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La digitalizzazione della sanità riguarda anche le persone

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Una scarsa cultura digitale, programmi informatici che non si “parlano”, carenza di competenze e di risorse, frammentazione territoriale: da anni sono questi i principali ostacoli alla digitalizzazione dell’Italia, in particolare della Pubblica amministrazione.

E questi dati sono confermati anche dai numeri: quelli del Desi 2022, per esempio, mostrano un Paese che, seppur in miglioramento, si colloca ancora sotto la media europea per quanto riguarda il livello di digitalizzazione.

Daniela Bianco

“Quando è arrivata la pandemia, stavamo scontando un ritardo importante rispetto ad altre Nazioni – conferma Daniela Bianco, partner e responsabile dell’area Healthcare per The European House – Ambrosetti – Pensiamo per esempio al fascicolo sanitario elettronico: in alcune Regioni esisteva già, eppure era utilizzato pochissimo. Negli scorsi mesi, invece, molti di noi hanno scoperto l’utilità degli strumenti digitali per scaricare il Green pass o accedere ai risultati dei tamponi effettuati”.

Per fornire una fotografia dello stato della digitalizzazione nel nostro Paese e delineare le sfide per il futuro, The European House – Ambrosetti ha recentemente presentato il libro bianco “Digital Health 2030: verso una sanità data-driven”. Si tratta di una pubblicazione nell’ambito dell’iniziativa Meridiano Sanità Sicilia, realizzata insieme al Cefpas della Regione Siciliana.

Ogni edizione – questa è la terza – approfondisce una tematica differente: “La prima era dedicata all’attrattività del sistema sanitario, la seconda al turismo sanitario e questa alla digitalizzazione della sanità, anche in conseguenza dell’accelerazione in atto e dei contenuti del Pnrr sia nella Missione 6 che nella Missione 2”, spiega Bianco.

Il documento ha poi un focus sulla Sicilia, una Regione che nel 2018 ha avviato programma di Agenda digitale trasversale a tutti i settori della Pubblica amministrazione.

Quanto siamo digitali

Il tema della digitalizzazione ha iniziato a entrare nelle agende politiche una ventina d’anni fa: risale ai primi anni Duemila, per esempio, l’istituzione di un Ministero per l’Innovazione e le Tecnologie all’interno del Governo Berlusconi II.

Alcune tappe fondamentali sono poi state l’approvazione del Codice dell’Amministrazione digitale, che disciplina la digitalizzazione della Pubblica amministrazione e l’istituzione dell’Agenzia per l’Italia Digitale, per realizzare gli obiettivi dell’Agenda digitale italiana, tra cui la digitalizzazione del ciclo prescrittivo e la realizzazione e diffusione sul territorio nazionale del fascicolo sanitario elettronico.

Secondo le rilevazioni dell’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità del Politecnico di Milano, nel 2021 la spesa per la sanità digitale è cresciuta in maniera più significativa rispetto agli ultimi anni (+12,5% rispetto all’anno precedente), raggiungendo un valore di 1,7 miliardi di euro, pari all’1,3% della spesa sanitaria pubblica (29 euro/anno per cittadino).

Le strutture sanitarie sono responsabili di oltre il 70% della spesa per sanità digitale (1,2 miliardi di euro), mentre le Regioni di quasi il 25% (400 milioni di euro).

Il fascicolo sanitario elettronico è oggi presente in tutte le Regioni italiane e a giugno 2022 erano 57,7 milioni i fascicoli attivi, con quasi 385 milioni di referti digitalizzati.

La diffusione di questo strumento tra cittadini e professionisti sanitari presenta una forte variabilità a livello regionale: sono appena 5 le Regioni in cui tutti i medici abilitati lo utilizzano, mentre solo in 4 (Calabria, Emilia Romagna, Lazio e Lombardia) la percentuale di cittadini che ne hanno fatto ricorso negli ultimi 90 giorni supera il 50%.

Il Governo si è concentrato su alcune aree della digitalizzazione sia per il sistema produttivo sia per la PA: il nodo è riuscire a implementare queste soluzioni nella fase di cambiamento politico attuale e rispettare i tempi

Se la pandemia ci ha resi consapevoli dell’importanza della digitalizzazione, i fondi del Pnrr diventano lo strumento per concretizzarla.

“Il Governo si è concentrato su alcune aree della digitalizzazione sia per quanto riguarda il sistema produttivo sia per la Pubblica amministrazione – ricorda Bianco – Sono state compiute delle scelte pragmatiche, scegliendo degli obiettivi ben precisi: medicina del territorio, prossimità, domiciliarità… Il nodo è riuscire a implementare queste soluzioni nella delicata fase di cambiamento politico che stiamo vivendo e rispettando i tempi dettati dal programma”.

L’anno scorso The European House – Ambrosetti ha avviato un osservatorio per studiare la governance e lo stato di attuazione del Pnrr. A 12 mesi di distanza sono stati presentati i primi risultati: “Abbiamo visto che gli interventi avranno impatti strutturali sull’economia, senza limitarsi a produrre solo una crescita una tantum del Pil, ma saranno un acceleratore del nostro prodotto interno lordo che resterà negli anni”. La stima dell’Osservatorio è che il boost durerà almeno per 15 anni, per un importo complessivo di 221 miliardi di euro.

Che cosa fanno gli altri

Il report ha analizzato anche l’evoluzione della digitalizzazione della sanità in alcuni Paesi europei particolarmente virtuosi, come la Finlandia e l’Estonia, evidenziandone le best practice.

L’Estonia ha iniziato il percorso di digitalizzazione del suo sistema pubblico nel 1996 e nel 2008 è partito il programma e-Health.

“Da segnalare l’Health and Welfare Information Systems Centre (Tehik), una piattaforma di scambio dati che connette tutti gli operatori sanitari e consente lo scambio di informazioni con altri database – sottolinea Bianco – I dati sono il fulcro anche dell’approccio Once-Only perseguito all’interno del Paese, che punta ad acquisire informazioni in modo efficiente, mettendole a disposizione di vari enti per risparmiare risorse”. Di fatto, non viene richiesto al cittadino di inserire continuamente i propri dati in base al servizio che sta utilizzando. “Lo step di evoluzione successivo è la creazione di una rete di servizi sanitari internazionale, che è anche un obiettivo della Commissione Europea con la creazione di uno spazio europeo dei dati sanitari”, ricorda Bianco.

Il report ha analizzato l’evoluzione digitale in Finlandia ed Estonia sottolineando la centralità della formazione del personale, non solo sanitario, e della correlazione tra dati clinici e sociali

La Finlandia, invece, è il Paese con uno dei più alti tassi di innovazione: il suo percorso è iniziato nel 1992. “Il 27,9% di tutti i laureati hanno una laurea Stem, contro una media europea del 25,8%. Lo sviluppo del settore della telefonia mobile del Paese negli anni ha favorito la digitalizzazione della Nazione e della sanità, mentre il sistema Kanta raccoglie i dati sanitari e sociali”.

Il Kanta Services è stato sviluppato nel 2013 ed è considerato la pietra miliare della digitalizzazione della riforma dei servizi sanitari e sociali della Finlandia. È un sistema nazionale di informazione sanitaria che consente l’archiviazione centralizzata delle cartelle cliniche elettroniche dei pazienti e la conservazione dei dati a lungo termine. I cittadini possono accedere alle proprie informazioni in qualunque momento.

Nel 2018 l’archivio dei dati del paziente è stato integrato da un database per i servizi sociali, rendendo così la Finlandia l’unico Paese al mondo in cui i dati clinici e sociali sono stratificati l’uno sull’altro.

“Questi esempi evidenziano due aspetti, su tutti – riflette Bianco – Da una parte il nodo della formazione: quando guardiamo alla percentuale di laureati Stem, noi siamo sempre nella seconda metà della classifica. Dall’altra, l’importanza di intrecciare i dati sanitari con quelli sociali, un grande achievement di queste trasformazioni che probabilmente è più lontano per il nostro Paese”.

Nel banking o nel settore dei viaggi la transizione digitale è stata rapidissima e non ce ne siamo accorti: può succedere anche in sanità, se tecnologia e persone camminano insieme

Secondo l’esperta l’innovazione non è una progressione, ma ci sono dei salti: “Pensiamo al banking o al mondo dei viaggi: in questi settori abbiamo avuto una transizione digitale velocissima e non ce ne siamo accorti. Ormai oggi facciamo tutto con le App. Cosa avremmo pensato se ce l’avessero detto 10 anni fa? Ritengo che questo possa succedere anche per la sanità, a patto che tecnologia e persone viaggino a braccetto: è indispensabile la formazione del personale, non solo di quello sanitario, ma anche degli amministrativi e di chi ha un ruolo gestionale. Tutti devono sapere come gestire i processi in modo digitale”.

Infine, un occhio di riguardo per il procurement: “Un sistema sanitario che vuole evolvere digitalmente, che vuole rispondere alla velocità del digitale, deve adeguare i suoi tempi. È normale che le tecnologie siano più veloci delle risposte che i vari sistemi possono dare. Oggi spesso le modalità di acquisto di servizi e tecnologie sono troppo lente e vanno allineate con la realtà che ci circonda”.

Il caso della Sicilia

Tra gli aspetti che rallentano la digitalizzazione – e non solo – del nostro Paese c’è anche la frammentazione regionale. “Esistono aree del Sud Italia che negli ultimi anni si sono distinte per alcune attività importanti, anche nell’ambito sanitario – premette Bianco – Penso per esempio alla Puglia e al lavoro che ha fatto sulla telemedicina, oppure alla Campania, che negli ultimi anni ha creato a livello produttivo alcuni cluster importanti, oltre ad avere delle eccellenze di ricerca”.

Una Regione come la Sicilia è complicata per tanti aspetti: “Per la storia politica del passato, per la diversità, anche per le dimensioni, con le varie Asp che hanno possibilità diverse di lavoro”.

Stiamo parlando di un’isola che a sua volta ha altre isole da gestire, con una popolazione con un reddito procapite più basso rispetto ad altre aree del Paese”.

All’interno della Missione 6 del Pnrr, la Sicilia, con i suoi 800 milioni di euro ricevuti, è la terza Regione italiana per allocazione delle risorse

La Sicilia deve inoltre scontare una certa obsolescenza per quanto riguarda gli edifici: molte delle risorse che arriveranno dal Pnrr saranno infatti destinate all’ammodernamento delle strutture e delle tecnologie, permettendo di continuare un processo di svecchiamento della sanità iniziato da alcuni anni. All’interno della Missione 6 del Piano, la Sicilia, con i suoi 800 milioni di euro ricevuti, è la terza Regione italiana per allocazione delle risorse, che saranno impiegate soprattutto per le Case della comunità, la digitalizzazione e la sicurezza degli ospedali.

Sul fronte del capitale umano, arrivano segnali positivi dall’aumento di risorse qualificate, con un incremento dei laureati Stem del 90% negli ultimi 10 anni (rispetto a un +70% a livello nazionale) e alcune politiche volte a favorire il “rientro dei cervelli” in Sicilia.

Adesso si tratta di sfruttare l’esistente, integrandolo con le nuove tecnologie: la Sicilia è la prima Regione italiana per Comuni coperti dalla banda larga e ultralarga. Affinché l’investimento non sia vano, va integrato con una digitalizzazione capillare, puntando anche sulla formazione del personale medico.

Al via lo Speciale Elezioni 2022: confronto con Maria Domenica Castellone e Filippo Anelli

L’estate 2022 è stata differente dal solito. Per chi, come noi di Policy and Procurement in Healthcare, si occupa di politica sanitaria non c’è stata la tradizionale pausa estiva. Giacché nei palazzi della politica era massimo il fermento per la preparazione della campagna elettorale propedeutica alle elezioni politiche del prossimo 25 settembre.

In PPHC non siamo stati a osservare passivamente. Al contrario, abbiamo studiato e analizzato le proposte dei partiti che si presenteranno alle urne, da soli o in coalizione, su temi di sanità, farmaceutica e governance del Sistema sanitario.

Frutto di questo lavoro di approfondimento è lo Speciale Elezioni. Il nuovo progetto dedicato all’approfondimento dei programmi politici dei principali partiti per quanto concerne la sanità, lo sviluppo industriale della filiera della salute e la tutela delle professioni sanitarie.

Un obiettivo ambizioso che speriamo possa essere utile ai nostri affezionati lettori per capire quali orizzonti si aprono per chi, a vario titolo, è impegnato quotidianamente nel fornire prodotti, farmaci e servizi per la salute dei cittadini.

Per realizzare questo progetto, complesso proprio per la natura multisfaccettata delle risposte che la politica deve dare ai bisogni di salute del nostro Paese, non siamo stati da soli. Ci siamo avvalsi della collaborazione dei protagonisti stessi della campagna elettorale 2022. E non solo.

Ogni puntata del nostro nuovo format, della durata di massimo 15 minuti, vedrà protagonista un esponente dei partiti politici che hanno accolto il nostro invito e un discussant della sanità

Spiega Carlo Buonamico, ideatore dell’iniziativa: “Abbiamo pensato di spingerci un po’ oltre la classica tavola rotonda di confronto tra politici. Ogni puntata del nostro nuovo format, della durata di massimo 15 minuti, vedrà protagonista un singolo esponente dei partiti politici che hanno accolto il nostro invito. Il politico risponderà sia alle nostre domande sia a quelle formulate da un discussant, ogni volta diverso, in rappresentanza di una categoria della filiera della salute o del mondo della sanità”.

Fedeli alla nostra linea editoriale di testata indipendente, abbiamo invitato al confronto tutti i principali partiti politici che si presenteranno alle urne, da soli o in coalizione. Così come abbiamo inviato le associazioni che rappresentano i maggiori comparti della filiera della salute. La maggior parte ha risposto con entusiasmo. Altri hanno scelto di non partecipare.

“Il nostro auspicio è quello di riuscire ad andare davvero al sodo delle numerose criticità che ancora restano aperte quando si parla di sanità nel nostro Paese. E, soprattutto, cercare di capire come intenderanno affrontarle coloro che aspirano a far parte della nuova maggioranza di governo”, aggiunge Buonamico.

 

Seguiteci su www.pphc.it fino ai giorni immediatamente antecedenti la data delle elezioni per scoprire quanto la salute è rappresentata nelle agende della politica italiana e la sanità affronterà il banco di prova delle Politiche 2022.

 

Gli ospiti delle prossime due puntate saranno:

  • Luca Coletto (Lega per Salvini Premier) e Fabrizio Greco (Assobiotec) 
  • Paola Boldrini (PD) e Massimiliano Boggetti (Confindustria Dispositivi Medici)

Sindrome feto alcolica: Iss pubblica primo manuale per famiglie e operatori

Informazione sugli effetti dell’alcol in gravidanza, prevenzione della disabilità e approccio di cura. Sono questi i temi trattati nel primo manuale Prendersi cura della FASD. Manuale per conoscere una sindrome quasi invisibile dedicato alla sindrome feto alcolica pubblicato dall’Istituto Superiore di Sanità in occasione della Giornata mondiale oggi 9 settembre, nata per aumentare la consapevolezza sui rischi legati all’alcol in gravidanza.

Prodotta dal Centro Nazionale Dipendenze e Doping dell’ISS, la pubblicazione nasce nell’ambito del progetto CCM Prevenzione, diagnosi precoce e trattamento mirato dello Spettro dei Disturbi Feto Alcolici (Fetal Alcohol Spectrum Disorder, FASD) e della Sindrome Feto Alcolica (Fetal Alcohol Syndrome, FAS).

Secondo i dati più recenti tratti da interviste alle visite neonatali, circa una donna su 4 dichiara di assumere almeno 1-2 bevande alcoliche al mese e una donna su tre anche durante il periodo di allattamento.

“Poiché non si conosce il quantitativo minimo di etanolo che provoca dei danni al feto – dice Simona Pichini dell’ISS – né il momento dello sviluppo fetale in cui il danno è maggiore o irreversibile si raccomanda zero alcol in gravidanza e zero alcol quando si decide di avere un figlio”

Questo lavoro è dedicato principalmente sia ai professionisti della salute che alle famiglie; la sua stesura ha visto la collaborazione di alcuni dei maggiori esperti italiani sul tema e dei familiari aderenti all’Associazione Italiana Disordini da Esposizione Fetale ad Alcol e/o Droghe AIDEFAD – APS.

L’obiettivo è quello di offrire uno strumento agile che possa essere utilizzato da tutti: operatori della salute, della scuola, del carcere, pazienti, cittadini, affinché conoscano in modo più approfondito, o quanto meno in modo più consapevole, la complessità della sindrome.

Il manuale è composto da due parti: la prima fornisce informazioni generali sugli effetti dell’alcol in gravidanza e descrive lo Spettro dei Disturbi Feto Alcolici (Fetal Alcohol Spectrum Disorders; FASD), senza tralasciare informazioni su epidemiologia, diagnosi e possibili trattamenti, offrendo anche al lettore alcuni interessanti spunti di riflessione sulla comunicazione.

Nella seconda parte viene lasciato spazio alle esperienze personali di famiglie con individui affetti da FASD e degli individui stessi, esplorando, con la collaborazione di alcuni membri dell’Associazione Italiana Disordini da Esposizione Fetale ad Alcol e/o Droghe (AIDEFAD), cosa significa per le persone e per le famiglie affrontare la FASD e come ambiente e collettività siano coinvolti nel loro percorso di vita. Un capitolo specifico è dedicato all’importante tema della prevenzione, declinato nei suoi diversi approcci. Infine, sono descritti alcuni progetti sperimentali di gruppo, effettuati con la collaborazione di professionisti del Comitato Scientifico di AIDEFAD e due esperienze di gruppi di auto aiuto.

Il manuale in punti

  • Epidemiologia

Tra dicembre 2018 e aprile 2019 sono state intervistate complessivamente 29.492 mamme nelle 11 regioni (Piemonte, Valle d’Aosta, Provincia Autonoma di Trento, Marche, Lazio, Campania, Puglia, Calabria, Basilicata, Sicilia e Sardegna) che ad oggi hanno aderito alla Sorveglianza sui determinanti di salute nella prima infanzia (ISS, 2019). Il 19,7% delle mamme ha dichiarato di aver assunto bevande alcoliche almeno 1–2 volte al mese durante la gravidanza e il 34,9% durante l’allattamento.

Nel corso del 2021, nell’ambito del progetto CCM Prevenzione, diagnosi precoce e trattamento mirato dello Spettro dei Disturbi Feto Alcolici (Fetal Alcohol Spectrum Disorder, FASD) e della Sindrome Feto Alcolica (Fetal Alcohol Syndrome, FAS) è iniziata la raccolta di capelli materni e di meconio neonatale con lo scopo di acquisire informazioni oggettive sul consumo di alcol nelle donne in gravidanza in Italia e per comprendere i termini reali dell’esposizione a questa sostanza. I campioni di capelli materni e di meconio natale, sia quelli raccolti e quelli che si stanno ancora recuperando, saranno utilizzati per la determinazione dell’etilglucuronide, il biomarcatore del consumo dell’alcol. Dai risultati oggi disponibili, scaturiti dall’analisi di circa 700 meconi e 700 capelli, possiamo dire che le donne italiane hanno compreso il messaggio di non bere gravidanza “Zero alcol in gravidanza e quando si desidera avere un bambino” diffuso dall’Istituto Superiore di Sanità. Difatti, i dati preliminari sanciscono che meno dell’8% delle donne in gravidanza beve in occasioni sporadiche e solo uno 0,6% dei neonati, il cui meconio è stato fino ad oggi analizzato, è risultato esposto all’alcol materno. Una indagine simile sul meconio neonatale nel 2012 mise in evidenza un 7,9% di neonati esposti all’alcol gestazionale.

  • Disabilità

La FASD è oggi la più grave e negletta disabilità permanente di origine non genetica e pertanto totalmente evitabile mediante l’astensione completa dal consumo di alcol in gravidanza. Le difficoltà cognitive e comportamentali che si manifestano nel corso dello sviluppo del bambino sono il risultato diretto dell’esposizione del feto all’alcol e il danno cerebrale ed organico che ne consegue è permanente: disabilità intellettiva, deficit del funzionamento esecutivo, della memoria e dell’elaborazione dell’informazione, ritardo o disfunzione del linguaggio, difficoltà nell’apprendimento verbale e di codifica, difficoltà generale riconoscere e comunicare le proprie emozioni e di cogliere i nessi di causalità, i disturbi dell’adattamento, il deficit dell’attenzione e l’iperattività. Se queste non sono trattate tempestivamente, esitano nelle cosiddette “Disabilità secondarie”. La diagnosi precoce è di fondamentale importanza perché permette di ascrivere i sintomi a una diagnosi precisa ma, soprattutto, aiuta a pianificare tempestivamente un piano di intervento, in grado di minimizzare le disabilità secondarie.

  • Intervento

Fare diagnosi precoce di FASD consente seguire il bambino fin dai primi mesi dello sviluppo, prendere in carico la famiglia, avviare un trattamento adeguato alle disabilità evidenziate, prevenire/ridurre la comparsa delle disabilità secondarie. Non c’è un trattamento specifico per la FASD, ma ogni persona va valutata individualmente per poi definire un trattamento mirato, praticamente “cucito addosso”. Il trattamento è diretto sulla persona e sulla famiglia ed eventuali altri caregiver. È indispensabile la formazione di tutte le figure professionali che si occupano della persona con FASD (professionisti sanitari, insegnanti, datori di lavoro, allenatori sportivi). Le persone con FASD possono aver bisogno di diversi tipi di trattamento che vanno dalle cure mediche specialistiche ai trattamenti di tipo medico-psico-sociale sulla persona, sulla famiglia, sugli insegnanti, sull’ambiente di lavoro fino al trattamento farmacologico. Le cure mediche specialistiche sono indispensabili in caso di malformazioni o malfunzionamenti di vari organi ed apparati (visivo, acustico, cardiaco, renale, riproduttivo o altro). Per le loro caratteristiche neurocognitive le persone con FASD non sempre riescono ad aderire a un percorso psicoterapico e portarlo a buon fine, pur dimostrandosi spesso ben predisposte. Il trattamento Cognitivo Comportamentale è risultato essere più efficace negli adolescenti in trattamento di gruppo che hanno tratto benefici anche con l’arte-terapia, il teatro, la musica e altre tecniche di espressione delle emozioni.

Appello dei medici internisti di Fadoi e Simi: “SSN rischia di scomparire”

Rispetto a 10 anni fa il Servizio sanitario nazionale registra 30 mila unità di personale in meno. Nonostante gli investimenti adottati durante la pandemia il Ssn ha ancora un estremo bisogno di risorse e riforme per fermare il suo declino. Per questo occorre incrementare il Fondo sanitario, affrontare la carenza di personale e di posti letto, riformare la governance del Ssn dando maggiore centralità al Ministero della Salute, riorganizzare l’assistenza ospedaliera con l’aggiornamento del Dm 70, recuperare delle liste d’attesa e valorizzare la Medicina Interna. Sono queste alcune delle richieste che le due società scientifiche della medicina interna Fadoi e Simi lanciano ai partiti in vista delle elezioni del 25 settembre. Gli internisti ospedalieri sono circa 10 mila e sono presenti in tutti gli ospedali italiani. Parliamo di 1.478 strutture complesse di Medicina Interna tra pubblico e privato (di cui 360 reparti Covid), su un totale di 1004 ospedali.  Dal totale storico dei quasi 30 mila posti letto di medicina interna, gli internisti sono arrivati a gestire, a causa del Covid, oltre 40 mila posti letto. Solo nel 2020, primo anno di pandemia, sono stati curati ben oltre 218 mila pazienti Covid, pari a un quarto del totale dei ricoveri in medicina interna e al 70% di tutti i ricoveri per Covid. Questo grande afflusso di pazienti Covid ha però provocato un calo dei ricoveri totali nei reparti.

 

“In vista delle elezioni chiediamo ai partiti di affrontare seriamente il tema della sanità che a parte qualche slogan o proposta fumosa è fuori dai radar del dibattito come se l’emergenza Covid fosse un lontano ricordo, le liste d’attesa non fossero lunghissime, la carenza di personale non fosse una realtà e la necessità di riforme non fosse impellente. La pandemia ha messo a dura prova il nostro Servizio sanitario nazionale e nonostante gli interventi messi in campo la strada per mettere in sicurezza la sanità pubblica è ancora lunga e non ammette ritardi”, affermano il presidente della Federazione delle Associazioni dei Dirigenti Ospedalieri Internisti Fadoi, Dario Manfellotto e il presidente della Società Italiana Medicina Interna Simi, Giorgio Sesti. Per questo le due società scientifiche hanno stilato un elenco delle principali azioni da intraprendere:

 

Finanziamenti adeguati. Per il 2023 è previsto un aumento di 2 miliardi del fondo sanitario che dovrebbe arrivare a quota 126 miliardi. Tuttavia con l’impennata dell’inflazione e le spese straordinarie dovute alla pandemia queste risorse appaiono ancora insufficienti per consentire un rilancio del Ssn.

 

Carenza di personale. Rispetto a 10 anni fa come riporta il Ministero della Salute nel suo ultimo annuario statistico vi sono 30 mila unità di personale in meno. Nello specifico mancano all’appello circa 5 mila medici dipendenti del Ssn. Inoltre, se consideriamo quanto previsto dal PNRR, serviranno in futuro tra medici e infermieri circa 40 mila unità di nuovo personale. Serve subito un intervento che sblocchi il tetto di spesa perché la carenza di personale rappresenta la principale emergenza per la nostra sanità.

 

Riorganizzazione ospedali. All’ospedale servono delle linee d’indirizzo per renderli moderni per questo è indispensabile l’aggiornamento del Dm 70/2015 sugli standard ospedalieri. La pandemia ci ha insegnato che le nostre strutture, che sono molto vecchie o comunque datate nella maggior parte dei casi, devono essere a ‘fisarmonica’, duttili, ovvero in grado di mutare pelle nel giro servono delle regole chiare e stabilite a livello nazionale che leghino tutta la filiera del Servizio sanitario. Oggi i percorsi di cura sono frammentati e spesso si formano dei colli di bottiglia che intasano le strutture ospedaliere. Fa rumore e sembra eclatante l’affollamento dei reparti di Pronto Soccorso, ma quella è la punta dell’iceberg. È chiaro che il sistema si blocca se uno o più ingranaggi rallentano: se il territorio non fa filtro ai ricoveri, se i reparti non dimettono perché́ le strutture di riabilitazione e i reparti di post acuzie non ricevono i dimessi dall’Ospedale, se il domicilio non accoglie.

 

Continuità assistenziale. Questo è un argomento chiave, perché consente di inviare al giusto setting assistenziale i pazienti che meritano terapie croniche in lungodegenza e riabilitazione. Per mantenere i tempi di degenza media entro gli obiettivi raccomandati, è necessario chiarire in modo inequivocabile le modalità di passaggio ad altro setting.

 

Trasformare la Medicina Interna da disciplina a ‘bassa’ a ‘media’ intensità di cura. Durante la pandemia il 70% dei pazienti Covid è stato assistito nelle Unità Operative di Medicina interna, che durante le prime, terribili ondate, si sono trasformate in veri e propri reparti di sub-intensiva. I livelli assistenziali prestati oggi in ospedale nei reparti di medicina interna non sono neanche lontanamente paragonabili a quelli che venivano prestati più di 30 anni fa. Oggi l’assistenza prestata ha una intensità di cura notevolmente superiore con peso medio dei DRG superiore a 1.30 e in molti casi anche fino a 1.45-1.50.  Questo significa che i pazienti ricoverati in Medicina interna hanno sempre condizioni cliniche gravi e di difficile gestione, con esigenze assistenziali molto complesse, richiedono costante assistenza e competenze specifiche, con ampio utilizzo di tecnologie sofisticate, strumentazioni tecnico-diagnostiche e terapie integrate. Tutto ciò impegna notevolmente il personale sanitario. Purtroppo i reparti di Medicina Interna, che garantiscono una elevata intensità̀ di cura, vengono ancora definiti dal Ministero con il codice 26-Medicina generale, con una dotazione di personale e posti letto che è quella di un basso livello di cura. In tal senso, è fondamentale la ri-definizione del codice 26 Medicina Generale come Medicina Interna e la trasformazione della Medicina Interna da disciplina a ‘bassa’ a ‘media intensità di cura’, ridefinendo gli standard per il personale sanitario ancora vincolati dal vecchio DM 109/1988 Donat Cattin.

 

Recupero liste d’attesa. Nel corso del 2020 i reparti di Medicina Interna hanno perso circa 650 mila ricoveri di malati complessi. Un dato che abbiamo elaborato autonomamente e che Agenas ha poi confermato. Nel 2021 avevamo recuperato in parte, ma le successive ondate di Covid hanno di nuovo rallentato e ostacolato i ricoveri per i nostri malati, così come per tutte le altre patologie, mediche e chirurgiche. E anche per quanto riguarda il 2022 i numeri non sono incoraggianti a causa delle ondate Omicron, Quello delle liste di attesa è un problema strutturale, preesistente al Covid, che richiede interventi seri. Assumere personale anche degli ultimi anni di specializzazione, incentivare più̀ di quanto non avvenga oggi l’attività̀ extra- contrattuale per il recupero delle liste d’attesa e organizzare in modo più̀ efficiente l’assistenza territoriale.

Dosi mRna negli studi dei MMG, Scotti: «Chi mette in dubbio il sistema fa un gioco pericoloso»

«I medici di medicina generale sono stati e continueranno ad essere un punto di riferimento anche per la prossima campagna vaccinale. Contro il Covid, la capillarità dei nostri studi e il rapporto fiduciario che ci lega ai pazienti sono stati elementi essenziali di successo per l’adesione alle vaccinazioni». Silvestro Scotti, segretario generale Fimmg, mette ordine alla confusione generata da improvvidi interventi sulla stampa da parte di chi di esperienza sul campo in materia vaccinale evidentemente sentenzia senza aver letto la Circolare del Ministero della Salute (n. 38309 del 07/09/2022) con allegata la scheda con il “Riassunto delle caratteristiche del prodotto” in cui appare chiaro e incontestabile che una volta scongelato il vaccino può essere conservato per un massimo di 10 settimane a 2‐8° C, aggiornando la data di scadenza sulla scatola, esattamente come avveniva per i precedenti vaccini. Il riferimento è in particolare a quanto dichiarato dal presidente Simit, Massimo Andreoni, per il quale le modalità di conservazione delle nuove dosi (a mRna) a -80 gradi centigradi escludono che si possa organizzare una vaccinazione capillare negli studi dei medici generici.

«Sollevare dubbi sulla possibilità che i vaccini a mRna possano essere somministrati dai medici di famiglia, dopo che l’evidenza dei fatti ha detto il contrario, è un gioco molto rischioso – avverte Scotti – perché rischia di creare dubbi nei cittadini e di cancellare con un colpo di spugna il grande lavoro fatto nelle migliaia di studi in tutta Italia nell’informare i pazienti e trasmettere loro fiducia nei riguardi dei vaccini». Resta per il segretario generale della Fimmg la perplessità rispetto a chi, pur di esserci, si espone a dichiarazioni discutibili basate su idee superate dai fatti. «A differenza degli opinionisti che spesso vediamo in tv su questioni frivole – conclude Scotti – alcuni colleghi dovrebbero comprendere la serietà del ruolo che svolgono e il peso di ciò che dicono».

Gli Stati generali della Telemedicina per l’innovazione condivisa e co-progettuale

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La storia recente della Digital Health in Italia racconta di un’evidente accelerazione, sostenuta da una sempre maggiore attenzione del mondo sanitario e da azioni fattive per la realizzazione di un ecosistema digitale nazionale in Sanità. L’obiettivo è quello di riorganizzare i processi di assistenza e di erogazione dei servizi, allineandoli ai principi di equità e universalità e fornendo una informazione più dettagliata sullo stato di salute dei territori e dei cittadini che vi abitano.

Gli atti normativi che si sono succeduti senza soluzione di continuità sul Fascicolo Sanitario Elettronico, sulle nuove Linee guida sulla Telemedicina, sull’abilitazione delle piattaforme digitali per la televisita e il teleconsulto, sulle puntuali indicazioni di utilizzo della Telemedicina nei DM 71 poi 77 e sugli standard per l’assistenza domiciliare, indicano una decisa volontà di coordinamento e di indirizzo nazionale, che deve tuttavia mediare con le scelte compiute negli anni dai 21 Servizi Sanitari Regionali, assai eterogenee nell’organizzazione e nella qualità dei sistemi.

I cospicui fondi di investimento PNRR della Missione 6 Salute, che prevede un finanziamento di 19,7 miliardi e che si articola nelle componenti: Reti di prossimità, strutture intermedie e telemedicina per l’assistenza sanitaria territoriale e innovazione, ricerca e digitalizzazione del SSN, cui si aggiunge un riverbero finanziario di una parte rilevante della Componente 1 della Missione 1 Digitalizzazione e Innovazione, hanno generato un diffuso entusiasmo, unito a un brillante fermento progettuale.

Inutile dire che questo fermento è stato bruscamente rallentato dalle condizioni stesse della Pubblica Amministrazione sanitaria, trovatasi impreparata per i numerosi legacci burocratici a rispondere con dinamismo alla domanda e a seguire e rispettare la stringente calendarizzazione degli interventi previsti dalla programmazione PNRR per velocizzare il processo di acquisto.

Ma, soprattutto, è venuto meno il coinvolgimento, organizzato, profondo, degli attori che lavorano in Sanità, dei medici in particolare e delle Società medico-scientifiche di riferimento, per avviare un processo condiviso di transizione digitale del SSN più appropriato e “sentito”, perché possa essere di natura strutturale e non episodica o sperimentale, come avvenuto nel decennio scorso.

Lo sforzo comune di avviare processi organizzativi e di lavoro integrati, capaci di superare l’organizzazione a silos, tali da promuovere pertinenti stili cognitivi di natura interdisciplinare, per non dimenticare la necessaria acquisizione di nuove conoscenze e di competenze indirizzate a migliorare la capacità di governo dei processi di cura e assistenziali in ambiente digitale, sono la sostanza stessa del cambiamento. Non intervenire organicamente su questo aspetto, che non è solo il tema nudo e crudo delle competenze, ha generato un vulnus che rischia di far partorire alla montagna il topolino di turno, senza riuscire a mettere a sistema l’innovazione e la modernizzazione del SSN.

Le Società medico-scientifiche rappresentano una risorsa importante e di valore per sostenere, affiancandosi, il processo di transizione digitale

Le Società medico-scientifiche rappresentano, in questo contesto, decisamente, una risorsa importante e di valore per sostenere, affiancandosi, il processo di transizione digitale, anche perché in possesso di expertise maturata negli anni sulla base di attività sperimentali e di progetto di piattaforme, ad esempio di Telemedicina, avviate nelle diverse regioni con successo, ma che non sono state messe a sistema e sono rimaste confinate nell’ambito sperimentale, con innegabile spreco economico, di conoscenze e di competenze acquisite.

Un patrimonio, dunque, considerevole, fatto di studi, ricerche e pubblicazioni di valore, che rappresenta, oggi, un serbatoio di riferimento analitico e critico per orientare al meglio il disegno di innovazione digitale, ma che è stato considerato, solo parzialmente e in maniera insufficiente per sostanziare le azioni e i programmi di intervento e di riorganizzazione del modello di salute avviati in ambito ministeriale e regionale, e che rappresentano il punto di vista della cura e dell’assistenza, cui devono essere plasticamente e logicamente adattate le piattaforme digitali.

Valorizzare e verificare le esperienze acquisite, i risultati e le centinaia di progettazioni fatte sul campo, da un mondo plurimo e plurale di attori sanitari, potrebbe essere una scelta strategica per evitare sovrapposizioni, duplicazioni e inappropriatezze nell’implementazione della Digital Health e per creare le condizioni anche di una maggiore sostenibilità sia in termini organizzativi che economici.

È importante, da parte delle istituzioni nazionali e regionali e delle stesse Aziende Sanitarie, avviare azioni di maggiore coinvolgimento delle Società medico-scientifiche nei processi di innovazione, anche attraverso la creazione di gruppi di lavoro fondati sullo stile collaborativo e co-progettuale

È importante, se non necessario, da parte delle istituzioni nazionali e regionali e delle stesse Aziende Sanitarie, avviare azioni di maggiore coinvolgimento delle Società medico-scientifiche e dei medici più in generale nei processi di innovazione, anche attraverso la creazione di gruppi di lavoro fondati sullo stile collaborativo e co-progettuale, aperti a tutte le società scientifiche.

L’innovazione calata dall’alto, condivisa tra e da pochi, figlia di una logica top down e di asset di natura essenzialmente e sostanzialmente tecnologica, non ha grandi probabilità di successo, non iscrivendosi in una logica di senso rispetto a quelli che sono gli obiettivi e le necessità di breve, ma anche di medio e lungo periodo, del mondo sanitario e dei suoi professionisti nel perseguire percorsi di cura e di assistenza pertinenti e appropriati.

L’introduzione di sistemi che possono essere sentiti come “alieni”, che hanno un evidente impatto organizzativo e “informativo”, che chiede maggiore flessibilità e azioni, spesso vissute come un maggiore carico di lavoro, rischia di vanificare le opportunità offerte dall’innovazione digitale e di raccogliere risultati modesti, senza ridurre il gap tra le regioni nel rispetto degli standard LEA.

Oltre alla necessità, di cui sopra, di avviare stili di natura collaborativa e co-progettuale nel grande come nel piccolo, ma soprattutto in quest’ultimo ambito – in cui si richiede un riposizionamento delle aziende sanitarie territoriali –, non si può innovare, poi, senza reingegnerizzare i processi di assistenza, rileggendo il ruolo delle aziende sanitarie rispetto al contesto di appartenenza, progettando i processi sulla base dei bisogni espressi dal territorio di riferimento, riformando la logica di finanziamento dei DRG e adeguando ai bisogni dei cittadini viciniori qualità di servizi, di informazione e di presa in carico.

Visione che dovrebbe guidare i processi di servizio delle aziende sanitarie e gli interventi di modernizzazione, in cui la Telemedicina è uno strumento fondamentale per sostenere il generale disegno assistenziale impegnato a riprogettare in maniera integrata gli aspetti organizzativi, tecnologici e di impatto per l’ecosistema delle cure.

Per l’aspetto organizzativo è di assoluta importanza valutare l’impatto, nella routine di gestione di una U.O. e della sua rete di riferimento assistenziale, dell’adozione di soluzioni di Telemedicina, dei nuovi carichi di lavoro richiesti, della logica di erogazione, del protocollo di gestione e di rischio, ad esempio nella televisita, e questo per gli aspetti legati alla qualità di erogazione del servizio, alla tariffazione e agli aspetti legali e di tutela.

Per l’aspetto tecnologico, fatte salve le indicazioni normative, bisogna rispettare i requisiti di qualità e di performance richiesti e garantire gli aspetti di integrazione e di interoperabilità nella logica dell’ecosistema digitale e insieme della circolarità delle informazioni e del loro rapido accesso e questo per la trasparenza, per l’unitarietà dell’assistenza, per la sostenibilità, per una coerenza logica e strutturale delle informazioni, su cui fondare attività di gestione e governo dei processi di cura e di assistenza.

Per quanto concerne la sostenibilità dell’innovazione digitale, si pone come strategica la possibilità di redigere processi di acquisto che, partendo da una stringente analisi dei bisogni, raccolga le indicazioni di contesto per adottare forme innovative di procurement VBP in PPP e PPI, per evitare standardizzazioni non appropriate ai contesti, per garantire la sostenibilità di medio-lungo periodo, per migliorare la domanda e la relativa offerta e più in generale per sostenere le logiche di gestione e di governo dei processi da parte delle aziende sanitarie.

Da queste riflessioni è nata l’idea di riunire la Società medico-scientifiche italiane, organizzando gli “Stati generali della Telemedicina” con l’intenzione di avviare un processo di lavoro che affronti i temi della digitalizzazione in Sanità comuni a tutti gli specialisti

È da queste riflessioni che è nata l’idea di riunire le Società medico-scientifiche italiane, organizzando gli “Stati generali della Telemedicina”, che si terranno a Bari il prossimo 15 e 16 settembre (programma su www.aisdet.it) con l’intenzione di avviare un processo di lavoro e di confronto che affronti i temi della digitalizzazione in Sanità comuni a tutti gli specialisti sanitari.

Partendo da una ricognizione di quanto fatto dalle singole società scientifiche e dai documenti già prodotti si vuole giungere a redigere, come primo momento, un paper condiviso, in cui indicare modelli e processi, che diventino punto di riferimento per le scelte istituzionali e delle singole aziende sanitarie nel rispetto dell’equità e dell’universalità di accesso alle cure e dell’offerta del SSN, che si innestino coerentemente nei processi e negli interventi istituzionali in atto, e che valorizzino la specificità delle singole specializzazioni sanitarie.

Costi fuori controllo: l’allarme della filiera farmaceutica

Farmindustria – Egualia – Assoram – ADF – Federfarma Servizi – Federfarma – Assofarm lanciano l’allarme sulla insostenibilità dei costi derivanti dalla drammatica crisi energetica che sta seriamente mettendo a rischio le forniture dell’intera filiera della salute.

 

Per questo le Associazioni chiedono che la filiera sia considerata, come avvenuto durante la pandemia, comparto essenziale al quale assicurare continuità e sostenibilità della fornitura di gas, energia elettrica e carburanti per il trasporto, assumendo l’adozione di misure in tal senso tra le priorità dell’agenda politica e di governo. Solo in questo modo sarà possibile garantire le cure ai cittadini, evitando rischi di carenza di terapie in Italia e all’estero.

Il rincaro esorbitante dell’energia del 600% rispetto a un anno fa comporta rischi reali anche per la sopravvivenza delle stesse imprese.

Gli operatori della filiera stanno assorbendo parte importante degli aumenti, ma non integralmente. Questo determina per le aziende incrementi aggiuntivi dei costi di tutti i fattori della produzione e distribuzione (materiali, imballaggi, manutenzioni, fiale, packaging, eccetera), cresciuti in media del 35-40% rispetto allo scorso anno. È una situazione resa ancora più grave dalla svalutazione dell’euro rispetto al dollaro, valuta con la quale si pagano i principi attivi che provengono per l’80% da Cina e India, e dai problemi di approvvigionamento delle materie prime. Un combinato disposto che rischia di causare gravi carenze di farmaci, registrate già in qualche caso.

L’escalation inarrestabile dei costi si sta abbattendo anche sulle aziende della Distribuzione primaria, intermedia e finale del farmaco con costi di gestione non più sostenibili, in particolare per la cold chain, che adotta sistemi di refrigerazione a ciclo continuo.

Uno scenario che, in assenza di concrete misure di contrasto e sostegno, mette seriamente a rischio già dalle prossime settimane la prosecuzione dell’attività che garantisce il servizio pubblico essenziale della distribuzione alla comunità dei medicinali e di tutti prodotti per la salute.

Le imprese della filiera non possono trasferire nemmeno in parte questi maggiori costi sui prezzi dei medicinali con prescrizione, che sono negoziati o fissati per legge. Lo dimostra il dato Istat che rileva la riduzione dell’1% dei prezzi al consumo rispetto al 2021, a fronte di un’inflazione dell’8,4%.

Per queste ragioni Farmindustria – Egualia – Assoram – ADF – Federfarma Servizi – Federfarma – Assofarm,  anche alla luce di estemporanee richieste di aumenti della tassazione a carico delle imprese di settore che avrebbero inevitabili ricadute su tutta la filiera, sollecitano l’adozione di misure urgenti a sostegno della produzione e distribuzione dei farmaci durante questa crisi straordinaria derivante dall’aumento dei costi, mettendo in sicurezza la continuità delle forniture in maniera economicamente sostenibile.

 

Il rischio, infatti, non è solo derivante da eventuali provvedimenti di riduzione della spesa, ma è soprattutto quello della insostenibilità economica di determinate produzioni o servizi di distribuzione in conseguenza della crisi inflattiva e quindi della distribuzione sul territorio nazionale, che causerebbe l’aggravarsi di fenomeni di carenze e indisponibilità anche territoriale per le farmacie rurali che spesso costituiscono il principale presidio sanitario dei piccoli centri. La filiera farmaceutica evidenzia altresì la necessità di politiche di attrattività per garantire e far crescere gli investimenti.

 

In vista dell’autunno, con la necessità di garantire le nuove campagne per i vaccini anti-Covid e con la stagione influenzale alle porte, è indispensabile assicurare tutte le condizioni per garantire ai cittadini la disponibilità in farmacia di medicinali, vaccini, dispositivi medici e prodotti sanitari, disponibilità che oggi appare invece sempre più a rischio. È perciò nell’interesse comune del Paese e del nostro sistema sanitario che il ruolo svolto dalle imprese del settore, operatori privati al servizio delle esigenze della collettività, venga tutelato attuando ogni intervento per permetterne l’indispensabile sostenibilità economica a tutto il comparto.

Per approfondire

Troppi aumenti, il grido d’allarme delle aziende di farmaci generici

Sanità: in 10 anni chiusi 111 ospedali, tagliati 37 mila posti letto ed effettuati 2,5 milioni di ricoveri in meno

Tra il 2010 ed il 2020, in Italia sono stati chiusi 111 ospedali e 113 Pronto soccorso. Sono stati tagliati 37 mila posti letto e, nonostante le assunzioni per far fronte al Covid-19, nelle strutture ospedaliere mancano all’appello ancora oltre 29 mila professionisti, di cui 4.311 medici. Numeri che, a cascata, hanno comportato una riduzione drastica dell’attività sanitaria: gli accessi in Pronto soccorso risultano in calo, ma il tasso di mortalità è aumentato dell’85%; tra il 2010 e il 2019 si sono registrati 1,36 milioni di ricoveri ordinari in meno (dato che scende a -2,13 milioni nel 2020, primo anno di emergenza sanitaria). Un calo che non viene compensato – come si potrebbe immaginare – da un aumento di ricoveri di day hospital e day surgery: anch’essi infatti risultano diminuiti, rispetto al 2010, di 1,27 milioni nel 2019 e di 1,73 milioni nel 2020. Sul territorio la situazione è altrettanto critica, considerato che nel 2020 sono state erogate 282,8 milioni di prestazioni in meno rispetto a dieci anni prima: -19% di indagini di laboratorio, -30% di attività di radiologia diagnostica e -32% di attività clinica ambulatoriale.

Sono solo alcuni dei numeri che emergono dall’analisi condotta dal sindacato dei medici Federazione CIMO-FESMED (aderente a CIDA e a cui aderiscono le sigle ANPO-ASCOTI, CIMO, CIMOP e FESMED), confluita nel dossier “Sanità: allarme rosso. Gli effetti sul Servizio Sanitario Nazionale di dieci anni di tagli”: dall’analisi delle strutture, dei posti letto e delle risorse umane del SSN, il documento passa in rassegna l’offerta sanitaria degli ultimi 10 anni e analizza rapidamente i cambiamenti registrati in termini di risorse economiche. Nonostante il taglio delle attività, delle strutture e del personale, i costi del SSN infatti sono aumentati, rispetto al 2010, del 9% nel 2019 e del 13,7% nel 2020, a fronte di entrate incrementate dell’11% fino al 2019 e del 16,2% nel 2020.

Ma tutto questo che effetto ha sulla salute della popolazione? Oltre ai disservizi che quotidianamente i pazienti subiscono negli ospedali di tutta Italia a causa della carenza di personale sanitario, l’Istat inizia anche a rilevare segnali che, seppur lievi, dovrebbero far riflettere: la mortalità per tumori è aumentata, così come quella per diabete mellito, malattie del sangue e disturbi immunitari, malattie del sistema nervoso e del sistema circolatorio, polmonite e influenza. Nel 2010, il 38,6% della popolazione aveva almeno una malattia cronica e il 20,1% ne aveva almeno due. Nel 2020, entrambi i dati risultavano aumentati rispettivamente fino al 40,9% e al 20,8%. Un trend di crescita destinato a proseguire nei prossimi anni, che renderà necessario un livello maggiore di assistenza sanitaria.

«Sono questi i numeri drammatici che dovrà affrontare il prossimo Ministro della Salute – commenta Guido Quici, Presidente della Federazione CIMO-FESMED e Vicepresidente CIDA -. Dispiace, invece, che questi temi non siano nemmeno stati sfiorati in campagna elettorale, tutta incentrata, per quanto riguarda la sanità, su slogan vuoti, dall’abolizione del numero chiuso a Medicina alla promessa di risolvere le liste d’attesa con non si sa quale metodo miracoloso, senza affrontare l’argomento in modo sistematico. Ci auguriamo, in queste ultime settimane che ci separano dal voto, un cambio di passo», conclude.

Istituito l’Ordine dei fisioterapisti. Ferrante: un nuovo inizio per 68mila professionisti

“È una cosa forte, che generazioni di fisioterapisti hanno voluto. Ne sono passati di colleghi che hanno sperato in questo momento. Non possono non pensare ad uno in particolare, di cui non farò il nome ma tutti noi sappiamo di chi parlo. Se lui fosse qua, farebbe la ola molto più di tutti noi. Ma noi siamo qui anche per lui e questo percorso ha visto il suo esito anche per quello che è stato fatto”. Lo ha detto il presidente della Commissione Nazionale d’Albo dei Fisioterapisti, Piero Ferrante, in occasione della conferenza stampa di presentazione della Giornata mondiale della fisioterapia, organizzata a Roma dall’Aifi presso la sala Zuccari del Senato, dopo che il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha annunciato l’istituzione della Federazione Nazionale degli Ordini della professione sanitaria di fisioterapista.

“Non posso non pensare agli uomini e alle donne, ai colleghi e alle colleghe fisioterapiste- ha aggiunto- che ogni giorno si relazionano e in questo modo vedono più chiara la loro identità, la loro casa, la loro famiglia”.

“Questo non è l’anno zero – ha sottolineato Ferrante – perché noi fisioterapisti entriamo nelle famiglie e nelle loro sofferenze, cerchiamo di farci portatori sani di istanze delle sofferenze delle famiglie. In questo modo sarà sicuramente più facile perfezionare, quindi non l’anno zero, ma l’anno uno”.

“Mi riallaccio con piacere alle parole del signor ministro- ha tenuto a precisare- è un inizio, non è un traguardo e su questo sono perfettamente d’accordo con lui”.

“È un nuovo inizio che noi accettiamo con piacere- ha continuato- perché l’Ordine è un luogo di riconoscimento, di confronto ma anche di condivisione e collaborazione fra tutte le professioni sanitarie e solo quando saremo pronti a mettere a punto al cento per cento la nostra macchina organizzativa, noi, mettendoci in relazione con tutte le professioni sanitarie, in primis quelle di cui abbiamo fatto parte e che ringraziamo, saremo capaci di essere più attenti, più accorti, più efficaci e più efficienti”.

Perché l’Ordine dei fisioterapisti? Innanzitutto – ha proseguito Ferrante – per poter dire ‘presente’ in prima persona alle mutate condizioni del cittadino, poi per poter affrontare a piene mani le sfide che il Pnrr ci sta ponendo davanti, per poter essere ancor più fattivi, ove possibile, nel mettere a punto la nostra vita professionale che spesso si interseca con la nostra vita professionale”.

“L’Ordine dei fisioterapisti è un traguardo ma è un meraviglioso inizio, è quel qualcosa che ci accompagnerà e che sarà di supporto non solo a livello centrale ma, ove possibile, ancor più a livello periferico, dove sarà possibile intercettare i bisogni dei cittadini e delle diverse realtà sanitarie regionale a livello locale ed essere efficienti ed efficaci. Mi piace chiudere – ha poi detto – citando la frase del ministro: tutta la nostra attività, prima umana e poi professionale, è plasmata attorno a quel meraviglioso articolo 32 della Costituzione italiana”.

Grazie alle istituzioni che ci sono state accanto, ai politici che ho ‘stalkerizzato’, grazie ai miei colleghi della Commissione nazionale, ai territori, a tutti i 68.000 professionisti che oggi vedono raggiunto un nuovo inizio della loro vita professionale. E grazie al ministro e al ministero della Salute, che non ci hanno mai fatto sentire soli”, ha concluso.

Ricerca osservazionale: un nuovo documento che guarda al futuro

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Il futuro degli studi osservazionali è tracciato nel documento “Ricerca osservazionale: un pilastro nel processo di produzione di conoscenza”, pubblicato il 26 luglio scorso dal Centro di coordinamento nazionale dei Comitati etici territoriali per le sperimentazioni cliniche sui medicinali per uso umano e sui dispositivi medici, istituito presso l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA). Tra le novità principali, il legittimo interesse come base giuridica per il trattamento dei dati.

Ne parliamo con Carlo Maria Petrini, presidente del Centro, e con l’avvocata cassazionista, esperta in diritto sanitario, Silvia Stefanelli.

Petrini: “Un nuovo assetto normativo è essenziale”

Perché è così importante la ricerca osservazionale?

Carlo Petrini

Tutta la ricerca biomedica (epidemiologica, sperimentale, osservazionale) ha alcune caratteristiche comuni. Tra queste: l’obiettivo di produrre conoscenze destinate ad avere impatto sulla salute delle persone e il comune patrimonio di tecniche epidemiologiche e statistiche. I principali criteri che distinguono le tipologie degli studi sono la rilevanza degli obiettivi e la qualità dei metodi.

La ricerca osservazionale, nelle sue varie forme, è un pilastro nel processo di produzione di conoscenza. Le informazioni sulla sicurezza e l’efficacia di farmaci, dei dispositivi, delle tecniche sanitarie derivano, ormai da decenni, da studi clinici randomizzati. Tuttavia, gli studi clinici randomizzati hanno numerosi limiti. Uno di questi è il fatto che sono realizzati in un contesto controllato che non corrisponde al mondo reale in cui la persona vive. È quindi importante utilizzare anche dati provenienti dal mondo reale.

Dunque, gli studi osservazionali sono particolarmente utili per valutare la generalizzabilità nel mondo reale (e, quindi, in popolazioni più ampie, diverse o comunque meno selezionate, ed anche per più lunghi periodi di tempo) dei dati che derivano da clinical trial randomizzati.

Qual è l’obiettivo con cui è stato emanato il documento?

Il documento richiama l’attenzione su una tipologia di ricerca cruciale per produrre conoscenze biomediche. Ha, quindi, diversi obiettivi.

Innanzitutto, il documento intende essere uno strumento a disposizione dei comitati etici, verso il quale in Centro Nazionale ha un ruolo di coordinamento. Più in generale, spero che il documento sia utile a tutti coloro che sono coinvolti nella ricerca, e in particolare ai ricercatori stessi, alle istituzioni e ai decisori che governano la ricerca.

Tra gli scopi c’è anche la promozione di un migliore inquadramento normativo della ricerca osservazionale in Italia: un nuovo e adeguato assetto normativo è essenziale.  Infatti, in Italia, fin dalla circolare ministeriale 6 del settembre 1992, passando per il decreto legislativo 211/2003 e per la determina AIFA 20 marzo 2008, si intendono  “osservazionali” gli studi “il cui protocollo abbia per oggetto di studio i farmaci nell’ambito della normale pratica clinica secondo le indicazioni autorizzate”.

Sotto il profilo metodologico, però, la ricerca osservazionale è ben più ampia rispetto all’attuale profilo normativo, che riguarda soltanto farmaci utilizzati nella normale pratica clinica. Gli studi osservazionali, infatti, possono avere come oggetto di indagine non solo farmaci, ma anche persone sane o malate, dispositivi medici, procedure diagnostiche, materiale biologico di origine umana, fattori prognostici e predittivi, geni coinvolti nelle malattie ereditarie, rischi professionali, cambiamenti della pratica clinica, appropriatezza delle procedure, e molto altro.

Come vengono perseguiti questi scopi?

Lo scorso 30 novembre è stato adottato un decreto ministeriale che disciplina gli studi non a scopo di lucro e gli studi osservazionali. Il decreto, però, fornisce precise disposizioni per gli studi non a scopo di lucro, ma non per gli studi osservazionali. Infatti, il decreto prevede un successivo provvedimento dell’AIFA, che si sarebbe dovuto adottare entro 30 giorni, per gli studi osservazionali. Il decreto riguarda soltanto il farmaco e il provvedimento dovrebbe contenere nuove linee guida per la classificazione e conduzione degli studi osservazionali sui farmaci.

In questo contesto, il documento vuole essere anche propositivo per la redazione del provvedimento, richiamando l’attenzione sull’orizzonte vasto, e non limitato al farmaco, della ricerca osservazionale.

Quanto è innovativo questo approccio rispetto al passato?

Sotto il profilo metodologico, da sempre, tutta la ricerca (osservazionale e non) deve essere condotta con rigore scientifico. In tempi recenti, però, l’innovazione è stata massiccia: la quantità di dati disponibili, la loro qualità, la possibilità di mettere in relazione fonti diverse di dati, le potenzialità di elaborazione hanno avuto un’enorme crescita.

Sotto il profilo normativo, l’innovazione è importante anche per consentire, con la dovuta prudenza per la tutela dei pazienti, procedure cliniche aggiuntive rispetto alla normale pratica clinica se necessarie ai fini dello studio

Sotto il profilo normativo, l’innovazione è importante non solo per l’inquadramento ampio di cui ho appena detto, ma anche per consentire, con la dovuta prudenza per la tutela dei pazienti, procedure cliniche aggiuntive rispetto alla normale pratica clinica (cioè non previste per lo specifico soggetto nella pratica clinica corrente) se necessarie ai fini dello studio. Nel documento si raccomanda che procedure cliniche siano ammissibili, purché non alterino la strategia diagnostica e terapeutica corrente e purché espressamente dichiarate e valutate dal Comitato Etico. Nell’assetto attuale, invece, qualsiasi procedura aggiuntiva, come un semplice prelievo di sangue, rende lo studio, sotto il profilo normativo, non più osservazionale, bensì sperimentale. Ciò rende la gestione dello studio osservazionale molto più complessa e molto meno efficace, essendo la ricerca osservazionale diversa dalla ricerca sperimentale.

Il documento è riferito alla Real World Evidence?

Anche alla Real World Evidence. Questa, basandosi sull’esperienza passata dei pazienti in termini di cure ricevute ed esiti osservati nel mondo reale, è in grado di produrre evidenze credibili sul modo migliore per trattare i pazienti nel futuro.

Occorre, però, tenere presente che i Real World Data, da soli, non sono in grado di produrre evidenze. Per passare al piano delle “prove dal mondo reale”, cioè della Real World Evidence, occorre non solo che i dati siano di qualità, ma anche che vi siano solidi programmi di ricerca, progettati con metodi rigorosi.

Se i dati e i metodi sono robusti, la Real World Evidence può essere un pilastro fondamentale per una corretta governance del sistema.

Per la prima volta si cita la possibilità di utilizzare il legittimo interesse come base giuridica, cioè senza bisogno di acquisire il consenso del paziente: è un nuovo step nelle possibilità di uso secondario dei dati? Con quali prospettive?

Sotto il profilo regolatorio, vi sono numerosi problemi irrisolti. In primo luogo, l’impianto generale del Regolamento (UE) 679/2016 sulla protezione dei dati personali (GDPR) riguarda attività tra loro diverse ed eterogenee.

In secondo luogo, il Regolamento, pur essendo direttamente applicato in ogni Stato membro (a differenza delle direttive, che necessitano di recepimento), lascia spazi a interpretazioni diverse, e infatti l’applicazione differisce nei vari Stati membri.

In terzo luogo, il Regolamento è stato redatto soprattutto con riferimento ad attività di tipo commerciale, le cui caratteristiche sono assai diverse rispetto alla ricerca.

In quarto luogo, il Regolamento sulla protezione dei dati non è coordinato con il Regolamento (UE) 536/2014 sulla sperimentazione clinica di medicinali e con il Regolamento (UE) 2017/745 sulle indagini cliniche di dispositivi medici.

Il risultato è altamente problematico.

Il Centro di Coordinamento, nel documento, raccomanda la massima semplificazione degli adempimenti relativi, rimuovendo o limitando il più possibile gli ostacoli formali che derivano dal fatto che la normativa è orientata prevalentemente alle sperimentazioni cliniche, in cui i dati sono utilizzati una volta e per un’unica finalità.

I dati sono una risorsa per la comunità scientifica e dovrebbero poter circolare il più liberamente possibile all’interno di essa. Ovviamente deve esservi, a monte, un’efficace pseudonimizzazione

I dati, infatti, sono una risorsa per la comunità scientifica e dovrebbero poter circolare il più liberamente possibile all’interno di essa. Ovviamente deve esservi, a monte, un’efficace pseudonimizzazione. Parrebbe opportuno fare ricorso a basi giuridiche alternative per agevolare il (ri)trattamento dei dati, opportunamente protetti. Un riferimento al legittimo interesse come possibile base giuridica di trattamento potrebbe giovare alla promozione della ricerca osservazionale, contemperando ragionevolmente ed efficacemente i diritti dell’individuo con gli interessi della collettività, nella prospettiva dell’articolo 32 della Costituzione.

Ci sono altri aspetti del documento che ritiene di particolare rilevanza?

Ritengo particolarmente importanti le proposte operative finali, e quindi:

  • Qualsiasi regolamentazione delle procedure operative e valutative degli studi osservazionali dovrebbe includere tutte le tipologie di ricerche di tipo osservazionale in ambito biomedico e sanitario, e non soltanto quelle con l’impiego di farmaci.
  • Dovrebbero essere ammissibili procedure cliniche aggiuntive, non previste per lo specifico soggetto nella pratica clinica corrente, se necessarie ai fini dello studio purché non alterino la strategia diagnostica e terapeutica corrente, siano dichiarate, siano date adeguate informazioni ai soggetti, si ottenga il loro consenso e vi sia il parere favorevole del comitato etico, che può richiedere una polizza assicurativa a carico del promotore dello studio. I costi per le procedure aggiuntive dovrebbero essere a carico del promotore, e non gravare né sul singolo cittadino, né sul Servizio Sanitario Nazionale.
  • Il Provvedimento che sarà adottato dall’AIFA dovrà essere chiaramente orientato alla promozione della ricerca osservazionale.

Ed eventuali ulteriori considerazioni da fare sul tema della ricerca osservazionale e dei dati?

Il decreto 30 novembre 2021 sugli studi non a scopo di lucro e gli studi osservazionali prevede, all’articolo 6, che per gli studi osservazionali prospettici occorra il parere favorevole soltanto di un Comitato Etico competente e che questo sia valido per tutti i centri nei quali sarà svolto lo studio. È importante che ciò valga per tutta la ricerca osservazionale, e non solo per quella che riguarda il farmaco.

Anche per la sperimentazione clinica cosiddetta “interventistica”, sulla base del Regolamento (UE) 536/2014, si prevede che sia un solo comitato etico ad esprimere il parere. Se il parere di un unico comitato vale per gli studi osservazionali con farmaco e per gli studi interventistici, che hanno un forte impatto per il partecipante, a maggior ragione deve valere per gli studi osservazionali, che certamente hanno un impatto inferiore.

Alla luce di tutto ciò, quali criticità e opportunità vede?

Gli studi osservazionali sono analoghi agli studi che, nel Regolamento (UE) 526/2014 sono definiti, all’articolo 2, “sperimentazioni cliniche a basso livello di intervento”, cioè sperimentazioni che soddisfano “tutte queste condizioni: a) i medicinali sperimentali, ad esclusione dei placebo, sono autorizzati; b) in base al protocollo della sperimentazione clinica, i) i medicinali sperimentali sono utilizzati in conformità alle condizioni dell’autorizzazione all’immissione in commercio; o ii) l’impiego di medicinali sperimentali è basato su elementi di evidenza scientifica e supportato da pubblicazioni scientifiche sulla sicurezza e l’efficacia di tali medicinali sperimentali in uno qualsiasi degli Stati membri interessati; e c) le procedure diagnostiche o di monitoraggio aggiuntive pongono solo rischi o oneri aggiuntivi minimi per la sicurezza dei soggetti rispetto alla normale pratica clinica in qualsiasi Stato membro interessato”.

Il provvedimento che l’AIFA dovrà adottare dovrà tenere conto anche di questo.

Stefanelli: “Finalmente si volta pagina”

Silvia Stefanelli

“Credo ci troviamo di fronte a un documento di grande rilevanza – afferma l’avvocata Stefanelli -. L’AIFA, infatti, ai sensi dell’articolo 6 del decreto 30 novembre 2021, è chiamata a ridisciplinare gli studi osservazionali. Il Centro di coordinamento nazionale dei Comitati etici territoriali per le sperimentazioni cliniche sui medicinali per uso umano e sui dispositivi medici muove i primi passi in questa direzione e ci dice come gestire tutti quegli studi in cui il ricercatore non determina l’assegnazione dei soggetti ai diversi gruppi di studio, ma si limita a registrare (osservare) quello che avviene nella realtà. Si tratta dei cosiddetti Real World Data. L’aspetto più interessante del mio punto di vista, quello della privacy, riguarda l’ammissibilità del legittimo interesse come base giuridica”.

Per la prima volta nel settore, si ammette la possibilità di trattare i dati con una base giuridica diversa dal consenso, aprendo all’ipotesi del legittimo interesse

In questo modo, per la prima volta nel settore, si ammette la possibilità di trattare i dati con una base giuridica diversa dal consenso. “Il consenso infatti può non essere sempre la base giuridica corretta: potrebbe infatti non presentare il requisito della “libertà del consenso”, fondamentale per la sua liceità – commenta l’avvocata -. Spesso, poi ottenere il consenso presenta molte difficoltà, bloccando di fatto la raccolta e il trattamento di dati che potrebbero essere utili anche per una migliore organizzazione del SSN. La valutazione della possibilità di utilizzare un’altra base giuridica rappresenta senza dubbio un’apertura importante: occorre però tenere presente che, in ogni caso, non viene meno l’obbligo di informare il paziente sul trattamento dei suoi dati”.

È la prima volta che nel nostro Paese, rimarca Stefanelli, un organismo istituzionale qual è il Centro di coordinamento nazionale dei Comitati etici prende in considerazione un’ipotesi alternativa al consenso, quella del legittimo interesse. “In ambito comunitario sono già state espresse posizioni che evidenziano come non sempre il consenso sia la base giuridica corretta, ma questa è la prima volta che in Italia vediamo questo tipo di apertura – afferma l’avvocata -. Un approccio innovativo, sulla scorta della direzione intrapresa dalle istituzioni europee verso la creazione di uno Spazio Europeo dei Dati Sanitari che consentirà di sfruttare in misura maggiore i Real World Data non solo dal punto di vista clinico, ma anche per un miglioramento del servizio”.

Ma non si tratta di una novità che andrà tout-court a sostituirsi sempre ed automaticamente al consenso precisa l’avvocata Stefanelli: “Non pensiamo che da un giorno all’altro il legittimo interesse prenderà il posto del consenso.

La base giuridica per il trattamento dei dati va determinata di volta in volta tenendo conto della specifica finalità per la quale di dati sono trattati

La base giuridica per il trattamento dei dati va determinata di volta in volta tenendo conto della specifica finalità per la quale i dati sono trattati e, inoltre, occorre ricordare che il legittimo interesse richiede sempre il bilanciamento degli interessi (considerando WP29 Opinion 6/2014). Tuttavia, è già di per sé interessante che in questo documento si ammetta il ri-trattamento dei dati (che nel GDPR si definisce “secondary use”) affermandola come possibilità. Ovviamente occorre poi tenere presente che l’utilizzo di altra base giuridica non fa venir meno l’applicazione delle misure di sicurezza dei dati, quali pseudonimizzazione e cifratura. Un plauso al Centro di Coordinamento dei Comitati Etici. Forse stiamo lentamente voltando pagina”.