Partono oggi, con l’inaugurazione di un percorso formativo sulla promozione della ricerca clinica rivolto ai manager delle Aziende sanitarie, le attività previste dal protocollo d’intesa Fiaso-Farmindustria. L’evento, all’Istituto Nazionale Tumori di Milano, rappresenta il primo di tre appuntamenti formativi – dedicati rispettivamente alle Aziende del Nord, del Centro e del Sud – che puntano a promuovere la diffusione di modelli organizzativi efficienti per la gestione della ricerca clinica, approfondendo i trend innovativi e le recenti evoluzioni normative, e mettendo in luce le strategie per rendere il sistema della ricerca sempre più attrattivo.
La ricerca clinica rappresenta per il Paese un motore di sviluppo scientifico, economico e sociale: rende infatti disponibili terapie innovative per i pazienti, incrementa la competitività scientifica di medici e ricercatori, migliora la qualità dell’assistenza sanitaria e, non da ultimo, assicura risparmi per il Ssn poiché i costi della ricerca (terapia, esami diagnostici, assistenza) sono a carico delle aziende promotrici. Secondo i dati ALTEMS, ogni euro investito in sperimentazione clinica dalle imprese farmaceutiche genera un beneficio complessivo per il Sistema Sanitario Nazionale di circa 3 euro. Si stima che da qui al 2026 il loro investimento – il più grande al mondo in Ricerca e sviluppo – sarà di 1.400 miliardi di euro, per l’80% destinati ad un network di open innovation costituito da diversi soggetti pubblici e privati. Una parte importante di queste risorse si concretizzeranno in studi clinici, per i quali l’Italia riveste un ruolo significativo.
“La ricerca e l’innovazione sono presupposti fondamentali per assicurare l’efficacia terapeutica e di conseguenza l’appropriatezza clinica e la sostenibilità economica del Servizio sanitario nazionale. In questo senso la collaborazione con l’industria farmaceutica, pur nel rispetto reciproco dei ruoli e dei confini operativi, diventa strategica e indispensabile – dichiara Giovanni Migliore, Presidente di Fiaso-. La Fiaso, attraverso questo accordo che prevede momenti formativi in tutti i territori, può avere il ruolo di provider nazionale a servizio delle aziende sanitarie e ospedaliere con l’obiettivo di fornire gli strumenti gestionali necessari per sostenere la complessità dei procedimenti sperimentali ed eliminare così il gap Nord-Sud. A partire dalla necessità di investire nelle competenze chiave ormai essenziali per tutti i trial clinici, da quelle manageriali a quelle più tecniche, che includono figure come data manager, infermieri di ricerca, esperti in tutela della proprietà intellettuale, e ancora personale specializzato nelle questioni legate alla compliance, alla privacy e ai conflitti di interesse”.
“Gli studi clinici sono fondamentali per qualità delle cure e investimenti nel Paese – afferma Marcello Cattani, Presidente di Farmindustria-. Un fattore di crescita che richiede un contesto complessivamente attrattivo: finanziamento adeguato, rapido accesso alle cure e procedure per inserire nei tempi previsti i pazienti negli studi che sono condotti a livello internazionale, rispettando il loro diritto ad entrare nei protocolli clinici più aggiornati. Certamente l’Italia può e deve fare di più in tutti questi contesti e chiederemo al prossimo Governo iniziative in tale senso. I benefici per tutto il Paese sarebbero notevolissimi. Sono 700 i milioni investiti annualmente in Italia in studi clinici dalle imprese farmaceutiche ma possono ancora crescere perché l’Italia ha grandi competenze grazie anche alla sinergia e alle collaborazioni con Università, Centri di Ricerca e Istituzioni sanitarie, che rappresentano un network di molte eccellenze”.
“Con il Regolamento europeo sulle sperimentazioni cliniche, attuato in tutti gli Stati membri dell’Unione europea a partire dal gennaio del 2022, si aprono nuove opportunità di investimenti, perché migliora e snellisce le procedure necessarie a sviluppare nuovi medicinali – prosegue Cattani -. Secondo un’indagine Farmindustria sulle aziende associate, per quest’anno sono 86 le sperimentazioni cliniche programmate nel Paese in accordo con il Regolamento UE. Ecco perché, per essere più competitivi dobbiamo finalmente adeguare il quadro regolatorio con l’emanazione dei decreti attuativi da tempo annunciati. È necessario quindi potenziare i centri sperimentali, perfezionando l’organizzazione con un adeguato organico di personale dedicato e formato alla ricerca clinica e puntare sulla digitalizzazione dei centri di ricerca e sulle tecnologie innovative, permettendo il miglioramento dei processi di gestione e conduzione dei trial. Senza dimenticare di assicurare un veloce accesso ai farmaci, in particolare quelli innovativi, anche attraverso un maggiore coinvolgimento dei cittadini negli studi clinici. Tutelare il loro diritto alle sperimentazioni cliniche è una priorità scientifica, clinica e sociale per offrire le migliori cure in tempi rapidi, oggi eccessivi e non più tollerabili. Inoltre la riduzione del numero e la semplificazione degli iter burocratici dei comitati etici devono essere ulteriormente accelerate. Solo così sarà possibile garantire un risparmio concreto al SSN e competere nella sfida globale senza restare indietro rispetto ad altri Paesi”.
Non solo ricerca clinica e formazione
L’accordo fra Fiaso e Farmindustria si propone inoltre di attivare, nel prossimo futuro, progetti e collaborazioni in tema di appropriatezza terapeutica e medicina di prossimità, per migliorare il percorso dall’innovazione al farmaco a domicilio, stimolare la crescita della telemedicina e rafforzare il legame ospedale-territorio; di affrontare la questione della sensibilizzazione e informazione sul tema dell’accesso alle terapie con plasmaderivati; di rilevare e diffondere le best practice delle Aziende sanitarie per incentivare lo sviluppo della sperimentazione clinica e la funzionalità dei clinical trial center.
Nella nuova puntata del nostro Speciale Elezioni abbiamo ospitato Simona Nocerino (Impegno Civico) e Fabio De Iaco (Presidente Società Italiana di Medicina d’Emergenza Urgenza).
Tra i temi discussi: la medicina del territorio alla luce del Pnrr e del Dm77, la riforma del Pronto Soccorso e delle scuole di specializzazione, gli incentivi per sopperire alla carenza di organico e alla fuga dei professionisti dalla sanità pubblica verso quella privata.
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Primo problema: definire cosa è innovazione. Secondo: come acquistare innovazione. Terzo (ma in realtà a monte dell’intero processo): l’attuazione dei nuovi, ma in realtà neanche più così tanto, regolamenti europei.
Ma anche in un contesto così complicato, c’è chi prova a dare delle indicazioni: è il caso della Delibera della Regione Toscana N° 737 del 27 giugno 2022, che prevede una corsia preferenziale per l’acquisto dei Dispositivi Medici innovativi. Questi potranno quindi essere messi a disposizione dei clinici e dei pazienti entro poche settimane, in tempi molto più rapidi rispetto alle procedure di gara tradizionali. Alla base della possibilità di attivare il percorso di acquisto veloce, l’obbligo di una preventiva valutazione di Health Technology Assessment (HTA). Analizziamo la delibera e facciamo il punto su criticità e prospettive con Fernanda Gellona, Direttore Generale Confindustria Dispositivi Medici.
Cosa prevede la delibera della Regione Toscana
La delibera individua tre criteri definire innovativo un nuovo dispositivo medico:
1) il soddisfacimento di un bisogno terapeutico altrimenti non soddisfatto o non sufficientemente soddisfatto;
2) un documentato e rilevante vantaggio di natura clinica rispetto ai dispositivi predecessori;
3) la presenza di un rilevante miglioramento organizzativo che aumenta l’efficienza della procedura assistenziale in esame.
Per ottenere il riconoscimento di innovatività è sufficiente che almeno uno dei tre criteri sia soddisfatto, ma, soprattutto per i criteri 2 e 3, la delibera prevede che il DM debba oltrepassare una soglia minima di valore clinico oppure economico, definita in termini numerici, al fine di evitare scelte “fuori standard”, prive di una specifica documentazione clinica e/o economica.
Ancora prima, è necessario che i dispositivi soddisfino due pre-requisiti evidenziali: la disponibilità di almeno uno studio clinico pubblicato su una rivista censita da Pubmed e la disponibilità di almeno uno studio che riporti una stima del beneficio incrementale in confronto con adeguato comparator.
Resta aperta la questione della sistematica rilevazione degli esiti e del loro miglioramento che deve far seguito all’introduzione di un prodotto innovativo nel Sistema Sanitario Regionale. Il settore dei farmaci ha tracciato un percorso di rilevazione basato sui registri.
Gellona: “Bene un primo progetto ma in prospettiva ci sia uniformità a livello nazionale”
La novità introdotta dalla Toscana è ben accolta da Fernanda Gellona, Direttore Generale Confindustria Dispositivi Medici: “Sicuramente, in linea di principio, la nostra valutazione è positiva: l’approccio usato ricalca in buona sostanza ciò che auspichiamo da tempo, cioè un percorso che individui, permetta di scegliere e quindi premi i DM innovativi. Siamo ovviamente d’accordo sul fatto ci debba essere a monte un percorso di valutazione dell’innovazione del dispositivo (HTA) che evidenzi se e quali innovazioni il dispositivo stesso possa portare dal punto di vista clinico oppure organizzativo e di costi complessivi”.
Il sistema funzionerà? “Come sempre, trattandosi di procedure nuove, sarà possibile rispondere a questa domanda in modo compiuto solo dopo aver sperimentato il percorso: deve ancora superare la “prova pratica”. In linea di massima è molto valido e sono curiosa di vedere se la bontà sarà confermata dall’uso oppure se ci saranno aspetti da modificare, ma lo sapremo più avanti”.
La Toscana ha quindi compiuto un balzo in avanti rispetto alla normativa attuale. Se da un lato Confindustria DM vede di buon occhio che altre Regioni seguano l’esempio, d’altro canto esprime preoccupazione per la possibile eterogeneità delle soluzioni adottate. “La Toscana, insieme ad altre regioni, ha già fatto storicamente da apripista su alcune tematiche: è probabile che altre possano attivarsi in questo senso, cosa di cui saremmo molto lieti, sempre se il sistema proposto dalla Toscana si rivelasse efficace anche nella prassi oppure apportando le correzioni utili – commenta Gellona -.
Bisogna evitare differenze di approccio tra le Regioni: questo tipo di processo per la propria natura dovrebbe essere uniforme a livello nazionale
L’unico aspetto che potrebbe rivelarsi critico è questo: bisogna evitare delle differenze di approccio e la solita frammentazione tale per cui ogni Regione vada a personalizzare a modo proprio questo tipo di processo che per la propria natura dovrebbe essere uniforme a livello nazionale”.
Perché è così difficile acquistare DM innovativi?
Al momento sono ancora numerose le criticità che si pongono per l’acquisto di DM innovativi. Ad alcune prova a rispondere la Regione Toscana con la recente delibera, altre invece derivano da un livello più alto, quello europeo, ed è quindi ancora più difficile trovare una soluzione.
“La prima difficoltà è proprio che non esiste un percorso di valutazione e riconoscimento dei DM innovativi, né sul piano dei Lea, nel senso che la commissione Lea non ha aggiornato praticamente nulla, né per quanto riguarda le procedure di gara: non ci sono procedure ad hoc per i DM innovativi, quindi un dispositivo di questo genere non ha modo di essere riconosciuto e premiato per l’innovazione che porta – spiega Gellona -.
Salutiamo la delibera della Regione Toscana con grande favore perché individua e definisce un percorso, cosa che noi chiediamo da tempo e riteniamo molto positiva
Ecco perché salutiamo questa delibera della Regione Toscana con grande favore: si individua e definisce un percorso, cosa che noi chiediamo da tempo e riteniamo molto positiva. Oggi come oggi a livello nazionale non esiste una definizione per inquadrare un DM come innovativo e non esiste un piano di HTA; esistono esempi nelle singole Regioni, ma, ancora una volta, con modalità diverse, per cui un DM riesce a essere riconosciuto in qualche Regione e in altre no”.
Come superare questi ostacoli? “Auspichiamo che il nuovo governo che si insedierà possa mettere in atto quel disegno che fu definito già tre governi fa di piano nazionale per l’HTA, che è rimasto scritto sulla carta ma non è mai realmente stato implementato. Speriamo pertanto che finalmente questo passo si compia e va detto che non solo c’è bisogno di un piano nazionale di HTA che definisca a monte un modo per riconoscere le innovazioni, ma anche della parte a valle, cioè della definizione delle modalità di acquisto delle innovazioni, perché solo il riconoscimento del prodotto innovativo non basta se non ci sono gli strumenti per acquistarlo e il progetto resta monco”.
Non si tratta, precisa Gellona, di un lavoro da iniziare. Anzi. “Molto è stato fatto: noi speriamo che il nuovo governo riprenda quanto già predisposto, che per altro era stato largamente condiviso da tutti gli stakeholder. Ripartire da zero sarebbe una perdita di tempo e di risorse: secondo noi non si può che andare nella direzione di ripartire dal lavoro già fatto, tanto più che non ci aspettiamo anni di grande benessere finanziario a giudicare dalla situazione generale che viviamo tutti i giorni”.
Un aiuto potrebbe venire dal PNRR: DM innovativi sono un’opportunità di digitalizzazione
Un aiuto potrebbe venire dal PNRR e dalla forte spinta del Piano alla digitalizzazione. “In sanità, questo si lega al fatto che nel 90% dei casi i DM hanno come base tecnologica la digitalizzazione. La scelta di assecondarla nel PNRR, secondo noi molto appropriata, dovrebbe portare con sé altre attività indispensabili che sono la valutazione di HTA e l’impostazione di procedure di gara coerenti con un prodotto innovativo del prodotto o del processo. Sono aspetti fondamentali non solo per realizzare quanto previsto dal PNRR, ma anche, più in generale, per un rimodernamento della sanità, come ormai tutti dicono si debba fare. I DM da questo punto di vista sono una grande opportunità. La nostra speranza è che il prossimo governo ne sia consapevole e la colga”.
Ma per completare il quadro manca ancora qualcosa. “I nuovi regolamenti sui DM e dispositivi in vitro sono un tema non solo italiano ma europeo, molto delicato e a monte di tutto il discorso – afferma Gellona -. Siamo ancora indietro per la completa implementazione dei regolamenti e il nostro auspicio è che il nuovo governo si faccia parte attiva per porre rimedio a una situazione che sta diventando molto critica per una serie di motivi: c’è il rischio che non si faccia in tempo a certificare i DM e questo è un problema non solo di approvvigionamento, perché se non hanno la corretta marcatura non possono essere venduti e acquistati, ma, più in generale, si tratta di fare in modo che il nuovo meccanismo regolatorio possa funzionare bene, cosa che a oggi non è. Il tema è strettamente correlato all’innovazione: se ho un DM innovativo ma non ho la possibilità di farlo entrare nel sistema perché non ci sono organismi notificati, non ci sono specifiche tecniche comuni e non riesco a marcarlo, non potrò mai riuscire a metterlo a disposizione della sanità”.
È stata avviata un’indagine nazionale sulle condizioni sociali ed economiche dei circa 10 mila familiari dei pazienti con demenza: a partire da oggi 20 settembre 2022 è possibile compilare il questionario dedicato attraverso il seguente link. L’indagine, promossa dall’Osservatorio Demenze dell’ISS in collaborazione con l’Associazione Alzheimer Uniti Italia, viene presentata nel corso del convegno che si svolge in Campidoglio (vedi programma allegato) in occasione dell’imminente Giornata mondiale dell’Alzheimer (21 settembre). Ed è una delle numerose iniziative in cui l’Istituto è coinvolto, in collaborazione con le Regioni e le Province Autonome (PA), le società scientifiche e le associazioni dei pazienti, grazie al Decreto sul Fondo per l’Alzheimer e le Demenze, pubblicato lo scorso 30 marzo sulla Gazzetta Ufficiale.
“E’ di fatto il primo finanziamento pubblico sulla demenza nella storia del nostro Paese e rappresenta, dopo il Progetto Cronos e la pubblicazione del Piano Nazionale delle Demenze (PND), la più grande operazione di sanità pubblica su questo tema – afferma Nicola Vanacore, responsabile dell’Osservatorio Demenze – . Il Fondo stanzia 14 milioni e 100.000 euro per le Regioni e le PA e 900.000 euro per l’ISS per l’esecuzione di una serie di attività progettuali orientate al perseguimento degli obiettivi dello stesso PND”.
Non è solo l’indagine a essere illustrata oggi in Campidoglio, ma anche tutte le altre iniziative in cui l’Osservatorio Demenze è impegnato in prima linea: dall’aggiornamento e integrazione della Linea Guida su diagnosi e trattamento, alla survey nazionale sulle strutture, dalla stima dei fattori di rischio per quantificare il numero di casi evitabili alla formazione per i professionisti sanitari fino alla promozione della cartella clinica informatizzata.
“Si tratta di una straordinaria occasione: un finanziamento specifico sulle demenze che giunge dopo quasi otto anni dalla pubblicazione del PND che, ricordiamo, non prevedeva alcun sostegno economico – prosegue Vanacore -. Un finanziamento che, oltretutto per la prima volta, contempla la ricerca sui trattamenti psico-educazionali, di riabilitazione cognitiva e di supporto ai caregiver, con l’obiettivo di perseguire l’appropriatezza degli interventi da trasferire nel sistema dell’assistenza”.
I progetti delle Regioni e delle Province Autonome su una o più delle cinque linee progettuali previste dal Decreto (diagnosi precoce – prima cioè dell’insorgenza della demenza, diagnosi tempestiva – quando la demenza è già evidente, telemedicina, tele-riabilitazione e trattamenti psicoeducativi, di stimolazione cognitiva e di supporto ai caregiver) verranno presentati in un altro convegno che si tiene il prossimo 26 settembre presso l’Istituto Superiore di Sanità. Un vero e proprio patrimonio di idee e progetti da condividere e implementare per cambiare in meglio la realtà assistenziale.
Le attività in programma
Una “Linea Guida sulla diagnosi e trattamento della demenza” che prevede di aggiornare quella del National Institute for Health and Care Excellence (NICE) del 2018 che contiene 40 quesiti, 126 raccomandazioni di sanità pubblica e 26 raccomandazioni di ricerca. A questi quesiti ne sono stati aggiunti 14: 11 sul Mild Cognitive Impairment (MCI) e tre sulla demenza. La LG è condotta in accordo al Manuale metodologico del Sistema Nazionale delle Linee Guida e consentirà di disporre di raccomandazioni utili nella pratica clinica per perseguire in ogni territorio l’appropriatezza diagnostica e terapeutica nell’assistenza ai pazienti con demenza.
Una survey nazionale per ognuno dei tre nodi assistenziali (Centri per i Disturbi Cognitivi e le Demenze – CDCD, Centri Diurni, RSA) per un numero complessivo di circa 000 strutture. Le informazioni raccolte saranno utili per aggiornare la mappa dei servizi presente sul sito dell’Osservatorio Demenze, stimare la numerosità e le caratteristiche delle persone con demenza che si rivolgono ai servizi; descrivere le complessità derivanti dall’approccio clinico e dalla presa in carico dei pazienti; esplorare le risorse e le barriere presenti a livello dei servizi nelle diverse regioni.
Un’indagine nazionale, in collaborazione con l’Associazione Alzheimer Uniti Italia, sulle condizioni sociali ed economiche dei familiari dei pazienti con demenza: da oggi, 20 settembre, è possibile accedere e compilare il questionario utilizzando il seguente link. Nello specifico l’indagine, che si pone l’obiettivo di raggiungere 10.000 familiari dei pazienti con demenza stratificati per la frequenza della patologia nelle diverse regioni, consentirà di acquisire un quadro aggiornato su:
difficoltà e tempistiche che riguardano la fase della diagnosi di demenza;
costi sostenuti dalle famiglie per la cura di persone con demenza;
criticità che riguardano l’assegnazione di figure giuridiche di supporto (come quella di un tutore o di un amministratore di sostegno);
effetti che l’epidemia pandemica da Covid-19 ha avuto sul percorso di diagnosi, presa in carico e servizi per le persone con demenza e sulle loro famiglie.
4. Elaborazione di una stima della prevalenza dei 12 fattori di rischio prevenibili per la demenza (diabete, ipertensione, obesità, scarse relazioni sociali, sedentarietà, problemi di udito, traumi cerebrali, bassa scolarità, inquinamento atmosferico, depressione, eccessivo consumo di alcol, fumo) in tutte le Regioni e le PA in collaborazione con il Sistema di Sorveglianza PASSI e PASSI d’Argento. Con questa stima sarà possibile calcolare il numero di casi evitabili di Alzheimer e demenza vascolare in ogni regione e PA, fornendo, per la prima volta, ai Dipartimenti di Epidemiologia delle Regioni, la reale entità del fenomeno, al fine di sviluppare azioni di sanità pubblica più mirate nell’ambito degli aggiornamenti dei Piani Regionali di Prevenzione in essere.
5. Definizione di un programma formativo per i professionisti sanitari della riabilitazione e per i familiari e i caregiver dei pazienti che prevede la creazione di un corso da condurre sia nelle modalità in presenza che a distanza (corso FAD). Questi due corsi vanno a completare l’offerta formativa già in essere dell’Osservatorio Demenze, che organizza da anni un corso di epidemiologia clinica delle demenze, un corso sulla stesura di un PDTA nella demenza e un corso per i medici di medicina generale e, infine, da quest’anno, un corso specifico sulla tematica demenza e migranti.
6. Disseminazione e implementazione di quattro documenti prodotti negli ultimi cinque anni dal Tavolo delle Demenze quali: le Linee di indirizzo per la definizione dei PDTA, quello sull’uso dei Sistemi Informativi e quelli sulla creazione delle Comunità Amiche delle demenze e il Governo Clinico della Demenza. Quest’ultimo documento, in particolare, include raccomandazioni sulla comunicazione della diagnosi, informazioni sulle figure giuridiche a tutela delle persone con demenza e sugli strumenti utili per definire la capacità e le competenze delle persone con demenza. Infine, l’ISS porterà al tavolo permanente delle Demenze una proposta di aggiornamento del PND.
7. Promozione dell’istituzione di una cartella clinica informatizzata nei 587 CDCD presenti sul territorio. La creazione di un flusso di dati provenienti dalle cartelle informatizzate di tutti i CDCD consentirà di intraprendere una strada che insieme alla validazione dei flussi sanitari correnti (prescrizioni di farmaci, ricoveri ospedalieri, esenzione, ricoveri in strutture residenziali e semiresidenziali, pronto soccorso) porterà alla costruzione di un sistema informativo nazionale sulla demenza così come previsto dal PND e confermato dal Fondo per l’Alzheimer e le demenze.
I numeri
In Italia, il numero totale dei pazienti con demenza è stimato in oltre un milione (di cui circa 600.000 con demenza di Alzheimer) e circa tre milioni sono le persone direttamente o indirettamente coinvolte nella loro assistenza, con conseguenze anche sul piano economico e organizzativo. Il fenomeno è in aumento per l’invecchiamento della popolazione. Secondo le proiezioni demografiche, riportate dal sito del Ministero della salute, sulla base dei trend attuali, nel 2051 ci saranno 280 anziani ogni 100 giovani, con aumento di tutte le malattie croniche legate all’età, e tra queste le demenze.
“La ricerca deve essere al centro della crescita in Italia”, firmato Mario Draghi. Ma stritolata dalla burocrazia, a corto di finanziamenti e personale, alle prese con norme sulla privacy che rendono quasi impossibile la gestione dei dati, in affannoso recupero dei ritardi accumulati per l’implementazione del Regolamento europeo del 2014 sugli studi clinici, l’Italia rischia di perdere il treno dell’innovazione in campo biomedico. Che solo nel settore farmaceutico a livello globale vale mille miliardi di dollari, che le grandi multinazionali hanno programmato di investire da qui al 2025. Un piatto del quale, in queste condizioni, all’Italia rischiano di spettare solo le briciole.
A fare il punto sulle sperimentazioni cliniche sono gli esperti riuniti nel convegno sulla ‘Ricerca clinica in Italia’, organizzato a Roma, presso la sede dell’ISS, da Fadoi, la Società scientifica dei medici internisti ospedalieri, che hanno preso in carico il 70% dei pazienti Covid durante la pandemia.
Proprio i due anni e mezzo di Covid ci hanno insegnato quanto sia importante far convergere sulla ricerca clinica gli sforzi tanto del pubblico che del privato. Ma in Italia i trial clinici no profit in dieci anni, dal 2009 al 2019, sono diminuiti del 51%.
Italia fanalino di coda in Europa per trial clinici
I tempi troppo lunghi della burocrazia erano e sono un fattore che limita la partecipazione dell’Italia ai trial clinici. A dirlo sono i numeri, perché se nel nostro Paese se ne conducono ogni anno 4,6 ogni 10mila abitanti, in Germania sono 5,6, in Spagna e Francia 6, in Gran Bretagna 6,8, in Olanda 16,7, per non parlare del record danese fissato a 25,5. “Un gap dove a rimetterci sono soprattutto gli assistiti, perché dove si fa ricerca ci si cura anche meglio”, spiega il Presidente Fadoi, Dario Manfellotto. “Infatti – sottolinea – nei Paesi dove si fa sperimentazione clinica solitamente arrivano prima anche i farmaci innovativi e si diffonde più rapidamente la loro conoscenza tra i medici che possono poi utilizzarli al meglio”.
“A uscirne più penalizzata è poi proprio la ricerca indipendente no profit, che se nel 2018 si attestava al 27,3% del totale delle sperimentazioni condotte in Italia, l’anno successivo ha avuto una contrazione al 23,2%. Una ricerca nella quale tra l’altro il 90% degli investimenti che ne consentono lo svolgimento è sostenuto da privati”, afferma Gualberto Gussoni, direttore scientifico di Fadoi.
Poco male si dirà, ma questa proporzione suscita qualche riflessione tenuto conto che gli studi indipendenti rispondono a esigenze meno stringenti rispetto a quelle di mercato e possono portare a scoperte in ambiti che solitamente suscitano minore interesse negli investitori privati.
“Un vantaggio da un punto di vista assistenziale, ma anche economico – spiega Francesco Dentali, Vice Presidente Fadoi – perché come ricordato dagli esperti, ogni euro versato all’ospedale o all’istituzione scientifica per la sperimentazione clinica dai promotori profit genera un utile netto per l’ospedale di 0,5 euro e un risparmio per il SSN di circa 2,5 euro grazie alla fornitura gratuita di farmaci, Per non parlare del fatto che ogni anno in Italia circa 40mila pazienti affetti da patologie gravi, come tumori, malattie ematologiche e cardiovascolari, partecipando ai trials possono beneficiare con anticipo anche di anni dei trattamenti innovativi, con maggiori possibilità di guarigione e di miglioramento della qualità di vita”.
Alcuni punti critici che imbrigliano la ricerca
Tutti vantaggi che rischiamo di lasciarci sfuggire di mano e di non cogliere nonostante tutte le competenze che il nostro sistema della ricerca è in grado di esprimere, se non sapremo rimuovere gli ostacoli che frenano la ricerca, ostacoli e criticità che saranno al centro di un manifesto per il rilancio delle sperimentazioni cliniche nel Paese, che la stessa Fadoi presenterà a breve all’Iss e alle altre istituzioni interessate alla ricerca clinica.
Tra i primi ostacoli c’è la carenza di risorse. “La ricerca è fatta di numeri e noi in ricerca clinica investiamo 750 milioni di euro (il 90% dal privato), quanto il solo Stato federale americano mette sul piatto per la sola oncologia. Per la ricerca nel campo della salute l’Italia investe circa il 10% della spesa complessiva in R&S, più o meno quanto per le esplorazioni spaziali” ricorda Gussoni.
C’è poi il problema della cronica carenza di personale medico e infermieristico, che oberato da compiti assistenziali non trova tempo per dedicarsi anche ai trial clinici. Per non parlare delle figure professionali dedicate alla ricerca ancora senza un inquadramento professionale ed economico definito, “tanto che alcuni sono inquadrati come personale di segreteria” rimarca sempre il responsabile ricerca di Fadoi.
A stritolare non poco la ricerca c’è poi la burocrazia. In Italia a regolamentarla negli ultimi otto anni si sono affastellati una ventina di provvedimenti normativi, solo per citare quelli principali. In Spagna un solo decreto di 42 pagine ha regolato l’intero settore.
“Il rapporto pubblico privato stenta poi a decollare per una resistenza di carattere ideologico a condurre ricerca in partnership e per via di una farraginosità normativa che rende molto faticoso scambiare ricercatori e personale, come avviene invece nei paesi anglosassoni” spiega Andrea Fontanella, past president Fadoi.
Ad appesantire il tutto intervengono inoltre le norme sulla privacy che trasformano in una impresa la gestione dei dati clinici. “Basti pensare che per gli studi osservazionali retrospettivi, nei quali i dati delle cartelle cliniche vengono aggregati in modo anonimo e quindi non riconoscibile, il Garante della privacy chiede di norma l’autorizzazione specifica di ciascun paziente. Magari per dati vecchi di anni”, spiega ancora Fontanella.
Rischia POI di diventare un’occasione persa il regolamento UE sui trial clinici approvato nel 2014 per armonizzare valutazioni e autorizzazioni delle sperimentazioni, ma al quale dopo 8 anni l’Italia non si è ancora adeguata. Restano così ancora troppi nodi irrisolti: dalla definizione dei requisiti dei centri autorizzati alla sperimentazione, alle modalità per tutelare l’indipendenza degli studi e garantire l’assenza di conflitti di interesse, fino alla cruciale riduzione dei comitati etici, dai circa 90 attuali a un massimo di 40. E anche questo rischia di far aumentare il divario tra l’Italia e gli altri Paesi europei che al nuovo Regolamento si stanno adeguando ponendosi così in posizione privilegiata in termini di finanziamenti, visto che dal 31 gennaio del 2022 tutte le nuove sperimentazioni devono adeguarsi agli standard previsti dall’Ue.
Le proposte Fadoi
In attesa del manifesto per la ricerca che verrà a breve consegnato all’Iss per una sua condivisione, Fadoi ha comunque avanzato alcune proposte pe rilanciare le sperimentazioni cliniche in Italia. “Tra queste – sintetizza il presidente Manfellotto – il limitarsi a un solo parere di un Comitato etico valido su base nazionale per tutte le tipologie di studi; la maggiore uniformità della documentazione necessaria all’autorizzazione degli studi; la creazione di un’unica Agenzia nazionale della ricerca che possa assolvere a competenze oggi suddivise fra le diverse istituzioni dello Stato; una quota fissa del fondo sanitario nazionale per il finanziamento della ricerca no profit; il reinvestimento in ricerca clinica degli utili conseguenti alle sperimentazioni; la promozione della ricerca tra i criteri di valutazione dei DG delle Aziende Ospedaliere / Aziende Sanitarie Locali ; il rafforzamento delle infrastrutture digitali nei centri di ricerca; il riconoscimento e la diffusione di figure professionali a supporto delle ricerca”.
Fascicolo sanitario elettronico nazionale, ruolo del medico di medicina generale nella riforma dell’assistenza territoriale, remunerazione e incentivi per rendere di nuovo attrattive le professioni sanitarie, federalismo sanitario. Ne abbiamo parlato con Andrea Costa (Noi Moderati) e Claudio Cricelli (SIMG), nella nuova puntata del nostro Speciale Elezioni.
Gli ospiti della prossima puntata saranno Simona Nocerino (Impegno Civico) e Fabio De Iaco (Società Italiana della medicina di emergenza-urgenza).
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Tempo di raccogliere le idee dopo un evento di successo. Cosa serve alla telemedicina? Innanzitutto il coinvolgimento dei medici, ma anche ragionare su tre modelli: organizzativi, di implementazione tecnologica e di acquisizione. Facciamo il punto con Ottavio Di Cillo, presidente dell’Associazione italiana Sanità digitale e Telemedicina (AiSDeT), reduce dalla due giorni degli Stati generali della Telemedicina che ha radunato a Bari ben 22 società scientifiche.
“Il convegno è andato molto bene, a partire dal fatto di aver messo intorno a un tavolo finalmente i medici, che sembravano un po’ defilati dalle riflessioni sulla telemedicina, ma in concreto sono coloro che devono dare un servizio al cittadino: è importante creare una squadra per la telemedicina in cui ci siano anche i medici, poco sentiti finora a livello romano”, commenta l’esperto.
“Durante gli Stati generali è stato sottoscritto un documento condiviso che prende le mosse dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), che dà molta importanza al fascicolo sanitario elettronico: tutto ciò che non è interoperabile con esso, non sarà finanziato – afferma -. È necessario partire dagli atti normativi, che delineano la creazione di un ecosistema nazionale della telemedicina. Un ecosistema che deve includere tutti, tecnici, startup, utenti, e ovviamente i medici”.
Oltre al DM77, vanno tenuti in conto gli standard dell’assistenza domiciliare, sottolinea Di Cillo: “Indicano in modo chiaro una volontà di coordinamento per edificare un ecosistema digitale con la presenza di medici e pazienti, con l’obiettivo di arrivare a un Servizio Sanitario Nazionale sempre più equo e universalistico, in un frangente in cui sono disponibili una serie di fondi, e in particolare le Missioni 1 e 6 del PNRR.
La ricetta per la telemedicina: tenere in conto gli atti normativi nazionali ed europei e sfruttare le risorse disponibili grazie al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza
Dobbiamo mettere insieme gli atti normativi nazionali ed europei con i fondi per il processo di transizione del SSN verso un’innovazione digitale che sia finalmente strutturata e non episodica o sperimentale come è capitato nel nostro Paese negli anni precedenti. Per questo è fondamentale un apporto collaborativo da parte di tutti gli attori che lavorano in sanità, medici in particolare, per avviare processi di lavoro capaci di superare una organizzazione a silos per arrivare a un approccio interdisciplinare. Ecco quindi la necessità della partecipazione delle società scientifiche”.
A seguito degli Stati generali sono in via di creazione gruppi di lavoro fondati sulla collaborazione e la coprogettazione: all’orizzonte un nuovo grande evento AiSDeT. “Inviteremo il ministero della Salute e Agenas, cui abbiamo inviato il documento prodotto in occasione degli Stati generali e abbiamo richiesto la creazione di un tavolo di lavoro, senza dimenticare le associazioni dei pazienti”.
Quali sono i punti cardine del documento? “Bisogna agire concretamente sui modelli organizzativi, di implementazione e di acquisizione delle tecnologie. Sul primo tema gravano le carenze di personale e l’esigenza di far entrare nella routine quotidiana la gestione di nuove logiche, oltre alla definizione della tariffazione, degli aspetti del rischio, legali e di tutela della privacy: è un lavoro che va fatto insieme ai medici – rimarca -. Sul modello tecnologico, serve garantire, come chiede il PNRR, l’integrazione e l’interoperabilità nella logica dell’ecosistema digitale, in un’ottica di circolarità delle informazioni e dei dati; è un ambito che investe quindi anche l’uso corretto dei Big Data e dell’Intelligenza Artificiale. Terzo punto, acquisizione: parliamo di forme innovative di procurement, come le Partnership Pubblico Privato (PPP), per sostenere logiche gestionali e governo dei processi da parte delle aziende sanitarie”.
Come arrivare a questo risultato? Fondamentali la formazione e l’informazione
Come arrivarci? “Sono fondamentali l’informazione e la formazione. Nel Tavolo 1 con la presenza del ministero della Salute e di quello dell’Innovazione tecnologica e della transizione digitale è stato fatto un bellissimo lavoro, dando vita a un portale di informazione e formazione, aperto a tutti, che sarà reso disponibile per le Regioni, su cui potranno andare a inserire le informazioni su cos’è la telemedicina, sui servizi, sul nomenclatore, e con la possibilità di porre domande e ricevere risposte. Ma non basta. C’è la parte dell’attività di formazione che spetta non solo alle università o alle istituzioni, perché devono essere individuate anche delle modalità di management innovativo e i nostri apicali devono avere competenze di e-leadership e, almeno in parte, conoscenza dei modelli organizzativi e tecnologici e sapere in questo contesto lavorare in team”.
Che legame c’è fra Telemedicina, PNRR e procurement?
Tra i punti centrali individuati dal presidente AiSDeT Di Cillo al termine degli Stati generali, l’acquisizione delle tecnologie. Ma che legame c’è fra telemedicina, PNRR e procurement? Ne parliamo con Ignazio Del Campo, responsabile del controllo gestionale all’Azienda Ospedaliero Universitaria Policlinico “G. Rodolico – San Marco” di Catania, consigliere dell’AiSDeT.
“Si tratta di aspetti strettamente correlati, perché il procurement, se è ragionato, dà valore ai servizi e ai modelli di servizi nella Pubblica Amministrazione (PA) arrivando a intervenire sui modelli e sull’offerta di servizi sanitari in ambiente digitale cioè prestazioni di telemedicina – spiega l’esperto -. La scelta della centralizzazione degli acquisti – ruolo centrale di Consip soprattutto per gli interventi connessi alla Missione 6 – Digitalizzazione DEA – diventa elemento fondamentale per conseguire la certezza di definizione delle procedure di procurement in termini di tempistiche e standardizzazione dei livelli qualitativi “minimi”, contribuendo quindi a eliminare alcune delle più evidenti criticità del sistema sanitario – la lentezza/difficoltà di acquistare beni e servizi – e offrendo migliori opportunità di conseguimento degli obiettivi di un programma di tipo performance quale è il PNRR. Il PNRR può essere considerato come lo strumento abilitante per la innovazione e trasformazione tecnologica, anche del sistema sanitario, atteso che si presenta con una solida struttura articolata su interventi, programma e singole milestone cui si affianca un robusto piano di monitoraggio sullo stato di avanzamento”.
Definire la telemedicina
“Per prima cosa è necessario sfatare un mito- aggiunge Del Campo -. La telemedicina non è l’obiettivo in sé dell’evoluzione del sistema sanitario, ma è uno strumento per qualificare e recuperare l’efficienza nell’uso delle risorse umane e materiali, nonché per migliorare la qualità della vita dei pazienti. La telemedicina non è un problema di tecnologia in senso stretto, bensì di adeguamento di pratiche cliniche e attività che oggi correntemente si svolgono in modalità “face to face” con il paziente in un nuovo ambiente. La traslazione di parti del percorso di diagnosi e cura in un ambiente digitale consente la riduzione/eliminazione di diverse sotto attività o sotto processi operativi che però hanno dei “costi”, economici e non, rilevanti sia per il sistema sia per gli utenti. Per fare questo salto è necessario un approccio incentrato sulla valutazione puntuale e accurata delle caratteristiche dei pazienti, dei percorsi diagnostico terapeutici per patologia, delle soluzioni tecnologiche disponibili e della sostenibilità economica delle scelte di innovazione”.
Queste riflessioni sono il presupposto per la costruzione di un quadro chiaro di che cosa si intende per sistema sanitario che eroga prestazioni sanitarie anche con l’utilizzo di tecnologie digitali o più semplicemente “in telemedicina”. “Alla base dell’esigenza di organizzare gli Stati generali, c’è, quindi, una semplice domanda: cosa si può erogare in telemedicina? – spiega Del Campo -. In concreto la risposta è che può essere spostato in telemedicina solo ciò che è sicuro dal punto di vista qualitativo per il paziente e altrettanto per il clinico che potrà esercitare le sue valutazioni assumendo il medesimo “rischio” cui si esporrebbe visitando il paziente in modo tradizionale. La prima cosa da fare è quindi un’analisi di quali processi sanitari non necessitano di un incontro diretto per verificare lo stato del paziente e l’andamento della malattia”.
Cosa si può erogare in telemedicina? Solo ciò che è sicuro dal punto di vista qualitativo per il paziente e per il clinico
Ma come fare per individuare le prestazioni che si possono erogare in telemedicina? “Questo dato non è banale, visto quello che stiamo vedendo proliferare: quando si comincia a subodorare la disponibilità di risorse, tutti cominciano a offrire nuove soluzioni e tutti sono in grado di fare telemedicina. Però, dal punto di vista tecnico le infrastrutture e gli strumenti che dovrebbero fare la telemedicina non sono ancora correttamente validate e certificate dai professionisti sanitari o dai professionisti di area tecnica (Direzione generale della digitalizzazione, del sistema informativo sanitario e della statistica). Soprattutto, non vi è dietro alcuna validazione dal punto di vista clinico”.
Il ministero della Salute, per arrivare all’uniformazione delle caratteristiche degli ambienti digitali, agli strumenti e regole di interscambio dei dati, ai processi di conservazione delle informazioni e di tutela della privacy, ha costituito diversi tavoli interdisciplinari che hanno cominciato a rispondere a queste domande.
“Nel Tavolo di lavoro 2: Onboarding & Validazione, in cui ho lavorato con diversi professionisti sanitari e non, è stato affrontato il tema delle infrastrutture e delle tecnologie, e stiamo ragionando per definire le caratteristiche che devono avere gli strumenti di telemedicina: integrazione con Spid, anagrafe degli utenti e fascicolo sanitario elettronico, capacità di gestire i file in formato Pdf o altro, i cosiddetti requisiti tecnici che deve avere una piattaforma di telemedicina per essere considerata tale. Ma tutto questo non può che venire dopo la grande domanda: io posso visitare in sicurezza per me e per il paziente? Se lo visito a distanza, questa prestazione è valida? Mi permette di comprendere lo stato di salute del malato, è capace di darmi indicatori di salute?”.
La risposta alle domande sulla telemedicina prevede il coinvolgimento diretto e costante degli specialisti delle singole discipline mediche
La risposta a queste domande prevede il coinvolgimento diretto e costante degli specialisti delle singole discipline mediche che possono costruire quell’insieme di indicatori e di scale di valutazione dei pazienti (stato malattia, comorbidità, autonomia nella gestione della cura, propensione all’aderenza terapeutica, supporto di caregiver, autonomia tecnologica…) tali da permettere di valutare se un paziente è eleggibile ad essere trattato per parte del percorso terapeutico in modalità telemedicina. “Per questo abbiamo voluto coinvolgere le società scientifiche negli Stati generali, per condurli con un’ideale mano verso la definizione di un catalogo di prestazioni erogabili in ambito digitale, tenuto conto ovviamente di valutazioni di sostenibilità ed economicità”.
Una volta individuate le prestazioni erogabili in telemedicina, cosa serve? Una valutazione di sostenibilità
Cosa intendiamo per sostenibilità in questo senso? “Dal punto di vista metodologico è fondamentale per prima cosa individuare il set di prestazioni erogabili in ambiente digitale e, quindi, solo successivamente, sviluppare le analisi economiche relative al costo di erogazione e alla congruità della tariffazione collegata alle prestazioni in telemedicina. Tra l’altro oggi un parametro, primo ma non sempre univoco, esiste, ed è quello del corrispettivo riconosciuto per le prestazioni in presenza – risponde Del Campo -. Di conseguenza, i più curiosi possono cimentarsi in un semplice esercizio di economia aziendale che si chiama BEP analysis (Break even point, ovvero punto di pareggio) per capire quante prestazioni in telemedicina devono essere fatte per recuperare l’investimento necessario alla costruzione, messa in opera ed esercizio della piattaforma di telemedicina”.
“In questo caso – prosegue l’esperto – dovranno essere considerati sia i costi dell’investimento (PC, piattaforma software, costi per connettività, costi per storage dati) sia i costi di esercizio (tempo/costo del medico dedicato per prestazione, tempo/costo della struttura di supporto tecnico per ora di funzionamento della piattaforma, tempo/costo di altro personale oltre ai normali costi di gestione della struttura, come pulizie, energia elettrica, riscaldamento). Il totale dei costi dovrà essere diviso per il valore unitario riconosciuto alla prestazione (tariffa da nomenclatore o da altro provvedimento) e di conseguenza avrete il numero delle prestazioni totali da erogare. Da questa analisi sarà anche possibile capire quante ore di funzionamento giornaliero dovrà garantire l’ambulatorio virtuale, quanti medici servono e molti altri elementi che, dopo avere risolto il tema metodologico ed etico del contenuto della prestazione erogata in digitale, dovranno essere affrontati per non lasciare che la telemedicina resti un miraggio”.
L’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) e i vertici delle agenzie per i medicinali (Heads of Medicines Agencies, HMA) hanno rilasciato una dichiarazione congiunta confermando che i farmaci biosimilari approvati nell’Unione europea (UE) sono intercambiabili con il loro medicinale di riferimento o con un biosimilare equivalente.
Sebbene l’uso intercambiabile di biosimilari sia già praticato in molti Stati membri, questa posizione comune armonizza l’approccio dell’UE, garantisce maggiore chiarezza agli operatori sanitari e aiuta così un maggior numero di pazienti ad avere accesso ai medicinali biologici in tutta l’Unione.
Un biosimilare è un medicinale biologico molto simile a un altro medicinale biologico già approvato (il “medicinale di riferimento”). L’intercambiabilità in questo contesto significa che il medicinale di riferimento può essere sostituito da un biosimilare senza che il paziente subisca cambiamenti nell’effetto clinico.
“L’EMA ha approvato 86 farmaci biosimilari dal 2006. Questi medicinali sono stati accuratamente rivisti e monitorati negli ultimi 15 anni e l’esperienza della pratica clinica ha dimostrato che in termini di efficacia, sicurezza e immunogenicità sono paragonabili ai loro prodotti di riferimento e sono quindi intercambiabili”, afferma Emer Cooke, Direttore Esecutivo di EMA. “Questa è una buona notizia per i pazienti e gli operatori sanitari, che hanno un più ampio accesso a importanti opzioni terapeutiche per il trattamento di malattie gravi come cancro, diabete e artrite reumatoide”.
La posizione dell’EMA si basa sull’esperienza acquisita nella pratica clinica, dove è ormai comune che i medici spostino i pazienti tra diversi medicinali biologici. I biosimilari approvati hanno dimostrato efficacia, sicurezza e immunogenicità simili rispetto ai loro medicinali di riferimento e l’analisi di oltre un milione di trattamenti in anni non ha sollevato problemi di sicurezza. Pertanto, gli esperti dell’UE hanno ritenuto che quando un biosimilare ottiene l’approvazione nell’UE, può essere utilizzato al posto del suo prodotto di riferimento (o viceversa) o sostituito da un altro biosimilare dello stesso prodotto di riferimento.
Le decisioni relative alla sostituzione a livello di farmacia (pratica di dispensare un medicinale invece di un altro senza consultare il medico prescrittore) sono gestite dai singoli Stati membri.
Nella nuova puntata del nostro Speciale Elezioni 2022 le protagoniste sono Annamaria Parente (Italia Viva) e Annalisa Mandorino (Cittadinanzattiva).
Tra i temi trattati: liste d’attesa e come ridurle, MES sanitario, riforma degli interventi in favore degli anziani non autosufficienti, sostegno alla filiera sanitaria, LEA.
Gli ospiti della prossima puntata saranno Andrea Costa (Noi Moderati) e Claudio Cricelli (SIMG).
Per vedere tutte le puntate dello Speciale Elezioni, clicca qui.
L’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (AGENAS) e l’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC) hanno sottoscritto un Protocollo di Intesa con l’obiettivo di collaborare e promuovere iniziative congiunte di prevenzione della corruzione e di contrasto al verificarsi di fatti di maladministration, al fine di rafforzare la cultura della trasparenza e della legalità nel settore sanitario e di garantire la corretta attuazione e applicazione della normativa in materia di contratti pubblici. Il Protocollo mira a implementare buone pratiche nel contesto delle iniziative di progressiva digitalizzazione, semplificazione e reingegnerizzazione delle procedure nel settore sanitario, anche con riferimento agli interventi previsti dalla Missione 6, Componente 1, “Reti di prossimità, strutture e telemedicina per l’assistenza sanitaria territoriale”.
“Sono davvero molto soddisfatto – dichiara il Presidente di AGENAS, Prof. Enrico Coscioni – della collaborazione sancita oggi tra l’Agenzia e l’Autorità Nazionale Anticorruzione. Si tratta di un’importante iniziativa, che permetterà la diffusione di buone pratiche per rafforzare la cultura della trasparenza e della legalità nell’ambito del Servizio Sanitario Nazionale con l’obiettivo, grazie anche agli ingenti investimenti previsti nel PNRR, di rendere le strutture più moderne e inclusive, garantendo l’equità di accesso alle cure su tutto il territorio nazionale”.
“Con questa Intesa – dichiara il Presidente dell’ANAC, Dottor Giuseppe Busia – vogliamo garantire il corretto utilizzo degli ingenti investimenti pubblici che, con il PNNR, saranno destinati alla cura delle persone. La collaborazione con il ministero della Salute e con AGENAS è fondamentale per sviluppare, in ambito sanitario e presso tutti coloro che vi operano, una cultura della legalità che diventi strumento per offrire migliori prestazioni e servizi più qualificati ai cittadini. La trasparenza e l’integrità, infatti, costituiscono condizioni essenziali per la tutela del diritto alla salute. Questo protocollo rafforza la prevenzione e il contrasto della corruzione, un fenomeno che, quando si verifica nel settore sanitario, risulta essere particolarmente odioso e avere un costo ancora più alto perché ricade direttamente sulla salute e sulla vita dei cittadini”.
“Con l’intesa di oggi – osserva il Sottosegretario di Stato alla salute, Senatore Pierpaolo Sileri, presente alla firma del protocollo – si perfeziona il percorso iniziato lo scorso 2 agosto con il protocollo siglato al Ministero della Salute. Oggi più che mai dobbiamo ai cittadini la massima trasparenza nell’utilizzo delle risorse pubbliche e dei fondi del PNRR, con i quali stiamo ridisegnando una sanità pubblica più vicina ai cittadini e alle loro esigenze”.
Il Protocollo – sottoscritto dal Presidente di AGENAS, Prof. Enrico Coscioni, dal Presidente dell’ANAC, Dott. Giuseppe Busia – avrà validità di cinque anni.