul nostro sistema”.

La quarta dose di vaccino

Sebbene gli antivirali siano importanti per contenere gli effetti più gravi del coronavirus, l’arma più potente a nostra disposizione continuano a essere i vaccini. Con il via libera della quarta dose per i soggetti fragili e gli over60, è aumentata la domanda nelle farmacie di tutta Italia.

La forte richiesta di prenotazioni per la vaccinazione testimonia la maggiore consapevolezza da parte dei cittadini sull’efficacia del vaccino che, sebbene non dia la certezza di evitare il contagio, rappresenta l’unica arma a disposizione per proteggersi dalla malattia grave da Covid

“È un segnale molto positivo per il Paese e un enorme successo per la professione – ha commentato Andrea Mandelli – La forte richiesta di prenotazioni testimonia la maggiore consapevolezza da parte dei cittadini sull’efficacia del vaccino che, sebbene non dia la certezza di evitare il contagio, rappresenta l’unica arma a disposizione per proteggersi dalla malattia grave da Covid. Molte persone, soprattutto anziane, attendevano l’allargamento della campagna per mettersi in sicurezza”.

E l’autorizzazione alle farmacie per la somministrazione del vaccino anti-Covid ha aperto anche un’altra porta, permettendo loro di dispensare anche quello antinfluenzale.

Nasce in Piemonte l’Azienda Zero

Al via la riorganizzazione del Servizio Sanitario Regionale del Piemonte: nasce l’Azienda Zero. Si tratta del nuovo ente del Servizio sanitario regionale, dotato di personalità giuridica pubblica e di autonomia amministrativa, patrimoniale, organizzativa, contabile, gestionale e tecnica, attraverso il quale la Regione garantisce, su tutto il territorio regionale, lo svolgimento e il coordinamento intraregionale di una serie di attività relative alla programmazione socio-sanitaria e al riassetto del Servizio sanitario regionale.

Dietro la decisione di creare l’Azienda Zero, ha spiegato l’assessore regionale alla Sanità Luigi Icardi durante la presentazione, da un lato la necessità di una gestione ottimale degli oltre 8 miliardi di euro di spesa l’anno da parte dell’Assessorato regionale alla Sanità; dall’altro, affrontare il depauperamento delle risorse umane interne allo stesso Assessorato dal 2000 a oggi, con un calo da 280 a 130 operatori.

Obiettivo principale: efficientare il sistema sanitario. Principali aree di intervento: programmazione degli acquisti; gestione dei sistemi di emergenza extraospedaliera; coordinamento delle attività informatiche; promozione di nuovi modelli di assistenza diffusa; sviluppo della telemedicina. L’Azienda Zero, che ha come commissario Carlo Picco, Direttore Generale dell’ASL Città di Torino, sarà pertanto lo strumento operativo della Regione per tradurre la programmazione sanitaria sul territorio.

Il cronoprogramma operativo

Nel dettaglio, le tempistiche relative all’inizio delle attività di Azienda Zero prevedono che al fine di assicurare, nella fase transitoria, il progressivo sviluppo dell’assetto dell’emergenza-urgenza extraospedaliera, dal primo luglio 2022, il commissario dell’Azienda Zero svolga l’incarico di coordinatore straordinario del Dipartimento funzionale interaziendale 118 fino al 31 dicembre 2022, eventualmente prorogabile.

 

Entro il 31 luglio 2022 l’Azienda Zero dovrà predisporre il Piano di attività relativo all’anno corrente ed entro il 30 novembre 2022 il Piano di attività relativo all’anno 2023, contenente le modalità organizzative delle strutture previste nel proprio atto aziendale, le risorse impegnate e le risorse finanziarie necessarie per il proprio funzionamento. Il Piano dovrà essere trasmesso alla Direzione Sanità e Welfare per l’approvazione con Delibera di Giunta Regionale.

 

Dal mese di agosto 2022 saranno attive: la gestione e sviluppo del sistema informativo di telemedicina e di progetti ICT (Information and Communication Technologies); il coordinamento in materia di medicina territoriale; il supporto alla Giunta regionale per analisi, monitoraggio e studio tendenziale dell’andamento degli aggregati di costo e di ricavo delle aziende sanitarie regionali; il supporto tecnico per la valutazione delle tecnologie sanitarie (Health Technology Assesment – HTA); il coordinamento delle attività relative a progetti e finanziamenti europei in ambito sanitario e socio sanitario, avvalendosi del Dipartimento interaziendale funzionale a valenza regionale “DICR” (Dipartimento Contabilità e Risorse); il monitoraggio, l’analisi e lo studio tendenziale dei tempi di erogazione delle prestazioni sanitarie e delle liste di attesa: l’attività viene sviluppata e realizzata avvalendosi dell’apposita Commissione regionale coordinata dalla Direzione Sanità e Welfare.

Dal mese di settembre 2022: definizione ed eventuale attuazione dei piani di acquisto annuali e pluriennali di beni e servizi, ferme restando le funzioni di centrale di committenza regionale attribuite alla Società di Committenza Regione Piemonte Spa; monitoraggio, analisi e studio tendenziale della spesa farmaceutica, integrativa e protesica e redazione di piani di ottimizzazione specifici, avvalendosi del Dipartimento interaziendale funzionale a valenza regionale “DICR” (Dipartimento Contabilità e Risorse).

Dal mese di ottobre 2022: coordinamento, supporto, monitoraggio e controllo della rete logistica distributiva; coordinamento regionale per l’innovazione e la ricerca in medicina e in sanità, avvalendosi del Dipartimento interaziendale “Attività integrate ricerca e innovazione – DAIRI” istituito tra l’Azienda ospedaliera di Alessandria e l’Asl AL; supporto tecnico in materia di rischio clinico-sanitario e di definizione dei modelli di copertura del rischio e di gestione del contenzioso; supporto tecnico all’Assessorato alla Sanità in sede di definizione e stipula degli accordi con i soggetti erogatori pubblici o equiparati e dei contratti con i soggetti erogatori privati accreditati.

Dal mese di dicembre 2022: gestione dell’emergenza-urgenza extraospedaliera, ivi compresa l’emergenza urgenza neonatale, di trasporto del sangue ed emoderivati, degli organi e di trasporto sanitario secondario di emergenza-urgenza, maxi-emergenza, elisoccorso; gestione del servizio numero unico emergenza (NUE) 112; gestione del servizio numero unico armonico a valenza sociale per le cure mediche non urgenti (116117).

 

La Giunta regionale ha inoltre disposto di trasferire all’Azienda Zero, per lo svolgimento delle proprie attività per l’anno 2022, un milione di euro. Un importo che sarà oggetto di adeguamento in relazione alla presentazione e alla successiva approvazione del Piano di attività annuale.

Ecco il CERSI: Centro di Eccellenza per la Ricerca e lo Sviluppo dell’Infermieristica, di FNOPI

Con il via libera del Consiglio nazionale della Federazione degli ordini degli infermieri (i 102 presidenti provinciali), si avvia ufficialmente l’attività del CERSI, Centro di Eccellenza per la Ricerca e lo Sviluppo dell’Infermieristica, della FNOPI. L’obiettivo è promuovere e sviluppare la ricerca infermieristica a livello nazionale, europeo e internazionale, grazie a una rete di comunicazione formata da quattro università italiane – Genova, L’Aquila, Firenze e Roma Tor Vergata – e due centri di eccellenza già attivi, quello storico di Roma (CECRI) e quello del San Raffaele di Milano (CeNRI).

Il CERSI promuoverà anche reti comunicative tra colleghi e organizzazioni accademiche/cliniche per la ricerca, la definizione di linee guida e la loro implementazione per lo sviluppo dell’infermieristica, attraverso la conoscenza basata su dati riferiti a studi e migliori evidenze scientifiche.

Già operativo di fatto da alcuni mesi a fianco della FNOPI con le sue finalità di studio e ricerca anche a vantaggio della politica della professione, il CERSI è presieduto dalla presidente della Federazione, Barbara Mangiacavalli e ha come direttore scientifico Loredana Sasso, ordinario di Scienze infermieristiche all’Università di Genova. Fanno parte del comitato scientifico Annamaria Bagnasco, ordinario Dip. Scienze della Salute Università degli Studi di Genova; Laura Rasero, professore associato di Scienze Infermieristiche Università Studi di Firenze; Loreto Lancia, ordinario di Scienze Infermieristiche Università Studi dell’Aquila; Rosaria Alvaro, ordinario di Scienze infermieristiche e Sanità Pubblica Università Tor Vergata; Gennaro Rocco, direttore Scientifico CECRI; Duilio Manara, direttore CeNRI.

“Con la realizzazione del CERSI – ha detto Barbara Mangiacavalli –  mettiamo a disposizione del Paese, dell’intera comunità, le nostre competenze più avanzate, maturate in anni e anni di formazione e ricerca universitaria sugli ambiti più strategici per la società contemporanea: invecchiamento della popolazione, gestione delle cronicità, qualità della vita dei più fragili, partendo dal primo luogo di cura e assistenza che è il domicilio delle persone per potenziare la ricerca infermieristica, migliorando anche la cooperazione fra università, ospedali e territorio e offrendo cure infermieristiche a pazienti e famiglie coerenti alle migliori evidenze disponibili, migliorando gli esiti sui pazienti”.

“La promozione della visione scientifica della professione, anche rispetto alle scelte di tipo politico della Federazione, necessarie soprattutto in questo momento, – spiega Loredana Sasso – faranno da base scientifica degli orientamenti politici della FNOPI. Il CERSI metterà a punto strumenti e condivisione di strumenti necessari a fotografare il reale contributo infermieristico all’assistenza, per diffondere e implementare i risultati e i programmi di ricerca sulla formazione, sulla clinica e l’assistenza, sugli outcome e l’impatto economico della professione infermieristica”.

“Un esempio – spiega ancora il direttore scientifico CERSI – è l’analisi di un linguaggio comune che possa portare all’inserimento nei LEA (livelli essenziali di assistenza) dell’attività infermieristica. La messa a punto dei ‘LEAI’ (livelli essenziali di assistenza infermieristica), quantomai importanti soprattutto nel momento in cui si sta sviluppando un nuovo modello di sanità territoriale”.

Ma gli argomenti che tratterà il CERSI sono molteplici e vanno della formazione infermieristica e pedagogie digitali all’eccellenza clinica dell’assistenza infermieristica, dal management clinico, gestionale agli aspetti economici dell’assistenza infermieristica, dagli outcome e la sicurezza ai bisogni fondamentali di assistenza nei processi di invecchiamento.

“Il primo grande studio in cantiere da settembre – spiega ancora Loredana Sasso – riguarderà l’assistenza infermieristica domiciliare e produrrà dati ed evidenze in materia di staffing (analisi quali-quantitativa del personale) e di skill mix (interprofessionalità) per l’organizzazione e la razionalizzazione del sistema”.

“Ci occuperemo anche delle missed care, le cure mancate – conclude Sasso – cioè di quello di cui ha realmente bisogno il cittadino, analizzando se ciò che viene offerto oggi corrisponde davvero ai suoi bisogni e quali effetti hanno le eventuali carenze sull’assistenza: il paziente è sempre al centro di ogni nostra attività”.