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Commissione Salute Regioni approva il fabbisogno di medici di medicina generale per il triennio 2022/2025

«Un primo passo determinante per arrivare finalmente alla pubblicazione del concorso, un segnale positivo di attenzione da parte delle Regioni e in particolare della Commissione Salute e del suo Presidente, l’assessore Donini. Ora, però, occorre andare spediti per recuperare i mesi di ritardo accumulati». Silvestro Scotti, segretario generale Fimmg, sottolinea con soddisfazione l’atto di approvazione del fabbisogno di medici di medicina generale da formare nel triennio 2022/2025 da parte della Commissione salute delle Regioni.

Proprio il tema della mancata definizione del fabbisogno del corso di formazione era stato trattato nella mattinata di ieri nel corso del più ampio e propositivo incontro che il segretario Scotti aveva avuto con il presidente della Conferenza delle Regioni Massimiliano Fedriga, il coordinatore della Commissione Salute Raffaele Donini e gli assessori al bilancio Davide Carlo Caparini e Ettore Cinque.

«Nella convinzione che non si possa perdere altro tempo prezioso – dice Scotti – ho chiesto un’accelerazione dell’iter necessario alla pubblicazione del bando per il triennio 2022 – 2025». Approvato il fabbisogno, sta ora al Ministero della Salute formulare la proposta di riparto della disponibilità finanziaria per la copertura complessiva delle spese tra le Regioni, che verrà adottata poi in Conferenza Stato Regioni. Le Regioni potranno a quel punto bandire i singoli concorsi per l’ammissione al corso triennale di formazione specifica in medicina generale. Pubblicati tutti i bandi regionali, sarà il Ministero della Salute a pubblicare l’avviso nazionale con la data del concorso.

Da mesi Fimmg spinge per arrivare alla pubblicazione del bando che si sarebbe dovuto pubblicare a febbraio. «Continueremo a fare la nostra parte per sollecitare tutte le parti coinvolte – conclude Scotti – così da arrivare quanto prima al bando. Abbiamo già avuto contatti e assicurazioni di attenzione anche dal Ministro Speranza così da consentire l’accesso alla formazione specifica in medicina generale di quasi circa 2.800 nuovi colleghi, subito pronti a prendersi carico di 1.000 assistiti ciascuno con il supporto di un tutor, così come prevede la nuova normativa. L’approvazione del fabbisogno era essenziale, ma non possiamo fermaci qui se vogliamo fare in modo che sia rispettato il diritto costituzionale di ogni cittadino all’assistenza del medico di famiglia. Dobbiamo assolutamente ottenere un’accelerazione rispetto alle procedure e ai tempi ordinari che, tra bandi regionali e concorso, richiede normalmente circa 7 mesi. Non si può non considerare che in questo periodo il concorso per il corso di formazione non è più solo necessario per iniziare la formazione dei nuovi medici, ma di fatto rappresenta la risposta ai tanti sindaci, cittadini e territori che in carenza di medici di famiglia stanno chiedendo questa risposta assistenziale che rappresenta le fondamenta del nostro SSN».

Ricerca medica: via libera del Garante Privacy al consenso a “fasi progressive”

Parere favorevole del Garante privacy al trattamento dei dati da parte dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona finalizzato allo studio dei pazienti affetti da patologie neoplastiche, infettive, degenerative e traumatiche del distretto toracico. Il progetto prevede la creazione di una banca dati e un’attività di ricerca in nove ambiti che saranno oggetto di ulteriori specifici protocolli e sottoposti ai Comitati etici competenti per territorio.

Per dare il via libera l’Autorità ha però richiesto ai ricercatori di fondare la raccolta – e il successivo trattamento di dati sulla salute per scopi di ricerca medica – sul consenso “a fasi progressive”.

Il Garante ha infatti autorizzato la raccolta e la conservazione dei dati nel data base “Torax”, fondandole su un primo consenso, espresso dai pazienti al momento di partecipare allo studio, a condizione che l’Azienda Ospedaliera acquisisca successivamente specifici consensi dai pazienti o il parere del Garante per quelli deceduti o non più contattabili, mano a mano che i progetti di ricerca verranno maggiormente definiti e approvati dai comitati etici territorialmente competenti.

L’Autorità ha preso favorevolmente atto delle misure tecniche implementate dall’Azienda ospedaliera per eliminare il rischio di identificazione dei pazienti, ritenendole allo stato idonee ad assicurare l’anonimizzazione dei dati trattati.

Tali misure dovranno tuttavia essere periodicamente verificate dalla Azienda ed eventualmente adeguate.

Per approfondire

La privacy dei dati sanitari al tempo della pandemia

Piattaforma nazionale di telemedicina: la tecnologia da sola non basta

La Piattaforma nazionale di Telemedicina, uno dei più ambiziosi tra i principali progetti in ambito di sanità digitale. Infatti, oltre alla funzione di governance e validazione delle varie soluzioni, dovrà gestire l’applicazione delle regole comuni di workflow clinico, delle codifiche e degli standard terminologici, e di valutazione dei risultati.

Abbiamo fatto il punto sul progetto in occasione della Live Telemedicina: verso la piattaforma nazionale con Francesco Enrichens, Project Manager PonGov CronicitàAgenas, e Girolama De Gennaro, Referente Telemedicina Asl Foggia. L’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (Agenas) è infatti l’attore principale del processo (insieme Ministero della Salute e Ministero dell’Innovazione e della Trasformazione Digitale), mentre la Puglia è tra le Regioni che guidano lo sviluppo dei piani nazionali in quest’ambito.

 

Punto di partenza per il dibattito: i risultati dei sondaggi condotti tra i nostri lettori nelle settimane precedenti.

sondaggio 1 telemedicina

Alla domanda su quale sia la principale criticità in ambito di telemedicina nel nostro Paese, emerge come primo problema quello delle disomogenità territoriali con il 34%, seguito da scarse competenze e carenza di infrastrutture (banda larga) entrambi con il 24%; da ultimo gli ostacoli culturali (17%).

sondaggio 2 telemedicina

Quanto agli ambiti in cui e più necessaria la piattaforma, a farla la padrone è la cronicità con il 58%. Seguono territori estesi con grandi distanze dai centri urbani con il 25%, e, staccati, malattie rare e ambito oncologico, rispettivamente con il 9 e il 7%.

“Agenas ha condotto un censimento delle esperienze europee e nazionali, che sono ben 282 ma sono concentrate in alcune regioni – commenta Enrichens -. La disomogeneità e la dislocazione solo certe aree geografiche è da condividere, così come la necessità della presa in carico della fragilità e della cronicità, ma non è trascurare l’importanza del ragionamento sulle malattie rare, che spesso richiedono di gestire in tempo reale il bisogno di scambiare informazioni da e con il paziente da parte di centri a volte anche molto distanti. Il tema delle piccole isole e delle zone montane è storico nell’uso della telemedicina. Ma la disomogeneità e l’ancora scarsa applicazione del Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) e la frammentazione delle esperienze di telemedicina sono stati i veri e propri motori che hanno portato Agenas a diventare agenzia digitale”.

Non è tutto, sottolinea De Gennaro: “Tra le criticità che ci troviamo ad affrontare ogni giorno c’è la gestione della privacy e della sicurezza dei dati del paziente alla luce della normativa italiana ed europea. E tra gli ambiti in cui la telemedicina può svolgere un ruolo centrale, dobbiamo aggiungere anche la medicina penitenziaria”.

Agenas come agenzia digitale e il progetto di telemedicina della Regione Puglia

Qual è il ruolo di Agenas e quali obiettivi? “Le difficoltà che abbiamo vissuto, quello che possiamo definire “turbo” che ha messo l’esperienza Covid nell’uso di determinate tecnologie, la condivisione di buone pratiche e la creazione di una comunità di pratica hanno portato a individuare necessariamente Agenas come soggetto attuatore della Piattaforma di telemedicina, ma non solo. Questo è già partito, è già stato fatto un bando e sono in atto una serie di procedure ma in realtà non ci si è fermati qui – spiega Enrichens -. Il finanziamento di un miliardo per attivare la telemedicina ovvero erogare servizi digitali sulla base di un’infrastruttura ma anche la raccolta di tutta la conoscenza clinica degli assistiti e la messa a disposizione e la creazione di piattaforme definite minimali ma non tanto minimali a livello regionale; tutto questo è stato avviato correttamente e anche abbastanza rapidamente ma non ci si ferma qui. Agenas è diventata agenzia digitale, che significa predisporre, pubblicare e aggiornare, previa approvazione da parte del Ministero della Salute, di raccolte e interscambio dei dati sanitari, monitoraggio e attuazione delle linee guida, promozione della realizzazione di servizi basati sui dati destinati agli assistiti, certificare le soluzioni delle buone pratiche, gestione della Piattaforma nazionale di telemedicina, supporto al Ministero della Salute per la valutazione delle richieste di terzi per finalità anche di ricerca, sostegno alla cabina del Nuovo sistema informativo sanitario – Nsis e un aggiornamento periodico delle tariffe della telemedicina, che non è un elemento di secondaria importanza. Stiamo guardando anche oltre, come descritto nell’ultimo numero di Monitor, con un’apertura importante sull’Intelligenza Artificiale che è un po’ il futuro di questi temi”.

Puglia e Lombardia sono state individuate come regioni apripista per lo sviluppo della Piattaforma nazionale di telemedicina

In questo contesto, Puglia e Lombardia sono state individuate come regioni apripista per lo sviluppo della Piattaforma nazionale di telemedicina. “Una sfida e un riconoscimento al lavoro della nostra regione nell’ambito della sanità digitale, dove di recente è nata la prima Centrale regionale operativa di telemedicina, sviluppata dall’Agenzia Regionale per la Salute e il Sociale (Aress Puglia), COReHealth – dichiara De Gennaro -. L’ASL di Foggia si sta muovendo in stretta sinergia con le indicazioni del Dipartimento regionale per la promozione della salute e dell’Aress che ha questa delega da parte della Regione. Sulla scorta dell’importante esperienza maturata durante l’emergenza sanitaria, che ci ha permesso di assistere oltre 2mila pazienti Covid positivi a domicilio con il coordinamento della Centrale Ooperativa Territoriale (COT), dell’infermieristica di famiglia e l’uso dei dispositivi di telemedicina, attualmente stiamo incrementando queste attività in collaborazione con l’Agenzia regionale in ambito sia assistenziale che di promozione degli stili di vita in particolare per la prevenzione delle malattie croniche e delle loro complicanze  con il progetto Gatekeeper che oggi vede coinvolte tutte le Aziende della Regione. La Regione Puglia sta inoltre avviando un processo di disseminazione culturale della sanità digitale con un percorso formativo per gli operatori del settore in collaborazione con il Politecnico di Milano, e con partner privati sta organizzando degli eventi di Academy di telemedicina. A questi si aggiungo altri settori che come ASL Foggia stiamo ampliando per facilitare l’accesso alle cure per tutti i cittadini in condizioni di fragilità dal punto di vista sanitario e sociale in ogni setting assistenziale: telecardiologia, telepneumologia e telepsichiatria, quest’ultimo settore molto delicato in cui cerchiamo di colmare carenza degli specialisti con il teleconsulto e le visite di controllo a distanza”.

La tecnologia da sola non basta

Per arrivare alla piattaforma e più in generale a una vera digitalizzazione della sanità, però, la strada è ancora lunga. “C’è una serie di obblighi e tappe forzate – dice Enrichens -. La prima è il tema della privacy e della protezione dei dati, che nel nostro Paese ha parecchi vincoli che hanno messo in difficoltà alcune regioni. Di sicuro la norma non è così facilmente elastica da permettere un approccio velocizzato; ci si sta lavorando, sia a livello ministeriale che di Agenas.

Non solo la telemedicina ma anche la multidisciplinarietà e l’approccio sistemico durante il Covid hanno dato dimostrazione di essere possibili e imprescindibili

L’altro snodo fondamentale è l’implementazione del FSE, che si aggancia anche al primo argomento. L’80% delle regioni non ha ancora il 50% dei documenti caricati sul Fascicolo, c’è frammentazione delle iniziative e c’è un basso liv di integrazione, per non parlare dei flussi relativi al sociale, che esistono ma si devono integrare. Non è una criticità, ma un elemento che ci deve spronare a lavorare sempre di più e a eliminare barriere e steccati per arrivare a operare insieme anche tra soggetti che sono compagni di viaggio ma spesso non dialogano quanto sarebbe necessario. Non solo la telemedicina ma anche la multidisciplinarietà e l’approccio sistemico durante il Covid hanno dato dimostrazione di essere possibili e imprescindibili e questo fa ben sperare nella capacità dei professionisti di applicarli con maggiore apertura”.

Due le parole chiave per arrivare al risultato secondo De Gennaro, in base alla sua esperienza: “La prima è modello organizzativo. Ci sono sul mercato molte tecnologie e software dei quali alcuni molto belli e accattivanti, ma da soli non bastano: bisogna progettare in modo dettagliato un modello organizzativo fondato su multiprofessionalità, multidisciplinarietà e integrazione ospedale-territorio.

In secondo luogo, la sostenibilità del progetto, che risiede nell’innovatività del modello organizzativo. Il nostro ha il suo centro e supera la fase progettuale diventando un modello istituzionale di assistenza grazie a un processo di cambiamento organizzativo delle strutture dell’ASL e trova concretezza nelle risorse e negli investimenti che l’Azienda ha effettuato negli ultimi anni e in altre risorse economiche che siamo riusciti a intercettare a livello ministeriale ed europeo. Al fine di una diffusa adozione della telemedicina, l’ASL Foggia ha compiuto adeguamenti strutturali in termini di know-how, procedure, infrastrutture di hardware e software. Infine, la Regione Puglia nell’ultimo anno ha provveduto a un aggiornamento del nomenclatore tariffario prevedendo una specifica tariffa per le prestazioni eseguite in telemedicina, oltre a stipulare un accordo regionale dedicato agli specialisti ambulatoriali con la possibilità per gli specialisti convenzionati di fare televisite di controllo e teleconsulti. La sintesi è: la tecnologia non basta”.

Servono risorse: basterà il PNRR?

Tra le altre cose servono quindi ovviamente i fondi. Basterà il PNRR a trasformare il bruco in farfalla (digitale)? “Parliamo di 2,5 miliardi, di cui 1,3 per la creazione di infrastrutture dati, cioè del FSE dandogli finalmente una dignità: il target è il 100% di implementazione – afferma Enrichens -. L’altro miliardo servirà per attivare la telemedicina, erogando servizi saniari digitali sulla base delle infrastrutture. L’evoluzione di Agenas come agenzia di sanità digitale è il punto essenziale e, come sempre sottolinea il direttore generale Domenico Mantoan, abbiamo un enorme supporto per coordinare la gestione delle risorse, orientato principalmente verso la gestione delle patologie croniche, priorità emersa anche dal vostro sondaggio.

Il PNRR prevede come target almeno un progetto di telemedicina per regione e 200 mila pazienti cronici assistiti con strumenti digitali

Posto che la telemedicina non è un percorso di cura ma uno strumento formidabile per poter raggiungere il paziente, si tratta anche di assicurare che le soluzioni di telemedicina si integrino con le altre soluzioni, in particolare il FSE, e di misurare gli interventi e incentivare le buone pratiche. Numericamente il PNRR prevede come target almeno un progetto per regione e 200 mila pazienti cronici assistiti con la telemedicina”.

“Per poter sfruttare le risorse del PNRR serve tempestività: il cronoprogramma previsto dal PNRR è vincolante e il mancato rispetto delle scadenze potrebbe comportare la perdita di finanziamenti che in questo momento sono importantissimi per SSN e l’innovazione digitale – aggiunge De Gennaro -. Inoltre, serve la formazione di competenze specialistiche per abbattere gli ostacoli culturali. I dispositivi da soli non bastano: noi possiamo accelerare il percorso, ma, se non usiamo da subito le tecnologie che adottiamo, che per natura hanno una vita molto breve, usiamo le risorse in maniera non corretta. Il risultato si può ottenere solo con la formazione, che non deve essere solo essere teorica, con corsi residenziali e Fad, ma anche con training on the job per sviluppare conoscenza sull’uso corretto delle tecnologie, i processi, la capacità di relazione fra operatori e con i pazienti, sulla valutazione dei rischi e su come riconoscerli e saperli superare”.

Per approfondire

https://test.trendsanita.it/evento/oltre-il-pnrr-il-ssn-del-futuro/

Anche la salute inquina

Che l’ambiente di vita e di lavoro sia un determinante dello stato di salute è cosa nota. Ma quanto incidono, al contrario, sull’ambiente le attività relative alla salute? In particolare, qual è l’impatto di esami e terapie sul surriscaldamento globale?

Se lo sono chiesti diversi ricercatori: i risultati degli studi, presentati a un convegno di Choosing Wisely – il progetto promosso da Slow Medicine con l’obiettivo di favorire il dialogo dei professionisti della salute con i pazienti e i cittadini su esami diagnostici, trattamenti e procedure a rischio di inappropriatezza – sono stati condivisi da Guido Giustetto, componente della Commissione “Salute e ambiente” e del Comitato Centrale della Fnomceo, la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, in occasione dell’ultimo Consiglio nazionale. Da qui la nuova iniziativa “Green Choosing Wisely Italy”, promossa in collaborazione con l’Associazione Medici per l’Ambiente ISDE: le conseguenze che esami, farmaci, altri trattamenti e procedure sanitari determinano sull’ecosistema rappresentano una ulteriore motivazione per la riduzione di quelli che non sono necessari, in linea con l’approccio One Health e Planetary Health. Le società scientifiche e i professionisti sono inoltre incoraggiati a sviluppare raccomandazioni su pratiche che provocano danno all’ambiente e a descrivere le conseguenze ambientali delle pratiche inappropriate.

L’ambiente è un problema di salute, le modificazioni dell’ambiente incidono sulla salute – spiega Giustetto in un video per Fnomceo Tg Sanità, girato in quell’occasione – ma c’è un altro rapporto molto interessante, che non sempre è noto: è il fatto che il sistema salute, il sistema delle organizzazioni sanitarie contribuisce, in una parte che non è proprio piccola, al riscaldamento globale. Alcuni studi calcolano questo valore intorno al 4 – 4,5 per cento. Quindi l’insieme delle nostre attività genera anch’esso un aumento delle temperature”.“

“Facciamo degli esempi concreti – continua Giustetto, che è anche presidente dell’Ordine dei Medici di Torino – per capire di cosa parliamo. Se noi, per esempio, facciamo un esame del sangue, contribuiamo a produrre della anidride carbonica, della CO2, e quindi ad aumentare il calore. Per dare un’idea, per ogni mille test del sangue noi inquiniamo, attraverso la produzione di CO2, come se percorressimo 700 chilometri in automobile. Ma il dato più sconfortante è quello relativo alle tac, alle risonanze magnetiche. Una macchina per la risonanza magnetica che lavori per un anno mediamente produce una quantità di CO2 corrispondente all’inquinamento prodotto da un’auto che viaggi per 500mila chilometri”.

 

“Cosa possiamo allora fare come medici? – si chiede Giustetto nel video – Noi abbiamo due strade: la prima è quella di cercare di rendere consapevoli le persone, e anche i nostri colleghi di questo fenomeno. La seconda è muoverci in concreto: quando decidiamo di prescrivere una risonanza, un esame del sangue, ricordarci che, se non è essenziale, se non è appropriata, se non è importante oltre a fare una cosa inutile, e quindi sprecare delle risorse, facciamo anche un danno perché aumentiamo il problema delle temperature e quindi la crisi climatica che stiamo vivendo”.

E, sempre nello stesso servizio del Tg di Fnomceo, il Presidente dell’Ordine dei Medici di Milano e Componente del Collegio dei Revisori dei conti Fnomceo, Roberto Carlo Rossi, ci dà utili consigli per affrontare il caldo eccezionale di questi giorni.

“I consigli sono sempre gli stessi: idratarsi molto abbondantemente, non uscire nelle ore più calde della giornata – spiega Rossi -. E poi vorrei sottolineare un aspetto importante: spesso, d’estate, i pazienti, soprattutto gli anziani e i cronici, sospendono o riducono autonomamente le terapie. Prima di farlo, chiedete sempre al vostro medico: a volte sono farmaci molto importanti che devono continuare ad essere assunti”.

Per approfondire

Cambiamenti climatici: una questione di sanità pubblica

Allarme distribuzione farmaci, ADF e Federfarma Servizi: “credito d’imposta e taglio accise carburante o è crisi”

Collaborazione e concretezza è l’impegno condiviso assunto dalle due sigle che rappresentano a livello nazionale il comparto della distribuzione intermedia di farmaci e dispositivi sanitari.

L’occasione di dialogo tra le due sigle è scaturita dalla situazione di particolare criticità che il settore sta attraversando. I rincari dei costi di energia e carburanti, la cronica sotto-remunerazione delle attività svolte unite da ultimo alle difficoltà di approvvigionamento rischiano di incrinare il servizio di distribuzione dei medicinali alle farmacie. Con disagi e disservizi facilmente immaginabili per i pazienti e le categorie più fragili della popolazione.

Tutto ciò nel contesto di una crisi di Governo che di fatto rende più complesso ottenere risposte tempestive dalla politica alle istanze richiamate dal settore ormai da lungo tempo.

“Le nostre aziende danno prova ogni giorno di un servizio straordinario rifornendo più volte al giorno e in modo capillare tutte le farmacie sull’intero territorio nazionale – dichiara il Presidente di ADF Walter Farris – Il valore sociale del nostro lavoro è sotto gli occhi di tutti. Ma oggi, in mancanza di risposte concrete, potremmo non riuscire più a garantire la qualità e la puntualità della distribuzione dei farmaci”.

ADF e Federfarma Servizi sottolineano le crescenti difficoltà dei distributori intermedi, trascurate, secondo le associazioni, dai pur numerosi interventi del Governo a sostegno di altre filiere economiche. Non mancano, invece, richieste alla categoria di impegni straordinari, come quella di distribuire gratuitamente, insieme alle farmacie, gli antivirali per uso orale contro il Covid–19. Impegno puntualmente assunto dai distributori in ragione dell’alto valore sociale e sanitario di questa attività.

“Svolgiamo un servizio pubblico essenziale senza alcun supporto: senza interventi sostanziali e di immediata efficacia non potremmo continuare ad assicurare la tutela della salute pubblica come facciamo da sempre quotidianamente” avverte il Presidente di Federfarma Servizi Antonello Mirone.

Le Associazioni ribadiscono dunque la straordinarietà del momento e l’assoluta urgenza di interventi concreti, già nei prossimi appuntamenti normativi estivi seppur in questa delicata fase governativa. A questo proposito richiamano le proposte congiuntamente avanzate sul credito di imposta e sul taglio delle accise dei carburanti, poste da tempo all’attenzione delle Istituzioni, da cui si attendono risposte urgenti, prima che venga meno il servizio di distribuzione dei farmaci cui la popolazione è abituata.

Per approfondire

Com’è cambiata la logistica Healthcare e la svolta attesa col PNRR

Disabilità: per riconoscerla sul lavoro non servono certificazioni o percentuali

Il Tribunale di Milano ha dato ragione a un malato raro, licenziato per troppi mesi di assenza, statuendo che “in caso di malattia cronica le assenze per motivi di salute non possono essere computate ai fini del comporto”, a prescindere dall’esistenza di certificazioni comprovanti handicap o invalidità civile.

“L’ordinanza ribadisce poi, secondo quanto stabilito dalla Direttiva 2000/78/CE prima e dalla Corte di Giustizia, alcuni principi comunitari di particolare rilevanza, che seppur spesso richiamati da diverse pronunce giurisprudenziali, non sono ancora riconosciuti ed integrati nella normativa nazionale – spiega l’avvocata Roberta Venturi, co-responsabile dello Sportello Legale “Dalla Parte dei Rari” – Nel 2019 la Corte di Cassazione ha riconosciuto la malattia come disabilità, se duratura e incidente sull’integrazione socio-lavorativa di un soggetto; ancora nel 2016 il Tribunale di Milano ha riconosciuto la fattispecie di discriminazione indiretta nel caso di previsione per un lavoratore disabile e per un lavoratore non disabile, del medesimo periodo di comporto. Oggi questa ordinanza sottolinea l’esigenza di interpretare la disciplina del periodo di comporto in una prospettiva di tutela e salvaguardia dei lavoratori che, portatori di disabilità, si trovano in una condizione di oggettivo e ineliminabile svantaggio. Un altro bellissimo esempio di giurisprudenza che speriamo possa essere riportato quanto prima in testo di legge. Auspichiamo infatti che i contenuti di questa ordinanza, come delle precedenti pronunce, possano diventare un principio di Legge al quale i contratti collettivi nazionali siano chiamati ad uniformarsi”.

L’ordinanza ha di fatto stabilito un’ulteriore questione sostanziale: disabilità non significa certificazione di handicap o invalidità. Il documento esplicita infatti che “alla condizione di invalidità/disabilità deve riconoscersi una rilevanza obiettiva, per il sol fatto della ricorrenza di un’effettiva minorazione fisica e, addirittura, indipendentemente dal riconoscimento formale che della stessa i competenti Enti Previdenziali ne abbiano dato, pena la frustrazione delle tutele di legge, anche perché assoggettare l’applicazione delle tutele riservate ai soggetti portatori di questo specifico fattore di rischio alla ricorrenza, o all’adempimento, di formalità di qualsivoglia natura significherebbe creare un vulnus oltremodo severo allo statuto di protezione previsto dall’ordinamento, frustrandone ratio ed efficacia”.

Ulteriori dettagli sul sito dell’Osservatorio Malattie Rare-Omar

Per approfondire

Malattie ultra rare, Telethon sosterrà i costi per la distribuzione di un farmaco salvavita

Sicurezza dei pazienti: focus sulla terapia farmacologica

Il 17 settembre si celebrerà la Giornata Mondiale per la Sicurezza dei Pazienti, istituita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nel 2019 con l’obiettivo di aumentare la consapevolezza e l’impegno globale sul tema della sicurezza. Quest’anno, la Giornata è dedicata alla Sicurezza della terapia farmacologica, in concomitanza con la conclusione della campagna Medication Without Harm lanciata nel 2017 dall’OMS con l’obiettivo di ridurre del 50% i danni gravi evitabili correlati ai farmaci a livello globale.

Il progetto, promosso dall’Italian Network For Safety in Healthcare (Insh), associazione scientifica per la qualità e sicurezza delle cure, membro istituzionale dell’International Society for Quality in Healthcare, con la collaborazione di ricercatori dell’Istituto Superiore di Sanità e il patrocinio e il sostegno dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, prevede di offrire un servizio gratuito di ricognizione farmacologica e counseling sull’uso sicuro dei farmaci ai soggetti in poli-terapia.

Micaela La regina

“Il nostro obiettivo è aumentare la consapevolezza sul tema dei rischi della terapia farmacologica soprattutto in chi assume cronicamente più farmaci -. spiega Micaela La regina, direttrice del servizio Governo e Rischio clinico, Programmazione sanitaria e Controllo di gestione presso l’ASL 5 della Liguria, tra gli organizzatori -. Com’è nello spirito della Giornata, ci rivolgiamo ai professionisti ma soprattutto alla comunità, perché la sicurezza delle cure comincia proprio dal paziente. L’idea è di renderli sempre più partecipi e consapevoli per un uso il più possibile sicuro. Inoltre, in tempi in cui si parla molto di value-based healthcare, va sottolineato che il deprescribing ne è un perfetto esempio, perché migliora la salute dei pazienti e allo stesso tempo aiuta la sostenibilità del sistema”.

L’idea è nata dalla modalità in cui spesso vengono celebrate giornate dedicate a varie patologie, dal diabete all’osteoporosi, proponendo informazioni e screening gratuiti: “Abbiamo pensato di offrire un servizio che ancora pochissimi centri offrono, quello della riconciliazione terapeutica, fondamentale per garantire l’appropriatezza delle terapie”.

L’importanza della ricognizione della terapia farmacologica

Una ricognizione della terapia farmacologica, completa anche dei prodotti da banco, rappresenta un efficace strumento per la prevenzione degli eventi avversi in terapia farmacologia in due aree chiave, quali la poli-terapia e le transizioni di cura

Procedure terapeutiche non sicure ed errori in terapia sono una delle principali cause di lesioni e danni evitabili ai pazienti nei sistemi sanitari di tutto il mondo. L’OMS riconosce tre aree chiave di intervento:

1. Terapie ad alto rischio

2. Poli-terapia

3. Transizioni di cura
Una ricognizione della terapia farmacologica, completa anche dei prodotti da banco, rappresenta un efficace strumento per la prevenzione degli eventi avversi in terapia farmacologica in due aree chiave, quali la poli-terapia e le transizioni di cura. Nel nostro Paese, il Ministero della Salute ha elaborato e diffuso la Raccomandazione di sicurezza n. 17, dedicata appunto alla ricognizione e riconciliazione farmacologica. La ricognizione farmacologica, effettuata periodicamente, consente di individuare inappropriatezze, interazioni farmaco-farmaco, interazioni farmaco-malattia e di evitare discrepanze non intenzionali e loro conseguenze nelle transizioni di cura.

Riccardo Tartaglia

“Il progetto per la Giornata per la sicurezza del paziente 2022 arriva in un momento in cui l’interesse e l’impegno in materia di sicurezza delle cure si era un po’ ridotto nel nostro Paese: con la pandemia, che ha catalizzato tutta l’attenzione, è calato l’interesse verso tutto ciò che non fosse strettamente legato al virus – commenta Riccardo Tartaglia, professore di Risk management all’Università degli Studi Guglielmo Marconi di Roma -. In realtà stanno emergendo problemi di ritardi diagnostici e di conseguenza anche terapeutici e un’accresciuta somministrazione di farmaci, ad esempio di antivirali anche ai fragili, che deve assolutamente incrementare l’attenzione degli operatori in questo senso”.

Adesioni entro il 4 settembre

In concreto in questa fase i soggetti proponenti stanno raccogliendo le adesioni all’iniziativa. Può partecipare qualsiasi struttura sanitaria, pubblica o privata (unità operativa, struttura semplice/complessa/dipartimento, aziende ospedaliere, IRCCS, ASL, ASST, USL, centri medici, farmacie, studi medici di medicina generale o pediatri di libera scelta, studi medici di liberi professionisti). Le strutture partecipanti allestiranno nella giornata del 17 settembre o per uno o più giorni nella settimana dal 17 al 23 settembre un ambulatorio temporaneo presso il quale effettueranno una ricognizione farmacologica completa a pazienti che assumono regolarmente 5 o più farmaci, con l’ausilio del software InterCheck Web, sviluppato dall’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS. Il software fruibile online, previa registrazione, consente di rilevare interazioni fra farmaci, carico anti-colinergico (responsabile di svariati effetti indesiderati), eventuali farmaci inappropriati nell’anziano.

 

Alessandro Brega

“Ho deciso sin da subito di aderire alla Giornata perché l’iniziativa è molto importante – spiega Alessandro Brega, farmacista dirigente dell’ASL4 Servizio Sanitario Regione Liguria -. Credo che diffondere la conoscenza ai nostri cittadini/pazienti e implementare, con iniziative concrete come questa, la cultura nei professionisti sanitari della riconciliazione farmacologica, definita dall’OMS come una delle migliori strategie per garantire una buona qualità delle cure, sia imprescindibile per garantire appropriatezza, sicurezza delle terapie e contribuire ad un servizio sanitario di Valore”.

 

Per partecipare è necessario compilare il documento di adesione e inviarlo a insh@rossoevolution.com.

Per approfondire

Quando è meglio sospendere un farmaco: il de-prescribing

PNRR, Missione Salute: al via gare per oltre 3,2 miliardi di finanziamenti

Sono state pubblicate da Invitalia le procedure di gara relative ai servizi tecnici e lavori per la realizzazione e il potenziamento delle strutture del Servizio sanitario nazionale previste dal PNRR. Gli Accordi quadro, suddivisi in lotti geografici, consentiranno di ricevere le offerte da parte degli operatori economici che saranno chiamati a realizzare le singole prestazioni necessarie per la realizzazione di lavori, opere pubbliche e servizi tecnici per 1189 interventi infrastrutturali della Missione 6 Salute del PNRR con un valore finanziario di oltre 3.2 miliardi, che riguarderanno Case della Comunità, Ospedali di Comunità, Ospedali sicuri (antisismica), Centrali operative territoriali.

La scadenza per la presentazione delle offerte è fissata per il 14 settembre 2022.

 

Il Ministero della Salute ha reso disponibile ai Soggetti Attuatori dei Contratti istituzionali di sviluppo – CIS (Regioni e Province autonome) il supporto tecnico operativo di Invitalia, in qualità di centrale di Committenza, nell’ambito delle azioni di accelerazione degli investimenti messe in campo dal Ministero dell’Economia e delle Finanze:

Approfondimenti e partecipazione ai bandi di gara:

Sempre più social e affidata a giornalisti, è la comunicazione di ASL e ospedali

Il 94% di asl e ospedali è dotato di un ufficio stampa e il 22% ha assunto giornalisti durante la pandemia. La comunicazione, ancora di più nel corso dell’emergenza Covid, è diventata strategica per le aziende sanitarie e ospedaliere che hanno scelto di investirvi attraverso l’assunzione di professionisti. È stata presentata a Roma, nel corso dell’incontro “Il ruolo dei professionisti dell’informazione in sanità”, alla presenza del segretario della Fnsi Raffaele Lorusso, della vicesegretaria Fnsi con delega agli uffici stampa Alessandra Costante e del presidente di Pa Social Francesco Di Costanzo, l’indagine curata da Fiaso sugli uffici stampa all’interno delle aziende sanitarie e ospedaliere.

La rilevazione conoscitiva ha coinvolto quasi 70 aziende distribuite su tutto il territorio nazionale tra cui anche i principali policlinici e poli ospedalieri italiani e gli istituti di ricovero e cura a carattere scientifico. Alle aziende è stato somministrato un questionario composto da 20 domande relativo alle attività di informazione e comunicazione svolte dagli uffici stampa.

Il primo dato che emerge è sicuramente un segnale positivo: il 94% delle aziende ha al suo interno un ufficio stampa. L’organizzazione degli uffici stampa è prevalentemente legata alle direzioni generali: nel 69% dei casi gli addetti stampa sono inseriti in staff alla direzione generale e hanno un rapporto diretto con gli organi apicali dell’amministrazione. In altri casi sono state costituite nell’organigramma aziendale unità operative dotate di autonomia e budget.

La composizione degli uffici stampa

In quattro aziende su dieci a gestire l’ufficio stampa c’è una sola persona ma in sei su dieci la squadra è composta da più addetti. Nel 90% di asl e ospedali a lavorare con i media e con l’informazione, così come previsto dalla legge 150 del 2000, ci sono giornalisti, nella maggior parte professionisti. C’è tuttavia un 10% di aziende che, invece, non annovera tra il personale giornalisti. L’affidamento degli uffici stampa a giornalisti, in linea con le previsioni normative, è garanzia di qualità dell’informazione e presidio di trasparenza non solo per le aziende, ma soprattutto per i cittadini. Negli uffici stampa composti da più di una persona compaiono anche altre figure professionali, oltre ai giornalisti: nel 70% sono presenti amministrativi, nel 9% grafici, nel 4,5% medici, nel 3% infermieri e in singoli casi isolati anche un ingegnere informatico, un fotografo, un sociologo, un avvocato e un informatico.

Il 74% degli addetti stampa sono inquadrati come categoria D con un orario di lavoro da dipendenti di una pubblica amministrazione. Il 25% delle aziende, però, ha riconosciuto lo status di dirigente per il capo ufficio stampa, attribuendo un ruolo di alta specializzazione e autonomia. Nel 13% dei casi, infine, asl e ospedali hanno scelto di affidarsi all’esterno e di prendere, come addetti stampa, liberi professionisti. La comunicazione verso i media è quotidiana: il 45% di ospedali e asl invia oltre 10 comunicati stampa a settimana.

Covid e comunicazione

Nel corso dell’emergenza Covid ci sono state aziende sanitarie e ospedaliere che hanno scelto di potenziare le attività di comunicazione con l’inserimento di ulteriori figure professionali o di costruire ex novo un ufficio stampa per rispondere alle nuove necessità dettate dall’infodemia. Il 22% ha assunto professionisti della comunicazione nel corso dei due anni della pandemia. In quasi un’azienda su quattro, dunque, c’è stata la volontà di scommettere sul ruolo della comunicazione. L’emergenza, dunque, ha costituito una grossa spinta e ha funzionato da acceleratore.

“La comunicazione è uno strumento strategico che presuppone autonomia, responsabilità, partecipazione ai processi e condivisione delle scelte con le direzioni. Nel corso della pandemia è diventata uno degli asset principali di gestione dell’emergenza. La diffusione di bufale e fake news rese virali dai social network, infatti, ha reso evidente la necessità, per le aziende sanitarie e ospedaliere, di investire su una comunicazione efficace, trasparente e tempestiva. Ed è attraverso i professionisti degli uffici stampa che le aziende hanno certificato la credibilità delle informazioni, veicolate attraverso mass media e  social media, con l’obiettivo di alimentare la fiducia dei cittadini” commenta il presidente di Fiaso Giovanni Migliore.

Ospedali e social

Otto asl su dieci sono presenti sui social network. A farla da padrone è Facebook (93%), seguito da Youtube (76%),  Instagram (71%) e Twitter con LinkedIn (41% entrambi i social). C’è anche un 15% che ha attivato un canale Telegram, un 5% che utilizza Whatsapp per le comunicazioni esterne e una piccola percentuale del 2% che è sbarcata anche sul social più giovane TikTok. Media di follower per il canale più seguito 20mila.

La frequenza di aggiornamento è costante: in sei casi su dieci la pagina social viene aggiornata almeno una volta al giorno o con più post/video/storie/reel nell’arco di 24 ore. Il 36% di asl e di ospedali inoltre si avvale di una newsletter per comunicare le principali novità e iniziative con una frequenza per lo più mensile.

Per approfondire

La sanità alla prova dei social network. Gigliuto: “Una medaglia ai comunicatori”

Benefici ambientali e sociali per le aziende che investono nell’innovazione digitale

  • Presentato lo studio dell’Istituto per la Competitività (I-Com) e Join Group nell’ambito del progetto Futur#Lab nato in collaborazione con WINDTRE.
  • Centrale il ruolo della connettività, e in particolare del 5G, in grado di abilitare l’uso dell’IoT e della domotica: entro il 2026 la copertura delle reti di nuova generazione raggiungerà il 95% del territorio italiano.
  • Tra i fattori che avranno il maggior impatto in termini di sostenibilità ambientale e sociale, le aziende mettono al primo posto il cloud computing, le competenze digitali e la cybersecurity, insieme alla dematerializzazione, all’automazione e alla flessibilità dei processi.
  • Dalla ricerca emerge la proposta di finanziare voucher per l’acquisto di tecnologie più performanti e più sostenibili, sia da parte delle imprese finali sia dalla PA, prevedere vantaggi fiscali per le reti private aziendali 5G e incentivare l’adozione di servizi di cybersicurezza da parte delle aziende.

Le aziende che investono e si impegnano nell’adozione di pratiche di sostenibilità finalizzate al miglioramento del proprio impatto su ambiente e persone registrano una serie di benefici, di breve e lungo periodo. Inoltre, la scelta di un purpose aziendale più sostenibile produce vantaggi. E l’effetto è di lungo periodo: l’anticipazione delle scelte in tema di sostenibilità, la chiara identificazione della missione e degli obiettivi in tale ottica garantisce un rafforzamento del posizionamento strategico delle aziende in una prospettiva di beneficio comune e impatto positivo. Tuttavia, dal punto di vista delle imprese, si viaggia a due velocità: da un lato, le grandi aziende che sempre più pensano alla sostenibilità ambientale come ad una necessità ineludibile da cui discende un vero e proprio ripensamento della propria governance, dall’altro, le PMI che, salvo eccezioni, ancora vivono la sostenibilità ambientale come un onere difficile da affrontare con le proprie risorse umane e finanziarie. Centrale diventa il ruolo della connettività, e in particolare del 5G, in grado di abilitare l’uso dell’IoT e di sistemi e applicazioni di energy management per l’ottimizzazione dei consumi. A livello di diffusione di reti di nuova generazione, l’Italia risulta indietro rispetto ai Paesi più avanzati in termini di copertura 5G standalone, che a maggio 2021 raggiungeva appena il 7,3% del territorio nazionale. Fortunatamente, le intenzioni di investimento degli operatori mostrano per il 2026, anche senza intervento pubblico, una copertura del 95% del territorio nazionale, con le regioni del Mezzogiorno che presenterebbero una copertura vicina al 100%.

 

Sono questi alcuni dei temi principali che emergono dallo studio dal titolo “Le transizioni gemelle: digitale e sostenibilità alleati per cambiare l’Italia” realizzato dall’Istituto per la Competitività (I-Com) e Join Group (società benefit di business advisory) nell’ambito di Futur#Lab, il progetto nato dalla collaborazione tra I-Com e WINDTRE con l’obiettivo di contribuire agli scenari telco in Italia e al ruolo fondamentale del settore nell’accompagnare la transizione digitale, anche nella cornice del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), attraverso l’organizzazione di una serie di momenti di approfondimento e confronto su temi specifici tra accademici, esperti e rappresentanti delle istituzioni e del mondo delle imprese. L’indagine è stata presentata a Roma nel corso della seconda tavola rotonda di Futur#Lab alla quale hanno partecipato, oltre al presidente I-Com Stefano da Empoli e al direttore External Affairs and Sustainability di WINDTRE Roberto Basso, la presidente di Join Group Alessandra Bucci e il direttore dell’area digitale di I-Com Lorenzo Principali – che hanno illustrato la ricerca – il presidente di Assobenefit Mauro Del Barba, il presidente di Fondazione per la sostenibilità digitale Stefano Epifani, il professore di Marketing, innovazione e sostenibilità dell’Università di Roma Tre Carlo Alberto Pratesi, l’Head of Networks & Managed Services Ericsson Italia e Sud Mediterraneo Massimo Basile, il direttore Finance & Corporate Affairs di Sogei Lucia Fioravanti, la direttrice Sustainability and Quality Certification WindTre Federica Manzoni, l’External Relations, Communication & Sustainability Director di Inwit Michelangelo Suigo, la deputata PD membro della Commissione Trasporti, poste e telecomunicazioni Enza Bruno Bossio, il deputato IV membro della Commissione Affari costituzionali, della Presidenza del Consiglio e interni Marco Di Maio e il deputato della Lega membro della Commissione Ambiente, territorio e lavori pubblici Tullio Patassini.

 

Per identificare come le imprese stiano vivendo questa fase di transizione digitale ed ecologica, sono state effettuate nel mese di giugno 2022 interviste a sei tra i principali player del settore delle telecomunicazioni e dell’ICT, relativamente al grado di commitment in materia di sostenibilità e utilizzo dei relativi strumenti, nonché sulla correlazione tra sostenibilità e digitale. I risultati dell’analisi mostrano un contesto piuttosto dinamico e consapevole della complessità delle sfide che attendono il settore e l’intera società, ma anche proattivo rispetto allo sviluppo e all’offerta di soluzioni che possano trovare una sinergia tra il proprio modello di business e gli obiettivi di sostenibilità sociale e ambientale che gli stessi operatori si sono prefissati. Per via della diversa tipologia di imprese, le aziende intervistate presentano approcci alla sostenibilità piuttosto variegati: l’impegno verso la sostenibilità è condiviso e viene spesso integrato nei modelli di business e negli obiettivi aziendali, talvolta legati a tematiche ambientali e sociali, e nel piano di sostenibilità, che appare uno strumento diffuso tra tutti. Coerentemente con l’obiettivo fissato dalla Commissione europea, le aziende dimostrano un impegno generalizzato nella riduzione della propria carbon footprint.

 

La ricerca ha approfondito anche l’esistenza di sinergie tra l’agire responsabilmente e le operazioni di digital transformation di pratiche, prodotti e servizi. Per quanto concerne le tecnologie che avranno il maggior impatto in termini di sostenibilità ambientale e sociale, le aziende mettono al primo posto il cloud computing, le competenze digitali e la cybersecurity, insieme alla dematerializzazione, all’automazione e alla flessibilità dei processi.

Rispetto alla sostenibilità dei prodotti e dei servizi digitali offerti dalle aziende intervistate i benefici risultano essere molteplici, e spaziano dalle infrastrutture e dalle tecnologie abilitanti fino a servizi con diversi livelli di avanzamento.

 

Secondo lo studio, le tecnologie digitali svolgono già adesso un ruolo essenziale per accelerare la transizione verso modelli di sostenibilità. Grazie a un cambiamento culturale e organizzativo, accompagnato e favorito dalle istituzioni. A cominciare da un modello di governance che, a differenza di quello che è avvenuto finora, possa generare una visione condivisa e attenta sulle molteplici interrelazioni esistenti tra digitale e sostenibilità. In particolare, appare fondamentale sostenere le piattaforme cardine della Digital Transformation, ovvero l’infrastrutturazione del 5G per l’abilitazione dei servizi propri dell’IoT e dei relativi vantaggi in termini di efficienza e sostenibilità, e incentivare il digitale applicato al tema della decarbonizzazione mediante politiche che favoriscano l’efficientamento degli spostamenti, la dematerializzazione dei processi, la gestione più efficiente delle operations (es. data center) e l’incremento delle attività di monitoraggio e valutazione degli impatti.

 

A questo proposito, una proposta centrale appare quella di finanziare voucher per l’acquisto di tecnologie più performanti e più sostenibili, sia da parte delle imprese finali che degli enti che fanno capo alla PA. A livello aziendale, potrebbe essere utile prevedere vantaggi fiscali per le reti private aziendali 5G, ad esempio con tecnologie SD-Wan, in particolare per l’automazione dei processi industriali nell’ottica Industria 4.0 / Transizione 4.0.

 

Infine, anche alla luce della crescente centralità che sta assumendo il tema anche a livello governativo, con l’istituzione dell’Agenzia per la Cybersecurity e la pubblicazione della strategia per la cybersicurezza, potrebbe essere opportuno incentivare l’adozione di servizi di cybersicurezza da parte delle aziende (anche non strategiche), in particolare offerti in cloud, così da estendere e rafforzare il livello di fiducia nell’innovazione che le istituzioni stanno cercando di implementare per i servizi essenziali dello Stato con la previsione del perimetro di sicurezza cibernetica. In questa direzione anche la proposta, rimarcata da diverse aziende rispondenti, di lanciare una campagna di comunicazione istituzionale per promuovere la cultura digitale e diffondere una corretta informazione sul 5G.