Home Blog Page 277

Task shifting da medici a personale sanitario? Anaao Assomed e Cimo Fesmed scrivono alla Corte dei Conti

Il personale del ruolo sanitario non può gestire processi clinico-assistenziali e diagnostici, compiti che secondo la legge rientrano esclusivamente nell’alveo delle competenze dei laureati in Medicina e Chirurgia. Eppure l’ipotesi di Contratto collettivo nazionale di lavoro (CCNL) del comparto sanità per il triennio 2019-2021 – che è già stato siglato da ARAN e sindacati e ha ottenuto il via libera da parte del Consiglio dei Ministri, ma che è ancora in attesa della certificazione della Corte dei Conti – introduce nuove tipologie di incarichi di funzione organizzativa e professionale che comportano per il personale del ruolo sanitario anche l’assunzione di specifiche responsabilità nella gestione dei processi clinico-assistenziali e diagnostici. Una previsione che introdurrebbe dunque, per via pattizia, competenze professionali che la legge riserva alla categoria medica e non attribuisce ai profili sanitari. Inoltre, l’eccessiva genericità e ambiguità del testo potrebbe alimentare un conflitto di competenze e di ruoli tra diverse categorie di personale, con possibili ricadute in termini di responsabilità professionale e quindi di contenziosi.

I sindacati dei medici ANAAO-ASSOMED e Federazione CIMO-FESMED (cui aderiscono ANPO-ASCOTI, CIMO, CIMOP e FESMED) hanno dunque segnalato la contraddizione normativa alla Corte dei Conti e intendono richiedere un interpello all’ARAN.
«I professionisti sanitari – dichiarano in una nota Pierino Di Silverio, Segretario Nazionale ANAAO-ASSOMED, e Guido Quici, Presidente Nazionale CIMO-FESMED – sono fondamentali per assicurare un’adeguata assistenza al paziente nella quale la professionalità degli infermieri ha acquisito nel tempo sempre maggiore rilevanza. Tuttavia non possiamo rimanere silenti dinanzi all’ennesimo tentativo di affidare attività mediche a figure non mediche, che non hanno le competenze necessarie per effettuare una diagnosi o gestire gli aspetti clinici di una malattia garantendo la sicurezza delle cure. Il fine ultimo del percorso di cura – proseguono i leader sindacali – rimane la salvaguardia della sua qualità e della sua sicurezza che non può prescindere dai ruoli che la legge riserva alle singole figure professionali e dalle rispettive competenze senza che per questo nessuno si possa considerare un attore secondario».

«Attendiamo il riscontro della Corte dei Conti e dell’ARAN, ma in ogni caso siamo pronti a ricorrere ad ogni strumento di natura sindacale a nostra disposizione per tutelare le prerogative dei medici e la salute dei pazienti», concludono Di Silverio e Quici.

Ciclo di lezioni di e per l’Innovazione con l’AiSDeT

L’Associazione italiana Sanità digitale e Telemedicina (AiSDeT) promuove per i mesi di novembre e dicembre un programma gratuito di lezioni indirizzate a professionisti e operatori impegnati nella transizione digitale della P.A., della Sanità e dell’industria, con l’obiettivo di facilitare l’approccio ai temi dell’innovazione e alla maggiore conoscenza delle relazioni tra innovazione e contesti culturali e sociali di riferimento allo scopo di favorire i processi di modernizzazione digitale dei prossimi anni.

Il programma è organizzato in un primo ciclo di cinque incontri della durata di 1.30 h, in modalità a distanza, strutturati secondo una logica interattiva e partecipativa, in un linguaggio semplice e divulgativo, ma non meno specialistico e tecnico, ove necessario, attraverso l’utilizzo di strumenti di comunicazione agili e snelli.

La partecipazione è gratuita, è solo necessario inviare mail di richiesta di partecipazione all’indirizzo email AiSDeT: segreteria@aisdet.it

È previsto, su richiesta il rilascio dell’attestazione di partecipazione, anche per singole unità didattiche.

Calendario delle lezioni

Il primo ciclo di cinque incontri seguirà il seguente calendario:

  • Giovedì 10 novembre, dalle ore 15.30 alle ore 17.00, sul tema della “Complessità delle organizzazioni pubbliche”, a cura del Prof. Marco Valerio Livio La Bella, Associato di Scienza dell’Amministrazione e Analisi delle Politiche pubbliche presso l’Università degli Studi di Catania;
  • Venerdì 18 novembre, dalle ore 15.30 alle ore 17.00, sul tema del “Management dell’innovazione” a cura del Prof. Ottavio Di Cillo, Direttore Area eHealth AReSS Regione Puglia;
  • Martedì 22 novembre, dalle ore 15.30 alle ore 17.00, sul tema delle ”Organizzazioni pubbliche, processo decisionale e approccio strategico”, a cura del Prof. Giuseppe Sigismondo Martorana, Docente di Pianificazione strategica e Politiche di sviluppo nel Master di II livello in Management pubblico dello sviluppo locale dell’Università degli Studi di Catania;
  • Venerdì 25 Novembre, dalle ore 15.30 alle 17.00, sul tema de ”I prossimi megatrend della rivoluzione digitale: scenari futuri da Midjourney, Web3, Metaverso” a cura della Dott.ssa Giorgia Zunino, Direttore generale Azienda Speciale Consortile Agordina;
  • Martedì 6 dicembre, dalle ore 15.30 alle ore 17.00, sul tema delle “PNRR e Metodologie innovative di Procurement”, a cura del Dott. Ignazio Del Campo, Direttore U.O.C. Controllo di gestione A.O.U. Policlinico di Catania.

Per informazioni e iscrizioni: segreteria@aisdet.it

BPCO: una patologia complessa, tra nota Aifa 99 e PNRR

0

La broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) è una patologia importante che rappresenta la terza causa di morte a livello mondiale ed è ritenuta una vera e propria problematica rilevante per la sanità pubblica, in considerazione dell’elevato impatto economico e sociale che comporta. Molto spesso, infatti, nonostante i progressi in campo clinico, la BPCO risulta scarsamente controllata e vede una rapida evoluzione verso forme gravi. Permangono inoltre alcuni problemi importanti nella gestione di questa patologia e dei pazienti che ne sono affetti, come ad esempio la sottostima della diagnosi, l’uso non sempre appropriato delle terapie e la gestione integrata tra specialisti e medici di medicina generale.

Qual è il reale peso di questa patologia e quali sono le necessità di medici e di pazienti per gestirla al meglio?

Tanto è vero che anche l’Aifa è intervenuta in questi anni, ad esempio con la nota 99 che ha ampliato la prescrizione di alcune terapie inalatorie contro la BPCO anche ai medici di famiglia, proprio nell’ottica di migliorare la presa in carico complessiva del paziente. Qual è il reale peso di questa patologia e quali sono le necessità di medici e di pazienti per gestirla al meglio? Ne abbiamo parlato in una recente Live con il professor Pierachille Santus, Ordinario di Malattie dell’apparato respiratorio presso l’Università degli Studi di Milano e Direttore dell’Unità operativa complessa di Pneumologia dell’Ospedale Sacco di Milano, e con il professor Adriano Vaghi, past President dell’Associazione italiana pneumologi ospedalieri AIPO-ITS, ora referente delle sezioni regionali e già direttore dell’Unità operativa di Pneumologia presso la ASST Rhodense di Garbagnate Milanese.

Lo stato dell’arte della BPCO nel nostro paese: i numeri della patologia

Pierachille Santus

La BPCO è una patologia complessa, con un alto impegno sociosanitario e dagli alti costi sociosanitari, in termini economici ma anche di vite umane. Sottolinea il professor Santus: “La BPCO non è una malattia rara ed è strettamente legata al fumo. La sua prevalenza si assesta intorno al 7-8% della popolazione generale. Quindi il numero di pazienti affetti da questa patologia è piuttosto elevato anche se, come detto, rimane una patologia ancora sottodiagnosticata”.

La maggior parte dei pazienti è in età avanzata: la malattia compare in genere dai 45 anni ma la prevalenza aumenta notevolmente oltre i 65 anni, molto spesso in pazienti che presentano altre comorbidità. Questo aspetto si ripercuote con forza sulla gestione sanitaria globale, perché questi pazienti richiedono un elevato impegno del sistema sociosanitario nazionale, in termini di visite programmate non solo per la BPCO ma anche per le comorbilità, che si influenzano vicendevolmente in modo negativo. Allo stesso tempo questi pazienti, soprattutto nelle fasi più avanzate di malattia, vanno incontro a episodi di riacutizzazione che molto spesso si estrinsecano anche con quadri di insufficienza respiratoria che richiedono l’accesso in pronto soccorso e/o il ricovero ospedaliero. Questo, di nuovo, significa un elevato impatto sul sistema sociosanitario sia in termini di prestazioni sanitarie sia di accessi in pronto soccorso e di giornate di ricovero. Inoltre, proprio per le caratteristiche fisiopatologiche di questa malattia, per la presenza di insufficienza respiratoria e comorbidità che creano un quadro clinico complesso, la BPCO è caratterizzata anche da un’elevata mortalità, altro elemento che impatta in modo rilevante sull’aspetto sociosanitario e di popolazione generale.

L’aderenza, nelle cosiddette broncopneumopatie cronico ostruttive, asma e BPCO, è intorno al 30% perché c’è poca coscienza di malattia

Nonostante ciò, l’aderenza al trattamento è una delle criticità importanti della patologia. Da che cosa dipende? Risponde il professor Vaghi: “L’aderenza, nelle cosiddette broncopneumopatie cronico ostruttive, asma e BPCO, è intorno al 30% perché c’è poca coscienza di malattia. L’asma viene ritenuta una malattia lieve, la BPCO viene considerata come una conseguenza del fumo e c’è poca consapevolezza del fatto che invece sono malattie gravi: esiste l’asma fatale e la BPCO, se non diagnosticata in modo precoce e se non adeguatamente curata comporta negli stati finali una grave insufficienza respiratoria. Effettuare una sottodiagnosi strumentale probabilmente ha contribuito alla sottostima della patologia, perché il paziente iperteso o con colesterolo alto può misurarlo ed è consapevole di avere una malattia e che deve curarla mentre, se la diagnosi è solo clinica, il paziente è più propenso a sottostimarla. Questo è un pregio della nota 99 che, pur con i problemi che comporta a livello organizzativo, sicuramente è importante perché genera una maggior coscienza di patologia”.

Conferma il professor Santus: “Sull’aderenza influiscono tanti fattori. Per aumentarla è necessario innanzitutto dare una maggiore diffusione alla conoscenza della patologia e alle informazioni sull’utilità delle terapie inalatorie, che possono presentare difficoltà di somministrazione per il paziente, ma che sono fondamentali. Ora ci sono due aspetti importanti da sottolineare, e cioè la possibilità di inizio precoce della terapia inalatoria, con l’influenza successiva sulla progressione di malattia, e il dato relativo alla mortalità: oggi abbiamo dei dati che sottolineano come l’intervento con tre farmaci inalatori nella cura della BPCO sia in grado di ridurre il tasso di mortalità, aumentando la sopravvivenza di questi pazienti”.

La nota Aifa 99 come spunto positivo per un trattamento più adeguato

“Un trattamento può essere adeguato solo a valle di una diagnosi corretta – sottolinea il professor Vaghi. È esperienza comune dei medici di base che spesso hanno dei pazienti con una storia di fumo e con bronchiti recidivanti che giungono infine allo specialista. La possibilità di eseguire una spirometria in questi pazienti consentirebbe la cosiddetta emersione della patologia”.

Adriano Vaghi

Infatti, le bronchiti recidivanti in un soggetto fumatore non devono essere intese come singoli episodi acuti ma nel loro complesso definiscono una patologia cronica: in questi casi, la diagnosi sarebbe molto semplice ed è sufficiente eseguire una spirometria. Che può essere fatta come spirometria di primo livello direttamente negli studi dei medici di base oppure in ambiente ospedaliero.

In questo senso il professor Vaghi riporta dei dati interessanti: “In alcuni studi recenti, la percentuale di pazienti con flusso-limitazione, cioè il rapporto FEV1/FVC inferiore al limite inferiore di normalità (LLN) o a 0,7, che vengono diagnosticati come BPCO può arrivare a circa il 40%. Ma c’è anche un problema di sovrastima considerando che, sempre secondo la letteratura scientifica, il 40-50% dei pazienti che vengono diagnosticati come BPCO a livello clinico, da parte del medico di base o con una diagnosi puramente basata sui sintomi (dato che i sintomi tosse e dispnea sono estremamente aspecifici), non sono affetti da BPCO. Lo sforzo che ci chiede la nota 99 è quindi uno sforzo di maggior chiarezza e di appropriatezza”.

Prosegue il professor Vaghi: “La nota 99 ci insegna anche un’altra cosa: che la spirometria non deve essere eseguita solo una volta ma che va ripetuta nel tempo, magari per rinnovare il piano terapeutico. L’esecuzione della spirometria con cadenza periodica ravvicinata, ad esempio ogni due anni, può consentire di identificare i pazienti che hanno un danno funzionale ma sono dei rapidi declinatori. Questo esame semplicissimo offre al clinico molte possibilità: ancora, ci servirà per una segmentazione corretta del paziente che deve essere trattato con LABA/ICS, LABA/LAMA o, previa verifica dello specialista tramite esami specifici come il test della diffusione o la spirometria globale, la triplice terapia. Finalmente anche i pneumologi, come cardiologi, oggi hanno a disposizione un farmaco che riduce la mortalità: infatti la triplice terapia in pazienti fragili e con polimorbilità che riacutizzano frequentemente ha dimostrato per la prima volta di essere la terapia inalatoria che può ridurre la mortalità in un certo gruppo di soggetti”.

L’accessibilità del Fascicolo Sanitario Elettronico in maniera condivisa potrebbe migliorare la rapidità del riscontro per i medici di medicina generale

A due facce il risvolto della nota 99 anche per il professor Santus: l’aspetto positivo riguarda lo stimolo, anzi l’obbligo, come detto in precedenza, di eseguire la spirometria, che rappresenta il gold standard per la diagnosi; l’aspetto negativo riguarda invece gli aspetti organizzativi. “La necessità di effettuare la spirometria a fini diagnostici ha creato un importante collo di bottiglia nel percorso dei pazienti, perché il sistema, purtroppo, non è stato in grado di reagire con le risposte adeguate – sottolinea Santus – Non è la nota Aifa 99 ad essere sbagliata, è la mancanza di implementazione di un sistema diverso. In questo senso l’accessibilità del Fascicolo Sanitario Elettronico in maniera condivisa con tutti i medici che seguono il paziente con BPCO potrebbe migliorare la rapidità del riscontro per i colleghi della medicina generale. Non in tutte le strutture, infatti, il referto dell’esame diagnostico viene consegnato in tempo reale al termine dell’esame stesso e poter consultare direttamente il FSE potrebbe consentire di accelerare e facilitare tutto il sistema”.

La nota 99 è importantissima ma bisogna intervenire per poterla applicare al meglio: serve sicuramente una discussione condivisa per cercare di implementare dei sistemi adeguati. “In quest’ottica – prosegue Santus – in Lombardia noi stiamo portando avanti un progetto con la Società italiana di pneumologia e le istituzioni, sia Regione che Ats, relativamente alla possibilità di introdurre nella medicina generale un sistema esperto di Machine Learning che potrebbe, con buona accuratezza, identificare in modo prioritario il rischio di trovarsi di fronte ad una patologia ostruttiva (non alla BPCO ma ad una patologia ostruttiva) e quindi poter prescrivere, se viene raggiunto un certo cut-off di probabilità, una terapia in modo appropriato e adeguato. Quindi senza sovrastimare ma nemmeno sottostimare”.

La gestione integrata del paziente, tra nota 99 e PNRR

Un altro elemento chiave nella gestione del paziente con BPCO è l’integrazione tra la medicina specialistica e quella generale. Questa criticità è stata al centro di alcuni interventi fondamentali negli ultimi anni da parte delle istituzioni a partire, come detto, dall’emanazione della nota 99 da parte di Aifa, fino a giungere, in maniera più complessiva, non solo dedicata ai pazienti con BPCO, a quanto previsto dal PNRR.

Spiega nel dettaglio il professor Vaghi: “Insieme al rinnovamento tecnologico, l’integrazione ospedale/territorio è il punto cardine del PNRR in sanità, con la proposta è di aprire quasi 1.700 tra Case della comunità e Ospedali della comunità.

Le case della comunità possono essere dei punti di incontro tra la medicina specialistica e la medicina di base: nelle case di comunità e negli ospedali di comunità si può pensare alla creazione di hub diagnostici attrezzati con un certo numero di pletismografi e personale adeguato, in modo da rendere molto agevole il percorso diagnostico per il paziente.

Le case della comunità possono essere dei punti di incontro tra la medicina specialistica e la medicina di base

Inoltre il rapporto che si viene a creare tra lo specialista e il medico di base crea la continuità, favorendo un trasferimento di cultura dallo specialista al medico di base: lo specialista può rendersi meglio conto delle problematiche connesse alla gestione di questa patologia, che va da forme lievissime a forme complicatissime; il medico di base imparerà che non è solo il rapporto FEV1/FVC o una semplice spirometria a consentirci di porre una diagnosi di BPCO perché questa definizione fisiopatologica può comprendere tante altre malattie, come l’asma cronica e le bronchiectasie”.

Conferma il professor Santus: “Su questo aspetto, siamo ad un punto di inizio non alla fine. Servono degli step migliori di integrazione e condivisione, a partire dal Fascicolo Sanitario Elettronico e fino alla possibilità di condividere o di collaborare nella nostra specialità sul percorso diagnostico del paziente, dividendo quello che può essere un primo livello da un secondo livello. La spirometria è un esame specialistico e, come tale, necessita di una particolare competenza. Per ora abbiamo iniziato su questa strada ma abbiamo fatto ancora pochi passi, bisogna fare di più per ottimizzare questa integrazione”.

La stratificazione del rischio per rispondere alle priorità dei pazienti

Il Piano Nazionale Cronicità mette il paziente al centro, ma questo concetto può apparire arduo da realizzare nella pratica. Come si possono individuare i bisogni e le esigenze dei pazienti e agire per rispondere nella maniera più efficiente?

Molto concreta è la risposta del professor Vaghi: “Mettere il paziente al centro del sistema significa che deve avere una piena accessibilità ai servizi. Ma i bisogni, come tali, sono bisogni infiniti. Quindi una buona sanità, e una buona sanità che sa programmare, è quella che definisce la stratificazione del rischio. Nella gestione del paziente con BPCO la spirometria è fondamentale ed è uno degli elementi che servono per stratificare il rischio. Stratificare il rischio vuol dire valutare la gravità dell’ostruzione, la gravità dei sintomi, il rischio futuro (cioè il rischio di riacutizzazione e di declino funzionale, quindi il passaggio verso l’insufficienza respiratoria) e le comorbidità.

Una buona sanità che sa programmare è quella che definisce la stratificazione del rischio, per seguire meglio il paziente nelle sue necessità

Effettuata una stratificazione del rischio si possono, tramite dei PDTA (che possono essere elaborati a livello regionale o aziendale), definire quali sono i percorsi. Che saranno, per il paziente che abbia delle forme lievi o moderate, percorsi di facilitazione ambulatoriale, quindi prevedendo l’accesso alle terapie educazionali, alla spiegazione della propria patologia, alla spirometria e a tutti gli esami, mentre per i pazienti più gravi dovrà essere prevista la possibilità di seguire effettivamente il paziente anche al proprio domicilio. E qui si apre il grosso problema dell’assistenza domiciliare, che costituisce un altro importante capitolo del PNRR, prevedendo una decuplicazione dei fondi ma soprattutto, ed è la novità del PNRR, che l’aspetto sanitario non verrà disgiunto dall’aspetto sociale: attraverso questo nuovo modello organizzativo si andrà a seguire il paziente al proprio domicilio”.

Le potenzialità della telemedicina

Case di comunità (nella misura in cui decolleranno come momento di incontro tra la medicina specialistica e la medicina di base) e assistenza domiciliare per i pazienti con forme gravi di BPCO saranno sicuramente strumenti chiave per affrontare questa patologia al meglio. Ma anche nella gestione della BPCO la telemedicina, che ha avuto uno sviluppo molto intenso con l’emergenza Covid, potrà trovare un suo utile impiego, a partire dal Fascicolo Sanitario Elettronico che, come già sottolineato, sarà uno degli strumenti fondamentali di condivisione tra lo specialista e il MMG, e nelle diverse forme che la caratterizzano.

Teleriabilitazione e teleassistenza sono fondamentali per il paziente con BPCO

Sul tema, il professor Vaghi ricorda l’importanza della riabilitazione nei pazienti con BPCO e sottolinea il possibile ruolo della teleriabilitazione: “Non è utile riabilitare il paziente solo per 15 giorni l’anno. La riabilitazione, nel momento in cui è uno stile di vita, deve essere effettuata tutti i giorni e quindi la teleriabilitazione diventa uno strumento quotidiano”. E prosegue: “La teleassistenza è fondamentale in alcuni snodi particolari: sappiamo dal Piano Nazionale Esiti che dal 10 al 15% della mortalità per BPCO si verifica nei 30 giorni dopo le dimissioni ospedaliere. Implementare un percorso di teleassistenza in quei 30 giorni diventa estremamente importante: in quel caso sarà una teleassistenza intensiva, mentre dopo i 30 giorni si potrà prescrivere una forma di teleassistenza meno intensiva, magari con incontri settimanali di verifica. Gli scenari sono tanti e, in questo senso, siamo solo all’inizio”.

Il ruolo dell’equipe medica e il coinvolgimento dei pazienti

Nella gestione dei pazienti con BPCO è stata sottolineata l’importanza dell’integrazione tra medicina specialistica e del territorio, ma in questi ambiti è fondamentale il ruolo di tutte le figure professionali, e non solo.

Ricorda il professor Vaghi: “Dobbiamo parlare di equipe medica: non si tratta di un’unica figura sanitaria medicalizzata ma tutte partecipano allo stesso modo ed hanno un contributo importante alla gestione corale del paziente. E chi può offrire al paziente la miglior continuità assistenziale, chi può parlare a volte anche in modo più confidenziale, cogliendone gli aspetti di fragilità è soprattutto l’infermiere. Esistono già infermieri che sono figure specializzate nelle cure domiciliari ed ora, con il PNRR, l’infermiere sarà uno dei protagonisti delle case della comunità. Ma non bisogna dimenticare altre figure, come il fisioterapista, che dovranno essere sempre più in grado di accompagnare il paziente anche a casa, come primo luogo di cura”.

Conclude il professor Santus: “Anche il coinvolgimento dei pazienti e delle associazioni dei pazienti riveste un ruolo chiave per migliorare l’approccio del SSN alle diverse patologie. Le associazioni dei pazienti sono estremamente attive e nella mia esperienza, durante le attività che ho intrapreso con le istituzioni, la presenza delle associazioni di pazienti ha sempre dato la possibilità di avere risposte più forti dalle istituzioni, che quando ne riscontrano l’attività, sono più sensibili e più attente”.

Magi (Omceo Roma) a Bruxelles: adeguare stipendi dei medici al resto d’Europa

“Siamo il terzultimo Paese in Europa sul fronte delle remunerazioni dei medici, davanti solo a Portogallo e Grecia. La Spagna, quartultimo Paese della classifica, offre ai propri professionisti ben 35.000 euro lordi in più all’anno. È necessario che l’Italia si adegui agli stipendi del resto d’Europa”. È questo l’appello lanciato da Antonio Magi, presidente dell’Ordine dei medici di Roma, nel corso del congresso ‘La sanità europea del futuro‘ svoltosi a Bruxelles.

“È chiaro- ha spiegato Magi- che molti giovani medici italiani decidano di andare all’estero: hanno offerte economicamente più allettanti e contratti stabili che gli consentono di crearsi una famiglia. Un medico inizia a lavorare intorno ai 30 anni, dopo 11 anni di formazione- ha ricordato il presidente Omceo Roma- e nel nostro Paese, oltre a remunerazioni basse, gli vengono offerti contratti a tempo determinato, ossia precariato. Andando avanti così la fuga verso gli altri paesi è inevitabile e andrà ad aumentare la carenza, già grande, di specialisti. È necessario dunque intervenire per dare serenità ai nostri giovani e farli restare nel nostro Paese”.

Sul fronte della riorganizzazione, Magi ha poi messo in evidenza l’importanza di uniformare l’assistenza sanitaria. “È necessario creare delle regole, un Codice deontologico per i medici, che sia uguale in tutta Europa e, allo stesso tempo, offrire un’assistenza sanitaria il più equa possibile in tutti i paesi in modo da consentire la libera circolazione dei pazienti”.

Al Codice deontologico il presidente Omceo Roma ha dedicato una relazione specifica nel corso della seconda giornata di Congresso evidenziando come si tratti di un progetto a cui si sta lavorando dal 2005 e che ha visto delle tappe importanti nel 2015 e nel 2018 con gli Stati generali della sanità. “Oggi- ha concluso Magi- la Comunità europea sta discutendo per arrivare a delle linee guida comuni a tutti i medici europei cercando di superare le differenze che possono esistere tra i paesi sia dal punto di vista delle regolamentazioni, sia da quello etico e bioetico”.

Grazie all’Intelligenza artificiale ora si potrà prevedere chi avrà ancora aritmie dopo un intervento di ablazione della fibrillazione atriale

Grazie all’Intelligenza artificiale ora si potrà prevedere chi avrà ancora aritmie dopo un intervento di ablazione della fibrillazione atriale. Una applicazione innovativa dell’IA in campo medico da parte della Cardiologia universitaria dell’ospedale Molinette della Città della Salute di Torino (diretta dal professor Gaetano Maria De Ferrari).

È stato appena pubblicato sulla prestigiosa rivista internazionale di aritmologia, Europace, il primo studio al mondo che utilizza con successo l’intelligenza artificiale per prevedere chi avrà ancora aritmie dopo un intervento di ablazione della fibrillazione atriale e chi no.

La fibrillazione atriale è la più comune aritmia cardiaca, la cui frequenza continua ad aumentare; colpisce una persona ogni 20 a 60 anni ed una ogni 10 dopo i 70 anni. Oltre ai farmaci, sempre più spesso si propone oggi un intervento di ablazione per curare l’aritmia.

L’ablazione transcatetere è un intervento eseguito attraverso l’inguine del paziente (passando dalle vene femorali), che permette di applicare energia (radiofrequenza) per bruciare la porzione di cuore (atrio sinistro) dalla quale la aritmia si genera. Non sempre però l’ablazione abolisce efficacemente l’aritmia, in particolare in pazienti con cuore “affaticato” (dilatazione dell’atrio sinistro) o con aritmie di lunga data. Prevedere la probabilità di successo dell’intervento consentirebbe di eseguire la procedura nei candidati con ottima probabilità di successo ed evitare invece l’intervento in quelli in cui la previsione di successo sia bassa.

Purtroppo non esistono al momento metodi affidabili per prevedere il successo dell’ablazione. Per questo i cardiologi dell’ospedale Molinette hanno pensato di rivolgersi all’Intelligenza artificiale, uno strumento che in campo sanitario sta dimostrando di poter efficacemente aiutare il medico nella scelta della strategia migliore per il paziente.

È stato così sviluppato, grazie all’intelligenza artificiale, un sistema per predire le recidive di aritmia dopo un intervento di ablazione. Il sistema è stato creato utilizzando il più grosso registro multicentrico europeo di ablazioni della Società Europea di Cardiologia (ESC-EORP). Inserendo le caratteristiche specifiche del singolo paziente, il calcolatore (AFA-Recur), che, grazie al supporto del Dipartimento di Informatica dell’Università di Torino (professor Marco Beccuti e professor Marco Aldinucci), risulta liberamente accessibile online, è in grado di prevedere la probabilità di avere ancora aritmie dopo la procedura.

“Siamo estremamente soddisfatti di questo importante risultato. Ringraziamo la Società Europea di Cardiologia e tutti i colleghi dei Centri aritmologici europei coinvolti, con i quali abbiamo collaborato in questi lunghi mesi di lavoro” dice Matteo Anselmino, aritmologo dell’ospedale Molinette e professore associato presso il Dipartimento di Scienze Mediche dell’Università di Torino, nonché coordinatore dello studio.

“L’intelligenza artificiale ed il machine learning hanno il potenziale di rivoluzionare la normale pratica clinica, affiancando il medico a vari livelli dell’iter diagnostico – terapeutico. Ci auguriamo che questo strumento possa permettere ai cardiologi, che ogni giorno trattano numerosi pazienti affetti da fibrillazione atriale, di poter ulteriormente adattare le proprie strategie terapeutiche alle specifiche peculiarità di ogni singolo paziente” afferma il dottor Andrea Saglietto, progettista del sistema e studente del Dottorato nazionale in Intelligenza Artificiale (Area Salute e Scienza della Vita).

Per approfondire

Il dovere di usare l’Intelligenza Artificiale in sanità

Infezioni correlate all’assistenza, in Italia fino a 49mila decessi l’anno. La metà si potrebbe evitare con la prevenzione

LE INFEZIONI CORRELATE ALL’ASSISTENZA, GRAVE PROBLEMA DI SALUTE PUBBLICA – Riparte dall’Abruzzo la lotta alle infezioni correlate all’assistenza sanitaria, una delle minacce più significative per i prossimi anni, in parallelo all’antibiotico-resistenza. I dati del fenomeno sono impressionanti: come riporta l’Organizzazione Mondiale della Sanità, in Europa le ICA provocano ogni anno 16 milioni di giornate aggiuntive di degenza e 37mila decessi direttamente attribuibili, 110mila decessi per i quali l’infezione rappresenta una concausa; i costi diretti vengono stimati in approssimativamente in 7 miliardi di euro. A partire dal 2049, nuovi microrganismi sempre più diffusi e letali potranno rappresentare la prima causa di morte nel mondo in assenza di contromisure adeguate. Per questo diventano fondamentali i modelli che si sono impiegati e sperimentati in questi anni. A questa analisi è dedicato il convegno “Microbiology & Infections Pescara 2022”, patrocinato dalla Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali – SIMIT: tre giornate dedicate alle infezioni provocate dai microrganismi patogeni per capire le strategie più efficaci da adottare anche in futuro.

RICERCA CLINICA E POLITICA SANITARIA CONTRO LE ICA – Alla sessione “Infection Control, questo sconosciuto: lo scenario futuro oltre il COVID” hanno partecipato clinici e istituzioni per avviare un dialogo costruttivo. Tra gli altri, Marco Marsilio, Presidente della Regione Abruzzo; Nicoletta Verì, Assessore alla Sanità; Vincenzo Ciamponi, Direttore Generale della ASL di Pescara. “Le infezioni correlate all’assistenza rappresentano una conseguenza del setting in cui assistiamo i nostri pazienti – sottolinea Giustino Parruti, Direttore UOC Malattie Infettive Asl Pescara e Presidente SIMIT Abruzzo e Molise – Per ridurle servono risorse e strumenti adeguati”. “Le ICA costituiscono un grave problema di sanità pubblica. Sono determinate da molteplici fattori e richiedono una risposta coordinata – evidenzia il Prof. Massimo Andreoni, Direttore Scientifico SIMIT – Tra le cause più comuni, vi sono l’uso eccessivo degli antibiotici, la presenza di germi multiresistenti nell’ospedale, la mancanza di procedure corrette nella limitazione della trasmissione delle infezioni come il lavaggio delle mani o la sanificazione degli ambienti. Inoltre, oggi ci sono sempre più pazienti fragili, che spesso arrivano in ospedale già colonizzati da germi multiresistenti: questo impone che tutti i pazienti siano monitorizzati dal loro ingresso in ospedale”.

IL MODELLO VIRTUOSO DELLA ASL DI PESCARA – La lotta alle infezioni correlate all’assistenza ha visto nella realtà di Pescara e dell’Abruzzo un sistema vincente. “Il Gruppo Operativo Epidemiologico della ASL di Pescara si è distinto per numerosi elementi – spiega Giustino ParrutiAnzitutto, da 10 anni abbiamo istituito la segnalazione obbligatoria per la colonizzazione da batteri Alter, ovvero quelli più pericolosi per la salute dei pazienti, anticipando così l’infezione con un intervento preventivo o correttivo  in fase preclinica. In secondo luogo, vi è un coordinamento tra infection control ed antimicrobial stewardship per l’uso corretto degli antibiotici, che ha dato risultati eccezionali soprattutto nel triennio 2015-18 in Rianimazione, il più collaborativo tra i vari ambiti applicativi. A tale proposito, nel 2019 abbiamo pubblicato un importante lavoro sulla riduzione della circolazione di germi multiresistenti in Rianimazione mediante il controllo delle prescrizioni antibiotiche, a seguito del quale è letteralmente crollato il tasso di pazienti portatori o affetti da germi multiresistenti. Inoltre, vi è stata un’efficace risposta alla pandemia con il distanziamento dei pazienti, mentre nessuna attività chirurgica o clinica è stata sospesa. Abbiamo avuto spazi e personale per assistere i pazienti con COVID senza dover ricorrere a conversione delle aree di degenza, poichè abbiamo realizzato un ampliamento delle aree di degenza per un totale di circa 70 posti, con l’istituzione della terapia sub intensiva e il raddoppio dei posti in terapia intensiva. Infine, stiamo lavorando a un database unico regionale di tutti i germi multiresistenti identificati nei 6 laboratori dell’Abruzzo: questo strumento sarà molto utile nella prescrizione di antibiotici più avveduta, in un’ottica di antimicrobial stewardship. Quest’analisi sarà migliorata in tempo reale dai dati delle scheda di dimissione ospedaliera con un meccanismo automatizzato, secondo una procedura che non ha eguali in Europa: in pratica, potremo sapere se vi è un determinato batterio, in che tipo di paziente, in quale reparto o distretto territoriale. Oggi vogliamo difendere questi risultati: il paziente ha bisogno di spazi, risorse e di un numero adeguato di sanitari per essere assistito efficientemente”.

IL PROGETTO DEL POLICLINICO DI TOR VERGATA – “Presso il Policlinico di Tor Vergata – aggiunge il Prof. Massimo Andreoniè stata messa a punto una piattaforma in cui vengono inseriti tutti i fattori utili per diminuire la resistenza dei germi e per capire quale fattore abbia provocato l’aumento della resistenza. È un progetto molto ambizioso, ormai la piattaforma è funzionante e potrà dare elementi importante per capire questo fenomeno e dare strumenti su come combatterlo, offrendo anche ad altre strutture un modello riadattabile”.

I DATI SULLE ICA E LE IMPLICAZIONI GIURIDICHE – I dati sulle infezioni correlate all’assistenza in Italia sono abbastanza preoccupanti. Le più frequenti sono quelle respiratorie (24%), del tratto urinario (21%), del sito chirurgico (16%), del sangue confermate dal laboratorio (16%). In Europa, ogni anno colpiscono 1 paziente su 20 (6%). Comportano un aggravio di spesa la Sanità pari a 7 miliardi di euro. “Tra i dati che emergono, uno di quelli più eloquenti è stato rilevato dal Rapporto Osservasalute 2018, per cui in Italia in un anno ci sono fino a 49mila decessi da ICA, di cui il 50% sarebbero evitabili attraverso un’efficace prevenzione – spiega l’Avv. Raffaele Di Monda, Presidente Associazione culturale Fülop – Non esiste una normativa adeguata che istituisca queste forme di prevenzione né che tuteli chi ne rimanga vittima. L’associazione Fülop si sta impegnando proprio per colmare questa lacuna. A inizio 2020 abbiamo depositato una legge per imporre il controllo, l’informazione, la costruzione di un centro di elaborazione dati, l’adozione di forme di prevenzione analoghe a quelle del COVID (spazio di degenza che non crei assembramenti, uso dei DPI, attenzione nelle medicazioni tra diversi pazienti, oltre al coinvolgimento anche dei visitatori). Attualmente la legge è in una fase di stallo; è stata recentemente approvata dalla Regione Campania dove dovrebbe a breve entrare in vigore. I dati clinici ed economici impongono un nuovo approccio, che deve partire da una corretta applicazione delle norme. Altrimenti si dovrà incorrere anche nelle conseguenze civili e penali”.

Gender gap, in sanità le donne guadagnano il 20% in meno degli uomini

0

Nonostante le donne siano mediamente più istruite e in generale abbiano caratteristiche migliori all’interno del mercato del lavoro, continuano a essere pagate di meno rispetto agli uomini, anche in ambito sanitario. Nel mondo si calcola che la loro retribuzione sia mediamente del 20% inferiore rispetto ai colleghi maschi.

Ad analizzare e cercare di fornire un contesto a questi numeri è l’Organizzazione nazionale del lavoro (Ilo) che, in collaborazione con l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), ha pubblicato il primo rapporto mondiale sul gender gap tra uomini e donne in ambito sanitario.

Il documento ha incluso 54 Paesi, che rappresentano circa il 40% dei dipendenti del settore Healthcare in tutto il mondo.

Manuela Tomei

“Si tratta di un lavoro unico nel suo genere – conferma Manuela Tomei, direttrice del Dipartimento delle condizioni di lavoro e uguaglianza dell’Ilo –. Abbiamo cercato di mettere insieme i dati di 54 Paesi per avere un quadro più completo possibile. La mancanza di dati e la loro comparabilità continua infatti a essere un problema importante per valutare appieno quali siano le tendenze in atto e dunque intraprendere azioni correttive. Uno degli aspetti interessanti riguarda l’attività congiunta dell’Oms e dell’Ilo: anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità riconosce l’importanza di condizioni di lavoro degne, affinché il settore possa continuare a esprimersi al meglio”.

Il Covid ha fatto emergere con forza il problema: “Durante la pandemia abbiamo applaudito dai balconi gli operatori sanitari, molti dei quali hanno perso la vita svolgendo il proprio lavoro. La grande richiesta di personale di questi anni ci ha spinto a voler guardare più in là, analizzando anche il loro trattamento economico. Tutti abbiamo ben chiara l’importanza di questo settore, ma nella pratica si fa ben poco per cercare di migliorare le condizioni di lavoro e attirare più personale”.

Oltre a misurare la disparità salariale tra uomini e donne che si trovano nelle stesse posizioni, il report ha valutato anche se il valore attribuito a occupazioni che sono prevalente femminili sia equo rispetto a quello di settori a predominanza maschile.

“Nel Regno Unito la professione di infermiere è ricoperta per la stragrande maggioranza da donne – ricorda Tomei – Ebbene, lì i salari medi sono più bassi rispetto all’Italia, dove ci sono più uomini”. Naturalmente incidono anche altri fattori, come il tasso di sindacalizzazione o il tipo di contratti. Eppure, per l’esperta, questa è una tendenza che si osserva ogni qualvolta si assiste a una femminizzazione della professione: “Uscendo dall’ambito sanitario, pensiamo per esempio ai giudici: fino a qualche anno fa erano soprattutto uomini, mentre oggi la presenza femminile è ben più marcata. Ebbene, se oggi si comparano i salari del comparto con quelli percepiti dai corporate lawyer, i giuristi d’impresa a maggioranza maschile, si vede che questi ultimi sono di gran lunga superiori”.

La femminizzazione della sanità

Sul perché questo avvenga non ci sono risposte certe: “Quello che noi possiamo fare è evidenziare delle correlazioni e delle tendenze, che è diverso dall’individuare delle cause”, chiarisce Tomei.

Il 68% della forza lavoro mondiale dell’ambito sanitario è composta da donne

In ambito sanitario si sta assistendo a quella che viene chiamata segregazione occupazione per genere: le donne prevalgono nel settore. Il 68% della forza lavoro mondiale dell’ambito sanitario è infatti composta da donne. “Questo accade nei Paesi industrializzati, mentre in quelli in via di sviluppo solo l’1,3% della popolazione occupata nel settore è donna. Esistono divari spaventosi di cui bisogna tenere conto, anche in vista di politiche di sviluppo e aiuto alla popolazione”.

Nonostante la femminilizzazione del settore, le donne mediamente ricoprono occupazioni considerate come aventi meno valore in termini di conoscenze richieste, di responsabilità associate, dello sforzo fisico o psicologico che richiedono. “Sempre di più le donne si stanno collocando nella parte più alta della distribuzione gerarchica – nota Tomei – Tuttavia, è interessante come si posizionino, anche a livello di medici, in determinate specializzazioni cui si attribuisce un valore inferiore”.

Nei settori dove le donne sono più presenti, è alto il numero di contratti a tempo determinato o part-time. “Nel Regno Unito ci sono addirittura gli zero hour contract, un’anomalia del mondo anglosassone: non si stabilisce qual è il numero di ore che verranno lavorate, quindi il lavoratore o la lavoratrice non sa quanto percepirà alla fine della settimana o del mese. Fino a qualche tempo fa esisteva anche clausola di esclusività, che adesso è stata rimossa”.

La situazione italiana

L’Italia, in quanto Paese industrializzato, riflette molte delle caratteristiche proprie di alcune Nazioni europee e non solo. “Il dato più preoccupante è il salario orario medio nel settore della sanità comparato a quello di altri ambiti dell’economia – afferma Tomei – Nel Belpaese il primo è molto più alto: parliamo del 29% contro il 14%”. A livello globale, le donne sono pagate il 19,2% in meno nel settore Healthcare e l’11,5% in meno negli altri ambiti.

In Italia, inoltre, gli uomini rappresentano solo il 30% di tutti gli operatori sanitari. Eppure sono il 57% di quelli che si trovano nel decile superiore della distribuzione salariale e l’80% del primo centile.

Il divario retributivo di genere diventa più importante salendo verso le posizioni apicali: nelle due fasce di reddito più alte, le donne guadagnano rispettivamente il 63% e il 69% in meno rispetto agli uomini

Nel nostro Paese, inoltre, il divario retributivo di genere diventa più importante a mano a mano che si sale verso le posizioni apicali: nelle due fasce di reddito più alte, le donne guadagnano rispettivamente il 63% e il 69% in meno rispetto agli uomini. Si tratta di uno dei dati peggiori delle 54 Nazioni esaminate.

In Italia, gli operatori sanitari (di cui il 70% sono donne) percepiscono circa 25 euro all’ora, mentre nei settori dove le donne rappresentano meno del 50% dei lavoratori la retribuzione oraria media è superiore a 27 euro.

“È importante analizzare il gender pay gap orario e quello mensile – chiosa Tomei – La remunerazione percepita alla fine del mese riflette infatti anche il numero di ore lavorate, quindi l’incidenza relativa del part time”. In Italia questa forma contrattuale ha conosciuto una grande espansione negli ultimi anni ed è distribuita in maniera equa tra i vari settori.

Gli esempi degli altri

“Purtroppo la pandemia ha avuto un impatto molto limitato su questi aspetti – sospira Tomei – Molti Paesi hanno preso misure per compensare in qualche modo l’enorme sforzo richiesto da tutto il personale sanitario per far fronte a questa emergenza sanitaria, ma si tratta soprattutto di allocazioni di carattere eccezionale”. In Francia, per esempio, si è provveduto a un aumento dei salari per tutte le categorie, con un’attenzione particolare a quelle più sfavorite e a quelle che si sono trovate in prima linea. “In generale si è trattato di misure tampone, per cercare di far fronte all’emergenza adottando misure di durata limitata, che quindi non aiutano a risolvere problemi strutturali di lunga data”, riflette l’esperta.

In tutti i Paesi analizzati dal rapporto è emerso come il settore sanitario sia stato fortemente penalizzato dalle misure di austerity intraprese in passato per cercare di contenere i costi. Tra le conseguenze di queste politiche, la carenza di personale che viviamo oggi.

“Servono misure strutturali – sostiene Tomei – Purtroppo, con l’inflazione galoppante e con le misure restrittive che si stanno adottando per contenerla, non credo che ci siano spazi di manovra per provvedere non solo all’aumento dei salari, ma anche a una crescita dello staff, a una più alta professionalizzazione e più in generale a una maggiore cura alle condizioni di lavoro che vada al di là dello stipendio”.

Eppure alcuni esempi virtuosi ci sono. È il caso per esempio della Spagna, interessata da una forte immigrazione di venezuelani dall’America Latina: “Per far fronte alla scarsità di manodopera, il Governo ha introdotto un sistema di fast track per riconoscere i titoli di studio di dottori e infermieri e poterli integrare nel sistema sanitario spagnolo. Credo che dovremmo tutti trarre qualche lezione su quale sia il costo-opportunità di continuare a ignorare o non dare la giusta attenzione a questo settore”.

Servono misure proattive

Quando si parla di gender gap, un aspetto che polarizza la discussione sono le quote rosa: da una parte chi sostiene che siano un passaggio necessario per permettere alle donne di occupare posizioni che altrimenti sarebbero loro precluse, dall’altra chi le vede come un’umiliazione o, nel migliore dei casi, come una manovra più d’immagine che di sostanza.

“Io ritengo che le misure proattive siano essenziali – commenta Tomei – Le quote hanno una connotazione negativa perché vengono associate a concessioni fatte al sesso femminile che altrimenti non ce la farebbe da solo. In realtà, ci sono altre misure che si potrebbero intraprendere, per esempio in termini di target numerici. Noi crediamo che avere una forza lavoro che rifletta in maniera più adeguata quella che è la società in cui opera abbia ricadute positive per tutti: per il cittadino e per l’utente”. A partire da questo presupposto, a parità di meriti e competenze, si devono dare medesime opportunità e lavoro alle persone, senza escluderle perché donne, migranti, o in base ad altre caratteristiche.

Si è molto ragionato sull’opportunità di avere più donne che intraprendano percorsi di studio Stem. Secondo molti questo permetterebbe di rompere il tetto di cristallo. Eppure, ritengo che serva al contempo una volontà di conseguire determinati risultati in un certo lasso di tempo, altrimenti si vanifica lo sforzo”.

In generale le donne nei Paesi industrializzati hanno un’educazione molto più alta rispetto agli uomini. “Non è un problema di manchevolezza della donna: è il sistema che non tiene conto delle circostanze specifiche che limitano la possibilità delle donne di poter partecipare appieno al mondo del lavoro”, riflette l’esperta.

L’Italia ha ancora molta strada da fare: nei tassi di partecipazione femminile siamo fanalino di coda in Europa, secondi solo a Malta

E l’Italia in questo ha ancora molta strada da fare: “Nei tassi di partecipazione femminile siamo fanalino di coda in Europa, secondi solo a Malta. È vergognoso, se si pensa che siamo la settima potenza mondiale”.

Risolvere queste contraddizioni significa allargare lo sguardo oltre il mondo del lavoro: “Per assicurare che le donne con il giusto profilo possano dimostrare le loro capacità, si devono creare le condizioni per consentire loro di dare il meglio”. E questo significa attuare misure proattive e tutto ciò che attiene alla riconciliazione lavoro-famiglia. “Uno Stato che riduce la pressione sulle famiglie, in particolare sulle madri, prevede servizi come asili nido, oppure organizza gli orari scolastici in modo da permettere lavori full time – nota Tomei – Cerchiamo di preparaci a una società del futuro in cui tutti e tutte hanno diritto a un lavoro degno e abbiano la possibilità di dare il meglio di se stesse anche nella vita extra lavorativa”.

Per approfondire

La sanità è un mondo sempre più al femminile ma non a misura di donna

Nuovo vaccino per proteggere le persone nell’UE e nel mondo contro la Dengue

Il comitato per i medicinali per uso umano dell’EMA (CHMP) ha adottato un parere positivo per il vaccino dengue tetravalente (vivo, attenuato) Takeda, utilizzato per prevenire la malattia causata dai sierotipi del virus dengue 1, 2, 3 e 4 nelle persone a partire dai quattro anni di età.

La dengue è una malattia tropicale trasmessa dalle zanzare causata da quattro tipi di virus dengue, che porta a sintomi lievi simili all’influenza nella maggior parte delle persone. Tuttavia, un piccolo numero di pazienti sviluppa una malattia grave, con emorragie potenzialmente fatali e danni agli organi. Il rischio di malattie gravi è maggiore nelle persone che vengono infettate per la seconda volta.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ci sono circa 390 milioni di infezioni da dengue all’anno in tutto il mondo, con un tasso di mortalità stimato tra 20.000 e 25.000 all’anno, principalmente nei bambini. Prima del 1970, solo nove paesi avevano sperimentato gravi epidemie di dengue, mentre oggi la malattia è endemica in più di 100 paesi, compresa l’Europa. È la seconda causa di febbre più diagnosticata dopo la malaria tra i viaggiatori di ritorno da paesi a basso e medio reddito.

Questa è la prima volta che il CHMP esamina contemporaneamente un medicinale destinato al mercato dell’Unione Europea (UE), secondo la procedura centralizzata, e paesi non UE, nell’ambito del programma “EU-Medicines for all” o EU-M4all. L’iniziativa dell’EMA per sostenere le domande parallele per il parere EU-M4all e la procedura centralizzata mira a rendere disponibili in Europa e a livello globale più rapidamente medicinali e vaccini innovativi o generici che rispondano a esigenze mediche non soddisfatte o che siano di grande interesse per la salute pubblica, evitando al contempo la duplicazione degli sforzi regolatori.

Non è disponibile una terapia antivirale per l’infezione da virus dengue e la maggior parte delle attuali misure che si basano sul controllo delle zanzare non sono molto efficaci nella prevenzione della malattia. Esiste un vaccino già approvato, ma il vaccino tetravalente contro la dengue mostra una protezione più ampia per i bambini piccoli e le persone di età superiore ai 45 anni. Viene quindi affrontata un’esigenza globale insoddisfatta di salute pubblica.

I benefici e la sicurezza dell’attuale vaccino sono stati valutati in 19 studi clinici che hanno arruolato più di 27mila persone di età compresa tra 15 mesi e 60 anni, provenienti da regioni endemiche e non endemiche. I risultati degli studi mostrano che il vaccino tetravalente contro la dengue previene la febbre, la malattia grave e il ricovero in ospedale causati da uno qualsiasi dei quattro sierotipi del virus della dengue.

Gli eventi avversi sospetti segnalati più frequentemente dopo qualsiasi dose di questo vaccino sono stati dolore al sito di iniezione, mal di testa, dolore muscolare e sensazione di malessere generale.

I medicinali presentati nell’ambito del programma EU-M4all sono valutati dal CHMP in collaborazione con l’OMS e i paesi target, combinando le capacità di revisione scientifica dell’EMA con l’esperienza in epidemiologia e malattie locali dell’OMS e degli esperti e delle autorità di regolamentazione nazionali nei paesi target. Il parere scientifico del CHMP nell’ambito della procedura EU-M4All sostiene lo sviluppo della capacità di regolamentazione globale e contribuisce alla protezione e alla promozione della salute pubblica al di fuori dell’UE valutando i medicinali per i paesi in cui la capacità di regolamentazione può essere limitata. Le autorità di regolamentazione nazionali possono fare affidamento sulla valutazione scientifica del CHMP per decidere l’uso del medicinale nei loro paesi.

Anagrafe nazionale degli assistiti: il DPCM in Gazzetta Ufficiale

Arriva l’Anagrafe nazionale degli assistiti (Ana). Con la pubblicazione del DPCM sulla Gazzetta Ufficiale si apre la strada a un importante strumento di innovazione che agevola il sistema di monitoraggio della spesa sanitaria, accelera il processo di automazione amministrativa e migliora i servizi per i cittadini e le pubbliche amministrazioni.

La nuova banca dati, realizzata dal ministero della Salute in accordo col ministero dell’Economia e delle Finanze, assicura infatti alle singole Aziende sanitarie la disponibilità delle informazioni esatte e aggiornate sugli assistiti per lo svolgimento delle funzioni di propria competenza, comprese la scelta del medico di medicina generale e del pediatra di libera scelta e i codici di esenzione.

L’adozione del provvedimento consente, tra l’altro, di dare attuazione all’investimento “Potenziamento del Fascicolo sanitario elettronico“, previsto dalla Missione 6 del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR).

Rafforzamento della cooperazione nel settore della salute fra Europa e Stati Uniti

A seguito della firma da parte della Commissione Europea e del Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani degli Stati Uniti di un accordo per rafforzare la cooperazione sulla preparazione e la risposta alle minacce per la salute pubblica, il Commissario per la Salute e la Sicurezza Alimentare, Stella Kyriakides, e il Segretario del Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani, Xavier Becerra si sono incontrati ieri a Washington DC per riaffermare il comune impegno affinché l’Unione Europea e gli Stati Uniti lavorino a stretto contatto nel settore della salute. Le discussioni durante l’incontro si sono concentrate sulla preparazione e sulla risposta sanitaria, sul cancro e sulla cooperazione globale.

Il Commissario e il Segretario hanno sottolineato che rafforzare la prevenzione, la preparazione e la risposta alla pandemia è una responsabilità comune, che richiede un forte impegno e una cooperazione internazionale. Hanno sottolineato che i forti legami in ambito di ricerca e produzione tra UE e Stati Uniti hanno contribuito al successo della diffusione dei vaccini anti COVID-19 in tutto il mondo. Le parti concordano sull’importanza di continuare la collaborazione sulla ricerca e lo sviluppo di nuovi vaccini che suscitino risposte immunitarie più ampie, più forti e durature e sono pronte a impegnarsi con gli sviluppatori di nuovi vaccini così promettenti e a lavorare con i partner per facilitarne lo sviluppo.

Il Commissario e il Segretario hanno anche discusso del Piano europeo per combattere il cancro (Europe’s Beating Cancer Plan) e del Cancer Moonshot SM degli Stati Uniti al fine di esplorare la possibilità di ulteriore cooperazione e sostegno reciproco nell’ambito delle rispettive iniziative. Entrambi hanno sottolineato la priorità condivisa di migliorare la prevenzione, la diagnosi e la cura del cancro e hanno accolto con favore le rinnovate discussioni sulla ricerca e l’innovazione nell’UE e negli Stati Uniti, in particolare su argomenti relativi ai tumori pediatrici, rari e degli adulti. Hanno inoltre espresso l’impegno a collaborare al fine di facilitare lo scambio di informazioni sanitarie, in linea con le norme sulla protezione dei dati.

Alla luce dell’aggressione militare russa contro l’Ucraina, hanno confermato il sostegno e la solidarietà ai pazienti ucraini che necessitano di cure urgenti. Infine, hanno riconfermato la cooperazione nel contesto dei lavori in corso per negoziare un nuovo strumento sulla prevenzione, la preparazione e la risposta alle pandemie, la riforma del Regolamento Sanitario Internazionale – International Health Regulations (IHRs), nonché la riforma e il rafforzamento dell’OMS. Il nuovo Financial Intermediary Fund (FIF) per la preparazione alla pandemia e la sicurezza sanitaria globale mira a contribuire a questo lavoro. Hanno sottolineato il loro impegno congiunto verso una leadership comune nel garantire la sicurezza sanitaria globale e promuovere un accesso equo ai vaccini per i paesi a basso e medio reddito, basandosi sull’esperienza acquisita dall’ACT-Accelerator e dal suo pilastro COVAX.