Tra i principali dossier che il nuovo Ministro della Salute Orazio Schillaci ha trovato sul tavolo c’è senza dubbio la riforma della sanità territoriale, già impostata nel DM 77. Una riforma apprezzabile sotto molti punti di vista ma incompleta e, soprattutto, sottofinanziata, considerando che per essere attuata oltre ai fondi del PNRR necessita di un adeguamento importante del Fondo sanitario nazionale ad oggi non previsto. Una riforma, inoltre, che appare del tutto sganciata dall’organizzazione degli ospedali, e che, dunque, non supera quell’impostazione a silos del Servizio sanitario nazionale che in questi ultimi anni ha mostrato tutti i suoi limiti. Una riforma, quindi, che non sembra essere in grado di risolvere il cronico, ed ormai insostenibile, riversamento sul sistema ospedaliero dei bisogni di salute che la sanità territoriale non riesce a garantire. Insomma, una montagna che rischia di partorire soltanto qualche topolino.
Sebbene – incredibilmente – non se ne parli, a tutti gli addetti ai lavori risulta lampante la “questione ospedaliera”, che deve essere affrontata con almeno pari dignità e importanza di quella territoriale. Anche sulla rete degli ospedali infatti occorre intervenire con urgenza, poiché le logiche del DM 70/2015 che tutt’oggi la governano risultano superate e fallimentari, avendo prodotto, negli anni, razionalizzazioni e ottimizzazioni che altro non sono che tagli tesi a ridurre drasticamente l’offerta sanitaria per i cittadini. Nel 2019 sono stati effettuati 1,36 milioni di ricoveri ordinari in meno rispetto al 2010, un calo non compensato, come si potrebbe immaginare, da un aumento di ricoveri di day hospital e day surgery, poiché anch’essi sono diminuiti di 1,27 milioni. E numeri col segno negativo si riscontrano anche sul territorio, dove le attività di radiologia diagnostica sono diminuite del 30%, l’attività clinica ambulatoriale del 32% e le indagini di laboratorio del 19%. Insomma il dato di cui tutti dovrebbero preoccuparsi è la diminuzione generale delle cure, sul territorio quanto negli ospedali.
Il SSN, per com’è organizzato oggi, non funziona anche a causa di mancate politiche di prevenzione e di mancati piani emergenziali, come dimostrato dalla pandemia Covid. I cittadini iniziano a scegliere di curarsi nel privato, se possono, o di non curarsi: il 54% della popolazione opta oggi per cure out of pocket, mentre secondo l’ISTAT 4 milioni di italiani rinunciano alle cure mediche per motivi economici e circa 2 milioni a causa delle liste di attesa.
Al nuovo Governo si presenta dunque un’occasione imperdibile: rivedere complessivamente l’organizzazione del Servizio sanitario nazionale, partendo dai bisogni del paziente e sostituendo la logica dei silos con una vera filiera della salute.
Nella sanità del futuro che immaginiamo, l’ospedale è il luogo in cui ci si occupa delle acuzie, circondato da strutture di livello territoriale in cui gestire le cronicità, la prevenzione di primo livello, la riabilitazione, l’assistenza domiciliare.
Un ospedale moderno, tecnologicamente avanzato, interconnesso, che superi l’impostazione aziendalistica e la logica degli standard di volumi ed esiti ridotti a mero criterio economicistico di una “produzione” da opificio.
Nella sanità del futuro, la sanità 4.0, immaginiamo che non si ragioni più con una visione aziendalistica che ha prodotto in 10 anni riduzioni importanti di posti letto e di personale, ha precluso ai professionisti ogni forma di carriera, ha incentivato i medici dipendenti ad uscire dal SSN e, alla fine, ha favorito un enorme aumento della spesa pubblica avvenuto anche con la somministrazione di lavoro interinale attraverso l’ingresso di “cooperative” italiane e straniere.
Si tratta di utopie o fantasie irrealizzabili? Ci piace credere di no: l’emergenza Covid-19 ha dimostrato come non ci sia crescita economica senza salute, ma non c’è salute senza un Servizio sanitario pubblico, universalistico, efficiente e organizzato razionalmente.
Una riforma essenziale per il Paese e per la salute di tutta la popolazione. Un grande progetto per il bene comune.
Ci auguriamo dunque che dal nuovo Governo, ed in particolare dal Ministro della Salute, sia accolta al più presto la nostra richiesta di un confronto aperto e collaborativo per potere offrire il nostro contributo.
Il tema della salute mentale non è mai stato così attuale. La pandemia prima, poi la guerra e la crisi economica conseguente, stanno sottoponendo la stragrande maggioranza dei cittadini italiani ad una pressione psicologica che va inevitabilmente ad aggiungersi a quella legata alle vicissitudini personali e private di ognuno. Ecco perché lo Stato ha pensato di istituire un contributo da dedicare al capitolo della salute mentale che ha avuto parecchio successo. Fin troppo. Tanto che le domande per il cosiddetto “bonus psicologo” sono molte di più di quelle che i 25 milioni di euro stanziati dal governo saranno in grado di soddisfare.
I termini per fare richiesta sono scaduti il 24 ottobre e il contributo per sostenere le spese relative alle sessioni di psicoterapia è stato già stato compilato e spedito dal sito dell’Inps da oltre 330 mila persone. Di queste, il 60% è under 35 e il 16% è un genitore che ha fatto domanda per un figlio o una figlia minorenne.
Le graduatorie saranno pubblicate il 7 dicembre e già dal giorno successivo si potranno prenotare le sedute. Solo 42 mila domande però potranno effettivamente essere accolte e ricevere così un contributo che va dai 600 ai 200 euro, a seconda della fascia Isee. A parità di condizioni reddituali conterà la data in cui è pervenuta la richiesta del contributo. In caso di accoglimento della domanda, il contributo è riconosciuto per un importo di massimo 50 euro per ogni seduta di psicoterapia, che verrà erogato fino all’esaurimento della somma massima assegnata. Ma meno di una persona su dieci, tra chi ha fatto richiesta, riceverà effettivamente il bonus. Abbiamo commentato questi dati con il dottor David Lazzari, Presidente del Consiglio Nazionale degli Psicologi che ha lanciato un appello: “Il bonus va reso strutturale tramite convenzioni permanenti e l’istituzione della figura dello psicologo di base”.
Il successo inaspettato del bonus: il segno dei tempi che cambiano
Il “contributo per sostenere le spese relative a sessioni di psicoterapia”, alias bonus psicologo, è “una misura volta a sostenere le persone in condizione di ansia, stress, depressione e fragilità psicologica, a causa dell’emergenza pandemica e della conseguente crisi socioeconomica, che siano nella condizione di beneficiare di un percorso psicoterapeutico”. Il contributo è erogato dall’Inps in base alle fasce Isee: un massimo di 600 euro per gli Isee inferiore a 15mila, 400 euro per Isee compresi fra 15 e 30 mila euro e 200 euro per chi ha un Isee che va da 30 mila e 50 mila euro. L’importo riconosciuto deve poi essere utilizzato dal beneficiario entro 180 giorni dall’accoglimento della domanda.
La grandissima adesione però ha posto una questione più profonda, mettendo in dubbio l’assunto di partenza, secondo il quale tutto questo bisogno di cura arrivi dal maggior stress piombato nelle vite delle persone a seguito della recente situazione pandemica o della guerra e della crisi economica e lavorativa ad essa legata. In realtà i dati in possesso del Consiglio Nazionale degli Psicologi raccontano di una situazione già in essere da tempo: “Il bisogno di psicologia e psicoterapia è in crescita da molti anni – conferma il Presidente David Lazzari –, ma certamente la pandemia lo ha aumentato, sia per il crescere delle varie forme di disagio e dei disturbi, sia per un diverso atteggiamento delle persone, c’è meno vergogna e più consapevolezza sull’importanza di affrontare questi problemi”.
Le risorse erogate dal governo per il bonus dedicato alla salute mentale si sono rivelate insufficienti ancora prima di essere erogate dall’Inps, superando quindi di gran lunga le previsioni inizialmente fatte dal Governo, che ha già incrementato il budget passando da 10 a 25 milioni di euro. Uno degli interrogativi emersi è quello relativo alle modalità di aiuto: un bonus una tantum è veramente lo strumento adatto per assicurare un intervento in favore del sostegno economico alla salute mentale di un’utenza così vasta? Un’utenza sempre più giovane, fra l’altro, e alle prese con le sfide famigliari e lavorative. Un’utenza sempre più aperta a dichiarare il proprio bisogno di cura.
Un’evoluzione sociale e culturale ha reso le persone consapevoli che questi aspetti fanno parte del diritto alla salute
“Lo abbiamo visto con le dichiarazioni di tanti campioni dello sport e personaggi pubblici che sono lo specchio di un cambiamento diffuso – ha aggiunto Lazzari -. C’è stata un’evoluzione sociale e culturale che ha reso le persone consapevoli che questi aspetti fanno parte del diritto alla salute e che non sono segno di una debolezza personale ma fanno parte del percorso della vita, delle sfide e delle crisi. Si sta comprendo anche l’importanza della psicologia non solo come cura ma anche come aiuto, risorsa, per gestire meglio i problemi e gli aspetti della vita”.
Perché la psicoterapia non è ancora fra le prestazioni sanitarie dell’SNN?
Perché la psicoterapia e i trattamenti psicologici in generale non rientrano ancora nelle prestazioni garantite dal servizio sanitario nazionale? È un’altra delle domande che sembra aver aperto il bonus psicologo. Al momento lo Stato prende in carico tramite SSN le malattie psichiatriche attraverso i Centri Psico-Sociali (CPS) che si occupano della prevenzione, della cura e della riabilitazione dei disturbi mentali.
La schizofrenia, i disturbi di personalità borderline, le psicosi e la depressione maggiore sono quindi trattate quando si manifestano perché sono patologie che impattano in maniera importante sulla vita dei pazienti e hanno spesso la necessità di una terapia farmacologica.
La salute mentale è un campo più ampio che non comprende solo ed esclusivamente le patologie psichiatriche
Ma la salute mentale è un campo più ampio che non comprende solo ed esclusivamente le patologie psichiatriche. Ci sono anche l’ansia e gli attacchi di panico, i problemi relazionali e sessuali, lo stress e il burnout, le difficoltà scolastiche, il problema del bullismo, le questioni dell’adolescenza e le difficoltà nel rapporto fra genitori e figli. Tutte queste questioni, non certo banali nella vita delle persone, ad oggi restano appannaggio delle terapie psicologiche e psicoterapiche eseguite e pagate privatamente dagli utenti. Quelli che se le possono permettere economicamente, visto che spesso queste terapie durano anni, ad un costo che statisticamente va dai 50 ai 150 euro a seduta. A giudicare dalle domande pervenute per il bonus psicologo, sono moltissime le persone che vorrebbero ricevere finanziariamente una mano dallo Stato per poter continuare a permettersele o per decidere di iniziarle per la prima volta.
Una novità importante in questo senso sembra proprio quella rappresentata dalle nuove Linee di Indirizzo per la funzione della Psicologia nel Ssn, redatte dal Ministero della Salute e approdate ora sul tavolo della Conferenza Unificata con l’obiettivo di far diventare le attività psicologiche un servizio sanitario pubblico alla portata di tutti. Il documento per ora definisce quali criteri quantitativi e qualitativi dovrebbero essere tenuti in considerazione per selezionare le strutture psicologiche che operano a livello territoriale e ospedaliero. È in corso di valutazione la possibilità di organizzare l’attività degli psicologi del Ssn, dipendenti e convenzionati, in un’unica funzione aziendale.
L’appello di Lazzari: “Serve lo psicologo di base”
“Il SSN ha una rete capillare di servizi di salute mentale che trattano problemi psichiatrici ma non ha una rete per la prevenzione, la promozione e l’ascolto psicologico – ha detto Lazzari -. Siamo rimasti indietro rispetto a questa esigenza in modo drammatico, tra l’organizzazione dei servizi e le richieste/bisogni dei cittadini c’è un divario crescente che è sotto gli occhi di tutti. Il bonus, nello specifico, è una novità positiva che va resa strutturale attraverso una convenzione con i liberi professionisti e con l’introduzione della figura dello psicologo di base”.
Il 60% delle domande è arrivato da under 35: c’è una maggiore sofferenza in questa fascia d’età
Questa esigenza è ancora più impellente, secondo il Presidente del Consiglio Nazionale degli Psicologi, se partiamo dall’assunto che le domande arrivate da giovani e giovanissimi (il 60% arrivano da under 35) hanno numeri importanti: “Che c’è una maggiore sofferenza in queste fasce d’età – ha concluso Lazzari -, e questo è un problema perché i problemi non risolti in queste età si ripercuotono sullo sviluppo futuro e lo condizionano. Non garantire ai ragazzi un ascolto e un aiuto alla crescita psicologica nella scuola o la possibilità di un aiuto psicologico o psicoterapico nei servizi consultoriali è un grave danno non solo per le persone ma per tutta la società. Il bonus è una prima e importante risposta ma come si vede dai numeri c’è un divario importante tra le richieste e le possibili risposte. C’è una lunghissima fila in attesa di una risposta”.
Il nuovo Regolamento europeo di HTA segna una svolta. Ora però serve che l’Italia e gli altri Paesi dell’Unione recepiscano la novità, operativa dal 2025. Alle innovazioni attese hanno dedicato la discussione i relatori della sessione plenaria, questa mattina, nella seconda giornata del XV Congresso Nazionale della Società Italiana di Health Technology Assessment.
Gli interventi sono stati moderati da Francesco Saverio Mennini, presidente della Sihta, Americo Cicchetti, direttore dell’Alta scuola di economia e management dei sistemi sanitari (Altem) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, e Anna Ponzianelli, Institutional Affairs Head di Novartis Farma.
L’analisi dello scenario è stata condotta dagli esperti invitati, a cominciare da Annalisa Capuano, docente ordinario di farmacologiadell’Università degli Studi della Campania, che sottolinea come la collaborazione di diversi settori disciplinari e del mondo accademico potrà dare un contributo alla valutazione del farmaco. “Alla luce del progresso e dell’innovazione in ambito farmacologico – ricorda -, digitale e regolatorio avuto negli ultimi anni, soprattutto sotto la spinta dell’emergenza sanitaria, vi è ancora tanto lavoro da svolgere nell’applicazione delle procedure di Health Technology Assessment al fine di allineare le risorse necessarie per fornire una specifica e nuova tecnologia sanitaria e il bisogno di salute dei pazienti raggiungibile mediante tale tecnologia. Ogni Stato membro, tra cui l’Italia, deve mettersi al passo con tali cambiamenti, al fine di poter cooperare con il sistema Europa. Per una valida collaborazione e al fine di usare in modo efficace i vantaggi offerti dall’Health Technology Assessment, sia a livello europeo che nazionale, occorre investire nelle competenze, che devono essere specifiche e trasversali. Il mondo del farmaco non è composto più solamente dagli esperti del settore sanitario, ma anche di altri settori, considerando che le valutazioni di HTA tengono conto di tutti gli aspetti del farmaco, da quelli scientifici a quelli economici/finanziari, organizzativi, etici, giuridici e sociali. In generale, il mondo accademico può sicuramente fornire un grosso aiuto, soprattutto per quanto riguarda le informazioni, i dati, le analisi e altre evidenze necessarie per la valutazione clinica congiunta delle tecnologie sanitarie”.
Per definire il valore dei farmaci non si parte da zero, ribadisce Giovanna Scroccaro, direttore del servizio Farmaceutico, protesica, dispositivi medici della Regione Veneto. Il nuovo Regolamento però porterà delle novità nella definizione del valore terapeutico aggiunto, grazie alla richiesta ad ogni Stato membro di un giudizio per definire lo standard of care e quali sono gli outcome dichiarati rilevanti in maniera congiunta. “Dal 1° gennaio 2025 – ricorda – diventa operativo il nuovo regolamento europeo sull’HTA e verranno messi a disposizione degli Stati membri le prime valutazioni cliniche congiunte sui farmaci antitumorali e le terapie avanzate. L’Europa riconosce quindi l’importanza dell’HTA e si pone come obiettivo quello di formulare valutazioni condivise, evitando differenze e duplicazioni. E’ necessario peraltro precisare che queste valutazioni si focalizzeranno sugli effetti delle tecnologie, sugli esiti di salute, in relazione ai parametri selezionati, e sul grado di certezza degli effetti in considerazione dei punti di forza e dei limiti delle evidenze disponibili, ma non conterranno giudizi di valore aggiunto rispetto alle cure già disponibili, né elementi di valorizzazione economica. Rimangono in capo ai singoli Stati membri la definizione del place in therapy, le decisioni sulla rimborsabilità e la definizione dei prezzi dei farmaci. Gli Stati membri – evidenzia – devono tenere conto, nelle proprie valutazioni, di quanto riportato nelle valutazioni cliniche congiunte. Rimane quindi in capo ad Aifa il compito di coniugare l’accesso e la sostenibilità, anche tramite un approfondito confronto tra i benefici e i costi delle nuove e vecchie terapie”.
“Il nuovo regolamento HTA offre opportunità per rendere più forte e solido il nostro Servizio Sanitario Nazionale. L’obiettivo con cui è nato è migliorare l’accesso ai farmaci. Ma armonizzare le procedure a livello europeo non sarà facile”. Questo è il punto dolente riportato all’attenzione da Paolo Daniele Siviero, capo Area Attività Regolatorie Direzione Tecnico Scientifica di Farmindustria. “Sembra – osserva – mancare nelle linee guida europee l’armonizzazione. Invece di mettere a fattor comune le esperienze è prevalsa l’idea di evitare il conflitto. Così però si sposta semplicemente il problema, perché il ruolo delle agenzie nazionali è quello di garantire ora e nel futuro l’accesso rapido e uniforme ai farmaci e vaccini per tutti i cittadini”.
Per Teresa Petrangolini, direttrice del Patient Advocacy Lab dell’ALTEMS preso l’Università̀ Cattolica del Sacro Cuore, la spinta a usare l’HTA grazie al nuovo Regolamento è di per sé un valore. “È positivo – dice – che non si tratti solo di farmaci ma anche di dispositivi, fondamentali per alcune terapie”. Ciò che Petrangolini pone come criticità è il mancato coinvolgimento dei pazienti, ampiamente prevista dalle linee guida di HTAi in tutti le fasi di valutazione. “Siamo in marcia. Ci sono elementi da chiarire e migliorare. Il ministero della salute ha varato un atto di indirizzo sulla partecipazione che va usato anche da Aifa. È importante mettere in mezzo i cittadini”.
Inseriti nel contesto a pieno titolo, sono i farmacisti ospedalieri. “Sempre di più la figura del farmacista – afferma Arturo Cavaliere, presidente della Sifo, Società italiana dei farmacisti ospedalieri – è a forte integrazione multidisciplinare e l’Hta rappresenta l’emblema dell’integrazione fra i professionisti. Nel mondo sanitario le nuove tecnologie in particolare i dispositivi medici sono ad alto impatto tecnologico ed economico e necessitano pertanto di valutazioni multidimensionali al fine di garantire l’efficacia e la sicurezza e la sostenibilità dei costi”.
Compensi più alti per chi lavora nei pronto soccorso e possibilità per le Aziende sanitarie e ospedaliere di reclutare nelle aree di emergenza-urgenza anche medici non specialisti per far fronte alla drammatica carenza di organico. Sono alcune delle proposte della Federazione Italiana Aziende Sanitarie e Ospedaliere (Fiaso) per far fronte alle criticità relative alla situazione attuale dell’emergenza-urgenza, emerse nel corso dell’evento Emergenza-urgenza, criticità attuali e soluzioni a breve e medio-lungo termine che si è tenuto oggi all’Ospedale Cardarelli di Napoli e che è stato organizzato da Fiaso Campania.
Durante l’incontro si è discusso dei principali problemi del settore, come la carenza di personale – mancano all’appello circa 4mila medici – il ricorso inappropriato al pronto soccorso e la necessità di un filtro più efficace sul territorio, la carenza di posti letto negli ospedali, oltre a un sistema del 118 organizzato in maniera non omogenea su tutto il territorio nazionale.
“Ci troviamo di fronte a una situazione di grave emergenza: sempre più concorsi banditi dalle Aziende sanitarie e ospedaliere vanno deserti, com’è accaduto pochi mesi fa proprio al pronto soccorso dell’ospedale Cardarelli che oggi ci ospita. Inoltre, come emerge da una recente rilevazione della Simeu, nel 2022 circa 600 medici di emergenza-urgenza hanno scelto di dimettersi dai pronto soccorso. Le cause sono da ricercare negli estenuanti carichi di lavoro e nelle retribuzioni ancora insufficienti per i professionisti che lavorano in prima linea, che non fanno altro che incentivare la fuga dal pubblico al privato, accentuando ancor di più il problema della carenza di organico e mandando in crisi soprattutto gli ospedali situati nelle aree marginali o periferiche – dichiara Giovanni Migliore, Presidente di Fiaso -. Per superare queste criticità occorre una legislazione di emergenza: un provvedimento straordinario, che resti in vigore per 24-36 mesi, che consenta di assumere nei pronto soccorso sia i laureati in Medicina e Chirurgia abilitati all’esercizio della professione, sia gli specializzandi in regime di libera professione, durante il loro percorso formativo”.
“Accogliamo con grande favore la proposta di legge approvata lo scorso 20 ottobre dal Consiglio regionale della Calabria, che prevede misure straordinarie per superare la carenza di personale e per ridurre le esternalizzazioni al pronto soccorso, e ne auspichiamo l’adozione anche da parte delle altre regioni – prosegue Migliore -. Le misure introdotte – come la retribuzione accessoria per i medici che effettuano turni aggiuntivi nelle unità operative di pronto soccorso e di anestesia e l’apertura ai medici in formazione specialistica assunti dalle Aziende – avranno senz’altro una ricaduta positiva su tutto il sistema: si ridurranno gli estenuanti carichi di lavoro dei professionisti, a vantaggio della qualità del servizio, con una riduzione dei tempi di attesa, il miglioramento del rapporto con i cittadini e il contenimento della fuga dei professionisti dal pubblico al privato”.
“La giornata di oggi è stata estremamente importante perché ha rappresentato un momento di confronto tra operatori della sanità che a vario titolo sono chiamati a dirigere, gestire e monitorare le attività di emergenza-urgenza in Italia – ha dichiarato poi Antonio D’Amore, Direttore generale dell’Aou Cardarelli di Napoli e Vicepresidente di Fiaso -. Ci troviamo di fronte a problematiche simili che accomunano territori diversi e sistemi sanitari differenti. È questo un indicatore importante che evidenzia la necessità di innovare i modelli di assistenza, ripensandoli anche destinandovi maggiori risorse”.
“La situazione attuale dell’emergenza-urgenza richiede provvedimenti strutturali a lungo termine che sono indispensabili per rendere efficaci anche misure di emergenza a breve termine – conclude Fabio De Iaco, Presidente di Simeu -. Il futuro del sistema di emergenza-urgenza, nell’ambito di un Ssn rinnovato, richiede una visione concreta e adesa alla realtà vissuta quotidianamente dagli operatori e richiede il concorso di tutti i portatori d’interesse liberi da vincoli di appartenenza. È necessario rifondare il sistema in un’ottica di competenza specialistica multiprofessionale sia dal punto di vista clinico che dal punto di vista organizzativo. In assenza di una visione di questo tipo l’emergenza-urgenza e il pronto soccorso in particolare non troveranno le risorse e la forza per risollevarsi e inevitabilmente diminuiranno in qualità e in presenza sul territorio, allontanandoci sempre più dal mandato costituzionale e incrementando le disequità in sanità. Il punto di partenza è la restituzione della dignità a tutto tondo ai professionisti e la ricostruzione dell’attrattività dell’intero SSN”.
All’evento hanno partecipato inoltre: Renato Pizzuti, Direttore generale dell’Ao Moscati di Avellino e Coordinatore Fiaso Campania; Antonio D’Urso, Direttore generale Azienda Usl Toscana Sud-est e Vicepresidente di Fiaso; Marco Bosio, Direttore generale Asst Niguarda di Milano; Chiara Serpieri, Direttore generale Asl Vco e coordinatrice Fiaso Piemonte; Vincenzo De Luca, Presidente Regione Campania; Antonio Postiglione, Direttore generale Salute Regione Campania; Enrico Coscioni, Presidente di Agenas e Lorena Martini, Agenas.
Al 30 settembre 2022, l’offerta Consip di contratti “pronti all’uso” per l’acquisto, da parte delle PA, di apparecchiature elettromedicali e dispositivi medici è pari a circa 1 mld/€, ovvero il 7% dello “scaffale di offerta” complessivo (14,1mld/€).
L’offerta – disponibile sul Portale www.acquistinretepa.it – si articola in due categorie:
Apparecchiature sanitarie: oltre 860 quelle attualmente disponibili fra angiografi fissi, ecotomografi, mammografi con tomosintesi, tomografi a risonanza magnetica (RM), computerizzati (TC) e tomografi PET – per un valore complessivo di 225 mln/€ – a cui si aggiunge il contratto per i trattamenti di dialisi (noleggio apparecchiature e materiali di consumo) per ulteriori 494 mln/€;
Dispositivi medici: comprendono dispositivi impiantabili attivi per funzionalità cardiaca e resincronizzazione cardiaca, presidi per l’autocontrollo della glicemia, stent coronaricie vascolari, suture chirurgiche, valvole cardiache, per un valore dei contratti disponibili pari a 279mln/€.
Attraverso tali contratti, nei primi nove mesi del 2022 le PA hanno acquisito apparecchiature e dispositivi per un valore circa di 439 mln/€, uguagliando il valore dell’intero 2021.
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Per quanto concerne le apparecchiature sanitarie, Consip ha messo a disposizione un’offerta specifica per gli acquisti finanziati tramite i fondi del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), nell’ambito della Missione 6 (Salute) – componente 2 “Innovazione, ricerca e digitalizzazione del Servizio Sanitario Nazionale” – “Investimento 1.1 – “Ammodernamento del parco tecnologico e digitale ospedaliero”, a seguito di gare che sono state condotte sulla base dei fabbisogni rilevati dal Ministero della Salute.
Oltre l’80% delle apparecchiature sanitarie attualmente disponibili nell’offerta Consippossono essere acquisite attraverso i fondi del PNRR. Un’offerta destinata ad ampliarsi ulteriormente dagli ultimi mesi del 2022 per la conclusione delle nuove gare in corso, che metteranno a disposizione ulteriori 1.750 apparecchiature (tra cui acceleratori lineari, telecomandati e polifunzionali, gamma camere e gamma camere CT, Tomografi PET, Ortopantomografi e MOC).
Per i dettagli su beni e servizi disponibili, Consip mette a disposizione una “mappa dell’offerta”
La situazione dei medicinali che scarseggiano diventa sempre più insostenibile. Al nuovo Governo – insieme agli auguri di buon lavoro in un momento così delicato per il Paese – le sigle della Distribuzione Intermedia Farmaceutica (ADF e Federfarma Servizi) chiedono l’avvio di un confronto urgente, costruttivo e realmente efficace con tutti gli attori del sistema sul problema carenze e non solo, al fine di individuare in una visione d’insieme le soluzioni più adeguate ad assicurare una sanità realmente focalizzata sui bisogni di salute della popolazione.
La Distribuzione Intermedia denuncia l’aggravarsi di criticità più volte rilevate e, oltre ai “classici” mancanti, registra rotture di stock su un gran numero di prodotti, con evidenti ricadute sulla disponibilità ai cittadini di medicinali, anche importanti come antiasmatici, antipertensivi, neurolettici e antiepilettici.
Si stanno abbattendo sull’intero settore farmaceutico gli effetti combinati dellacrisi pandemica (che accresce la richiesta di alcuni prodotti), e di quella economica (inflazione, aumenti dei costi per energia e trasporti, scarsità di materie prime) che, incidendo anche a livello produttivo, provocano conseguenze a cascata nella filiera con ritardi nelle consegne dei medicinali ai magazzini dei Distributori intermedi che si ripercuotono infine sulle farmacie e sui cittadini con forti rallentamenti nelle consegne. Ordini che prima arrivavano in 5 giorni ai siti logistici dei distributori, attualmente restano inevasi fino a 3 o 4 settimane causando, di conseguenza, il problema di medicinali introvabili per i cittadini che si recano in farmacia, dove si segnalano mancanze in aumento.
La Distribuzione del farmaco, asset fondamentale per il Paese
Contiamo sull’attenzione che i nuovi Decisori politici vorranno riservare alla sanità e anche ai Distributori Intermedi full-line, la cui attività è centrale nel sistema sanitario nazionale e regionale e rappresenta un asset importante delle risorse imprenditoriali ed occupazionali del Paese. Le aziende distributrici garantiscono il rispetto dei massimi livelli di qualità nelle infrastrutture, nei processi (compresa tracciabilità e rintracciabilità) e nella formazione del personale e assicurano la gestione dei prodotti sia nei locali automatizzati e climatizzati, sia durante il trasporto capillare, tempestivo e pluri-giornaliero alle farmacie e parafarmacie dislocate sul territorio, anche nelle aree più lontane e disagiate da raggiungere.
Gli auguri e l’appello al nuovo Governo
“Tutta la filiera farmaceutica è in allarme: purtroppo stiamo assistendo al verificarsi di quanto già da tempo abbiamo segnalato all’attenzione dell’opinione pubblica e delle Istituzioni,” dichiarano Walter Farris, Presidente ADF, l’Associazione dei Distributori Farmaceutici aderente a Confcommercio-Imprese per l’Italia e Antonello Mirone, Presidente di Federfarma Servizi. “Più volte abbiamo lanciato l’allarme chiedendo – anche insieme alle altre sigle del comparto – misure per sostenere il settore, comprese le imprese della Distribuzione intermedia, anello centrale della filiera, già gravate da una insufficiente marginalità, impostaci dalla normativa con un taglio incongruo che ha reso la remunerazione insufficiente a coprire i costi del servizio per distribuire i farmaci SSN. Senza interventi urgenti di natura congiunturale, ma soprattutto strutturale e di sistema, c’è il serio rischio di penalizzare un servizio d’eccellenza, finora sempre assicurato anche durante la prima pandemia. Continueremo a monitorare il problema carenti, anche attraverso un apposito sondaggio tra le aziende Associate, e intanto chiediamo la massima attenzione alle Istituzioni affinché vogliano considerare prioritari i temi del farmaceutico e della Distribuzione Intermedia nella definizione degli obiettivi programmatici del nuovo Governo”.
L’informazione sulla salute si può considerare accessibile? L’abbiamo chiesto a Paolo Robutti, presidente dell’associazione Abilitando, che ha l’obiettivo di concorrere a facilitare la vita quotidiana delle persone disabili, arrivando a colmare, anche grazie alla tecnologia, gap fisici e cognitivi. La risposta è nì, con una serie di spunti pratici per migliorare la situazione, online e offline: si va dai sottotitoli semplificati all’impostazione dei materiali cartacei e delle slide, fino all’uso – non poi così scontato – di piattaforme accessibili per i webinar.
La pandemia ha mostrato chiaramente i bisogni: servono lemigliori evidenze scientifiche disponibili per allocare in modo appropriato le risorse e raggiungere i risultati a beneficio di tutti. Non è più sufficiente basare le decisioni sul costo. Va imboccata una strada comune, orientata all’individuazione del valore in cui HTA non è solo strumento ma anche mappa.
Ad aprire i lavori, il presidente della Società, Francesco Saverio Mennini, e il presidente dell’ordine dei medici di Roma, Antonio Magi, che ricordano come oggi, più che mai, “non possiamo fare a meno dell’evidenza della scienza al servizio delle decisioni politiche in ambito sanitario”. Sempre in apertura, Giandomenico Nollo, vicepresidente vicario della Sihta, esprime un augurio al nuovo governo: “perché – dice – se la tecnologia è potere, la tecnologia ha bisogno di politica”.
La prima sessione plenaria ha avuto come focus la messa in pratica dei percorsi dell’HTA per determinare il valore. Diversi i pareri degli attori in campo, moderati dal presidente Mennini, da Carlo Favaretti, presidente onorario, introdotti da Americo Cicchetti, coordinatore dell’Health Policy Forum della Sihta, che ha lanciato la provocazione: l’HTA è in pericolo? “Credo – afferma Cicchetti – ancora che l’HTA sia un diritto umano, il modo per avere un buon governo. Ma siamo certi – chiede – che i pazienti e i cittadini elettori sappiano di cosa stiamo parlando? È’ importante confrontarci per approfondire e comunicare meglio il valore che è dietro l’HTA”. Per il docente dell’Università Cattolica, “la politica con la p minuscola segue la legge del più forte. L’HTA è l’argine. Servono però due condizioni: il tempo e la cultura di sfondo”. Il rischio paventato è che in futuro la politica trovi più comodo e rapido informare le proprie scelte, ascoltando direttamente gli esperti, e che i pazienti siano tentati di non cercare più la mediazione. Ciò “non sta accadendo solo in Italia – afferma – ma forse qui abbiamo un background più debole. L’HTA è in pericolo. Abbiamo bisogno di riformarla e di una politica che sa confidare nello strumento dell’HTA”.
“Non vedo incoerenze fra l’attuale modello normativo e un sistema in cui il Ministero si occupa della parte di indirizzo ed effettua il monitoraggio dei risultati, lasciando ad altri soggetti, come ad es. gli enti vigilati, autonomia nella fase operativa”, risponde Achille Iachino, direttore generale dei dispositivi medici e del servizio farmaceutico del ministero della Salute. “E’ questa la direzione verso cui stiamo andando. Si tratta di un percorso appena iniziato, che necessita della collaborazione di tutti i soggetti coinvolti e che, come tutte le attività complesse, richiederà interventi correttivi e limature in corso d’opera. L’HTA serve per dare informazioni di elevato livello qualitativo, per orientare al meglio la fase di decisione che, anche a livello politico, è orientata nei fini verso la tutela della salute pubblica, e non è indifferente alle risorse date. L’HTA è indispensabile, ma sta a noi fare buona HTA ed elaborare buone informazioni. Se la tecnologia diventa più veloce della valutazione, allora, o fermiamo la tecnologia (cosa che ovviamente escludo), o diventiamo più veloci nella valutazione. Se daremo buone informazioni, avremo delle buone decisioni ma dipende sempre se sapremo fare buona HTA”.
L’HTA ha un valore sull’impatto della qualità della vita, secondo Marcello Cattani, presidente di Farmindustria. “È arrivato il momento – commenta – di dire addio alla sanità per silos basata su criteri economicisti. Per cambiare approccio e considerare la salute un investimento – il bene primario da tutelare – e non semplicemente un costo, l’HTA è uno strumento fondamentale, che permette un più rapido accesso ai cittadini alle innovazioni e un iter burocratico semplificato per le aziende farmaceutiche. Il nuovo Regolamento europeo può essere una opportunità ma servirà un dialogo costruttivo tra istituzioni e industria per evitare rigidità e burocrazia e accelerare l’accesso alle cure. Un cambio di passo necessario anche per il nostro Paese che – insieme al cambiamento della governance, alla completa attuazione del Regolamento europeo sugli studi clinici e a un contesto attrattivo per gli investimenti, che speriamo sia promosso dalla prossima legge di bilancio – potrebbe essere decisivo per giocare un ruolo di primo piano nella competizione internazionale”.
Anche dal punto di vista dei cittadini, l’HTA è fondamentale per la tutela del bene salute. “Nell’ambito delle politiche sanitarie pubbliche – dichiara Anna Lisa Mandorino, segretaria generale di Cittadinanzattiva -, l’innovazione rappresenta una sfida per l’intera comunità e per il benessere e il miglioramento della qualità della vita di cittadini e pazienti. Allo stesso tempo, l’esperienza della pandemia ci ha mostrato quanto la partecipazione delle organizzazioni civiche possa essere determinante nella tutela del bene salute. La sostenibilità complessiva dell’assistenza sanitaria e la responsabilità di assicurare servizi efficaci, efficienti, equi e rispettosi dei bisogni dei cittadini impone che le valutazioni delle nuove tecnologie sanitarie siano frutto di un processo partecipato. Per tali ragioni, Cittadinanzattiva – come movimento di partecipazione civica e tutela dei diritti dei cittadini in Italia e in Europa – considera determinante il coinvolgimento dei cittadini nell’Health Tecnology Assessment”.
Per Pierluigi Russo, dirigente ufficio Registri di monitoraggio dell’Aifa, le metodologie dell’HTA non sono in pericolo “ma – suggerisce – dobbiamo integrarle maggiormente nei processi. Dobbiamo dare un nome ai processi in cui si possono usare le metodologie. Vorrei che l’HTA non fosse più un titolo ma fosse collegata alle decisioni. L’Aifa deve fare su questo ambito ulteriori passaggi. Anche se c’è stata una evoluzione importante. Il precedente ministro ci aveva dato un indirizzo chiaro: valorizzare i farmaci innovativi. Ci siamo chiesti se lo facessimo e se il risultato si muoveva in questa direzione e ci siamo resi conto che c’erano degli spazi di lavoro. C’è da lavorare, bisogna inserire l’HTA nei percorsi decisionali, questo è un punto strategico”.
In conclusione, per il presidente Mennini, il “buon governo collegato all’HTA significa pianificare e programmare. Di contro, il cattivo governo è l’assenza di pianificazione e programmazione. La pianificazione basata sulla logica dell’HTA richiede però informazioni e dati robusti oltre a ruoli definiti e chiari.”. Per il presidente della Sihta, “per definire il valore di una tecnologia o intervento sanitario, va condivisa una metodologia scientifica e rigorosa quale l’HTA”. L’HTA è in pericolo? “Se riusciamo a sviluppare una cultura di fondo, no. Altrimenti il rischio non è per l’HTA ma per il Nostro SSN e sistema di welfare nel suo complesso”.
Creare un ospedale diffuso sul territorio nazionale per fare in modo che l’eccellenza arrivi direttamente al letto del paziente. E’ questo l’obiettivo della RAMS, la Rete Apparato Muscolo Scheletrico, presentata nel corso del XXIV Congresso nazionale della Società italiana di ortopedia e traumatologia pediatrica (Sitop), che si è concluso a Roma. “Si tratta di un progetto nato nel 2019, su preciso input del ministero della Salute, per coordinare le attività dei principali Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico, eccellenze sul territorio nazionale nell’ambito delle patologie muscolo scheletriche. L’intento è quello di promuovere la traslazione dei risultati della ricerca scientifica e dell’innovazione tecnologica, dal laboratorio al letto del paziente, accelerando il processo di innovazione e applicazione dei più alti standard di cura a favore di tutti i pazienti”, spiega Giovanni Trisolino, ortopedico dell’Istituto Rizzoli di Bologna e coordinatore del progetto T-RAMS sullo studio dei trattamenti innovativi nella cura delle malattie dell’apparato muscolo-scheletrico, il primo progetto della rete finanziato dal ministero della Salute.
Ad oggi la RAMS è composta da 7 Istituti, oltre al Rizzoli che ne ha la direzione scientifica, ci sono l’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma; l’Istituto Galeazzi di Milano; l’Istituto Humanitas di Milano, il Policlinico San Matteo di Pavia, l’Istituto Gaslini di Genova e l’Istituto Regina Elena- San Gallicano di Roma.
“Fare rete è fondamentale – continua Trisolino – perché come ci ha dimostrato l’esperienza del Covid, le grandi sfide per combattere le malattie più complesse da eradicare si devono affrontare insieme. Le patologie rare, come quelle di cui ci occupiamo noi, non si sconfiggono da sole ma serve un’attività di coordinamento. E’ necessario prevedere la creazione di un’infrastruttura di collegamento tra gli istituti della rete in modo da creare uno scambio non solo di conoscenze ma anche fisico: di risorse umane, laboratori, tecnologia. E poi una diffusione di questa conoscenza anche negli ospedali più piccoli. Tutto ciò con l’obiettivo di far sì che il paziente possa essere seguito con alti standard su tutto il territorio nazionale e correttamente indirizzato ai centri di riferimento per patologie particolari”.
Tra le prime attività portate avanti dalla RAMS e presentate al Congresso Sitop c’è quella di “incrementare la digitalizzazione dei processi di diagnosi e cura dei pazienti con disordini muscolo-scheletrici in età infantili attraverso la creazione di piattaforme digitali che consentano uno scambio di dati in maniera sicura e protetta- spiega ancora Trisolino- In conseguenza del Covid abbiamo visto un incremento sproporzionato nell’utilizzo di tecnologie digitali come mail o Whatsapp per comunicare tra colleghi e creare riunioni collegiali, ma oggi- dice l’ortopedico- esistono una serie di infrastrutture che possono proteggere meglio lo scambio di dati e opinioni e dunque l’incremento di queste tecnologie è uno dei primi passaggi che stiamo cercando di portare avanti con l’attività di rete”.
Non solo. La RAMS è al lavoro anche sulla creazione dei gemelli digitali muscolo scheletrici dinamici. “L’utilizzo dei big data (clinici e strumentali) ci permette di creare delle copie di ciascuno in un una realtà virtuale, i cosiddetti gemelli digitali. Lo scopo che vorremmo raggiungere con la RAMS- continua l’ortopedico- è provare a creare e sviluppare delle copie morfologiche del paziente che in più fondano dati dell’analisi del movimento. Oggi è possibile fondere i dati che vengono dalle tac e dalle risonanze magnetiche con quelli che vengono dai sensori di movimento e creare così delle copie del paziente, fisicamente identiche, in un ambiente virtuale. Questo può aiutare non solo a capire meglio i meccanismi di alcune patologie, ad esempio gli esiti di paralisi cerebrali infantili o i disordini complessi del movimento in età pediatrica, ma anche a promuovere dei processi di cura più personalizzati”.
– Rete e tecnologia sono le parole chiave anche di un altro aspetto su cui sta lavorando la RAMS: la pianificazione e la simulazione chirurgica virtuale. “Così come fanno i piloti di aerei che si esercitano e si preparano virtualmente ai voli, anche noi chirurghi dobbiamo sapere cosa andiamo a fare prima di entrare in sala operatoria. Stiamo dunque provando a pianificare tridimensionalmente l’intervento e a simularlo prima di eseguirlo. È un aspetto particolarmente importante quando ci troviamo di fronte a patologie rare perché sono malattie su cui è impossibile fare una routine di trattamento e una curva di apprendimento in quanto, le patologie rare per loro natura pongono di fronte a casi estremamente complessi ma 1 o 2 volte l’anno, quindi è difficilissimo poter fare un apprendimento. Ma attraverso questi nuovi sistemi di simulazione potremo replicare tantissime volte lo stesso intervento sullo stesso paziente prima di procedere in sala operatoria”.
“La cosa più affascinante del lavorare in rete è proprio la possibilità di superare la frammentazione esistente sul territorio. Per quanto nei nostri istituti d’eccellenza confluiscano molti pazienti, a volte per singola patologia ci troviamo ad affrontare solo uno o due casi l’anno. Ecco allora che creare un’infrastruttura che metta in collegamento, sia fisico che virtuale, tutti gli istituti permette di aumentare la massa critica di informazioni di cui abbiamo bisogno per curare meglio il paziente”, conclude Trisolino.
Dopo la presentazione del progetto al Congresso nazionale Sitop, la prima riunione della rete RAMS è in programma a novembre a Bologna e affronterà anche il tema dei trattamenti innovativi nell’ambito della medicina rigenerativa
La Conferenza delle Regioni e delle Province autonome del 24 ottobre ha inviato al Presidente del Consiglio dei Ministri, On. Giorgia Meloni, l’agenda scaricabile qui con le priorità da affrontare insieme al Governo.
Per quanto riguarda la sanità, i punti indicati come priorità sono: