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Il Nobel per la Medicina a Svante Pääbo: è il padre della paleogenomica

Il Nobel per la Fisiologia e la Medicina 2022 è stato assegnato allo svedese Svante Pääbo, 67 anni, per le sue scoperte sul genoma degli ominidi.

 

L’Accademia dei Nobel del Karolinska Institute a Stoccolma gli ha attribuito il premio “per le sue scoperte riguardanti i genomi degli ominidi estinti e l’evoluzione umana”.

 

BREAKING NEWS:
The 2022 #NobelPrize in Physiology or Medicine has been awarded to Svante Pääbo “for his discoveries concerning the genomes of extinct hominins and human evolution.” pic.twitter.com/fGFYYnCO6J

— The Nobel Prize (@NobelPrize) October 3, 2022

 

Nato il 20 aprile 1955 a Stoccolma, Pääbo, che è figlio del biochimico e vincitore del Nobel Sune Bergström, può essere considerato una sorta di archeologo del Dna. Ha, infatti, aperto un nuovo campo di ricerca, la paleogenomica.

È stato infatti il primo a portare la genetica in un campo come la paleontologia, che fino ad allora si era basata sullo studio di fossili o antichissimi manufatti. Grazie alle nuove tecnologie genetiche, Pääbo è stato fra i pionieri dell’estrazione del Dna dai fossili e della sua analisi. Le ricerche che ha coordinato hanno gettato una nuova luce sull’evoluzione umana, fino a rivoluzionarne completamente lo studio.

A lui si deve per esempio l’analisi del Dna dei Neanderthal, che ha rivelato che l’Homo sapiens si è incrociato con i Neanderthal e che alcuni geni di quei cugini dell’uomo sono ancora presenti nel genoma di quasi tutte le popolazioni contemporanee.

Sempre a sue ricerche si deve la scoperta di un’antica popolazione umana, i Denisovani, anch’essi incrociati con l’Homo sapiens circa 70mila anni fa: il punto dipartenza per ricostruirne la storia è stato un frammento di un osso trovato in una grotta dei Monti Altai.

Le reazioni

“Un premio Nobel meritatissimo a un grande scienziato che abbiamo l’onore di avere come socio straniero dell’Accademia dei Lincei”, hanno commentato il presidente dell’Accademia, Roberto Antonelli, e il vicepresidente Giorgio Parisi. “La ricostruzione dei genomi antichi – aggiungono – è stata un’avventura affascinante, che ci ha permesso di ricostruire la storia dell’umanità e dei rapporti con in nostri fratelli estinti, i Neandertaliani e i Denisovani”.

È infatti il secondo anno consecutivo che il premio viene assegnato a un socio dell’Accademia, dopo quello allo stesso Parisi, che ha ricevuto l’anno scorso il Nobel per la Fisica.

Per il paleontologo Giorgio Manzi, dell’Università Sapienza di Roma e dell’Accademia dei Lincei, un Nobel a ricerche di biologia ed evoluzione umana costituiscono “un bel successo per una piccola comunità scientifica”.

“Siamo una specie curiosa e abbiamo sempre avuto un particolare interesse al problema delle nostre origini. Da dove veniamo e che rapporto abbiamo con le specie che ci hanno preceduto? Cosa rende noi, Homo sapiens, diversi o simili rispetto agli altri ominidi che ci hanno preceduto?  Grazie alle sue ricerche pionieristiche, Svante Pääbo ha dato una risposta basata sull’evidenza scientifica a queste domande. Quello per Svante Pääbo è quindi un Nobel atteso – dichiara Francesco Cucca, genetista associato all’Istituto di ricerca genetica e biomedica del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Irgb) e professore di genetica medica dell’Università di Sassari -. È stato l’antesignano della paleogenetica, cioè di quegli studi che utilizzano il DNA dei resti preistorici per creare un profilo genetico ad alta risoluzione e che hanno dato il via alla cosiddetta rivoluzione del DNA antico. Le ricerche di Pääbo hanno evidenziato tra le altre cose che il corredo genetico di specie di ominidi ancestrali, come ad esempio il Neanderthal e il Denisovan, ha contribuito in piccola ma significativa misura all’attuale corredo genetico della nostra specie. Pääbo ha anche scoperto che il trasferimento di geni da questi ominidi ormai estinti è avvenuto circa 70mila anni fa. Questo antico flusso di geni nel genoma della nostra specie ha una rilevanza medico-biologica attuale; ad esempio alcuni di questi geni influenzano il modo in cui il nostro sistema immunitario reagisce alle infezioni, come è stato possibile dimostrare anche nel corso della pandemia da COVID-19“.

Modelli organizzativi del territorio e PNRR, la proposta della Medicina Generale: al via il Congresso Nazionale FIMMG-METIS

Si apre oggi il 79° Congresso Nazionale FIMMG-METIS. Sarà una settimana di lavoro impegnativo, in cui saranno trattati i temi caldi che la medicina generale dovrà affrontare per un rilancio dell’assistenza territoriale nel Servizio Sanitario Nazionale.

I temi della prevenzione in medicina generale verranno affrontati con la presentazione delle attività della Scuola nazionale di vaccinologia e della Società italiana di medicina di prevenzione e degli stili di vita.

Grande spazio verrà dedicato anche allo sviluppo di percorsi per la gestione delle persone affette da patologie croniche – che in Italia sono quasi 20 milioni – attraverso un approfondimento delle più recenti terapie del diabete, delle malattie cardiovascolari e respiratorie.

Nella sessione istituzionale, in occasione della relazione annuale del Segretario Nazionale FIMMG Silvestro Scotti, interverranno tra gli altri Letizia Moratti, Vicepresidente e Assessore al Welfare della Regione Lombardia, Raffaele Donini, Coordinatore Commissione Salute della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, Massimiliano Fedriga, Presidente della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, Marcello Gemmato, Responsabile Sanità di Fratelli d’Italia, il Ministro della Salute Roberto Speranza.

Il tradizionale Premio Mario Boni è stato conferito quest’anno alla sezione FIMMG di Lecce per “Turbolenza marea”, una canzone dedicata ai colleghi deceduti per Covid.

Decalogo della Società italiana di igiene, medicina preventiva e sanità pubblica (SITI)

A margine del 55° Congresso Nazionale della Società Italiana d’Igiene, gli Igienisti italiani si sono messi a disposizione delle Autorità Sanitarie nazionali, del Ministero della Salute e della Politica con la loro esperienza professionale, elaborando un Position Paper. Dieci punti programmatici in cui, a livello di rilevanza, emergono: l’importanza delle Risorse Umane (ovvero i professionisti di Sanità Pubblica), la Prevenzione in Rete e la Digitalizzazione, che potrebbe essere determinante per migliorare i processi di salute e per una medicina di prossimità che si avvicini il più possibile alle persone.

 

“Gli Igienisti Italiani – dichiara il Dr. Antonio Ferro, Presidente della Società Italiana d’Igiene si metteranno a disposizione delle Autorità Sanitarie Nazionali, del Ministero della Salute, ma anche della Politica con la loro expertise e la loro esperienza professionale. A margine del nostro 55° Congresso Nazionale, riteniamo importante lanciare dieci punti programmatici. Tra questi i più rilevanti sono innanzitutto le Risorse Umane, ovvero i Professionisti di Sanità Pubblica, perché senza professionisti non è possibile nessun rinnovamento e nessun investimento; il secondo aspetto è quello della prevenzione in rete, in rete con la medicina di famiglia, la pediatria, le case della salute, le case della comunità, le cure intermedie e, ovviamente, l’Ospedale. Il terzo elemento è la digitalizzazione che – come ci ha insegnato questa pandemia – potrebbe essere determinante per migliorare i processi di salute e per una medicina di prossimità che si avvicini il più possibile alle persone. Quarto, l’umanizzazione del Servizio Sanitario con la rete professionale che va al centro. Ricordiamo, infine, come l’apporto della Sanità Pubblica sia importante nei confronti delle disuguaglianze sociali e quindi solamente con la Sanità Pubblica potremo offrire una Sanità per tutti, anche per le fasce deboli della popolazione. A tutto questo sono chiamati soprattutto gli Igienisti italiani nei loro diversi ruoli, in particolare manageriali“.

Tumori: “Gravi discrepanze territoriali nell’accesso alle cure dai test genomici alla riabilitazione, nuovi Lea ancora bloccati”

In Italia i pazienti colpiti da cancro non possono accedere in maniera uniforme sul territorio a prestazioni che sono parte integrante della lotta contro la malattia: dalla profilazione genomica, alla riabilitazione, al recupero funzionale, alle nuove tecniche chirurgiche e radiologiche. I LEA, cioè i Livelli Essenziali di Assistenza, sono “fermi” al 2001, quando questi nuovi strumenti diagnostico-terapeutici non esistevano e, quindi, non potevano essere erogati e rimborsati dal Servizio Sanitario Nazionale. Oggi la scienza ha compiuto importanti progressi, la sopravvivenza a 5 anni supera il 60%, ma per i pazienti oncologici di alcune Regioni sembra che tutto si sia fermato al 2001.

“I LEA sono stati aggiornati nel 2017 ma, per la loro effettiva entrata in vigore, è necessaria l’approvazione del Decreto sul nuovo Nomenclatore nazionale della specialistica ambulatoriale e dell’assistenza protesica, più volte rinviato per verifiche tecniche al Ministero della Salute da parte della Conferenza Stato-Regioni – afferma il Prof. Paolo Marchetti, Direttore Scientifico IDI di Roma, Ordinario di Oncologia all’Università La Sapienza di Roma e Presidente della Fondazione per la Medicina Personalizzata -. In questi anni le Regioni non sottoposte a procedura di piano di rientro hanno erogato prestazioni extra LEA in maniera autonoma e non coordinata tra loro, possibilità invece preclusa a quelle in piano di rientro. E nelle prestazioni extra LEA rientrano proprio i più importanti strumenti della lotta contro il cancro degli ultimi anni, ma i pazienti di alcune Regioni non possono accedervi. Le discrepanze territoriali nascono da questa condizione”.

I vecchi tariffari sono fermi al 1996 per la specialistica e al 1999 per la protesica. “Il nuovo Nomenclatore amplia il numero delle prestazioni tariffate e, quindi, rimborsate dal Servizio Sanitario Nazionale: da 1.702 della versione del 1996 a 2.108, tenendo conto delle proposte formulate nell’ultimo decennio da Regioni, Società scientifiche ed Enti che operano nell’ambito del Servizio Sanitario Nazionale – continua il Prof. Marchetti -. Il Documento è caratterizzato da elementi di forte innovazione, perché comprende prestazioni tecnologicamente avanzate escludendone altre ormai obsolete. L’approvazione del nuovo Nomenclatore rappresenterebbe una svolta per garantire tutte le prestazioni in modo uniforme sul territorio. Purtroppo, lo scorso 28 settembre, la Conferenza Stato-Regioni ha rinviato ancora una volta l’esame del Decreto sul nuovo Nomenclatore, senza stabilire un termine per fornire le informazioni richieste di impatto economico. Con il risultato che l’aggiornamento dei LEA resta bloccato. Una situazione molto grave per i nostri pazienti”.

“Nel provvedimento del 2017 sui nuovi LEA era stata prevista una copertura forfettaria di 380 milioni di euro l’anno per fare fronte ai costi aggiuntivi delle prestazioni più aggiornate, una cifra che dal 2017 a oggi ha superato i 2 miliardi di euro, regolarmente messi a disposizione delle Regioni, senza alcuna informazione sulla loro utilizzazione – conclude il Prof. Marchetti -. Ci auguriamo che possano essere superate quanto prima le posizioni di disuguaglianza regionale, che creano un profondo disagio nei pazienti e nelle loro famiglie, con un ulteriore danno per quelle Regioni che si trovano costrette a rimborsare prestazioni che non possono erogare a favore di quelle che hanno già tariffato le prestazioni extra-LEA”.

Federfarma al nuovo governo: attuare il DM77 e rivedere la convenzione

Nell’immediato post-voto inizia, come di consueto, il totonomine per i papabili candidati alla nuova squadra di governo a cui sta lavorando Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia) insieme agli alleati della coalizione di Centrodestra. A prescindere da chi occuperà i seggi di Palazzo Chigi, le farmacie italiane sono aperte alla collaborazione fattiva per il miglioramento della sanità italiana.

Quattro i punti caldi su cui il nuovo governo dovrà mettersi all’opera subito, secondo il presidente di Federfarma Marco Cossolo: portare a compimento il nuovo modello di remunerazione; revisione dell’atto di indirizzo della convenzione; attuazione del Dm77 per consentire alla farmacia di esercitare appieno il proprio ruolo; agire perché anche il farmacista indipendente possa competere alla pari con chi ha interessi finanziari su acquisizione e rivendita delle farmacie.

Per approfondire

Ospedali storici a porte aperte: per la prima Giornata Nazionale visite guidate e musica al Santo Spirito in Sassia della ASL Roma 1

Tutto pronto per la prima edizione della Giornata Nazionale degli Ospedali Storici, organizzata da ACOSI (Associazione Culturale Ospedali Storici Italiani), che con questa iniziativa si propone di far conoscere una parte importante del nostro immenso patrimonio culturale. Realizzata con il sostegno del Ministero della Cultura, grazie ad un protocollo firmato anche con il Ministero della Salute, insieme all’Accademia di Santa Cecilia, la manifestazione attraverserà tutta l’Italia unita in un grande concerto dedicato alla straordinaria figura di Wolfgang Amadeus Mozart, che si terrà con orari e programmi diversi nelle tredici strutture sanitarie che aderiscono alla rete associativa.

Roma sarà quindi una delle tappe di questo viaggio sulle sette note, che si aprirà fin dalla mattina con una serie di visite guidate gratuite nelle Corsie Sistine, recentemente riaperte al pubblico dopo un importante lavoro di restauro portato avanti dalla ASL Roma 1 con fondi regionali, (orari 11-13 e 14-17, ingresso Borgo Santo Spirito 1), prenotabili fino al 7 ottobre attraverso il numero di telefono 06 68352449 oppure via mail scrivendo a lancisiana@aslroma1.it.

 

Il pomeriggio si chiuderà alle ore 18 con il concerto ad ingresso libero fino esaurimento posti dei Fiati dell’Accademia di Santa Cecilia con musiche di Allegri, Cambini, Mozart, Haydn, Beethoven e Rossini, nel Salone del Commendatore.

L’iniziativa romana è stata realizzata con il patrocinio della Regione Lazio.

 

Per maggiori informazioni su tutte le tappe dell’iniziativa è possibile andare sul sito www.acosi.org.

Diritto all’oblio oncologico: superate le 100mila firme

Ha superato le 100mila firme e le adesioni non accennano a fermarsi: la campagna per il Diritto all’oblio oncologico, lanciata da Fondazione AIOM a gennaio, ha dato risultati eccezionali e ha raggiunto l’obiettivo nella notte. La petizione sarà consegnata al prossimo Presidente del Consiglio e al Presidente Mattarella per richiedere una legge in grado di tutelare gli ex pazienti oncologici. Oggi, infatti, sono oltre un milione le persone guarite da un tumore in Italia: per molti di loro, però, la guarigione figura solo in cartella clinica, mentre a livello burocratico continuano a venire considerati malati, con discriminazioni nell’accesso a servizi come la stipula di assicurazioni e di mutui, difficoltà nei processi di adozione e di assunzione sul lavoro. La norma permetterebbe all’Italia di seguire l’esempio virtuoso di Francia, Lussemburgo, Belgio, Olanda e Portogallo, che già tutelano i propri cittadini con una legge dedicata. La campagna di comunicazione, che ha visto la nascita del portale dirittoallobliotumori.org per la raccolta firme, intense attività social con il lancio di una challenge, l’hashtag #iononsonoilmiotumore e la diffusione di opuscoli, si è arricchita di un grande evento a Pescara, la prima camminata non competitiva per il Diritto all’oblio oncologico, a cui hanno partecipato più di 400 persone. Domenica 23 ottobre l’iniziativa, aperta a tutti, si ripeterà a Modena. Gli straordinari risultati sono stati presentati a Roma, in occasione della Giornata Precongressuale AIOM.

“Oggi, grazie all’innovazione tecnologica e agli incredibili risultati della ricerca scientifica, sono 3,6 milioni le persone che vivono dopo una diagnosi di tumore – spiega Giordano Beretta, Presidente di Fondazione AIOM –. Per questo è diventato indispensabile permettere ai pazienti, soprattutto ai più giovani, di godere di una vita libera e completa dopo la fine delle cure. Molti di loro subiscono importanti discriminazioni, davanti alle quali non possiamo più chiudere gli occhi. Siamo incredibilmente soddisfatti del risultato raggiunto con questa campagna: in moltissimi ci hanno contattati anonimamente per raccontarci le loro storie di ex pazienti, ma siamo stati circondati anche dal grande affetto di familiari, amici e caregiver. A stupirci, però, è stata la vicinanza di chi non è mai stato malato né segue persone in cura, ma ha sentito parlare di questa situazione e ha voluto lasciare la propria firma per supportare una battaglia importante, sociale, che tocca personalmente tantissimi italiani ogni giorno. Ora che abbiamo raggiunto l’obiettivo, non vediamo l’ora di celebrarlo con le migliaia di persone che ci hanno supportato. Eravamo consapevoli di poter portare a termine questa campagna, ma mai ci saremmo aspettati un sostegno simile. Chiediamo ora al nuovo Parlamento una legge etica e di civiltà.”

“I grandi progressi della ricerca ci permettono di regalare ai pazienti anche molti anni di vita, di cui meritano di poter godere liberamente – sottolinea Saverio Cinieri, Presidente AIOM –. Non possiamo più permettere che a causa di limiti burocratici la qualità di questo tempo venga ridotta. Chiediamo che, dopo 10 anni dal termine delle cure per i tumori dell’adulto e dopo 5 per quelli dell’età pediatrica, ci si possa ritenere guariti non solo a livello clinico ma anche per la società. È una battaglia importante che siamo orgogliosi di supportare. Ora che le 100mila firme sono state raccolte, non ci resta che chiedere che la legge venga emanata.”

“La prima camminata non competitiva per il Diritto all’oblio oncologico è stata realizzata per riunire fisicamente molti dei pazienti, ex malati, amici, familiari, caregiver e semplici sostenitori che hanno supportato la campagna – conclude Angela Toss, ricercatrice presso l’Unità di Genetica Oncologica dell’Università di Modena e membro del consiglio di amministrazione di Fondazione AIOM –. Il successo è stato incredibile e ci ha consentito di raggiungere l’obiettivo 100mila firme. Per questo organizzeremo una seconda camminata, il 23 di ottobre, al Parco della Resistenza di Modena. Si tratterà di un’occasione per conoscersi, condividere storie ed esperienze, trasmettere coraggio e mostrare in quanti siamo a richiedere una legge che tuteli gli ex pazienti.”

Non c’è telemedicina senza formazione

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Non ci può essere telemedicina senza adeguata formazione. Un aspetto fondamentale ma ancora da sviluppare. Facciamo il punto sullo stato dell’arte e sulle prospettive con Loredana Luzzi, direttore generale dell’Università degli Studi di Brescia e consigliera dell’Associazione italiana Sanità digitale e Telemedicina (AiSDeT), a margine del suo intervento agli Stati generali della Telemedicina.

Che rapporto c’è fra telemedicina e formazione?

Loredana Luzzi

Più che altro parliamo di che rapporto ci dovrebbe essere, nel senso che la formazione è un elemento cruciale per poter usare la telemedicina e gli strumenti che mette a disposizione per le attività di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione. Il mio invito è ad andare a riguardare le due paginette delle Linee guida nazionali sulla telemedicina del 2014: risalgono a un po’ di tempo fa, ma gli elementi li troviamo tutti.

Partiamo da qui: per formazione che cosa si intende? Da una parte l’istruzione degli operatori sanitari, quindi medici o tutte le figure, a partire dagli infermieri, ma anche dei tecnici che devono utilizzare questi strumenti. Dall’altra, le linee di indirizzo già allora citavano la necessità di formare i pazienti e di questa esigenza ci siamo resi conto in modo dirompente nel momento in cui la telemedicina ha avuto una maggiore diffusione perché era l’unica via, cioè dal febbraio 2020 fino ai mesi scorsi, essendo rimasto il tema dell’evitare l’accesso alle strutture di cura a un certo tipo di pazienti.

Perché la formazione è così importante in questo settore?

Perché se noi non non investiamo, ma proprio a livello di ordinamento – e poi citerò l’importanza di coinvolgere le università, che sono il luogo istituzionalmente deputato per fare formazione – rischiamo di di avere al suo posto una sorta di addestramento. La formazione è saper fare, saper essere e saper svolgere l’attività. Il rischio è che questi tre aspetti siano confusi con l’addestramento, che sono le guide operative e le istruzioni per l’uso che servono al sistema, inteso come operatori, quindi medici e professionisti, ma anche i cittadini.

Sin dalle linee di indirizzo per la telemedicina del 2014 si sottolinea l’importanza di formare sia i medici e professionisti sanitari che i pazienti

Come pazienti subiamo la tecnologia, perché chi ci fornisce le istruzioni per l’uso? Il produttore. Senza nulla togliere all’importante ruolo che hanno i produttori di tecnologia, perché ovviamente senza di loro non potremmo sviluppare sistemi che la usano per migliorare i percorsi di cura, è però fondamentale che sia i medici che i cittadini abbiano consapevolezza, e per avere consapevolezza bisogna essere formati. Non mi riferisco tanto allo sviluppo delle skill operative, ma proprio a quello delle competenze consolidate: questo è l’argomento fondamentale.

L’Italia continua ad avere come punto debole le competenze, come emerge anche dal Desi 2022. Il nostro Paese si sta muovendo per migliorare la situazione? E come farlo ulteriormente?

Se prendiamo il rapporto Desi, di sicuro interesse, vediamo che l’Italia si colloca al diciottesimo posto per sviluppo di competenze digitali fra gli Stati membri. Questo certo non ci fa onore. Ma perché questa situazione? Innanzitutto c’è il nodo delle competenze degli stessi medici. Adesso noi abbiamo dei medici laureati che sono nati alla fine degli anni ’90. Sostanzialmente, quindi, sono nativi digitali. Ma l’essere nativo digitale non significa saper utilizzare la tecnologia nel percorso di prevenzione, diagnosi e cura. Perciò, se nel percorso di formazione del medico – e qui l’importanza di lavorare con le università – non inserisco dei moduli adeguati per far sì che il nuovo medico abbia, come dicevo prima, la consapevolezza, e sappia effettivamente utilizzare gli strumenti di telemedicina, non vado da nessuna parte. Avere la consapevolezza non significa saper usare l’ultima tecnologia, ma disporre di tutti gli strumenti culturali che mi consentono di capire, nel momento in cui arriva il mercato e mi propone un nuovo modo per poter fare la televisita, se nel mio processo di prevenzione, diagnosi e cura potrebbe essere utile.

La formazione dovrebbe mettere il medico nelle condizioni di capire se una nuova tecnologia possa essere utile per il percorso di prevenzione, diagnosi e cura

C’è anche un’altra questione, quella della formazione da un punto di vista psicologico e della relazione col paziente. Anche questa è presente già nelle linee guida: formazione psicologica per i medici e per gli operatori. La televisita richiede un certo tipo di preparazione anche in termini di empatia e di coinvolgimento da parte del professionista nei confronti del paziente e viceversa.

Cosa serve?

Per vent’anni non ho fatto altro che dire che ci volevano regole a livello di ordinamento per poter fare telemedicina e finalmente le abbiamo e abbiamo adesso anche gli accordi Stato-Regioni che la disciplinano in tutta la nostra nazione ed hanno i requisiti per svolgere questo tipo di attività. A questo punto il quadro regolatorio è a posto.

Il quadro regolatorio sulla telemedicina oggi è completo. Adesso serve far sì che questi strumenti vengano effettivamente usati: servono professionisti e pazienti che si formano

Per far sì che effettivamente questi strumenti vengano utilizzati, abbiamo bisogno di avere professionisti e pazienti che si formano. Per quanto riguarda i professionisti, sicuramente in ambito universitario, quindi negli ordinamenti dei corsi di laurea a ciclo unico per medicina e triennale per le professioni sanitarie.

A dire il vero qualcuno l’ha già fatto: ad esempio nel corso di laurea in Medicina in Bicocca ci sono moduli specifici che toccano il tema dell’utilizzo delle tecnologie nel percorso di prevenzione, diagnosi e cura. Quindi non partiamo da zero. Dovrebbe però esserci anche qui un coinvolgimento da parte del mercato stesso che propone le tecnologie, nel farsi promotore del fatto che l’uso delle tecnologie e i nuovi percorsi e modelli di cura attraverso l’uso delle stesse debba essere inserito nei percorsi di studi. Questo secondo me è il punto focale.

Come procedere in concreto?

Valutando i programmi formativi per capire dove effettivamente sono già presenti queste competenze, ma pensando anche a percorsi di tronco comune. Oggi, ad esempio, sui medici si lavora molto sulla specializzazione; quindi durante la scuola di specialità cominciano a essere contemplati questi aspetti, mentre forse potrebbe essere il caso di inserirli già nel corso di laurea a ciclo unico dei sei anni e perfino nei primissimi anni sia della laurea in Medicina che in quelle delle professioni sanitarie.

C’è anche il caso del corso di laurea che l’Università milanese ha lanciato con il Politecnico mettendo insieme discipline ingegneristiche e mediche, che sarà poi da valutare. Bisognerà cioè monitorare e capire che cosa effettivamente le figure professionali che ne usciranno potranno fare.

Un’idea ulteriore molto interessante da mettere sul tavolo con le università è quello di ragionare per le professioni sanitarie su lauree magistrali che abbiano un profilo tecnologico e che possano mettere insieme anche profili che vengono da lauree triennali diverse: dagli infermieri ai tecnici di radiologia, dai tecnici della prevenzione fino agli assistenti sociali e ai fisioterapisti, tutte figure che possono concorrere alla prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione.

Per approfondire

Telemedicina: ragionare sui modelli di organizzazione, di implementazione tecnologica e di acquisizione

Siglato accordo SItI-FIASO: sarà la base per un Position Paper condiviso

È stato firmato quest’oggi, durante un incontro in occasione del 55° Congresso Nazionale della Società Italiana d’Igiene, un accordo fra SItI (Società Italiana d’Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica) e FIASO (Federazione Italiana Aziende Sanitarie e Ospedaliere). Durante il corso dei lavori, questa mattina, le due Società, formate da Igienisti e Manager, hanno così gettato le prime basi dell’accordo per un Position Paper condiviso.

 

“Oggi è una giornata importante per la Sanità Pubblica e per la nostra Società Italiana d’Igiene – dichiara il Dr. Antonio Ferro, Presidente SItI – In occasione del 55° Congresso Nazionale, in corso Padova con la partecipazione di più di 1800 iscritti, abbiamo siglato un accordo con FIASO. Sanità Pubblica e Management uniscono le proprie forze a favore di tutta la popolazione e per il prossimo Governo, pronti per fornire supporto e dare nuove prospettive in un momento difficile per la Sanità italiana”.

 

“Grazie alla collaborazione e alla sinergia tra tutti i professionisti del servizio sanitario, il Paese è riuscito a superare l’emergenza Covid. Ma la sfida adesso va oltre la crisi: dobbiamo implementare modelli organizzativi che possano rendere le aziende sanitarie più efficienti e più in linea con i bisogni dei cittadini. Il lavoro congiunto con gli Igienisti, da questo punto di vista, è fondamentale per rispondere alle esigenze di tutela della salute pubblica, tenendo sempre bene a mente la lezione della pandemia” aggiunge il Dr. Giovanni Migliore, Presidente di FIASO (Federazione Italiana Aziende Sanitarie e Ospedaliere).

Medici e infortunio sul lavoro, Pina Onotri (SMI): “È ora di ampliare la misura ai medici di medicina generale e liberi professionisti”

“Siamo d’accordo con il Presidente dell’Inail, Franco Bettoni, sulla necessità che l’infortunio sul lavoro debba essere ampliato ai medici di medicina generale e liberi professionisti e ad altre categorie  di lavoratori attualmente senza questa tutela”. Così Pina Onotri, Segretario Generale del Sindacato Medici Italiani (SMI), in risposta a quanto dichiarato oggi dal presidente dell’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro.

 

“I medici della medicina convenzionata sono tuttora privi di tutele, come invece previsto in altri paesi europei. Non sono bastati i circa 400 medici di famiglia deceduti per far estendere le tutele sul lavoro al contagio da virus e farlo rientrare nei casi d’infortunio sul lavoro. Alla luce della recente pandemia è quanto mai urgente stilare uno strumento normativo adeguato che riconosca ai medici convenzionati le tutele previste per tutti gli altri lavoratori”.

 

“Bene farà l’Inail se riuscirà a riconoscere, anche, che i medici di famiglia hanno subito, in questi mesi, veri e propri infortuni sul lavoro a causa del contagio trasmesso dai loro pazienti. Le famiglie dei medici hanno diritto ad essere indennizzate in caso di morte dei propri congiunti. Dobbiamo tutelare, una volta e per tutte, i medici che sono le figure cardini del Servizio Sanitario Nazionale”.

 

“Il V congresso SMI che si terra il 7/8/9 ottobre 2022 a Tivoli lancerà un appello a tutte le organizzazioni sindacali di categoria e alle forze politiche affinché il prossimo Parlamento affronti tra le prime misure quella del riconoscimento dell’infortunio per i medici dell’area convenzionata”, conclude.