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Presentato a Venezia “La bambola di pezza”, corto sull’adescamento online

Secondo il Child Crime Prevention & Safety Center sono circa 500mila i predatori sessuali attivi ogni giorno in rete. È l’impressionante dimensione dell’adescamento on-line, anche conosciuto come “grooming on-line”, dove oltre il 50% delle vittime ha un’età compresa tra i 12 e i 15 anni. Il grooming on-line è un lento processo interattivo attraverso il quale il cyber predatore, con l’obiettivo di realizzare attività di natura sessuale o di sfruttamento di vario tipo, sviluppa una relazione intima e duratura con una giovane vittima inconsapevole. Il processo spesso ha inizio con la simulazione strumentale del cyber predatore, o groomer, di un “prendersi cura” del mondo emotivo, affettivo e psicologico della vittima minorenne, che raggirata, finisce col fidarsi ed aprirsi abbattendo ogni difesa e capacità di controllo. Il groomer seleziona le sue vittime partendo da ambienti virtuali frequentati da minori come, ad esempio, chat, forum e social network. La vittima più ricercata è sicuramente il minore con scarso controllo da parte della famiglia.

Dal dossier “L’abuso sessuale online in danno dei minori”, a cura del Centro Nazionale per il contrasto alla pedopornografia online (C.N.C.P.O) del Servizio di Polizia Postale e delle Comunicazioni di Roma con la collaborazione di Save the Children, emerge che la fascia di età più colpita è quella con un’età compresa tra i 10 e i 13 anni, che nel 2021 ha fatto registrare 306 vittime di adescamento online, quasi il 60% di tutti i 531 minori approcciati sul web dai groomer, nonostante ai minori di 13 anni non sia consentito l’accesso ai social network. Il genere non incide sui livelli di rischio: maschi e femmine sono pressoché in egual misura al centro di casi di adescamento online intercettati dalla Polizia Postale. In generale i bambini e i ragazzi che usano la rete, sembrano essere più esposti al rischio di adescamento quando usano i social network e la messaggistica.

Preoccupanti i dati relativi alla fascia di età anche sotto i 9 anni che sempre di più risulta coinvolta.

Particolari pericoli emergono dai giochi di ruolo e videogiochi online: la crescente attrattiva esercitata da questi servizi sui più piccoli ha indotto i groomer (che nel report della polizia postale vengono comunque assimilati ai pedofili) a concentrare la loro attenzione anche sulle piattaforme di gaming (videogiochi online), sfruttandone i servizi di chat, di messaggistica e offrendo la possibilità di agganciare i minori più facilmente.

Le conseguenze psicologiche per le vittime possono essere estremamente gravi e rilevanti con o senza che l’approccio on-line si traduca in un incontro di persona.

 

Sono necessari studi e ricerche in ambito psicologico e sociale per comprendere il motivo per cui alcuni bambini e giovani siano più vulnerabili all’adescamento online. Questi dati aggiungeranno importanti indicazioni per le politiche e la prevenzione del fenomeno ma, da una lettura di alcuni primi studi disponibili, sembra essere importante e cruciale il ruolo giocato dalla famiglia nella prevenzione del grooming. In press book si dovrebbe anche aggiungere. Accanto a questo rimane importante, ovviamente, potenziare la rete di prevenzione ed i momenti di media education anche nelle scuole in collaborazione con la Polizia Postale e le istituzioni.

 

Un plauso a iniziative come La Bambola di Pezza, progetto vincitore del contest “La Realtà che ‘non’ esiste” ideato da Manuela Cacciamani, produttrice di One More Pictures e Presidente Unione e Creators digitali di Anica e realizzato con Rai Cinema.

Un progetto transmediale con lancio multipiattaforma, presentato come evento speciale alla 79 Mostra Internazionale d’arte Cinematografica di Venezia, altamente innovativo che sa usare arte e cultura nel modo in cui se ne sente la necessità: andare incontro e informare il pubblico giovane (e non solo!), sempre più connesso, attraverso una storia dalla forte valenza sociale la cui visione fa guadagnare salute fisica e mentale aumentando la consapevolezza di sé e del mondo (anche negli aspetti più inquieti).

 

Emanuele Caroppo

Psichiatra e Psicoanalista SPI, socio del Cultural Welfare Center (CCW)

Artrosi e malattie reumatiche al centro della Giornata mondiale della fisioterapia

In un panorama socio-sanitario che registra il progressivo invecchiamento della popolazione e l’ampliarsi (anche numerico) dei soggetti con cronicità, l’incidenza dell’artrosi – patologia dovuta all’usura delle articolazioni – diviene sempre più importante. Seconda cronicità negli italiani dopo l’ipertensione, l’osteoartrosi va a colpire percentuali sempre maggiori di popolazione, con un’incidenza del 16,4%, raggiungendo una prevalenza negli over 75 che è del 68,2% nelle donne e del 48,7% negli uomini (RIAP-ISS, 2013). Dati importanti destinati ad aumentare nei prossimi anni. Proprio per queste caratteristiche di “emergenza sociale” (non solo in Italia), l’artrosi e le altre malattie croniche reumatiche sono al centro nella giornata dell’8 settembre, del World Physical Therapy Day per il 2022, occasione promossa a livello mondiale dalla World Physiotherapy (WP), l’Organizzazione che rappresenta in tutto il mondo circa 700mila fisioterapisti.

 

Cosa la fisioterapia può fare e fa nel nostro Paese per prendere in carico le persone con artrosi e migliorare la loro qualità della vita? Lo precisa il dott. Mattia Bisconti (fisioterapista presidente del Gruppo di Terapia Manuale e Fisioterapia muscoloscheletrica in seno all’Associazione Italiana di Fisioterapia-AIFI): “Secondo le più recenti linee guida per l’artrosi, la fisioterapia risulta fondamentale per l’autogestione della persona e per il mantenimento di uno stile di vita attivo. I dottori e le dottoresse fisioterapisti si confrontano quindi in primo luogo con le convinzioni scorrette (es. “a causa dell’artrosi non posso più muovermi altrimenti arreco danno al mio corpo”), e poi le aspettative, le reazioni emotive e il livello di attività della singola persona. Questo approccio permette di trasformare i potenziali ostacoli in opportunità di cambiamento migliorativo per i pazienti, grazie alla programmazione di attività terapeutiche specifiche, attive e assistite, volte a migliorare, ad esempio, le capacità di equilibrio, forza, resistenza, con conseguente miglioramento della fiducia in sé stessi.”

 

“Anche quest’anno in occasione della Giornata mondiale, invitiamo tutti i cittadini e fisioterapisti ad indossare al polso un nastro blu per ricordare quanto la Fisioterapia sia fondamentale per realizzare il diritto alla salute” sottolinea Simone Cecchetto, presidente dell’Associazione Italiana di Fisioterapia, “La Fisioterapia è prevenzione, valutazione, cura, abilitazione, riabilitazione e palliazione di diversi sistemi corporei che vivono situazioni traumatiche indotte da patologie, interventi chirurgici o condizioni di sovraccarico. In questi casi il nostro massimo impegno è speso per accompagnare adulti, anziani, minori ed anche sportivi nel miglior percorso volto a potenziare le loro potenzialità attraverso l’esercizio terapeutico, le terapie manuali, le terapie fisiche con il contributo delle tecnologie assistite e dell’educazione terapeutica”.

 

“L’8 settembre è quindi una data simbolica per noi e per tutto il SSN”, conclude il presidente Cecchetto: “Fisioterapia è soprattutto mani, cuore e mente messe al servizio delle persone con disabilità transitorie o persistenti, al fine di migliorare la qualità della vita loro e delle persone che stanno a loro fianco. Questa giornata non è una celebrazione interna alla disciplina, bensì un’occasione di confronto con tutti i protagonisti della sanità italiana, cioè coloro che stanno progettando il suo rilancio sulla base di un confronto utile e continuo con i bisogni dei cittadini e pazienti”.

 

Per dare concretezza a questa visione, nell’occasione della Giornata mondiale della fisioterapia AIFI propone numerosi eventi distribuiti in diverse regioni italiane, un webinar clinico dal titolo “Malattie reumatiche e osteoartriti” (disponibile dalle ore 21.00 di lunedì 5 settembre sul canale YouTube di AIFI) e un dibattito nazionale sul tema PNRR E DM77, Artrosi e malattie reumatiche nei nuovi modelli di Assistenza Territoriale: il contributo della Fisioterapia (ore 10.00-13.00, 8 settembre, Palazzo Giustiniani-Senato della Repubblica, Roma), evento a cui parteciperanno (tra gli altri) la Sen. Annamaria Parente (Presidente della Commissione Igiene e Sanità del Senato), la Sen. Paola Boldrini (Vicepresidente della Commissione Igiene e Sanità del Senato), l’on. Beatrice Lorenzin (già Ministro della Salute e promotrice della legge sulla riforma degli Ordini professionali), l’on. Elena Carnevali (componente XII Commissione Affari Sociali Camera dei Deputati – fisioterapista), Francesco Enrichens (Project Manager PonGov di AGENAS), Maria Teresa Menzano (Direzione Generale della Prevenzione Ministero della Salute), Teresa Calandra (FNO TSRM PSRTP), Antonella Celano (presidente APMARR), Lucia Marotta (presidente ANIMASS), Daniela Marotto (presidente CREI), Roberto Gerli (presidente SIR). All’evento parteciperanno anche i rappresentanti della Commissione d’albo Nazionale dei Fisioterapisti Piero Ferrante (presidente) e Melania Salina (vice-presidente).

Il cammino verso la scienza aperta è in salita

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Qualche settimana fa, Moderna ha annunciato che farà causa a Pfizer e BioNTech per aver violato la proprietà intellettuale sulla tecnologia alla base dei vaccini contro SARS-CoV2. Secondo l’azienda statunitense, infatti, la casa farmaceutica americana e l’azienda di biotecnologie tedesca avrebbero copiato la piattaforma tecnologica alla base del sistema dell’Rna messaggero. In un comunicato, Moderna spiega che sarebbero state due le violazioni alla proprietà intellettuale: la prima riguarda una “modifica chimica” che fa sì che il vaccino non provochi una risposta immunitaria indesiderata. Gli scienziati di Moderna l’avrebbero dimostrata per primi con esperimenti sull’uomo già nel 2015.

La seconda violazione riguarderebbe invece il modo in cui entrambi i vaccini colpiscono la proteina spike.

Nel 2021 si è discusso molto dell’opportunità di liberare dai brevetti i vaccini contro Covid-19. Questa soluzione avrebbe avuto due vantaggi immediati: la produzione sarebbe aumentata, poiché più aziende avrebbero potuto lavorare in contemporanea, e l’accesso al farmaco sarebbe stato garantito anche ai Paesi più poveri, che sono stati penalizzati dal costo dei vaccini e dalla loro disponibilità (le Nazioni occidentali hanno acquistato fin da subito grandi quantità di dosi, lasciando a bocca asciutta o quasi il resto del mondo).

Tuttavia, benché oltre 60 Paesi abbiano sostenuto questa posizione, la proprietà intellettuale è stata mantenuta, soprattutto per le perplessità sollevate dall’Unione europea e dalla Germania, secondo le quali la carenza di materie prime e di know-how avrebbe ostacolato il raggiungimento degli obiettivi, rischiando di immettere sul mercato prodotti di bassa qualità.

Questo è solo l’ultimo capitolo – quello più evidente – della lunga battaglia che alcuni gruppi stanno portando avanti a favore di una scienza aperta, dove la conoscenza sia a disposizione di tutti e non debba sottostare a logiche commerciali.

L’Open Science

Roberto Caso

L’Open Science è un movimento che si batte per una scienza aperta: a partire dal libero accesso a dati e pubblicazioni scientifiche alla revisione della proprietà intellettuale in ambito farmaceutico. “Con la diffusione di internet, sono aumentati gli strumenti per rendere operativa la scienza aperta. Risalgono all’inizio degli anni ‘90 i primi archivi dei pre-print come arXiv. Poi, purtroppo, il sogno di una scienza aperta si è infranto con un sistema di valutazione che accentra il potere in alcuni soggetti privati”. Roberto Caso è professore associato di Diritto privato comparato all’Università di Trento e presidente di Aisa, l’Associazione italiana per la promozione della Scienza Aperta.

Sono due i fenomeni che il movimento Open Science vorrebbe arginare: la crescita del potere degli editori delle riviste scientifiche e la tendenza a utilizzare i diritti in esclusiva.

“Oggi il mercato della comunicazione scientifica è in mano a pochi grandi gruppi che hanno costruito un business su una conoscenza che dovrebbe essere pubblica – afferma Caso – Questo ha due conseguenze immediate: un sistema di diffusione della conoscenza chiuso garantisce l’accesso solo a chi ha abbastanza risorse da permettersi di pagare gli abbonamenti. E, in seconda battuta, chi ha un potere così grande può indirizzare la ricerca, creando per esempio nuove riviste frutto di alcune “mode””.

Il presidente di Aisa sottolinea il paradosso che regge queste riviste: “Gli articoli sono proposti da scienziati, che non sono retribuiti per il loro lavoro. La peer-review è effettuata da altri ricercatori, che mettono gratuitamente a disposizione il proprio tempo. Poi, però, il frutto di tutto quel lavoro, che è stato finanziato con fondi pubblici, è aperto solo a chi può permettersi di pagare i costosi abbonamenti delle riviste”.

In un articolo comparso sul British Journal for the Philosophy of Science, gli autori suggeriscono un superamento dell’attuale modello basato sulla peer-review a favore di un sistema aperto che sfrutti gli archivi che già esistono per alcune discipline

In un articolo comparso sul British Journal for the Philosophy of Science, gli autori suggeriscono un superamento dell’attuale modello basato sulla peer-review a favore di un sistema aperto, che sfrutti gli archivi che già esistono per alcune discipline, relegando alle riviste la possibilità di offrire approfondimenti o raccolte tematiche a valle della pubblicazione dei singoli articoli.

Questa soluzione permetterebbe, tra le altre cose, di scardinare il meccanismo del “publish or perish” a vantaggio del reale impatto che una ricerca può avere sulla comunità.

“Fin dai tempi di Galilei, lo spirito critico nasce dalla discussione rispetto a quanto viene pubblicato. Un sistema che abolisca la peer-review a favore dell’uso di repository pubbliche permetterebbe di recuperare questo aspetto: la comunità scientifica potrebbe reagire – molto più di quanto faccia oggi – alla pubblicazione dei diversi studi che, essendo slegati da logiche commerciali, potrebbero essere inferiori numericamente rispetto a oggi, ma relativi alla buona ricerca”, sostiene Caso.

I brevetti

Fino al 1978, in Italia non esisteva la proprietà intellettuale in ambito farmaceutico e chiunque poteva realizzare il proprio prodotto galenico, copiando qualcosa che già esisteva. Il brevetto nasce proprio per stimolare l’innovazione e la ricerca: aziende e medici non devono più limitarsi a replicare qualcosa che già esiste, ma cercare di migliorarlo e trovare nuove soluzioni.

A dispetto delle aspettative, però, in Italia i brevetti non hanno portato ai risultati sperati: come ricorda il farmacologo Silvio Garattini nel suo libro “Brevettare la salute?”, in Italia dal 1978 in poi non sono avvenute grandi scoperte e, dai primi anni 2000, quasi tutti i laboratori di ricerca preclinica delle aziende si trasferiscono altrove, in Nazioni meno costose, con una burocrazia più leggera e un maggior supporto alla ricerca scientifica.

A essere brevettato non è solo il principio attivo, ma anche alcune tecnologie necessarie per produrre un farmaco. Può così succedere che, allo scadere dei vent’anni, non sia possibile per altre aziende produrre un farmaco generico perché mancano dei passaggi fondamentali

Oggi i brevetti garantiscono un monopolio alla casa farmaceutica che ne è titolare, che spesso dura ben oltre i vent’anni previsti: a essere brevettato, infatti, non è solo il principio attivo, ma anche una serie di tecnologie necessarie per produrre un farmaco. Può così succedere che, allo scadere dei due decenni, non sia possibile per altre aziende produrre un farmaco generico perché mancano alcuni passaggi fondamentali.

A distanza di alcuni decenni dalla loro introduzione, poi, i brevetti non sembrano essere quel motore per l’innovazione auspicato: la rivista indipendente “Prescrire International” ogni anno classifica i farmaci approvati nell’Unione europea in base alle loro caratteristiche innovative. Nel 2021, su 108 sostanze approvate, solo 17 hanno dimostrato un vantaggio terapeutico. Il trend è in leggero aumento rispetto agli ultimi dieci anni, grazie alla tecnologia dell’mRna. Gli autori dell’indagine sottolineano però che, negli altri casi, si tratta soprattutto di adattamenti di farmaci esistenti.

Il meccanismo di tutela della proprietà intellettuale serve soprattutto per garantire all’industria un ritorno sull’investimento effettuato: decenni di ricerca (svolta dall’azienda farmaceutica o, più spesso, da piccole biotech o da università pubbliche) vengono ripagati nel momento in cui un farmaco ottiene l’autorizzazione per essere immesso sul mercato.

Sebbene oggi sembri complicato scardinare questo sistema, ci sono alcuni esempi alternativi che hanno dimostrato buoni risultati. Uno è italiano: “L’istituto Mario Negri di Milano ha scelto di non brevettare le proprie ricerche – ricorda Roberto Caso – Questo serve per evitare conflitti d’interesse, ed essere più liberi”. Un secondo modello per perseguire l’Open Science arriva invece dal Canada: “Qui Richard Gold e i suoi collaboratori hanno attuato una sorta di Creative Commons per quanto riguarda i beni biologici e biomedici, rinunciando ai brevetti e al controllo dei dati della ricerca di base in campo neurologico, per poter mettere queste informazioni a disposizione di tutti. Il modello è un buon compromesso perché prevede il coinvolgimento di privati, ma a valle del processo di ricerca”.

Entrambe queste soluzioni hanno potuto essere attuate grazie a una consistente donazione privata iniziale, ma sono spunti interessanti da cui partire per ragionare su modelli alternativi di proprietà intellettuale.

Gli aspetti legislativi

“L’Unione europea ha ben presente il problema dell’Open Science e sta producendo una serie di studi a questo proposito – afferma Caso – Non si tratta di un’istituzione chiusa: il dibattito sulla proprietà intellettuale è vivace. La Carta di Nizza, il documento che stabilisce i diritti fondamentali dell’Unione, contiene però al suo interno un richiamo esplicito alla proprietà intellettuale, cosa che per esempio non abbiamo nella Costituzione italiana. Questo è indicativo della direzione che, almeno all’epoca, l’Ue ha deciso di abbracciare”.

A livello nazionale, invece, è stato pubblicato il Piano nazionale della scienza aperta, un documento programmatico che individua 5 “assi di intervento” per favorire l’attuazione della scienza aperta nel nostro Paese:

Aisa, che è nata nel 2015, fin da subito ha portato avanti due battaglie: la modifica al diritto d’autore delle pubblicazioni scientifiche e il vaccino libero

– le pubblicazioni scientifiche

– i dati della ricerca

– la valutazione della ricerca

– la partecipazione

– l’apertura dei dati della ricerca su SARS-CoV-2 e Covid-19

Aisa, che è nata nel 2015, fin da subito ha portato avanti due battaglie: la modifica al diritto d’autore delle pubblicazioni scientifiche e il vaccino libero. “Nel primo caso abbiamo proposto, sulla scorta di quanto già introdotto in altri Paesi europei, il diritto di ripubblicazione dei propri scritti in modalità aperta, su una repository istituzionale”, spiega Caso. Secondo questa impostazione, gli studi sarebbero comunque pubblicati sulle riviste scientifiche, ma gli autori potrebbero, qualora lo desiderassero, mettere a disposizione di tutti questa conoscenza, magari a distanza di alcuni mesi dalla pubblicazione iniziale . “I ricercatori non sono pagati per pubblicare sulle riviste scientifiche, quindi non è chiaro in che cosa consista la cessione del diritto d’autore all’editore – evidenzia Caso – Chiaramente questa modalità comporterebbe investimenti da parte della università e dei centri di ricerca per costruire archivi open”.

Una versione light di questa proposta è stata presentata al Senato dal deputato del Movimento 5 Stelle Luigi Gallo nel marzo 2019: “La discussione purtroppo si è arenata e la questione è rimasta lettera morta”, sospira Caso.

Sui vaccini, invece, la proposta di Aisa è liberare alcuni farmaci salvavita da brevetto, vaccini in primis: in questo modo si garantirebbe la produzione a tutto il pianeta e si salvaguarderebbe l’accesso anche da parte dei Paesi non occidentali. “Con il Covid abbiamo visto che Cuba è riuscita a sviluppare un farmaco per immunizzare la sua popolazione che, sebbene sia prodotto con tecnologie più tradizionali rispetto a quelle a Rna, è riuscito a proteggere gli abitanti dell’isola. Questo vaccino è nelle mani della sanità pubblica. È vero che i cubani sono un numero limitato, quindi più gestibile, ma è sicuramente un esempio cui guardare con interesse. La verità – conclude Caso – è che per provare a cambiare il mondo occorre innanzitutto riuscire a immaginare che può esistere un mondo diverso”.

Al via il 28 settembre il 55° Congresso Nazionale della Società Italiana d’Igiene

Come ogni anno, torna il Congresso Nazionale della Società Italiana d’Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (SItI). Appuntamento, dal 28 settembre al 1° ottobre, presso “Padova Congress”, esclusivamente in presenza.

 

Dal 28 settembre al 1° ottobre, presso “Padova Congress” di via N. Tommaseo 59, la Società Italiana d’Igiene (SItI) organizza il 55° Congresso Nazionale, un evento che – a differenza delle ultime due edizioni – si terrà esclusivamente in presenza. Il titolo scelto dagli organizzatori è “Rerum cognoscere causas: costruire saperi e competenze in prospettiva One Health”.

 

La visione “One Health” si basa sul riconoscimento che la salute umana, animale e dell’ecosistema siano legate indissolubilmente. Un approccio ideale per raggiungere la salute globale, in quanto affronta i bisogni delle popolazioni più vulnerabili sulla base dell’intima relazione tra la loro salute, quella dei loro animali e dell’ambiente in cui vivono.

Il mondo, infatti, è interconnesso: la salute di ognuno è la salute di tutti. Ogni “danno” arrecato all’ambiente o ad una specie si riverbera inevitabilmente sul destino comune. La storia più recente ha inoltre voluto ricordarci quanto siamo vulnerabili ma, allo stesso tempo, rapidi ed efficienti se riusciamo a collaborare per costruire, sperimentare, produrre, distribuire e somministrare un vaccino mai nato prima.

 

Il 55° Congresso Nazionale SItI, che si terrà a Padova in occasione dell’800° A.A. del celebre Ateneo, sarà il luogo ideale dove discipline, saperi, modelli formativi e culture consentiranno a tutti di arricchire il proprio “bagaglio personale” per agire sempre con “scienza e coscienza”. Grazie ad un gruppo di esperti dell’Università, parte l’idea di un nuovo ordinamento sanitario italiano, basato su criteri di razionalità economica e di equità sociale e sull’avvio di un decentramento istituzionale che mira ad una maggiore partecipazione dei cittadini e focalizza l’attenzione sulla valorizzazione della Prevenzione e della Sanità Pubblica.

 

Appuntamento, quindi, a mercoledì 28 settembre, ore 15. Dopo i saluti delle autorità, il Congresso verrà inaugurato con una “Lectio Magistralis” del Prof. Silvio Brusaferro, Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, dal titolo “Dal Covid_19 al PNRR: quali prospettive per la Sanità Pubblica”. Durante la quattro giorni di congresso verranno affrontati diversi temi, fra cui: Storia degli interventi in Sanità Pubblica, impatto sull’epidemia e sullo stato di salute della popolazione; Epidemiologia e prevenzione dei tumori maligni; Ambiente e Salute in ottica One Health: politiche, sinergie e buone pratiche per la promozione della salute; Vaccinazioni di adolescenti, adulti ed anziani; Strategie vaccinali nel post-emergenza.

Medici e dirigenti sanitari presentano il Manifesto per la nuova sanità

La crisi profonda che attraversa attualmente la sanità pubblica, in preda a carenze di risorse umane ed economiche, spinge le Organizzazioni sindacali della dirigenza medica, veterinaria e sanitaria a fare fronte comune chiedendo alle forze politiche impegnate nella campagna elettorale un chiaro impegno in difesa del loro lavoro e del loro ruolo a garanzia di un diritto costituzionale dei cittadini.

A seguire il “Manifesto per la nuova sanità” dell’intersindacale della dirigenza medica e sanitaria “Uniti per la sanità” (ANAAO ASSOMED – CIMO-FESMED (ANPO, ASCOTI, CIMO, FESMED) – AAROI-EMAC – FASSID (AIPAC-AUPI-SIMET-SINAFO-SNR) – FP CGIL MEDICI E DIRIGENTI SSN – FVM Federazione Veterinari e Medici – UIL FPL COORDINAMENTO NAZIONALE DELLE AREE CONTRATTUALI MEDICA, VETERINARIA SANITARIA CISL MEDICI).

Manifesto per la nuova sanità

Le Organizzazioni sindacali, in rappresentanza di 120mila medici, veterinari e sanitari dipendenti chiedono alle forze politiche di impegnarsi in difesa del Servizio Sanitario pubblico e nazionale, del ruolo dei medici e dei dirigenti sanitari al suo interno, del valore del suo capitale umano.

Il ridimensionamento dell’intervento pubblico, la china avviata verso la privatizzazione, la carenza strutturale di medici specialisti, il peggioramento delle loro condizioni di lavoro, le fughe verso la quiescenza e lidi professionali diversi dalla dipendenza pubblica, mettono a rischio la sopravvivenza del servizio sanitario a 45 anni dalla sua nascita.

Esiste un’emergenza ospedali – con Pronto soccorso allo stremo, liste d’attesa infinite ed un continuo ricorso alle soluzioni estemporanee più fantasiose per tappare le falle di una nave che sta affondando -, ed esiste un’emergenza territorio, che la riforma finanziata con i fondi del PNRR rischia di non riuscire a risolvere, in assenza di ulteriori investimenti a regime. Emergenze che tuttavia stentano a comparire tra gli interventi prioritari promessi dai partiti politici nella campagna elettorale in corso.

Eppure, la tempesta della pandemia Covid-19 è stata perfetta, non risparmiando nessuna delle fragilità del nostro SSN e del nostro sistema Paese. Ha retto, almeno in una prima fase, la cultura civile delle comunità ed il lavoro di quanti sono rimasti, in primis medici e professionisti sanitari, in quelle trincee che non potevano essere abbandonate, pagando prezzi durissimi.

Il virus ha funzionato da acceleratore di fenomeni esistenti cambiando radicalmente, e forse definitivamente, lo scenario in cui ci muoviamo.

Oggi emerge la necessità di ricostruire un ambiente politico, sociale e culturale nel quale la tutela della salute come di tutto il sistema di welfare siano considerati fattori di produzione di ricchezza collettiva, nella misura in cui lo stato di salute e di benessere fisico e psichico di una popolazione correlano direttamente con lo sviluppo sociale e culturale di un Paese. Senza tacere gli effetti sull’economia, per la mole di Pil che tutto ciò che ruota intorno al mondo della salute muove in settori strategici e avanzati del nostro sistema produttivo (farmaci, device, ricerca, biotecnologie, robotica, digitalizzazione, etc). Possiamo dire, senza timore di essere smentiti, che la cattiva tutela della salute di una comunità ne pregiudica lo sviluppo, in termini civili ed economici.

La sanità pubblica, equa, solidale e universalistica produce e non consuma ricchezza. La ricostruzione economica e sociale post Covid-19, tra crisi energetica e conseguenze della guerra in Europa, non deve farla slittare in basso nell’agenda delle priorità, considerandola un oneroso capitolo di spesa del bilancio pubblico, a dispetto della sua mission di presidio di diritti fondamentali di ciascuno e di tutti.

I dati dimostrano che l’Italia è fanalino di coda per quanto riguarda la spesa sanitaria in Europa, per valori pro-capite a parità di potere d’acquisto (nel 2019 pari a 2.473 euro, a fronte di una media Ocse di 2.572 euro) con un gap vertiginoso rispetto a Paesi di riferimento come Francia e Germania. Per quanto riguarda la percentuale sul Pil, l’Italia si pone invece leggermente sopra la media Ocse con una percentuale complessiva di 6,6%, lontana mille miglia da Germania (11,7% del suo Pil) e Francia (11,2%).

Dopo la pandemia niente è cambiato. Continua la fuga dei medici dagli ospedali, continua la sofferenza del personale medico e sanitario, continua la sofferenza dei pazienti che non trovano risposte alle richieste di cure in un sistema vicino al collasso, senza differenze di latitudine.

Le Organizzazioni sindacali della Dirigenza Medica e Sanitaria ritengono che siamo di fronte a un processo di consunzione della sanità pubblica, certificata dalla crisi dei Pronto Soccorso affollati di pazienti e deserti di medici, alla quale serve un approccio di sistema che riconosca la medicina di prossimità e quella ospedaliera come due facce della stessa medaglia e un sostanziale cambio di paradigma culturale, politico e organizzativo per invertire le curve di caduta della qualità e del consenso sociale.

La sostenibilità del servizio sanitario passa per la valorizzazione, l’autonomia e la responsabilità dei suoi professionisti. Perché parlare di sanità significa parlare di lavoro in sanità e parlare di lavoro significa parlare di capitale umano.

È questo il passaggio necessario per chiunque abbia a cuore il presente e il futuro della più grande infrastruttura civile e sociale che questo Paese abbia costruito.

Per i medici, i veterinari e i dirigenti sanitari del SSN, tramontata la retorica, occorrono nuove risorse a loro dedicate, a partire dalla prossima Legge di Bilancio, e interventi legislativi che valorizzino il loro ruolo, finalizzati a:

  1. superare la politica dei tetti di spesa al personale; attuare forti politiche di assunzioni che recuperino i tagli del passato, escludendo il precariato, eterno e non contrattualizzato, come ci chiede la stessa UE;
  2. migliorare le condizioni del lavoro nel SSN in un sistema che privilegi i valori professionali rispetto a quelli economicistici e aziendali;
  3. riportare all’interno dell’inquadramento professionale del CCNL della Dirigenza del SSN il reclutamento di personale medico e sanitario, che negli ultimi anni sta subendo una inaccettabile e regressiva sostituzione con prestazioni privatistiche acquistate a cottimo, con una distorsione evidente del mercato del lavoro;
  4. riformare lo stato giuridico della dirigenza medica e sanitaria, nel segno della dirigenza “speciale” delineato dall’articolo 15 del D.lgs 229/99 rafforzandone l’autonomia sia sotto il profilo professionale che gestionale, valorizzando la peculiarità della funzione svolta a tutela di un diritto costituzionale, anche attraverso forme di partecipazione ai modelli operativi;
  5. aumentare le retribuzioni, detassando gli incrementi contrattuali e il salario accessorio, come già avviene nella sanità privata e in alcune categorie del pubblico impiego come gli insegnanti; prevedere per il rischio contagio una apposita indennità; abrogare il famigerato art. 23, comma 2 del decreto 75/2017, cosiddetto “Madia”, che pone un tetto al salario accessorio;
  6. introdurre il contratto di formazione lavoro per i medici specializzandi (che si ricorda essere medici e sanitari già abilitati ad un esercizio professionale inquadrabile in un ruolo lavorativo dirigenziale e non studenti) e avviare un processo di riforma della formazione post-laurea, divenuta vera emergenza nazionale;
  7. completare la legge sulla responsabilità professionale con il passaggio ad un sistema “no fault” sul modello europeo, superando l’eccezionalità dello “scudo Covid”;
  8. rispettare la tempistica e la esigibilità a livello periferico del CCNL cambiando l’impianto della indennità di vacanza contrattuale.

Le prescrivo un’ora d’arte

Prosegue con questo editoriale dedicato ai programmi di Arts on Prescription la collaborazione con il Cultural Welfare Center (CCW) sulla base di un progetto comune di diffusione della conoscenza sul valore delle arti e della cultura per il benessere e la salute

L’arte nelle prescrizioni mediche

Il primo a offrire questa opportunità è stato il Regno Unito: dalla metà degli anni Novanta, ai medici di base è consentito di integrare le loro prescrizioni terapeutiche (soprattutto farmacologiche) con altre, di natura sociale. Con una “ricetta” sociale, i dottori indirizzano alcuni tipi di pazienti – in genere, con disturbi legati alla depressione – verso servizi o fonti di supporto proposti dalla comunità locale, ad esempio programmi di attività fisica (Exercise on Prescription) o di lettura (Books on Prescription).

Nella stessa linea si collocano i progetti di Arts on Prescription (AoP), che dall’inizio del nuovo millennio vanno moltiplicandosi. Il primo esempio, l’AoP Stockport è stato lanciato nel 1994: persone con ansia o depressione lieve o moderata hanno avuto la possibilità di partecipare a diverse attività creative con l’obiettivo di aumentare il loro benessere mentale. Decine di iniziative simili si sono poi diffuse sia nel Regno Unito, che nei Paesi scandinavi, in Canada, in Australia, e in Belgio.

In Svezia, ad esempio, l’assistenza sanitaria di base offriva già servizi quali sessioni di mindfulness, corsi sulla gestione dello stress, yoga e attività fisica su prescrizione medica prima dell’introduzione dei programmi di AoP. Questa ulteriore possibilità è stata accolta positivamente da parte del sistema sanitario nazionale in quanto è stata considerata vantaggiosa sia per i pazienti che per gli operatori sanitari, nonché per la società nel suo complesso. È quanto emerge da un recente studio che ha esplorato per la prima volta, nel contesto svedese, le percezioni degli operatori sanitari rispetto all’opportunità di indirizzare pazienti con problemi di stress, ansia, isolamento sociale o forme lievi o moderate di depressione verso programmi di AoP, i quali hanno espresso un giudizio favorevole in virtù dei benefici generati da tale pratica in termini di motivazione, creazione di routine, interazioni sociali e aumento dell’autostima. Tuttavia, gli operatori sanitari intervistati hanno riferito che la pressione del fattore “tempo” sui professionisti sanitari e il persistente predominio del modello biomedico di cura rappresentano ancora oggi rilevanti barriere a una più ampia accettazione, in ambito medico, della necessità di adottare un approccio più olistico alla salute e al benessere degli individui e della collettività.

In questa direzione, l’AoP è un modo di affrontare i bisogni di benessere dell’individuo in modo, se non proprio olistico, almeno integrato, che si basa sul riconoscimento che la salute di un individuo è determinata, oltre che da fattori biofisici, anche da una serie di fattori sociali, economici e ambientali.

L’arte su prescrizione medica, va sottolineato, non c’entra con l’arte terapia, ma è un aiuto non medico multidisciplinare per recuperare una condizione psicofisica soddisfacente. Come funziona?

Il sistema della prescrizione sociale coinvolge medici di base e professionisti sanitari per fornire supporto pratico, sociale ed emotivo attraverso servizi non medici. L’approccio previsto, flessibile e incentrato sulla persona, può prevedere un’ampia gamma di proposte, dalle attività artistiche, culturali e sportive, alla biblioterapia, alle esperienze ricreative e di volontariato, alla formazione permanente, all’aiuto reciproco e sostegno alla genitorialità, fino ai servizi di consulenza legale, fiscale, abitativa e occupazionale. Alla base, la consapevolezza che la salute è in gran parte determinata da fattori psicosociali e relazionali e che le persone che hanno accesso a supporti sociali e culturali all’interno delle loro comunità sono più sane. Gli obiettivi di questo modello sono quelli di affrontare il tema della salute intervenendo sui determinanti e bisogni sociali, attraverso un approccio olistico, offrire interventi incentrati sulle persone, rafforzare le cure preventive e collegare le organizzazioni sanitarie con il Terzo settore.

Un programma-tipo di AoP dura dieci settimane. I partecipanti, suddivisi in gruppi che vanno di solito da otto a dodici membri, sono coinvolti in diverse attività artistiche e culturali, di solito due volte a settimana per circa due ore. Le attività variano in base al programma: si va dalla pittura alla modellazione, dal collage e altre creazioni manuali alla musica e al canto, dal teatro alle visite a musei o gallerie.

Mentre nel Regno Unito la maggior parte dei programmi di AoP sono animati da artisti, nel modello scandinavo (A. Jensen, W. Torrissen, T. Stickley, “Arts and public mental health: exemplars from Scandinavia“, WHO Public Health Panorama, 2020) si fa più spesso affidamento su organizzazioni e istituzioni museali e culturali.

Aumentano energia e gioia di vivere. Ma non solo

Studi internazionali, cresciuti anch’essi in modo sensibile dalla metà degli anni Novanta, hanno documentato effetti positivi sul benessere e la salute mentale di coloro che hanno preso parte ai programmi di AoP, in relazione a diversi parametri: aumento dei livelli di energia e della gioia di vivere, miglioramento delle relazioni sociali e delle proprie competenze, aumento dell’autostima, miglioramento della motivazione, della comprensione dei propri bisogni e della capacità di coping.

A beneficiarne sono sempre più spesso le persone che prestano le proprie cure ad altri, per motivi professionali o familiari

A beneficiarne sono sempre più di frequente anche le persone che prestano le proprie cure ad altri, per motivi professionali o familiari, soprattutto nei casi in cui i caregiver sono esposti a grandi carichi emotivi e a volte a fenomeni di esaurimento o burnout.

Sebbene alcune – pochissime, per la verità – valutazioni di analisi costi-benefici eseguite nel Regno Unito abbiano sollevato dubbi sulla possibilità che i programmi di AoP rappresentino un risparmio significativo per la finanza pubblica, la loro efficacia per la salute appare invece acclarata. Una sintesi autorevole dei loro risultati è stata pubblicata alla fine del 2019 in una scoping review di oltre 3mila studi, commissionata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Nello specifico, il report dell’OMS inserisce il ventennale programma inglese di attività di cultura su prescrizione tra i casi studio di maggior interesse rispetto alla relazione virtuosa tra cultura e salute, evidenziando come sia stato stimato un ritorno medio sull’investimento di 2,30 sterline per ogni sterlina spesa, generando risparmi sui costi grazie alla riduzione delle prescrizioni inappropriate e al minor uso dei servizi sanitari, compresi gli accessi al pronto soccorso. Attualmente, nel Regno Unito, l’obiettivo che il Servizio Sanitario Nazionale si prefigge di raggiungere è quello di coinvolgere 900.000 persone nei programmi di prescrizione sociale entro il 2023.

Altrettanto significative sono le evidenze raccolte nel “Research Digest: Culture on Referral” dal Centre for Cultural Value, che presenta un’istantanea dei benefici generati dai programmi di AoP attraverso una revisione rapida della letteratura pubblicata tra il 2010 e il 2020. Adottando un approccio sistematico per l’identificazione degli studi più rilevanti, il report mette in evidenza che le ricerche che si sono avvalse di un metodo standardizzato di misurazione del benessere (come, ad esempio, la Warwick Edinburgh Mental Wellbeing Scale o il Museum Wellbeing Measure for Older Adults) fanno registrare differenze positive nei punteggi tra l’inizio e la fine di un programma. Ciò suggerisce che c’è stato un cambiamento positivo significativo nel benessere quale risultato della partecipazione ai programmi di AoP.

Allo stesso tempo, gli studi che hanno utilizzato metodi qualitativi indicano che i partecipanti hanno riscontrato una serie di vantaggi. In particolare, il coinvolgimento in programmi di AoP ha consentito di acquisire maggiore sicurezza e di rafforzare la propria autostima. Inoltre, le persone che hanno usufruito di un programma di AoP hanno notato che si sono sentite supportate dagli altri membri del gruppo con esperienze simili, sottolineando l’importanza del supporto tra pari e l’opportunità di sviluppare nuove amicizie. Inoltre, vi sono prove crescenti del fatto che i programmi di AoP agiscano come fattore di stimolo per una maggiore partecipazione culturale. Ad esempio, alcuni studi riferiscono che le persone coinvolte in questo tipo di pratiche hanno creato dei propri gruppi artistici e si sono impegnate di più in attività artistiche e culturali nella loro vita quotidiana, decidendo a volte di iscriversi a nuove opportunità educative come i corsi universitari. Tuttavia, poiché molti di questi studi si interrompono con la fine dei programmi di AoP, potrebbe essere interessante per il futuro approfondire ulteriormente gli aspetti connessi ai vantaggi duraturi della partecipazione ai programmi di AoP, al di là dei cambiamenti a breve termine.

Nella stessa direzione, il report “Social Prescribing Roundtable, November 2019” pubblicato dal Royal Australian College of General Practitioners e dal Consumers Health Forum of Australia fornisce un’ulteriore conferma del fatto che la prescrizione sociale rappresenti una preziosa opzione aggiuntiva alla gamma delle alternative sanitarie disponibili. Come detto in precedenza, è noto che gli aspetti sociali, economici e ambientali possano influire sulla salute e il benessere delle persone, e anzi non così raramente possano essere la motivazione principale per cui le persone si rivolgono ai servizi sanitari di base. In tal senso, la prescrizione sociale può contribuire ad affrontare numerosi fattori di rischio, inclusi l’isolamento sociale, la comorbilità e i problemi di salute mentale. Riprendendo alcuni passaggi del report, è interessante notare come, al contrario di quanto accada in Germania o nel Regno Unito, dove rispettivamente il 74% e il 65% dei medici ha affermato di aver messo spesso in connessione i pazienti con i servizi sociali o altri programmi comunitari, in Australia, Stati Uniti e Canada circa il 40% dei medici ha riferito lo stesso. Inoltre, ulteriori stime suggeriscono che circa il 20% dei pazienti consulta il proprio medico di famiglia per quelli che sono principalmente problemi psicosociali. Come suggerisce il rapporto australiano, la prescrizione sociale è capace di superare i confini tra servizi medici e comunitari, aumentando l’impatto duraturo di un trattamento o, in alcuni casi, evitando la necessità di un trattamento. Ne deriva, come già sottolineato, che si dovrebbe promuove maggiormente l’adozione di pratiche che tengano conto dei bisogni delle persone, affrontando anche questioni non strettamente sanitarie (compresi i determinanti sociali della salute), attraverso un approccio olistico alla cura.

A che punto è l’Italia?

Anche nel nostro Paese la pratica di indirizzare programmi artistici e culturali alla promozione della salute, alla prevenzione delle malattie e alla gestione e al trattamento di condizioni patologiche anche degenerative si sta progressivamente affermando. Sono numerose le iniziative offerte ormai regolarmente da decine di musei, soprattutto in Toscana, alle persone con demenza e ai loro caregiver. Altri percorsi consolidati sono quelli di danza per le persone con Parkinson o quelli di lettura per i neonati. Tutti questi programmi, promossi da organizzazioni culturali e artistiche, coinvolgono in varie forme i medici, sia come consulenti, sia come valutatori.

Caso studio: lo Sciroppo di Teatro in Emilia-Romagna

In realtà, l’unico vero e proprio programma di AoP in Italia si trova in Emilia-Romagna, dove la Regione, per iniziativa di ATER Fondazione, ha varato da pochi mesi un progetto per la salute dei più piccoli che si chiama Sciroppo di Teatro, e che mette insieme 153 pediatri di base, 236 farmacie, e una rete di 36 teatri e di compagnie specializzate nel teatro per bambini e ragazzi.

In 22 comuni, bambini, bambine e i loro accompagnatori possono andare a teatro con un voucher fornito da pediatri e farmacisti, per soli due euro a spettacolo. L’obiettivo è contribuire alla costruzione di politiche di welfare culturale a partire dal teatro

Da gennaio 2022, in 22 comuni, i bambini e le bambine dai 3 agli 8 anni, insieme ai loro accompagnatori, possono andare a teatro con un voucher ricevuto da pediatri e farmacisti, per soli due euro a spettacolo. L’obiettivo del progetto è contribuire alla costruzione di politiche di welfare culturale a partire dal teatro e, in particolare, dal teatro per bambini e famiglie. Al 4 aprile, su 70 spettacoli già andati in scena, ATER Fondazione ha registrato 11.540 presenze, di cui 6.068 entrate con il voucher Sciroppo di teatro. Ciò a fronte di una popolazione di 59.652 bambini e bambine e 8.103 posti a sedere complessivi nei 23 teatri coinvolti (24.309 per tre spettacoli). Dopo la chiusura dei teatri del 2020/2021 e in una situazione pandemica che tra dicembre 2021 e febbraio 2022 ha colpito in particolare i bambini, il progetto ha permesso di coprire il 47% circa di posti disponibili.

Si è scelto, decisamente controcorrente, di investire nella cultura delle nuove generazioni partendo dai più piccoli. Sulla decisione ha pesato anche la consapevolezza degli effetti della pandemia sui bambini

Si è scelto, decisamente controcorrente, di investire nella cultura delle nuove generazioni partendo dai più piccoli. Sulla decisione ha pesato anche la consapevolezza degli effetti della pandemia sui bambini, che, come ricorda il report delle Nazioni Unite sull’impatto del Covid-19, “non sono i più colpiti da questa pandemia, ma rischiano di essere le sue più grandi vittime”. I lunghi periodi di interruzione della frequenza scolastica, la riduzione drastica dell’interazione fisica di gioco fra coetanei, l’impossibilità di dedicarsi ad attività sportive, extra-scolastiche e culturali, soprattutto nelle fasce più fragili della popolazione, hanno causato danni nella sfera cognitiva e nell’apprendimento e una carenza di esperienze positive sul piano sociale ed emotivo. Povertà educativa e marginalizzazione rischiano di crescere ancora di più.

Se paragonato agli equivalenti inglesi o svedesi, l’impatto atteso di Sciroppo di Teatro riguarda soprattutto il sollievo a breve termine di una situazione di sofferenza significativa da parte dei più piccoli. Strumenti mirati di valutazione potranno in futuro rilevare effetti sulle life skills nel medio periodo, soprattutto dei bambini che avranno potuto prendere parte all’intero ciclo di spettacoli.

La sperimentazione è importante anche sul piano della creazione di un rapporto istituzionale orientato al welfare culturale fra mondo della sanità pubblica e privata e mondo della cultura

Ma la sperimentazione è importante anche su un altro livello, che è quello della creazione di un rapporto istituzionale orientato al welfare culturale fra mondo della sanità pubblica e privata e mondo della cultura. In prospettiva, e includendo, oltre ai bambini, anche adulti e anziani, nelle modalità ad essi più confacenti, le potenzialità delle ‘arti su ricetta medica’ per l’Italia sono interessanti.

Uno sguardo al futuro

Nel 2019, nel nostro Paese, poco più di 2 milioni 500mila persone (circa il 5% della popolazione) soffrivano di almeno un disturbo di tipo depressivo. La percentuale tra le persone con più di 65 anni era il 10,6% e tra quelle dai 75 anni in poi il 16,2%. Questi disturbi sono più diffusi tra le donne, con una media generale del 6,4%, del 13,3% tra le donne dai 65 anni e addirittura del 19,9% tra le ultrasettantacinquenni.

Se per l’Italia dovessero valere le stesse proporzioni del Regno Unito, almeno un terzo delle richieste di assistenza per disagio psicologico da lieve a moderato che vengono rivolte ai medici di base potrebbero trovare una risposta almeno parziale e complementare nei programmi di AoP

Secondo il Ministero della Salute, sempre nel 2019, la spesa lorda complessiva per i farmaci antidepressivi in regime di assistenza convenzionata è stata di oltre 391 milioni di euro, con un numero di confezioni superiore a 37 milioni. Per la categoria degli antidepressivi in distribuzione diretta, la spesa lorda complessiva è stata pari a 1 milione di euro con 496.762 confezioni. Se per l’Italia dovessero valere le stesse proporzioni che sono state calcolate per il Regno Unito, almeno un terzo delle richieste di assistenza per disagio psicologico da lieve a moderato che vengono rivolte ai medici di base potrebbero trovare una risposta almeno parziale e complementare nei programmi di AoP.

C’è poi l’esercito dei prestatori, professionali e non professionali, di cure, con il loro carico quotidiano da portare spesso in solitudine. Senza contare gli operatori sanitari, tra i quali la pandemia ha moltiplicato, soprattutto nel 2020, lo stress e l’esaurimento, quasi il 30% dei cittadini residenti forniscono cure o assistenza, soprattutto a familiari. Un terzo di queste persone, circa 2,4 milioni, lo fanno per almeno venti ore a settimana. L’onere principale ricade sulle donne; in particolare sono più di un milione le donne di età compresa tra i 45 e i 74 anni che si impegnano per più di 20 ore alla settimana. La maggiore intensità di caregiving si registra peraltro fra le donne con più di 75 anni, il 55% delle quali presta continuativamente assistenza, di solito al marito.

Il confronto fra i livelli di soddisfazione per la vita in generale delle persone con una vita culturale vivace e quelli delle persone in condizioni di esclusione culturale mette in luce una differenza di oltre dieci punti percentuali a vantaggio delle prime

Si tratta di una popolazione che meriterebbe, attraverso una accurata programmazione, una cura ricostituente artistica e culturale – uno sciroppo per adulti di teatro, musica, bellezza – prescritta dal medico e spendibile, per esempio, nei quasi 5mila musei, piccoli e grandi, del Paese, nelle circa 9mila biblioteche, o nei teatri (quelli, beninteso, che non hanno chiuso nel frattempo). Il confronto fra i livelli di soddisfazione per la vita in generale (controllando tutte le altre variabili) delle persone con una vita culturale vivace e quelli delle persone in condizioni di esclusione culturale mette in luce una differenza di oltre dieci punti percentuali a vantaggio delle prime.

Infine, oltre a migliorare l’umore e la soddisfazione per la vita, l’arte prescritta dal dottore sarebbe anche un modo per dare ossigeno al settore culturale e soprattutto al comparto dello spettacolo dal vivo, che, già in sofferenza prima del 2020, ha pagato alla pandemia un prezzo molto alto in termini di introiti e occupazione.

Per approfondire:

La cultura fa bene alla salute: come nasce il welfare culturale

Al via l’appalto innovativo per nuove soluzioni digitali per il trattamento dell’autismo

Prende il via l’esecuzione dell’appalto innovativo per la realizzazione di un progetto di ricerca e sviluppo di “Applicazioni innovative di Realtà Virtuale e Aumentata per persone con una condizione dello spettro autistico (ASC)”.

Le date previste per l’avvio di questa prima fase di appalto sono il 6 e 7 settembre, quando gli enti promotori, le aziende, le associazioni e le famiglie beneficiarie si incontreranno per far partire i lavori.

Nel corso della giornata del 7 settembre, alle ore 18 presso il chiostro di Palazzo dei Domenicani (sede del Comune di Casarano), si terrà anche un evento pubblico di presentazione del progetto, aperto alla cittadinanza e alla stampa, alla presenza di rappresentanti istituzionali di MUR, AgID, Regione Puglia, Comune di Casarano e delle altre amministrazioni locali coinvolte.

Nato dalla collaborazione tra MUR e AgID nell’ambito del Programma Operativo Complementare (POC) Ricerca e Innovazione 2014-2020, l’appalto sta ora confluendo in Smarter Italy, il programma di appalti innovativi finanziato dal Ministero dello sviluppo economico, dal Ministero dell’università e della ricerca e dal Dipartimento per la trasformazione digitale e attuato dall’Agenzia per l’Italia Digitale.

L’appalto d’innovazione pre-commerciale, del valore complessivo di 4,36 milioni di euro, ha l’obiettivo di sviluppare e valutare nuove soluzioni tecnologiche da mettere a disposizione della comunità e delle istituzioni: le associazioni, le famiglie, le scuole e le strutture sanitarie e di assistenza.

La condizione dello spettro autistico è una delle disabilità più gravi che si manifestano in tenerissima età e permane per il resto della vita. Le tecnologie per l’interazione uomo-macchina, come la realtà virtuale, la realtà aumentata e similari, si stanno dimostrando utili negli interventi terapeutici, in quanto la simulazione di situazioni quotidiane è risultata, in genere, un modo efficace per promuovere e migliorare l’inserimento sociale.

Complessivamente, alla gara hanno partecipato 78 soggetti, di cui il 37% piccole medie imprese, il 28% università e centri di ricerca, il 14% grandi aziende, il 12% Onlus, il 6% Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico e il 3% enti privati di ricerca.

Ad esito della valutazione, sono stati selezionati 8 raggruppamenti vincitori, ciascuno con un proprio programma di ricerca.

Con le due giornate di incontri ha inizio quindi l’esecuzione degli otto progetti di ricerca che in seguito saranno valutati e selezionati sulla base dei risultati ottenuti e della prospettiva di efficacia. La fase finale di questo percorso prevede la sperimentazione effettiva delle soluzioni tecnologiche ideate sul territorio pilota dell’Ambito Territoriale Sociale del Comune di Casarano, in provincia di Lecce, con il coinvolgimento delle associazioni di famiglie sul territorio. Successivamente, sulla base dell’esito della sperimentazione, l’adozione di questi nuovi strumenti sarà promossa sul territorio nazionale.

L’insieme degli aggiudicatari rappresenta una sintesi del meglio che il nostro Paese è in grado di esprimere in termini di competenza scientifica, tecnica e industriale sul tema. Sono presenti grandi aziende di informatica insieme a centri di ricerca di eccellenza, università, startup e ONLUS, a dimostrazione che anche nel mondo degli appalti è possibile costituire soggetti offerenti che rappresentano comunità e che fanno sistema.

Con questo appalto innovativo, si inaugura un nuovo approccio in tema di appalti pubblici dedicato alla Social Innovation, in cui l’innovazione tecnologica è al servizio delle persone e delle famiglie, in linea con la Legge delega 21 giugno 2022, n. 78 per la riforma del codice dei contratti pubblici, in cui per la prima volta compare in maniera esplicita l’appalto per il sociale.

Allo sviluppo di questa iniziativa e alla definizione della sfida sull’autismo hanno contribuito la Fondazione Ugo Bordoni e l’Osservatorio Nazionale per l’Autismo dell’Istituto Superiore di Sanità.

Tutte le informazioni sull’appalto sono disponibili alla pagina dedicata del sito Appaltinnovativi.gov.it.

Psoriasi, la malattia che non guarisce ed è rimasta fuori dal Piano nazionale cronicità

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C’è una malattia che non guarisce e che non ha trovato spazio nel Piano nazionale cronicità (Pnc), rimanendo esclusa dalle agevolazioni previste per altre dieci patologie. Non è l’unico problema: chi ne è affetto non beneficia nemmeno delle esenzioni dal pagamento del ticket. Eppure la psoriasi può arrivare a condizionare la vita dei pazienti con un impatto persino più pesante di quello di un infarto.

Per sensibilizzare sul tema Governo e Istituzioni, e per elevare il livello della risposta sanitaria grazie a incisivi provvedimenti di policy e all’adozione di nuove scelte gestionali, da pochi mesi è nata un’Alleanza Italiana per le persone con Psoriasi, di cui fanno parte Associazione Psoriasici italiani amici della Fondazione Corazza (Apiafco), Adoi, Salutequità e Società Italiana di Dermatologia medica, chirurgica, estetica e delle Malattie Sessualmente Trasmesse (Sidemast).

Paola Boldrini: “Il vero tema è la corretta presa in carico del paziente”

Paola Boldrini

Oggi la malattia non è più considerata di serie B, spiega Paola Boldrini, vice presidente della Commissione Sanità in Senato e fondatrice dell’Intergruppo parlamentare sulle cronicità. Ma ci sono ancora dei passi da compiere.

Qual è la situazione della psoriasi nell’ambito delle patologie croniche?

Oggi il tema della psoriasi è adeguatamente trattato in forum scientifico/istituzionali dedicati e la patologia, di cui soffre il 3 per cento della popolazione italiana, non viene più considerata “minore”. Questo è il primo passo culturale, compiuto anche grazie al lavoro delle associazioni di riferimento, cui seguiranno i successivi, relativi alla presa in carico, in ossequio ai dettami della Missione 6 del PNRR e al DM77 di recente approvazione. Entrambi fanno esplicito riferimento alla presa in carico domiciliare e alla ridefinizione dei servizi sanitari territoriali grazie al potenziamento e all’attivazione di nuovi presidi sanitari come le case della comunità.

L’inserimento nel Pnc delle patologie psoriasiche sarà connesso alla revisione del Piano stesso ma strettamente legato alla missione 6 del PNRR e al DM 77

Come Intergruppo sulla Cronicità abbiamo avuto diverse audizioni con associazioni di pazienti e stiamo raccogliendo tutto il materiale per precise valutazioni. L’inserimento nel Pnc delle patologie psoriasiche sarà pertanto connesso alla revisione del Piano stesso ma strettamente legato alla missione 6 del PNRR e al DM 77. Sicuramente il potenziamento della telemedicina, prevista nel PNRR e il riconoscimento delle cui buone prassi sta procedendo in modo lineare, consentirà l’implementazione di servizi rivolti ai pazienti con un sistema innovativo di assistenza per la cura.

Cosa invece sarebbe auspicabile e come ci si sta muovendo in questo senso?

Auspicabile è raggiungere l’obiettivo del riconoscimento effettivo nel Pnc. Di supporto sarà lo studio capillare della stratificazione della popolazione colpita, così da comprendere anche il bisogno sanitario dedicato.

Quali sono le azioni in programma? È possibile prevedere le tempistiche?

Le tempistiche dipendono da vari fattori, comprese le tensioni in seno al Governo, che portano inevitabilmente a rallentamenti nell’attività ordinaria. Sono comunque quelle previste nel PNRR, che di ogni progetto misura lo stato di avanzamento.

Il PNRR potrebbe essere d’aiuto in questo senso?

Senza dubbio, la Missione 6 è chiara e prevede l’attivazione e l’estensione dell’assistenza domiciliare e il rafforzamento della rete sanitaria territoriale, a partire dalle Case della Comunità. Il tema della domiciliarità è tuttavia legato, oltre alla telemedicina, al reclutamento di personale sanitario adeguatamente formato. Per la psoriasi, per capirci, deve esserci sia la struttura di riferimento che uno staff specializzato. Il tema vero è infatti la presa in carico del paziente da parte di personale aggiornato e formato che sia in grado di dare risposte puntuali, compreso un buon supporto psicologico che aiuti a superare lo stigma e la vergogna della malattia.

Corazza (Apiafco): un’Alleanza per riconoscere la cronicità

Valeria Corazza

“Il primo obiettivo è di far entrare la patologia nel Piano nazionale cronicità, che risale al 15 settembre del 2016. Si sono verificate da allora numerose disfunzioni e quindi è stato ripreso in mano per essere rivisto – spiega Valeria Corazza, che dal 1974 è Presidente dell’Associazione Psoriasici italiani amici della Fondazione Corazza (Apiafco) -. Va detto che con esso si proponeva un documento condiviso con le Regioni in base al quale, compatibilmente con la disponibilità delle risorse economiche, umane e strutturali, avrebbero dovuto individuare un disegno strategico comune per poter prendere in carico la gestione dei malati cronici. Ma era un invito, così qualche regione si è data da fare, mentre altre l’hanno raccolto solo l’anno scorso e si sono create differenze molto gravi sul territorio nazionale”.

La psoriasi ha tutte le caratteristiche delle malattie croniche, afferma Corazza. “Non si guarisce: la patologia ti accompagna, fra alti e bassi, per tutta la vita. Crediamo di avere il diritto di entrare nel Pnc, visto che abbiamo le stesse peculiarità di chi è affetto dalle altre malattie croniche che vi sono inserite, dalle malattie renali croniche e insufficienza renale all’artrite reumatoide. Fra l’altro, tra gli psoriasici, un’altissima percentuale vanta comorbilità anche gravi: diabete, obesità, insufficienza respiratoria e in molti casi malattie reumatiche, come nel caso dell’artrite psoriasica”.

L’Apiafco, che dal 2017 si batte per il diritto alla salute e la qualità della vita dei pazienti psoriasici, si è fatta promotrice dell’Alleanza Italiana per le persone con Psoriasi e con questa ha presentato alla Camera dei Deputati la call to action “Psoriasi: il bisogno non si nasconde”, in cui:

  • chiede ai politici italiani di collaborare in ogni ambito istituzionale nazionale e regionale affinché i bisogni sociosanitari dei pazienti con psoriasi non rimangano nascosti, sottovalutati, sottaciuti
  • chiede ai politici italiani che presso la XII Commissione del Senato e la XII Commissione della Camera siano auditi i rappresentanti dell’Alleanza per presentare le difficoltà quotidiane di chi vive con questa patologia
  • chiede ai politici italiani che supportino un’azione forte in merito al posizionamento – ad oggi incerto – della psoriasi nelle sue differenti forme all’interno del Piano Nazionale Cronicità
  • chiede a tutti gli stakeholder di adoperarsi affinché siano aggiornate le Linee Guida sulla psoriasi, con l’identificazione di raccomandazioni capaci di condurre ad una ottimale presa in carico dei pazienti
  • chiede che tutti gli stakeholder spingano verso una veloce messa a punto ed applicazione dei Percorsi Diagnostico Terapeutici Assistenziali (Pdta) e della conseguente presa in carico delle persone con psoriasi, promuovendo l’istituzione di uno specifico tavolo nazionale, nonché di tavoli tecnici regionali
  • chiede a tutti gli stakeholder di attivarsi perché sia riconosciuto il valore dell’innovazione assicurando percorsi rapidi per l’accesso dei pazienti alle migliori soluzioni terapeutiche.

“I due milioni di persone che combattono ogni giorno con la psoriasi hanno diritto a trovare un supporto adeguato per ottenere l’accesso a una diagnosi e a cure adeguate per una patologia che causa grandi sofferenze e che comporta limitazioni nella vita quotidiana. Sono urgenti nuove misure di politica sanitaria”

“In concreto, ci apprestiamo a portare avanti tutte le iniziative necessarie affinché le 24 persone che costituiscono la Cabina di regia del Pnc conoscano la patologia e l’onorevole Andrea Mandelli continuerà a proporre mozioni e interrogazioni corredate da una grande mole di materiale che illustra cos’è la patologia ed è corredata di dati e testimonianze dei pazienti”, dichiara la presidente del sodalizio.

Tra gli obiettivi dell’Alleanza c’è anche l’allargamento dell’esenzione 045 a tutti i tipi di psoriasi. “Attualmente le forme della psoriasi esenti dal ticket sanitario sono tre: artropatica, pustolosa ed eritrodermia – dice Corazza -. Si tratta di forme piuttosto rare, mentre il grosso della patologia è legato a quelle cronica a placche, a quella inversa e alla guttata, che è la forma più frequente durante l’infanzia o l’adolescenza. Considerato che sono citate forme rare che non richiedono neanche cure estremamente particolari, non vediamo perché l’esenzione non possa essere estesa anche alle altre, che sono la maggioranza, soprattutto per la necessità dei controlli frequenti cui ci sottoponiamo ad esempio per monitorare la funzionalità epatica: è assurdo che si debba pagare il ticket. Un’altra cosa gravissima è che non tutti i pazienti possono accedere allo stesso modo a cure uguali: la situazione è drammaticamente variabile da una regione all’altra. Serve un accesso più equo”.

Quanti sono i malati in Italia? “Si stima che nel mondo ci siano tra i 100 e i 125 milioni di persone affette da psoriasi e circa 1,5 milioni in Italia, ma il numero potrebbe essere sottostimato, in quanto le forme minime spesso non vengono diagnosticate. Nella maggior parte dei Paesi occidentali ha una prevalenza nella popolazione compresa tra il 2% e il 5%: da due a cinque su cento persone ne soffrono. Ci sono pochi dati sull’incidenza della psoriasi, perché la registrazione dei casi non è obbligatoria. Alcuni studi riportati nella letteratura scientifica suggeriscono che la diffusione sia in aumento”.

Cusano (Adoi): a ciascun malato la giusta terapia

La psoriasi è una malattia con andamento cronico recidivante. Oggi non ci sono terapie risolutive, ma con un approccio terapeutico adeguato, anche attraverso l’utilizzo dei farmaci più innovativi, è possibile ottenere una completa e duratura remissione delle manifestazioni cutanee e articolari. Ci sono diverse terapie disponibili, sia topiche sia sistemiche, che consentono un controllo efficace dei sintomi. L’importante, sottolinea Francesco Cusano, presidente dell’Associazione Dermatologi Venereologi Ospedalieri Italiani e della Sanità Pubblica (Adoi), è che a ciascun paziente sia prescritta la terapia corretta da uno specialista esperto.

Francesco Cusano

Dottor Cusano, la psoriasi è una malattia dimenticata a livello di politiche nel nostro Paese?

Penso di sì, come lo sono un po’ tutte le malattie croniche della pelle. Questo accade perché purtroppo la parametrazione della gravità delle varie malattie a livello nazionale è ancora rapportata agli esiti sulla salute generale in termini di mortalità e invalidità permanente. All’estero si tiene conto anche del benessere della persona nella vita, un concetto che va oltre rispetto alla qualità della vita, che è puntiforme e valuta cioè se in quel momento ho macchie sulle mani e non vado al mare per una settimana.

Esiste un sistema di parametrazione che va a definire quanto la vita è condizionata dalla malattia, ad esempio: non faccio attività all’aperto, non vado mai al mare, sono limitato oppure mi freno nelle opportunità di carriera a contatto col pubblico. Ma è qualcosa che si comincia a valutare adesso. Possiamo fare un paragone con l’infarto e con la conseguente possibilità che si ha di morire o di vedere la propria vita condizionata. Le malattie croniche della pelle comportano per chi ne è affetto una serie di modifiche in negativo della vita che sono nella stragrande maggioranza dei casi sovrapponibili o superiori a quelle indotte dalle patologie tradizionalmente considerate più gravi, come un tumore o quelle dell’apparato cardiocircolatorio. Avere un infarto probabilmente condiziona la vita di una persona meno della psoriasi”.

Quali sono secondo lei le priorità per migliorare la situazione?

Il tentativo di far entrare la psoriasi e altre malattie croniche della pelle nel Pnc è uno degli obiettivi condivisi con l’Alleanza Psoriasi. Un altro scopo da perseguire riguarda le esenzioni, perché attualmente sono concesse solo per alcune forme molto gravi, che sono acute e abbastanza fugaci: un approccio totalmente illogico.

La terza priorità, che è tutta nostra, nel senso di clinica, è la definizione di una rete nazionale di centri dedicati specificamente all’assistenza della psoriasi, con definizione del profilo assistenziale, come accade per il diabete.

Italia e Desi 2022: il ruolo centrale della sanità

In miglioramento la connettività, ma arranchiamo per competenze. È questo il quadro delineato dal Digital Economy and Society Index (DESI) 2022 per il nostro Paese. L’Italia quest’anno si posiziona diciottesima su ventisette Stati per il grado di digitalizzazione, in crescita rispetto alla ventesima posizione del 2021 ma ancora al di sotto della media Ue. Cosa significa e quali prospettive si aprono? Ne parliamo con l’avvocato Ernesto Belisario, esperto di diritto delle tecnologie e innovazione nella Pubblica Amministrazione.

Quanto è “digitale” l’Italia? Cosa emerge dalla classifica di quest’anno?

Ernesto Belisario

Partiamo dal fatto che il nostro Paese non è certo tra i leader per digitalizzazione nell’ambito dell’Unione europea: ce lo dicono alcune esperienze della nostra vita quotidiana, oltre alle scorse edizioni del DESI.

Del resto, uno degli obiettivi del programma del governo appena terminato era proprio questo: quando si è insediato, il ministro per l’Innovazione tecnologica e la transizione digitale Vittorio Colao ha dichiarato di voler rendere il nostro un Paese leader nel settore a livello europeo, cosa che evidentemente fino a qui non era.

Quali sono le principali criticità?

L’Italia sconta ritardi di vario tipo, a partire dall’infrastrutturazione e dalla lentezza della banda larga, fino al fatto che la trasformazione digitale del settore pubblico e privato non sia stata una priorità per la politica, tranne in alcune fasi. Se guardiamo al dibattito di queste prime schermaglie di campagna elettorale, il digitale si avverte come abbastanza lontano; non tanto in sé, ma anche come mezzo per migliorare la vita delle persone.

C’è un altro profilo tra i motivi di ritardo: il capitale umano. Tradizionalmente il nostro è tra i Paesi in cui le competenze, anche quelle di base, sono meno diffuse.

“Poiché l’Italia è la terza economia dell’UE per dimensioni, i progressi che essa compirà nei prossimi anni nella trasformazione digitale saranno cruciali per consentire all’intera UE di conseguire gli obiettivi del decennio digitale per il 2030”, si legge nel Report

Questo è il quadro da cui siamo partiti e il dato assoluto del Desi non è ancora soddisfacente: siamo lontani dall’obiettivo del ministro Colao. In questo contesto il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) si pone come un altro dei cambi di scenario che possono contribuire in modo significativo a colmare quei gap sulla digitalizzazione.

Il rapporto del DESI 2022 dice che l’Italia ha invertito la tendenza: è tra i Paesi che non solo sono andati avanti, ma anche a una velocità maggiore di altri, e questo è importante perché non è sufficiente innovare, serve farlo più velocemente di altri. E gli altri corrono.

 

DESI 2022

 

Di cosa è figlio questo buon risultato?

Sono numeri che vengono da lontano, nel senso che, trattandosi di fenomeni molto complessi, non sono l’esito di azioni messe in campo solo nell’anno considerato. Trattandosi del 2021, sicuramente l’effetto della pandemia è stato importante per accelerare i processi di digitalizzazione, ma si raccolgono i frutti di un lavoro iniziato diversi anni fa. Credo che l’inversione di tendenza sia iniziata dal 2015, con la Legge di riforma della Pubblica Amministrazione e l’attività del Commissario Straordinario per l’attuazione dell’Agenda Digitale Diego Piacentini. Un momento di stacco che ha prodotto un cambio di passo legato almeno a due direttrici.

Dal Report: “L’Italia sta compiendo progressi nell’offerta di servizi pubblici digitali, riducendo così le distanze rispetto alla media UE. È necessario proseguire negli sforzi già intrapresi per consentire all’Italia di realizzare l’obiettivo del decennio digitale relativo alla disponibilità online del 100 % dei servizi pubblici principali per le imprese e i cittadini dell’Unione, e di rendere pienamente operativi i fascicoli sanitari elettronici“

La prima è relativa all’infrastrutturazione digitale del Paese: Spid, PagoPA, l’app Io. La scelta di puntare, anni fa, su infrastrutture immateriali, è evidentemente vincente. Si tratta di operazioni i cui benefici non si vedono subito ma, soprattutto grazie alla pandemia, ne abbiamo potuto apprezzare gli effetti.

Il secondo punto è la grandissima attenzione alla standardizzazione, nel senso di una centralizzazione. Dai territori era emersa una proliferazione di tanti standard, ad esempio sui fascicoli sanitari elettronici che tra loro non si parlavano. A un certo punto ci si è resi conto che le infrastrutture devono seguire regole condivise a livello nazionale e anche questa è una soluzione vincente.

Nel nostro futuro cosa c’è?

Il PNRR fa ben sperare, perché sembra dimostrare – con cospicui investimenti – che si intende dare continuità al lavoro degli ultimi anni. I numeri del DESI dimostrano che questa continuità è un fattore decisivo: se il governo successivo avesse messo in discussione tutte le scelte del precedente, oggi non saremmo a questo punto.

Il PNRR quindi potrebbe essere una svolta anche da questo punto di vista?

Il PNRR deve essere la svolta. Se non lo fosse sarebbe un problema: avremmo perso un’opportunità che non si ripeterà. Anche perché, alla fine, non serve fare chissà quale sforzo in tecnologie emergenti e futuribili, ma colmare i gap strutturali del nostro Paese. Per questo, servono tempo, fondi e idee chiare. Mi sembra ci siano e che l’inversione di tendenza evidenziata dal DESI sia preziosa per confermare che si sta andando nella direzione giusta.

Ci possono essere degli ostacoli all’arrivo dei fondi del PNRR?

Il rischio c’è solo se non facciamo quello che abbiamo scritto e questo potrebbe essere legato alla lentezza ad esempio nel procurement. Sappiamo che l’Italia è un Paese molto bizantino per quanto riguarda le procedure di affidamento, nonostante i tanti decreti semplificazioni. Il pericolo, quindi, è di non riuscire a fare le cose nei tempi e nei modi che abbiamo indicato e questa sarebbe una grave disdetta per tutto il Paese.

Come si colloca in questo contesto il tema della sanità digitale?

Innanzitutto, l’ambito sanitario incrocia il tema della standardizzazione: sarebbe stato ragionevole sin da prima che i fascicoli sanitari elettronici dovessero avere un’omogeneità e garantire un’interoperabilità che a tratti manca.

Una Missione dedicata alla Salute nel PNRR, con fondi ingenti, è segno che, anche a seguito della pandemia, si è compresa la centralità del settore

Allo stesso modo, aver voluto, in sede di PNRR, dedicare alla sanità digitale un’attenzione distinta dalla Missione 1, che riguarda la digitalizzazione dell’Amministrazione in generale, dando alla sanità, con la Missione 6, una dignità autonoma, è frutto, e ci sta tutto, anche della pandemia. Ma decidere di dedicare risorse assolutamente ingenti alla sanità significa aver compreso e voler intervenire dove si è deficitari, nonostante gli sforzi fatti e alcune lodevoli eccezioni: era il sistema nel suo complesso ad aver bisogno di una svolta. Speriamo di aver davvero imparato dagli errori del passato.

 

https://test.trendsanita.it/evento/oltre-il-pnrr-il-ssn-del-futuro/

Sandra Gallina: l’Ue lavora sull’antimicrobico resistenza, la “pandemia silenziosa”

Si calcola che l’antimicrobico resistenza uccida ogni anno 33.000 persone nei Paesi dell’Unione europea. Il costo stimato per l’Ue è di 1,5 miliardi di euro all’anno tra costi sanitari e perdite di produttività.

Si ritiene che il costo dell’inazione potrebbe comportare, nei prossimi decenni, 10 milioni di morti all’anno a livello globale e una perdita cumulativa di oltre 88.000 miliardi di euro per l’economia mondiale entro il 2050.

Sandra Gallina

“Sebbene la crisi sanitaria globale di Covid-19 non sia finita, dobbiamo restare in guardia e al tempo stesso agire contro la prossima e probabilmente più grave minaccia: la resistenza antimicrobica. Spesso presentata come “pandemia silenziosa”, sappiamo già che continuerà a porre sfide significative negli anni e persino nei decenni a venire”, commenta Sandra Gallina, direttrice generale della direzione Salute e Sicurezza alimentare della Commissione europea.

La capacità dei microrganismi di resistere ai trattamenti antimicrobici e in particolare agli antibiotici, è dovuta in parte dalla sovraprescrizione di questi ultimi.

“L’impatto della resistenza antimicrobica è molto concreto – ricorda Gallina –: riduce la capacità di prevenire e trattare le malattie infettive, determinando un impatto clinico crescente. Di conseguenza, compromette la capacità di eseguire interventi di chirurgia generale, di trattare pazienti immunocompromessi e minaccia chi si sottopone a trapianto d’organo. Inoltre, è anche una minaccia significativa per il successo della terapia del cancro”.

La resistenza antimicrobica è un problema transfrontaliero dalle molteplici sfaccettature, la cui dimensione “One-Health” non può essere trattata solo da un Paese o da uno Stato membro. Da qui l’ambizione della Commissione europea di occuparsene non solo a livello europeo, ma su scala globale.

Cosa ci ha insegnato il Covid

Le cifre dell’antimicrobico resistenza (che saranno aggiornate nella seconda parte di quest’anno) dimostrano l’importanza di affrontare questa sfida in modo analogo a quanto fatto con il Covid: tutti insieme. “Affrontare da soli un problema sanitario di questa portata è infruttuoso – continua Gallina – Solo una risposta unitaria sarà sufficiente. In questo contesto, il regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio definisce la resistenza antimicrobica come una delle gravi minacce per la salute a carattere transfrontaliero di origine biologica. La sua attuazione rafforzerà la nostra politica in materia di prevenzione, pianificazione della preparazione e della risposta, sorveglianza e monitoraggio epidemiologico e coordinamento della risposta, in particolare attraverso il Comitato per la sicurezza sanitaria”.

Per la direttrice generale, inoltre, l’imminente Strategia per la salute globale, insieme a un’Unione sanitaria europea forte, “ci garantiranno di essere attrezzati e pronti ad affrontare con fiducia le sfide sanitarie della resistenza antimicrobica, così come qualsiasi altra minaccia sanitaria futura”.

La pandemia da Sars-CoV2 ha messo in luce il fatto che i nostri sistemi sanitari non erano sufficientemente attrezzati o preparati – in alcuni casi addirittura sottofinanziati – per una crisi del genere: “Ha colpito in modo sproporzionato i soggetti più vulnerabili, evidenziando la persistente disuguaglianza nella prevenzione e nell’assistenza tra gli Stati membri, ma anche all’interno degli stessi, nonché tra i diversi gruppi di popolazione – ricorda Gallina – Si tratta di avvertimenti preziosi a cui dobbiamo prestare attenzione quando affronteremo la prossima crisi come la resistenza antimicrobica, per assicurarci di non lasciare indietro i più vulnerabili delle nostre società”.

Sia il Covid, sia più recentemente l’epidemia di vaiolo delle scimmie ci hanno ricordato in modo doloroso l’interdipendenza tra la salute umana, animale e vegetale e i loro ambienti comuni

Sia il Covid, sia più recentemente l’epidemia di vaiolo delle scimmie ci hanno ricordato in modo doloroso l’interdipendenza tra la salute umana, animale e vegetale e i loro ambienti comuni. L’uno non può essere diviso dall’altro, ma tutti si fondono l’uno con l’altro. “Ecco perché abbiamo bisogno di un approccio One Health, un approccio che stiamo mettendo in pratica per prevenire, prevedere, rilevare e rispondere alle minacce alla salute globale. Per questo motivo, nel settembre 2020, la presidente della Commissione Ursula Von der Leyen ha annunciato l’obiettivo di creare un’Unione Europea della Salute per affrontare le minacce alla salute e, così facendo, garantire il nostro futuro”.

Negli ultimi mesi sono anche stati ampliati i mandati dell’Agenzia europea per i medicinali (EMA) e del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC). “Entrambe le agenzie svolgeranno un ruolo più incisivo nel sostenere l’Ue e i suoi Stati membri nella prevenzione e nel controllo delle minacce di malattie trasmissibili. Ad esse si aggiunge ora l’Autorità per la risposta e l’emergenza sanitaria (HERA), la cui unica missione è quella di prepararsi e affrontare le future emergenze sanitarie”.

Queste agenzie saranno ulteriormente rafforzate da un nuovo regolamento sulle minacce sanitarie transfrontaliere che, secondo l’esperta, migliorerà ulteriormente il quadro sanitario “per essere pronti e in grado di affrontare qualsiasi futura emergenza sanitaria. Misure come queste rafforzeranno l’imminente Strategia per la salute globale, che rafforzerà la nostra capacità di prepararci e rispondere alle principali minacce per la salute che riguardano tutti noi”.

Qual è la strategia europea

“Seguendo l’approccio olistico One Health, la Commissione sta affrontando l’uso degli antimicrobici sia nell’uomo che negli animali, tenendo conto anche dell’ambiente. Nell’ambito del progetto dell’Unione europea della salute, il 25 novembre 2020 la Commissione ha adottato una strategia farmaceutica che affronterà diverse sfide legate alla resistenza antimicrobica, tra cui la mancanza di investimenti negli antimicrobici e l’uso inappropriato degli antibiotici. La strategia comprenderà anche azioni per migliorare la consapevolezza degli operatori sanitari e dei cittadini europei sulla resistenza antimicrobica”.

Un altro passo importante riguarda l’uso dei farmaci veterinari. Il regolamento dell’Ue sui medicinali veterinari prevede un’ampia gamma di misure concrete per combattere la resistenza agli antimicrobici e promuovere un uso più prudente e responsabile degli antimicrobici negli animali.

“Siamo chiari: una normativa rigorosa sull’uso preventivo degli antimicrobici sarà fondamentale per ridurre il consumo di antimicrobici negli animali da allevamento, ad esempio – afferma Gallina –. Il regolamento, adottato nel 2019 e la cui attuazione è quasi completa, contribuisce in modo determinante al raggiungimento degli obiettivi della strategia Farm to Fork che mira a ridurre del 50% le vendite complessive di antimicrobici nell’Ue per gli animali da allevamento e l’acquacoltura entro il 2030”.

A livello europeo c’è la volontà di ottenere impegni vincolanti da parte degli Stati membri – e della comunità globale in generale – per ridurre l’uso di antibiotici

In una prospettiva più lunga, a livello europeo c’è la volontà di ottenere impegni vincolanti da parte degli Stati membri – e della comunità globale in generale – per ridurre l’uso di antibiotici. E proprio questo obiettivo sarà al centro di una raccomandazione che verrà adottata alla fine dell’anno.

“Un’altra causa dello sviluppo della resistenza antimicrobica è l’incapacità di sviluppare, produrre e distribuire nuovi antibiotici efficaci, che alimenta ulteriormente l’impatto della resistenza antimicrobica – ricorda Gallina –. Riteniamo che sia urgente sviluppare e proporre nuovi incentivi per l’industria. Questa dimensione sarà affrontata nella revisione della legislazione farmaceutica prevista per la fine dell’anno”.

Infine, ma non meno importante, la ricerca: nell’ambito di Horizon 2020, il programma di ricerca dell’Ue, sono stati mobilitati oltre 650 milioni di euro per la resistenza antimicrobica.

Verso un’Unione europea della salute

Tra il 2021 e il 2027, all’interno del programma EU4Health, è previsto uno stanziamento di 5,3 milioni di euro per migliorare e promuovere la salute nell’Ue, far fronte alle minacce transfrontaliere, migliorare medicinali, dispositivi medici e prodotti rilevanti in caso di crisi e potenziare i sistemi sanitari, la loro resilienza e l’uso efficiente delle risorse. “Non ci può essere investimento più utile di quello nella salute e, con questo budget il programma EU4Health rappresenta un sostegno finanziario dell’Unione senza precedenti nel settore della salute – afferma Gallina – EU4Health aiuterà inoltre gli Stati membri a rafforzare i loro sistemi sanitari, a investire nella formazione, a potenziare il personale sanitario e a portare avanti la trasformazione digitale.

EU4Health è un chiaro messaggio che la salute pubblica è una priorità per questa Commissione ed è uno dei principali strumenti per aprire la strada a un’Unione europea della salute

EU4Health è un chiaro messaggio che la salute pubblica è una priorità per questa Commissione ed è uno dei principali strumenti per aprire la strada a un’Unione europea della salute.

Ad esempio, a solo un anno dalla sua adozione, il Piano sul cancro sta già facendo progressi significativi grazie ai finanziamenti di EU4Health e Horizon Europe”.

L’altro grande obiettivo da raggiungere verso l’Unione europea della salute è la Strategia farmaceutica europea: l’adozione della revisione della legislazione farmaceutica è prevista per la fine di quest’anno. “Questa proposta è in fase di elaborazione da molto tempo, poiché si tratta di una questione complessa e la legislazione ha davvero bisogno di un aggiornamento – ammette Gallina – Ma la nostra ambizione è quella di garantire a tutti gli europei un accesso equo a farmaci e trattamenti economici, sicuri ed efficaci”.

Le sfide da affrontare sono notevoli e riguardano il rafforzamento della capacità di resistenza dell’Ue, la promozione di catene di approvvigionamento globali più forti e la diversificazione dell’offerta. “La nostra riforma della legislazione farmaceutica farà della sicurezza degli approvvigionamenti una priorità, introducendo obblighi più stringenti di fornitura, trasparenza e notifica anticipata delle carenze. Porremo inoltre l’accento sull’innovazione e affronteremo l’impatto ambientale dei farmaci”.

Lo Spazio europeo dei dati sanitari

Infine, lo Spazio europeo dei dati sanitari (EHDS): le stime dicono che non sarà operativo prima del 2026: “L’iniziativa getterà le basi per un accesso sicuro e affidabile ai dati, pienamente in linea con i valori fondamentali alla base della nostra Unione. Lo Spazio europeo dei dati sanitari cambierà le carte in tavola: gli operatori sanitari disporranno di tutte le informazioni necessarie per aiutare i loro pazienti e saranno in grado di prendere decisioni molto più informate e adeguate alle specifiche esigenze mediche. Inoltre, darà potere a noi come individui, fornendoci ulteriori diritti e tutele sui nostri dati sanitari”.

Con lo Spazio europeo dei dati sanitari, se ci ammaleremo all’estero, il nostro medico curante potrà accedere alla nostra cartella clinica nella propria lingua, consultare facilmente la data dell’ultima antitetanica o verificare che i vaccini dei nostri figli siano stati aggiornati prima del viaggio

Ad esempio, se ci ammaleremo all’estero, il nostro medico curante potrà accedere alla nostra cartella clinica nella sua lingua, consultare facilmente la data dell’ultima antitetanica o verificare che i vaccini dei nostri figli siano stati aggiornati prima del viaggio.

“Dobbiamo avere la certezza che i nostri dati sanitari personali siano trattati con la massima cura, con regole solide di protezione e sicurezza dei dati. Per questo motivo la Commissione ha introdotto criteri di sicurezza rigorosi per l’utilizzo e la condivisione dei sistemi di cartelle cliniche elettroniche”.

Lo Spazio europeo dei dati sanitari consentirà anche di risparmiare denaro: “Secondo le nostre stime, nei prossimi dieci anni nell’Unione europea si risparmieranno circa 5,5 miliardi di euro grazie a un migliore accesso e scambio di dati sanitari, con un ulteriore risparmio di 5,4 miliardi di euro nel prossimo decennio grazie a un migliore utilizzo dei dati sanitari per la ricerca, l’innovazione e la definizione delle politiche”.