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Salute mentale, servono più risorse

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Prima la pandemia, poi la guerra tra Russia e Ucraina, la crisi economica e quella energetica, senza dimenticare lo spauracchio della minaccia atomica di questi giorni. È evidente che negli ultimi anni il benessere mentale della popolazione mondiale sia stato sottoposto a forti sollecitazioni, confermate dai dati: l’Organizzazione mondiale della Salute (Oms) ha stimato un aumento globale del 25% di ansia e depressione nel 2020. E l’impatto economico di questi disturbi non è banale: si calcola che ogni anno siano 12 miliardi le giornate di lavoro perse a livello mondiale a causa di ansia e depressione, per una spesa superiore a un trilione (un miliardo di miliardi) di dollari. In Europa, i costi complessivi legati alla salute mentale ammontano a più di 600 miliardi di euro (pari al 4% del Pil totale dell’Unione) e si prevede che entro il 2030 i disturbi di salute mentale rappresenteranno più della metà dell’onere economico globale dovuto alle malattie non trasmissibili.

In Italia i sistemi di sorveglianza Passi e Passi d’Argento hanno aggiornato gli indicatori relativi a “depressione” e “insoddisfazione per la propria vita”. Tra il 2020 e il 2021 i sintomi depressivi hanno riguardato circa il 7% degli adulti tra 18 e 69 anni, percentuale che con l’aumentare dell’età raggiunge il 17% (tra gli ultra 85enni).
Inoltre, per il biennio 2020-21, si stima che il 18% delle persone anziane si ritenga poco o per niente soddisfatto della propria vita.

Il 10 ottobre si celebra la Giornata della Salute mentale, per cercare di tenere alta l’attenzione su uno spettro di problemi che interessa moltissime persone: secondo l’ultimo Rapporto mondiale dell’Oms sulla salute mentale, pubblicato nel giugno 2022, su un miliardo di persone che vivevano con un disturbo mentale nel 2019, il 15% degli adulti in età lavorativa presentava un disturbo di salute mentale. E le più recenti linee guida dell’Organizzazione sulla salute mentale sul lavoro raccomandano per la prima volta la formazione dei dirigenti per sviluppare la capacità di prevenire ambienti di lavoro stressanti e per rispondere meglio ai lavoratori in difficoltà.

L’Oms ha inoltre rilevato come le risorse dedicate alla salute mentale siano scarse: nel 2020 i governi di tutto il mondo hanno speso in media poco più del 2% dei loro budget sanitari e molti Paesi a basso reddito hanno dichiarato di avere meno di un operatore di salute mentale ogni 100.000 persone.

Il contesto ambientale

A fine settembre sono stati presentati a Bruxelles i risultati dell’indagine “Headway – Mental Health Index” condotta da The European House – Ambrosetti in collaborazione con Angelini Pharma.

“Headway” è un’iniziativa sulla Salute mentale lanciata nel 2017 con l’obiettivo di creare una piattaforma multidisciplinare per la riflessione strategica, l’analisi, il dialogo e il confronto tra le diverse esperienze europee nella gestione delle persone affette da disturbi di salute mentale. Nel 2022 è stato prodotto un report con l’indice di salute mentale aggiornato per i vari Paesi dell’Unione (più il Regno Unito). Per la prima volta l’analisi ha considerato anche il contesto ambientale.

Daniela Bianco

“Questo determinante è inteso in tre dimensioni – rileva Daniela Bianco, partner e responsabile dell’area Healthcare per The European House – Ambrosetti – l’ambiente fisico, quello naturale e il contesto socio-economico e di stabilità politica. Quest’ultimo, in particolare, è molto d’attualità: nel 2021 è stato rilevato un forte aumento dell’incertezza, che ha conseguenze dirette sulla salute mentale delle persone. Il benessere mentale dipende non solo da fattori individuali o genetici, ma anche del contesto in cui viviamo”.

Altri indicatori (sono 55 quelli presi in analisi) hanno poi evidenziato che elementi che hanno a che fare con il cambiamento climatico, come disastri naturali, l’aumento delle temperature e l’inquinamento atmosferico, hanno un impatto sullo stato di salute mentale delle persone, soprattutto per quanto riguarda gli stati d’ansia e di depressione. Da queste considerazioni deriva “un grande warning alle istituzioni europee, che dovrebbero considerare anche questi determinanti quando discutono di strategie salute mentale a livello europeo”, osserva Bianco.

A livello europeo il report ha evidenziato un peggioramento generalizzato di molti indicatori relativi a instabilità politica e recessione economica.

Oltre al determinante ambientale, nel documento sono stati considerati tre altri pilastri: lo stato di salute mentale della popolazione, la reattività del sistema ai bisogni di salute mentale in ambito sanitario e quella sul posto di lavoro, a scuola e nella società.

“In generale i Paesi del Nord Europa sono più avanzati in questo tipo di politiche – afferma Bianco – Mentre su alcuni indicatori, come le ore di sole o il clima, queste Nazioni possono avere valori più bassi, a livello di policy e welfare a supporto del benessere mentale hanno da anni attivato una serie di interventi”.

In coda alla classifica troviamo invece Bulgaria, Romania e Slovacchia.

L’Italia a metà classifica

L’Italia si colloca a metà classifica: “È positivo il fatto che la pandemia abbia innalzato i livelli di attenzione sul tema della sulla salute mentale – riflette Bianco. Le categorie più colpite dalle conseguenze del lockdown e dell’isolamento risultano essere le donne e gli adolescenti”.

Tra i punti di forza del nostro Paese, la capacità di gestire in modo integrato, con il modello community care, le persone affette da disturbi di salute mentale. “L’Italia ha una grande tradizione in questo, dalla legge Basaglia in poi”, ricorda Bianco.

Ce la caviamo meno bene invece quando si tratta di promuovere la salute mentale e prevenire episodi depressivi o attacchi d’ansia. “Dobbiamo lavorare nelle scuole, negli ambienti di lavoro e in generale nella società per migliorare questi aspetti”, continua Bianco.

Una recente ricerca nazionale sulla salute mentale realizzata da Bva Doxa per il Festival della Salute Mentale RO.MENS per l’inclusione sociale e il pregiudizio, organizzato dal Dsm dell’Asl Roma 2, ha evidenziato come nel nostro Paese, sebbene persista un sentimento di vergogna a parlare delle proprie difficoltà quando hanno a che fare con la salute mentale, andare dallo psicologo non sia più un tabù. Il 78% del campione preferirebbe parlarne solo in famiglia, non con amici e conoscenti. Il 22% preferirebbe non farlo con nessuno. Per il 76%, però, andare dallo psicologo non è qualcosa da tenere nascosto.

L’analisi ha evidenziato come siano i ragazzi tra i 14 e i 24 anni a essere più a rischio di sviluppare disturbi di salute mentale, anche in seguito della pandemia.

Un’indagine realizzata dall’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza e l’Istituto Superiore di Sanità per capire gli effetti della pandemia sul neurosviluppo e sulla salute mentale dei minori ha riportato quella che viene definita “una vera e propria emergenza della salute mentale”.

I professionisti hanno osservato un aggravamento dei disturbi già diagnosticati e l’esordio di nuovi problemi in soggetti vulnerabili. Sono aumentati i casi di alterazione del ritmo sonno-veglia, discontrollo degli impulsi, disturbi del comportamento alimentare, ideazione suicidaria, tentato suicidio, autolesionismo e ritiro sociale.

Progressi troppo lenti

L’Oms ha evidenziato come i progressi nell’ambito della salute mentale siano stati lenti. Per esempio, nel 2013 il 45% dei Paesi dichiarava di avere politiche e piani per la salute mentale. Questa percentuale nel 2021 è salita al 51%, mentre l’obiettivo fissato entro il 2020 sarebbe stato l’80%. Il tasso globale di mortalità per suicidio nel 2019 è sceso del 10% rispetto al 2013, ma resta lontano dal traguardo del 33% fissato per il 2030.

Per colmare le lacune dei servizi di salute mentale e affrontare gli effetti della pandemia, l’Oms ha lanciato, nel settembre 2021, la nuova Coalizione paneuropea per la salute mentale.

Quattro gli obiettivi principali:

  • la creazione di una piattaforma per lo scambio di informazioni e l’advocacy;
  • la creazione di buone pratiche e prospettive a livello regionale per la gestione e l’attuazione delle politiche;
  • lo stimolo per la ricerca sulla salute mentale, le sue componenti e i modi per fornire assistenza e prevenzione;
  • la creazione di un facilitatore del dialogo sulla salute mentale per determinare politiche e piani nazionali.

La Coalizione è uno strumento operativo all’interno del Quadro d’azione europeo per la salute mentale 2021-2025.  L’obiettivo è promuovere e implementare un approccio globale alle riforme che riguardano salute mentale, consentendo agli Stati membri di mantenere la propria diversità.

In questo periodo, infatti, sono diverse le iniziative attuate dalle varie Nazioni per promuovere la salute mentale.

La Svezia nel 2021 ha attuato una formazione sulla salute mentale rivolta a 270.000 dipendenti pubblici il cui carico di lavoro è stato influenzato dalla pandemia. Il programma fa parte di un approccio globale a livello nazionale per la promozione di una vita lavorativa sostenibile.

Nel 2022, il Regno Unito ha elaborato un nuovo piano decennale intergovernativo per la salute mentale e il benessere, aprendo una consultazione pubblica. Gli obiettivi sono prevenire le malattie mentali, migliorare il supporto alla salute mentale in tutto il Paese e mettere sullo stesso piano salute mentale e fisica.

A partire da aprile 2022, i cittadini francesi con più di 3 anni possono beneficiare, a determinate condizioni, di un pacchetto di 8 sedute gratuite all’anno da uno psicologo rimborsato dal servizio sanitario nazionale. L’iniziativa è stata finanziata con 50 milioni di euro per il 2022 (per circa 200.000 pazienti).

A dicembre 2021, invece, la Spagna ha annunciato un nuovo piano da 100 milioni di euro per migliorare i servizi di salute mentale (si tratta del primo in 12 anni). Le misure comprendono una linea telefonica diretta per la prevenzione dei suicidi, attiva 24 ore su 24.

Infine, in Italia il Governo ha varato nel luglio 2022 il “bonus psicologo”, destinato ad aiutare le persone alle prese con gli effetti della pandemia ad accedere ai servizi di salute mentale. Nel mese di agosto sono state stanziate ulteriori risorse, arrivando alla quota complessiva di 25 milioni di euro.

Che cosa si può dire, guardando al futuro? “È sempre difficile fare previsioni quando le variabili sono molteplici e interrelate – premette Bianco – Dalla nostra e da altre analisi, però, appare chiaro che lo scenario attuale è destinato a peggiorare se non si interviene con misure strutturali. Il problema è che se mancano le risorse economiche non si possono immaginare, né tantomeno attuare, gli interventi necessari per la salute mentale. L’auspicio è che si possa capire che la salute mentale e fisica sono elementi fondamentali per la crescita economica e sociale, oltre che per la tenuta sociale di un Paese”.

PNRR, 610 milioni di euro a Regioni e Province autonome per il Fascicolo Sanitario Elettronico

Il Governo ha stanziato oltre 610 milioni di euro per l’adozione e l’utilizzo del Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) nelle Regioni e nelle Province Autonome, con Decreto interministeriale pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 4 ottobre 2022.

Gli investimenti sono il risultato della fruttuosa e positiva collaborazione tra Regioni, Province Autonome e Governo. Le risorse sono destinate al potenziamento dell’infrastruttura digitale dei sistemi e all’incremento delle competenze dei professionisti del sistema sanitario.

Il Decreto, firmato dal Ministro per l’innovazione tecnologica e la transizione digitale Vittorio Colao, il Ministro della Salute Roberto Speranza e il Ministro dell’Economia e delle Finanze Daniele Franco, rappresenta un tassello fondamentale per attuare gli investimenti previsti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) che al Fascicolo Sanitario Elettronico dedicano 1,38 miliardi di euro.

Dei 610 milioni di euro allocati, 311 milioni saranno destinati al rafforzamento delle competenze digitali dei professionisti del sistema sanitario e quasi 300 milioni al potenziamento tecnologico dell’infrastruttura digitale. Le risorse saranno impiegate nelle attività definite nei piani operativi che saranno predisposti dalle Regioni e dalle Province Autonome e che dovranno essere approvati dal Ministero della Salute e dal Dipartimento per la trasformazione digitale.

L’erogazione dei fondi, subordinata al raggiungimento di obiettivi specifici di alimentazione del FSE, avverrà su base annuale, fatta salva l’erogazione dell’anticipo previsto per l’anno 2022.

Prosegue così il percorso verso la digitalizzazione di servizi di alta qualità e omogenei su tutto il territorio nazionale, reso possibile dalla condivisione di obiettivi, modelli operativi e strategie attuative tra Regioni, Province Autonome e Governo.

Consulta

  • Decreto interministeriale 08 agosto 2022. Assegnazione di risorse territorializzabili riconducibili alla linea di attività M6C2 1.3.1(b) «Adozione e utilizzo FSE da parte delle regioni» nell’ambito dell’investimento PNRR M6C2 1.3. (22A05591)

Medicina di laboratorio e uso di droghe. Ecco come sono cambiati i consumi durante la pandemia

Meno eroina e cocaina, derivati da materie prime difficili da trasportare in periodi di restrizioni di movimento per uomini e merci. Calo nel consumo di hashish per lo stesso motivo ma un vero e proprio boom  di nuovi oppioidi sintetici e benzodiazepine. Con la pandemia è cambiato anche il modo per procurarsi le sostanze, sempre meno spacciatori in strada e più acquisti sul web. Sono alcuni dei dati emersi dalla relazione presentata al 54° Congresso di SIBioC (Società Italiana di Biochimica Clinica e Medicina di Laboratorio) dai ricercatori del Centro Nazionale per le Dipendenze e il Doping dell’Istituto Superiore di Sanità.

La pandemia ha influito anche sul consumo di stupefacenti? La risposta è sì. “Abbiamo voluto  capire se si fossero determinati  cambiamenti nell’utilizzo di droghe in Italia  partendo dai sequestri operati da Polizia e Guardia di Finanza nel periodo della pandemia – spiega la dott.ssa. Simona Pichini dell’ISS  –  abbiamo così scoperto oltre 200 nuove  sostanze psicoattive dopo un maxi sequestro avvenuto lo scorso anno in Sardegna, dove sono stati trovati barili di sostanze di tipo diverso pronte per lo spaccio.  Ma il dato più eclatante che abbiamo osservato è stato l’aumento del 500% nell’uso di GBL (gamma butirro lattone), il precursore del GHB, nota come droga dello stupro o del festino a sfondo sessuale – continua la dr. Pichini –  Si tratta di un solvente usato nelle concerie e in molte lavorazioni industriali: un liquido inodore e incolore che –  se assunto – si trasforma subito in GHB. Facile da procurare, a basso costo, il GBL è sempre  più consumato a scopo ricreativo. Così come la nuova ecstasy (MDMA) potenziata di 3-4 volte rispetto a quella che già circolava in Europa da decenni.”

Un altro fenomeno preoccupante giunto all’osservazione degli esperti del Sistema  di Allarme Precoce sulle Nuove Sostanze Psicoattive dell’ISS  è dato dalla diffusione di sostanze chiamate ‘catinoni sintetici’. “Sono polveri che mimano gli effetti della cocaina – spiega la Direttrice dott.ssa Roberta Pacifici – “Prodotti in laboratori  casalinghi – detti Kitchen Laboratories –  specie in Scandinavia e Inghilterra,  costano poco e non prevedono spostamenti via mare o aereo di materie prime: la cocaina è cara,  per ottenere 1 kg. di polvere bianca servono 75 litri di benzina, tra generatori ed estrazione degli alcaloidi. I catinoni, invece, si producono in casa”. E gli effetti di queste droghe sintetiche sono ancora più devastanti di quelle ‘tradizionali’.  “Si tratta di un problema in continua espansione, che necessita di aggiornamento e ricerca anche da parte di noi biochimici e medici di laboratorio – spiega il presidente SIBioC Tommaso Trenti – per questo abbiamo voluto dedicare una sessione del nostro congresso annuale a questa tematica. Nei campioni analizzati durante e dopo il periodo del lockdown abbiamo rilevato l’aumento nell’uso di droghe  ad azione narcotica, analgesica e tranquillizzante, nuove benzodiazepine e oppioidi.  Il fenomeno del consumo di oppioidi sintetici è ben noto da tempo,  negli Stati Uniti dal 2015 c’è stata una vera e propria epidemia da sostanze come il fentanyl sbarcata poi in Europa nel 2019 e in progressione da allora. Il docufilm vincitore di Venezia 2022 “All the Beauty and the Bloodshed” documenta proprio la lotta contro l’epidemia di oppioidi negli Stati Uniti.  E crediamo che anche nel settore delle nuove sostanze di abuso si evidenzi lo straordinario ruolo della diagnostica di laboratorio”.

Gravidanza e allattamento: vaccinazione anti COVID-19, aggiornate le indicazioni dell’ISS

L’Italian Obstetric Surveillance System (ItOSS) – Istituto Superiore di Sanità ha aggiornato le indicazioni sulla vaccinazione contro il COVID-19 in gravidanza e allattamento, alla luce dei nuovi vaccini disponibili e dell’introduzione della seconda dose booster (quarta dose) anche per questa categoria di persone. Ecco le principali indicazioni, a supporto di quanto previsto dalla circolare del Ministero della Salute del 7 settembre 2022.

 

Donne in gravidanza

  • La vaccinazione primaria anti COVID-19 e le dosi di richiamo (terza e quarta dose) con vaccini a mRNA sono raccomandate a tutte le donne in gravidanza in qualsiasi momento della gestazione, specialmente in caso di maggior rischio di sviluppare una malattia grave da COVID-19 (donne con fattori di rischio come età ≥30 anni, BMI >30 kg/m2, comorbidità, cittadinanza di Paesi ad alta pressione migratoria).
  • La dose di richiamo con formulazione bivalente dei vaccini a mRNA Comirnaty Original/Omicron e Spikevax Original/Omicron (quarta dose) è raccomandata in gravidanza nei dosaggi autorizzati allo scopo.
  • Tra la somministrazione della dose di richiamo e l’ultima dose precedente di un vaccino anti-COVID-19 o la precedente infezione da SARS-CoV-2 deve trascorrere un intervallo di almeno 120 giorni.
  • La vaccinazione primaria e le dosi di richiamo (terza e quarta dose) possono essere somministrate contestualmente alle vaccinazioni raccomandate in gravidanza contro l’influenza e la pertosse.

Donne che allattano

  • La vaccinazione primaria anti COVID-19 e le dosi di richiamo (terza e quarta dose) con vaccini a mRNA sono raccomandate a tutte le donne che allattano, senza necessità di interrompere l’allattamento.
  • La dose di richiamo con formulazione bivalente dei vaccini a mRNA Comirnaty Original/Omicron e Spikevax Original/Omicron (quarta dose) è raccomandata in allattamento nei dosaggi autorizzati allo scopo.
  • Tra la somministrazione della dose di richiamo e l’ultima dose precedente di un vaccino anti-COVID-19 o la precedente infezione da SARS-CoV-2 deve trascorrere un intervallo di almeno 120 giorni.
  • La vaccinazione primaria e le dosi di richiamo (terza e quarta dose) con vaccini a mRNA non espongono il lattante a rischi e gli permettono di assumere anticorpi contro SARS-CoV-2 tramite il latte.
  • Il calendario vaccinale di un neonato allattato da madre vaccinata non prevede alcuna modifica.

“Come per la popolazione generale, anche per le donne in gravidanza i vaccini a mRNA sono risultati particolarmente efficaci nel prevenire la malattia grave da COVID-19. Grazie all’attuale disponibilità di dati numericamente consistenti – ricordano gli autori-, le agenzie internazionali di salute pubblica sostengono che la vaccinazione, con ciclo primario e richiamo (terza e quarta dose), sia il modo più sicuro ed efficace per proteggere dal COVID-19 le donne in gravidanza e i loro bambini”.

Dal Forum Sistema Salute i tre pilastri per la sanità italiana: equità, sostenibilità, evoluzione

Equità, sostenibilità, evoluzione. Sono i tre pilastri, che fungono anche da linea guida che deve sottendere allo sviluppo della sanità del nostro Paese. È questa la risposta che gli esponenti della filiera della salute hanno dato alla domanda “Dove va la sanità italiana?”, intervenendo al Forum Sistema Salute.

Angelo Tanese

Già, ma cosa vuol dire in pratica? Come e dove mettere mano? 

“Bisogna co-progettare il futuro della sanità superando le barriere, anche potenziando le partnership pubblico-private”, ha detto l’ex direttore generale dell’Asl Roma 1 Angelo Tanese. “Gestire la sanità significa essere consapevoli che ciò non significa solo chiedere fondi, ma riuscire a utilizzare al meglio le risorse a disposizione”.

Giovanni Migliore

Concorda, in parte, il presidente Fiaso (Federazione italiana aziende sanitarie e ospedaliere) Giovanni Migliore, che ha voluto evidenziare come “negli ultimi anni si è consolidata una classe di manager sanitari molto brava”. A cui però “non si può chiedere di fare miracoli. Bisogna cambiare le regole”. Perché, ad esempio, “non si può pensare di mettere tetti di spesa per il personale e volere al contempo un’assistenza di qualità”.

È importante investire sui giovani, perché questo può consentire di traghettare la sanità nel futuro

Considerazioni, quelle di Migliore, che hanno trovato una sponda anche in Tanese, che ha messo sul tavolo una delle patate più bollenti che dovranno essere affrontate dal nuovo esecutivo e che richiederà un sapiente gioco di contrattazione tra Salute e Tesoro: il nodo del ricambio generazionale dei professionisti della salute pubblica. Ha avvertito Tanese: “È importante investire sui giovani, perché questo può consentire di traghettare la sanità nel futuro”. Prossimo.

Quanto alla crisi che permea tutte le professioni sanitarie ha detto la sua anche Nicola Draoli, componente del Comitato centrale Fnopi (Federazione nazionale ordini e professioni infermieristiche). Con la schiettezza che lo contraddistingue ha spiegato: “La verità è che il nostro Paese non è orientato allo sviluppo del Ssn. Tantomeno per quanto riguarda le professioni. Non si parla mai della possibilità che i professionisti superino la mentalità prestazionale di natura prettamente tecnica che tutto il sistema salute impone. Senza intervenire sulle professioni non si può andare da nessuna parte. A prescindere dai miliardi da investire, dal tipo di management o dai modelli organizzativi”. 

Come non dargli torto, giacché è ben noto che le professioni sanitarie scontano il prezzo di percorsi formativi e accademici vecchi di decadi e non permettono di sperare in un percorso professionale di medio-lungo termine. È un circolo vizioso. “La ‘prestazionalità’ è figlia di un sistema culturale che include una classe politica che chiede prestazioni. E che non ha interesse a mettere in piedi un diverso sistema formativo, né dal punto di vista normativo, né in termini di stratificazione delle competenze”, ha aggiunto.

Tornando ai tre pilastri della sanità futura, in particolare a quello della sostenibilità, la direttrice dell’Ausl Ferrara Monica Calamai ha evidenziato come debba “cambiare la visione stessa della salute. Oggi declinata nella ‘One Health’, attraverso un approccio olistico, multidisciplinare e multiprofessionale”. In questo modo si potrà cercare di conseguire anche l’equità di quell’accesso alla salute previsto dalla nostra Carta Costituzionale. “Perché oggi, sia chiaro, il nostro Ssn non è equo affatto. Con i ben noti gap di accesso alle prestazioni tra cittadini che abitano in diverse zone del Paese”, ha precisato. Rincarando poi la dose: “Se vogliamo che il cittadino sia davvero al centro della salute, l’agire del Ssn deve modificarsi soprattutto nel modo in cui eroga i servizi”. Da una sanità orientata alla malattia a una orientata alla salute. Da una salute intesa come assenza di malattia a una focalizzata sul benessere psico-fisico. Dall’autoreferenzialità dei sistemi di valutazione all’importanza della conoscenza scientifica nelle scelte assistenziali di politica sanitaria.

“Dobbiamo focalizzarci non sui miliardi messi sulla sanità, ma sulla percentuale di Pil” che viene dedicata a questo capitolo di spesa. I documenti di finanza pubblica dicono che una volta che saranno finite le risorse Covid, torneremo più giù di dove eravamo prima

Mario Del Vecchio

Di tutta evidenza il fatto che, oltre a ottimizzare l’utilizzo delle risorse e spenderle per le attività a maggior valore aggiunto, occorrono investimenti. Ma attenzione, ha puntualizzato Mario Del Vecchio, Affiliate Professor di Government, Health and Not for Profit presso SDA Bocconi School of Management: “Dobbiamo focalizzarci non sui miliardi messi sulla sanità, ma sulla percentuale di Pil” che viene dedicata a questo capitolo di spesa. I documenti di finanza pubblica dicono che una volta che saranno finite le risorse Covid, torneremo più giù di dove eravamo prima. Se i dati Ocse relativi al 2021 indicavano che la spesa per la salute in Italia era pari all’8,7% del Pil, nel 2025 le stime sono di scendere al 6,4%. Ci si deve interrogare sul come fare a mettere di nuovo quell’1,5% mancante”. E, a detta dell’esperto, si tratta di risorse che “dovrebbero provenire dallo Stato, non dalla spesa privata”.

Bene, ma come agire? Una ricetta la fornisce il presidente della Fondazione Gimbe Nino Cartabellotta. “Bisogna focalizzare sulla politica del Ssn. I 12 miliardi di euro che la sanità pubblica ha ricevuto dal 2020 a oggi sono stati investiti per far fronte all’emergenza e non per interventi strutturali”, ha ricordato. Aggiungendo anche una riflessione non secondaria: “Dobbiamo renderci conto che, quando si capisce che i fondi servono – come avvenuto in pandemia – i soldi si trovano! Quindi il problema è politico. E la politica deve riconoscere onestamente che il Ssn si sta sgretolando e non risponde più ai principi di universalità ed equità. Se non immaginiamo un Ssn che vuole produrre salute, non andremo avanti, perché un migliore stato di salute della popolazione si traduce in una migliore economia del Paese”.

Cosa serve? Agire avendo compreso che mettere soldi sulla salute non è un costo ma un investimento

Elio Borgonovi

Come a dire che chi si siederà nell’Emiciclo dovrà porsi una seria domanda: lasciare alle generazioni future un Ssn prestazionalistico o un Ssn in grado di migliorare la salute? E qui torniamo, ben allineati, ai discorsi fatti dagli altri esperti. A cui si aggiungono le riflessioni, sempre illuminanti, del professore emerito Elio Borgonovi. Che, premettendo quanto sia più facile portare in piazza la gente su temi diversi dalla salute, rilancia alla politica un guanto di sfida (purtroppo più e più volte non raccolto in passato): “Agire avendo compreso che mettere soldi sulla salute non è un costo ma un investimento. E che questo investimento può generare sviluppo”.

Quanto a chi amministra la salute, Borgonovi avverte: “Basta con la narrazione continua di una sanità degli sprechi. Perché poi il ministro della Salute non potrà spingere con il collega del Tesoro per avere più risorse. Gli verrà chiesto prima di migliorare l’efficienza”.

Contratto Comparto sanità: approvato atto d’indirizzo

“Approvato l’atto di indirizzo per l’avvio delle trattative per il nuovo contratto dell’Area del Comparto sanità”, annuncia Davide Caparini, presidente del Comitato di settore Regioni-Sanità della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome.

“Sono interessati 135.000 dirigenti – spiega Caparini – ed avrà un impatto Economico di poco meno di 650 milioni di euro.  L’approvazione di questo atto da parte del Comitato di settore Regioni-Sanità avviene al termine della fase più acuta dell’emergenza, che ha messo in luce la capacità del Servizio Sanitario Nazionale di far fronte a estreme criticità. Tutto ciò coincide con l’attuazione anche del PNRR, la nuova sfida a cui la Sanità italiana è chiamata a rispondere”.

“La valorizzazione dei medici che già lavorano nel sistema sanitario e la necessità di far fronte alla carenza di personale, sono gli obiettivi che occorre perseguire in questa tornata contrattuale.

Le Regioni ritengono pertanto importante avviare in tempi rapidi la fase di contrattazione per poter individuare gli strumenti più utili, in piena collaborazione con Governo, organizzazioni sindacali e l’Aran. Tra le principali linee di intervento c’è la revisione del sistema degli incarichi e la rivalutazione dell’indennità di posizione con una semplificazione delle procedure dei fondi contrattuali”.

Legge 194, tra diritto all’aborto e difficoltà di accesso

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Non solo l’obiezione di coscienza, da parte del personale sanitario, ma anche l’obiezione di struttura non garantiscono il libero accesso all’IVG, ad oggi, in Italia. I dati prodotti dal Ministero sono obsoleti e fotografano una situazione diversa dall’attuale. Inoltre, gli stessi, risultano difficilmente utilizzabili perché in formato pdf e per nulla accurati. Ne abbiamo parlato con la professoressa Chiara Lalli e con la dottoressa Marina Toschi.

In Italia cosa stabilisce la Legge 194

L’obiettivo principale della Legge 194/78 è garantire la tutela sociale della maternità e la prevenzione dell’aborto attraverso la rete dei consultori familiari.

L’articolo 1 stabilisce che «lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio».

È prevista l’interruzione volontaria di gravidanza (IVG), entro i primi 90 giorni di gestazione, per motivi di salute, economici, sociali o familiari, dopo aver esaminato le possibili soluzioni dei problemi presentati e dopo aver offerto aiuto alla rimozione delle cause che porterebbero all’interruzione della gravidanza.

Vengono stabilite due tecniche per effettuare l’IVG: quella farmacologica e quella chirurgica.

Il metodo farmacologico è una procedura medica che prevede la somministrazione di due diversi principi attivi a distanza di 48 ore l’uno dall’altro; il primo è il mifepristone, conosciuto come RU486, e il secondo è una prostaglandina. Nell’agosto del 2020 il Ministero della Salute ha aggiornato le Linee di indirizzo sull’IVG con metodo farmacologico stabilendo che tale procedura può essere effettuata esclusivamente presso strutture ambulatoriali pubbliche adeguatamente attrezzate e funzionalmente collegate all’ospedale e autorizzate dalla Regione, nonché in consultori oppure day hospital.

Il metodo chirurgico, in anestesia generale o locale, viene effettuato in strutture sanitarie pubbliche o private convenzionate e autorizzate dalla Regione.

La Legge 194, nell’articolo 9, si occupa in modo specifico dell’obiezione di coscienza da parte del personale sanitario, e stabilisce che non possa essere invocata quando il proprio intervento «è indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo» e anche che «l’obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento».

Legge 194 e aborto: i dati

Il 30 luglio 2021 è stata trasmessa al Parlamento la “Relazione del Ministro della Salute sulla attuazione della Legge contenente norme per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria di gravidanza (Legge 194/78)”.

Tale relazione cercava di fotografare la situazione di più di 2 anni fa; quindi, i numeri potrebbero non corrispondere alla realtà odierna. In più tali dati non sono accurati nel dettaglio e poco utilizzabili in quanto in formato pdf e non corrispondenti completamente ai numeri dell’Istituto Nazionale di Statistica.

Secondo i dati della Relazione, l’Italia è tra i Paesi con i più bassi tassi di abortività al mondo: 5,4 interruzione ogni mille donne tra i 15 e i 49 anni.

In base a tale relazione il numero di IVG nel 2020 è stato di 66.413, con una riduzione del 9,3% rispetto al 2019. Questo dato è in continua diminuzione dal 1983, anno in cui si è osservato il più alto numero di IVG in Italia, 234.801 casi.

Si evidenziano forti differenze territoriali tra Regioni diverse; la Liguria, in rapporto alla popolazione, è la Regione in cui vengono effettuati più IVG (7,4 per mille), quasi il doppio rispetto alla Basilicata (3,8), Regione in cui se ne effettuano di meno.

Secondo i dati del Ministero della Salute, l’Italia è tra i Paesi con i più bassi tassi di abortività al mondo e in continua diminuzione dal 1983

Relativamente al tipo di procedura utilizzata si osserva che il 35% delle IVG totali è praticato con la metodica farmacologica. Anche su questo aspetto esistono forti differenze territoriali; sempre in Liguria c’è il dato più alto di IVG farmacologiche (circa il 60% del totale), mentre in Molise è del 2%.

Un confronto con altri Stati europei mostra che in diversi Paesi in cui si fa uso della RU486, tale procedura viene praticata nella maggior parte dei casi di IVG. Inghilterra e Galles hanno una percentuale dell’85% sul totale, Francia del 72%, valori più che doppi rispetto all’Italia.

Un altro indice analizzato nella relazione prende in considerazione la mobilità delle donne dalla Regione di residenza a quella in cui si effettua l’IVG. Il 30% delle donne residenti in Molise effettua l’IVG in strutture sanitarie al di fuori della propria Regione. Dalla Basilicata si spostano il 26% delle donne, dall’Umbria il 13%.

Tra le differenze regionali si evidenzia anche la percentuale di strutture sanitarie in cui è possibile effettuare IVG. Nel 2020 solo in Valle d’Aosta nel 100% delle strutture si può effettuare IVG. La media nazionale è del 63,8%, mentre il dato più basso è della Campania con il 27,9%.

In merito alle obiezioni di coscienza da parte di ginecologi, anestesisti e personale non medico, si osservano anche in questo ambito forti differenze territoriali.

In totale la percentuale di ginecologi obiettori nel 2020 è del 67%, anestesisti del 45% e personale non medico del 36%.

Ci sono aree come la Provincia di Bolzano o il Molise dove 5 ginecologi su 6 non sono disponibili ad intervenire per effettuare una IVG. Complessivamente, l’obiezione di coscienza è più diffusa nel Sud dell’Italia dove le percentuali di obiettori sono mediamente più alte rispetto al resto del Paese.

Il commento di Chiara Lalli

Relativamente ai dati, la professoressa Chiara Lalli, accademica, saggista, filosofa italiana, autrice insieme a Sonia Montegiove del libro “Mai dati – Dati aperti (sulla 194) – Perché sono nostri e perché ci servono per scegliere” pubblicato da Fandango nel 2022, commenta: “Ci sono volute centinaia di richieste di accesso civico generalizzato per avere i dati delle singole strutture. Dati che comunque non sono aggiornati ad oggi ma al più al 2021. Quindi solo parzialmente utili.

Sui dati aggregati e chiusi che il Ministero fornisce annualmente in formato pdf credo manchi la volontà di rendere facilmente accessibili le informazioni riguardo alla 194 (informazioni che dovrebbero essere aggiornate e dettagliate). Relativamente alle ASL, molte ci hanno mandato dati dettagliati. Alcune ce li hanno mandati aggregati e alcune ci hanno mandato il link alla relazione di attuazione. Ma di moltissime strutture abbiamo i dati che abbiamo richiesto”.

L’obiezione di coscienza è l’aspetto che più colpisce, soprattutto quando la percentuale è molto alta, ma non basta come criterio per sapere se la legge 194 è ben applicata oppure no

In merito all’IVG e obiezione di coscienza, la Professoressa Chiara Lalli spiega: “A volte è una questione logistica – magari sono in un reparto dove non c’è il punto IVG. Di per sé questo potrebbe non essere un impedimento – così come potrebbe non esserlo la presenza di obiettori. L’aspetto principale rimane la logistica. Cioè sarebbe possibile garantire il servizio di IVG se fosse organizzato bene. L’obiezione di coscienza è l’aspetto che più colpisce, soprattutto quando la percentuale è molto alta, ma non basta come criterio per sapere se la legge 194 è ben applicata oppure no. La legge prevede l’obiezione di coscienza (articolo 9 della legge 194). Quell’articolo dovrebbe essere applicato meglio perché “l’obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento”. Perché anestesisti e infermieri obiettano, per esempio? Non solo: senza dire in che modo, la legge dice che il servizio di IVG deve essere sempre garantito. Quindi? L’aborto è sempre stato un argomento moralmente controverso. In questi anni la parte conservatrice ha fatto meglio di quella liberale. Di aborto non si parla quasi mai se non in termini di dolore inconsolabile e di scelta drammatica e traumatica. Lo stigma e il senso di colpa vengono usati per rendere una scelta non davvero una scelta, ma una inevitabile ferita. Si dimentica spesso che l’alternativa all’aborto volontario è la gravidanza imposta. Che è una alternativa moralmente ripugnante e che sarebbe anche una alternativa molto difficile da garantire. Come facciamo? Controlliamo le donne fertili?

Il commento di Marina Toschi

La dottoressa Marina Toschi, Ginecologa e già Dirigente UOS Consultori Lago-ASL Umbria 1, è fondatrice dell’Associazione Ginecologi Territoriali (AGITe) e fa parte della Rete italiana contraccezione e aborto (Rica) Pro-choice.

Dottoressa secondo lei è garantita la Legge 194/78 in Italia?

Toschi

Come molte delle prestazioni sanitarie, la situazione è a macchia di leopardo. Purtroppo, in questi anni, il nostro Servizio Sanitario Nazionale (SSN) è stato smantellato con le varie leggi di aziendalizzazione, con la scelta di privilegiare il privato. Per legge l’aborto è garantito gratuitamente e quindi fuori dal mercato privato. Questo in parte è la ragione delle difficoltà che si trova davanti una donna che cerca di abortire poiché non è mai un servizio a pagamento. I consultori che dovrebbero essere la prima tappa per chi chiede una IVG spesso non sono in grado di dare risposte in tempi rapidi. Non hanno una e-mail o un numero di telefono a cui scrivere o chiamare e le donne, specialmente le più giovani, sono invece abituate a comunicare per le vie brevi, per web ormai spedisce online le ricette anche con il medico di famiglia. I servizi pubblici non sono affatto attrezzati per questa modalità!

Non c’è alcun incentivo a occuparsi di IVG per i professionisti sanitari e l’obiezione di coscienza di struttura, pur vietata dalla legge, è molto diffusa

Inoltre, l’obiezione di coscienza non è ben regolamentata come avviene in altri Paesi. Non c’è alcun incentivo a occuparsi di IVG, c’è invece un disincentivo visto che è una prestazione medica, da cui con una lettera o più spesso con una comunicazione orale, il medico si può esonerare e semplificarsi la vita. Inoltre, i turni a cui è sottoposta una ginecologa/o all’interno di un ospedale sono spesso molto sovraccarichi di lavoro, vista anche la cronica carenza di personale attivo. La vera obiezione la compiono quindi i direttori sanitari e generali delle ASL/ASP/Ospedali che non hanno tra gli obiettivi di budget su cui sono remunerati nulla che riguardi la contraccezione e l’aborto. Se venisse loro decurtato lo stipendio della parte di incentivazione economica per non aver applicato la 194, credo che la situazione sarebbe diversa. Inventerebbero un sistema per far funzionare i servizi, incentiverebbero l’uso di aborto farmacologico, attiverebbero un outsourcing (servizi esternalizzati ad associazioni/cooperative).

Solo una percentuale minore degli aborti avviene con il metodo farmacologico, perché in Italia si predilige l’aborto chirurgico?

L’aborto farmacologico potrebbe essere fatto a casa dalla donna in telemedicina, questo aumenterebbe il loro potere di scelta mentre toglierebbe potere ai medici e alle istituzioni. Contraccezione ed aborto non vengono insegnati ai medici nelle Facoltà di Medicina, né alle ostetriche, né alle/agli infermieri/i. Se poi nella maggior parte delle cliniche/scuole di specialità, non si praticano aborti, né chirurgici, né farmacologici (vedi università cattoliche e 35% degli Ospedali), come si può imparare a svolgere il percorso della IVG dalla richiesta/colloquio con la donna, alla scelta tra IVG medica e chirurgica, alla attuazione del procedimento, se non lo si vede nemmeno durante i cinque anni di specialità in ostetricia e ginecologia?

Contraccezione e aborto non vengono insegnati ai medici nelle Facoltà di Medicina, né alle ostetriche, né agli infermieri

Le linee guida 2020 vanno verso la de-ospedalizzazione, ma a livello regionale la situazione è molto eterogenea, perché?

Le modifiche istituzionali del SSN, la sua regionalizzazione e aver trasformato le Unità Sanitarie Locali in aziende ha portato ad enormi differenze tra Regioni e Ospedali /ASL e a dover regolamentare tutto ogni volta in ogni Regione in base a chi governa in quel periodo. In Umbria, ad esempio, quando è andata alla presidenza regionale Donatella Tesei, ha dovuto dare seguito alla promessa elettorale che aveva sottoscritto con il Partito della Famiglia e ha reso obbligatoria la degenza di tre giorni in ospedale per assumere la RU e il Misoprostolo. Questo, per fortuna, ha generato una forte sollevazione di donne e uomini che hanno costretto il Ministro Speranza in agosto 2020 ad emanare le Linee di indirizzo che comunque non prevedono alcuna sanzione per le Regioni che non le applicano. Sempre l’Umbria le ha recepite solo per quello che riguarda l’allungamento del periodo in cui si può usare la RU fino a nove settimane di amenorrea ma non per il suo uso nei Consultori. Solo il Lazio, in alcune sedi, e ora l’Emilia-Romagna hanno organizzato davvero la somministrazione della IVG medica in Consultorio e la Toscana nei poliambulatori.

Se non vi è obbligo al rispetto delle leggi chi ha voglia di fare innovazione? Specie quella che costerebbe molto meno per lo Stato e avrebbe grandi vantaggi per semplificare la vita delle donne?

In molti Paesi europei l’IVG con RU486 viene prescritta dal medico di base. In Italia non è possibile, perché?

Il Medico di Medicina Generale (MMG) in Italia, in base alla 194/78, può fare certificazione/attestazione per chiedere IVG, anche per via telematica. La 194 però non permette l’esecuzione delle IVG fuori dalle strutture sanitarie; quindi, a domicilio non si può fare. Nel Lazio di fatto si permette, dopo il colloquio e somministrazione della RU in Consultorio, di assumere a domicilio la seconda pillola, quella di Misoprostolo, necessaria ad ottenere l’espulsione del materiale abortivo.”

Cosa ne pensa dell’obiezione di struttura?

Che è vietata per legge ma di fatto il 35% degli Ospedali la applica e nessuno si oppone. Come dicevo andrebbero sanzionati i Direttori Generali e le Amministrazioni che non garantiscono contraccezione e aborto gratuito come stabilisce la Legge 54/75 e la 194/78.

Crede che l’obiezione di coscienza sia frutto solo di un assetto valoriale della persona o potrebbe essere dovuto, in parte, al non riconoscimento della prestazione in termini economici?

Come in altri Paesi europei l’obiezione davvero dovuta a problemi di coscienza è una parte davvero ristretta, forse il 5-10% dei casi, come mostra il libro di Livia Turco a cura di Chiara Micali “Per non tornare al buio – Dialoghi sull’aborto”, pubblicato nel 2017. Infatti, penso che se ci fosse riconoscimento economico, di carriera, scientifico per queste persone, l’obiezione di coscienza si ridurrebbe a numeri minimi. Se poi si permettesse alle ostetriche di svolgere almeno le IVG mediche, come fanno in Svezia, Irlanda, Regno Unito, e anche chirurgiche, come in Francia, certamente il problema si ridurrebbe ancora di più.

Aver reso il SSN un Sistema Sanitario Regionale (SSR) ovvero un sistema con modifiche regionali che si applicano anche a protocolli medici studiati e validati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità è molto discutibile

Da quale Paese dovremmo imparare?

“Dall’Irlanda! In pochi anni dopo il referendum, la recentissima legge sulla IVG dà molto valore all’informazione, per cui le donne trovano un numero di telefono che risponde 12 ore al giorno su dove e come effettuare IVG medica. Questa linea telefonica statale è garantita in outsourcing da un’associazione femminile che da anni lavora sul tema IVG. La IVG medica viene garantita fino a dieci settimane dai medici di famiglia organizzati nell’associazione Doctors for Choice. Le donne trovano una linea telefonica di appoggio durante il percorso di IVG medica che funziona 24 ore al giorno, per qualunque quesito o problema medico si trovino ad affrontare e una chat di WhatsApp per le comunicazioni tra colleghi che sostiene i medici tra loro. Naturalmente l’ospedale garantisce sulle 24 ore in caso di problemi importanti, ma per fortuna questi sono davvero pochi.

Siamo un paese lento, con istituzioni che non si modificano facilmente. Aver reso il SSN un Sistema Sanitario Regionale (SSR) ovvero un sistema con modifiche regionali che si applicano anche a protocolli medici studiati e validati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità è molto discutibile. Ora ci sono Governatori Regionali che pontificano e decidono su come, dove e fino a quando si debba svolgere un processo medico come una IVG!  Certo, dicono di farlo per proteggere le donne. Ma siamo sicure di volere questi protettori? A marzo 2022 sono stati portati a processo davanti ai TAR da varie associazioni femminili i governatori di Piemonte, Umbria e Marche per non aver applicato le Linee di indirizzo e la 194. Speriamo prima o poi di avere risposte, anche alla lettera che abbiamo preparato per il ministero e per il consiglio dei sanitari su come migliorare informazione e formazione e organizzazione nazionale e regionale”.

Al via il Polo Strategico Nazionale, la nuova infrastruttura cloud per la Pubblica Amministrazione

Garantire la massima sicurezza dei dati e dei servizi critici e strategici del Paese attraverso un’infrastruttura cloud efficiente e affidabile, che favorisca il processo di trasformazione digitale della Pubblica Amministrazione offrendo servizi pubblici di maggiore qualità.

Con questa mission parte il Polo Strategico Nazionale (PSN), la società di progetto partecipata da TIM, Leonardo, Cassa Depositi e Prestiti (CDP, attraverso la controllata CDP Equity) e Sogei, che intende accompagnare le amministrazioni pubbliche nell’adozione di soluzioni cloud che sviluppino la digitalizzazione della P.A. e consentano maggior efficienza in grado offrire servizi innovativi a cittadini e imprese, razionalizzando la spesa pubblica e riducendo l’impatto energetico.

“Il Polo Strategico Nazionale, mettendo a fattor comune le expertise dei soci e le più avanzate tecnologie disponibili, è pronto a fornire soluzioni all’avanguardia alla Pubblica Amministrazione, che vive un processo di trasformazione digitale e che deve essere un motore di sviluppo in questa direzione per tutto il Paese. La P.A. deve garantire ai cittadini e alle imprese nuove opportunità di sviluppo e nuovi servizi e il PSN la accompagnerà nella migrazione verso un’infrastruttura che offrirà un’alta garanzia di sicurezza e tutela dei dati, ma anche una maggior efficienza tecnica e ambientale, grazie ai Data Center green a nostra disposizione. Siamo pronti a guidare questo processo tenendo sempre ben a mente tre concetti chiave: sicurezza, efficienza e indipendenza. È una sfida che è già iniziata: la nostra squadra è composta da un team di esperti selezionati fra le migliori professionalità sul mercato, siamo in linea con la nostra tabella di marcia e con la consegna dell’infrastruttura che sarà operativa entro fine anno, come previsto dalla Convenzione sottoscritta con il Dipartimento per la trasformazione digitale (DTD) della Presidenza del Consiglio dei Ministri”, sottolinea Emanuele Iannetti, Amministratore Delegato e Direttore Generale della società.

Il Polo Strategico Nazionale, promosso dal DTD nell’ambito della Missione 1 del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), ospiterà i dati e i servizi critici e strategici delle Pubbliche Amministrazioni Centrali, delle Aziende Sanitarie Locali (ASL) e delle altre Pubbliche Amministrazioni locali, lasciando inoltre alle amministrazioni la possibilità di scegliere il PSN anche per i dati ordinari.

La nascita del PSN è fra le principali iniziative del PNRR e sarà cruciale per raggiungere l’obiettivo di portare il 75% delle amministrazioni italiane a utilizzare servizi in cloud entro il 2026. Il progetto, inoltre, favorisce la riqualificazione della spesa pubblica con una riduzione dei costi attualmente sostenuti dalle P.A. per gli investimenti e la gestione delle infrastrutture, contribuendo ad aumentare l’efficienza energetica, attraverso la riduzione dei consumi anche in ottica di sostenibilità ambientale.

L’iniziativa prevede la realizzazione di un’architettura a doppia region distribuita su 4 Data Center, interconnessi fra di loro con connettività ultra broad in fibra ottica per assicurare la continuità operativa in tempo reale, in spazi certificati secondo i più elevati standard disponibili.

Marco Cappato e l’Associazione Luca Coscioni lanciano il XIX Congresso (Modena 13-16 ottobre)

“Negli ultimi anni gli unici avanzamenti significativi sul piano dei diritti sono stati ottenuti nei tribunali nella totale inerzia dei partiti – dichiarano Marco Cappato e Filomena Gallo, rispettivamente tesoriere e segretario dell’Associazione Luca Coscioni, nel corso della presentazione del XIX Congresso che la realtà attiva a livello internazionale a tutela del diritto alla scienza, alla salute e le libertà civili terrà  a Modena, il 13 ottobre presso La Tenda di via Monte Kosica e dal 14 al 16 ottobre presso l’aula Magna del Tecnopolo, via Vivarelli 2

 

“ll tema della scienza e delle libertà è stato cancellato dalla campagna elettorale, perché ricercatori e malati non servono a nutrire clientele politiche. Non ci spaventiamo dunque del fatto che ci sia ora una nuova maggioranza che si prepara ad essere non solo inerte, ma anche ostile a nuove riforme di libertà. Noi andiamo avanti, per la libertà di ricerca e di autodeterminazione dall’inizio alla fine della vita, attraverso disobbedienze civili, ricorsi giudiziari e attivazione degli strumenti di iniziative popolari, come i referendum. Il congresso di Modena sarà occasione per tutti coloro che finalmente vogliono passare dalla preoccupazione all’azione per l’affermazione dei diritti. Questo è il loro congresso. Abbiamo inviato sindaco, presidente regione, i parlamentari uscenti, quelli entranti chiedendo di prendersi degli impegni. 

 

“La legislatura – concludono –  avrebbe potuto concludersi con una vera e propria rivoluzione laica e liberale se la Corte stessa presieduta da Giuliano Amato – non avesse impedito il voto sui referendum in materia di Cannabis e Eutanasia. Ma noi non abbiamo smesso di coltivare la speranza, come con l’aiuto fornito alla signora Elena e l’autodenuncia di Marco Cappato.. Senza il permesso della politica in questi anni abbiamo legalizzato l’aiuto alla morte medicalmente assistita, conquistato diritti in tema di fecondazione assistita, della ricerca scientifica, sulla disabilità. Continueremo a farlo”.

 

“Nel campo dei diritti civili e umani da tutelare è anche la libertà di ricerca scientifica, una delle missioni dell’associazione luca coscioni accomunate dal motto “Dal corpo del malato al cuore della politica” – aggiunge il Professor Michele De Luca, co presidente dell’associazione, direttore del Centro di Medicina Rigenerativa “Stefano Ferrari” dell’Università di Modena e Reggio Emilia.

Ricerca è vita e va sostenuta altrimenti muore e con essa la possibilità di curare persone come chi è affetto da malattie rare, genetiche, oltre i malati gravi,  che come tutti i cittadini secondo logica dovrebbero avere la possibilità di usufruire dei risultati della ricerca scientifica e di terapie scoperte dopo faticose e costose ricerche”.

Dm 77 – Fotografia della nuova assistenza territoriale

Ritratto della sanità territoriale del futuro: il Regolamento per la definizione di modelli e standard per lo sviluppo dell’assistenza territoriale nell’ambito del Servizio sanitario nazionale (DM 77), uno dei cardini del PNRR, definisce la rete dell’assistenza delineata dalla Missione 6. Una rivoluzione. Parole chiave tutte nuove: Case della Comunità, Centrali Operative Territoriali, Ospedale di Comunità, infermiere di famiglia e di continuità assistenziale. Cambiano i ruoli: maggiori compiti ai distretti, una posizione centrale per gli infermieri e un’inedita integrazione con il lavoro dei medici di medicina generale. Sullo sfondo, alcuni scogli. Le carenze di personale innanzitutto, e una riorganizzazione complessiva da mettere in pratica in un contesto che presenta numerose difficoltà: gli strascichi della pandemia, le carenze di materie prime, la transizione digitale da completare, l’incertezza politica a vari livelli.

Ne parliamo con AGENAS, attore principale del processo, e con Federsanità, che associa le Aziende Sanitarie Locali, Ospedaliere e gli Irccs insieme ai rappresentanti dei Comuni associati alle Anci regionali di riferimento.

Ospiti:

  • Francesco EnrichensFrancesco Enrichens
    Project Manager PonGov Cronicità – AGENAS
  • Tiziana Frittelli
    Presidente Nazionale Federsanità e Dg AO San Giovanni Addolorata, Roma

Conduce:

  • Adriana RiccomagnoAdriana Riccomagno
    Giornalista professionista in ambito sanitario