I dati caricati dagli utenti possono aiutare a monitorare l’andamento dell’epidemia influenzale e oggi anche del Covid: è l’obiettivo del progetto InfluWeb. Come? A spiegarlo è Daniela Paolotti, ricercatrice della Fondazione ISI, coordinatrice dell’iniziativa: “Sappiamo che molte persone che si infettano con il nuovo coronavirus hanno sintomi lievi o addirittura nessuno e, per questo motivo, non vanno dal medico. Anche tra quelli che si rivolgono a un medico, non tutti ricevono un test. Ciò può rendere difficile monitorare la circolazione del coronavirus in Italia. Grazie all’aiuto dei nostri volontari provenienti da tutto il Paese possiamo seguire da vicino ciò che sta succedendo”.
Farmaci e dispositivi medici, il nodo del prezzo. Scroccaro: “Attivare un tavolo governativo sui tetti di spesa”
“È necessario attivare un confronto con il nuovo governo sul tema della governance dei farmaci e dei dispositivi medici”. La richiesta arriva da Giovanna Scroccaro, presidente del Comitato prezzi e rimborso (CPR) dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), intervenuta al XLIII Congresso Nazionale della Società Italiana di Farmacia Ospedaliera (SIFO) al panel su ‘Monitoraggio della spesa farmaceutica per farmaci e DM: il prezzo è giusto?’.
In apertura sono intervenuti Claudio Jommi, Professor of Practice in Health Policy presso SDA Bocconi School of Management, a inquadrare il sistema di attribuzione del prezzo dei farmaci, e Andrea Messori, Centro Operativo, Regione Toscana, sul tema dei determinanti dei prezzi dei dispositivi.
“Il modello attuale prevede che ci sia il tetto di spesa dei farmaci e dei dispositivi medici – ha poi affermato Scroccaro – se c’è uno sforamento il ripiano (noto come ‘payback’) in parte è a carico delle aziende, le quali però chiedono a gran voce di eliminare tetti di spesa e payback. Ma se così fosse, tutta la spesa rimarrebbe a carico delle Regioni con evidenti problemi di sostenibilità e quadratura dei bilanci. È una questione che va discussa quanto prima”.
Gli ultimi dati di AIFA mostrano che c’è un “aumento consistente” della spesa farmaceutica e anche se non disponiamo di analoghi rapporti periodici per i dispositivi, sappiamo che anche la spesa per i dispositivi medici aumenta. “Va fatta però una distinzione – ha precisato la presidente del CPR -. I prezzi dei farmaci rimborsati dal Servizio sanitario nazionale sono negoziati dall’Agenzia Italiana del Farmaco, mentre i prezzi dei dispositivi medici non vengono contrattati a livello nazionale, sono prezzi liberamente decisi dal produttore e sono le stazioni appaltanti che possono introdurre procedure di acquisto concorrenziali e abbassare i prezzi”.
“Per quanto riguarda poi la negoziazione dei prezzi dei farmaci in AIFA, essa vede due parti – ha spiegato Scroccaro – da un lato c’è un’azienda farmaceutica che propone un prezzo, dall’altro c’è AIFA che, sulla base di attente valutazioni, avanza a sua volta una proposta: solo se si trova un accordo sul prezzo il farmaco viene rimborsato. Bisogna dire – ha poi sottolineato l’esperta – che le aziende farmaceutiche arrivano alla ‘trattativa‘ con dei prezzi che il CPR considera quasi sempre troppo elevati e solo in fase di negoziazione le aziende accettano, almeno in parte, gli sconti proposti dal CPR. Dobbiamo capire, allora, quali sono le motivazioni che supportano le richieste di prezzo dei farmaci avanzate dall’industria e affinare i metodi per definire il prezzo giusto di un farmaco”.
Le aziende auspicano una nuova governance chiedendo uno stop al payback e alle manovre di tagli di prezzi mentre le Regioni vogliono capire come fare per sostenere le spese crescenti
Le industrie sostengono che i prezzi dei farmaci e dei dispositivi medici sono “giustificati” alla luce della spesa sostenuta per il loro sviluppo, “ma anche del fatto – ha proseguito Scroccaro – che questi farmaci e dispositivi medici, seppure costosi, potranno comunque produrre dei risparmi sul sistema salute”. Dall’altro lato le Regioni registrano una spesa “sempre più crescente” e faticano a rilevare i risparmi paventati dall’industria. Il confronto è dunque “urgente”: le aziende di settore auspicano una nuova governance “chiedendo uno stop al payback e alle manovre di tagli di prezzi – ha aggiunto ancora Scroccaro – mentre le Regioni vogliono maggiore chiarezza per capire come fare per sostenere queste spese crescenti”.
A ragionare sui fattori che determinano il prezzo di farmaci e dispositivi medici anche Adriano Vercellone, membro del Consiglio direttivo SIFO: “La spesa sanitaria aumenta essenzialmente per due fattori fondamentali – ha detto Vercellone, tutor della sessione congressuale – il primo è la cosiddetta ‘transizione epidemiologica’, nel senso che andiamo incontro ad un invecchiamento della popolazione e quindi c’è una transizione verso la cronicità, per cui aumenta l’aspettativa di vita degli italiani, che vivono di più, ma dobbiamo preoccuparci anche del fatto che vivano meglio; il secondo determinante dell’aumento di spesa è legato alla disponibilità di tecnologie nuove, intendendo sia quelle nell’ambito dei dispositivi medici sia dei nuovi farmaci, che sicuramente sono più costose”.
In genere per un farmaco nuovo si parla di un periodo di tempo per lo sviluppo che non è mai quasi inferiore ai 10 anni
Ma un altro determinante che influisce sulla spesa è anche il costo della ricerca: “In genere per un farmaco nuovo si parla di un periodo di tempo per lo sviluppo che non è mai quasi inferiore ai 10 anni – ha fatto sapere Vercellone – con un impegno economico da parte delle ditte che sfiora diversi miliardi di dollari per ogni singola molecola”.
Infine, la spesa per i farmaci e per i dispositivi medici ha un trend in costante aumento. “Il problema, come operatori sanitari, è di essere in grado di avere una spesa connaturata all’obiettivo di salute che vogliamo raggiungere – ha affermato Vercellone – Se noi abbiamo una spesa elevata ma raggiungiamo degli outcome di salute importanti per la popolazione è un discorso, un altro è se a fronte di una spesa elevata non riusciamo neppure ad assicurare qualità negli obiettivi. È importante, allora, che ad una spesa sia sempre e comunque collegato un outcome di salute”.
Nel corso del dibattito, a cui hanno preso parte diversi steakholder, si è discusso quindi dei fattori che determinano i prezzi dei farmaci e dei dispositivi.

Carlo Riccini del Centro Studi Farmindustria, collegato a distanza, ha commentato: “In base ai dati AIFA il nostro Paese è quello con i prezzi più bassi e anche la spesa più bassa rispetto agli altri Paesi europei, pur in presenza di una popolazione più anziana. Bassa anche la crescita della spesa. In Italia non c’è un problema di spesa e di prezzo; se c’è, è che sono troppo compressi sia l’una che l’altro. Lo stesso tema delle carenze ci fa capire che il discorso va gestito in modo diverso, con un approccio basato sul valore e non solo sui prezzi”.
“Quando i prodotti perdono la copertura brevettuale c’è lo stimolo per la stazione appaltante a rinegoziare il prezzo delle forniture e già in passato, ma oggi ancora di più per il continuo ricorso alla gara con unico criterio comparativo del prezzo più basso, che crea tensione rispetto alla definizione del prezzo – ha affermato Massimiliano Rocchi, vicepresidente di Egualia -. Il prezzo è giusto? La risposta è non più, perché oltre al meccanismo che genera sempre più pressione sul prezzo siamo in momento storico e geopolitico estremamente complesso: assistiamo a costanti incrementi dal lato dei fattori di produzione, con il costo delle materie prime triplicato, i trasporti sestuplicati, i semplici costi aerei triplicati, l’energia aumentata del 230% nell’ultimo triennio. Ne derivano inflazione e aumento dei costi dal lato dell’offerta.
Tutti questi fattori concomitanti fanno inevitabilmente dire che non è più possibile avere questa rigidità. La proposta è di andare oltre i modelli attuali e di rendere possibile, in termini ragionevoli, la revisione dei prezzi di aggiudicazione. I contratti che noi sigliamo con le stazioni appaltanti sono storicamente rigidi, ma allo stato attuale questa estrema rigidità crea enormi difficoltà al produttore”.
Annalisa Campomori, direttrice Unità operativa farmacia ospedaliera nord dell’Azienda Provinciale per i Servizi Sanitari di Trento, componente del CPR AIFA, ha posto l’attenzione sulla necessità di distinguere fra farmaci in fascia CNN e in fascia C.
“Per i primi, il cui prezzo non è ancora stato attribuito, le strutture del SSN possono avviare procedure di acquisto indipendenti dal processo negoziale – ha affermato -. In molti casi abbiamo visto negli ultimi tempi ditte che offrono contratti quasi simbolici, al prezzo di un euro, e qui io sarei per valutare caso per caso, senza prevedere di farli entrare a priori e nemmeno escludendoli del tutto. Per la fascia C si apre un altro capitolo, perché sono già stati negoziati ma non c’è stato accordo. Su questo credo che lo sforzo per rendere trasparenti i motivi del mancato accordo debba essere condiviso. Il confinamento dei farmaci in fascia C non semplifica, ma anzi complica la governance della spesa, perché favorisce un approccio disordinato tra le Regioni ed espone al rischio di degenerazione in declassamento del SSN”.
Sul tema dei farmaci CNN è tornato Adriano Leli, direttore di Intercent-ER: “Questi farmaci hanno logiche di acquisto completamente diverse da tutto il resto che compriamo. Avere un prodotto con meccanismi di costi differenti non aiuta”.
Poi ha sottolineato l’importanza di alcuni aspetti, tra cui le tempistiche. “C’è il tema critico dei tempi. Se il tempo in cui il farmaco rimane in fascia C o CNN è molto rapido, i riflessi non si vedono; se invece si allunga, le criticità tendono a emergere. In questi giorni è circolata una prima bozza del nuovo Codice degli appalti, che all’articolo 1, ed è un’assoluta novità, conferma che l’obiettivo dello stesso Codice è di stipulare contratti con tempestività e al miglior prezzo-qualità. Credo sia una svolta: avere tempi più brevi per le procedure d’acquisto porterebbe a risultati incredibili dal punto di vista dell’efficacia complessiva dell’acquisto. Inoltre servirebbe avere criteri di valutazione flessibili rispetto alla normativa attuale e anche su questo aspetto sembra che il codice abbia tolto il vincolo 70-30 lasciando maggiore spazio al provveditore. Infine, potrebbe essere molto utile avere contratti sui farmaci a durata differenziata. Noi abbiamo una data di scadenza uguale per tutti, ma sarebbe meglio ragionare per principio attivo, avendo visibilità di quello che sarà dopo, ad esempio l’uscita di farmaci generici”.
Lorella Lombardozzi, dirigente area politica del farmaco Regione Lazio, ha chiosato: “Gli spunti di riflessione emersi nella mattinata sono essenzialmente tre. Innanzitutto c’è il tema dei farmaci CNN. Il momento in cui si è deciso di introdurre questa nuova classe è stato un po’ destabilizzante, perché non era facile la gestione. Nella nostra Regione si è deciso di attuare un contratto regionale con tutte le aziende che hanno farmaci in fascia CNN, che definisce regole di tempistiche e prevede alcuni casi. Ma non tutti i farmaci in fascia CNN seguono questa procedura. La seguono quelli che non hanno al momento alternativa terapeutica, quindi dove ci sono vari competitor risulta inutile questo tipo di contrattualizzazione. Il problema è per le aziende che non la accettano: è il caso della fibrosi cistica, per la quale aspettiamo che il farmaco venga classificato. Questo provoca un qualche difficoltà perché ci sono associazioni di pazienti che si sentono un po’ discriminate.
Sui farmaci in fascia C ci sono casi in cui non si arriva alla definizione del prezzo, nonché classi che non arrivano mai alla classificazione in negoziabilità. Un esempio sono vaccini, poi ci sono gli anestetici. Lì intervengono le gare”.
Un contributo alla discussione sul settore dei DM è arrivato da Fernanda Gellona, direttore generale di Confindustria Dispositivi Medici: “Il tetto di spesa al 4,4% è stato fissato nel 2015, in piena emerge finanzianzaria, con molte Regioni in piano di rientro, affinché l’Italia non andasse in default necessari tagli lineari. Anche se non credo comunque nell’efficacia del provvedimento, questi tagli lineari, che hanno portato come conseguenza al payback, possono aver avuto un senso allora. Ora forse i tempi sono maturi per riprendere la discussione sul tema pensando a come superare il concetto di tetto di spesa per il motivo che i DM sono tanto intimamente connessi a qualunque prestazione sanitaria che a volte la addirittura la tecnologia modifica la prestazione sanitaria stessa. Ad esempio gli strumenti di laparoscopia hanno rivoluzionato le tecniche chirurgiche e i costi a esse collegati.
Se si parla di tetto ai DM, in realtà si parla di tetto alle prestazioni. Allora bisognerebbe ragionare su quanto costa e di cosa c’è bisogno per gestire una certa patologia. È un salto culturale oltre che organizzativo, che secondo noi è urgente perché altrimenti la logica del payback e sforamento dei tetti inquina tutto il sistema”.
Gellona ha anche messo in dubbio l’efficacia del nuovo Osservatorio prezzi: “Se pensiamo a categorie omogenee di DM, dobbiamo individuare molto bene sia le categorie che le sottocategorie. Per esempio i cateteri sono prodotti molto diversi e certamente hanno anche prezzi molto diversi. L’obiettivo della spesa è corretto e condivisibile, ma si dovrebbe ragionare meglio sugli strumenti per raggiungerlo. Noi siamo assai preoccupati delle misure di taglio lineare”.
Per approfondire
Scroccaro, presidente Cpr: come si dà valore al vantaggio di un nuovo farmaco
Sifo: “Norma regionale su accreditamento farmacie ospedaliere sia attivata su tutto il territorio nazionale”
L’accreditamento delle strutture sanitarie costituisce un “passo fondamentale” verso il miglioramento della qualità dell’assistenza e di qualificazione degli interventi sanitari. Il processo garantisce infatti un livello di sicurezza e di tutela del cittadino attraverso la verifica dei requisiti già previsti dal sistema autorizzativo (D.P.R. 14/1/97) e di ulteriori standard di qualità, il cui possesso certificato è “condizione irrinunciabile” per le strutture che vogliono erogare prestazioni nei diversi livelli di assistenza. Eppure, ancora oggi, solo in poche Regioni del nostro Paese esiste una norma di recepimento delle direttive nazionali che disciplina “con chiarezza” il percorso da intraprendere sull’accreditamento delle farmacie ospedaliere. Si è discusso di questo oggi in occasione dell’incontro dal titolo ‘Il sistema di accreditamento delle farmacie ospedaliere: una grande opportunità per la qualità e sicurezza delle cure’, che si è svolto nell’ambito del XLIII Congresso Nazionale SIFO, in corso a Bologna fino a domenica, presso il Palazzo della Cultura e dei Congressi.
“L’obiettivo di questo incontro è informare e aggiornare i colleghi su una procedura che si spera possa essere attivata in tutto il territorio nazionale- hanno detto Gaetana Muserra, Membro CURF SIFO, e Giancarlo Taddei, Primario Emerito dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo– L’accreditamento istituzionale è rilasciato dalle Regioni alle strutture autorizzate, pubbliche o private che ne facciano richiesta, subordinatamente alla loro rispondenza ai requisiti ulteriori di qualificazione, alla loro funzionalità rispetto agli indirizzi. Con l’accreditamento, o meglio con il riconoscimento dell’accreditamento, si intende assicurare e garantire sia l’affidabilità delle strutture private che, in concorrenza con quelle pubbliche, agiscono per conto del Servizio sanitario Nazionale, sia la qualità delle prestazioni rese”. Quanto alle eccezioni, in Regione Lombardia, con una delibera dell’aprile 2017, è stato previsto l’accreditamento delle farmacie ospedaliere rispecchiando quanto previsto dalla normativa nazionale, nel DPR 14 gennaio 1997, dove sono previsti i requisiti strutturali e tecnologici, mentre in Friuli Venezia Giulia si procede su vari tipi di accreditamento.
“Il nostro appello- hanno sottolineato Muserra e Taddei- è che anche le altre Regioni seguano l’esempio della Lombardia. Il lavoro di accreditamento è un lavoro di squadra e bisogna collaborare in un team multidisciplinare coordinato dal direttore sanitario e costituito, oltre che dal farmacista, anche dall’ingegnere responsabile dell’Ufficio tecnico e dal responsabile della qualità”. La procedura di accreditamento delle farmacie ospedaliere, hanno ricordato infine gli esperti durante l’incontro, prevede tre fasi: la prima è l’autorizzazione, cioè il provvedimento con cui viene consentito da parte della Regione (previa verifica dell’esistenza dei requisiti minimi previsti dal Dpr 14.1.97) l’esercizio di attività sanitarie a soggetti pubblici e privati; la seconda è il rilascio dell’accreditamento, che è subordinato ad una serie di requisiti della struttura (standard minimi di infrastruttura, attrezzature, tecnologie, strumenti adoperati, ecc.); la terza è la definizione di un accordo/contratto tra Regione con ASL e struttura accreditata, poiché attraverso un contratto sarà possibile formalizzare le condizioni del rapporto.
Presentati i dati di AGENAS su mobilità sanitaria e il monitoraggio dei tempi di attesa delle prestazioni
L’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (AGENAS) ha presentato i dati aggiornati sulla mobilità sanitaria interregionale, il monitoraggio dei tempi di attesa degli interventi chirurgici, nonché le attività di specialistica ambulatoriale utili per un’analisi dei Piani di recupero delle Regioni e delle Province Autonome di Trento e Bolzano.
Mobilità sanitaria interregionale
L’area del Portale statistico di AGEANS, dedicata alla Mobilità sanitaria, mette a disposizione dati che rappresentano il trend degli ultimi 5 anni rispetto all’attività interregionale dei ricoveri ospedalieri. Nel corso del 2021 il valore dell’attività osservata è di poco al di sotto dei 2,5 miliardi di euro – in aumento rispetto al 2020 – e al di sotto dei valori degli anni 2017, 2018 e 2019. Sul tema, grazie anche all’applicazione di una nuova metodologia di analisi, è possibile effettuare un’accurata lettura dei trend e delle determinanti di mobilità delle varie regioni.

Saldi regionali 2017-2021

Monitoraggio dei tempi di attesa degli interventi chirurgici
Sempre all’interno del Portale statistico dell’Agenzia è possibile effettuare la lettura dei risultati dei tempi di attesa dei ricoveri per interventi chirurgici. L’analisi dell’area dedicata ai tumori maligni, per il periodo 2019-2021, indica come la pandemia da COVID abbia ancora degli effetti sui volumi sebbene si riscontrino dei miglioramenti nella garanzia di ricevere gli interventi nella classe di maggiore urgenza – Classe A – da effettuarsi entro 30 giorni.


Prestazioni ambulatoriali per l’analisi dei Piani regionali di recupero delle liste di attesa
I dati a disposizione sul Portale statistico, relativi all’attività di specialistica ambulatoriale, giunti al primo semestre 2022, rappresentano un utile strumento per l’analisi del Piano di recupero delle liste di attesa delle Regioni e delle Province Autonome di Trento e Bolzano. In particolare, si osserva un generalizzato recupero delle prestazioni che per alcune regioni significa un sostanziale equilibrio rispetto al periodo pre-pandemico.
Variazione % delle prestazioni di specialistica ambulatoriale nel primo semestre 2020, 2021, 2022 rispetto al 2019

Il Portale statistico dell’Agenzia è a disposizione di tutti gli operatori come dei singoli cittadini accedendo sul sito istituzione di AGENAS.
In Italia rischio esclusione dal lavoro per chi ha subito ictus o infarto
In Italia, ictus e infarto hanno effetti a lungo termine sulla possibilità di proseguire la propria storia lavorativa e mantenere il proprio reddito. Un gruppo di ricercatori dell’Università Ca’ Foscari Venezia, Università di Torino, Università di Amsterdam e Dipartimento di Epidemiologia dell’Asl 3 di Torino hanno per la prima volta misurato questi effetti economici nel contesto italiano, riscontrando una riduzione della probabilità di lavorare del 10%, a cui si associa una corrispondente perdita reddituale. Emerge anche come le norme a difesa del lavoro possano offrire una sorta di ‘salvagente’ a chi subisce un brusco peggioramento di salute, facilitando la prosecuzione della propria storia lavorativa. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista scientifica Labour Economics.
Cosa accade dopo un ictus o un infarto? Il lavoratore può veder aumentare il proprio “costo fisso” di lavorare e essere indotto a uscire dal mercato del lavoro. Alcuni potrebbero desiderare di continuare a lavorare, ma riducendo le ore lavorate. Infine, ci sono persone che potrebbero desiderare di continuare a lavorare mantenendo lo stesso impegno orario. Dal punto di vista del datore di lavoro, le reazioni potrebbero puntare a riduzioni di orario, mancate progressioni retributive, o persino la dismissione del lavoratore. Lo studio analizza proprio le conseguenze economiche di due imprevedibili e fulminei shock di salute.
“Purtroppo gli effetti degli shock di salute sulla vita lavorativa sono permanenti – spiega Francesca Zantomio, professoressa di Economia all’Università Ca’ Foscari Venezia e coautrice dello studio – nel contesto italiano è molto difficile per chi esce dal mercato del lavoro riuscire a rientrarci in un momento successivo. Inoltre, non c’è margine di aggiustamento delle ore lavorate, margine che permetterebbe di rimanere attivi ad una parte di soggetti che invece, ad orario invariato, faticano a continuare l’impiego preesistente. Perché il part-time volontario è molto poco diffuso. Né osserviamo reazioni di transizione ad altre forme di lavoro, o altri datori di lavoro”.
A livello di reddito ci sono strumenti di protezione, come la pensione di inabilità. “Non troviamo evidenza che aumenti la probabilità di smettere di lavorare e al contempo di non ricevere alcun sussidio – spiega Irene Simonetti, ricercatrice di Economia all’Università di Amsterdam e coautrice dello studio- né troviamo evidenza che gli operai (più a rischio di perdere la propria capacità reddituale) usino in maniera opportunistica strumenti di welfare, quando dotati di capacità lavorativa residua”.
“Infine – spiega Michele Belloni, professore di Economia all’Università degli Studi di Torino e coautore dello studio – i nostri risultati evidenziano come la normativa di protezione del lavoro in vigore fino al 2012 sia riuscita a favorire l’inclusione lavorativa di chi ha subito un peggioramento di salute”.
Lo studio si basa sui dati amministrativi relativi a lavoratori italiani tra il 1990 e il 2012, a cui sono agganciati dati ospedalieri che permettono di osservare le loro eventuali ospedalizzazioni non programmate e dovute a infarto o ictus. Dal 2012 sono entrate in vigore riforme normative di alleggerimento della protezione lavorativa che, secondo i ricercatori, potrebbero aver contribuito ad esacerbare disuguaglianze reddituali e di benessere nella vita dei lavoratori italiani.
L’articolo
Irene Simonetti, Michele Belloni, Elena Farina, Francesca Zantomio (2022) Labour Market Institutions and Long Term Adjustments to Health Shocks: Evidence from Italian Administrative Records, Labour Economics (2022), doi: https://doi.org/10.1016/j.labeco.2022.102277
Aggressioni infermieri, servono più personale e formazione
Un infermiere su tre ha subito un’aggressione da un paziente o da un suo accompagnatore. È quanto emerge da un’indagine svolta da otto università e cofinanziata dalla Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche (Fnopi).
Capofila del progetto il Dipartimento di Scienze della Salute dell’Università di Genova, con la collaborazione della sezione italiana di Sigma Nursing International.
Lo studio, svolto tra dicembre 2020 e aprile 2021, ha scoperto che un numero significativo di violenze fisiche o verbali subite dalla categoria – circa 125.000 – non sono state denunciate all’Inail. In questi casi l’infermiere non ha dichiarato di non aver segnalato l’episodio perché:
- nel 67% dei casi ha ritenuto che le condizioni dell’assistito o del suo accompagnatore fossero causa dell’episodio di violenza;
- nel 20% dei casi è convinto che tanto non avrebbe ricevuto nessuna risposta da parte dell’organizzazione per cui lavora;
- nel 19% dei casi ha ritenuto che il rischio sia una caratteristica attesa o accettata del suo lavoro;
- nel 14% dei casi si è sentito in grado di gestire efficacemente questi episodi senza doverli riferire.

Questi dati sono il risultato di un questionario che è stato somministrato a 5.472 infermieri (su circa 450.000 iscritti alla Fnopi, di cui 395.000 sono quelli attivi).
“L’alto numero di persone che non ha segnalato l’episodio dovrebbe far riflettere – afferma Annamaria Bagnasco, professoressa ordinaria del Dipartimento di Scienze della Salute dell’Università di Genova e coordinatrice dello studio – Per molti l’aggressione verbale è qualcosa che fa parte del lavoro che si sono scelti”.
L’area medica è la più colpita
Il 32,4% di chi ha preso parte al lavoro ha dichiarato di aver subito almeno un episodio di violenza fisica o verbale nell’ultimo anno. La maggior parte di questi infermieri lavora nell’area medica (29,6%), nell’emergenza e in terapia intensiva (26,6%) e nell’area chirurgica (14%).
Nella maggior parte dei casi (25.000) si è trattato di minacce verbali e comportamentali senza contatto fisico; nettamente distaccati ma pur in numero significativo gli episodi con contatto fisico (5.533) e i veri e propri episodi di violenza con contatto fisico da parte di persone o oggetti (4.645 casi).
“L’area medica è un settore nel quale il paziente è molto complesso: spesso anziano, con tante comorbilità e con un’incidenza importante di problemi di salute che riguarda la sfera fisica e psicologica – analizza Bagnasco – Sono anche pazienti che hanno necessità di avere vicino dei caregiver. Il carico di lavoro delle medicine e la complessità dei casi clinici possono determinare queste situazioni”. Inoltre, le carenze di personale già identificate in studi multicentrici nazionali e internazionali determinano in molti casi l’impossibilità di gestire questi episodi.
Di tutti coloro che hanno subito una violenza, solo il 54,7% l’ha riferita o segnalata
Di tutti coloro che hanno subito una violenza, solo il 54,7% l’ha riferita o segnalata e il 58,1% dei professionisti ha dichiarato di aver denunciato tutti gli episodi subiti.
Il 79,6% degli infermieri che hanno riferito almeno un episodio di violenza verbale o fisica ha dichiarato di non aver ricevuto nessuna risposta da parte dell’azienda; il 34,8% di aver ricevuto un supporto immediato da parte dell’azienda e il 26,4% che l’azienda ha effettuato un avvertimento verbale all’autore dell’episodio di violenza.
Il 65,3% degli infermieri ha detto di essere soddisfatto dalla risposta iniziale ottenuta da parte dell’azienda.
Il danno economico
Quasi un infermiere su 4 tra chi ha subito violenza (il 24,8%) ha riportato un danno fisico o psicologico. Nel primo caso, le conseguenze più frequenti sono state escoriazioni o abrasioni e ecchimosi. Tra chi ha dichiarato conseguenze psicologiche, il 10,8% ha affermato che queste hanno causato disabilità permanenti e modifiche delle responsabilità lavorative o inabilità al lavoro.
La conseguenza psicologica principale è stata il “morale ridotto”, seguito da “stress, esaurimento emotivo, burnout”. Nel 15% dei casi il danno (fisico o psicologico) ha comportato l’assenza dal lavoro.
Dal punto di vista economico, si calcola un danno per circa 11 milioni di euro
Dal punto di vista economico, si calcola un danno per circa 11 milioni di euro: il 32% degli infermieri riferisce di aver subito violenza, con una media annuale di 15 episodi per singolo professionista. In tutto, il 4,3% riferisce assenza dal lavoro a causa di violenza subita e questo, se l’assenza è di almeno tre giorni, corrisponde a circa 600 euro a caso che, moltiplicati per il numero degli infermieri coinvolti in un anno, supera appunto gli 11 milioni di euro, considerando la prevalenza dell’evento sulla popolazione infermieristica italiana.
Tuttavia, se l’assenza raggiunge i 7 giorni il costo per singolo evento va triplicato, raggiungendo quota 1.800 euro, cioè oltre 34 milioni di euro all’anno a carico del sistema sanitario e della società per la violenza sugli infermieri.
La formazione per prevenire le violenze
Se nel 75% dei casi a subire violenza è stata una donna, nel 51,8% dei casi a compierla è stato un uomo (paziente o accompagnatore). Nel 56,4% dei casi il paziente soffriva di ansia e agitazione, nel 43% aveva problemi di salute mentale, nel 39,5% abusava di sostanze e nel 33,2% aveva problemi di etilismo.
Secondo il 59,7% degli infermieri, i fattori socioeconomici hanno svolto un ruolo significativo per quanto riguarda le aggressioni e per il 66,3% dei rispondenti la frequenza delle aggressioni sarebbe in aumento.
Sebbene la formazione specifica per ridurre le aggressioni sia considerata in lettereatura una misura di prevenzione o riduzione del rischio, solo il 23,3% ha dichiarato la presenza di attività di questo tipo sul posto di lavoro.
“La seconda fase di questo lavoro è di studio qualitativo: stiamo conducendo interviste e focus group per indagare in profondità il fenomeno – spiega Bagnasco – A partire dai dati numerici emersi stiamo conducendo una serie di approfondimenti sugli aspetti più rilevanti che questa prima parte ha evidenziato”.
Tra gli approfondimenti previsti ci sarà anche quello sulle misure da intraprendere per prevenire questi eventi.
Il fabbisogno di infermieri
La violenza sul luogo di lavoro rappresenta un fenomeno in forte crescita negli ultimi anni per le professioni sanitarie, in particolar modo per gli infermieri, considerati la categoria più vulnerabile per la tipologia di lavoro svolto sempre a stretto contatto con le persone e in situazioni non ordinarie che possono generare facilmente tensione. Dal punto di vista culturale, poi, gli infermieri sono considerati meno autorevoli rispetto ai medici e dunque più facilmente attaccabili.
Un dato importante da tenere in considerazione è emerso da un precedente studio sul fabbisogno infermieristico, che aveva messo in rilievo la carenza di personale e l’impatto del fenomeno sulle cure tralasciate, sull’ambiente di lavoro e sulla salute fisica e mentale dei professionisti.
L’Italia è agli ultimi posti tra i Paesi dell’Unione europea per numero di infermieri
L’Italia è infatti agli ultimi posti tra i Paesi dell’Unione europea come numero di infermieri. La Fnopi stima una carenza di circa 63.000 professionisti, ma per altre fonti (come Agenas e Crea Sanità) per portare a termine gli obiettivi previsti dal Pnrr mancherebbero all’appello 80-100.000 professionisti. Si calcola infatti un fabbisogno aggiuntivo di almeno 30.000 unità tra gli infermieri di comunità e quelli che dovranno essere presenti nelle Case di comunità.
Per l’anno accademico 2022-2023 sono stati banditi 24.352 posti come infermiere, mentre il fabbisogno espresso dalla Fnopi era stato di 29.064.
Implementare i percorsi
Dallo studio è emerso come gli infermieri siano in grado di riconoscere le caratteristiche delle persone che sono più propense ad avere comportamenti di violenza fisica o verbale. Tra le concause che più sono state indicate, inoltre, vi è la comunicazione inadeguata tra il personale e l’assistito o l’accompagnatore.
Da qui la necessità di fornire al personale infermieristico gli strumenti per depotenziare le violenze, con una formazione ad hoc che comprenda anche le strategie più efficaci di comunicazione, o le competenze per riuscire a controllare quelle situazioni di tensione che precedono la violenza.
“I dati indicano che sarebbe opportuno che le strutture sanitarie sviluppassero eventi formativi, valutandone la frequenza obbligatoria, per migliorare la gestione e prevenzione degli episodi di violenza – rileva Bagnasco – Inoltre, avendo oggi la disponibilità di dati che descrivono il fenomeno e ne identificano i fattori predittivi diventa urgente attivare studi che, a seguito di interventi correttivi, vadano a modificare gli aspetti che sono risultati maggiormente significativi, quindi la carenza di personale e la formazione”.
Dove esistono, infatti, i momenti di formazione sono facoltativi e, sebbene gli infermieri che li hanno frequentati ne riportino l’utilità, in molti non li terminano.
Gli esperti rilevano la necessità di implementare o sviluppare dei percorsi aziendali per il supporto delle vittime di violenza sul luogo di lavoro
Infine, gli esperti rilevano la necessità di implementare o sviluppare dei percorsi aziendali per il supporto delle vittime di violenza sul luogo di lavoro. Sono troppi, infatti, i professionisti che si sono dichiarati non soddisfatti della risposta avuta dal proprio datore di lavoro dopo aver segnalato l’episodio.
Commentando il lavoro svolto dall’Università di Genova Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione, ha affermato che “per restituire dignità all’attività professionale e garantire la sicurezza degli infermieri durante l’orario lavorativo è quanto mai urgente inserire questa professione tra le categorie usuranti, mentre ora è riconosciuta soltanto la classificazione tra i lavori gravosi. Lo studio descrive le caratteristiche degli episodi di violenza e individua i fattori predittivi e le cause. I correttivi di cui c’è bisogno derivano da qui”.
Real World Evidence e valutazione economica
I Real world non sono un concetto nuovo. Nuovi sono i processi di digitalizzazione della sanità che hanno migliorato ed incrementato le possibilità di raccolta dei dati nella pratica clinica. Anche le tecnologie utilizzate nell’analisi dei dati sono sostanzialmente evolute rispetto a quelle utilizzate negli studi osservazionali del secolo scorso. Al tema è stata dedicata la sessione di apertura dell’ultima giornata del XV Congresso Nazionale della Società Italiana di Health Technology Assessment.
A partecipare alla sessione, erano Francesco Saverio Mennini, presidente della Sihta, Pierluigi Russo, direttore dell’ufficio Valutazioni Economiche e Ufficio Registri di Monitoraggio dell’Agenzia italiana del farmaco, Americo Cicchetti, direttore di ALTEMS, e Giampiero Favato, director of Institute of Leadership and Management in Health del Kingston University.
In questo ambito è stato attivato un percorso di collaborazione tra l’Agenzia e le società scientifiche in diversi ambiti dell’assistenza farmaceutica. In particolare, quella stretta con la Sihta è iniziata a maggio dello scorso anno ed ha portato a due studi che evidenziano tra l’altro l’importanza dei Real-world data raccolti nell’ambito dei Registri di monitoraggio, a supporto dei processi di HTA in Italia.
“Inizia un percorso di valutazione che in Italia è all’avanguardia nel contesto europeo, avvantaggiato dalla possibilità di avere una raccolta dei dati di Real world su un ampio ventaglio di medicinali innovativi e prioritari per la tutela della salute”, commenta Mennini.
A fine settembre, l’Agenzia europea del farmaco (Ema) ha rilasciato un documento in cui propone le Good practice guide nell’uso dei real-world data a sostegno del miglioramento delle evidenze utili nelle decisioni sul profilo beneficio-rischio dei farmaci.
“Il medicinale – ricorda Russo – quando viene ammesso al rimborso da parte del SSN, va incontro negli anni a procedure di rivalutazione e di rinegoziazione. Se il farmaco è sottoposto al registro di monitoraggio, i dati in essi raccolto sono utilizzati in questi processi decisionali. Lo scopo è arrivare sul tavolo delle decisioni con dati tecnicamente e scientificamente solidi nel descrivere i risultati avuti nella pratica clinica e nello specifico contesto assistenziale italiano”.
Il primo studio in collaborazione con la Sihta ha analizzato i determinanti dell’impatto sulla spesa farmaceutica di medicinali per le malattie rare nei primi tre anni di commercializzazione.
“In tutto – illustra Russo – sono 52 i dossier analizzati relativi a medicinali ammessi alla rimborsabilità nel periodo fra gennaio 2013 e gennaio 2019, di cui il 35% riguardava i farmaci innovativi. L’unico determinante di un disallineamento tra la spesa attesa al momento dell’autorizzazione AIFA e quella poi successivamente osservata è stato la sua innovatività, come attribuita dalla Commissione tecnico-scientifica. Sebbene, nel caso di farmaci per le malattie rare non innovativi, la spesa farmaceutica osservata nei primi tre anni di commercializzazione risulti in media in linea con le previsioni di spesa attesa al termine della negoziazione, nel caso di farmaci innovativi invece nei primi due anni la spesa osservata risulta superiore a quella attesa. “Quando – continua Russo – non ci sono dati epidemiologici relativi al contesto assistenziale italiano, soprattutto nel caso di malattie rare, anche a causa di pazienti che magari attendono il rimborso dello specifico farmaco, le previsioni potrebbero sottostimare l’effettiva quota di pazienti”. I real-world data ecco che diventano rilevanti per calibrare le valutazioni economiche e questo è uno dei suggerimenti principali che derivano dalla “collaborazione con la Sihta nell’analisi di questi dati sui farmaci per malattie rare”.
Il secondo studio si è concentrato sull’accesso ai monoclonali e antivirali per il COVID-19 introdotti durante la pandemia. I dati dei registri di monitoraggio AIFA, in questo caso, sono stati utilizzati primariamente nelle attività di coordinamento delle Regioni, con il ministero della Salute e la struttura commissariale, finalizzata ad ottimizzare gli acquisti centralizzati e la loro distribuzione iti sul territorio in funzione dell’andamento della pandemia.
“Abbiamo avuto – commenta Russo – gestito i processi di distribuzione e ridistribuzione di questi medicinali in funzione delle regioni dove la pandemia impattava maggiormente e attivato un percorso di comunicazione importante con 82 report pubblici”. Tuttavia, in virtù del fatto che tali medicinali sono stati acquistati centralmente dalla struttura commissariale, questi hanno rappresentato un caso paradigmatico che è stato oggetto di analisi nell’ambito del secondo studio.
Anche sulla scorta di uno studio condotto dall’ALTEMS dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, che ha mappato le modalità organizzative di risposta al COVID-19 nelle diverse regioni, Russo spiega: “abbiamo verificato che le prevalenze di trattamento, a parità di casi diagnosticati di COVID-19, in funzione del modello organizzativo a cui erano associate le regioni. Lo studio evidenzia l’importanza dell’organizzazione dell’assistenza farmaceutica locale nel condizionare criticamente l’accesso per il paziente in funzione dei bisogni di cura. Abbiamo imparato dalla pandemia l’importanza di un coordinamento nazionale forte dell’assistenza farmaceutica a supporto delle regioni, che è utile a ridurre quelle disomogeneità territoriali nell’erogazione dell’assistenza che spesso si osservano”.
Nella discussione, Americo Cicchetti, sottolinea come “diventi fondamentale – dice – scegliere bene i temi perché vediamo che i risultati che emergono sono significativi dal punto di vista istituzionale”. Sul primo studio, Cicchetti rileva l’importanza dell’analisi epidemiologica per fare delle previsioni, sul secondo, invece evidenzia quanto il fattore organizzativo impatti sull’accesso. Giampiero Favato plaude alla collaborazione fra l’Aifa e una società scientifica per produrre analisi.
Per approfondire
Rivoluzione territorio: novità, obiettivi e ostacoli sulla strada del DM 77
Le carenze di personale, l’incognita della pandemia, la transizione digitale da completare, la situazione politica in evoluzione. Quanti ostacoli sul cammino di un progetto ambizioso come il DM 77. Il Regolamento, uno dei cardini del PNRR, definisce la rete dell’assistenza delineata dalla Missione 6. Una rivoluzione. Parole chiave tutte nuove: Case della Comunità, Centrali Operative Territoriali, Ospedale di Comunità, infermiere di famiglia e di continuità assistenziale. Cambiano i ruoli: maggiori compiti ai distretti, una posizione centrale per gli infermieri e un’inedita integrazione con il lavoro dei medici di medicina generale.
La rivoluzione scritta sulla carta riuscirà a tradursi in realtà? Come? Ne abbiamo discusso durante la Live DM 77 – Fotografia della nuova assistenza territoriale con Agenas, attore principale del processo, e con Federsanità, che associa le Aziende Sanitarie Locali, Ospedaliere e gli Irccs insieme ai rappresentanti dei Comuni associati alle Anci regionali di riferimento.
La criticità maggiore: manca il personale
Come sempre, la diretta ha preso le mosse dal confronto con i due ospiti sui risultati dei sondaggi condotti tra i nostri lettori nelle scorse settimane su questo argomento, da cui emerge come maggiore difficoltà verso la messa a terra del nuovo sistema la carenza di personale (opzione indicata dal 57% dei votanti), e come figura che dovrà cambiare maggiormente il proprio approccio alla professione il medico di medicina generale (MMG), (75% dei voti).



“Il problema della carenza del personale è legato alla necessità di affrontare il futuro con una diversa filosofia di sistema, che per altro è suggerita sia dal DM77, la prima milestone importante del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) che dal PNRR stesso – commenta Francesco Enrichens, Project Manager PonGov Cronicità – Agenas -. La richiesta comporta uno sforzo che tutti dobbiamo fare: è il momento in cui dobbiamo metterci di comune accordo a riprogettare l’approccio alla base del sistema sanitario nazionale e regionale. Ce lo dice il DM77 quando parla di medicina di prossimità e presa in carico della persona. Il mondo dei Pdta, delle categorie e dei silos è finito. Adesso c’è un mondo in cui tutti insieme dobbiamo contribuire, anche affrontando le criticità, a partire dalla carenza di personale”.

“Tra le criticità del sistema, avrei puntato più sull’organizzazione – dice Tiziana Frittelli, Presidente Nazionale Federsanità e Dg AO San Giovanni Addolorata -. Innanzitutto abbiamo un sistema molto buono: non demonizziamo il nostro servizio sanitario, che anche in questi anni di difficoltà ha tenuto e ha saputo dare grandissimi risultati anche rispetto altre realtà europee, ma, com’è noto, per la maggior parte delle regioni è un sistema ospedalocentrico. Pensare di transitare verso una sanità territoriale e più vicina al cittadino con un obiettivo ambizioso come la cura domiciliare per oltre il 10% degli ultrasessantacinquenni, che vuol dire attuare uno degli slogan più importanti del PNRR, La casa come primo luogo di cura, non potremo di certo realizzarlo in una realtà ospedalocentrica senza cambiare in primo luogo l’organizzazione.
Come sappiamo, il PNRR darà finanziamenti di tipo strutturale, ma prima ancora di stabilire i fabbisogni bisognerà capire quale organizzazione transiteremo nel nuovo sistema, e a questo fine non basterà neanche il contenuto del DM 77 di per sé, bensì servirà a mio parere tenere in controluce una revisione necessaria del DM 70, che ha stabilito i capisaldi della rete ospedaliera, unitamente al DM 77. Questo perché non si può pensare di aggiungere tutto ciò che è previsto dal DM 77 senza capire che fine farà quello che è già sul territorio; sarà necessario definire un nuovo fabbisogno di personale. Entra in gioco anche la transizione digitale: gestire alcuni sistemi con la possibilità di condividere il fascicolo sanitario elettronico, ma io dico anche socio-sanitario, non sarà irrilevante rispetto al fabbisogno di personale che sarà necessario”.
DM 77: cosa, come e perché
Enrichens ha quindi inquadrato la riforma nei suoi aspetti più rilevanti. “Il primo punto cardine del decreto è la disponibilità di risorse per la sanità: parliamo di 1355 Case della Comunità (impegno che quasi tutte le regioni hanno ulteriormente implementato con fondi propri, dimostrando di credere in questo approccio), 611 Centrali Operative Territoriali (COT) e 20mila letti di Ospedali di Comunità. È previsto un incremento del 10%, pari a 800mila persone, ma in prospettiva anche maggiore, di assistenza domiciliare. Ma la cronicità non è più solo l’apice della piramide, che richiede uno sforzo specialistico importante, multidisciplinare e multiprofessionale; è invece principalmente la base, la presa in carico della famiglia e delle persone come stili di vita. Si tratta di un cambio epocale per gli operatori, che dovranno assumere una nuova filosofia di sistema e di lavoro, che preveda di lavorare insieme ai MMG e pediatri di libera scelta, i quali non solo non diminuiscono ma amplificano il loro ruolo di registi, perché sono loro a prendere in carico quotidianamente nelle Case di Comunità i soggetti.
Dopodiché ci sono le tecnologie, con le centrali 116 117, una ogni milione di abitanti, e le COT, una per ogni distretto, cioè ogni 100mila abitanti, che saranno gli strumenti formidabili e fondamentali per mettere i MMG in connessione diretta con i propri assistiti e coordinati con tutti gli abitanti dell’organizzazione per poter costruire il sistema”.
A regime i cittadini si rivolgeranno alle Case di Comunità, abitate in primis dai MMG e dalle altre professioni sanitarie, mentre il 116 117 comincerà a coordinare le attività di guardia medica e progressivamente diventerà la porta tecnologica e telefonica per gli utenti
A regime, spiega Enrichens, funzionerà così: “Il sistema vedrà il cittadino rivolgersi alle Case di Comunità, abitate in primis dai MMG e dalle altre professioni sanitarie; il 116 117 comincerà a coordinare le attività di guardia medica e progressivamente diventerà la porta tecnologica e telefonica per gli utenti; le COT, non aperte al pubblico, che, in rapporto con il 116 177, metteranno in connessione, anche grazie agli strumenti di telemedicina, tutti gli attori con chi ha bisogno. Il MMG, d’intesa con il Dipartimento di Prevenzione, sarà l’artefice dei cambiamenti di stili di vita. Anche le maggiori fragilità, come la salute mentale, la Neuropsichiatria Infantile, le dipendenze e le comunità ristrette come la medicina penitenziaria si avvarranno di questi strumenti: nessun cittadino sarà abbandonato, ma anzi ci sarà una crescita tecnologica e di approccio umano al sistema”.
Quali sono le principali ricadute sui diversi attori delle Asl (territorio, comunità, ospedali)?
“È molto difficile delinearle tutte perché davvero dovrà essere una rivoluzione – risponde Frittelli -. Cambierà completamente il rapporto fra ospedale e territorio. Il nosocomio continuerà a essere un punto centrale, soprattutto per quanto riguarda il secondo livello, ma con la novità eccezionale delle centrali 116 117, che c’erano già ma sono state messe a regime dal DM 77. Perché oggi, quando il cittadino ha bisogno di qualcosa, l’unica porta che trova aperta è quella del Pronto Soccorso, e quindi tende a imboccarla troppo facilmente.
“Come Federsanità, e su questo fronte siamo particolarmente impegnati, crediamo che una delle novità più importanti sia la sinergia fra Missione 5 – Inclusione e coesione e la Missione 6 del PNRR”
Come Federsanità, e su questo fronte siamo particolarmente impegnati, crediamo che una delle novità più importanti sia la sinergia fra Missione 5 – Inclusione e coesione e la Missione 6. Abbiamo già i presupposti normativi in grado di portare a regime gli strumenti delineati dalla Legge di bilancio 234 del 2021, che ha evidenziato la necessità che innanzitutto siano definiti gli ambiti territoriali e sociali che immagino non potranno non trovare una coincidenza con i distretti sanitari, che pertanto saranno il punto di snodo fondamentale per poter gestire la nuova sanità territoriale. Per riprendere i sondaggi, possiamo affermare che di sicuro i MMG dovranno cambiare, ma non di meno i manager e i direttori di distretto. A questo proposito devo dire che la forza che vedo più pronta al cambiamento e già in fase di startup sono gli infermieri, mentre mi pare maggiormente in difficoltà la classe medica, ai vari livelli.
Tornando alla Legge 234, si vedono all’orizzonte, già maturi, strumenti eccezionali come il Piano nazionale della non autosufficienza 2022-2024, che ha già passato il vaglio della Conferenza delle Regioni ed è pertanto in fase di definizione finale, perché la Missione 5 comprende sia la riforma della non autosufficienza (che in un Paese che sta invecchiando così rapidamente e con tante malattie croniche collegate anche all’età diventa un punto nodale, anche per rendere sostenibile la sanità), la Legge sulla disabilità, di cui stiamo attendendo i decreti attuativi, lo sdoganamento del sistema dei Livelli essenziali di prestazioni sociali (Leps), che hanno il loro apposito fondo. Ora si tratta di mettere a regime tutto questo. Riteniamo che a regime non possa essere l’unico punto di accesso la Casa della Comunità, dove si concentrano le équipe sanitarie e sociali: pensiamo siano necessari una regia e un monitoraggio di livello nazionale e regionale, poiché mentre il coordinamento regionale e nazionale durante la pandemia sono stati importantissimi, dall’altro lato per ora l’assistenza sociale da parte dei singoli comuni presenta gravi difformità e disomogeneità di intervento.
Altro punto fondamentale è la promozione di sani stili di vita, previsti anche come indicatore di monitoraggio dal nuovo sistema di garanzia, seppur non sufficientemente declinato. Come Federsanità intendiamo concentrarci quindi in modo particolare sull’impulso alle politiche di integrazione sociosanitaria, con la costituzione dell’Osservatorio sulla raccolta di buone pratiche di integrazione sociosanitaria che stiamo avviando con Agenas, e alla promozione di sani stili di vita, di invecchiamento attivo e anche in età scolare e prescolare, ponendo grande attenzione all’ambito per noi imprescindibile della medicina scolastica”.
L’importanza delle buone pratiche per il PNRR e per superare le disomogeneità territoriali
A che punto è la definizione delle nuove strutture: Case della Comunità, Centrali Operative Territoriali, Ospedale di Comunità? Quali sono i nodi da sciogliere per arrivare davvero a contare su questa nuova organizzazione? “Intanto, non stiamo parlando di una tabula rasa su cui costruire, ma di un sistema che, pur con diverse sfaccettature, sta già lavorando ed è già allocato fisicamente; a mutare sono la strutturazione e l’ammodernamento in toto del sistema sia dal punto di vista tecnologico e informatico che edilizio – sostiene Enrichens -. Anzi, quest’ultima è una delle critiche principali che vengono fatte al piano: l’idea che ci si metta il cappello da muratore ma manchi tutto il resto; una sensazione che mi permetto di confutare.
Agenas ha un ruolo importante, essendo diventata Agenzia Digitale, nella gestione e nel governo della telemedicina, strumento formidabile che permetterà di modificare anche il modo di lavorare
Quello che era la Casa della Salute, il Poliambulatorio, sta diventando in realtà qualcosa di fisicamente più gradevole sia per spazi che per servizi offerti all’interno della struttura. Laddove si affittavano locali, anche fatiscenti in alcuni casi, è stato possibile progettare e strutturare qualcosa di nuovo, efficiente e moderno, e dove era necessario costruire qualcosa che non c’era, adesso c’è la disponibilità. I patti tra presidenza, Ministero della Salute e Regioni sono già stati firmati e implementati, quindi le regioni stanno andando avanti. Agenas ha un ruolo importante, essendo diventata Agenzia Digitale, nella gestione e nel governo della telemedicina, strumento formidabile che permetterà di modificare anche il modo di lavorare.
Le regioni hanno fatto tutte il loro progetto e molte di esse sono già avanti nella costruzione o nel miglioramento delle strutture. Si tratta di un processo in divenire, seguito dal gruppo di lavoro istituito all’interno di Agenas e coordinato dalla dottoressa Alice Borghini. In più c’è un gruppo di monitoraggio non solo di tipo “ispettivo”, ma facilitatore, collaborativo e di disponibilità. Io stesso mi trovo a coordinare diverse situazioni sperimentali, in Piemonte, nel Lazio con una convenzione specifica, a Ragusa, in Trentino, in Friuli e in Sardegna attraverso il PonGov: abbiamo cominciato a sperimentare le COT, il funzionamento delle Case della Salute, ed esiste già un Manuale operativo e buone pratiche per ispirare e supportare l’implementazione del PNRR, che non è calato dall’alto ma abbiamo condiviso con questi soggetti sperimentatori.
In ultimo, c’è il tema della sinergia fra Missione 5 e Missione 6, che, come già sottolineato dalla dottoressa Frittelli, è un grande elemento di novità, che ci permetterà, tramite le COT, di coordinare le risorse della sanità ma anche dei Comuni per il sociale, e Federsanità sta facendo un grandissimo lavoro con i sindaci per creare queste sinergie”.
L’anno scorso, da un’indagine condotta da Federsanità insieme all’Ifel, è emerso che la spesa per il sociale varia dai 20 euro pro capite dei comuni più poveri calabresi ai 352 di Trento
Non si tratta di un compito facile. “Abbiamo due sistemi malati di grave disomogeneità – sostiene Frittelli -. Da una parte il SSN, che sicuramente è un apparato a due o anche tre velocità, e dall’altro lato, anche in conseguenza del primo aspetto, un’assistenza sociale, che comunque costituisce una significativa determinante di salute, in gestione ai Comuni. L’anno scorso, insieme all’Istituto per la Finanza e l’Economia Locale (Ifel) di Anci, abbiamo condotto un’indagine sui dati 2018, constatando che la spesa per il sociale varia dai 20 euro pro capite dei comuni più poveri calabresi ai 352 di Trento. Così come, analizzando il documento conclusivo dell’intergruppo sulla cronicità, possiamo riscontrare come gli indicatori di cronicità siano di gran lunga peggiori al Sud e nelle isole che al Centro e al Nord. Ecco perché risolvere il problema della disuguaglianza è cruciale.
Credo potremo migliorare la situazione facendo crescere la cultura organizzativa e la formazione innanzitutto dei professionisti sul territorio. Il modello, che è stato usato in maniera strategica e intelligente nel progetto PonGov, è di creare delle comunità di pratiche, perché altra strada non c’è, e noi come Federsanità ci ripromettiamo di disseminare quelle buone pratiche nelle realtà che sono meno forti.
L’altro progetto che abbiamo è quello sulle cure primarie nelle aree interne, che potrà avere un incredibile sviluppo grazie alla teleassistenza: in realtà la gran parte dei Comuni italiani si trova in aree interne, dove è ancora più difficile la presa in carico dei soggetti fragili sia dal punto di vista sanitario che sociale. Sarà un altro banco di prova per la raccolta di buone pratiche che consentiranno alle diverse realtà di operare nel migliore dei modi”.
Il DM 77 e la sfida della cronicità
Sin dai risultati dei questionari la cronicità emerge come criticità per il sistema. Il DM 77 potrà essere risolutivo? “L’obiettivo del PonGov Cronicità è proprio di gestire la cronicità con strumenti ICT. Senza fare voli pindarici, anche se ormai non sono più tali alla luce dei numerosi esempi concreti di uso dell’Intelligenza Artificiale in ambito sanitario, il primo punto viene da molto lontano perché noi spesso pensiamo che le cose nascano come funghi: ad esempio, il DM 77, prima milestone del PNRR, da approvare entro il 30 giugno affinché il PNRR potesse ricevere l’approvazione d’inizio della Comunità Europea – afferma Enrichens -. Ma il DM 77 nasce da documenti lontani, come l’Accordo Stato-Regioni del 7 febbraio 2013, dove per la prima volta si è parlato di gestione in piattaforme tecnologiche condivise fra il mondo dell’emergenza-urgenza e quello della continuità assistenziale; il 24 novembre del 2016 l’acquisizione del Numero unico europeo per le cure non urgenti 116-117; il Decreto rilancio, che definisco il “turbo” del Covid, che ci ha messi tutti in condizione di rimboccarci le maniche e di ritrovare una solidarietà di comportamento e una multidisciplinarietà che sono le categorie di pensiero con cui dobbiamo approcciare il lavoro del futuro: lavorare insieme non solo tra medici delle diverse specialità, ma anche con gli infermieri e tutti i professionisti del settore; e da ultimo il Dl. 34/2020 che parla di 9.600 infermieri di famiglia, di incrementare l’assistenza domiciliare, delle Case di Comunità, e dà oltre un milione di euro alle regioni per incrementare le Centrali Operative.
Tutto questo lo leggiamo esploso nel PNRR. Poi, certo, ogni cosa è perfettibile. Il DM 77 giustamente non ha ricompreso lo scibile, tant’è che di recente abbiamo lavorato su un documento per armonizzare gli ambiti della salute mentale, Neuropsichiatria Infantile, dipendenze e medicina penitenziaria, e altri pezzi dovranno essere migliorati in progressione. Però questo è un cammino inarrestabile, perché da un lato gli operatori hanno capito che è ora di cambiare approccio: non c’è più il Pdta, c’è la presa in carico, e si va in casa della gente con la telemedicina e con tutte le tecnologie a disposizione; e dall’altro il cittadino ha compreso che può prenotare qualunque cosa al mondo tramite una App sul telefono e allora deve approcciarsi a un sistema sanitario più efficiente e tecnologico”.
“Ormai tutti i presupposti per poter cambiare pelle al Paese sono partiti – aggiunge Frittelli -. Non dobbiamo nemmeno riferirci solo alla Missione 5 e alla Missione 6, che pure rappresentano una novità assoluta: pensiamo anche alle altre Missioni, alla transizione digitale generale del Paese, alle grandi infrastrutture, al potenziamento dell’istruzione e della ricerca. Pensiamo al PNRR nel suo complesso.
Soffermandoci sul settore sanitario, mai come adesso c’è stata una convergenza fra strumenti che a brevissimo diventeranno operativi (Missione 5, Missione 6 e le Linee guida per progettare il budget di salute approvate nel luglio scorso) e c’è anche una consapevolezza importante che al di là del mondo strettamente sanitario e di quello sociale sono sicuramente da portare a bordo gli altri stakeholder, dal terzo settore, sul quale come Federsanità stiamo lavorando in un’ottica di sensibilizzazione, perché è una parte importante della presa in carico, alle associazioni dei pazienti“.
Il ruolo della sanità privata e il futuro del PNRR
Pubblico numeroso e tante domande in diretta per gli ospiti. La prima: la classe medica italiana è anagraficamente vecchia e sta uscendo dal mercato del lavoro, mentre i colli di bottiglia creati dal sistema sanitario rendono disponibili pochi medici rispetto al reale bisogno. Potrà essere la sanità privata quella che attuerà di fatto il DM 77?
“Ricordiamoci per prima cosa che sempre in epoca Covid c’è stato un incremento di 17mila borse di studio – risponde Enrichens -. Anche qui però ci deve essere un diverso approccio: il mio pensiero, condiviso in realtà da molti, è che la programmazione delle specialità sanitarie dovrebbe venire dal ministero della Salute e non da quello dell’Università. Il punto è il fabbisogno, tant’è che il direttore di Agenas Mantovan ha voluto molto precocemente istituire col ministero un gruppo di lavoro sugli standard di personale formato da Agenas, ministero e regioni, che sta per portare a compimento il proprio lavoro. Dobbiamo capire cosa serve, che non significa solo lo storico: bisogna incrociare le attività, depurandole con l’appropriatezza e incrociandole con l’epidemiologia e la previsione per il futuro, sperando di azzeccarla.
Teniamo conto anche del fatto che in Italia abbiamo più personale medico che infermieristico rispetto alla media europea. Per realizzare l’intero PNRR, nel giro di cinque o sei anni abbiamo calcolato che serviranno 47.500 infermieri, oltre ai circa 30mila che andranno in pensione, quindi il fabbisogno è 70mila: è qualcosa che si può concretizzare in questo arco di tempo ed è anche possibile finanziarlo, in progressione”.
Cosa fare nel frattempo? “Se andiamo a vedere la distribuzione della continuità assistenziale nelle singole regioni, vediamo che abbiamo più di 20mila medici, di cui molti specialisti, che stanno svolgendo un lavoro un po’ anacronistico, magari prendendo appunti su un taccuino, altro che ICT. Allora, anziché pensare di chiudere queste postazioni, si potrebbe riqualificare questo personale e già lì avremmo una forza in più.
Sulla collaborazione col privato: questi tabù devono finire, purché quella col privato sia una co-progettazione e co-programmazione in una casa di vetro trasparente e non accada che, quando c’è da costruire un ospedale, uno faccia fuori i fondi di magazzino che non riesce a vendere”.
“Sarà fondamentale il parametro del fabbisogno – concorda Frittelli -. Il grande sforzo dovrà essere organizzativo. Non possiamo pensare di costruire a pezzi il DM 77 mettendolo accanto a quello che già c’è. Certo il privato fa una grande concorrenza rispetto al pubblico e per migliorare la situazione credo ci sia una grande necessità di rivedere i meccanismi di programmazione che sono stati indotti più dalle esigenze finanziarie del ministero dell’Istruzione che dalle esigenze reali del Paese, non solo per la professione medica ma anche per le professioni sanitarie in genere. Ma il problema è molto più ampio.
In primis abbiamo un’organizzazione per silos che risale come impianto al Duemila, con pochi remake: parliamo di venti anni fa, quando la situazione era tutt’altra. Inoltre abbiamo una certa difficoltà ad acquisire personale qualificato. Si va da un estremo all’altro: concorsi farraginosi e lunghi o stabilizzazioni senza la possibilità di effettuare alcun tipo di valutazione sulla qualità di chi si va a includere, che resterà nella Pubblica Amministrazione per quarant’anni. Terzo punto, una remunerazione bassa e al momento per tutti uguale, senza nessun modo per premiare chi è più inserito nel sistema e vuole fare di più. Tutto l’insieme va pertanto rivisto, a partire dalla contrattazione nazionale che nel pubblico è in notevole ritardo.
Urge trovare delle metriche per incoraggiare l’ingresso nel sistema delle professionalità
Cosa fare allora? Insieme alla definizione del fabbisogno, urge trovare delle metriche per incoraggiare l’ingresso nel sistema delle professionalità. Adesso chiunque entri nel SSN deve attendere almeno cinque anni per poter avere un incarico di livello superiore, anche se magari ha già raggiunto standard elevati. C’è da riflettere pure sulla remunerazione, che sia per i medici che per gli infermieri è più bassa rispetto ai livelli europei”.
Molte le domande da parte del pubblico sul possibile impatto del nuovo governo sulle riforme in atto: il PNRR potrebbe essere davvero ridiscusso per focalizzarsi di più sul personale? In alternativa, da dove si potrebbero reperire i fondi per il personale?
“Tutto è perfettibile – sostiene Enrichens -. Ci sono regole che andranno stabilite insieme alla Comunità europea e degli aggiustamenti saranno possibili ed erano previsti anche in corso d’opera per situazioni che potessero emergere non previste all’inizio. Tuttavia ritengo che abbiamo tante risorse disponibili e non adeguatamente utilizzate: invece di chiudere quello che riteniamo non efficientissimo, facciamo addestramento e formazione e andiamo a mettere in condizione questi medici e infermieri di ricevere un upgrade tecnologico che permetta loro di lavorare in un sistema più moderno ed efficiente”.
“Un Paese in salute è sicuramente in grado di produrre di più, quindi considero importante agganciare il finanziamento del SSN a una percentuale di Pil – conclude Frittelli -. Credo anche, come Enrichens, nella necessità di ottimizzare un sistema che nelle pieghe può trovare già oggi delle risorse”.
La governance dei dispositivi medici e l’applicazione dei nuovi regolamenti
I dispositivi medici hanno una nuova governance sulla base dei Regolamenti europei (MDR (UE) 2017/745 e IVD IVDR (UE) 2017/746). Ma per la loro applicazione, esistono ancora delle criticità che chiedono una soluzione. Alcune di queste sono emerse nella seconda tavola rotonda, dedicata ieri pomeriggio, nell’ambito del XV Congresso Nazionale della Società Italiana di Health Technology Assessment.
Gli interventi sono stati moderati da Irene Colangelo, Health Economics and Reimbursement Manager di Abbott Medical Italia e membro del direttivo della Sihta, e Pietro Derrico, responsabile Funzione Tecnologie ed Unità di Ricerca Health Technology Assessment and Safety dell’IRCCS Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e past president della Società.
Sul fattore tempo che rischia di allungarsi, si concentra Marco Marchetti, dirigente Unità Operativa di HTA dell’Agenas. “Uno dei problemi esistenti – osserva – è quello legato alla necessità di coordinare i tempi per l’ottenimento del marchio Ce per i dispositivi con quello che sarà necessario per la realizzazione di un Joint clinical assessment (JCA). È importante che sia le attività che i tempi per l’ottenimento del marchio CE e per la realizzazione del Joint Clinical Assessment (JCA) siano coordinati e coerenti. Nei prossimi anni, quindi, sarà importante definire le regole del gioco in modo che questi percorsi siano coordinati e sinergici tra loro. I risultati del JCA sono finalizzati ad uniformare la valutazione del valore dei dispostivi medici in modo tale che questo sia simile nei diversi Paese europei. Anche se l’adozione dei risultati dei JCA non è obbligatoria dai diversi Paesi, è anche vero che il sistema informativo, previsto dal Regolamento HTA, che la Commissione Europea sta avviando, prevede che ogni Paese, che dovesse decidere di avviare un processo di valutazione nazionale rispetto a JCA, dovrà darne comunicazione alla Commissione e dare evidenza di eventuali risultati difformi da quelli del JCA. Ciò stimola l’adozione di una condotta comune”.
Altro problema sollevato da Marchetti riguarda il budget a disposizione per la realizzazione dei JCA. “Al momento il Regolamento non prevede un budget a livello europeo per la realizzazione. Relativamente invece alle connessioni tra Regolamento sui dispositivi medici e sui diagnostici in vitro e il Regolamento europeo sull’HTA, è stato avviato un lavoro da parte del network Head of Agency, che raccoglie le agenzie europee di HTA, e nei prossimi mesi – conclude – è atteso un documento che faccia una analisi di dettaglio sui regolamenti”.
Mancano ancora molti tasselli nel puzzle, secondo Fernanda Gellona, direttore generale di Confindustria Dispositivi Medici. “Le principali difficoltà – commenta che si stanno verificando con l’introduzione dei nuovi Regolamenti europei sono relative ai tempi e ai costi di certificazione, oltre alla quantità e alla presenza di organismi notificati non ancora adeguati al numero di prodotti che devono essere certificati ai sensi della nuova normativa. La mancata disponibilità, ad oggi, di tutta l’infrastruttura regolatoria prevista dai Regolamenti, tra cui Eudamed, standard armonizzati, indicazioni chiare per indagini cliniche e studi delle prestazioni, laboratori di riferimento EU per i dispositivi medici diagnostici in vitro a più alto rischio, specifiche comuni, rendono il percorso ancora più difficile. Ma prima di tutto ciò sarebbe importante chiedersi se il sistema Paese è pronto e disponibile ad acquisire dispositivi medici innovativi. Perché sappiamo che l’innovazione nei dispositivi medici porta valore aggiunto sul paziente o processi più sostenibili dal punto di vista economico, ma di per sé l’innovazione ha costi maggiori rispetto alla tecnologia più obsoleta. Purtroppo oggi il nostro Paese ha scelto di adottare il payback, così come è stato fatto nel decreto Aiuti bis, riversando oltre 2,2 mld di oneri sulle imprese e ha confermato tetti di spesa decisi dal governo e imposti alle regioni. Ci chiediamo pertanto se l’Italia sia un Paese che abbia la capacità e la volontà di voler mettere a disposizione dei cittadini dispositivi innovativi. A questa domanda dovremmo dare una risposta ancor prima di mettere a posto i percorsi regolatori”.
Quali cambiamenti sono attesi nell’operatività dentro le mura dell’ospedale, sono stati valutati da Francesco Cattel, direttore della S.C. Farmacia Ospedaliera dell’A.O.U. Città della Salute e della Scienza di Torino. “Nell’analisi – dice – del nuovo assetto europeo per la valutazione dei dispositivi medici, i modelli di governance applicati dal farmacista ospedaliero possono essere di molteplice natura e sta al manager adattarli alla sua realtà operativa. Con il nuovo Regolamento Europeo sui Dispositivi Medici (MDR 745/17), si prevede inoltre l’implementazione della governance in termini di appropriatezza, tracciabilità e dispositivo-vigilanza nonché di HTA che porteranno a novità e risvolti interessanti nella pratica aziendale”.
Sui ritardi insiste anche Matteo Ritrovato, responsabile HTA dell’IRCCS Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma. “I nuovi regolamenti – a afferma – sono stati presentati come una rivoluzione per il settore, per garantire maggiore sicurezza ed efficacia di tali dispositivi. Ad oggi tuttavia il giudizio non può che rimanere sospeso, se non altro per il ritardo nell’implementazione di EUDAMED (elemento cardine della implementazione operativa dei due regolamenti). Ciò che già ora possiamo constatare sono le enormi difficoltà incontrate dai produttori nello svolgimento dell’iter certificativo, mentre non abbiamo informazioni su un effettivo incremento delle attività di raccolta delle evidenze cliniche legate ai nuovi percorsi Clinical Evaluation Plan (CEP) e Post Market Clinical Follow up (PMCF). L’auspicio comunque, complice anche il nuovo regolamento HTA, i cui processi verranno alimentati naturalmente da tali attività, è che si diffonda pienamente una cultura del dato che faccia sì che qualsivoglia processo di erogazione delle prestazioni sanitaria possa diventare una fonte di informazioni routinariamente raccolte e catalogate e, di conseguenza, facilmente accessibili ed analizzabili”.
Fra i fruitori del Regolamento ci sono gli ingegneri clinici che ricordano come i dispositivi debbano essere sempre visti in favore dei pazienti. “Il vantaggio – conclude Umberto Nocco, presidente dell’Associazione Italiana Ingegneri Clinici (AIIC) – di avere un framework europeo, ancora più solido, auspicabilmente governato e disegnato in termini di processo, ci consentirà di godere a livello locale di tutte le informazioni cliniche che vengono prodotte a livello della Comunità europea con la richiesta e l’impegno da parte nostra di doverlo tradurre a livello statale, per la gestione delle policy e delle politiche sanitarie, e a livello di singola azienda ospedaliera proprio per poter avere strumenti di valore per l’introduzione delle tecnologie a vantaggio dei pazienti. È sempre fondamentale l’analisi della domanda di salute. Deve essere chiaro il bisogno in funzione del quale si può trovare la risposta tecnologica. Diversamente rischiamo di avere la risposta sbagliata se la domanda o non è presente o è mal posta”.
Per approfondire
Perché l’HTA è valore?
Presidenza europea ASPHER: il professor Carlo Signorelli è il nuovo presidente
In occasione del “Deans’ & Directors’ Retreat”, tenutosi dal 14 al 16 ottobre scorsi presso la Facoltà di Sanità Pubblica dell’Università di Sofia, in Bulgaria, il Prof. Carlo Signorelli, Past President della Società Italiana d’Igiene, è stato nominato quale nuovo Presidente di ASPHER (Association of the Schools of Public Health in the European Region). Il Prof. Signorelli, che è anche Ordinario di Igiene e Sanità Pubblica all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, subentra all’anglosassone John Middleton. La presidenza di ASPHER torna così a un membro italiano dopo 26 anni, quando fu nominato Franco Cavallo, professore di Igiene e Statistica dell’Università di Torino.
“Sono onorato dell’incarico – ha dichiarato, durante il suo discorso d’insediamento, il Prof. Carlo Signorelli, Past President di SItI – e mi impegnerò anche per una maggior visibilità delle piccole scuole, come quelle italiane, e la valorizzazione delle migliori pratiche, con particolare riguardo ai giovani professionisti che vogliamo sempre più coinvolgere”.
Durante il “Deans’ & Directors’ Retreat” si sono evidenziate le priorità per il prossimo biennio, tra cui la revisione delle “Core Competences” per il professionista di Sanità Pubblica, ossia i contenuti formativi che devono essere erogati agli specialisti di Sanità Pubblica, da rivedere dopo la pandemia da Covid_19 e i nuovi indirizzi mondiali come i concetti di global health, one-health e di health in all policies.
ASPHER è la più antica Associazione scientifica europea, fondata nel 1966, che raccoglie tra i suoi membri circa 150 Scuole o Istituti che erogano corsi di Sanità Pubblica a diversi livelli. Tra queste, le 38 Scuole di Igiene e Medicina Preventiva italiane, aggregate tramite la Società Italiana d’Igiene (SItI). ASPHER sarà co-organizzatore, assieme a WFPHA (World Federation of Public Health Associations) e SItI del prossimo Congresso Mondiale di Sanità Pubblica in programma a Roma nel maggio del 2023.
