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HTA e innovazione nel procurement dei dispositivi medici

Nel settore dei dispositivi medici l’innovazione corre veloce ma non sempre riesce ad arrivare tempestivamente al paziente. Molti sono gli ostacoli, specialmente per la sanità pubblica, che deve operare attraverso procedure di accesso e acquisto troppo spesso gravate da complessi iter burocratici. Alla base rimane il quesito fondamentale della definizione dell’innovazione e del valore delle soluzioni disponibili.
Un valido supporto per l’identificazione dei dispositivi medici innovativi e verso procedure di acquisto anch’esse innovative può essere fornito dall’applicazione delle tecniche di valutazione dell’Health Technology Assessment (HTA), ancora troppo poco utilizzate nella routine del nostro Paese. Quale può essere il ruolo dell’HTA nel procurement dei dispositivi medici? E quali sono le esperienze di rilievo già presenti in Italia?

  • Marco Marchetti
    Dirigente Unità Operativa HTA, Agenas
  • Andrea Messori
    Centro Operativo, Regione Toscana

Conduce:

  • Rossella Iannone
    Direttrice responsabile PPHC

Pubblicata la Relazione sullo Stato Sanitario del Paese 2017-2021

Il Ministero della Salute ha pubblicato la Relazione sullo Stato Sanitario del Paese (RSSP) 2017-2021. Il documento risponde all’esigenza di produrre una periodica informativa al Parlamento, e conseguentemente ai cittadini, sullo stato di salute della popolazione e sull’attuazione delle politiche sanitarie.

La Relazione costituisce una componente essenziale per la pianificazione e programmazione del Servizio sanitario nazionale, in quanto funge da strumento organico di valutazione degli obiettivi di salute raggiunti e delle strategie poste in essere per il loro conseguimento, al fine di valorizzare la promozione della salute e riorganizzare le reti assistenziali, riposizionando gli assistiti al centro di un sistema di cure integrate.

Per approfondire

Presente e futuro del SSN si giocano su privacy, formazione e personale

Rapporto CDC: adulti residenti nelle città e donne hanno maggiori probabilità di utilizzare la telemedicina

Il 37% degli adulti ha utilizzato la telemedicina negli ultimi 12 mesi, dice il rapporto Telemedicine Use Among Adults: United States, 2021 del Center for Disease Control and Prevention (CDC).

Il documento analizza la percentuale di adulti che hanno usato strumenti di telemedicina negli ultimi 12 mesi in base alle caratteristiche geografiche e sociodemografiche del National Health Interview Survey (NHIS) del 2021.

Dal report emerge come le donne abbiano maggiori probabilità di confermare l’uso della telemedicina, con il 42% che ha riferito di utilizzare la telemedicina rispetto al 31,7% degli uomini.

L’uso di telemedicina è risultato più diffuso anche in relazione all’origine ispanica.

Per gli adulti con un reddito familiare inferiore al 100% del livello di povertà federale (FPL) e quelli con un reddito compreso tra il 100% e il 200% dell’FPL, l’uso della telemedicina è risultato simile, rispettivamente al 33,1% e al 32,1%.

Il ricorso alla telemedicina, invece, sale al 40,7% con un reddito familiare pari o superiore al 400% di FPL.

La percentuale di adulti che fanno uso della telemedicina aumenta anche con il livello di istruzione, con il 28,7% che ne dichiara l’uso tra gli adulti con meno di un diploma di scuola superiore e il 43,2% da parte di adulti con una laurea o titolo superiore.

L’uso della telemedicina è emerso come più frequente tra gli individui che vivono nel nord-est (40%) e nell’ovest (42,4%), rispetto a quelli del Midwest (33,3%) e del sud (34,3%).

Corso online di perfezionamento sul tema del Disability e Diversity Management

Il corso ha come obiettivo la formazione di Diversity e Disability manager di elevato profilo professionaleVerrà posta particolare attenzione agli strumenti di organizzazione del lavoro e alle tecniche di assessment della disabilità e della diversità.

 

Il corso propone un training di Disability & Diversity management per valutare le risorse e il potenziale del lavoratore, per operare selezione e recruiting, per accompagnare i percorsi evolutivi delle persone all’interno delle organizzazioni, per favorire l’inclusione lavorativa, il welfare, il benessere, lo smart working e infine prevenire le discriminazioni e le molestie lavorative.

 

Il percorso organizzato dall’Università Europea di Roma vede la collaborazione di Abilitando Onlus, associazione che si pone come obiettivo di concorrere a facilitare la vita quotidiana delle persone disabili, arrivando a colmare, anche grazie alla tecnologia, gap fisici e cognitivi.

 

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Speriamo che la morte ci trovi vivi

Prosegue la collaborazione con il Cultural Welfare Center (CCW) sulla base di un progetto comune di diffusione della conoscenza sul valore delle arti e della cultura per il benessere e la salute

 

Iconografia della Salute è il festival delle Medical Humanities ideato nel 2020 dal Centro Studi Medical Humanities di Alessandria per valorizzare questo approccio, che riunisce le tante discipline coinvolte che influiscono sul percorso di cura del paziente.  Il Festival si svolgerà in maniera virtuale dal 24 al 26 ottobre rinnovandosi nel format, anche grazie alla collaborazione con il Centro Nazionale Malattie Rare dell’Istituto Superiore di Sanità e la Società Italiana di Medicina Narrativa, ponendo l’accento su due temi delicati e d’attualità, fiducia e fine vita, strettamente correlati se si pensa al rapporto operatori di cura e persone assistite o ai momenti in cui il caregiver si confronta con le disposizioni anticipate di trattamento. Il programma completo del Festival è disponibile sul sito www.iconografiadellasalute.it.

La giornata del 25 ottobre, dedicata al fine vita, verrà aperta da Marina Sozzi, direttrice dell’associazione SAMCO e figura di riferimento sui temi inerenti al fine vita di cui si occupa da oltre trent’anni. L’ascoltiamo in tema e sulle cure palliative, partendo proprio dalla loro corretta definizione.

Spesso si usa il termine “palliativo” per indicare qualcosa che non funziona, che non serve. Invece, le cure palliative, il cui accesso è garantito dalla legge 38 del 2010 a tutti i cittadini che ne abbiano bisogno, sono ben altro. Vuole spiegarci meglio?

Il termine “palliativo” deriva dal termine latino pallium, che significa mantello. Le cure palliative non hanno niente a che fare con il tenere la mano a chi sta morendo, come molti credono. Sono cure complesse, rivolte a tutte le persone che abbiano una malattia inguaribile e a prognosi infausta, avvolgono di protezione i malati e le loro famiglie. Non poter guarire non significa non poter curare. Il motto delle cure palliative è: “quando non c’è più niente da fare, c’è ancora tanto da fare…”. Ciò che si può fare è garantire al paziente la migliore qualità della vita possibile, fino alla fine, controllando il dolore e gli altri sintomi disturbanti, sostenendolo dal punto di vista non solo fisico, ma anche psicologico, sociale e spirituale. Significa prendersi cura dell’intera famiglia, supportando i familiari nel loro ruolo di caregiver e aiutandoli a riorganizzare la loro vita dopo la perdita.

L’accompagnamento delle cure palliative permette che nessuno si senta solo nel dolore, né quando si appresta a lasciare la vita, né quando affianca i propri cari malati. Infatti, come scriveva Cicely Saunders, iniziatrice delle cure palliative in Inghilterra, “la sofferenza è intollerabile solo se non importa a nessuno”.

Le cure palliative mettono al centro il paziente, per permettergli di fare le sue scelte di fine vita in un’atmosfera di rispetto e di attenzione, senza perdere il suo ruolo sociale e familiare, in nome di un’autodeterminazione perseguita come scopo concreto dell’assistenza. Hanno un versante tecnico (non è semplice dosare e combinare i farmaci e gli interventi terapeutici per ottenere una buona qualità della vita) e uno squisitamente umano, relazionale, che comporta la capacità di attenzione e vicinanza, e in ultima analisi l’empatia.

Quando le persone sono accompagnate da buone cure palliative, tutta la comunità ne beneficia, sia chi lascia il mondo sia chi resta, che spesso affronta il lutto con maggiore serenità e forza

Tutti i cittadini hanno pari diritto di accesso alle cure palliative, qualora ne abbiano bisogno, come stabilito dalla legge 38/2010 e dalla legge 219/2017. Quando le persone sono accompagnate da buone cure palliative, tutta la comunità ne beneficia, sia chi lascia il mondo sia chi resta, che spesso affronta il lutto con maggiore serenità e forza. La legge 38 elenca come segue le sue finalità: “a) tutela della dignità e dell’autonomia del malato, senza alcuna discriminazione; b) tutela e promozione della qualità della vita fino al suo termine; c) adeguato sostegno sanitario e socio-assistenziale della persona malata e della famiglia.”

Come si praticano le cure palliative? Quali sono le competenze richieste?

Le cure palliative si dividono in cure palliative di base, coordinate dal medico di medicina generale (quando i bisogni del paziente e della sua famiglia sono semplici) e cure palliative specialistiche (quando i bisogni sono maggiormente complessi). In Italia, tradizionalmente, è soprattutto il Terzo Settore ad aver costruito, a partire dalla fine degli anni Ottanta, équipe di cure palliative specialistiche, che lavorano, in genere, in convenzione con le aziende sanitarie locali. La dimensione dell’équipe è fondamentale, perché permette al paziente e ai suoi cari di sentirsi accolti in modo olistico, con attenzione agli aspetti fisici, psicologici, sociali, e spirituali della malattia e dell’approssimarsi della morte.

Tutti i curanti, in cure palliative, devono essere in grado di comprendere quali siano i principali bisogni dei pazienti e dei loro familiari

Le équipe specialistiche sono multiprofessionali e sono composte da medici, infermieri, psicologi, fisioterapisti, assistenti sociali, OSS, arte e musicoterapeuti, volontari. Tutti i curanti, in cure palliative, devono essere in grado di comprendere quali siano i principali bisogni dei pazienti e dei loro familiari. Contenere il dolore e gli altri sintomi dell’approssimarsi della fine della vita (insonnia, dispnea, nausea, vomito, stipsi, debolezza) è obiettivo primario. Talvolta solo quando questi sintomi sono sotto controllo diventa possibile per il malato esprimere altri bisogni, che riguardano il bilancio della propria vita, le relazioni con i familiari o l’accettazione della morte. Ogni figura ha naturalmente la sua professionalità, ma la dimensione dell’équipe è di fondamentale importanza, perché tutti i curanti devono comprendere che cosa fanno gli altri e quali sono le priorità, che diventano così priorità condivise. Sia per l’esigenza di lavorare in modo coeso, sia per quella di sviluppare la capacità empatica nei curanti, l’équipe ha sempre una supervisione psicologica, che permette la crescita della solidarietà interna e l’accoglimento delle difficoltà di ciascuno.

Che funzione hanno la musica e l’arte in cure palliative?

Tra le attività portate avanti dal musicoterapeuta, una delle più importanti è la pratica dell’improvvisazione musicale con strumenti e voce. Grazie a questa modalità il paziente, o i suoi familiari, anche se privi di formazione musicale, possono manifestare e dare forma a emozioni difficili da esprimere mediante il linguaggio verbale. Il terapeuta ha quindi la possibilità di accogliere, sostenere, e provare a rielaborare e restituire i contenuti espressi. Un’altra attività importante è l’ascolto di musiche eseguite dal vivo o registrate. Nel caso in cui si volesse stimolare la memoria, o migliorare il tono dell’umore, il musicoterapeuta può proporre brani conosciuti dal malato. Nel caso in cui invece occorra rilassare il malato, il professionista suona per lui brani distensivi, attingendo non solo al proprio bagaglio culturale, ma anche a improvvisazioni strumentali o vocali che siano in sintonia con il paziente, facendolo spesso assopire. Tra le pratiche più efficaci, quando le condizioni di salute del malato ancora lo permettano, c’è la composizione di canzoni. Tutte queste attività portano all’instaurarsi di relazioni interpersonali, migliorano la capacità di espressione e regolazione delle emozioni e soprattutto creano momenti di condivisione importanti e autentici.

L’arteterapia consente ai malati di comunicare il proprio vissuto attraverso la pittura

In modo analogo funziona l’arte. L’arteterapia consente infatti ai malati di comunicare il proprio vissuto attraverso la pittura. Il linguaggio non verbale porta sovente alla luce una parte molto intima della persona, che era sconosciuta anche allo stesso paziente. L’arteterapia si rivolge anche alle famiglie. I figli dei pazienti alla fine della vita dialogano spontaneamente con pennelli e colori. Esprimono le loro paure, il loro amore, o sfuggono semplicemente ad una pressione troppo forte dovuta alla malattia di un genitore.

Quanto sono diffuse e note nel nostro paese le cure palliative?

Vari sondaggi hanno purtroppo dimostrato che nel nostro paese la maggioranza della popolazione non conosce i propri diritti in merito alle cure palliative e ne ignora la funzione. Molti pregiudizi, alimentati da una cultura ossessivamente orientata a negare la morte, allontanano le persone dalla conoscenza di questo tema, che è essenziale, visto che il cento per cento degli uomini e delle donne affronterà la morte e buona parte di loro avrà a che fare con lunghe malattie croniche.

Purtroppo, anche i medici non sono preparati sul tema delle cure palliative

Purtroppo, anche i medici non sono preparati sul tema delle cure palliative. Non sono abbastanza consapevoli i medici di medicina generale, che pure sono stati individuati come figure chiave, essendo loro, nella maggior parte dei casi, ad attivare le cure palliative, e, come stabilisce la legge 38, a coordinare gli interventi palliativi “di base” e ad essere presenti nel caso di interventi di équipe di cure palliative specialistiche. Non essendoci una  sufficiente preparazione dei medici di famiglia su questo tema, spesso si hanno ritardi nell’attivazione delle cure palliative, riducendone notevolmente gli effetti benefici.

Oggi si parla sempre di più di cure palliative simultanee. Cosa si intende con questa espressione?

Contrariamente all’idea che le cure palliative siano cure di fine vita, o che debbano necessariamente essere attivate quando tutte le terapie attive siano state interrotte, oggi i palliativisti sostengono l’importanza di cure palliative precoci

Contrariamente all’idea che le cure palliative siano cure di fine vita, o che debbano necessariamente essere attivate quando tutte le terapie attive siano state interrotte, oggi i palliativisti sostengono l’importanza di cure palliative precoci, che vengano iniziate quando il paziente, magari ancora in cura per terapie che cerchino di controllare o stabilizzare la malattia, manifesti dei sintomi che richiedono un intervento palliativo.

Dal punto di vista culturale, si tratta di un grande cambiamento, perché viene meno il pensiero (ancora troppo diffuso) della palliazione come  intervento prima della morte. Il palliativista  che lavora di concerto con gli specialisti d’organo  ha una migliore conoscenza del paziente nel momento in cui siano sospese le terapie attive.

Proprio per il cambiamento di mentalità richiesto, tuttavia, c’è molta resistenza della classe medica di fronte alle cure palliative simultanee. “Non sta ancora morendo” è una frase che i pazienti e i familiari si sentono spesso dire se chiedono di essere seguiti da cure palliative. Ciò accade nonostante molti studi chiariscano che la Sanità, in presenza di buone cure palliative, risparmia su tutti gli altri capitoli di spesa, perché si evitano esami diagnostici costosi e inutili e terapie inappropriate, che non allungano più la vita, né sono in grado di migliorarne la qualità.

Come si collocano le cure palliative all’interno della biomedicina?

Le cure palliative hanno rappresentato un’importante istanza critica all’interno della biomedicina, fin da quando hanno avuto origine, in Inghilterra, verso la metà del secolo scorso, ad opera di Cicely Saunders, infermiera, assistente sociale e medico che ha dato inizio al movimento hospice. In una medicina orientata a respingere le morte con tutte le sue energie, e in mancanza di una preparazione dei curanti ad accogliere la morte del paziente, a comunicare cattive notizie,  a stare accanto a pazienti non più guaribili, le cure palliative riaffermano la dignità dell’ultimo periodo della vita, la possibilità di viverlo fino in fondo (“speriamo che la morte ci trovi vivi”), affiancati e accompagnati in modo corretto. Contro la diffusa oppiofobia della medicina, soprattutto in Italia, hanno affermato l’esigenza di usare la morfina e di dare la terapia antalgica a intervalli regolari e non su richiesta del paziente. Hanno insegnato l’importanza della comunicazione corretta della diagnosi e della prognosi, insegnando a “stare nella verità”, rispettando il percorso di consapevolezza del paziente e dei suoi familiari, e non a mentire, tacere, o al contrario riversare la verità per intero e subito su persone non in grado di accoglierla.

All’interno di una biomedicina che ha contribuito a respingere il pensiero della morte, le cure palliative hanno cercato di costruire la possibilità di una crescita personale in prossimità della morte

All’interno di una biomedicina che ha contribuito a respingere il pensiero della morte, le cure palliative hanno cercato di costruire la possibilità di una crescita personale in prossimità della morte: perché tutti dobbiamo morire, e proprio per questo conta il come si muore.

Si è sempre parlato delle cure palliative come della “cenerentola” della medicina. Oggi c’è nel nostro paese un’importante novità, l’istituzione della scuola di specialità in medicina palliativa. I giovani medici potranno quindi specializzarsi in cure palliative: ne deriverà sia l’aumento della competenza in questo ambito, sia la rilevanza del percorso.

 

Marina Sozzi è nata a Pavia, è laureata in filosofia, e ha studiato all’EHESS a Parigi e alla Normale di Pisa. Da quasi trent’anni si occupa di temi inerenti al fine vita. È stata direttrice scientifica della Fondazione Fabretti, quindi ha collaborato con la Rete oncologica del Piemonte e della Valle d’Aosta coordinando un Centro di Promozione delle cure palliative, e attualmente dirige un’associazione di cure palliative nella provincia di Torino (SAMCO). Dal 2012 scrive un blog dal titolo “Si può dire morte”. Ha insegnato per alcuni anni Tanatologia all’Università di Torino. Tra i suoi libri: Reinventare la morte. Introduzione alla tanatologia (Laterza 2009); Sia fatta la mia volontà. Ripensare la morte per cambiare la vita (Chiarelettere 2014); Non sono il mio tumore. Curarsi il cancro in Italia (Chiarelettere 2019).

Le biotecnologie in sanità: una roadmap per l’Italia

Crediamo che il settore delle biotecnologie soprattutto nel campo della salute possa essere un elemento di grande valore sia evidentemente per i pazienti in relazione a quello che è la capacità di produrre e generare innovazione di valore a favore del benessere e della salute delle persone, ma può essere certamente anche un grande volano per il nostro sistema economico.” Così il professor Americo Cicchetti, Direttore di ALTEMS, Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari, Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma ha inaugurato oggi il convegno “Le biotecnologie in sanità: una roadmap per l’Italia”, promosso da Altems, Alta Scuola di Economia e Management, Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, con il contributo non condizionato di Argenx e in collaborazione con PPI- Public Policy Innovation, che si è tenuto a Roma presso Palazzo Wedekind, con il Patrocinio del Ministero della Salute e di Farmindustria. “Abbiamo alcuni fondamentali – ha aggiunto il professor Cicchetti – che ci vengono riconosciuti come il know-how. Il nostro giacimento di conoscenze è assolutamente enorme e lo dimostra il nostro quarto posto a livello globale per le pubblicazioni di fronte a giganti come gli Stati Uniti, la Cina e il Regno Unito.”

 

Il Convegno ha avuto l’obiettivo di mostrare i benefici delle biotecnologie in termini di terapie e di sviluppo per l’intero Sistema Paese, a fronte dei dati impressionanti in questo settore:  le imprese che operano nel settore delle biotecnologie applicate alla salute sono infatti 344, la metà delle aziende biotech italiane, una percentuale che arriva al 58% se consideriamo le realtà dedicate esclusivamente alla R&S biotech, le quali impegnano il 75% dei propri costi totali di ricerca in attività di questo tipo. Lo evidenzia il rapporto BioInItaly 2022 di Enea e Assobiotech, che traccia una crescita nel numero di imprese biotech: 790 aziende censite nel 2021. Il fatturato complessivo di queste aziende che operano nel comparto salute continua a crescere incessantemente da anni: fra il 2014 e il 2020 si è registrata infatti una crescita del 158% fra le imprese dedicate alla R&S biotech a capitale italiano. Nel 2021 il fatturato del settore biotech-salute ha toccato quota 7,5 miliardi di euro, rappresentando l’ambito più redditizio di tutto il mercato.

 

I lavori della giornata si sono articolati in due settori, uno dedicato alle prospettive della politica sul settore, particolarmente rilevanti in vista della nascita del nuovo governo; ed un secondo settore in cui esperti e rappresentanti di alcuni tra i principali attori pubblici e privati del campo delle biotecnologie del Paese hanno dibattuto dello stato dell’arte e delle prospettive delle innovazioni biotecnologiche.

 

Nella prima parte si sono confrontate Beatrice Lorenzin, Coordinatrice Forum tematico Politica Sanitaria PD; Elisa Pirro del M5S e Annamaria Parente, Responsabile sanità di Italia Viva. Diversi i punti di convergenza nei tre interventi dalla necessità di sostenere con adeguate risorse la ricerca dell’ambito delle biotecnologie sino a quella di considerare questo settore come un campo di interesse e intervento nazionale, sottratto a logiche particolaristiche e campanilistiche. In particolare, su questo punto Beatrice Lorenzin ha chiarito come si abbia bisogno: “di una spinta nazionale, centrale, forte, perché deve essere una priorità dove vengono coordinate le varie politiche”. A sua volta Elisa Pirro ha centrato il focus anche sul ruolo del personale coinvolto nei diversi gangli della filiera delle biotecnologie “un mondo troppo spesso – ha sottolineato – costituito da precari” “Ed è questo – ha aggiunto – forse uno dei più grandi difetti del sistema della ricerca pubblica italiana”. Da ultimo, Annamaria Parente, tra le altre cose ha ricordato come sia anche la filiera industriale del biotech, soprattutto in un momento di crisi come questo, ad aver bisogno “di una politica industriale della salute” perché “la sanità è anche sviluppo e occupazione”.

 

Nella seconda parte del Convegno, intitolata “Cosa serve per fare dell’Italia il principale polo biotecnologico” sono emersi con nettezza punti di forza e di debolezza del settore delle biotecnologie nel nostro Paese, che sicuramente presenta diverse zone di eccellenza, ma soffre anche di difficoltà legate all’indirizzamento delle risorse e anche alla considerazione dei fondi assegnati a  ricerca e a soluzioni applicative del biotech non come investimenti, ma come spese correnti del sistema sanitario senza prendere in considerazione i danni economici evitati al sistema Paese con le menzionate soluzioni.  Su questi punti si sono confrontati – moderati da Marco Frittella, direttore RAI Libri – Andrea Grignolio, docente di Storia della Medicina e Bioetica all’Università Vita-Salute S. Raffaele di Milano e ricercatore CNR, Giorgio Palù, Presidente AIFA, Marcello Cattani, Presidente Farmindustria, Silvia Chiroli, CM Argenx, Annarita Egidi, Componente Consiglio di Presidenza Federchimica Assobiotech, Giovanni Leonardi, Segretario Generale Ministero della Salute, Leonardo Giagnoni, Amministratore Delegato di Italian Angels for Growth, Marco Baccanti, Direttore generale Enea Tech Biomedical, Eva Pesaro, Vice Presidente UNIAMO (Federazione Italiana Malattia Rare),  Renato Mantegazza, Direttore Dipartimento Ricerca e Sviluppo Clinico Istituto neurologico Besta, Carlo Ferro, Presidente Agenzia ICE.

 

In particolare, Andrea Grignolio ha aperto i lavori di questa tavola rotonda ricostruendo i momenti fondamentali dell’evoluzione delle biotecnologie e delle conoscenze relative, evoluzione che è giunta al risultato di poter “trattare malattie autoimmuni, cancro, di riuscire a ricostruire tessuti” con efficacia incredibile. Risultati che per AIFA, ha sottolineato Giorgio Palù, vanno implementati e portati ancora più avanti, a livello Paese con: “una cabina centrale, per individuare le priorità, dove coinvolgere le risorse, altrimenti queste vengono disperse in mille rivoli e a questo punto la regionalizzazione non potrebbe certo far del bene a uno sviluppo del genere che ha bisogno di essere pensato a livello centrale”. Risorse che vanno investite con un orizzonte più ampio, per Marcello Cattani, che oltre alla ricerca tenga conto dei settori complementari come quello industriale e anche quello dell’educazione: “La cultura e l’educazione deve accompagnare – ha dichiarato Cattani – questa grande innovazione affinché sia compresa innanzi tutto e poi valorizzata.”  Una innovazione che ha preso corpo nell’intervento di Silvia Chiroli che ha portato l’esempio di Argenx che “nasce nel 2008 in Belgio, sulla base di una scoperta molto innovativa dell’ingegneria degli anticorpi, una ricerca di base. Ma già nella mente di chi l’ha fondata c’era la volontà di portare avanti tre aspetti, su cui si può costruire un percorso anche per l’Italia. Il primo era la volontà di incidere nella società; poi c’era il metodo che Argenx ancora ha, per il quale le persone coinvolte hanno la filosofia di essere studenti sempre, essere sempre nella posizione di ascoltare e imparare, cercando la collaborazione di atenei e università; il terzo elemento è stata la volontà di essere globali, non fermandosi né al mondo belga né al mondo europeo. Tutto questo ha garantito un percorso di successo.”

 

L’esempio di Argenx fa eco ai successi del settore biotech in Italia, come sottolineati dai dati riportati da Annarita Egidi, che ha ricordato come “i nostri ricercatori siano al terzo posto per numero di premi ottenuti dall’European Research Council” e come per le sperimentazioni cliniche, da un recente rapporto AIFA, sia emerso che nel 2021 l’Italia sia cresciuta dell’1,7% per numero di sperimentazioni presentate e autorizzate. Un contesto nel quale, ovviamente risulta fondamentale il ruolo del decisore pubblico. A tal riguardo Giovanni Leonardi, in rappresentanza del Ministero della Salute, ha ricordato come il Ministero “abbia lavorato sia con il Ministero dello Sviluppo Economico che con quello dell’Università per cercare di avere un indirizzo comune nelle attività” del settore; “tentativi non sempre facili” soprattutto per quel che riguarda i collegamenti tra il pubblico e il privato, ma che comunque mirano alla creazione di un vero e proprio “ecosistema della salute” integrato ed efficiente.

 

E proprio il ruolo del privato nel finanziamento del settore biotech, in particolare delle prime fasi della nascita di nuove esperienze societarie, è stato al centro dell’intervento di Leonardo Giagnoni che ha sì ricordato i rischi legati alle operazioni finanziarie rivolte ai primi momenti dello sviluppo di nuove soluzioni, ma ha aggiunto che “il rischio fa parte di questo ambito. Rischio che va bilanciato con le opportunità che in Italia vengono da quegli specifici settori dove il Paese è più forte, come appunto il biotech”. Un punto ripreso da Marco Baccanti, che ha illustrato le applicazioni del mandato di sviluppo economico nelle scienze della vita che Enea Tech Biomedical porta avanti e porterà maggiormente avanti in ragione delle disponibilità del Paese delle risorse del PNRR: “toccando tutti i punti critici e di debolezza del sistema”. È ovvio, però, che nessuna prospettiva, né quella di ricerca, né quella finanziaria, né quella industriale, né infine quella dell’intervento pubblico può aver senso senza tener conto dei pazienti cui è destinato il risultato finale della filiera del biotech.

 

Particolarmente rilevante quindi l’intervento di Eva Pesaro che ha ricordato che: “la materia prima nei confronti di qualsiasi progetto è il paziente. Prima di tutto c’è la vita del paziente malato raro.” Anche considerando che sono “circa 30 milioni i malati rari in Europa. E solo il 5-6% delle malattie rare hanno delle opportunità di cura. Molto spesso cure riabilitative che consentono una vita dignitosa ma non sono per nulla risolutive.” “In questo contesto – ha aggiunto – le biotecnologie e le loro prospettive devono superare tutti quegli ostacoli anche di tipo regolatorio che impediscono che il ritorno degli investimenti giunga fino alle case dei pazienti”. Proprio quei pazienti che necessitano in particolare di “medicina di precisione” come ha tenuto a mettere in chiaro Renato Mantegazza, per il quale non è più accettabile portare avanti “un enorme bla bla” nel settore, del quale “si parla troppo” senza un adeguato impegno concreto in particolare della politica. Da ultimo, Carlo Ferro ha ricordato l’importanza del settore delle scienze della vita per l’export del paese, dato che sommando insieme le esportazioni del “settore farmaceutico e di quello delle biotecnologie, facciamo 47 miliardi a valore del 20/21, 47 miliardi che sono il 9% dell’export italiano.”

 

Numeri che hanno confermato ancora una volta l’importanza di questo comparto per il nostro Paese e la necessità di rafforzare scambi e sinergie tra gli stakeholder, come avvenuto nella giornata di confronto odierna.

Anelli (Fnomceo) al futuro Governo: “Investiamo sui medici e sui professionisti del SSN”

Senza medici non può esserci un efficiente Servizio sanitario nazionale, ed è questo l’appello che rivolgiamo al Governo che sta per nascere: investiamo sui professionisti, mettiamo più risorse, diamo loro più peso nelle decisioni nella gestione della sanità. Solo così potremo conservare il nostro Servizio sanitario nazionale”.

Così il Presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, la Fnomceo, Filippo Anelli, ha commentato quanto emerso dal 54esimo congresso nazionale del Sumai Assoprof, il Sindacato Unico Medicina Ambulatoriale Italiana e Professionalità dell’Area Sanitaria, in corso a Roma.

Ieri, durante la Tavola Rotonda inaugurale, il Segretario generale Antonio Magi aveva parlato di una “tempesta perfetta” che sta investendo il Servizio sanitario nazionale: il contesto globale della guerra e della pandemia si intreccia con i problemi legati all’anzianità e alla carenza del personale sanitario, al blocco del turnover, alle remunerazioni non adeguate.

“Condivido – ha affermato Anellile preoccupazioni di Magi circa la tenuta del Servizio Sanitario nazionale. La crisi economica, la carenza del personale, la scarsità delle risorse sono segnali molto forti di una difficoltà che sta investendo il nostro Servizio sanitario e che sta determinando una forte sofferenza del sistema. Il mancato investimento sui medici sta provocando una lesione della dignità del loro lavoro. Sempre più medici lasciano il SSN perché questa professione sta perdendo attrattività anche a causa dei carichi di lavoro, di un aumento del burnout e una retribuzione tra le più basse in Europa”.

Consip: disponibili contratti nel settore ICT per 6,5 mld/€, di cui oltre 3,4 mld/€ per i servizi strategici ICT delle PA

Al 30 settembre 2022, l’offerta Consip di contratti “pronti all’uso” per l’acquisizione, da parte delle PA, di beni e servizi ICT è pari a 6,5 mld/€, ovvero il 46% dello “scaffale di offerta” complessivo (14,1 mld/€).

All’interno dello “scaffale ICT” – che comprende infrastrutture e reti, licenze software, apparati e macchine per ufficio, telefonia e comunicazione, servizi professionali, servizi di sicurezza – una posizione rilevante è occupata dall’offerta di Servizi strategici ICT, che fa segnare contratti già attivati per un valore complessivo di oltre 5,2 mld/€ (un totale di 46 lotti).

Si tratta di iniziative che coprono tutta le esigenze delle Amministrazioni nel loro percorso di trasformazione digitale – dall’adozione di modelli cloud per piattaforme, infrastrutture e software alla progettazione ed erogazione di servizi digitali, dalla gestione del patrimonio informativo fino alla cybersecurity – e sono anche funzionali alla attuazione dei progetti del Piano nazionale di Rirpresa e Resilienza (PNRR).

Sui contratti per Servizi Strategici ICT le amministrazioni hanno già effettuato acquisti per quasi 1,8 mld/€, mentre il valore residuo ordinabile al 30 settembre 2022 è ancora di oltre 3,4 mld/€ (il 52% dell’offerta totale di 6,5 mld/€).

Tra le iniziative di maggior gradimento si segnalano Servizi applicativi in ottica cloud (con acquisti delle PA per oltre 1 mld/), ma anche Digital Transformation (con acquisti delle PA per 237 mln/€, pari al 60% del valore complessivo del contratto) e Servizi di Data management e PMO (con acquisti delle PA per 376 mln/€, che rappresenta quasi la totalità del massimale disponibile).

Nel dettaglio, i contratti disponibili riguardano le seguenti iniziative:

  • Public cloud Iaas e Paas, per l’acquisizione di servizi cloud di tipo IaaS (Infrastructure-as-a-service) e PaaS (Platform-as-a-service), dei servizi di supporto per pianificare e definire la migliore strategia di migrazione al cloud e dei correlati servizi professionali e tecnici.
    Valore contratto disponibile al 30 settembre: 963 mln/
  • Sanità digitale – sistemi informativi clinico assistenziali, per l’acquisizione di servizi espressamente dedicati ai sistemi di “Telemedicina” e “Cartella Clinica Elettronica” riguardanti sviluppo software, migrazione applicativa, configurazione, personalizzazione e manutenzione, conduzione applicativa e infrastrutturale
    Valore contratto disponibile al 30 settembre: 951 mln/
  • Sanità digitale – sistemi informativi sanitari e servizi al cittadino, per l’acquisizione di servizi applicativi dedicati a Centri Unici di Prenotazione (CUP), l’interoperabilità di dati sanitari, piattaforme applicative, portali e app e i servizi di supporto (di cui al momento sono attivi solo i lotti dedicati ai servizi di supporto)
    Valore contratto disponibile al 30 settembre: 90 mln/
  • Iniziative per la cybersecurity, una gara per l’erogazione di servizi di sicurezza “on premises” (cioè presso la PA) per gli “strumenti di gestione, protezione email, web e dati”, l’altra per i servizi di sicurezza “da remoto” (cioè presso il fornitore) – dedicata ai servizi di protezione delle infrastrutture e delle informazioni della PA, di misurazione dello stato della sicurezza dei sistemi informativi e di supporto nella identificazione dei “fabbisogni”
    Valore contratto disponibile al 30 settembre: 714 mln/€
  • Servizi applicativi in ottica cloud e PMO, che mette a disposizione un catalogo di servizi IT per la realizzazione di applicazioni cloud-native, la migrazione al cloud, l’evoluzione delle applicazioni esistenti, nonché servizi di PMO a supporto della PA nella pianificazione dei progetti IT
    Valore contratto disponibile al 30 settembre: 489 mln/€
  • Digital transformation per l’acquisizione di servizi di supporto per la definizione della strategia digitale dell’amministrazione, il disegno del modello e dei processi di erogazione dei servizi digitali, la progettazione della transizione digitale e l’affiancamento durante tale processo
    Valore contratto disponibile al 30 settembre: 158 mln/€
  • Public cloud SAAS – Business intelligence, che mette a disposizione delle PA un catalogo di servizi erogati in modalità cloud SaaS (Software as a service) comprendente funzionalità di Business intelligence, raggruppati in appositi pacchetti
    Valore contratto disponibile al 30 settembre: 81 mln/
  • Servizi di data management, che mette a disposizione servizi applicativi e professionali per la realizzazione di soluzioni informatiche di valorizzazione del patrimonio informativo delle PA e di modelli dati di supporto ai processi decisionali
    Valore contratto disponibile al 30 settembre: 8 mln/€

Value Added Medicines fra potenziale inespresso e frontiere dell’innovazione

Le Value Added Medicines (Vam) hanno un potenziale inespresso. In gran parte a causa di colli di bottiglia presenti nei processi regolatori degli iter di valutazione dell’innovazione e delle relative negoziazioni prezzo-rimborso. Occorre prendere coscienza del valore che questi farmaci possono ancora esprimere nei casi di repurposing, riformulazione o combinazione di molecole e far sì che ci sia un framework di valutazione ad hoc. A beneficio di un più ampio e sostenibile accesso alle terapie da parte di medici e pazienti.

Sono i punti su cui si sono trovati concordi gli esperti che si sono confrontati su questa materia nel corso dell’evento “Farmaci, salute e innovazione: le nuove frontiere delle Vam” organizzato con il contributo di Egualia.

Geremia Seclì

“L’importanza delle Vam è racchiusa nel fatto che esse offrono ai clinici e ai pazienti opzioni terapeutiche aggiuntive e si inseriscono nel percorso di personalizzazione delle cure, oltre a toccare il tasto della razionalizzazione delle risorse”, ha detto Geremia Seclì, coordinatore del Gruppo Vam di Egualia.

Sì, perché si tratta di molecole che possono esprimere nuovo valore terapeutico anche dopo la scadenza del brevetto, ad esempio grazie all’estensione dell’indicazione terapeutica o all’individuazione di nuove indicazioni. Quello che gli addetti ai lavori chiamano “valore incrementale”, che però deve essere misurato e quantificato, anche nell’ottica di poter riconoscere ai titolari dell’Aic (Autorizzazione all’immissione in commercio) una giusta remunerazione. Ed è qui che entra in gioco il discorso della sostenibilità. Giacché è facile intuire che il prezzo negoziabile per una nuova indicazione terapeutica sarà più contenuto rispetto a quello di una nuova molecola perché un farmaco “riproposto” per nuovi utilizzi è frutto di investimenti inferiori rispetto a un farmaco “nuovo”.

Alla ricerca di nuovi percorsi

Gianluca Trifiro

L’importante però è riuscire a trovare “un percorso riconosciuto per la valutazione dell’accesso e del rimborso delle Vam”, ha spiegato Gianluca Trifirò, Ordinario Farmacologia, Università degli Studi di Verona – “Motivo per cui è stato redatto un Expert Opinion che evidenzia come le Vam rappresentano un contesto eterogeneo di molecole che richiede una maggiore definizione e classificazione dei potenziali benefici. E che spiega come sia necessario riuscire a garantire prove sostenibili e fit for purpose per l’accesso al mercato, anche attraverso schemi di valutazione dedicati”.

Ed è così che sono stati identificati cinque domini in cui le Vam possono apportare benefici e rispondere a bisogni di cura insoddisfatti:

Si tratta delle caratteristiche che definiscono il valore dell’innovazione incrementale del farmaco, che è ben diverso dal valore dell’innovazione breakthrough

  1. nuove indicazioni per patologie prive di alternative terapeutiche
  2. miglioramento dei risultati clinici, documentato anche da studi Real World
  3. miglioramento della qualità di vita dei pazienti
  4. conseguente riduzione della spesa sanitaria privata sostenuta dai pazienti
  5. riduzione della spesa sanitaria pubblica dovuta a una migliore gestione della patologia

In altri termini si tratta delle caratteristiche che definiscono il valore dell’innovazione incrementale del farmaco, che è ben diverso dal valore dell’innovazione breakthrough.

Il nodo della raccolta dei Real World Data

Martelli

Se ciò è vero, si apre però un punto critico. Quello della raccolta strutturata di queste evidenze. Così che il valore incrementale possa essere valutato anche in fase di negoziazione dei prezzi. “Oggi sono i pazienti a riferire questi aspetti al proprio medico. Ma manca la possibilità che ciò venga segnalato anche alle autorità regolatorie per un’adeguata valutazione. Ecco perché nasce l’esigenza di avere studi clinici capaci di raccogliere questi dati real word”, ha avvertito Antonietta Martelli, ordinario di Farmacologia, Università degli Studi di Genova.

Claudio Jommi

Sottolinea Claudio Jommi, Professor of Practice di Health Policy, SDA Bocconi School of Management: “In effetti la Real world evidence (Rwe) supporta proprio la proposta di valore. Ma è un tema che presenta due vincoli normativi. Da un lato il riconoscimento degli effetti delle Vam. Il decreto prezzi di oggi dice che un farmaco è valutato in base alla sua efficacia. Ed è facile comprendere che bisogna ampliare il discorso del concetto di valore del farmaco. C’è poi il nodo dei dati e della loro raccolta. Se da un lato essi sono fondamentali per sostenere le Vam, dall’altro è indubbio che sarebbe molto difficile reclutare pazienti ad hoc per uno studio clinico classico per dimostrare il valore di queste molecole. Oltre al fatto che la Rwe scaturisce dalla somministrazione del farmaco nella vita reale, ovvero in condizioni ben diverse da quelle controllate dei trial clinici che già conosciamo”. Così come l’aderenza alla terapia, uno dei punti costituenti il valore incrementale delle Vam, è valutabile meglio quando il farmaco è assunto da pazienti che vivono nel quotidiano. Per non parlare della valutazione del risparmio socio-economico correlato ai mancati accessi al Pronto soccorso derivanti da una migliore compliance del paziente.

“O negoziamo l’accesso al farmaco sulla base di ipotesi e simulazioni, o attiviamo percorsi di raccolta dati real world che permettano di valutare se le promesse di outcome del farmaco sono state raggiunte”

E allora una delle domande di fondo è: quando raccogliere questi dati? Risponde il professore della Bocconi: “O negoziamo l’accesso al farmaco sulla base di ipotesi e simulazioni, o attiviamo percorsi di raccolta dati real world che permettano di valutare se le promesse di outcome del farmaco sono state raggiunte”. A prescindere da quale tra queste due opzioni venga scelta, resta però un’altra criticità da superare. Quella del soggetto deputato alla raccolta dati. Che naturalmente dovrebbe essere la classe medica ma che vedrebbe questa ulteriore incombenza aggiungersi alla propria attività quotidiana, già molto fitta.

Prezzi e rimborsi ad hoc

Massimo Riccaboni

Tra i nodi da sciogliere secondo Massimo Riccaboni, Professor of Economics, Director of AXES research unit, Imt Lucca ed ex componente Cpr di Aifa, ci sono quelli regolatori. “Per alcune Vam le Real world evidence sono aspetti qualificanti” e andrebbero considerati quando si parla di accesso e rimborsabilità. Oltre al fatto che manca una scala per la valutazione della Rwe. Suggerisce Riccaboni: “Ci dovrebbe essere un prezzo temporaneo da rinegoziare dopo la raccolta e la valutazione di questi real world data. Alle Vam andrebbe riconosciuto anche un premio di prezzo. Però questo ragionamento in Italia è riservato ai farmaci che producono un valore terapeutico aggiuntivo”, dimostrato con i trial clinici. Cosa che non può valere per le Vam giacché “questo tipo di valore è valutabile solo attraverso i Rwe”. Insomma il classico caso del cane che si morde la coda. Per uscirne una proposta potrebbe essere “istituire un protocollo specifico per le Vam. Definendo però i casi in cui questi farmaci non vadano equiparati ad altri farmaci già esistenti”.

Repurposing fra criticità e opportunità

Marta Baldrighi

Tra le opportunità di utilizzo delle Vam il repurposing è sicuramente una delle più interessanti. Ma molti ostacoli si frappongono tra la teoria e la pratica. Ha spiegato Marta Baldrighi, Policy and Science Officer di Medicine for Europe: “Non esiste un percorso regolatorio dedicato alle Vam; non ci sono incentivi adeguati a questo tipo di innovazione (incrementale, ndg); non è riconosciuto il premium price nel processo di negoziazione del prezzo di una Vam”.

Resta inoltre da capire come generare i dati che dimostrino che si può usare un vecchio farmaco per nuove indicazioni. Tre le alternative possibili secondo Baldrighi: “Per la riformulazione di un farmaco è fondamentale il know-how del titolare dell’Aic. Infatti è probabile che la richiesta di nuova indicazione arrivi proprio da esso sette-otto anni prima della scadenza del brevetto. Ma è anche possibile che questa richiesta sia formulata da un consorzio. Come quello ‘Remedi4all’”. Sotto la guida dell’European infrastructure for translational medicine (Eatris) 24 soggetti operanti nel campo della ricerca clinica e traslazionale, del patient engagement, nel settore regolatorio, della governance, dell’Hta e del prezzo-rimborso collaborano per agevolare il repurposing delle molecole.

“Terza opzione è la raccolta dati fatta dalle associazioni di pazienti. Come accade con il progetto “Stamp” della Commissione europea gestito da enti no profit e accademia. Che però ha un grande limite. I dati raccolti non sono quelli che interessano le agenzie regolatorie. Oltre al fatto che è richiesto uno sforzo proattivo da parte dei ricercatori per contattare il titolare dell’Aic”.

Risulta quindi chiaro che, tra le azioni utili a favorire il repurposing dei farmaci, tre siano prioritarie:

  • stabilire un percorso regolatorio ad hoc
  • riconoscere l’importanza del titolare dell’Aic
  • ottenere un premium price adeguato per le molecole sviluppate in repurposing

E in Italia?

Guido Rasi

Detto questo, quanto sarebbe possibile introdurre un siffatto ragionamento nel nostro Paese? Secondo Guido Rasi, Ordinario Microbiologia all’Università degli Studi “Tor Vergata” e già direttore esecutivo dell’Ema, “il valore aggiunto e l’opportunità di avere interessi condivisi tra paziente, medico e payer è chiara. Così come è etica la possibilità di incentivare le Vam. Bisogna capire quale livello di autority deve essere preposta a valutare il valore aggiunto di questi farmaci. Ciò dipende dal tipo di molecole e dal tipo di estensione/nuova indicazione richiesta. Credo che, specialmente per i farmaci breakthrough, la raccolta dei dati Rwe debba iniziare subito dopo l’immissione in commercio. Occorre che l’Hta e il regolatorio pianifichino in anticipo quale evidenza bisogna mostrare con l’utilizzo dei Rwe”.

Amelia Filippelli

Sull’importanza del tema in ottica di sostenibilità si è anche espressa Amelia Filippelli, componente Comitato Prezzi e Rimborso di Aifa, ribadendo che le problematiche per il rimborso dei farmaci già ben conosciuti nella pratica clinica sono da discutere: “Le innovazioni devono essere disponibili per i pazienti, ma a prezzi accessibili. Per questo, pubblico e privato devono interagire con largo anticipo rispetto al repurposing. Si tratta di un’opzione rispetto a cui Aifa è favorevole, anche per rendere l’accesso al farmaco più sostenibile”.

L’OMS evidenzia l’alto costo dell’inattività fisica nel primo rapporto globale in assoluto

Quasi 500 milioni di persone svilupperanno malattie cardiache, obesità, diabete o altre malattie non trasmissibili (NCD) attribuibili all’inattività fisica, tra il 2020 e il 2030, per un costo di 27 miliardi di dollari all’anno, se i governi non intraprenderanno misure urgenti per incoraggiare una maggiore attività fisica tra le loro popolazioni.

Il Rapporto sullo stato globale dell’attività fisica 2022, pubblicato oggi dall’Organizzazione mondiale della Sanità, misura il modo in cui i governi stanno attuando raccomandazioni per aumentare l’attività fisica a tutte le età.

I dati provenienti da 194 paesi mostrano che, nel complesso, i progressi sono lenti e che i paesi devono accelerare lo sviluppo e l’attuazione di politiche per aumentare i livelli di attività fisica e quindi prevenire le malattie e ridurre il carico sui sistemi sanitari già sopraffatti.

  • Meno del 50% dei paesi ha una politica nazionale sull’attività fisica, di cui meno del 40% è operativa
  • Solo il 30% dei paesi ha linee guida nazionali sull’attività fisica per tutte le fasce d’età
  • Mentre quasi tutti i paesi segnalano un sistema per il monitoraggio dell’attività fisica negli adulti, il 75% dei paesi monitora l’attività fisica tra gli adolescenti e meno del 30% monitora l’attività fisica nei bambini di età inferiore a 5 anni
  • Nelle aree politiche che potrebbero incoraggiare il trasporto attivo e sostenibile, solo poco più del 40% dei paesi dispone di standard di progettazione stradale che rendono più sicuri gli spostamenti a piedi e in bicicletta.

“Abbiamo bisogno che più paesi aumentino l’attuazione delle politiche per aiutare le persone a essere più attive con passeggiate, ciclismo, sport e altre attività fisiche. I benefici sono enormi, non solo per la salute fisica e mentale degli individui, ma anche per le società, l’ambiente e l’economia”, ha affermato il dott. Tedros Adhanom Ghebreyesus, Direttore generale dell’OMS. “Ci auguriamo che paesi e partner utilizzino questo rapporto per costruire società più attive, più sane e più giuste per tutti”.

L’onere economico dell’inattività fisica è significativo e il costo del trattamento di nuovi casi di malattie non trasmissibili (NCD) prevenibili raggiungerà quasi 300 miliardi di dollari entro il 2030, circa 27 miliardi di dollari all’anno.

Sebbene le politiche nazionali per affrontare le malattie non trasmissibili e l’inattività fisica siano aumentate negli ultimi anni, attualmente il 28% delle politiche risulta non essere finanziato o attuato.

Considerato un “best buy” per motivare le popolazioni a combattere le malattie non trasmissibili, il rapporto ha mostrato che solo poco più del 50% dei paesi ha condotto una campagna di comunicazione nazionale o organizzato eventi di attività fisica a partecipazione di massa negli ultimi due anni. La pandemia di COVID-19 non solo ha bloccato queste iniziative, ma ha anche influito sull’attuazione di altre politiche che hanno ampliato le disuguaglianze nell’accesso e nelle opportunità di impegnarsi nell’attività fisica per molte comunità.

Per aiutare i paesi ad aumentare l’attività fisica, il Piano d’azione globale dell’OMS sull’attività fisica 2018-2030 (Global action plan on physical activity 2018-2030, GAPPA) definisce 20 raccomandazioni politiche, comprese le politiche per creare strade più sicure per incoraggiare trasporti più attivi, fornire più programmi e opportunità per l’attività fisica in contesti chiave, come l’infanzia, le scuole, l’assistenza sanitaria di base e il lavoro.

Il rapporto sullo stato globale di oggi valuta i progressi del paese rispetto a tali raccomandazioni e mostra che è necessario fare molto di più. Una scoperta critica nel rapporto sullo stato globale dell’attività fisica è l’esistenza di lacune significative nei dati globali per tenere traccia dei progressi su importanti azioni politiche, come la fornitura di spazi pubblici aperti, la fornitura di infrastrutture per passeggiate a piedi e in bicicletta, la fornitura di sport ed educazione fisica in scuole. La relazione chiede inoltre che vengano affrontate anche le debolezze di alcuni dati esistenti.

“Ci mancano indicatori approvati a livello globale per misurare l’accesso a parchi, piste ciclabili, percorsi pedonali, anche se sappiamo che i dati esistono in alcuni paesi. Di conseguenza, non possiamo segnalare o tracciare la fornitura globale di infrastrutture che faciliteranno l’aumento dell’attività fisica “, ha affermato Fiona Bull, capo dell’Unità di attività fisica dell’OMS. “Può essere un circolo vizioso, nessun indicatore e nessun dato porta a nessuna tracciabilità e responsabilità, e poi troppo spesso, a nessuna politica e nessun investimento. Ciò che viene misurato viene fatto e abbiamo una strada da percorrere per monitorare in modo completo e solido le azioni nazionali sull’attività fisica”.

Il rapporto invita i paesi a dare la priorità all’attività fisica come chiave per migliorare la salute e affrontare le malattie non trasmissibili, integrare l’attività fisica in tutte le politiche pertinenti e sviluppare strumenti, guida e formazione per migliorarne l’attuazione.

“Fa bene alla salute pubblica ed ha senso dal punto di vista economico promuovere una maggiore attività fisica per tutti”, ha affermato il dott. Ruediger Krech, Direttore del Dipartimento della Salute.

L’importanza della promozione, l’OMS: “Dobbiamo facilitare programmi inclusivi per l’attività fisica per tutti e garantire che le persone vi abbiano accesso più facilmente. Questo rapporto lancia un chiaro appello a tutti i paesi per un’azione più forte e accelerata da parte di tutte le parti interessate che lavorano meglio insieme per raggiungere l’obiettivo globale di una riduzione del 15% della prevalenza dell’inattività fisica entro il 2030″.

Per approfondire

Il costo dell’inazione sull’inattività fisica per il manoscritto dei sistemi sanitari su Preprints with The Lancet (versione peer-reviewed di prossima pubblicazione su The Lancet Global Health)

Riepilogo esecutivo del rapporto sullo stato globale dell’attività fisica

Pagina del rapporto (online dalle 10 del 19 ottobre 2022)