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Infermieri e ospedalità privata: al via una consultazione permanente per individuare le migliori sinergie per potenziare l’assistenza

Il presidente di ACOP – Associazione Coordinamento Ospedalità Privata – Michele Vietti ha incontrato questa mattina la presidente di FNOPI – Federazione Nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche – Barbara Mangiacavalli.

 

Nel corso del cordiale colloquio, i due presidenti hanno manifestato la volontà di instaurare una proficua collaborazione tra FNOPI e ACOP, coordinando le proposte e gli interventi per assicurare all’interno del Servizio Sanitario Nazionale un ruolo adeguato sia alle strutture sanitarie private, sia agli infermieri, nel primario interesse del cittadino utente.

 

Ci si è ripromessi di dar vita a una consultazione permanente che consenta di individuare le migliori sinergie tra le due istituzioni.

 

“I più fragili, gli anziani e soprattutto i non autosufficienti, rischiano oggi di essere abbandonati a se stessi: il sistema domiciliare non funziona e la pandemia ha dimostrato che anche il sistema delle Rsa va rinnovato profondamente. In questo senso il rapporto con gli infermieri, che rappresentano la professione più vicina alle persone nell’assistenza, è importante e la sinergia che si è creata contribuirà anche a ripensare il sistema sanitario territoriale, con un nuovo modello che potenzi tecnologie e assistenza domiciliare. In questo la sanità privata con l’Acop  sarà a fianco di quella pubblica per promuovere un servizio sanitario all’avanguardia “, ha detto Michele Vietti.

 

“A mettere in difficoltà l’assistenza sul territorio è sicuramente la carenza di infermieri, che soprattutto durante la pandemia si sono spostati dalle strutture residenziali come le RSA agli ospedali per assistere i contagiati. Per la carenza infermieristica tuttavia non basta prevedere un numero maggiore di infermieri, peraltro difficilmente ottenibile nel breve-medio periodo, ma si deve far leva su qualità e tipologia dell’assistenza con specializzazioni universitarie che rendano anche maggiormente attrattiva la professione e figure di assistenza intermedia coordinate dagli infermieri. Soprattutto, è necessario un cambio di paradigma e di cultura per rendere efficienti i diversi  setting assistenziali a favore di una vera interprofessionalità”, ha aggiunto Barbara Mangiacavalli.

Anelli (Fnomceo): “Auguri ai nuovi eletti. Puntare sui professionisti per una sanità fatta di persone”

Auguri ai nuovi eletti nel Parlamento italiano, auguri in anticipo al Governo che verrà: siete investiti di una grande responsabilità, quella di farvi interpreti e fautori di quel cambiamento che i cittadini hanno scelto con convinzione. E questo nuovo corso, quest’aria di riforme e di ripresa non può che partire da una rivalutazione delle persone che costituiscono la società, perché siano motivate a svolgere ognuna la propria parte per rendere grande il nostro Paese”.

Così il Presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, la Fnomceo, Filippo Anelli, si rivolge ai nuovi Senatori e Deputati – e al futuro Consiglio dei Ministri, con il suo Presidente – all’indomani delle elezioni politiche.

Questo vale anche per il Servizio sanitario nazionale – continua Anellipubblico e universale, che rende concreto e possibile quel diritto alla tutela della Salute che la nostra Costituzione definisce “fondamentale”, ponendolo in capo all’individuo in quanto essere umano. Sinora, il PNRR ha messo in primo piano l’economia, le macchine, le strutture: recuperiamo adesso, insieme, la dimensione umanistica; rimettiamo al primo posto le persone, i professionisti. Puntiamo sui medici, su tutti i professionisti della salute, rivalutiamo e valorizziamo le loro competenze, i loro valori, la disponibilità all’ascolto, la prossimità ai pazienti”.

Soprattutto – conclude Anellirestituiamo dignità al loro lavoro. E dignità significa sicurezza, protezione dalle aggressioni, un numero di professionisti adeguato ai fabbisogni e anche una giusta remunerazione. Significa una governance diversa e nuova, che coinvolga i professionisti nel fissare quegli obiettivi e quegli indirizzi che devono orientare i sistemi sanitari. Significa una sanità fatta, finalmente, di persone e non di macchine, di incartamenti, di algoritmi. Una sanità degna di un grande e moderno Paese, in grado di rispondere alle domande di salute e preparata a far fronte anche a eventuali emergenze, conosciute o inedite, come è stata la pandemia di Covid. Come abbiamo affermato, prendendo in prestito una frase del costituzionalista Sabino Cassese, in maniera unitaria con i Sindacati medici: “Bisogna curare la sanità, perché questa possa curare la salute degli italiani”. È il momento di farlo, insieme. Siamo certi che troveremo in voi interlocutori sensibili ed attenti”.

Fondazione Telethon chiede azioni concrete per contrastare il ritiro dal mercato di terapie geniche salvavita per i bambini affetti da malattie rare

Prosegue l’impegno per contrastare la tendenza sempre più forte da parte delle aziende farmaceutiche e biotecnologiche a disinvestire nell’ambito delle malattie rare per ragioni di insufficiente ritorno economico, cercando soluzioni alternative per rendere disponibili le terapie geniche salvavita per i bambini nati con malattie genetiche rare. Recentemente, Fondazione Telethon ha lanciato un importante appello per scongiurare il ritiro dal mercato di terapie geniche salvavita per le malattie rare, seguito dalla pubblicazione su Nature Medicine dell’articoloEnsuring a future for gene therapy for rare diseases”*, a firma del Prof. Luigi Naldini, Direttore Istituto San Raffaele Telethon per la Terapia Genica (SR-Tiget), del Prof. Alessandro Aiuti, vicedirettore dell’Istituto San Raffaele Telethon per la Terapia Genica (SR-Tiget) e di Francesca Pasinelli, Direttore Generale di Fondazione Telethon.

 

Parallelamente, oggi nasce il Consorzio AGORA (Access to Gene therapies fOr RAre disease), il cui primo incontro si è tenuto presso il London’s Great Ormond Street Hospital for Children (GOSH) e a cui partecipano scienziati provenienti da sei paesi Europei. Questa iniziativa è un’ulteriore testimonianza dell’urgenza sentita dal mondo accademico e della ricerca scientifica avanzata di intervenire sul percorso negativo intrapreso nell’ultimo anno da terapie che molto spesso rappresentano l’unica possibilità per tanti bambini non solo di sopravvivere, ma anche di vivere una vita normale e sana. Tra i membri del Consorzio, troviamo il Prof. Luigi Naldini, il prof. Alessandro Aiuti e la prof.ssa Maria Ester Bernardo, Coordinatore Clinico dell’Unità di Ricerca Clinica Pediatrica, Istituto San Raffaele Telethon per la Terapia Genica (SR-TIGET).

 

È necessario analizzare il contesto attuale in cui versano le terapie geniche per le malattie rare, identificando le aree sulle quali intervenire per mettere a punto delle strategie che ci permettano di renderle disponibili a tutti i bambini che ne abbiano bisogno. – spiega il Prof. Luigi Naldini, Direttore Istituto San Raffaele Telethon per la Terapia Genica (SR-Tiget)Ci sono problemi di natura diversa, che abbiamo affrontato nello studio pubblicato su Nature Medicine, e per risolverli è necessario l’intervento di diversi attori: scienziati, associazioni di pazienti, agenzie di finanziamento pubbliche e private, aziende farmaceutiche, enti regolatori e pagatori, agenzie di valutazione delle tecnologie sanitarie. Partecipare ad AGORA è un ulteriore passo, che ci permetterà di coinvolgere queste figure a livello europeo in modo da poter mettere in atto delle azioni congiunte a diversi livelli per semplificare lo sviluppo di questi farmaci complessi, riducendo anche i costi di produzione, rendendo le terapie più sostenibili”.

 

Le terapie avanzate sono farmaci personalizzati che, con un’unica somministrazione, permettono di correggere una malattia alla radice; nel caso della terapia genica, ad esempio, fornendo una versione sana di un gene difettoso. La terapia genica è nata nell’ambito delle malattie rare: lo studio e la validazione di queste terapie ha utilizzato le malattie rare come casi pilota per mettere a punto le piattaforme tecnologiche necessarie e che oggi vengono applicate a farmaci di utilizzo comune, quali gli antitumorali e i vaccini utilizzati per combattere la pandemia da Covid-19. Il costo per produrre queste terapie e mantenerle sul mercato però è molto elevato e, se non per terapie altamente remunerative, le industrie farmaceutiche non ritengono proficuo commercializzarle. Lo scoglio principale si incontra dopo la fase di ricerca, sostenuta tipicamente da fondi pubblici e donazioni, quando l’industria dovrebbe prendere in carico il progetto e procedere con le fasi di sviluppo, produzione, autorizzazione e commercializzazione della terapia.

 

La produzione e commercializzazione delle terapie geniche è onerosa, in quanto sono necessarie fabbriche altamente specializzate, processi complessi per la gestione delle cellule dei pazienti e dei vettori virali, e una fase finale di test molto precisa. A questo si aggiungono i costi di mantenimento sul mercato – spiega il Prof. Alessandro Aiuti, vicedirettore dell’Istituto San Raffaele Telethon per la Terapia Genica (SR-Tiget)Una possibile soluzione, che abbiamo proposto nello studio pubblicato su Nature Medicine e che studieremo anche nel Consorzio AGORA, potrebbe essere la creazione di un Ente non-profit, sostenibile e indipendente, che si faccia carico dei processi di autorizzazione, fornitura e accesso per le terapie geniche che l’industria sceglie di non rendere più disponibili ai pazienti. Agire è una precisa responsabilità non solo di noi medici e scienziati, ma di tutti, a partire dalle Istituzioni nazionali ed Europee, che rappresentano e devono garantire eguali diritti a tutti i cittadini”.

 

Un caso emblematico di ritiro dal mercato, per motivi meramente economici, è rappresentato da BlueBird Bio, che ha reso indisponibili sul mercato Europeo la propria terapia genica per la beta talassemia (Zynteglo) e quella per la adrenoleucodistrofia cerebrale (Skysona), per il mancato accordo con gli enti pagatori di diversi Paesi sul prezzo e le modalità di rimborso; questi prodotti sono invece commercializzati negli Stati uniti, dove nel 2022 Zynteglo ha ottenuto il prezzo di 2,8 milioni di dollari, diventando uno dei farmaci più costosi al mondo. Altro caso rappresentativo è l’annuncio a marzo 2022 da parte di Orchard Therapeutics della decisione di ritirare dal mercato Strimvelis, terapia genica per la cura dell’ADA-SCID, malattia che altrimenti può portare alla morte già nell’infanzia. Nata nei laboratori dell’Istituto San Raffaele -Telethon per la terapia genica di Milano, questa terapia ad oggi ha permesso di curare oltre 40 bambini da tutto il mondo.

 

Partecipare ad AGORA è un ulteriore passo, che ci permetterà di coinvolgere queste figure a livello Europeo in modo da poter mettere in atto delle azioni congiunte a diversi livelli per semplificare lo sviluppo di questi farmaci complessi, riducendo anche i costi di produzione, rendendo le terapie più sostenibile – dichiara Francesca Pasinelli, Direttore Generale di Fondazione TelethonCiò che stiamo facendo con Strimvelis ne è l’attuazione concreta. Fondazione Telethon ha infatti deciso di rilevare da Orchard Therapeutics la commercializzazione della terapia genica per l’ADA-SCID, creando un Ente non-profit ad hoc e facendosi quindi carico di tutti i costi di gestione e di mantenimento sul mercato. Non solo, con un Ente non-profit potremo “donare” la terapia a pazienti meno abbienti, che non dovessero avere diritto al rimborso da parte del SSN in quanto cittadini extra-Europei o che non disponessero di un’assicurazione medica.  Tuttavia, con sei terapie geniche abbandonate dall’industria dal mercato solo negli ultimi due anni, sarà necessario mobilitare un impegno molto ampio per invertire questa tendenza: Fondazione Telethon e Agorà lavoreranno a questo obiettivo su più fronti.”

 

* Alessandro Aiuti, Francesca Pasinelli and Luigi Naldini, Ensuring a future for gene therapy for rare diseases, Nat. Med. 2022 Aug 15, doi: 10.1038/s41591-022-01934-9.

Per approfondire

Malattie ultra rare, Telethon sosterrà i costi per la distribuzione di un farmaco salvavita

Così i media hanno comunicato i vaccini anti-Covid

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Vaccino accostato a salute e vite salvate oppure a effetti collaterali e decessi? Ad analizzare come i media hanno comunicato i vaccini durante la pandemia, e cosa ne è conseguito nel mondo social, è lo studio Emotional profiling and cognitive networks unravel how mainstream and alternative press framed AstraZeneca, Pfizer and COVID-19 vaccination campaigns, pubblicato su Nature Scientific Reports, a cura di Massimo Stella, responsabile del CogNosco Lab alla Exeter University, in collaborazione con Giancarlo Ruffo, professore di Informatica all’Università di Torino, e i ricercatori Alfonso Semeraro e Salvatore Vilella (Università di Torino).

A commentare i risultati è Massimo Stella, che con il proprio gruppo di ricerca si occupa di data science e scienze cognitive.

Professore, cosa avete riscontrato?

Massimo Stella

Un cambio improvviso e netto nell’attenzione e nel modo di inquadrare il concetto dei vaccini. Noi abbiamo preso in considerazione i vaccini più diffusi all’epoca del marzo 2021, quindi Pfizer, AstraZeneca, Johnson & Johnson. Perché parlo di marzo 2021? Perché il 15 marzo 2021 in Italia è stata decisa la sospensione temporanea del vaccino AstraZeneca e noi ci siamo focalizzati proprio sull’ecosistema multimediale italiano. Abbiamo analizzato quasi 5mila articoli distribuiti online, ridiscussi 2 milioni di volte su Twitter e su Facebook, quindi con ampia copertura nei social media, provenienti da testate mainstream ma anche da fonti alternative e underground, dall’estate del 2020 fino a giugno del 2021.

La distinzione fra i due tipi di media l’abbiamo effettuata tramite dei fact checker esterni, con un servizio che si chiama Bufale.Net, formato da esperti che mappano le testate giornalistiche in base all’attendibilità o allo stile dei contenuti che promuovono. Quindi abbiamo distinto le notizie fra provenienti da testate mainstream e alternative.
Abbiamo notato che all’indomani del 15 marzo 2021 c’è stato un cambio netto della cornice semantica sia per AstraZeneca che per Pfizer. Se prima del 15 marzo i contenuti “alternativi” sottolineavano già gli effetti negativi del vaccino Pfizer, all’indomani della sospensione di AstraZeneca tutta questa attenzione negativa sul primo è sfumata, a favore del secondo.

Come si è manifestato in concreto questo cambiamento?

Reazioni avverse. Morti. Trombosi. Rischi gravissimi, allergie. Parole che prima non erano state registrate intorno ad AstraZeneca e venivano invece associate a Pfizer. C’è stato questo “passaggio di consegne” e contemporaneamente Pfizer è diventato anche più periferico nel discorso nella debacle sui vaccini.

 

 

Questo è avvenuto sia sul fronte delle mainstream news che di quelle alternative?

Sui media mainstream Pfizer veniva discusso in termini sia negativi che positivi. Si trovavano associazioni legate alla fiducia nei vaccini nel prevenire le morti, nel salvare vite e proteggere le persone, nell’aiutare gli ospedali a reggere. All’indomani della sospensione, questa percezione non è cambiata molto intorno a Pfizer, mentre purtroppo anche le testate mainstream hanno iniziato a promuovere associazioni negative nei confronti di AstraZeneca, esaltando le reazioni avverse, i casi di morte e di trombosi.

Un cambio netto del modo in cui i giornali che si dovrebbero poter considerare più attendibili hanno “impacchettato” e presentato a milioni di utenti i concetti di vaccino Pfizer e di vaccino AstraZeneca in modi così radicalmente diversi.

La situazione col tempo si è stabilizzata?

In parte, dopo la reintroduzione del vaccino AstraZeneca sul mercato. Però, nel tempo, le menzioni di effetti negativi non sono mai scomparse. Abbiamo evidenziato come sui giornali “trombosi” fosse rimasta una parola frequente all’interno del dataset, sia nel mondo delle notizie “alternative” che in quelle mainstream: entrambe hanno continuato a dare risonanza agli effetti negativi dei vaccini.

Il vostro studio comprende una comparazione rispetto agli effetti collaterali realmente verificati?

Purtroppo no, perché quando è stato effettuato non erano ancora disponibili dati che sono stati poi rilasciati quest’estate, quindi quasi un anno dopo. Ma va detto che è già preoccupante che ci siano queste associazioni negative.

Perché?

Una mole di associazioni negative nei titoli dei giornali, quindi lette da milioni di persone, almeno a giudicare dal numero di apprezzamenti e reazioni che abbiamo registrato su Twitter e su Facebook, fornisce uno stimolo. Interviene un processo che si chiama contagio emotivo: leggendo un post di Facebook si può venire influenzati dalle emozioni che vengono riportate.

Abbiamo mostrato che il modo in cui sono stati inquadrati i vaccini nei titoli esprimeva sentimenti di paura, ansia, negatività. È preoccupante trovare queste tracce già nei titoli: le emozioni possono passare direttamente alle persone e causare alti livelli di paura

Noi abbiamo mostrato che il modo in cui sono stati inquadrati AstraZeneca e Pfizer nei titoli esprimeva sentimenti di paura, ansia, negatività. Pertanto è preoccupante trovare queste tracce già nei titoli, perché si tratta di emozioni possono passare direttamente alle persone e causare alti livelli di paura.

Possono portare le persone a non seguire un certo consiglio razionale per evitare una possibile minaccia anche solo basandosi sul nome dell’azienda che ha prodotto il vaccino. Riflettendo sul caso AstraZeneca, a posteriori, crediamo che i titoli abbiano portato a certe scelte, perché in effetti il vaccino AstraZeneca non è stato più utilizzato per fare le dosi booster e per la terza dose si è scelto di passare a Moderna o ad altri vaccini diversi.

Ci sono delle differenze fra i diversi social?

Su Twitter le emozioni più positive nei confronti dei vaccini possono viaggiare più rapidamente, vengono “retweettate” in maniera più rapida. Altre emozioni come la tristezza o lo scoraggiamento da un punto di vista psicologico tendono invece a ridurre la facilità con cui gli utenti cliccano “retweet” per un certo contenuto, come abbiamo mostrato in un altro articolo sempre centrato su Twitter e vaccini.

Un meccanismo analogo funziona anche su Facebook. La differenza principale è che molte persone lo usano proprio per cercare notizie su questi argomenti e quindi possono essere ulteriormente più esposte al fenomeno del contagio emotivo.

Uno studio come il vostro si può quindi considerare un segnale preoccupante in termini di comunicazione delle emergenze delle vaccinazioni?

Decisamente. L’obiettivo precipuo dello studio è stato di analizzare la struttura delle associazioni sintattiche tra le parole all’interno dei titoli: siamo in grado di mostrare come sono state connesse tra di loro le idee in quest’ambito, ma la stessa tecnica potrebbe essere applicata anche ai “tweet” e ai post di Facebook.

La tecnica usata dai ricercatori ha il potere di ricostruire il modo in cui vengono associati i concetti fra loro, fornendo una mappa dei discorsi preminenti che stanno affluendo sulle piattaforme

Questa tecnica ha il potere di non fornire soltanto una lista asettica di parole, ma di ricostruire il modo in cui vengono associati i concetti fra loro e quindi di fornire una sorta di mappa dei discorsi prominenti che stanno affluendo sulle piattaforme.

In concreto, non si tratta solo di vedere se nello stesso titolo o post sui social media sono presenti i termini “morte” e “vaccino”, perché sono possibili sia associazioni come “il vaccino evita la morte” che “il vaccino causa la morte”: il nostro sistema è in grado di fare questo tipo di analisi. Avendo a disposizione un contenuto del genere, è possibile dare un campanello d’allarme sulla base di studi che lasciano poco spazio all’ambiguità.

Avete ragionato anche sul perché si sia manifestata una tale preoccupazione verso i vaccini?

Ci sono varie possibili spiegazioni sulle ragioni per cui le percezioni negative possano fluire così abbondantemente. Da un punto di vista psicologico, per esempio, la presenza di una minaccia comporta automaticamente degli stimoli di reazione, che possono essere però diversi.

Nella teoria di Plutchik delle emozioni di base, la paura e la rabbia sono due risposte di reazione nei confronti di una minaccia esterna. La paura porta all’inibizione del pericolo, quindi si cerca di evitarlo del tutto. La rabbia, invece, conduce a un’azione concreta contro il pericolo stesso. Noi abbiamo trovato evidenze di paura, ma questo era un anno fa.

Adesso, in virtù della mia esperienza online, credo che se ripetessimo lo stesso esperimento potremmo trovare tracce anche di rabbia. Lo si vede dai trend su Twitter contro personaggi politici specifici e in particolare contro il ministro della Salute dell’epoca. Sono reazioni attese da un punto di vista psicologico, perché anche la rabbia è un modo di reagire nei confronti di una minaccia.

L’Intelligenza Artificiale e la psicologia, combinate, possono essere molto utili per capire questi pattern. È anche quello che facciamo noi nell’articolo: non ci limitiamo a un approccio informatico o di data science, ma vogliamo interpretare da un punto di vista psicologico quali sono le ripercussioni di questi pattern identificati dall’intelligenza artificiale. L’operazione si può compiere infatti perché l’intelligenza artificiale può leggere migliaia di articoli in pochi secondi, mentre l’essere umano, sì, può fare la stessa cosa e anche meglio, ma di certo non con quei numeri e non con quella rapidità. Abbiamo bisogno di questi strumenti.

Qual è quindi secondo lei il concetto fondamentale che emerge dal vostro studio?

L’idea che abbiamo che le testate mainstream siano sempre perfette nel promuovere percezioni assolutamente inoppugnabili è uno stereotipo da sfatare. La disinformazione può arrivare da qualsiasi canale. Per questo abbiamo bisogno di strumenti che siano in grado di comprendere le emozioni e il contenuto semantico. Disinformazione può anche essere la testata mainstream che appunto sottolinea in modo negativo e abbinando alla paura gli effetti collaterali del vaccino proveniente da una determinata label. Ecco, questo è un mito che la nostra ricerca cerca di smontare.

L’idea che le testate mainstream siano sempre perfette nel promuovere percezioni assolutamente inoppugnabili è uno stereotipo da sfatare. La disinformazione può arrivare da qualsiasi canale

Purtroppo è evidente che anche le testate mainstream possono promuovere delle percezioni distorte. Il fatto che un contenuto sia stato pubblicato sul sito “x” o “y” non è sufficiente a proteggerci dal rischio di sviluppare delle percezioni distorte o distaccate dalla realtà. Abbiamo davvero necessità di strumenti automatici che vadano caso per caso e che ci aiutino anche a vedere le cose da un punto di vista terzo, senza sostituire il criterio dell’utente, ma supportandolo e aiutandolo a identificare quali sono i contenuti chiave di un certo pezzo o quali sono le emozioni principali di un certo modo di scrittura.

Per approfondire

No-vax, i profili psicologici di chi rifiuta la vaccinazione

L’Azienda USL di Ferrara adotta il Bilancio di Genere

Su circa 3000 dipendenti dell’Azienda Usl di Ferrara il 74 per cento è donna. Ma una professionista donna rispetto ad un professionista uomo ha una retribuzione minore (fino al 30 per cento) e fa più fatica ad arrivare alle posizioni apicali. Spesso la ragione sta nel fatto che la professionista può essere penalizzata dalle difficoltà di conciliazione famiglia-lavoro. Tant’è vero che gli istituti come la Legge 104 e i permessi parentali sono utilizzati quasi esclusivamente, cioè all’82% per cento, da donne.

Sono solo alcuni dei dati relativi al gender gap (distanza nella parità di genere) che ancora sussiste nell’Ausl di Ferrara e che sono emersi grazie al Bilancio di genere dell’Azienda stessa, appena pubblicato.

Si tratta di uno strumento realizzato per volontà della Direttrice generale di Ausl Ferrara, Monica Calamai, e che mira, oltre a “fotografare l’esistente” al 2021, a porre le basi per sviluppare azioni di miglioramento delle aree critiche e a “valutare quale impatto possano avere le strategie messe in campo sulla popolazione di riferimento”.

Poco diffuso tra le Pubbliche amministrazioni (PA), il Bilancio di genere è un documento non ancora obbligatorio, e senza indicazioni metodologiche chiare.

L’Ausl Ferrara è stata innovativa anche da questo punto di vista: a marzo 2022 ha istituito, con un’apposita delibera, un gruppo di lavoro con il compito di redigere il Bilancio, per “una imprescindibile questione di equità” dichiara la direttrice Calamai, e aggiunge: “Se andiamo a vedere tutti i rapporti che trattano questo tema, da quelli mondiali a quelli europei, fino ai dati nazionali, emerge un fatto: la mancanza di parità fra i generi, che non è più accettabile. Serve imparzialità nelle opportunità di accesso all’occupazione, occorrono sviluppo di carriera, contrasto della differente retribuzione con un incomprensibile, significativo, gap di genere; e poi affrontare il tema della conciliazione dei tempi di vita e lavoro”.

Quanto sono sicuri i dispositivi tecnologici che monitorano la nostra salute?

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Qualche settimana fa la Apple ha presentato i suoi ultimi prodotti tecnologici. Tra questi spicca lo smartwatch che vede incrementate le funzioni relative alla salute, in particolare il monitoraggio della fertilità femminile, un sensore per la temperatura (per migliorare, tra le altre cose, il tracciamento del sonno) e la funzione che permette, in caso di incidente (come per esempio una caduta), di far partire in automatico una chiamata verso un numero di emergenza.

Funzionalità che si aggiungono alle tante già presenti nelle precedenti versioni e in molti degli orologi intelligenti che portiamo al polso e che oltre a tracciare la nostra attività fisica si preoccupano anche di monitorare i nostri parametri vitali. Tutto questo spesso senza essere dei dispositivi medici. Ma quali sono le differenze tra strumenti commerciali smart e medical device?

“Il problema di molti di questi strumenti e applicazioni è che non sono approvati e validati da un ente regolatore – ricorda Eugenio Santoro, responsabile del Laboratorio di Informatica medica dell’Istituto di Ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano – Sebbene si cerchi di far passare in maniera subdola che sono degli strumenti clinici, che possono dunque essere inseriti in un percorso assistenziale e che possono monitorare in maniera efficace la nostra salute, questo non è vero: mancano infatti le prove”.

L’iter per ottenere la certificazione di medical device, infatti, è tutt’altro che banale e comporta l’investimento di tempo e risorse per sottoporre i propri strumenti a un percorso di validazione clinica, l’unico in grado di assicurare l’affidabilità del dispositivo e la sicurezza per chi lo utilizza.

Eugenio Santoro

“In questo momento c’è molta confusione – afferma Santoro – Da una parte abbiamo un problema di tassonomia: chiamiamo con lo stesso nome cose diverse; dall’altra la regolamentazione italiana è un po’ in ritardo rispetto al resto d’Europa e questo non facilita la comprensione di questi meccanismi”.

Un consumatore che voglia acquistare un dispositivo medico deve trovare l’apposita dicitura sulla confezione. Se non c’è, lo strumento può essere utile per tracciare i nostri miglioramenti sportivi o per sapere quanti passi compiamo al giorno, ma non per misurare i nostri parametri vitali.

Da una parte abbiamo un problema di tassonomia: chiamiamo con lo stesso nome cose diverse; dall’altra la regolamentazione italiana è un po’ in ritardo rispetto al resto d’Europa

“In assenza di prove è difficile che un medico si assuma la responsabilità di agire sulla base dei risultati forniti da queste applicazioni e strumenti”, nota l’esperto.

I fronti su cui occorrerebbe agire sono due: fornire una maggiore consapevolezza all’utente, informandolo sui rischi cui va incontro se utilizza questi strumenti e chiedere con maggiore insistenza a chi produce questi dispositivi di sottoporli all’approvazione come dispositivi medici.

L’importanza delle linee guida

In Italia è possibile registrare uno strumento o un’applicazione come dispositivo medico, mentre siamo un po’ in ritardo – rispetto agli Stati Uniti e al resto d’Europa – sulla normativa per le terapie digitali. Le digital therapeutics servono per trattare il paziente (e non solo per monitorare i suoi parametri): si tratta di vere e proprie terapie validate scientificamente che, in quanto tali, devono essere rimborsate dal Servizio sanitario nazionale e poi effettivamente prescritte dai clinici, che devono quindi essere formati e aggiornati.

“In questo momento il livello di consapevolezza della classe medica sulla digital medicine in generale è molto basso – afferma Santoro – Nella categoria prevale molta confusione e una certa reticenza nell’utilizzarla. Sono tante le ragioni alla base di questa paura: dal perdere autonomia decisionale a una scarsa dimestichezza con la Digital Health. Inoltre, gli strumenti digitali non sono inseriti all’interno delle linee guida delle società scientifiche o delle istituzioni sanitarie nazionali”. Questo ultimo punto è dirimente: esserlo innescherebbe un “effetto trascinamento” sull’esempio di quanto avvenuto con il National Institute for Health and Care Excellence (Nice) in Inghilterra. L’istituto 2 mesi fa ha infatti introdotto l’App SleepIo tra gli strumenti da utilizzare per combattere l’insonnia, preferendola ai farmaci che si usano in questi casi. In assenza di linee guida come queste, è difficile per i clinici capire come muoversi in quella che appare una giungla.

La privacy

A fine giugno la Corte Suprema statunitense ha abolito la sentenza Roe versus Wade, che dal 1973 garantiva alle donne il diritto di interrompere la gravidanza a livello federale. Da quel momento, ciascuno Stato può decidere come comportarsi per quanto riguarda l’aborto.

Silvia Stefanelli

Nei giorni successivi al pronunciamento, in molte si sono interrogate sul diritto alla privacy del proprio stato riproduttivo e su quanto le applicazioni che monitorano il ciclo mestruale fossero sicure. “Gli Stati Uniti hanno una normativa meno tutelante nei confronti della riservatezza dei propri cittadini e purtroppo in questo caso la sostanza non cambia tra semplici applicazioni benessere e dispositivi medici validati dall’Fda – afferma Santoro –: le autorità potrebbero chiedere l’accesso ai dati qualora pensassero che sia in gioco la sicurezza nazionale o per affrontare alcuni casi giudiziari, proprio come farebbero con aziende come Google o Meta”. Nessuna garanzia in più, dunque. Anche se, come ricorda l’esperto, “un device approvato come dispositivo medico non risolve il problema della privacy, ma il fatto che non lo sia aumenta il rischio di violazione”. Il risultato di questa intricata vicenda è che molte persone hanno smesso di utilizzare questi strumenti, anche dove questi si siano dimostrati efficaci.

Il fatto che in termini di protezione dei dati non ci sia una differenza significativa tra dispositivi medici e non è confermato anche da Silvia Stefanelli, avvocata specializzata in diritto sanitario: “Indubbiamente negli Stati Uniti è molto più facile, per il Governo e per la Pubblica amministrazione, accedere alle informazioni sui cittadini rispetto all’Europa. Qui da noi il livello di tutela della privacy dei dati che si riferiscono ai cittadini è molto più alto. L’Europa, dopo il Gdpr, è considerata il continente che meglio tutela il diritto alla riservatezza dei propri cittadini”.

Differenze di trattamento

Il Gdpr prevede infatti che il trattamento dei dati differisca in base alla cittadinanza dell’utente e non alla finalità del dispositivo. “In teoria un’azienda che raccoglie dati in tutto il pianeta dovrebbe trattare le informazioni degli europei in modo diverso rispetto a quanto fa con quelle del resto del mondo. Nella pratica questo è molto difficile da controllare”, rileva Stefanelli.

Nel 2013 Maximilian Schrems, un attivista per la privacy austriaco, ha fatto causa a Facebook: secondo l’esperto, l’azienda non avrebbe protetto a sufficienza i dati dei suoi utenti europei.

“Il caso è interessante perché ha portato allo scioglimento da parte della Corte di Giustizia dell’Unione europea dell’accordo Safe Harbor che permetteva lo scambio di dati tra i due continenti presupponendo che la tutela fosse quella richiesta dallo standard europeo anche se le informazioni erano su server americani”, sintetizza l’avvocata.

Oggi gli scambi di dati tra Europa e Usa sono possibili grazie a clausole contrattuali specifiche, che sono molto onerose per piccole e medie imprese

L’attivista ha successivamente intentato una nuova causa denunciando anche il nuovo strumento disponibile (il Privacy Shield) e vincendola. Oggi gli scambi di dati tra Europa e Usa sono possibili grazie all’uso di clausole contrattuali specifiche, che sono però molto onerose per le piccole e medie imprese.

“Tornando ai dati sanitari, se questi sono custoditi da un’autorità pubblica con sede in Europa, credo di poter dire che sono abbastanza al sicuro – afferma Stefanelli – Certo, quello che andrà fatto in futuro è lavorare sulla consapevolezza dei cittadini, che non sempre si rendono conto del valore delle informazioni che condividono volontariamente”.

Dal Gdpr in poi, le applicazioni dovrebbero avere la privacy by default, dovrebbero cioè avere la condivisione automatica disabilitata: “Questo implica che chi vuole mostrare i propri dati ai suoi contatti debba fare uno sforzo in più, sbloccando questa opzione”.

Prima, invece, funzionava al contrario: chi voleva nascondere le proprie informazioni doveva modificare manualmente le impostazioni. “È indubbiamente un passo avanti significativo”, conclude Stefanelli.

Intelligenza artificiale, Anelli (Fnomceo): “Strumento fondamentale per il medico ma non sia suo surrogato”

Sì all’intelligenza artificiale, e alle sue applicazioni in medicina. Ma che non diventi un surrogato del medico.

A ribadirlo, questa mattina, il Presidente della Fnomceo, la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici chirurghi e degli Odontoiatri, Filippo Anelli. Lo ha fatto di fronte al “Board” di esperti – medici, giuristi, giornalisti, filosofi della medicina, esponenti della società civile – cui è affidata l’organizzazione del Convegno che, il 24 e 25 novembre a Roma, darà ufficialmente il via alla revisione del Codice deontologico. Il testo oggi in vigore risale infatti al 2014: tra gli argomenti che per la prima volta saranno trattati, ci sarà proprio l’intelligenza artificiale. Dalla diagnostica predittiva alla medicina di precisione, dallo sviluppo di farmaci e vaccini alla riabilitazione, le tecnologie di intelligenza artificiale trovano sempre maggior impiego. Sino a pretendere di sostituire il medico: avviene nel Regno unito, dove l’azienda Babylon Health, che fornisce servizi di cure primarie in convenzione con il Servizio Sanitario Nazionale inglese, offre ai suoi assistiti la possibilità di utilizzare un “Symptom Checker Chatbot”, vale a dire una chat automatizzata capace di fornire, sulla base dei sintomi descritti, una valutazione del proprio stato di salute.

“Non vogliamo che questo strumento diventi un’alternativa al medico– ha spiegato Anellicome è successo in Inghilterra, dove ai cittadini è stato chiesto di scegliere tra un medico e un computer. Noi pensiamo che gli algoritmi, la capacità che il computer avrà di elaborare una serie di dati, possano essere uno strumento fondamentale per il medico. Il computer, l’intelligenza artificiale diventerà un ausilio fondamentale per essere sempre più precisi nella diagnosi e per essere più efficaci nella terapia. Ecco, credo che questo sia quello che dobbiamo fare. Il PNRR oggi stima circa 50 milioni di euro per realizzare questo processo di applicazione dell’intelligenza artificiale alla Medicina Generale. Noi non vogliamo una sostituzione del medico, crediamo che il sistema debba aiutare invece il medico a fare ancora meglio la sua attività”.

Tra gli altri argomenti al centro della discussione, la formazione del medico.

Buona parte del board ritiene essenziale che il Codice intervenga ancora di più – ha dichiarato Anelli – in modo tale che siano dati ai futuri medici gli strumenti per gestire al meglio il rapporto con i cittadini, la comunicazione, che, come dice la legge, è parte della cura, è essa stessa cura. I medici di domani devono imparare a dedicare tempo al paziente, ad ascoltarlo, a rivalutare la singolarità dell’individuo utilizzando la complessità degli strumenti a disposizione per giungere a una diagnosi e per definire una terapia. Tra questi, ci sarà sicuramente l’intelligenza artificiale”.

Malattie rare, istituito il comitato nazionale previsto dalla Legge 175

Il Sottosegretario Pierpaolo Sileri aveva annunciato giorni fa la firma del Decreto ministeriale di nomina del Comitato Nazionale Malattie Rare (CoNaMR): questa mattina l’atto, che costituisce il primo dei decreti attuativi della legge 175/2021, è stato ufficialmente trasmesso dalla Direzione Generale della Programmazione Sanitaria ai soggetti identificati come componenti, in tutto 27. Oltre a contenere la lista dei soggetti che dovranno nominare i propri rappresentanti nel Comitato, che durerà in carica per 3 anni, il Decreto ribadisce i compiti ad esso attribuiti, già identificati dalla legge. Il Comitato – si legge nel Decreto firmato dal Sottosegretario Sileri – “svolge funzioni di indirizzo e di coordinamento, definendo le linee strategiche delle politiche nazionali e regionali in materia di malattie rare”, ma non solo. Il Comitato sarà infatti chiamato ad esprimere parere in merito a degli atti importantissimi e lungamente attesi: in primo luogo il Piano Nazionale Malattie Rare, di cui si sottolinea la cadenza triennale, e il Riordino della Rete Nazionale Malattie Rare. Esprimerà inoltre parere relativamente alle periodiche campagne nazionali di informazione e sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulle malattie rare. Sempre nel Decreto viene previsto che il Comitato supporti il Ministro della Salute per la presentazione alle Camere, entro il 31 dicembre di ogni anno, di una relazione sullo stato di attuazione del Testo Unico Malattie Rare.

 

“L’ufficializzazione di questo Decreto è una grandissima notizia per tutta la comunità delle malattie rare. È il primo atto che dà concretezza al Testo Unico Malattie Rare, fortemente voluto dall’Intergruppo Parlamentare Malattie Rare e in modo particolare dalla Senatrice Paola Binetti e dall’Onorevole Fabiola Bologna,  ed è un passo fondamentale: ora esiste un Comitato che affiancherà il nuovo Ministro della Salute tanto nell’implementazione della Legge 175, quanto nella costruzione di politiche specifiche per questo settore – dice Ilaria Ciancaleoni Bartoli, Osservatorio Malattie Rare – Dalle prossime elezioni usciranno un nuovo Governo e nuovi Ministri, ma le figure individuate in questo Decreto potranno fare in modo che le istanze e le azioni che sono state avviate in questi anni vadano avanti con continuità, senza che i tempi per provvedimenti fondamentali si allunghino, senza che ci sia la necessità di dover ‘cominciare tutto daccapo’, una cosa che i malati rari non meritano assolutamente. Ringrazio il Ministero della Salute e in modo particolare il Sottosegretario Sileri per aver voluto che Osservatorio Malattie Rare fosse in questo Comitato, al quale prenderò parte personalmente: non vedo l’ora di poter cominciare a lavorare insieme ai componenti del Comitato per portare ogni possibile miglioramento nella vita delle persone con malattie e tumori rari, dei loro caregiver, dei sibling e anche di tutta la comunità scientifica che si impegna in questo ambito. Lavoro in parte cominciato  con il Tavolo Malattie Rare, precedentemente istituito presso il Ministero e perfettamente coordinato dal Prof. Andrea Lenzi, che ha fornito importanti suggerimenti per l’istituzione di questo Comitato. Un ringraziamento, infine, non può che andare al vicedirettore di OMaR, Francesco Macchia, e a tutti i componenti del nostro staff, che hanno voluto che indicassimo il mio nome quale rappresentante dell’Osservatorio nel Comitato”.

Connessioni che non ti aspetti tra inquinamento e cervello

Polveri sottili, campi elettromagnetici, inquinamento acustico e interferenti endocrini. Quali meccanismi biologici li rendono un potenziale pericolo per il cervello? E perché – di contro – il verde ha effetti benefici sulla salute mentale? Un confronto per analizzare il rapporto fra inquinamento, vivere green e cervello e sugli studi in corso al Neuroscience Institute Cavalieri Ottolenghi (NICO) all’Università di Torino sul vivere il verde come terapia non farmacologica e per prevenire le malattie neuropsichiatriche.

La LIVE anticipa il programma di appuntamenti organizzati dal NICO per la Notte europea dei ricercatori: INTOtheBRAIN connessioni che non ti aspetti tra inquinamento, vivere green e cervello, cinque incontri divulgativi integrati da una presentazione di come i temi di ricerca vengono studiati nei laboratori.

Ne parliamo con:

  • Enrica Boda
    Professoressa di Anatomia umana, Dipartimento di Neuroscienze e NICO, Università di Torino
  • Alessandro Vercelli
    Direttore NICO Cavalieri Ottolenghi, presidente Società Italiana di Neuroscienze (Sins)

Conduce:

  • Adriana RiccomagnoAdriana Riccomagno
    Giornalista professionista in ambito sanitario

La medicina narrativa digitale: scenari, metodologie e applicazioni

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L’approfondimento, in collaborazione con il CCW – Cultural Welfare Center, è l’occasione per segnalare ai nostri lettori che per il prossimo mercoledì, 28 settembre, è in programma il primo forum sulla medicina narrativa in Italia nella pratica clinica, nei percorsi accademici, nella ricerca. L’appuntamento è organizzato dalla Società Italiana di Medicina Narrativa (SIMEN) per sensibilizzare le istituzioni, oltre al mondo clinico e delle associazioni pazienti, a vedere la medicina narrativa come pratica quotidiana nel percorso di cura, che ne migliora efficienza e l’efficacia.

La medicina narrativa nell’era digitale

L’approccio narrativo in medicina si è sviluppato a partire dagli anni ’80 alla Harvard Medical School, con Arthur Kleinman [1] e Byron J. Good [2]. È stato poi sistematizzato come Narrative Medicine e Narrative Based Medicine (NBM)  da  Rita Charon [3], con l’avvio di un Master of Science in Narrative Medicine alla Columbia University e da Trisha Greenhalgh e Brian Hurwitz [4], con una serie di articoli pubblicati sul British Medical Journal.

Oggi assistiamo ad un proliferare di interesse e di esperienze di ricerca e cliniche, associati alla sfida della personalizzazione. Nel 2015 l’Istituto Superiore di Sanità ha pubblicato le “Linee di Indirizzo per l’applicazione della medicina narrativa nella pratica clinica”, con l’obiettivo di fornire una definizione e degli strumenti condivisi. Per ISS:

 

«La narrazione è lo strumento fondamentale per acquisire, comprendere e integrare i diversi punti di vista di quanti intervengono nella malattia e nel processo di cura. Il fine è la costruzione condivisa di un percorso di cura personalizzato (storia di cura). La Medicina Narrativa (NBM) si integra con l’Evidence-Based Medicine (EBM) e, tenendo conto della pluralità delle prospettive, rende le decisioni clinico-assistenziali più complete, personalizzate, efficaci e appropriate.» [5]

 

La Società Italiana di Medicina Narrativa (SIMEN) ha avviato da anni percorsi di formazione per facilitatori in grado di accelerare lo sviluppo delle competenze e delle metodologie narrative nelle organizzazioni sanitarie

Questa valorizzazione delle narrazioni nel percorso clinico si colloca nel quadro di un mutamento significativo dei vissuti e delle relazioni di cura, potenziato dalla rivoluzione digitale nella salute. La digital health mette a disposizione del singolo un insieme di strumenti di misurazione, direttamente sullo smartphone. In tempo reale, possiamo misurarci la glicemia, il battito cardiaco, il respiro e aggregare i dati in grafici sempre accessibili e aggiornati. Nello stesso tempo, le conversazioni online sulla malattia e le terapie consentono di condividere con altri “pazienti come me” le paure, le aspettative, gli effetti dei farmaci [6].

La medicina narrativa può rendere le tecnologie uno strumento efficace di relazione, più che di distanza

Tutto questo cambia la scena dell’atto terapeutico e le condizioni della sua efficacia. Insieme misurazioni e storie creano un’esperienza della malattia e delle terapie che nasce e si sviluppa al di fuori del contesto medico. Il rischio è una progressiva disintermediazione e delegittimazione della medicina come riferimento di saperi e metodi per la gestione della salute. La sfida è la costruzione di una medicina più personalizzata e partecipata, anche attraverso la valorizzazione delle narrazioni dei pazienti. Il digitale può offrire metodologie e tecnologie che facilitano l’integrazione della medicina narrativa nella pratica clinica. La medicina narrativa può rendere le tecnologie uno strumento efficace di relazione, più che di distanza.

 

Quando si parla di medicina narrativa si pensa ad una relazione medico paziente caratterizzata da maggiore vicinanza e attenzione. E spesso si tende ad associare questi aspetti ad una relazione faccia a faccia. L’interazione online mostra invece che, talvolta, la distanza fisica rende possibile una maggiore vicinanza. Sono sempre di più le start up e i device per il telemonitoraggio dei parametri clinici. Pensiamo che il digitale sia fondamentale anche per rilanciare e valorizzare l’uso delle storie nella pratica clinica, per integrare i dati quantitativi con i significati. Per essere efficace, la relazione narrativa, il racconto, l’ascolto di storie e l’interpretazione di storie, richiedono un setting adeguato. Gli ospedali, gli ambulatori (anche quelli privati), i centri diagnostici, sono tutti caratterizzati dallo stesso paradosso: sono luoghi carichi di emozioni, paure, aspettative, vita e morte e al tempo stesso sono dei “non luoghi” [7]: anonimi, spersonalizzanti, seriali. La sala d’aspetto, più o meno grande, più o meno affollata è lo spazio simbolo del non luogo. Tutto invita alla spersonalizzazione e all’inclusione seriale nell’organizzazione sanitaria. Il setting della narrazione valorizza invece l’individuo, la sua identità unica e irripetibile. La co-costruzione di un percorso di cura personalizzato e condiviso ha bisogno di un luogo.  La difficoltà dei curanti ad applicare la medicina narrativa è spesso giustificata con il problema del tempo scarso. Ma non è solo il tempo che manca, manca anche il setting. Non c’è lo spazio della narrazione nel non luogo della cura. Il digitale può offrire questo setting, può offrire uno spazio protetto “fra sé e sé” sia al paziente che al medico, uno spazio dove far parlare la persona nel paziente. Uno spazio sul proprio smartphone, tablet o computer in cui non ci sono elimininacode, e sale d’attesa. Uno spazio del soggetto e non dell’oggetto delle cure. Un lavoro pioneristico in questo ambito è stato fatto su medicitalia.it da Salvo Catania con il gruppo ragazzefuoridiseno. Salvo Catania è stato tra i primi a scrivere un libro di medicina narrativa in Italia e tra i primi a intuire le potenzialità del gruppo digitale per il processo terapeutico.

Una piattaforma digitale per l’applicazione della medicina narrativa nella pratica clinica

Gli strumenti digitali per la raccolta delle storie possono essere molteplici, dalle email ai servizi online dedicati alle survey. Tutti però nascono con altre funzioni e rischiano di rendere più difficile o distorto il percorso. I social media o le community online sono fondamentali per il prendersi cura ma rischiano di essere canali inadeguati per costruire un percorso personalizzato di cura che valorizzi la narrazione e la privacy. Leggere o analizzare le storie pubblicate su Facebook può facilitare la formazione al pensiero narrativo e all’empatia del medico. Difficile però pensare che possano essere uno strumento clinico per la personalizzazione del percorso individuale. Anche WhatsApp, più che uno strumento adatto alla raccolta della storia, rappresenta uno strumento in più di comunicazione con il medico per temi rapidi e immediati e spesso rischia di peggiorare la relazione, più che migliorarla.

Nel 2016 in Italia è stata lanciata DNMLab, la prima piattaforma digitale progettata specificamente per l’applicazione della medicina narrativa nella pratica clinica

Per rispondere a questo vuoto di strumenti, nel 2016 in Italia è stata lanciata DNMLab, la prima piattaforma digitale progettata specificamente per l’applicazione della medicina narrativa nella pratica clinica [8]. Le funzionalità sono state progettate a partire dalle Linee di indirizzo sulla medicina narrativa dell’Istituto Superiore di Sanità [9]. È stata ideata da un team di antropologi e psicologici con la consulenza di medici ed esperti di medicina narrativa. Le funzionalità di DNMLab mirano a valorizzare al massimo le potenzialità del digitale, preservando la privacy del paziente e la riservatezza del dato sanitario.

La piattaforma DNMLab consente di adattare il percorso narrativo alle esigenze specifiche dei curanti e dei pazienti. È accessibile online ma solo su invito. Può coinvolgere pazienti e caregiver, che vengono invitati a raccontare la storia dal curante. Il paziente può raccontare liberamente, se questa è l’esigenza. La piattaforma offre però il suo valore aggiunto, rispetto ad altri strumenti digitali, o all’uso dell’email, se si usano le funzionalità avanzate, che consentono di impostare liste di stimoli narrativi pensati per specifici obiettivi terapeutici.

In sintesi, il flusso prevede che il curante inviti il paziente a scrivere la sua storia, scegliendo alcuni stimoli narrativi. Le liste di stimoli narrativi possono essere condivise con altri Centri e curanti, contribuendo così alla definizione di strumenti comuni per l’applicazione della medicina narrativa digitale nelle diverse aree terapeutiche. Il paziente accede alla piattaforma da computer o da mobile e scrive la storia seguendo gli stimoli, che possono presentarsi tutti insieme, o progressivamente, secondo un calendario prestabilito.

Il paziente può decidere di ignorare alcuni stimoli e integrare la narrazione con osservazioni libere, indipendenti dagli stimoli proposti. Il paziente può scrivere ma anche registrare la storia o includere video e immagini. Nel caso delle risposte testuali, è possibile impostare un numero di caratteri predefinito per la risposta allo stimolo, in modo da facilitate la focalizzazione del paziente su aspetti specifici del suo percorso. Se il paziente l’autorizza, il curante può condividere la storia con altri curanti direttamente attraverso la piattaforma, scambiando note e messaggi con il team. Queste note non sono viste dal paziente. Il curante può decidere se parlare della sua storia con il paziente negli incontri programmati faccia a faccia o se interagire con il paziente attraverso la piattaforma, attraverso messaggi e videochat. È possibile anche coinvolgere gruppi di pazienti in un percorso narrativo guidato. In questo caso la personalizzazione si arricchisce anche delle esperienze di altri pazienti.

 

In Italia sono stati avviati numerosi percorsi di medicina narrativa digitale che rappresentano un’innovazione significativa nell’ambito delle metodologie narrative. I percorsi nel tempo hanno coinvolto centinaia di medici e pazienti in contesti molto diversi, documentati in studi e tesi di laurea che ne hanno misurato la fattibilità e l’utilità. Nello specifico: epilessia [10], diabete [11], cardiologia [12], oncologia [13], malattia di Alzheimer [14].

Anche i pazienti con scarse competenze digitali o in età avanzata riescono ad utilizzare lo strumento quando motivati a condividere la propria narrazione

Il primo bilancio è positivo. Dagli studi, emergono aspetti di forza e di debolezza ricorrenti. La valutazione dei curanti è positiva. In particolare emerge che attraverso l’analisi dei racconti dei pazienti, è possibile l’acquisizione di elementi conoscitivi non altrimenti rilevabili e una migliore personalizzazione della relazione e della cura. Anche il giudizio generale dei pazienti è risultato positivo. Riescono a riflettere meglio su sé stessi, facendo emergere e comunicando al medico informazioni rilevanti che diversamente non sarebbero state prese in considerazione. Lo strumento digitale è considerato facile da usare, chiaro da comprendere ed è percepito come sicuro. Anche i pazienti con scarse competenze digitali o in età avanzata riescono ad utilizzare lo strumento quando motivati a condividere la propria narrazione. Il percorso di medicina narrativa digitale non allunga i tempi della visita e migliora la comunicazione medico-paziente.

Le aree di debolezza sono prevalentemente associate alle dimensioni culturali, organizzative e di continuità relazionale. Per i pazienti è infatti fondamentale ottenere un feedback alla propria narrazione dal team curante, che invece non sempre partecipa in modo unitario e coerente al percorso. Per i curanti, terminata la fase pilota, è talvolta difficile integrare la metodologia nel quadro dei percorsi di cura, per l’inerzia al cambiamento delle strutture di appartenenza o per i modelli organizzativi che non facilitano una medicina partecipata. Gli studi confermano il potenziale della medicina narrativa digitale per costruire percorsi di cura che integrino efficacemente le dimensioni cliniche ed esistenziali.

La telemedicina e le condizioni di efficacia del rituale terapeutico

La pandemia ha accelerato la digitalizzazione ma spesso senza percorsi organizzativi e strumenti adeguati, con il rischio di banalizzare l’atto medico, svuotandolo del rituale e dei simboli che ne costituiscono la legittimazione sociale e quindi parte della sua efficacia.

In questa fase di progressiva normalizzazione, comincia a delinearsi un maggior presidio classificatorio, normativo, organizzativo e tariffario dell’attività di telemedicina. Istituzioni, società scientifiche, esperti, associazioni, sono impegnati in consensus conference e linee guida che definiscano percorsi appropriati dal punto di vista clinico, nelle diverse specializzazioni.

Un processo fondamentale, ma non sufficiente per costruire un setting adeguato alla relazione a distanza in medicina e per introdurre nuovi paradigmi di cura.

Da neurofisiologo, Fabrizio Benedetti racconta la cura come un rituale in cui non si somministrano solo farmaci ma anche spazi, odori, colori, parole del medico, cioè stimoli sociali e simbolici [15]. Il placebo non è semplicemente un farmaco finto, è l’insieme di questi stimoli. È questo rituale che contribuisce a creare l’impatto positivo della cura, l’effetto placebo, o anche negativo, l’effetto nocebo, perché le parole e i simboli possono curare, ma anche ammalare.

La visita medica comporta il varcare di una serie di soglie, l’entrare progressivamente in un contesto carico di simboli: la sala d’attesa, le porte chiuse, l’infermiere che media l’ingresso, la postura del medico, il linguaggio corporeo, la divisa medica, la svestizione e vestizione del paziente, gli oggetti presenti nella stanza. E potremmo continuare. Non sempre il rituale è efficace nel contribuire ad effetti placebo, gli stessi simboli possono determinare effetti nocebo. Il medico che non alza lo sguardo, tempi di attesa troppo lunghi e così via. Ma in ogni caso il dispositivo rituale è in atto e definisce l’atto di cura come qualcosa di totalmente distinto dal consiglio di un amico.

È fondamentale che la telemedicina costruisca i suoi rituali terapeutici

La percezione dell’importanza della componente simbolica e rituale di una televisita rispetto ad una visita sembra poco presente nella riflessione sulla telemedicina.  Per un presidio clinico efficace si consiglia la televisita nel follow up, come se fosse una fase meno critica per il percorso di cura e l’aderenza terapeutica. Come se il fatto che ci sia stata una prima visita in presenza dovesse garantire la relazione successiva. È fondamentale che la telemedicina costruisca i suoi rituali terapeutici.

Scrive il duo di body perfomer VestAndPage nel corso di una residenza artistica digitale: «Non avevamo idea né tantomeno potevamo prevedere, fino a qualche mese fa, di come diventare o dover trasformarci per forza di cose in internet-based performance artists. Per poter continuare a lavorare ci siamo, nostro malgrado, consegnati alla rete nel tentativo di dar forma al vuoto che si viene a creare quando una pratica artistica come la nostra, la body-based performance art, è privata del suo mezzo principale, la materia prima che la definisce e la caratterizza: il corpo (quello del performer così come quello dello spettatore)».

Cosa significa “giungere in presenza” di un medico nella telemedicina? Come si relazionano corpi assenti? Quali simboli e riti definiscono l’atto digitale come atto terapeutico?

È importante cogliere questa occasione di trasformazione per immaginare un rituale dell’atto terapeutico in telemedicina che sia non solo adeguato ma anche innovativo. Integrando medical humanities, medicina narrativa e comunicazione digitale, la telemedicina potrebbe costruire quegli spazi a misura di persona che gli architetti stentano ancora a costruire in ospedale. Le unità di coordinamento della telemedicina nelle strutture sanitarie dovrebbero essere multidisciplinari e coinvolgere non solo curanti e ingegneri ma anche associazioni di pazienti, scienziati sociali, artisti, comunicatori. In un’era in cui tutti possono potenzialmente accedere a dispositivi medicali efficaci, la tecnologia da sola non è sufficiente a delineare e delimitare un atto di cura.

Il Direttore del Centro Nazionale per la Telemedicina e le Nuove Tecnologie Assistenziali dell’Istituto Superiore di Sanità, Francesco Gabbrielli, sottolinea quello che dovrebbe diventare il principio guida degli sviluppi della telemedicina:

«Esperienze e studi hanno tuttavia chiarito che per essere adeguate a queste innovazioni, le organizzazioni sanitarie dovrebbero rinunciare alle tradizionali suddivisioni dei servizi per specializzazioni mediche, che hanno rappresentato tradizionalmente il modello di riferimento in sanità. La suddivisione del lavoro per specialità mediche discende dall’inquadramento nosologico delle malattie per organo e apparato e in sostanza presuppone che il lavoro sia focalizzato su una patologia alla volta. Invece, in Telemedicina, giova ripeterlo, la progettazione parte sempre dalle esigenze delle persone a cui è diretto il servizio. I pazienti a cui si rivolgono i servizi di Telemedicina, principalmente cronici, sono di solito affetti da più di una patologia allo stesso tempo. Ne consegue che l’organizzazione della cura e dell’assistenza può essere meglio disegnata se le attività sanitarie sono organizzate per problemi; il servizio di Telemedicina deve essere così costruito in modo da facilitare il coordinamento tra più specialisti medici, secondo il percorso diagnostico-terapeutico più appropriato, comprendendo la ricerca di un equilibrio tra terapia e vita, particolarmente significativo rispetto proprio ai pazienti cronici».

Le esperienze di medicina narrativa digitale avviate prima della pandemia e continuate durante l’emergenza ci consentono di mostrare come nuovi paradigmi siano possibili. In questo contesto, l’attuale trasformazione della sanità generata dalla crisi pandemica può rappresentare un’opportunità significativa. L’integrazione della medicina narrativa digitale nei percorsi di telemedicina può favorire un cambiamento rilevante. Il telemonitoraggio narrativo può mitigare il potenziale indebolimento della relazione medico-paziente dei percorsi di televisita, centrati esclusivamente sulle dimensioni cliniche, integrando la possibilità per il paziente di condividere i suoi bisogni e le sue aspettative.  Integrando le metodologie narrative, la telemedicina potrebbe costruire quel setting di cura a misura di persona che in presenza ancora non si è riusciti ad affermare. Sostituire semplicemente la visita con la televisita rischia di comportare una perdita importante di informazioni, di relazioni e di potenza terapeutica. Sostituire gli attuali percorsi poco centrati sulle persone (pazienti e operatori) con percorsi personalizzati e narrativi abilitati dalle tecnologie è, al contrario, una sfida che può essere affrontata con successo.

 

Cristina Cenci, antropologa, si occupa di antropologia della salute e nuove tecnologie. Ha creato il Center for Digital Health Humanities, che ha l’obiettivo di portare nel digitale lo sguardo e le pratiche delle medical humanities. Ha ideato DNMLab, la prima piattaforma digitale per l’applicazione della medicina narrativa nella pratica clinica, partecipando a numerosi studi e pubblicazioni di medicina narrativa digitale. È membro del comitato direttivo della SIMEN-Società Italiana di Medicina Narrativa.

Riferimenti bibliografici

  1. Kleinman A., The Illness Narratives: Suffering, Healing, and the Human Condition, Basic Books, New York 1988
  2. Good B. J., Medicine, Rationality, and Experience: An Anthropological Perspective, Cambridge University Press, Cambridge 1994
  3. Charon R., Narrative Medicine. A model for empathy, reflection, profession and trust, JAMA 2001; 286: 1897-1902
  4. Greenhalgh T., Hurwitz B., Narrative Based Medicine. Dialogue and Discourse in Clinical Practice, BMJ Books, London 1998
  5. Consensus Conference: “Linee di indirizzo per l’utilizzo della medicina narrativa in ambito clinico- assistenziale, per le malattie rare e cronico-degenerative”, 11-13 giugno 2014, ISS, Roma, ultima consultazione 18 settembre 2018
  6. Cenci C., Pozzi E. Pelle, psoriasi e fantasmi della natura nel web 2.0, Il Corpo, I, 1/12 ilcorpoedizioni, Roma 2012, pp. 89-113
  7. Augé M. Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità, Elèuthera, Milano 2008
  8. Cenci C. Le piattaforme digitali per l’applicazione della medicina narrativa nella pratica clinica, in: Covelli V., Medicina narrativa e ricerca, Libellula Edizioni, Tricase (LE) 2017
  9. Istituto Superiore di Sanità – Centro Nazionale Malattie Rare (2015), Conferenza di Consenso. Linee di indirizzo per l’applicazione della medicina narrativa in ambito clinico-assistenziale, per le malattie rare e cronico-degenerative, consultato il 25 luglio 2021
  10. Cenci C., Mecarelli O.Digital narrative medicine for the personalization of epilepsy care pathways, Epilepsy & Behavior, 2020, Vol. 11
  11. Cenci C., Fatati G. Conversazioni online per comprendere la malattia e favorire il rapporto medico-paziente, in Recenti Prog Med, 2020, vol. 111, n°11
  12. Volpe M., Testa M. “Narrative medicine in the third millennium”, in European Heart Journal, Volume 40 Issue 10, 07 March 2019
  13. Cercato MC , Colella E, Fabi A, Bertazzi I, Giardina BG, Di Ridolfi P, Mondati M, Petitti P, Bigiarini L, Scarinci V, Franceschini A, Servoli F, Terrenato I, Cognetti F, Sanguineti G, Cenci C. Narrative medicine: feasibility of a digital narrative diary application in oncology. J Int Med Res. 2022 Feb;50(2)
  14. Gatteschi C., Ierardi F., Cenci C., Gemmi F., “Progetto MEDINAL, applicazione della medicina basata sulla narrazione per la personalizzazione del percorso dei pazienti con Alzheimer”, Agenzia Regionale di Sanità della Toscana (ARS), 2018 Firenze
  15. Benedetti F. Placebo and the new physiology of the doctor-patient relationship. Physiol Rev. 2013 Jul;93(3):1207-46