«È indispensabile che in tempi brevissimi venga emanato un Atto d’indirizzo per il rinnovo dell’ACN 2019-2021 e che si mettano così le basi per il più profondo rinnovamento che deve trovare attuazione con l’avvio, immediatamente dopo, del rinnovo dell’ACN per il triennio 2022- 2024». A dettare la linea d’azione che consentirebbe alla medicina di famiglia di affrontare le crescenti difficoltà di un sistema che sconta ritardi di programmazione e cronica mancanza di risorse è il segretario generale Fimmg Silvestro Scotti. La richiesta di Fimmg arriva all’indomani dell’incontro promesso durante il recente Congresso Nazionale di Villasimius dal presidente della Conferenza delle Regioni Massimiliano Fedriga e dal presidente della Commissione Salute Raffaele Donini.
Già a fine luglio, nel corso dell’incontro con il Comitato di Settore si era convenuto con il presidente Fedriga, l’assessore Donini e l’assessore Davide Carlo Caparini di accelerare il più possibile la trattativa dei trienni 2019-21 e 20022-24.
Nel corso dell’incontro di martedì la Fimmg ha proposto una serie di soluzioni atte ad affrontare la crescente emergenza della carenza di medici di famiglia e coerentemente avviare il processo di evoluzione della medicina generale con l’attuazione del PNRR e le necessità assistenziali del futuro. «Il nuovo ACN, con la creazione delle AFT ed il ruolo unico della medicina generale – dice Scotti – può consentire nell’ottica di carenza di personale, di eccessiva pressione sui singoli e di definanziamento atteso nei prossimi anni della spesa sanitaria pubblica, di supplire con un’organizzazione più efficiente anche attraverso la valorizzazione dei medici ad attività oraria, oltre al potenziamento delle capacità di erogazione diretta di prestazioni di primo livello da parte dei medici di medicina generale a ciclo di scelta, a carenze di organico non prevedibilmente colmabili nel breve-medio termine. Peraltro, la “flessibilità organizzativa” che si realizzerebbe, potrà rappresentare la risposta più opportuna alla necessaria prossimità come previsto dal DM 77.
È necessario inoltre provvedere al riconoscimento economico degli aumenti della spesa per la gestione degli studi e dei fattori di produzione ad essi collegati che, oltre a rendere ancor meno attrattiva la professione, già gravata da carichi assistenziali e burocratici diventati insostenibili, ai giovani medici spingono gli abbandoni precoci della professione». A tal fine la Fimmg ritiene inderogabile la messa a sistema dei provvedimenti emergenziali, oltre ad ulteriori provvedimenti di legge, che rilancino il corso di formazione in medicina generale, primo fra tutti la formazione lavoro e la facilitazione dell’inserimento a chi abbia svolto attività affini alla medicina di famiglia durante il periodo pandemico, e lo rendano attrattivo per i giovani colleghi al pari delle altre specialità.
«Per poter mettere in moto tutto questo – ribadisce Scotti – è necessario che l’Atto d’indirizzo per il triennio 2019-2021 venga licenziato il prima possibile».
Il Gender Public Procurement (GPP) in Emilia-Romagna
L’attualità dell’argomento è stata introdotta da Adriano Leli, direttore di Intercent-ER, che ha sottolineato anche come il Gender Public Procurement (GPP) riceva un significativo impulso dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), che individua gli appalti pubblici come driver strategico per incentivare le imprese e gli operatori economici a implementare politiche di genere mediante l’introduzione della cosiddetta “clausola di condizionalità”, un vincolo per gli operatori economici aggiudicatari di bandi PNRR di destinare ai giovani under 36 e alle donne almeno il 30% dell’occupazione aggiuntiva creata in esecuzione del contratto.
Il primo intervento dell’incontro è stato quello dell’Assessora alla montagna, parchi e forestazione, aree interne, programmazione territoriale, pari opportunità dell’Emilia-Romagna, Barbara Lori, che ha elencato i numerosi piani e progetti attivi nella Regione per favorire l’uguaglianza dei generi e che trovano il proprio fondamento nella Legge quadro per la parità e contro le discriminazioni di genere (L.R. 6/2014), affermando: “Credo che la Pubblica Amministrazione (PA) possa dare un contributo molto rilevante per il riconoscimento del ruolo delle donne sul lavoro, non solo per una dimensione etica o ideale ma per il contributo fattivo di competenza che la presenza femminile comporta, andando a incidere sulle performance”.
La normativa europea, italiana e della Regione Lazio
L’illustrazione del quadro normativo e delle modalità applicative è stata affidata ad Andrea Sabbadini, direttore della Centrale Acquisti della Regione Lazio, che da tempo porta avanti iniziative in termini di Green public procurement e Gender procurement e che sarà ospite di PPHC nella Live intitolata Se la sostenibilità passa dal Green procurement, in programma per martedì 8 novembre. Una definizione del GPP è stata fornita dalla European Association for Innovation in Local Development (Aeidl): “Il Gender Responsive Public Procurement si riferisce all’utilizzo dello strumento degli appalti pubblici per promuovere la parità di genere nell’acquisto dei beni, servizi e lavori. Questo implica che sia i buyer pubblici sia i fornitori della PA considerino gli impatti in termini di gender equality in tutte le fasi del processo di acquisto – da un lato progettando gli appalti, dall’altro erogando le prestazioni – in modo da ridurre le disuguaglianze”.
Il quadro normativo non prevede un esplicito obbligo per le stazioni appaltanti di tenere in considerazione gli appalti di gender equality nell’ambito degli appalti pubblici
Il quadro normativo non prevede un esplicito obbligo per le stazioni appaltanti di tenere in considerazione gli appalti di gender equality nell’ambito degli appalti pubblici. In assenza di previsioni vincolanti all’interno delle Direttive UE sugli appalti, l’applicazione del GRPP viene lasciata, di fatto, alla discrezionalità degli Stati membri, nel rispetto dei principi affermati dalle Direttive. Questi, ha spiegato Sabbadini, si possono individuare in: parità di trattamento, non discriminazione, trasparenza, proporzionalità e riconoscimento reciproco. Le legislazioni nazionali recepiscono quindi le Direttive UE sugli appalti (2014/24/UE “The Directive”; 2014/25/UE “Sector Directive; 2014/23/UE “Concession Directive”) e si applicano per i contratti sottosoglia o per quelli esclusi dalle Direttive UE. Completa il quadro il cosiddetto “Acquis Communautaire”, costituito dall’insieme di legislazioni, atti normativi e decisioni giudiziarie che formano il corpo del Diritto UE, e che impattano direttamente e non sugli appalti e includono norme sociali.
In Italia, oltre al PNRR, che introduce la “clausola di condizionalità” di cui sopra, il contesto normativo comprende:
il “Decreto Semplificazioni-bis” (DL 77/2021 convertito in Legge 108/2021), che con l’articolo 47 “Pari opportunità e inclusione lavorativa nei contratti pubblici, nel PNRR e nel PNC” introduce specifiche misure volte a favorire le pari opportunità di genere e generazionale, nonché l’inclusione dei lavoratori con disabilità
il DPCM 7 dicembre 2021. “Linee guida volte a favorire le pari opportunità di genere e generazionali, nonché l’inclusione lavorativa delle persone con disabilità nei contratti pubblici finanziati con risorse del PNRR e del PNC” adottate con DPCM 7 dicembre 2021, che traducono i principi normativi sanciti dall’art. 47 del “Decreto Semplificazioni-bis” in istruzioni operative di cui tenere conto in fase di indizione delle procedure di gara
Legge Regionale n. 7 del 10 giugno 2021. La Regione Lazio promuove la parità retributiva tra i sessi, il sostegno dell’occupazione e dell’imprenditoria femminile di qualità nonché la valorizzazione delle competenze delle donne. In particolare è previsto che, nel rispetto della normativa comunitaria e statale vigente in materia di appalti pubblici, negli appalti pubblici di competenza della Regione sia promossa l’introduzione di criteri premiali volti ad attribuire un punteggio tecnico agli operatori che attuano specifiche misure di parità di genere
Prassi di riferimento (PdR) UNI 125:2002. Definisce le linee guida sul sistema di gestione per la parità di genere, prevedendo la strutturazione e adozione di un insieme di indicatori prestazionali (KPI) inerenti le politiche di parità di genere nelle organizzazioni.
“L’esperienza della Regione Lazio ha anticipato una serie di misure volte a tutelare la parità di genere che sono state adottate a livello nazionale con il D.L. 2021, n. 77, “Decreto Semplificazioni-bis”, in particolare all’articolo 47, Pari opportunità e inclusione lavorativa nei contratti pubblici”, ha spiegato Sabbadini. Da un lato ci sono le condizioni necessarie:
Produzione da parte degli operatori economici, al momento della presentazione della domanda di partecipazione o dell’offerta, di copia dell’ultimo rapporto sulla situazione del personale, ai sensi dell’articolo 46 del D.Lgs. 198/2006 o relazione di genere sulla situazione del personale maschile e femminile
Inserimento nei bandi di specifiche clausole, tra i requisiti minimi o premiali, che tendano a promuovere la parità di genere o l’assunzione di giovani, tra i quali obbligatoriamente il requisito della quota del 30% di assunzioni da destinare a nuova occupazione giovanile e femminile
Previsione nei bandi di penali da applicare nei casi di inadempimento dell’appaltatore agli obblighi di cui sopra.
Ed ecco le misure premiali:
Assenza di accertamenti relativi a comportamenti discriminatori nei tre anni antecedenti la presentazione delle offerte
Impegno all’utilizzo di specifici strumenti di conciliazione delle esigenze di cura, vita e lavoro per i propri dipendenti
Impegno all’assunzione di giovani, donne e disabili oltre la soglia minima prevista
Aver rispettato i principi della parità occupazionale e di genere nell’ultimo triennio
“In linea con la più ampia politica regionale in tema di gender equality, la Direzione Regionale Centrale Acquisti della Regione Lazio (DRCA) promuove, in tutte le procedure di affidamento, l’integrazione degli aspetti di sostenibilità ambientale e sociale con elementi volti a tutelare la parità di genere – spiega Sabbadini -. L’obiettivo che la Regione Lazio intende raggiungere è quello di usare gli appalti pubblici come leva strategica per la promozione della parità di genere nel mercato del lavoro, sfruttando il potenziale della domanda pubblica per la generazione di comportamenti virtuosi nel mercato”.
Le principali aree di intervento possono essere così sintetizzate:
Inserimento di criteri premiali nelle iniziative centralizzate
Verifica dell’adeguatezza degli strumenti utilizzati in relazione al settore dell’appalto
Adozione di meccanismi di controllo in fase di esecuzione e analisi degli impatti
La DRCA nel 2020 ha iniziato a inserire all’interno delle iniziative di gara per l’affidamento di servizi, criteri premiali volti ad attribuire punteggio tecnico ai concorrenti che garantiscono parità di genere all’interno delle proprie organizzazioni.
“Nella consapevolezza che l’introduzione di tali criteri non sia di per sé sufficiente a indurre cambiamenti significativi nel mercato del lavoro, si ritiene che tale misura possa svolgere la funzione di strumento di regolazione andando a incentivare la riduzione delle disparità di genere nel mercato del lavoro regionale – commenta il direttore -. Inoltre, può contribuire alla diffusione di un messaggio istituzionale verso il mercato da parte della Regione, la quale riconosce il valore aggiunto delle imprese che promuovono la parità di genere in linea con gli obiettivi strategici regionali in materia di politiche del lavoro, e infine può generare un effetto “a cascata” volto alla progressiva adozione di questo tipo di approccio anche nelle procedure svolte in autonomia dagli Enti Locali e dalle Aziende sanitarie regionali”.
Per il suo impegno e le misure adottate in tema di gender equality, la Regione Lazio è stata individuata come good practice nell’ambito del progetto comunitario promosso dall’istituto Eige sulla parità di genere.
In generale, l’incidenza dei criteri di gender equality è compresa fra l’8 e il 10% del punteggio tecnico totale
In generale, l’incidenza dei criteri di gender equality è compresa fra l’8 e il 10% del punteggio tecnico totale. I criteri premiali consistono nella percentuale di donne in ruoli apicali (CdA, Amministratori, Dirigenti): 2 punti se la percentuale è superiore al 40%, 1 punto se è compresa fra il 20 e il 40, 0 altrimenti; assenza di verbali di discriminazioni di genere: 2 punti; possesso di certificazione SA 8000 o equivalente: 3 punti; adozione di misure di conciliazione vita-lavoro: da 0,5 fino a un massimo di 2 punti per ogni misura adottata (ad es. asilo nido convenzionato, misure di flessibilità oraria, smart working).
“Tra le principali sfide ravvisate dalla DRCA vi è l’opportunità di applicare criteri differenziati in base al settore dell’appalto, in quanto il grado di efficacia potrebbe variare in relazione alla tipologia di servizio”, ha sostenuto Sabbadini. “A titolo esemplificativo, prevedere una quota minima di forza lavoro femminile potrebbe essere poco efficace in settori in cui la forza lavoro è costituita per la maggior parte da donne, com’è attualmente nei servizi di pulizia, mentre potrebbe avere effetti positivi per altre tipologie di servizio, come i servizi professionali, con riferimento al numero di donne nel team di lavoro.
In ogni caso, è opportuno tenere in considerazione la necessità di introdurre condizioni che non determinino effetti anticoncorrenziali o possano essere soddisfatte solo da pochi operatori, e attribuire, in sede di valutazione delle offerte, un peso ponderale proporzionato a questi criteri in ragione dell’oggetto dell’appalto. È necessario in ogni caso valutare la conciliazione di tali criteri con istituti volti a promuovere la stabilità occupazionale come la clausola sociale”.
In conclusione del proprio intervento, Sabbadini ha annunciato che al fine di monitorare l’impatto delle misure introdotte a tutela della parità di genere nei contratti pubblici, la Regione Lazio sta avviando un’analisi dei principali risultati raggiunti in relazione alle procedure di gara con criteri premiali di gender equality già aggiudicate.
In particolare, gli obiettivi dell’osservatorio interno sono:
Identificare l’eventuale correlazione tra la qualità delle proposte tecniche presentate dai concorrenti (punteggio tecnico complessivo) e il punteggio ottenuto in corrispondenza dei criteri di gender equality
Verificare la numerosità dei casi in cui il punteggio ottenuto per i criteri di gender equality sia risultato decisivo per ottenere il massimo punteggio tecnico e/o per l’aggiudicazione della procedura di gara.
L’esperienza di Intercent-ER
L’esperienza di Intercent-ER nell’ambito del Gender responsive public procurement è stata descritta da Candida Govoni, che ne è Responsabile Area Spesa comune.
“Le PA rappresentano i i principali acquirenti di beni e servizi della UE: attraverso le politiche di acquisto, le PA possono quindi influire in modo determinante sullo sviluppo dei mercati e sul perseguimento di obiettivi socio-economici”, ha dichiarato. “Nella consapevolezza del ruolo strategico che può essere svolto dal public procurement, negli anni Intercent-ER ha sviluppato una visione integrata del concetto di sostenibilità, declinato non solo dal punto di vista economico, ma anche sotto il profilo ambientale e sociale. A partire dal 2007 l’Agenzia ha iniziato a sviluppare strategie di Green Public Procurement, mentre dal 2011 sono state avviate le prime sperimentazioni di gara con criteri sociali”.
Soprattutto negli ultimi anni, ha raccontato Govoni, l’Agenzia ha sviluppato un numero crescente di iniziative di acquisto con criteri di sostenibilità sociale. In particolare, sono state complessivamente attivate 49 convenzioni con criteri sociali, relative a molteplici categorie merceologiche che vanno dai servizi di ristorazione alla manutenzione di immobili, dalla cancelleria ai servizi di gestione dei rifiuti speciali.
“Negli ultimi anni, Intercent-ER ha sviluppato modalità e strumenti per misurare le proprie performance in materia di sostenibilità, anche in ambito sociale – ha dichiarato -. In particolare, ha elaborato il rapporto Il contributo di Intercent-ER all’Agenda 2030 e agli Obiettivi di sviluppo sostenibile al fine di rendicontare ai propri stakeholder il valore creato sul territorio e il contributo offerto agli obiettivi dell’Agenda 2030″.
L’obiettivo del GRPP è di promuovere criteri di equità per le categorie di lavoratori in condizioni di svantaggio sociale, con particolare riferimento alla parità di genere grazie alla leva dell’appalto pubblico
L’obiettivo del GRPP è di promuovere criteri di equità per le categorie di lavoratori in condizioni di svantaggio sociale, con particolare riferimento alla parità di genere grazie alla leva dell’appalto pubblico. A livello internazionale, l’ONU ha inserito questi obiettivi anche tra i Sustainable Development Goals dell’Agenda 2030, in particolare ai punti 5, Uguaglianza di genere, e 10, Ridurre le disuguaglianze.
Già nel 2021, prima che il PNRR desse un nuovo impulso a questi criteri, Intercent-ER ha introdotto criteri premianti per l’adozione di misure per la parità di genere in un bando per servizio di buoni pasto elettronici. Dal 2022, Intercent-ER è chiamata a espletare figure di gara finanziate dal PNRR e a coordinare e monitorare il complesso degli appalti del Piano in Emilia-Romagna. “Nelle iniziative a oggi gestite, l’attenzione alle pari opportunità è stata introdotta in varie fasi della procedura di gara con clausole di partecipazione, criteri premiali e obblighi in fase di esecuzione”, ha affermato Govoni.
Nei disciplinari riguardanti le iniziative finanziate con fondi PNRR/PNC l’Agenzia ha introdotto questa clausola di partecipazione: “Gli operatori economici che occupano oltre 50 dipendenti devono allegare su Sater, a pena di esclusione dalla gara, copia dell’ultimo rapporto sulla situazione del personale che essi sono tenuti a redigere ai sensi dell’art. 46 del Codice delle pari opportunità di cui al D.Lgs. 198/2006, con attestazione di conformità a quello eventualmente trasmesso alle rappresentazioni sindacali aziendali e alla consigliera e al consigliere di parità, ovvero, in caso di inosservanza dei termini previsti dal comma 1 del medesimo articolo 46, con attestazione della sua contestuale trasmissione alle rappresentanze sindacali aziendali e alla consigliera e al consigliere regionale di parità”.
Nelle procedure è stato attribuito un punteggio tecnico premiale per la presenza di politiche per la promozione della parità di genere:
componente di lavoro femminile, almeno il 30% di donne in posizioni apicali (Consiglio di Amministrazione);
presenza di disability manager;
adozione di strumenti di conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro per i propri dipendenti, nonché misure innovative di organizzazione del lavoro.
Per quanto riguarda gli obblighi in fase di esecuzione, entro sei mesi dalla conclusione del contratto l’aggiudicatario deve produrre una relazione di genere sulla situazione del personale e una dichiarazione del Legale Rappresentante che attesti di essere in regola con le norme che disciplinano il diritto al lavoro delle persone con disabilità. La mancata consegna di questa documentazione è sanzionata con l’applicazione di penali.
Alcune riflessioni conclusive alla luce di questa esperienza. “Le clausole relative alla parità di genere sono applicabili negli appalti di servizi che prevedono un elevato impiego di manodopera, mentre sono scarsamente incisive negli appalti di beni – ha dichiarato Govoni -. Le clausole normative introdotte dalla Legge 108/2021 per gli appalti finanziati dal PNRR/PNC sono applicabili agli appalti di beni, servizi e lavori, pertanto costituiscono un miglioramento sotto il profilo del gender responsive. Le prime applicazioni della Legge suggeriscono un’ulteriore considerazione sull’uso del termine dipendente, che non è rappresentativo di tutte le categorie di impiego di personale, come ad esempio le Partite Iva: potrebbe costituire un ostacolo a un’applicazione universalistica della clausola nel mondo del lavoro”.
La Commissione europea ha la possibilità di designare uno o più laboratori di riferimento dell’Unione europea – EURLs per dispositivi o per una categoria o un gruppo di dispositivi specifici, oppure per rischi specifici relativi a una categoria o gruppo di dispositivi.
I laboratori che possono essere designati devono soddisfare i criteri indicati al paragrafo 4 dell’articolo 100 del Regolamento (UE) 2017/746.
La Commissione europea può designare, mediante atti di esecuzione, solo i laboratori per i quali uno Stato membro abbia presentato una domanda di designazione.
Presentazione delle candidature
A tal fine, la Commissione europea ha invitato gli Stati membri a presentare le candidature per la designazione dei laboratori di riferimento dell’UE. Uno Stato membro può presentare le domande alla Commissione europea solo per i laboratori candidati situati sul proprio territorio.
I laboratori interessati hanno la possibilità di presentare al Ministero della salute la propria candidatura entro il 5 gennaio 2023.
La Missione 6 Componente 1 del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), dedicata al potenziamento dell’Assistenza sanitaria territoriale, individua uno specifico investimento (sub-investimento 1.2.3.) per l’implementazione della Piattaforma Nazionale di Telemedicina con l’obiettivo in particolare di:
favorire l’implementazione omogenea dei percorsi di telemedicina su tutto il territorio nazionale facilitando la presa in carico, acuta e cronica, da parte delle cure territoriali, favorendo la deospedalizzazione e potenziando la qualità delle cure di prossimità;
colmare il divario tra le disparità territoriali e offrire maggiore integrazione tra i servizi sanitari regionali e le piattaforme nazionali attraverso soluzioni innovative;
migliorare la qualità clinica e l’accessibilità ai servizi sanitari dei pazienti all’interno del territorio nazionale;
dotare i professionisti sanitari di nuovi strumenti validati al fine di operare efficacemente in ogni processo sia individuale che multi-disciplinare.
LE VACCINAZIONI, GRANDE OPPORTUNITA’ DI SALUTE PUBBLICA – Con la stagione autunnale sono tornate di grande attualità le vaccinazioni, una grande opportunità di salute pubblica. A richiamare l’attenzione sul tema sono due vaccini familiari: il richiamo annuale contro l’influenza e il nuovo vaccino contro il Covid-19, bivalente e diretto sia al ceppo originario del SARS-CoV-2 che alla variante Omicron e alle sue sottovarianti. A questi, si aggiungono i vaccini contro pneumococco, Herpes Zoster e meningococco, fondamentali soprattutto nei soggetti fragili, quali over 65, malati cronici, immunocompromessi. Questi vaccini contro pneumococco, Herpes Zoster e meningococco possono essere somministrati anche nella stessa seduta della vaccinazione contro l’influenza, permettendo di aumentare la protezione nei confronti di queste malattie che comportano un alto grado di disabilità e complicazioni individuali, oltre che un elevato consumo di risorse del SSN. Possono essere somministrati, seguendo le regole indicate dal tutorial SIMG, nella stessa seduta o comunque possono essere programmati con il paziente a scadenze successive. Proprio su questo tema è partita la nuova iniziativa congiunta di tre società scientifiche, la Società di Medicina Generale e delle Cure Primarie – SIMG, la Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali – SIMIT, la Società Italiana di Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica – SItI, le quali hanno lanciato la campagna “Non Solo Flu: porgi l’altra spalla 3.0. Stagione antinfluenzale 2022, un’opportunità per aumentare le coperture vaccinali”. Nella presentazione dell’iniziativa sono intervenuti il Prof. Claudio Cricelli, Presidente SIMG; Alessandro Rossi Responsabile SIMG Patologie Acute; Roberto Parrella, Vicepresidente SIMIT; Enrico Di Rosa, Coordinatore del Collegio Operatori SItI; a moderare il giornalista scientifico Daniel della Seta.
I TIMORI PER LA PROSSIMA STAGIONE INFLUENZALE E PER UNA NUOVA ONDATA COVID – Dopo due anni in cui l’influenza ha colpito meno, si teme un ritorno aggressivo del virus. “Come ogni anno, siamo alla vigilia della vaccinazione antinfluenzale, che partirà intorno a metà ottobre in tutte le regioni – sottolinea il Prof. Claudio Cricelli – Occorre mantenere alta la guardia su questa epidemia, che si sospetta possa essere rilevante, sia per i dati dell’emisfero australe sia perché per due anni per le misure restrittive ha circolato poco è c’è un’immunità di comunità molto affievolita. Queste previsioni impongono la necessità di raggiungere elevati livelli di copertura. Inoltre, la vaccinazione contro l’influenza può fare da driver per altre vaccinazioni, a partire dal nuovo vaccino contro il Covid, che può essere anche somministrato nella stessa seduta senza alcun rischio per sicurezza ed efficacia. Il ruolo della Medicina Generale è come sempre di sostegno alle vaccinazioni dell’adulto a 360° e questa è un’occasione di rilancio. Proprio noi medici di famiglia possiamo indirizzare i diversi pazienti sulle forme di protezione più indicate per ciascuno”. Il proprio medico di famiglia resta dunque il principale punto di riferimento per stabilire le forme più appropriate di prevenzione. È possibile rivolgersi anche ai servizi vaccinali dei Dipartimenti di Prevenzione delle ASL territoriali e agli ambulatori vaccinali ospedalieri, mentre per il Covid restano in funzione alcuni hub vaccinali.
“L’iniziativa – dichiara il Dott. Antonio Ferro, Presidente SItI – mira a ribadirel’importanza di vaccinarsi contro l’influenza, ma anche confermare quanto sia sicura la doppia somministrazione (anti-Covid-19 ed antinfluenzale), soprattutto per gli anziani. È fondamentale che le persone non aspettino l’ultimo momento a vaccinarsi. Quest’anno dovremo affrontare un’influenza particolarmente ‘aggressiva’, visto che le nostre difese immunitarie, negli ultimi due anni, per via della Pandemia, non sono state sollecitate. C’è preoccupazione proprio per questo motivo, ma anche per via del numero delle somministrazioni antinfluenzali in netto calo. Stiamo parlando di un ceppo ben identificato che proviene dall’Australia ed i vaccini che utilizziamo sono fatti proprio su questo. Il tutto, poi, dipenderà da come evolverà la situazione in generale, se torneremo ad impiegare le mascherine o no, una decisione che spetterà al Ministero”.
LE ALTRE MINACCE DA CUI DIFENDERSI: I VACCINI CONTRO PNEUMOCOCCO, HERPERS ZOSTER, MENINGOCOCCO – Il messaggio lanciato dagli specialisti porta l’attenzione anche ad altri vaccini non meno importanti, soprattutto per la popolazione sopra i 65 anni e per i soggetti immunocompromessi. Alcune infezioni virali e batteriche che provocano anche gravi conseguenze possono infatti essere prevenute. “Ci sono tre importanti malattie infettive da cui bisogna proteggersi: pneumococco, Herpes Zoster e meningococco – sottolinea il Prof. Claudio Mastroianni, Presidente SIMIT – In particolare, l’Herpes Zoster (spesso noto come Fuoco di Sant’Antonio) è una malattia gravata da severe complicanze soprattutto nei soggetti sottoposti a terapie immunosoppressive e che compromette in maniera importante la qualità della vita delle persone che ne sono affette. Da non sottovalutare lo pneumococco che è una la più frequente causa di polmonite, soprattutto nei soggetti anziani, in cui può avere una evoluzione sfavorevole. Oggi abbiamo la possibilità di utilizzare dei vaccini estremamente efficaci, che prevengono queste infezioni con sicurezza senza effetti collaterali. Inoltre, con una maggiore prevenzione si evitano ospedalizzazioni e uso inappropriato di antibiotici, contribuendo così alla lotta all’antibiotico-resistenza, che rappresenta uno dei più seri problemi di sanità pubblica nei prossimi decenni”.
La pandemia ha messo alla prova la sanità, obbligandola a sperimentare in ambito digitale. La maggior parte dei cittadini e dei medici ha dovuto, suo malgrado, acquisire familiarità quantomeno con l’uso dello smartphone e, in alcuni casi, del fascicolo sanitario elettronico. Il Covid ha infatti portato a pieno compimento la dematerializzazione delle ricette mediche, che fino a quel momento necessitavano ancora di un promemoria cartaceo per poter ritirare il farmaco.
Di questo e di molto altro si è parlato nel panel “Digitale, la sanità per tutti” che si è tenuto all’interno del Festival del Digitale Popolare organizzato dalla Fondazione Italia Digitale e di cui Policy and Procurement in Healthcare è stato media partner.
“Con l’avvento della pandemia abbiamo anche toccato con mano gli effetti della disinformazione – ha esordito Cesare Buquicchio, capo ufficio stampa del Ministero della Salute – Abbiamo capito che, a differenza di qualche anno fa, oggi il debunking non è più così utile: invece di smontare in modo puntuale le tesi false, sarebbe meglio far capire quali sono i sintomi della disinformazione, in modo da creare gli anticorpi per intercettarla”.
Il nodo organizzativo
Quando si parla di digitale in sanità si pensa immediatamente alla telemedicina, all’intelligenza artificiale e in generale a hardware e software. In realtà, per poter utilizzare questi strumenti al meglio è necessario investire sui processi delle aziende sanitarie e degli ospedali.
“Questi due anni ci hanno mostrato il divario tecnologico e organizzativo che ci separa dal territorio e dai pazienti – ha sottolineato Franca Dall’Occo, direttrice generale dell’Asl To3 – Siamo stati accusati di aver fatto un’eccessiva ospedalizzazione, con accessi al Pronto soccorso non appropriati. Probabilmente avremmo potuto evitare alcuni focolai che hanno interessato le strutture ospedaliere se fossimo stati in grado di mettere a terra la telemedicina e i teleconsulti”.
Il nodo infatti non è solo sapere utilizzare gli strumenti digitali: per erogare un nuovo modello di assistenza sanitaria è necessario intervenire sui processi organizzativi sottostanti a questi nuovi processi di cura.
“Dobbiamo ricordare che esiste un gap culturale, e non solo tra i professionisti della sanità – ha aggiunto la Dg – E poi c’è il problema infrastrutturale: internet non arriva nei territori montani, per esempio. In quelle aree serve dunque uno sportello con un’impiegata per le prenotazioni o per il ritiro dei referti”.
Il territorio dell’Asl To3 comprende alcuni grandi centri e diversi Comuni sparsi in località marginali che rischiano di essere doppiamente penalizzati dalla digitalizzazione: una cattiva organizzazione potrebbe infatti privarli del presidio fisico, senza che sia loro garantito l’accesso al servizio online.
L’altro aspetto riguarda l’adeguamento dei professionisti alle novità: “Fino a qualche mese fa molti dei nostri medici non erano in possesso della firma digitale, indispensabile per utilizzare il fascicolo sanitario elettronico – riporta Dall’Occo – Ebbene, oggi il 100% di loro si è adeguato, ma la percentuale di cittadini che accede allo strumento è di molto inferiore al 50%. Serve un’attività di alfabetizzazione digitale della nostra popolazione e poi investimenti in infrastrutture. Solo così si garantirà davvero l’equità d’accesso alle cure a tutti i cittadini”.
La Dg ha poi ricordato come in un futuro non così lontano “ci troveremo a dover gestire quella bomba epidemiologica che sono le malattie croniche: si tratta di una serie di patologie che richiedono un monitoraggio frequente. Se non ci prepariamo a farlo in modo digitale, difficilmente avremo le risorse per gestirle in altro modo al domicilio del paziente”.
L’importanza delle persone
Filippo Anelli, presidente dell’Ordine nazionale dei medici, ha ricordato che “il problema risiede nel numero dei professionisti: la digitalizzazione e l’avvio di tutti i processi di intelligenza artificiale non determineranno una riduzione del tempo di lavoro del personale. Credo anzi che bisognerebbe puntare sempre di più sui professionisti”.
Si dice spesso che la differenza la faranno le persone e in questo caso più che mai: “Abbiamo di fronte a noi opportunità straordinarie che consentono di migliorare l’equità nell’accesso alle cure. Il fatto che i cittadini abbiano ancora difficoltà nell’accesso dipende anche da come viene organizzato il sistema. La ricetta digitale, per esempio, durante la pandemia ha subito un processo accelerato e molti cittadini hanno iniziato a usare il fascicolo sanitario elettronico per poter visualizzare il documento direttamente in farmacia”.
Se c’è un’esigenza pressante, si corre per soddisfarla. La vera sfida nella Pubblica amministrazione è riuscire ad accelerare una serie di percorsi e consentire ai professionisti di poterli utilizzare.
L’intelligenza artificiale, inoltre, va ben oltre alla mera gestione di grandi quantità di dati: “Ritengo che questo strumento debba essere di grande supporto ai professionisti: noi non soltanto siamo pronti, ma siamo ansiosi di iniziare questi processi. Ovviamente con una grande cautela per quanto riguarda la privacy dei cittadini”.
Il presidente Fnomceo ha poi ricordato che le potenzialità sono molte: dalla radiodiagnostica alla consultazione di banche date per migliorare l’appropriatezza, fino a evidenze scientifiche per determinare la migliore assistenza da parte del medico.
L’intelligenza artificiale in azienda
Al tavolo erano presenti anche i rappresentati di due delle aziende che stanno più utilizzando l’intelligenza artificiale applicata alla sanità: Affidea e Takeda. La prima è specializzata in diagnostica per immagini, la seconda è una casa farmaceutica specializzata in oncologia, gastroenterologia, neuroscienze e malattie rare.
“L’intelligenza artificiale affianca il paziente nelle varie fasi, dalla prenotazione in poi – ha spiegato Roberto Atzeni, Quality and Risk Manager and Data Protection Officer di Affidea Italia – Nella diagnostica per immagini, per esempio, le apparecchiature che di default ricostruiscono immagini ad altissima qualità riducono il tempo di esposizione alle radiazioni ionizzanti”.
Atzeni vede il rischio derivante da un utilizzo non regolamentato dell’intelligenza artificiale: “Non vogliamo un mondo digitale fuori controllo. Come azienda siamo disponibili per aiutare a normarlo”.
Durante la pandemia Takeda ha rivisto alcuni meccanismi organizzativi. Quelli rivolti all’esterno si sono rafforzati: “Già nel 2014-15 avevamo introdotto un engagement multicanale per i medici da parte degli informatori scientifici – ha affermato Andrea Pecci, Costumer Excellence&Innovation Head di Takeda Italia – La pandemia ci ha quindi trovati pronti e abbiamo incrementato questo approccio olistico”.
Circa il 30-35% di medici ha richiesto un engagement multicanale. “Il nostro obiettivo è fornire le informazioni corrette al momento giusto e nel posto giusto – ha continuato Pecci – Oggi abbiamo a disposizione metriche molto più potenti di quanto poteva essere in passato il feedback dopo una chiacchierata. Possiamo capire che cosa interessa di più al medico tracciando gli articoli che legge all’interno della nostra newsletter, i temi sui quali si sofferma di più e così via. In questo modo possiamo fornirgli un’esperienza molto più personalizzata”.
La vera rivoluzione, invece, è avvenuta nell’organizzazione aziendale interna: “La digitalizzazione ci ha permesso di cambiare il paradigma, impostando un nuovo modello lavorativo all’interno degli uffici – ha spiegato Pecci – Abbiamo chiesto alle persone di cambiare il proprio mindset: non siamo più pagati per il tempo che diamo all’azienda, ma per quello che produciamo, per il raggiungimento degli obiettivi stabiliti. Si tratta di un mix tra lavoro agile e intelligente”.
Le ricadute di questo sistema organizzativo hanno un impatto positivo sul pianeta (i dipendenti si spostano meno e quindi inquinano di meno) e sul benessere personale (la maggiore flessibilità permette un miglior equilibrio con la vita privata).
“All’inizio chi era abituato alla vita d’ufficio si è sentito un po’ oppresso – ha ammesso Pecci – Nei primi tempi abbiamo assistito a una sovraproduzione di mail e videocall. Oggi, però, tutto funziona meglio: abbiamo il diritto alla disconnessione e sappiamo di non dover rispondere immediatamente a un messaggio. Se c’è un’urgenza, veniamo chiamati”.
L’Agenzia per la sanità digitale
L’Agenas, l’Agenzia nazionale per i Servizi sanitari regionali, sta assumendo anche il ruolo di Agenzia nazionale per la sanità digitale e avrà quindi il compito di portare a compimento la digitalizzazione della sanità italiana.
“Nell’ambito della rivoluzione digitale in sanità sono stati individuati due grandi progetti e una riforma – ha ricordato Giulio Siccardi, direttore Uoc Sistemi informativi, patrimonio, gestione della logistica e provveditorato di Agenas – A supporto del fascicolo sanitario 2.0 e della telemedicina è stata introdotta l’Agenzia per la sanità digitale, per superare tutte le difficoltà che avevano fatto sì che ci fossero 21 fascicoli sanitari elettronici diversi che disorientavano il cittadino”.
Con la prima versione del fascicolo c’è infatti stato un problema di interoperabiità: visite, esami e vaccini effettuati in una regione diversa dalla propria non erano riportate.
“L’agenzia deve quindi produrre progettualità partecipata per assicurare uno sviluppo omogeneo sul territorio italiano a supporto della sanità digitale – ha proseguito Siccardi – Abbiamo iniziato a farlo per la telemedicina. Per la telemedicina abbiamo un miliardo di euro grazie al Pnrr. Dal punto di vista progettuale sono state definite delle linee guida per valorizzare tutte le esperienze che si sono succedute nel territorio nazionale e assicurare un’integrazione”.
Da una survey del Ministero salute emerge che solo per il 33% delle attività digitali svolte in Italia è stata dimostrata una qualche efficacia clinica. “Inoltre, è emerso come pochissime di queste attività fossero integrate – ha rilevato Siccardi – È fondamentale che la telemedicina sia sviluppata assicurando una interoperabilità con tutti gli strumenti a disposizione. È altresì importante che ci siano interlocutori chiari e precisi. In questo il fascicolo sanitario elettronico deve diventare l’unica porta di accesso a tutti i servizi”.
Il problema dunque non è solo tecnologico, ma anche di comunicazione: “Affinché gli sforzi non siano vanificati, tutti gli strumenti che diffondiamo devono essere conosciuti dai cittadini. In questo abbiamo bisogno dei comunicatori”, ha concluso Siccardi.
“Consentiteci di vaccinare i bambini nei nostri studi, abbiamo un ruolo strategico nell’aumento delle coperture e così liberiamo risorse dei servizi territoriali. Possiamo occuparci della profilassi in occasione dei Bilanci di Salute. Gli accordi su base regionale non bastano: cambiamo i modelli organizzativi, cerchiamo di non sprecare la lezione del Covid-19”. Questo l’appello al Governo che verrà, pronunciato dal Presidente della Federazione Italiana Medici Pediatri, Antonio D’Avino, in apertura del sedicesimo Congresso Scientifico Nazionale FIMP “A grandi passi la Pediatria di famiglia cresce e… accoglie”, in corso a Riva del Garda (Trento) fino al 15 ottobre.
“I vaccini sono la forma di prevenzione indiscutibilmente più efficace per combattere alcune delle malattie infettive che provocano gravi complicazioni alla salute dei bambini. Il Pediatra di Famiglia – prosegue D’Avino – è colui che più di tutti ha la possibilità di incidere sul successo delle campagne di prevenzione, grazie al rapporto fiduciario con le famiglie e alla capillarità assistenziale. Consentire a tutti noi l’accesso all’Anagrafe vaccinale è una straordinaria opportunità per la sostenibilità dell’intero Servizio Sanitario Nazionale”.
“Il nostro ambulatorio – afferma Giuseppe Di Mauro, Segretario Nazionale alle Attività Scientifiche ed Etiche della FIMP e Presidente della Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale – è ormai il riferimento centrale delle cure in età pediatrica e adolescenziale, in cui viene soddisfatto oltre il 90% dei bisogni assistenziali di questa fascia d’età. Per tale motivo, il congresso FIMP offre quest’anno una formazione e un aggiornamento qualificati, estendendo gli ambiti di intervento alla diagnostica ambulatoriale e tutte le problematiche psicosociali emergenti. Tre i corsi monotematici, che ripeteremo nelle tre giornate del congresso, per consentirne la frequenza a tutti gli iscritti, su: skin prick test, salute orale e dermatoscopia”.
Nel corso dell’evento scientifico più importante della Pediatria di Famiglia del nostro Paese, l’offerta formativa per gli oltre 600 iscritti si compone inoltre di una sessione centrale, dedicata ai più recenti documenti intersocietari, realizzati da FIMP insieme a SIPPS e ad altre società scientifiche. “Presentiamo e condividiamo con i colleghi alcuni strumenti di pronto utilizzo – annuncia Di Mauro – da tenere nella propria cassetta degli attrezzi. Si tratta di cinque Guide pratiche, dedicate alla disabilità, alla ginecologia dell’infanzia e dell’adolescenza, alla vaccinazione in sicurezza nell’ambulatorio del Pediatra di Famiglia, alla prevenzione degli incidenti e un documento con le raccomandazioni sull’Alimentazione Complementare. Abbiamo inoltre una consensus intersocietaria sull’uso giudizioso della terapia antibiotica nelle patologie respiratorie in età evolutiva e uno sul bambino e l’adolescente che praticano sport. Last but not least, abbiamo prodotto una Guida completamente dedicata ad affrontare e sciogliere i dubbi dei genitori: «Il bambino nella sua famiglia – Guida pratica per i genitori». Sarà disponibile in tutti i nostri studi”.
“Questa sedicesima edizione del Congresso Nazionale – conclude D’Avino – è un importante momento rispetto alla volontà di ribadire, come Pediatri di Famiglia, il ruolo sociale della nostra missione. È proprio di pochi giorni fa la diffusione dell’ultimo report del Servizio centrale anticrimine della Polizia per la campagna “Indifesa” di Terre des Hommes. Non si sono mai registrate così tante violenze sui minori, come nel 2021. Per la prima volta sono oltre seimila. Proprio al tema del riconoscimento e della gestione dell’abuso sui minori, ha dedicato un vademecum la Dott.ssa Paola Miglioranzi. Il libro “Maltrattamento e violenza nell’infanzia”, di cui è coautrice, è frutto di un enorme sforzo di sistematizzazione delle nostre conoscenze e sarà presentato nel corso di una sessione riservata al tema. E c’è un altro gigantesco, quanto inusuale, argomento che entra con forza e drammaticità nella nostra pratica clinica di Pediatri di Famiglia e occupa uno spazio importante del confronto scientifico. Si tratta dell’esperienza della morte, nel bambino e nell’adolescente: quella che aspettiamo, che ignoriamo, che ricerchiamo, la morte sociale, la morte per rinascere. Tanti focus, con lo sguardo delle competenze e dell’innovazione, su cui come FIMP non solo ci interroghiamo, ma a cui abbiamo cercato di dare risposte, nell’interesse superiore dei nostri piccoli pazienti. Louise Glück scriveva «Guardiamo il mondo una volta, nell’infanzia. Il resto è memoria». Se vogliamo tutelare il futuro delle donne e degli uomini di domani, dobbiamo proteggere il presente di quei bambini, salvaguardandone la salute, fisica e mentale”.
Prosegue con questo editoriale dedicato alle medical humanities la collaborazione con il Cultural Welfare Center (CCW) sulla base di un progetto comune di diffusione della conoscenza sul valore delle arti e della cultura per il benessere e la salute
Dal 24 al 26 ottobre si svolgerà in digitale Iconografia della Salute, il festival delle Medical Humanities ideato nel 2020 dal Centro Studi Medical Humanities dell’Azienda ospedaliera di Alessandria, per valorizzare questo approccio, che riunisce numerose discipline che influiscono sul percorso di cura del paziente. I temi delicati e d’attualità della terza edizione del festival sono fiducia e fine vita, strettamente correlati se si pensa al rapporto operatori di cura e persone assistite o ai momenti in cui il caregiver si confronta con le disposizioni anticipate di trattamento.
Ad aprire i lavori del Festival sarà Sandro Spinsanti, uno dei pionieri delle medical humanities in Italia, fondatore e direttore dell’Istituto Giano per le medical humanities, componente del Comitato nazionale per la bioetica e presidente di numerosi comitati etici per la ricerca nonché componente del Comitato Scientifico del Centro Studi Medical Humanities di Alessandria, con una lezione magistrale dedicata alla fiducia, oggetto della sua pubblicazione “Una diversa fiducia”.
Ma cosa sono le medical humanities? Cosa rientra in questa espressione suggestiva, che richiama all’umanizzazione delle cure e all’umanesimo in medicina? Il loro scopo è “trasformare l’immagine stessa della medicina”, sintesi di Sandro Spinsanti presente nel primo editoriale della rivista Arco di Giano, pubblicata nel 1993. A lui chiediamo un approfondimento a partire da questa definizione.
La correlazione tra i valori dell’umanesimo e quelli che guidano la pratica della medicina potrebbe apparire anacronistica: Edmund Pellegrino utilizza una formula a effetto per definire la medicina “la più umana (umanistica) delle scienze e la più scientifica delle humanities”. Come la medicina può attingere ai valori dell’umanesimo e come si collocano in questo senso le medical humanities?
Le medical humanities coltivano un sogno di ampio respiro: assicurare la felice sinergia tra le scienze naturali e le scienze umane, in vista di una medicina che sappia curare e prendersi cura, assicurare cure efficaci dal punto di vista biologico, ma anche rispettose di tutta la molteplicità dei bisogni umani. Dalle medical humanities quindi possiamo aspettarci uno slancio verso l’incontro tra cultura umanistica e cultura scientifica, liberando peraltro la bioetica dalle strettoie dei dibattiti ideologici che la paralizzano, soprattutto in Italia: si pensi al recentissimo dibattito sulla dignità della morte. Mi piace ricordare che le medical humanities non si limitano a quanto la medicina può offrire per la guarigione, ma sono rilevanti rispetto a ogni forma di servizio alla salute: dalla psicoterapia al servizio sociale, dalla prevenzione alla medicina di comunità. Non si rivolgono, quindi, solo ai medici, ma a tutti gli operatori della salute. L’incontro, già da tempo consolidato, della medicina con le scienze sociali e comportamentali (sociologia, psicologia, diritto, economia, storia, antropologia culturale) domanda di entrare in un costruttivo dialogo con la riflessione che sulle pratiche sanitarie sta svolgendo la filosofia morale (teologia morale e bioetica) e con gli apporti delle arti espressive (letteratura, teatro, arti figurative). Lo spettro completo delle conoscenze e abilità acquisite necessarie per una medicina che sia all’altezza delle nostre aspirazioni abbraccia sia ciò che permette di comprendere la salute e la malattia nel contesto sociale e culturale, sia ciò che favorisce da parte di coloro che sono coinvolti nel processo di cura della salute la comprensione empatica di sé, dell’altro e del processo terapeutico. Il riferimento all’espressione medical humanities per includere questo vasto insieme di discipline e di pratiche ha buone ragioni dalla sua parte”.
Cosa ha portato allo sviluppo di questo contenitore di discipline, che non trova peraltro in italiano una adeguata espressione? Come si colloca nel panorama italiano?
Le medical humanities rappresentano un cambio di paradigma, proprio come il cambiamento che tutti conoscono in astronomia, mi riferisco chiaramente alla rivoluzione copernicana. Oggi la trasformazione del rapporto tra professionisti sanitari e le persone che ricorrono alle cure è visibile nella nostra società. Siamo passati da un atteggiamento ippocratico di tipo paternalistico, ossia il medico che fa il bene del paziente, all’etica, o meglio bioetica, tappa intermedia nella quale è rivendicato il diritto all’informazione per il paziente. Ricordo che la medicina non ha nel suo DNA l’ascolto, tanto che Virgilio l’aveva definita la muta ars, mentre il medico, che è uno scienziato di uomini – e di uomini malati – deve non solo sapere cosa è la malattia, ma capire il malato.
Oggi l’informazione non è un atto di benevolenza del medico gentile, ma un diritto del paziente; quindi, l’ascolto è il primo passaggio per un dialogo attraverso la parola, che informa e diventa un diritto: passare dal dovere del medico al diritto del paziente è un cambio di paradigma
Oggi l’informazione non è un atto di benevolenza del medico gentile, ma un diritto del paziente; quindi, l’ascolto è il primo passaggio per un dialogo attraverso la parola, che informa e diventa un diritto: passare dal dovere del medico al diritto del paziente è un cambio di paradigma.
Le medical humanities alimentano questo cambio di paradigma, che si è delineato negli Stati Uniti intorno agli anni ’60 del secolo scorso, con lo sviluppo di un movimento finalizzato a compensare l’unilaterale accentuazione del ricorso alle scienze naturali in medicina, a mio avviso estremamente felice che ha portato l’introduzione di vari corsi di humanities in quasi tutte le scuole di medicina negli USA fin dalla fase pionieristica. Edmund Pellegrino, negli anni ’80, nel delineare un bilancio delle attività formative realizzate, ebbe modo di sottolineare come in un decennio le medical humanities siano entrate in tutto il territorio degli Stati Uniti: non esisteva quasi più scuola medica e infermieristica che non facesse posto alle humanities come parte integrante del curricolo di formazione dei professionisti della sanità.
Per quanto riguarda l’espressione medical humanities, ritengo che non esista in italiano un’espressione analoga che ricopra lo stesso ambito semantico. Ogni tentativo di cercare un equivalente è destinato a creare equivoci ― come l’infelice “umanizzazione” della medicina ― che riflette solo un aspetto parziale della complessa realtà che attiene alle medical humanities.
Proprio per dare una idea della complessità, provo a fare qualche esempio, rispondendo alla domanda relativa alla situazione italiana delle medical humanities, che trovano applicazione in numerosi settori di intervento, che provo a sintetizzare. Poiché abbiamo già citato il concetto del dialogo, mi piace ricordare l’esperienza della medicina narrativa, che pone appunto l’ascolto e la parola al centro del rapporto tra medico e paziente. Un approccio che ha visto un importante momento di condivisione con la Consensus Conference realizzata in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità nel 2014 e che si alimenta con i progetti di formazione e di sensibilizzazione della Società Italiana di Medicina Narrativa.
Un altro tema inerente alle medical humanities è quello della fiducia: anche in questo caso, abbiamo un ottimo esempio, il progetto Building Trust Italy di Slow Medicine, che oltre dieci anni fa ha avviato il progetto Choosing Wisely Italy e che oggi si rinnova con azioni concrete finalizzate a ripristinare e consolidare la fiducia e contrastare la pandemia di sfiducia che ha colpito il nostro paese (ma non solo) insieme al Covid. Vorrei poi ricordare tutti quei progetti accomunati dal concetto dell’accompagnamento, ispirati soprattutto alla valorizzazione della persona malata, alla sua concezione di una vita di qualità, e quindi sostanzialmente a una medicina “rispettosa”.
Se come ha detto Lei, il medico è uno scienziato di uomini e di uomini malati che deve sapere che cos’è la malattia ma anche capire il malato, cosa significa per il medico – ma più in generale – per i professionisti sanitari, capire il malato? Come si colloca l’immagine di Giano a cui l’Istituto è ispirato?
Vorrei partire da questa immagine di Giano bifronte, un’immagine che tutti abbiamo presente nella mente, con due facce che costituiscono una unità: il dio Giano è figura ricchissima di spessore simbolico, tanto da essere tradizionalmente utilizzata anche per visualizzare la condizione della medicina, chiamata a guardare contemporaneamente nelle opposte direzioni delle scienze della natura e delle scienze dell’uomo, abbinando sapere scientifico e comprensione antropologica nell’arte della cura. Questa immagine è uno dei pochi – se non l’unico contributo – che hanno portato i nostri padri latini alla mitologia, che era stata ‘copiata’ dai greci: hanno appunto creato questa divinità di cui la medicina si è appropriata. Abbiamo infatti riconosciuto che la medicina è fatta di due parti o di due atteggiamenti, che potremmo rappresentare con lo slogan “la medicina conta e racconta”.
Se la definizione di scienze della natura e scienze umane sembra troppo astratta, possiamo ricorrere ad un esempio: prendiamo noi stessi, malati, dal medico, che attraverso l’anamnesi conta i battiti del nostro cuore, misura la glicemia, poi prescrive una pillola, nella quale noi abbiamo molta fiducia. Ma questo è solo metà del percorso, perché accanto alla medicina che spiega e conta, c’è quella che comprende. Comprendere è l’altro pezzo del percorso: per comprendere bisogna ascoltare il malato – concetto sul quale mi sono già soffermato – perché il malato ha storie da raccontare, anzi, la sua malattia non è disfunzione degli organi ma è una storia, con sintomi, vissuti, emozioni che vengono sconvolte.
La medicina che informa è un grande progresso, ma se prima di informare non c’è l’ascolto, siamo di fronte ad una cattiva medicina
Questo è proprio il metodo che abbiamo imparato a denominare come medicina narrativa: possiamo ben capire che non si tratta solo del racconto della propria storia, ma è il raccontarsi, cosa che presuppone che dall’altra parte ci sia qualcuno che ci ascolta. La medicina che informa è un grande progresso, ma se prima di informare non c’è l’ascolto, siamo di fronte ad una cattiva medicina.
Siamo di fronte ad un approccio narrativo in cui i percorsi di cura diventano storie, oltre che valutazioni con dei criteri etici: ebbene ritengo che questa sia una dimensione che fa parte essenziale di questa nostra medicina moderna, che non svaluta la medicina basata sui fatti, sulle prove, sui numeri e sui farmaci. Possiamo dire che la medicina è fatta di due cose, di pillole e parole.
Vorrei aggiungere però una osservazione un po’ critica relativa alla immagine di Giano, che ci restituisce una polarità doppia che potrebbe essere fuorviante, perché le due teste si danno le spalle, guardando due direzioni opposte. Possiamo tenere l’immagine della polarità, ma dobbiamo fare lo sforzo intellettuale difficilissimo di far girare le due teste, in modo che non si ignorino, anzi si guardino. Credo che questa sia la sfida più grande.
Un’ultima domanda, legata ai percorsi formativi dedicati alle medical humanities: ha citato l’esperienza americana, ma Lei stesso ha insegnato ai giovani medici e ha organizzato con l’Istituto Giano una grande quantità di incontri, seminari, corsi di perfezionamento dedicati alle humanities. Oggi come vede la situazione sul fronte accademico, i percorsi universitari per i professionisti della salute dedicano abbastanza spazio alle medical humanities? E per quanto concerne la formazione executive, esistono percorsi tesi a valorizzare questo approccio?
Ritengo che vi siano molte buone pratiche in Italia, ma in generale si riscontra nella formazione dei medici e dei professionisti sanitari una penalizzazione delle scienze umane. A fronte di un ampio spazio dedicato al curricolo degli studi alle scienze biologiche e tutti i loro fondamenti (chimica, fisica, genetica…) è scarsa l’attenzione dedicata a quelle sociali, sia dal punto di vista descrittivo della realtà umana, sia prescrittivo dei comportamenti (penso a etica e diritto). Molti degli sforzi delle medical humanities sono rivolti a correggere a posteriori uno sguardo deformato da un riduzionismo indotto da una frequentazione praticamente unilaterale delle scienze biomediche durante il curricolo formativo.
La formazione ha dunque il compito di porre rimedio ad una de-formazione che interviene purtroppo precocemente. Sarebbe davvero urgente la necessità di equilibrare e integrare le due culture sia nei percorsi universitari che in quelli di formazione executive per una migliore presa di coscienza da parte della classe dirigente della sanità.
Sandro Spinsanti, laureato in teologia e in psicologia, ha insegnato etica medica presso la facoltà di medicina dell’Università Cattolica di Roma e bioetica all’Università di Firenze e il suo contribuito alla riflessione sulla nuova sanità si è espresso nella partecipazione a numerosissimi convegni, corsi di formazione e iniziative culturali. Ha fondato e diretto la rivista di Medical humanities L’Arco di Giano (1993-2000) e successivamente Janus, Medicina: cultura, culture (2001-2012). Ha pubblicato volumi, saggi e articoli divulgativi su periodici e riviste ed è possibile seguire le sue riflessioni sul sito www.sandrospinsanti.it, periodicamente aggiornato. È inoltre componente del Comitato Scientifico del Centro Studi Cura e Comunità per le Medical Humanities dell’Azienda Ospedaliera di Alessandria, promotore del festival Iconografia della Salute.
Al 30 settembre 2022, l’offerta Consip di contratti per l’acquisto di beni e servizi (il c.d. “scaffale”) – da utilizzare attraverso l’adesione a Convenzioni, Accordi quadro, Contratti quadro – è pari a 14,1 mld/€, che diventano 18,1 mld/€ includendo anche le estensioni possibili dei massimali contrattuali.
Un’offerta distribuita su 72 contratti – per complessivi 333lotti – e ripartita su cinque ambiti di spesa:
ICT – che include infrastrutture, licenze, dispositivi, servizi professionali e di supporto, servizi di sicurezza, servizi di telefonia e comunicazione – con un’offerta pari a 6,5 mld/€ (46% del totale)
Building Management – beni e servizi per gli immobili e servizi al territorio – per cui sono disponibili contratti per 4mld/€ (pari al 29% dello scaffale disponibile)
Energia e Utility – che include carburanti, elettricità e gas, per cui sono disponibili contratti per 1,4mld/€ (pari al 10% dello scaffale disponibile)
Beni e Servizi – che include diverse merceologie, tra cui quelle del settore veicoli, mobilità e trasporti e quello dell’alimentazione, ristorazione e buoni pasto – con un’offerta pari a 1,2 mld/€ (8%).
Sanità – che include apparecchiature elettromedicali, dispositivi, farmaci e servizi sanitari – per cui sono disponibili contratti per 1 mld/€ (7%)
Fra le iniziative attive, ve ne sono 18 – per un valore disponibile totale pari 3,1 mld/€ – che possono essere utilizzate dalle PA anche per gli acquisti funzionali ai progetti PNRR/PNC, avendo recepito nella documentazione di gara o in fase post gara, i requisiti DNSH (Do No Significant Harm) in materia di impatto ambientale, e quelli previsti dall’art.47 del DL 77/2021 (tutela della parità di genere).
L’offerta Consip è destinata a crescere nei prossimi 6 mesi con una serie di iniziative in attivazione, del valore totale di 15,9mld/€, di cui 8,5mld/€ nel settore Energia, Utility e Building Management, 6,8mld/€ nell’ICT, 0,4mld/€ in ambito Beni e Servizi e 0,2 mld/€ nella Sanità.
Fra i contratti di prossima attivazione, oltre 8mld/€ saranno utilizzabili anche per gli acquisti del PNRR/PNC.
Per i dettagli su beni e servizi disponibili, Consip mette a disposizione una “mappa dell’offerta” consultabile cliccando qui
AGENAS ha pubblicato un’analisi del personale del SSN su dati del Ministero dell’economia e delle finanze (Conto annuale – 2020), del Ministero della salute, Istat ed Eurostat (2019-2021) e su rilevazioni OCSE (2020).
L’elaborazione, a cura dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, approfondisce vari aspetti relativi alla dotazione del personale del servizio sanitario nazionale: scenario europeo, differenze regionali, numero di MMG/PdS e infermieri, tasso del turnover, assunzioni durante l’emergenza Covid-19, fabbisogno per il potenziamento dell’assistenza territoriale, formazione, e stanziamento di fondi.
In sintesi, dal confronto con le medie EU emerge come il personale sanitario italiano, rapportato alla popolazione, è caratterizzato da un numero complessivo di medici congruo e da un numero di infermieri insufficiente.
Nell’ambito del personale medico risultano carenti alcune specializzazioni, in particolare i medici di medicina generale, che, sebbene rapportati alla popolazione siano apparentemente sufficienti, sono inferiori rispetto alle medie EU, non omogeneamente distribuiti sul territorio e molto scarsi nelle aree a bassa densità abitativa o caratterizzate da condizioni orografiche o geografiche disagiate.
Il protrarsi del blocco delle assunzioni, interrompendo la regolare alimentazione dei ruoli, ha determinato l’innalzamento dell’età media del personale e il conseguente fenomeno della “gobba pensionistica”. Tale fenomeno, sebbene riguardi tutto il personale sanitario, appare naturalmente più minaccioso per i profili professionali già carenti.
Dunque, le due categorie più a rischio appaiono essere i MMG e gli infermieri e gli interventi limitati all’incremento dell’offerta formativa in altri paesi europei si è rivelato parzialmente inefficace. Ove si consideri che questi due profili professionali sono gli assi portanti di qualsiasi operazione di potenziamento delle attività sanitarie di prossimità, si ritiene necessario abbinare all’incremento dell’offerta formativa un sistema di incentivi in grado di rendere attrattive tali figure professionali in termini di riconoscimento sociale oltre che economico.
I provvedimenti emergenziali adottati nel corso della pandemia non hanno prodotto significative correzioni delle consistenze di personale “infermieri” e “MMG”.
L’offerta formativa delle diverse scuole di specializzazione è stata sensibilmente incrementata a partire dal 2018. Gli effetti di tali ampliamenti saranno apprezzabili tra cinque a sei anni, quindi a partire dal 2023. Per il quinquennio 2022-2027 l’offerta formativa delle varie scuole di specializzazione sarà in grado di assicurare, a legislazione costante, il numero di pensionamenti prevedibile per lo stesso periodo.
Per il profilo professionale “infermieri”, nel quinquennio 2022-2027, l’offerta formativa attuale sarà in grado di assicurare una disponibilità di personale sufficiente a compensare quello di prevedibile pensionamento nello stesso periodo più quello di prevedibile nuova assunzione, in relazione all’esigenza di potenziamento dell’assistenza territoriale.
Il finanziamento del personale minimo previsto nel DM 77/2022 risulta assicurato dall’art. 1 comma 4 e 5 del Decreto-Legge 19 maggio 2020, n. 34, convertito con modificazione con la Legge 17 luglio 2020, n. 77, e dall’art. 1 comma 274 della Legge 30 dicembre 2021, n. 234.