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Pubblicità sanitaria all’estero, la Commissione Albo Odontoiatri nazionale scrive a Agcom e Fieg: “Aiutateci a bloccare i messaggi ingannevoli”

Fanno leva sulla possibilità di curarsi i denti risparmiando, e aggiungendo gratis qualche giorno di vacanza “tutto incluso”: sono le pubblicità che spingono al cosiddetto “turismo dentale”, cioè a scegliere di andare all’estero per sottoporsi a prestazioni odontoiatriche. Pubblicità spesso aggressive, o quanto meno suggestive, quasi sempre omissive su rischi e controindicazioni, se non propriamente ingannevoli: in ogni caso, contrarie alla normativa italiana. Pubblicità che, però, è impossibile bloccare proprio perché gli studi – e spesso anche i server dei siti internet che li ospitano – hanno sede all’estero.  Come tutelare, allora, il paziente e il cittadino?

Se lo è chiesta la Commissione Albo Odontoiatri (Cao) nazionale della Fnomceo, la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri. Che, per mano del suo Presidente, Raffaele Iandolo, ha scritto questa mattina una lettera all’Agcom, l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni e alla Fieg, la Federazione italiana Editori Giornali, per sensibilizzare sulla questione e per sollecitare un supporto in termini di regolamentazione e vigilanza. La Cao si riserva inoltre di segnalare all’Authority gli editori che diffondono messaggi pubblicitari in contrasto con la normativa.

 

“Sono molte le segnalazioni – scrive Iandolo – indirizzate ai Presidenti delle Commissioni Albo Odontoiatri territoriali, da parte di colleghi ma anche di cittadini, di messaggi pubblicitari – promossi soprattutto sulle testate online – non conformi con quanto previsto dalla nostra legislazione, ma diventa impossibile intraprendere azioni quando lo studio e il server sono stanziati all’estero. Occorre sottolineare che a causa della crisi economica degli ultimi anni, la tendenza al turismo dentale è ormai ampiamente diffusa in Italia, con mete più “gettonate” i Paesi dell’Est”.

“Per informazione sanitaria – spiega Iandolo – si intende qualsiasi notizia utile e funzionale al cittadino per la scelta libera e consapevole di strutture, servizi e professionisti. Le notizie devono essere tali da garantire sempre la tutela della salute individuale e della collettività”.

 

Cosa diversa è, per il Presidente della Cao Nazionale, la pubblicità commerciale, che si distingue per “il tono, le modalità di presentazione, il contenuto e la frequenza”.

“La pubblicità informativa – argomenta – a differenza della pubblicità commerciale ha lo scopo di promuovere le prestazioni professionali in forma singola o societaria e deve essere riconoscibile, veritiera e corretta.  È ingannevole quando sia idonea ad indurre in errore le persone fisiche o giuridiche alle quali è rivolta, potendone pregiudicare il comportamento”.

“Occorre sottolineare – continua Iandolo, dopo aver illustrato il quadro normativo – che, ad esclusiva garanzia della tutela della salute individuale e della collettività, bene primario della professione odontoiatrica,  un’informazione pubblicitaria effettuata  mediante messaggi pubblicitari relativi a studi professionali  collocati all’estero, promossi sul web o mediante l’utilizzo di spazi pubblicitari, in maniera non conforme con quanto previsto dalla legislazione italiana, sicuramente non può ritenersi strumento atto a favorire una scelta da parte del paziente libera e consapevole di strutture, servizi e professionisti. Infatti, tale “selvaggia” divulgazione di messaggi promozionali a scopo commerciale piuttosto che informativo-sanitario sortisce l’inevitabile effetto di condizionare e dunque fuorviare in maniera ingannevole la libera determinazione del cittadino/paziente, che, convinto di ottenere cure migliori a prezzi più convenienti, corre all’estero mettendo eventualmente a rischio la propria salute”.

“La pubblicità sanitaria – rimarca il presidente Cao – deve essere sempre “veritiera, corretta e funzionale all’oggetto dell’informazione, mai equivoca, ingannevole e denigratoria”; sussiste, inoltre, il requisito della veridicità solo nel momento in cui il contenuto della stessa sia in ogni caso dimostrabile. Pertanto, al fine di una maggiore osservanza della normativa sull’informazione sanitaria volta a scongiurare i rischi che i pazienti, spinti da messaggi spesso fuorvianti e scorretti, corrono nel recarsi all’estero per sottoporsi a cure odontoiatriche, si auspica una maggiore sensibilizzazione in tal senso degli editori, ritenuti insieme ai direttori delle testate giornalistiche responsabili dei contenuti dei messaggi pubblicitari. Mancando in tale ambito un sistema sanzionatorio a livello europeo che sia in grado di arginare il fenomeno della pubblicità commerciale non corretta, con riguardo in particolare alle società pubblicitarie che veicolano tali messaggi per il tramite di editori, non viene considerata la delicatezza e l’importanza della materia oggetto di divulgazione e quindi di condizionamento per i pazienti, rischiando quindi di ledere il “bene salute”: bene primario della professione odontoiatrica”.

“Ciò detto – conclude Iandolo – con l’obiettivo di tutelare la salute dei cittadini, questa Commissione Albo Odontoiatri nazionale valuterà la possibilità di segnalare all’Authority gli editori che diffondono messaggi pubblicitari palesemente in contrasto con le norme sull’informazione sanitaria. Si chiede inoltre l’autorevole intervento dei soggetti in indirizzo, ognuno per le sue competenze, al fine di svolgere funzioni di regolamentazione e vigilanza nei settori delle telecomunicazioni, dell’audiovisivo, dell’editoria in merito alla fattispecie in esame”.

Fuga dal Pronto Soccorso: il 50% dei contratti non è stato assegnato

L’indice di gradimento delle scuole di specializzazione in Emergenza-Urgenza (leggasi Pronto Soccorso) e in quelle discipline che si sono rivelate fondamentali nella pandemia da Sars-Cov-2, è in caduta libera.

L’analisi condotta dall’Anaao Assomed rivela che nel recente concorso di specializzazione non è stato assegnato il 74% dei contratti di microbiologia, il 63% di Patologia Clinica, il 54% di Medicina di Comunità e cure primarie e soprattutto il 50% di medicina d’emergenza ed è facile prevedere che nei prossimi scaglioni straordinari queste percentuali siano destinate ad aumentare.

“Queste mancate assegnazioni – commentano Pierino Di Silverio Segretario Nazionale Anaao Assomed e Giammaria Liuzzi Responsabile Nazionale Anaao Giovani – si traducono inevitabilmente nella cronicizzazione della carenza di medici specialisti in medicina d’emergenza e sono la prova oggettiva del fallimento dell’attuale impianto formativo dei futuri medici specialisti, fermo a un decreto di ben 23 anni fa (D.Lgs 368/99). Dimostrano inoltre che non basta aumentare i contratti di formazione per colmare le carenze in certe specialità alla luce anche di un contratto di lavoro per la dirigenza medica già scaduto prima ancora di essere rinnovato”.

“Nella situazione attuale, il medico specializzando svolge la sua formazione all’interno di reparti in cui la carenza di specialisti è cronica ed è obbligato a compensare queste carenze lavorando, insieme a dirigenti medici con una retribuzione tra le più basse d’Europa, fianco a fianco a colleghi assunti mediante cooperative che percepiscono quotidianamente quasi quanto il loro stipendio mensile”.

“Al netto di una urgente riforma dell’organizzazione delle emergenze che vada verso una reale integrazione delle cure territoriali con quelle ospedaliere che sembra tuttavia non interessare ma che invece ha i caratteri della vera e propria emergenza, la soluzione professionale invece  è triplice: 1) riformare globalmente il sistema delle specializzazioni verso una formazione lavoro nei learning hospital, rendendo da subito strutturale il decreto Calabria ed ampliando la sua applicazione senza vincoli o subordini baronali oggi presenti,  2) eliminare le incompatibilità lavorative; 3) attuare tutte le iniziative per mettere a riparo i colleghi dalla schiera di avvocati specializzati in contenziosi contro i medici, ovvero correre decisi verso la depenalizzazione dell’atto medico”.

“Senza un contratto che faciliti la progressione di carriera, che renda le retribuzioni idonee alla mole e alla complessità del lavoro e renda sicuro il lavoro in corsia, ogni riforma sarebbe si incompiuta, soprattutto in una realtà come quella dei Pronto Soccorso, oggi unico punto di accesso in Ospedale che ha sempre più le sembianze di un “collo di bottiglia” anzichè un punto di snodo delle emergenze. Con queste contromisure si creerebbe un circolo virtuoso che porterebbe finalmente i Pronto Soccorso e gli ospedali ripopolati di medici assunti nel Servizio Sanitario Nazionale e non solo di pazienti”.

“La soluzione esiste e ci auguriamo che il nuovo Governo abbia il coraggio e la volontà politica di riformare globalmente un sistema di specializzazione che necessita con urgenza di cambiamenti indispensabili per il sistema sanitario nazionale e soprattutto per una idonea erogazione di salute degli specialisti del domani”.

La sanità è un mondo sempre più al femminile ma non a misura di donna

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Le donne hanno conquistato professionalmente la sanità. Ormai due terzi dei camici bianchi negli ospedali e nelle strutture sanitarie è indossato da una donna. Sono soprattutto loro ad aver gestito in prima linea l’emergenza Covid, avendo dimostrato fin dall’inizio una maggior resilienza nei confronti degli effetti più gravi del virus.

In Italia le donne medico sono oltre 400 mila, poco meno del 70% del personale assunto nel Servizio Sanitario Nazionale. Un fenomeno che è stato chiamato “femminizzazione” della sanità. E le cosiddette quote rosa fra i camici salgono se prende in considerazione il personale infermieristico. Non si tratta di un caso italiano. Il dato è in linea con la media europea. Nel vecchio continente le donne medico superano il 60% del totale del personale sanitario un po’ in tutti i Paesi. Questo cambio di paradigma, ormai pienamente affermato, non sembra però andare di pari passo con un adeguamento delle dinamiche lavorative e sociali all’interno del mondo del lavoro sanitario, ancora saldamente plasmato sui medici uomini, che detengono le cariche apicali e determinano dinamiche che tuttavia li riguardano sempre meno, almeno dal punto di vista numerico. Abbiamo commentato le difficoltà del settore e l’adeguamento del sistema-ospedale alla massiccia presenza delle donne in corsia con il dottor Giovanni Leoni, vicepresidente della FNOMCeO.

La difficoltà di fare carriera

Se le donne hanno nettamente superato gli uomini, almeno in termini numerici, ricoprendo sempre più cariche sanitarie, lo stesso non vale per quanto riguarda le cariche dirigenziali e apicali della sanità. Quando si tratta dei vertici, c’è ancora disparità, stavolta a danno delle donne. In controtendenza rispetto al dato generale delle assunzioni dei medici ospedalieri, due primari su tre sono ancora uomini.

Come testimoniato anche dalla presenza di associazione come Woman in Surgery, nata con l’obiettivo di promuovere iniziative volte al raggiungimento della parità di genere fra le chirurghe, le difficoltà per le donne medico di fare carriera e di avere gli stessi riconoscimenti dei colleghi uomini è nero su bianco anche in busta paga.

La carenza di strutture di supporto alla genitorialità, l’esigenza di continui aggiornamenti e il lungo percorso di studi non facilitano il work-life balance

La carenza di strutture di supporto alla genitorialità, l’esigenza di continui aggiornamenti e il lungo percorso di studi non facilitano evidentemente il work-life balance per chi lavora in corsia, rendendo non semplice, specialmente per le donne che decidono di affrontare una maternità, il restare al passo con i colleghi uomini.

Le analisi e il sondaggio di Anaao Assomed

Nella primavera 2022, Anaao Assomed, associazione dei medici dirigenti, ha deciso di testare il livello di soddisfazione dall’attuale organizzazione del SSN delle donne che ne fanno parte. È stato promosso su scala nazionale un questionario anonimo rivolto alle donne del SSN per interrogarle in merito alle criticità rilevate, alle esperienze vissute, alle proposte di miglioramento del lavoro di cura e di cambiamenti necessari a un SSN a prevalente componente femminile. Il questionario, condiviso alle iscritte Anaao Assomed attraverso la piattaforma SurveyMonkey tra il 9 marzo e il 14 aprile 2022, ha raccolto 1.668 risposte tra partecipanti di età compresa tra i 26 e i 70 anni (età media 49,85 ± 10,03), la maggior parte convivente o sposata (69%) e più della metà con figli (57%).

Più della metà delle intervistate segnala insoddisfazione e delusione per il proprio lavoro (51,8%), con aspettative peggiorate nel 65% dei casi

La maggior parte delle partecipanti ha un’anzianità di servizio di oltre 15 anni (54%), appartiene a un’area di specializzazione medica (60%) con un contratto a tempo indeterminato (92%) e lavoro a turni (60%). Più della metà delle intervistate segnala insoddisfazione e delusione per il proprio lavoro (51,8%), con aspettative peggiorate nel 65% dei casi. Il 37%, tuttavia, si vede nel lavoro attuale anche nel prossimo futuro, prevalentemente perché ama la professione (55,7%), una modesta maggioranza rispetto a chi segnala la prossima intenzione di cambiare lavoro. Tra le motivazioni addotte da quest’ultimo gruppo prevale l’insoddisfazione per le condizioni di lavoro (35,7%), intese come carenza di personale, disorganizzazione, carichi di lavoro, scelte aziendali, clima lavorativo, la stanchezza, la demotivazione e il burnout con la percezione di non essere più in grado di gestire il proprio lavoro (24,7%) e anche l’assenza di sviluppo professionale (14,9%).

Il problema trasversale della carenza di personale

Giovanni Leoni

Le difficoltà incontrate dalle donne medico non sembrano però essere legate solo al genere di appartenenza. “Le donne medico hanno senz’altro manifestato delle problematiche che riguardano trasversalmente chi fa questa professione – ha commentato il dottor Giovanni Leoni, vicepresidente della FNOMCeO –: tutti, donne e uomini impiegati nella sanità pubblica, ci siamo accorti di come la situazione professionale stia rapidamente peggiorando”.

“Una volta fare questo lavoro richiedeva tanti sacrifici ed energie ma venivano ripagati dalle soddisfazioni sul campo, da adeguate retribuzioni e da orari di lavoro adeguati allo stress che le grandi responsabilità della professione stessa comportano – ha proseguito Leoni –. Oggi i giovani medici preferiscono lavorare nel privato o fuori dall’Italia, dove trovano stipendi migliori a fronte di un impegno professionale meno logorante e con maggiori prospettive di carriera”.

Il peggioramento post-pandemia

La pandemia da Covid-19 non poteva che impattare negativamente su un sistema già carente. La componente femminile del personale sanitario, per quantità e qualità, è stata un’imprescindibile risorsa in questi anni difficili ma da questa esperienza sembra esserne uscita più indebolita e insoddisfatta. Secondo i dati del sondaggio Anaao Assomed il 58% delle partecipanti riterrebbe utile un confronto tra la direzione organizzativa e i professionisti per analizzare le criticità. Il giudizio diffuso è che la catena di comando rispetto al Covid è stata inadeguata e priva di effetti sul proprio lavoro (66%), alla proclamata fine dell’emergenza.

“L’esperienza sul campo ha dimostrato che alle professioniste del lavoro di cura non servono patenti di leadership per assicurare l’assistenza fin nella più periferica postazione – ha commentato in una nota Anaao Assomed -, organizzando e adattando conoscenze e abilità a ciò che bisognava fronteggiare. Ciò, nonostante la non rara inadeguatezza del sistema manageriale”.

La maggioranza delle intervistate ritiene fondamentale migliorare l’organizzazione del lavoro attraverso l’aumento del personale, la riduzione dei carichi, orari più flessibili, una riduzione del carico burocratico

Ne consegue che la maggioranza delle intervistate ritiene fondamentale migliorare l’organizzazione del lavoro attraverso l’aumento del personale, la riduzione dei carichi, orari più flessibili, turnistiche di reperibilità notturne e festive ridotte, possibilità di usufruire di riposi e ferie, una riduzione delle incombenze burocratiche, un aumento della retribuzione e del tempo adeguato alla propria formazione professionale.

Più tempo e più soldi: la ricetta “per resuscitare” la sanità pubblica

Per rendere il lavoro nel Servizio Sanitario Nazionale più appetibile per i giovani professionisti, la maggioranza delle intervistate al sondaggio ritiene necessario un aumento della retribuzione, una riduzione dei carichi di lavoro e un maggior coinvolgimento nei processi decisionali rispetto al proprio lavoro. Anche nell’immaginare una sanità del futuro governata dalle donne emergono temi legati alla riorganizzazione del lavoro, alla maggiore conciliazione del lavoro con la propria vita e la famiglia, alla maggiore equità e possibilità di carriera.

Un aspetto segnalato come prioritario è la possibilità reale di uno sviluppo di carriera e un lavoro più flessibile negli orari e nei carichi

Un aspetto segnalato come prioritario, e assente in altre indagini del genere, è la possibilità reale di uno sviluppo di carriera e un lavoro più flessibile negli orari e nei carichi rispetto alle esigenze. Anche la necessità di umanizzazione sia delle cure sia dell’organizzazione è emersa come prioritaria: viene chiesta un’organizzazione sanitaria diretta da persone per le persone, dove il paziente torni ad essere al centro del processo. “Da segnalare come il 40% delle partecipanti riferisca di non aver mai aderito a uno sciopero – commenta infine una nota di Anaao Assomed -, e di non ritenerlo uno strumento utile, mentre frequentemente segnalano alla propria direzione, da sole o con colleghi, diversi tipi di problematiche. In sostanza, dalla survey è emersa la ricerca delle professioniste di un maggior ruolo, di maggior tempo, di maggiore partecipazione alla vita della organizzazione”.

Consip: al via due nuove gare in ambito PNRR nel settore sanitario per risonanze magnetiche, tomografi computerizzati e mammografi di ultima generazione

Consip ha pubblicato due nuove gare in ambito sanitario, per un valore complessivo superiore ai 300 mln/€, riservate agli acquisti della PA finanziati attraverso i fondi del PNRR nel quadro della Missione 6 (Salute), componente 2 “Innovazione, ricerca e digitalizzazione del Servizio Sanitario Nazionale” – “Investimento 1.1 – Ammodernamento del parco tecnologico e digitale ospedaliero”.

Si tratta di tre merceologie che Consip affronta attraverso due iniziative distinte:

  • Accordo Quadro per la fornitura di 154 Tomografi a risonanza magnetica 1,5 Tesla e 264 Tomografi computerizzati, del valore di circa 276 mln/€
  • Accordo Quadro per la fornitura di 172 Mammografi con tomosintesi del valore di circa 45 mln/€

Entrambe le iniziative sono destinate alla sostituzione del parco macchine obsoleto a seguito della raccolta dei fabbisogni effettuata dal Ministero della Salute con Regioni e Province autonome e si aggiungono a quelle già pubblicate da Consip nell’ambito del PNRR: 705 Apparecchiature di radiologia (telecomandati e polifunzionali), 29 Tomografi PET/TC, 123 Gamma camere e 62 Acceleratori lineari che saranno disponibili entro la fine dell’anno. Sono stati, invece, già resi disponibili oltre 900 Ecotomografi, di cui 800 già ordinati dalle Amministrazioni.

Lo strumento dell’Accordo Quadro con più aggiudicatari – che avrà per entrambe le iniziative una durata di 1 anno dall’attivazione (più eventuali ulteriori 6 mesi di proroga) e consentirà la stipula di contratti della durata di 12 mesi –garantisce la più ampia scelta per le Amministrazioni. In particolare, per la scelta del fornitore, accanto al criterio della priorità in base alla graduatoria di merito, è stato introdotto anche il criterio della “scelta tecnica”, che consentirà di ordinare apparecchiature e sistemi a qualsiasi aggiudicatario qualora sussistano motivazioni tecniche o cliniche (es. tempi di consegna, particolari configurazioni/funzionalità tecniche delle apparecchiature, etc.).

Le apparecchiature richieste prevedono dispositivi e software aggiuntivi rispetto a quelli solitamente disponibili nella configurazione di base.

Ed inoltre, al fine di selezionare apparecchiature di ultima generazione, ad elevato grado di accuratezza e corredate dalle più efficienti soluzioni tecnologiche, in entrambe le gare il criterio di aggiudicazione è l’offerta economicamente più vantaggiosa con il miglior rapporto qualità/prezzo: 80 punti tecnici e 20 punti economici.

Nello specifico, entrambe le iniziative prevedono una Relazione tecnica per la valutazione qualitativa di alcune prestazioni cliniche delle apparecchiature in aggiunta alla valutazione delle bioimmagini e delle caratteristiche funzionali, valutate secondo regole e condizioni descritte in specifici protocolli redatti in collaborazione con la Società Italiana di Radiologia Medica (SIRM) e l’Associazione Italiana di Fisica Medica (AIFM).

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Il termine di presentazione delle offerte è fissato al 12 ottobre 2022 per l’AQ Tomografi a risonanza magnetica e Tomografi computerizzati e al 21 ottobre 2022 per l’AQ Mammografi con tomosintesi.

Medici favorevoli all’istituzione di una scuola di specializzazione universitaria in medicina generale

L’Associazione Società Scientifica Interdisciplinare e di Medicina di Famiglia e Comunità (Assimefac) ritiene che sia improcrastinabile sanare il divario formativo, inerente alla medicina generale/medicina di famiglia, tra la realtà italiana e quella della stragrande maggioranza dei paesi europei ed extra europei, ove la medicina generale/medicina di famiglia è materia di studio nel percorso di laurea e di specializzazione al pari di altre discipline mediche. Ecco i risultati dell’indagine effettuata tra i medici, illustrati da Leonida Iannantuoni, Presidente CTS Assimefac e Giovanni Battista D’Errico, Responsabile Area di Oncologia e Cure Palliative Assimefac.

Materiali e metodi

È stato somministrato, tramite web e testate di settore, per la durata di giorni dieci, un questionario con dodici item inerenti sesso, età, professione principale, numero di eventuali assisti in carico, tipologia di svolgimento dell’attività di medico di medicina generale, conoscenza della realtà formativa europea ed extra europea.

Il questionario ha indagato:

a) Il parere dei colleghi circa l’opportunità, per i medici di medicina generale (MMG), di accedere alla carriera universitaria.

b) I vantaggi sia per i MMG, sia per i medici in formazione, nonché per la qualità dell’assistenza sanitaria derivanti dall’istituzione di una scuola di specializzazione universitaria in medicina generale.

c) L’ ultimo quesito chiede di esprimere parere, favorevole o contrario, all’istituzione di una scuola di specializzazione universitaria in medicina generale.

Risultati

Il questionario è stato compilato da 428 Colleghi di cui uomini il 63,80% e donne 36,20%. La fascia di età maggiormente rappresentata è stata quella di oltre 51 anni (45,60%).

Il 63,10% dei colleghi che hanno risposto al questionario svolge l’attività di medico di medicina generale con oltre 1000 assisti in carico (48,30%), complessivamente il 28,20% svolge l’attività professionale in medicina di gruppo. L’84,20% degli intervistati dichiara di essere a conoscenza che, in nazioni U.E. ed extra U.E., esistono scuole di specializzazione universitaria in medicina generale ed il 92,60% dichiara di essere favorevole alla possibilità, per i medici di medicina generale, di accedere alla carriera universitaria.

L’86,90% dei colleghi intervistati si dichiara favorevole all’adozione, tramite una scuola di specializzazione universitaria, di un unico core curriculum ed l’ 87,20%, bocciando l’attuale criterio formativo basato su corsi di formazione a gestione regionale, ritiene che una scuola di specializzazione universitaria porterebbe ad una migliore preparazione dei colleghi in formazione.

Per quanto concerne l’aggiornamento professionale dei MMG il parere prevalente degli intervistati (82,90%) è orientato favorevolmente all’istituzione di una scuola di specializzazione. Infine, l’84,20% degli intervistati reputa che una scuola di specializzazione potrebbe rilanciare, tra i giovani, la professione del medico di medicina generale ed l’89,60% si dichiara favorevole all’istituzione, anche in Italia, di scuole di specializzazione universitaria in medicina generale.

Conclusioni

Indipendentemente da età e ruolo professionale svolto, la quasi totalità degli intervistati (89,60%) ritiene che sia opportuno e improcrastinabile equiparare ad altre realtà internazionali la formazione dei medici di medicina generale tramite l’istituzione di vere e proprie scuole di specializzazione universitaria in medicina generale.

Cittadinanzattiva: nessun partito, da solo, può affrontare la complessità attuale

La posizione di Cittadinanzattiva sul post-voto, espressa dal Segretario nazionale Anna Lisa Mandorino, è chiara: “Nessuna forza partitica, anche al top del suo consenso, può affrontare da sola la complessità della situazione attuale”.

Nell’agenda del nuovo governo, per la sanità le prime voci da affrontare saranno: la riforma per gli anziani non autosufficienti, lo sblocco del Decreto tariffe, un piano per il recupero e il superamento delle liste d’attesa e campagne di informazione e comunicazione sull’importanza di vaccini e prevenzione.

Segretario Mandorino, le urne hanno decretato la vittoria, attesa, del Centrodestra alle elezioni politiche. Come valuta questo cambio di rotta della politica scelto dagli italiani sotto il profilo della tutela dei diritti e dei doveri dei cittadini?

Con molto rispetto per l’orientamento che i cittadini hanno espresso attraverso il loro voto. Semmai, per un Movimento che crede nella partecipazione e nelle varie modalità di partecipazione, dal voto all’attivismo civico, che la nostra Costituzione contempla, con molta preoccupazione per il livello di astensionismo non abituale nel nostro Paese.

Sotto il profilo della tutela dei diritti e per quanto riguarda i doveri dei cittadini, che noi preferiamo chiamare standard di comportamento, mi piace ribadire qui quello che abbiamo detto nel nostro Manifesto “Oltre le elezioni”, uscito pochi giorni prima del momento elettorale. Noi pensiamo che ci siano donne e uomini di valore all’interno delle istituzioni e con molti di loro abbiamo lavorato e continueremo a farlo per il futuro, ogni volta che incontreremo disponibilità a confrontarci sulle questioni e a co-progettare le politiche pubbliche. Pensiamo però anche che nessuna forza partitica, anche al top del suo consenso, possa affrontare da sola la complessità della situazione attuale e che il compito della cittadinanza attiva sia fondamentale, specie in questa fase storica e specie rispetto ad alcuni ambiti che noi abbiamo indicato con chiarezza: la salute pubblica e l’investimento sul Servizio sanitario nazionale; la scuola come luogo di elezione per la costruzione del futuro del Paese; una politica unitaria e politiche pubbliche dedicate tanto agli anziani quanto ai giovani, considerati i trend demografici che caratterizzano il nostro Paese; lo sviluppo di un’Europa dei diritti e la pratica della cittadinanza europea.

Noi cittadini attivi dobbiamo vigilare, collaborare, intervenire, anche scontrarci quando necessario; le istituzioni devono favorire confronto e collaborazione

Su questi ambiti noi cittadini attivi dobbiamo vigilare, collaborare, intervenire, anche scontrarci quando necessario, da soli e in alleanza con tutti i soggetti che abbiano a cuore l’interesse generale. Le istituzioni, da parte loro, devono favorire confronto e collaborazione.

A suo avviso quali erano le proposte più interessanti in tema di salute e sanità presenti nei programmi elettorali della coalizione di centrodestra?

La sanità non è stata il tema centrale dei programmi dei vari partiti, e tanto meno il tema centrale del dibattito pubblico che ne è scaturito.

Ciascun programma conteneva proposte anche interessanti, insieme ad altre meno apprezzabili, ma prive di un collegamento sistematico fra di loro, anche se ci sono alcuni punti programmatici comuni a tutte le forze politiche, e questo è un dato positivo.

La sanità non è stata il tema centrale dei programmi dei vari partiti, e tanto meno il tema centrale del dibattito pubblico che ne è scaturito

Un aspetto dei programmi della coalizione di centrodestra che, almeno al livello di attenzione dedicata, è da ritenere molto interessante è la questione della salute mentale, della necessità di rafforzare le politiche pubbliche in questo ambito, anche a partire dal sostegno psicologico rivelatosi necessario dopo la pandemia. A proposito di pandemia, è interessante il riferimento alla necessità di aggiornare, speriamo in modo dinamico, il piano pandemico. E poi ci sarebbe un riferimento interessante, ma non ben chiarito, alla possibilità di estendere il perimetro delle prestazioni medico-sanitarie esenti da ticket. Questo è un aspetto che meriterebbe senz’altro un maggiore livello di dettaglio.

Ha identificato delle risonanze tra alcune proposte del centrodestra e quelle del centrosinistra o del terzo polo per quanto riguarda la tutela del diritto alla salute tali da far presupporre che ci potrà essere un dialogo in Aula?

Ci sono tre temi che ricorrono in tutti i programmi, e questo è sicuramente un bene perché prefigura la possibilità che non solo ci sia un dialogo, ma una collaborazione vera e propria anche fra forze di maggioranza e di opposizione: sono le questioni dell’assistenza territoriale e di prossimità, l’investimento sugli operatori, il recupero delle liste d’attesa per prestazioni e cure trascurate durante la pandemia. Ovviamente, non sono indifferenti le modalità con cui si intendono affrontare le tre questioni, ma questo sta al confronto tra le forze partitiche nelle sedi istituzionali opportune.

Piuttosto, è chiaro che nessuna di queste questioni, in particolare quella degli operatori, si risolve senza un investimento strutturato e sistematico sulla sanità e senza un finanziamento adeguato, auspichiamo in maniera proporzionale al Pil, del Fondo sanitario nazionale.

Su quali punti invece ritiene siano maggiori le distanze tra le ali dell’emiciclo?

Le maggiori distanze tra i partiti riguardano la governance della sanità, oscillando tra l’autonomia differenziata del centro-destra – in particolare della proposta della Lega – e un recupero di centralismo proposto dal Movimento Cinque Stelle e anche da Azione-Italia Viva, con una posizione mediana o, forse, irrisolta del Pd.

Sulla governance della sanità si oscilla tra autonomia differenziata del centro-destra e recupero di centralismo del Movimento Cinque Stelle e di Azione-Italia Viva

Inutile dire, specie in mancanza di strumenti adeguati come la definizione dei livelli essenziali dei servizi, qual è la posizione in proposito di un Movimento come il nostro, che fa della lotta alle disuguaglianze territoriali e della importanza di un Servizio sanitario nazionale uguale, universale, equo, una delle sue direttrici di azione.

Se lei dovesse scegliere tre criticità da risolvere per prime e velocemente da parte del nuovo esecutivo, cosa chiederebbe di mettere in atto entro i primi 100 giorni di governo?

Riforma per gli anziani non autosufficienti, sblocco dei Lea e liste d’attesa sono le priorità per i primi 100 giorni

Sicuramente dare impulso alla riforma per gli anziani non autosufficienti, prevista dalla Missione 5 del Pnrr, per cui è prevista l’approvazione entro la primavera del 2023; sbloccare attraverso il confronto serrato e urgente con le Regioni il Decreto tariffe, per rendere finalmente esigibili i Livelli essenziali di assistenza aggiornati nel 2017 ma non ancora entrati in vigore;  un piano di emergenza nazionale e un monitoraggio stretto delle Regioni per il recupero e il superamento delle liste d’attesa.

Aggiungerei che, visto che nell’affrontare il tema Covid il centro-destra mette in evidenza nel suo programma la necessità di comportamenti individuali prudenti e responsabili, sono necessarie campagne di informazione e comunicazione ai cittadini sull’importanza dei vaccini e sulla necessità di prevenzione a 360°, e il sostegno a interventi attivi che consentano di accedere facilmente a ogni intervento previsto per la prevenzione, dai vaccini agli screening.

Le associazioni dei pazienti saranno coinvolte nei processi decisionali in sanità

Le associazioni dei pazienti potranno partecipare ai processi decisionali in sanità: lo certifica l’atto di indirizzo firmato dal segretario generale del ministero della Salute, Giovanni Leonardi.

Il documento, frutto di un gruppo di studio coordinato dal Capo della Segreteria tecnica pro tempore, prima Stefano Lorusso e successivamente Antonio Gaudioso, consta di sei articoli. Si parte dalle modalità di partecipazione da parte delle associazioni o organizzazioni di cittadini e pazienti:

  • Partecipazione nella consultazione. Prevede il coinvolgimento in percorsi decisionali, nella fase istruttoria, con la finalità di acquisire la posizione degli Enti su un provvedimento che si intende adottare. La consultazione deve avvenire in un momento opportuno all’ interno dell’iter del provvedimento e con un tempo congruo onde permettere ai partecipanti di poter analizzare il provvedimento ed esprimere il proprio parere. Le consultazioni possono avvenire sia su provvedimenti di ampio respiro, sia su specifici programmi. In tale ambito si prevede una forma di consultazione estesa non solo agli Enti ma a tutta la “società civile” interessata al tema che verrà svolta mediante l’utilizzo di una piattaforma dedicata.
  • Partecipazione nella definizione dell’agenda. Prevede la possibilità per gli Enti di avanzare istanza, tramite una procedura chiara e trasparente, affinché questioni ritenute rilevanti siano incluse nell’agenda di lavoro del Ministero della salute, con le relative ipotesi di azioni proposte dagli Enti.
  • Partecipazione nella co-progettazione dell’intervento. Prevede che l’amministrazione si avvalga della collaborazione degli Enti nella definizione di programmi, piani o interventi di diretto o indiretto impatto sui cittadini/pazienti, per progettarne lo svolgimento, integrarne i contenuti, correggerne le procedure, identificare le metodologie di valutazione degli effetti.
  • Partecipazione come supporto all’implementazione dei programmi di politica sanitaria. Prevede la collaborazione degli Enti nella attuazione di provvedimenti, piani e programmi già adottati, tramite attivazione di focus group, gruppi di lavoro, protocolli d’intesa e forme di coinvolgimento “sussidiario”.
  • Partecipazione nella generazione delle evidenze. Prevede che nella fase di definizione di specifici provvedimenti, programmi e piani gli Enti possano presentare loro evidenze, vale a dire testimonianze ed esperienze di cui l’Amministrazione può tenere conto nel percorso decisionale a titolo di “patient evidence”.
  • Partecipazione come valutazione e monitoraggio. Prevede da parte dell’Amministrazione forme e programmi di valutazione e di monitoraggio partecipato circa l’attuazione delle proprie politiche, fornendo ampia evidenza pubblica dei relativi risultati, anche attraverso i canali di comunicazione che gli Enti possono offrire a complemento di quelli istituzionali. Tale comunicazione deve basarsi sulla trasparenza dei risultati sia in caso di valutazioni positive, che negative, da intendersi come “aree di miglioramento”.
  • Partecipazione come possibilità di riesame. Prevede la possibilità per gli Enti di avanzare istanze di modifica di uno specifico provvedimento, supportando l’istanza attraverso la presentazione all’Amministrazione di propria documentazione a supporto.

Il coinvolgimento degli Enti, si legge nel documento, può realizzarsi tramite inserimento di loro Rappresentanti all’interno di tavoli, osservatori, gruppi di lavoro, a seconda dell’oggetto specifico e dei percorsi istituzionali specificamente attivati dalla Amministrazione. Il coinvolgimento potrà riguardare specifici provvedimenti, piani e programmi nelle varie fasi di istruttoria e/o di definizione.

Per l’adesione al percorso partecipativo, l’Amministrazione predisporrà una scheda tramite la quale gli Enti avanzino una istanza per l’inserimento in un apposito Elenco istituito per le finalità di cui al presente Atto. L’istanza dovrà essere accompagnata da una dichiarazione di trasparenza, sottoscritta dal Legale Rappresentante, per ciò che concerne possibili conflitti di interesse. L’elenco sarà trasparente e pubblicato sul sito del Ministero della Salute.

Le specifiche procedure per il coinvolgimento degli Enti verranno disciplinate da un ulteriore provvedimento che dovrà essere emanato dal ministero della Salute.

Per valutare nel tempo l’effettivo impatto del presente Atto di indirizzo, anche al fine di introdurre eventuali correttivi, il Ministero dovrà effettuare periodicamente un monitoraggio degli effetti del percorso partecipativo sulla base dei alcuni criteri ben definiti.

Nel fine settimana a Torino il primo Festival del Digitale Popolare

Prende il via questo venerdì, 7 ottobre, la prima edizione del Festival del Digitale Popolare, organizzato dalla Fondazione Italia Digitale, che fino a domenica 9 raduna a Torino personaggi ed esperti per confrontarsi sul ruolo e l’impatto del digitale nella vita quotidiana dei cittadini.

Il digitale è popolare quando davvero rappresenta un progresso per tutti e semplifica il nostro approccio e la nostra esperienza negli ambiti più diversi, dal lavoro all’accesso ai pubblici servizi, dal tempo libero all’informazione. Questa dunque la missione del Festival: trattare il digitale portandolo vicino alle persone, coinvolgendo quindi non solo esperti e nomi istituzionali, ma anche personaggi di settori diversi quali sport, cultura e spettacolo.

Noi saremo presenti come media partner nel pomeriggio di sabato 8 al panel “Digitale, la sanità per tutti” con ospiti il presidente Fnomceo Filippo Anelli, il Direttore Generale della Prevenzione sanitaria presso il Ministero della Salute Gianni Rezza, il Quality and risk Manager and Data Protection Officer di Affidea Italia Roberto Atzeni, il prorettore dell’università Campus Bio-Medico di Roma Eugenio Guglielmelli, il Costumer Excellence & Innovation Head di Takeda Italia Andrea Pecci, la giornalista Donata Columbro e la Dirigente della ASL Torino 3 Franca D’Allocco, moderati da Carla Piro Mander, archeologa e giornalista, esperta di comunicazione istituzionale e consigliera OdG Piemonte, e Cesare Buquicchio, Capo Ufficio Stampa del Ministero della Salute. Saremo lieti di incontrarvi a Torino e vi racconteremo l’appuntamento con ampi approfondimenti nei giorni successivi.

Ulteriori informazioni e il programma completo del festival sono sul sito festivaldigitalepopolare.it e sulla pagina Facebook della Fondazione.

Ingresso gratuito, si raccomanda la prenotazione tramite il sito.

Domenica 9 ottobre la Giornata nazionale Ospedali Storici Italiani lanciata da ACOSI

Tredici Ospedali storici d’Italia, belli e antichi, aprono tutti insieme per la prima volta le loro porte domenica 9 ottobre prossimo: “Non solo Venezia e Firenze, Roma e Milano: numerose altre città italiane – spiega Edgardo Contato, presidente della neonata associazione degli Ospedali storici – possiedono importanti luoghi di cura che sono anche splendidi monumenti, capolavori dell’architettura e dell’arte. Un percorso di tre anni ci ha portati già a riunire in un’associazione i tredici principali Ospedali storici, in dodici città, con i dieci enti gestori. Ed ora questi tredici Ospedali diventano i tasselli una nuova e originale proposta culturale: nella Giornata di domenica 9 ottobre verranno aperti tutti insieme, alla fruizione dei cittadini sensibili al bello, questi luoghi in cui tra mura antiche si pratica la medicina più moderna, e in cui anche la bellezza e l’arte contribuiscono alla cura della persona malata.

La rete degli Ospedali storici si propone come un itinerario ideale in cui architettura, arte, sapere medico e storia sociale si fondono, in modo mirabile e ogni volta differente di città in città

La rete degli Ospedali storici si propone quindi come un itinerario ideale in cui architettura, arte, sapere medico e storia sociale si fondono, in modo mirabile e ogni volta differente di città in città. Siamo certi che questo itinerario negli Ospedali storici, che mancava ed ora c’è, costituisce un contributo importante alla valorizzazione di luoghi identitari che va più a fondo della semplice visita ad un luogo d’arte”.

ACOSI è un organismo originale, libero, prestigioso, per raccordare gli Ospedali storici italiani (ed eventualmente in futuro anche quelli di altri Paesi) per proteggere, studiare e far conoscere uno dei “giacimenti” culturali oggi meno noti ma sicuramente più interessanti e fecondi della storia della civiltà italiana della cura delle persone. L’Associazione ha come obiettivo far conoscere la realtà del patrimonio storico, artistico e culturale degli antichi ospedali italiani (architetture, biblioteche, musei, collezioni, chiese, opere d’arte, strumentazione storica), con appropriati progetti promozionali, proponendo inoltre di elaborare soluzioni gestionali, conservative, comunicative delle entità storiche in ambito ospedaliero.

La Giornata nazionale del 9 ottobre ha come obiettivo quello di rendere fruibile l’inestimabile patrimonio storico di strutture che pure sono a tutti gli effetti luoghi di medicina, di assistenza e di cura

La Giornata nazionale del 9 ottobre ha come obiettivo quello di rendere fruibile l’inestimabile patrimonio storico di strutture che pure sono a tutti gli effetti luoghi di medicina, di assistenza e di cura: a tale scopo è stata definita la programmazione dell’iniziativa “porte aperte”, ossia una proposta di visite guidate su itinerari riservati, ad ingresso libero, in diciassette siti ospedalieri storici dei tredici collegati ad ACOSI, fondata tre anni fa e che vede oggi tredici ospedali affiliati: Ospedale Santa Maria Nuova Firenze, Ospedale Civile Santi Giovanni e Paolo Venezia, Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico Milano, Ospedale Santo Spirito in Sassia Roma, Ospedale degli Incurabili – Mas Napoli, Azienda Ospedaliera S. Antonio e Biagio e C. Arrigo Alessandria, ASST Spedali Civili Brescia, ASST Lodi, Azienda Unità Sanitaria Locale della Romagna Ravenna, Azienda Ospedaliera “Complesso Ospedaliero San Giovanni Addolorata” Roma.

Per maggiori informazioni su tutte le tappe dell’iniziativa è possibile andare sul sito www.acosi.org.

Il volume sugli Ospedali storici e il Calendario di ACOSI

Il viaggio attraverso gli Ospedali storici del Bel Paese – viaggio nella carità, nella medicina, nella spiritualità, nella cultura e nell’arte – è sintetizzato nel volume “Lo splendore della cura. Viaggio negli Ospedali Storici italiani”, che presenta con dovizia di illustrazioni e con un taglio storico-culturale, le strutture che già sono consociate in ACOSI. Il volume è curato da Paolo M. Galimberti (Sarasvathi Edizioni, main sponsor la Fondazione Famiglia Zago) e sarà presentato e diffuso durante la Giornata del 9 ottobre nei tredici Ospedali. In questa occasione inizierà anche la diffusione del primo Calendario ACOSI 2023.

I concerti negli Ospedali storici aperti nella Giornata ACOSI

Oltre alla storia, la musica: sempre nella Giornata del 9 ottobre, un evento musicale sarà tenuto all’interno degli spazi più prestigiosi di ciascuno degli Ospedali aperti. Il programma musicale è organizzato da ACOSI grazie alla partnership con l’Accademia Nazionale Santa Cecilia di Roma nei cinque ospedali fondatori di ACOSI, quale evento finanziato dal Ministero della Cultura, e con altre istituzioni musicali. Ogni concerto sarà a ingresso libero.

Il calendario dei concerti organizzati con l’Accademia Nazionale Santa Cecilia di Roma:

Venezia Chiesa Ospedale San Lazzaro dei Mendicanti / ore 17.30 / Solisti dell’Accademia di Santa Cecilia musiche di Mozart, Galuppi, Malipiero

Milano Chiesa parrocchiale ospedaliera S.M. Annunciata / ore 17.30 / Solisti dell’Accademia di Santa Cecilia musiche di Mozart e Rolla

Firenze Chiesa di Sant’Egidio, Ospedale S. Maria Nuova / ore 11.00 / Quartetto Henao musiche di Bach, Mozart, Cherubini

Roma Complesso Monumentale S. Spirito in Sassia / ore 18.00 / Fiati dell’Accademia di Santa Cecilia musiche di Allegri, Cambini, Mozart, Haydn, Beethoven, Rossini (Briccialdi)

Napoli Lazzaretto-Ospedale S. Maria della Pace / ore 18.00 / Solisti dell’Accademia di Santa Cecilia musiche di Mozart, Durante, Paisiello

Nelle altre strutture sono previsti momenti musicali, sempre con il coordinamento di ACOSI, in collaborazione con gli istituti musicali locali.

Verso un modello di gestione: il protocollo di intesa con il Ministero della Salute e della Cultura

Ma la prima Giornata nazionale Ospedali Storici Italiani del 9 ottobre è solo l’evento iniziale della proposta dell’Associazione Culturale Ospedali Storici Italiani (ACOSI), come sottolinea il presidente Contato: “ACOSI e la sua proposta nascono da esponenti del mondo della sanità – che hanno saputo ‘vedere’ il patrimonio storico-artistico di questi Ospedali secolari. Abbiamo a lungo sognato di aprire alla fruizione pubblica tutti questi luoghi in cui le attività sanitarie di primissimo livello, o la quotidiana assistenza ai degenti, si praticano in contesti monumentali, e le grandi tecnologie medicali stanno a pochi metri da capolavori artistici che meritano di essere conosciuti. Oggi questa nostra intuizione si fa realtà.

ACOSI non si limita a una semplice proposta culturale; si propone invece come luogo in cui approfondire in ogni modo possibile i rapporti profondi tra storia, arte, medicina e assistenza

ACOSI però non si limita ad una semplice proposta culturale; si propone invece come luogo in cui approfondire in ogni modo possibile i rapporti profondi tra storia, arte, medicina e assistenza. Ed è proprio questo sguardo più profondo che ci viene riconosciuto, e che hanno portato il Ministero della Salute e quello della Cultura, insieme, a sposare l’iniziativa degli Ospedali storici, attraverso un Protocollo specifico che ci impegni insieme per custodire, con consapevolezza e reciproco sostegno, per dirla con il titolo della nostra prima pubblicazione, lo splendore della cura, e cioè la ricchezza di opere e di sapere che costituisce il passato, ma anche il futuro, della medicina e dell’assistenza sanitaria italiana”.

Il protocollo di intesa siglato con il Ministero della Salute e quello della Cultura parte dalla imprescindibile premessa legata all’interessa da parte del ministero della Cultura dell’attuazione di interventi per la conservazione, la valorizzazione e la fruizione del patrimonio culturale delle strutture sanitarie ospedaliere di rilevante interesse storico, artistico e monumentale, denominate “ospedali storici italiani”.

Sempre il documento indica che il Ministero della salute, compatibilmente con i propri scopi istituzionali, intende promuovere gli interventi per la valorizzazione delle strutture sanitarie ospedaliere di rilevante interesse storico, artistico e monumentale, quali luoghi legati alla malattia e alla salute che rappresentano un bene comune identificativo della società e capace di produrre identità sul territorio. L’atto, cita ACOSI, costituisce un idoneo riferimento per l’attuazione di una politica pubblica di conservazione, valorizzazione e fruizione della eredità storica e artistica costituita dal patrimonio culturale degli ospedali storici italiani e pertanto il documento riconosce l’interesse per una collaborazione finalizzata a definire strategie e obiettivi per la conservazione, valorizzazione e fruizione di tale patrimonio culturale.

Si tratta, quindi, di un primo intervento strategico per la visione di ACOSI che sta operando per l’individuazione di un modello di gestione dei beni culturali all’interno di strutture normate, finanziate e realizzate per svolgere funzioni assistenziali.

La sfida di ACOSI è dunque valorizzare la sintesi tra scienza medica e arte, ma anche individuare un nuovo modello di gestione, riportando gli ospedali al centro di un percorso culturale, artistico, turistico, anche nell’ottica del percorso di medical humanities che facilita ogni intervento di guarigione. Il prossimo appuntamento, di scambio e confronto su questi temi, è già stato fissato per il 19 novembre, con la terza giornata di studi ACOSI, organizzata a Venezia.

 

di Elena Franco, architetto urbanista esperta in ospedali antichi, membro della nostra knowledge community, e Maria Teresa D’Aquino, direttrice del Centro di Medical Humanities di Alessandria e masterista Cultura e Salute del CCW – Cultural Welfare Center

Presente e futuro del SSN si giocano su privacy, formazione e personale

Cosa c’è dopo il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR)? Ipotizzando di riuscire a centrare gli obiettivi, come sarà la sanità del futuro? Il Piano la descrive come vicina, di territorio e fortemente orientata al digitale. Con Nino Cartabellotta, presidente Fondazione Gimbe, e Ginevra Cerrina Feroni, vice presidente Garante Protezione Dati Personali (GPDP), nella Live intitolata Oltre il PNRR: il SSN del futuro, abbiamo ragionato sulle criticità del presente, provando a guardare al di là dell’orizzonte.

Il dibattito ha preso le mosse dai risultati dei sondaggi condotti tra i nostri lettori nelle scorse settimane su questo argomento, da cui emergono chiaramente alcuni tra i grandi temi del settore, dalla carenza di risorse a quella di personale.

 

sondaggio 1

 

sondaggio 2

“Per quanto riguarda gli obiettivi della sanità del futuro, sostanzialmente mi trovo d’accordo con i risultati presentati: il tema del personale, il digitale, le cure di prossimità; più di un terzo degli intervistati riprende il concetto delle maggiori risorse, un problema trasversale a tutte le necessità di sviluppo – ha commentato Cartabellotta -. Sulla carenza di personale andrei a specificare ulteriormente i differenti livelli da cui partono i 21 servizi sanitari regionali e quelli provinciali, perché con il PNRR dobbiamo raggiungere obiettivi nazionali ma questi di fatto dipendono dalla sommatoria o se preferite la media delle performance regionali, che partono da livelli molto differenti”.

“Questi risultati mi trovano abbastanza d’accordo: i nodi sono essenzialmente personale e organizzazione, e direi che la transizione verso una sanità digitale necessita di personale specializzato – ha sottolineato Cerrina Feroni -. La vera missione oggi è formare questo personale specializzato, perché la pandemia ha cambiato tutto, ha impattato sul sistema istituzionale, su quello economico e su quello sociale e ha cambiato anche il rapporto medico-paziente. Una vera sanità digitale, che preveda la telemedicina, la televisita, il telesoccorso o la teleriabilitazione, necessita di competenze che attualmente sono ancora carenti nel nostro Paese”.

Il SSN del futuro

Cosa ci aspetta in ambito sanitario per il prossimo futuro? “Non è semplice rispondere a questa domanda perché non abbiamo la sfera di cristallo e perché ci sono delle variabili imprevedibili, una per tutte la pandemia – spiega Cartabellotta -. Tra l’altro, qualche settimana fa, il Centro europeo per il controllo e la prevenzione delle malattie (ECDC) ha rilevato che al momento è impossibile disegnare qualsiasi scenario previsionale, tanto che riporta ben cinque possibili contesti che nei prossimi mesi o addirittura anni potranno interessare vari Paesi europei anche in maniera differenziata. Si va da una situazione di estrema tranquillità, come quella che stiamo vivendo in queste settimane, a una ripresa importante della pandemia. La parola d’ordine quindi è preparedness, cioè essere preparati a eventuali riprese della pandemia. Su questo mi permetto di aggiungere un dettaglio di cui si parla poco, cioè gli effetti a medio e lungo termine della pandemia. Quello più evidente è il ritardo delle prestazioni sanitarie sia chirurgiche, sia ambulatoriali, sia di screening, che nonostante lo stanziamento da parte dello Stato di quasi un miliardo fra il decreto agosto e la Legge di bilancio 2022 le Regioni non sono riuscite a recuperare, riportando al tema della carenza di personale per l’erogazione di prestazioni ordinarie o il loro recupero”.

Non è tutto. “Poi c’è l’emergenza dei nuovi bisogni di salute: pochi sanno che in Italia sono stati aperti ben 113 centri per il long Covid, che fanno parte del sistema pubblico senza nessun finanziamento aggiuntivo e sempre con lo stesso personale; per non parlare dell’impatto sulla salute mentale in particolare nei giovani, che si va a innestare in un sistema dove l’offerta di servizi di salute mentale è particolarmente carente.

Oggi ci troviamo rispetto alla situazione pre-pandemica con un ulteriore indebolimento del capitale umano sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo, se pensiamo al burnout e alle condizioni di stress lavorativo in cui i medici, gli infermieri e gli altri operatori sanitari stanno lavorando

Infine, direi, ultimo punto, ma non meno importante, noi oggi ci troviamo rispetto alla situazione pre-pandemica con un ulteriore indebolimento del capitale umano sia dal punto di vista quantitativo (perché per esempio uno degli effetti collaterali sono stati non soltanto i pensionamenti, ma anche l’anticipazione del momento di andare in pensione, i licenziamenti volontari e lo spostamento verso il privato) che qualitativo, se pensiamo al burnout e alle condizioni di stress lavorativo in cui i medici, gli infermieri e gli altri operatori sanitari stanno lavorando. Un tema presente anche nelle nostre analisi e che cerchiamo di portare all’attenzione delle istituzioni. Teniamo sempre presente che, per fare un paragone di tipo clinico, il PNRR è come se fosse un organo prezioso che dobbiamo trapiantare in una persona, che è il Servizio sanitario nazionale, le cui condizioni di salute non sono ideali; quindi, se non si prevedono e non si analizzano tutte le criticità e si predispongono gli interventi per migliorare una serie di condizioni, il rischio è che il ritorno di salute delle risorse del PNRR possa non essere ottimale”.

La privacy dei dati sanitari in Italia e in Europa

Una delle priorità della Missione 6 – Salute del PNRR è l’innovazione, un argomento strettamente legato agli aspetti giuridici. A che punto siamo in Italia e in Europa?

Il binomio sanità digitale e protezione dati non soltanto è possibile ma, anzi, è auspicabile, e può essere portato avanti anche in tempi rapidissimi

“L’Italia in questo momento è in un cantiere di normativa e anche l’Europa – dichiara Cerrina Feroni -. Sciogliamo subito un nodo: il binomio sanità digitale e protezione dati non soltanto è possibile ma, anzi, è auspicabile, e può essere portato avanti anche in tempi rapidi, rapidissimi. Come Autorità Garante abbiamo siamo stati presenti proprio per agevolare uno sviluppo equilibrato e sostenibile dei servizi sanitari offerti ai cittadini, che tenesse conto della tutela dei diritti fondamentali. Ci sono esempi molto positivi: penso ad esempio ai pareri che abbiamo reso ad horas sulla piattaforma vaccini e sulla piattaforma digitale per i Green pass. Sono sfide che abbiamo realizzato accompagnando i governi nella realizzazione di importanti iniziative di riorganizzazione di progetti per il PNRR, ovviamente tenendo ben conto del fatto che il nostro ruolo non è di essere un advisor del governo ma un’autorità indipendente di controllo sulle scelte adottate dal decisore politico nel rispetto della cornice regolatoria che è europea”.

Qui per Cerroni vengono le note dolenti. “Il 22 agosto 2022 abbiamo pubblicato i pareri su due grandi pilastri di questa grande sfida della sanità digitale, l’ecosistema dei dati sanitari e il fascicolo sanitario elettronico. Purtroppo abbiamo dovuto rilevare numerosi elementi di criticità: specialmente l’ecosistema dei dati sanitari allo stato dell’arte è ancora un po’ una scatola vuota, cioè un’architettura che dovrebbe assicurare servizi omogenei sul territorio ma al momento c’è incertezza sul tipo di servizi che saranno offerti, sulla base di quali dati personali, e la questione non è banale perché si sta costruendo la più grande banca dati sulla salute del nostro Paese, di fatto duplicando ciò che già le Regioni hanno fatto perché il fascicolo sanitario elettronico secondo il nostro sistema è un sistema ovviamente regionale. L’altro punto è il fascicolo sanitario elettronico, anch’esso carente di una serie di indicazioni: ci sono ancora, per così dire, spazi bianchi che devono essere riempiti. Noi siamo vincolati dalla normativa europea che ci dice precisamente quali dati devono essere trattati e ricordo che sono dati sensibili molto particolari perché sono quelli sanitari. Una grande sfida che dovrà essere affrontata perché su questi due temi c’è strada da fare”.

Anche l’Europa, sottolinea la giurista, è un cantiere: “Si è creato uno European Health Data Space con una proposta di regolamento del maggio di quest’anno. Qui l’idea è quella di un uso primario, al fine di garantire ai cittadini un’assistenza più efficace e personalizzata anche al di fuori dei confini nazionali, e usi secondari, che sono legati alle politiche sanitarie, alla ricerca scientifica e all’uso dell’intelligenza artificiale. Come Autorità garanti europee abbiamo messo in evidenza l’importanza di questa bozza di regolamento, ma anche i rischi che eventuali usi non corretti di tali dati in ambito europeo potrebbero comportare”.

Serve una cultura della digitalizzazione

Quali sono, quindi, le principali difficoltà da superare per arrivare a una vera digitalizzazione della sanità del nostro Paese, ma anche a una corretta gestione e analisi dei dati? Risponde Cartabellotta: “Le cose da mettere sul tavolo sono tante. In questo momento, anche per l’entusiasmo legittimo che è stato fomentato dal PNRR, stiamo parlando troppo di tecnologie, però parliamo poco di formazione e ancor meno di cultura della digitalizzazione. Oggi siamo tutti molto bravi a prenotare un aereo o un treno con lo smartphone, ma, di fatto, nonostante le competenze digitali della popolazione, questa non riesce a prenotare una visita o un esame di laboratorio strumentale all’interno del proprio servizio sanitario regionale, se non in situazioni di particolare capacità da parte del servizio pubblico di offrire questo tipo di prestazione. Il privato lo sta lo sta già facendo. Bisogna capire qual è il piano di acculturamento della popolazione, ma anche della cultura digitale, perché molti ritengono che la digitalizzazione in sanità corrisponda all’uso di documenti quali i PDF che, come sappiamo, non contengono informazioni strutturate.

È importante introdurre il tema della digitalizzazione in sanità, però bisogna fare investimenti non soltanto in tecnologie ma anche in cultura e formazione

A questi aspetti possiamo aggiungerne altri, quale per esempio il problema della banda larga che non è disponibile in tutto il Paese, ma anche il fatto che in alcuni ospedali italiani si utilizzano tecnologie informatiche assolutamente obsolete, intese come hardware e software. Quindi è importante introdurre il tema della digitalizzazione in sanità e di tutte le tecnologie informatiche di mobile health, però è ovvio che bisogna prevedere e realizzare degli investimenti non soltanto in tecnologie ma anche in cultura e ovviamente in formazione, perché altrimenti rischiamo di avere a disposizione e di spendere tanto denaro pubblico per acquistare tecnologie che però in concreto non vanno a cambiare la modalità esistente di gestire percorsi e processi assistenziali”.

E la Costituzione?

In un recente dibattito, la professoressa Cerrina Feroni ha affermato che la centralizzazione dei processi di sanità digitale a livello nazionale, che svuota e depotenzia i sistemi regionali, sta avvenendo a Costituzione invariata, in via amministrativa e talvolta in via tecnica: il rischio è un arresto sotto il profilo della tenuta costituzionale nel pieno dell’attuazione del PNRR. È ancora di questo parere? “Certamente sì, e ancora di più. Questa digitalizzazione sta portando indubbiamente a una centralizzazione del sistema sanitario. Ora, noi sappiamo che il riparto di competenze ai sensi dell’articolo 117 della Costituzione è molto chiaro e netto, nel senso che spetta allo Stato l’individuazione dei livelli essenziali delle prestazioni su tutto il territorio e dei principi generali, ma la materia è regionale. Non a caso abbiamo sistemi regionali di organizzazione sanitaria molto diversi e anche sotto il profilo dell’efficacia, dell’efficienza e della virtuosità dei modelli, veramente a due, tre, quattro velocità.

Oggi, questo sistema di transizione digitale in sanità sta determinando una centralizzazione del sistema, che però, attenzione, non sta avvenendo a livello costituzionale, bensì a livello regolamentale e molto spesso tecnico-operativo. Da costituzionalista non mi scandalizzo affatto, anzi, credo che il sistema sanitario dovrebbe essere il più centralizzato possibile e quindi non vedrei assolutamente in senso negativo delle forme di riorganizzazione e di efficientamento del sistema. Tuttavia, essendo una cultrice del diritto costituzionale, ritengo che questo vada fatto affrontando seriamente il tema della cornice costituzionale che di fatto è bypassata da ciò che sta succedendo.

Privacy e sanità hanno un linguaggio comune e c’è una totale sintonia tra protezione dei dati ed esigenze di salute

Dopodiché, penso che privacy e sanità abbiano un linguaggio comune. Molte delle misure che abbiamo richiesto in questi anni riguardano proprio l’uso della tecnologia in sanità, ma soprattutto avere certezza della qualità e dell’esattezza dei dati risponde a un principio di protezione dei dati ma anche ad un’esigenza medica. Pensiamo, quando in un pronto soccorso arriva un paziente in situazioni di emergenza, a quanto sia importante per i medici che lo prendono in carico poter avere una cartella dove c’è un patient summary, cioè un profilo sanitario sintetico, aggiornato con dati chiari ed esatti; quindi la qualità del dato. C’è una totale sintonia tra protezione dei dati ed esigenze di salute”.

PNRR: c’è il rischio che le disuguaglianze aumentino anziché diminuire

In definitiva, cosa pensate possa servire per cogliere davvero l’opportunità del PNRR?

Nino Cartabellotta sottolinea come dato centrale il fatto che questi fondi non potranno essere usati per colmare le gravi carenze di personale che affliggono il sistema. “Da un lato vorrei puntare sulla necessità di quella che chiamo last opportunity dei fondi del PNRR e dall’altro ricordare che, quanto al finanziamento del fabbisogno sanitario nazionale, negli ultimi tre anni (2020, 2021 e 2022) le Regioni hanno ricevuto dallo Stato circa 10 miliardi, mentre nei dieci anni precedenti (2010-2019) erano poco più di 8. Ma attenzione: è stato un finanziamento straordinario legato alla pandemia, quindi non sono soldi stanziati per un rafforzamento strutturale della sanità, motivo per cui il nodo personale continua a essere uno dei temi cruciali.

Il PNRR finanza strutture e tecnologie ma non il personale, che invece va a ricadere sulla spesa corrente

Per quello che riguarda i fondi del PNRR, non dobbiamo dimenticare che sono dei soldi che saranno investiti o per la costruzione di strutture, penso alla Componente 1, quindi Case di comunità e Ospedali di comunità, o, per quello che riguarda la Componente 2 della Missione 6, per la digitalizzazione dei servizi in particolare ospedalieri e attività come il fascicolo sanitario elettronico. Il PNRR, cioè, finanza strutture e tecnologie ma non il personale, che invece va a ricadere sulla spesa corrente. Il problema è che se noi creiamo nuovi servizi le alternative sono due: dobbiamo disinvestire da qualcosa di esistente, quindi un potenziamento di questo tipo dell’assistenza territoriale deve essere compensato con un parallelo depotenziamento dell’assistenza ospedaliera soprattutto quando l’ospedale viene utilizzato in maniera inappropriata, oppure ci vogliono risorse aggiuntive da inserire nella spesa corrente per il finanziamento del personale, perché altrimenti c’è il rischio che quelle scatole che andranno a costituire tutta la riorganizzazione dell’assistenza territoriale resteranno magari non proprio vuote in tutte le Regioni, ma non particolarmente funzionanti. Il rischio è quindi non solo che il PNRR non risolva ma che anzi aumenti il gap tra Regioni”.

Per Cerrina Feroni la priorità sono le competenze. “Innanzitutto, come abbiamo detto prima, bisogna partire da formazione e informazione: dobbiamo fare capire ai cittadini italiani come funziona questo sistema. Il fascicolo sanitario elettronico è ancora qualcosa di esoterico per tantissimi cittadini. Noi come Autorità Garante lo abbiamo detto a più riprese, invitando il governo ad attuare una campagna di informazione innanzitutto sulle nuove modalità”.

C’è bisogno di una grandissima opera più che tecnologica di diffusione di questa cultura della sanità digitale

“Secondo i dati del ministero della Salute aggiornati al 30 giugno 2022, il tenore dei dati sull’attuazione del fascicolo sanitario elettronico è ben diverso da quanto immaginavamo. In base ai nostri riscontri, la dichiarazione di attuazione del fascicolo è quasi al 100%, cioè tutte le Regioni dichiarano di aver attuato il FSE. Ma, approfondendo l’analisi, emerge invece che il FSE non viene alimentato dai medici con i dati sanitari in maniera uniforme e costante: salvo alcune Regioni, il tema dell’alimentazione del FSE è ancora molto critico e permane anche un rilevante problema di mancata redazione del profilo sanitario sintetico che diventa fondamentale nel momento dell’emergenza”.

In conclusione, non è pensabile creare un sistema se innanzitutto non si spiega ai cittadini cosa significa sanità digitale, quali sono le opportunità, gli strumenti che devono essere implementati e soprattutto conosciuti perché c’è anche un problema di fiducia. Ricorda Cerrina Feroni: “Tanti sondaggi hanno dimostrato che i cittadini non hanno ancora sufficiente fiducia nell’affidare i propri dati più sensibili a strumenti tecnologici. C’è bisogno di una grandissima opera, più che tecnologica, di diffusione della cultura della sanità digitale”.