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Osteoporosi, alla ricerca di percorsi condivisi

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L’osteoporosi è una malattia sistemica dello scheletro, caratterizzata da una ridotta massa ossea e da sue alterazioni qualitative e quantitative che si accompagnano all’aumento del rischio di frattura.

Cronica, non trasmissibile, grave e molto invalidante, spesso legata ad altre condizioni cliniche o conseguenza di terapie per gravi patologie, questa malattia costituisce un importante problema di sanità pubblica: è, infatti, la causa principale delle fratture in età avanzata e in molte Regioni si segnala un aumento progressivo del numero di eventi.

Spesso il dialogo tra istituzioni e clinici è di natura frammentaria o non esaustiva. In questo ambito, invece, l’apertura all’ascolto e al confronto e la disponibilità alla collaborazione, con l’obiettivo comune del porre al centro le necessità e i bisogni del paziente, potrebbero consentire la realizzazione di iniziative condivise, per conseguire una serie di indubbi vantaggi per pazienti, clinici e istituzioni.

Un esempio significativo, in questo senso, è rappresentato dalle iniziative portate avanti nella Regione Campania con un Osservatorio sull’osteoporosi. Ne parliamo con alcuni dei protagonisti: Mario Nicola Vittorio Ferrante (Direttore Generale Asl Avellino), Giuseppe Longo (Direttore Generale Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II di Napoli) e Ugo Trama (Dirigente Politica del Farmaco e Dispositivi, Direzione Generale per la Tutela della Salute e Coordinamento del Sistema Sanitario Regionale, Campania).

Intervista a Mario Nicola Vittorio Ferrante

Direttore Generale Asl Avellino

Quale sarà il ruolo della ASL di Avellino alla luce del percorso individuato e perché avete deciso di partecipare alle iniziative dell’osservatorio sull’osteoporosi in Campania?

Mario Nicola Vittorio Ferrante

L’iniziativa è ambiziosa. Nel percorso diagnostico-terapeutico per l’assistenza ai malati critici è necessario che tutti gli attori del sistema facciano la propria parte. Un servizio che prevede il coinvolgimento nel profilo di cura di tutti i soggetti che prendono in carico il paziente, a partire dalle istituzioni, passando per le strutture sanitarie territoriali e giungendo fino ai medici di medicina generale, rappresenta sicuramente un’azione forte che consente di dare una risposta adeguata al cittadino, andando incontro alle sue necessità. Solo in questo modo la risposta che noi come Servizio Sanitario Regionale possiamo offrire può generare risultati importanti, che ci vengono anche riconosciuti dalla popolazione.

Che cosa è stato sviluppato e qual è l’importanza di quanto fatto finora?

A livello aziendale, noi stiamo attivando una serie di azioni anche a livello ambulatoriale, con l’obiettivo di avviare un’attività di sensibilizzazione convergente a 360°. In quest’ottica, stiamo organizzando, come Asl, momenti di incontro e formazione multidisciplinari, come ad esempio un recente convegno a cui hanno partecipato i professionisti che si occupano di malattie reumatiche ai livelli apicali.

Il mio incarico come Direttore Generale della Asl di Avellino è ancora piuttosto recente ma quello che stiamo cercando di portare avanti è un discorso che riesca a valorizzare tutte le strutture presenti nella Asl territoriale, che è composta non tanto di ospedali di II livello ma da ospedali di I livello e da strutture territoriali. Nella filiera organizzativa devono quindi rientrare tutte le varie azioni, a canna d’organo.

Il percorso che stiamo implementando rientra a pieno titolo nell’ottica della riforma del rapporto ospedale-territorio, come previsto dal Pnrr e dal Dm77

Quali sviluppi prevedete per il futuro, anche in ottica della riforma del rapporto ospedale-territorio innescata dalla pandemia?

Questo percorso che stiamo implementando rientra a pieno titolo nell’ottica della riforma del rapporto ospedale-territorio a seguito della pandemia, così come previsto dal Pnrr e dal Dm77.

In termini di ricadute pratiche sul paziente e sulla gestione della patologia nell’ambito regionale, questa iniziativa potrà influire positivamente su una maggiore vicinanza al paziente delle strutture sanitarie e su un migliore accesso agli ambulatori.

Inoltre, in funzione del nuovo percorso che stiamo implementando, sono previste modifiche e adeguamenti che interesseranno anche la parte di somministrazione dei farmaci, che verrà implementata di conseguenza. Un esempio per tutti: tra le prime innovazioni che ho apportato nel mio nuovo incarico c’è stato l’allestimento di una sala d’attesa adeguata per la dispensazione dei farmaci a livello ospedaliero, per facilitare l’interazione con il territorio e mettere a disposizione dei pazienti che devono recarsi in ospedale per ritirare i farmaci con distribuzione ospedaliera oppure per il profilo di cura una struttura conforme alle loro esigenze.

Intervista a Giuseppe Longo

Direttore Generale Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II di Napoli

Quale sarà il ruolo dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II di Napoli alla luce del percorso individuato e perché avete deciso di partecipare alle iniziative dell’osservatorio sull’osteoporosi in Campania?

Giuseppe Longo

Attraverso il PDTA aziendale è possibile prendere in carico il paziente con osteoporosi nella maniera più completa possibile, coinvolgendo tutte le figure professionali di cui ha bisogno il paziente. Questa prima positiva esperienza di PDTA aziendale è stata considerata un progetto pilota per sviluppare e coinvolgere gli specialisti sul territorio regionale con l’obiettivo di potere sviluppare un atto d’indirizzo che può essere la base per un PDTA a livello regionale per il paziente osteoporotico.

Che cosa è stato sviluppato e qual è l’importanza di quanto fatto finora?

Questo percorso è nato da un primo corso di formazione realizzato con il Dipartimento di Sanità Pubblica della Federico II ed è servito come esperienza per costruire il PDTA aziendale all’interno dell’AOU Federico II di Napoli.

Quali sviluppi prevedete per il futuro, anche in ottica della riforma del rapporto ospedale-territorio innescata dalla pandemia?

L’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II è stata da subito coinvolta attivamente anche alla luce di queste due esperienze, del corso di formazione e della successiva implementazione del PDTA a livello aziendale.

Attraverso il PDTA aziendale è possibile prendere in carico il paziente con osteoporosi nella maniera più completa possibile, coinvolgendo tutte le figure professionali di cui ha bisogno

Quali possono essere le ricadute pratiche sul paziente e sulla gestione della patologia nell’ambito regionale, e più in generale per il SSN?

Gli obiettivi che si possono raggiungere con l’adozione del PDTA regionale sono molteplici. In primis, garantire al paziente affetto da osteoporosi la sequenza appropriata di azioni da attuare in relazione alle diverse fasi di malattia, migliorando l’accessibilità alle prestazioni specialistiche. È possibile assicurare un’organizzazione coordinata e integrata dei diversi livelli specialistici e delle cure primarie, individuando criteri di appropriatezza per la prescrizione di esami laboratoristici, radiologici e strumentali specifici. Si pensi ad esempio a DEXA, morfometria e radiografia rachide nei soggetti con sospetto di osteoporosi. Inoltre, è possibile individuare i pazienti con forme di difficile diagnosi o che necessitino di diagnosi differenziale al fine di indirizzarli precocemente a valutazione specialistica; permettere una collaborazione dei diversi specialisti in modo da garantire un’adeguata valutazione dei pazienti in qualsiasi aspetto della patologia dell’osteoporosi; misurare le performance dei vari livelli della rete in termini di obiettivi raggiunti nella presa in carico e cura dei pazienti. Da ultimo, ma non meno importante, ridurre l’impatto sanitario e socioeconomico dell’osteoporosi e delle fratture da fragilità in termini di riduzione dei costi sanitari (diretti e indiretti) e dei costi sociali (mortalità, disabilità, impatto sulla qualità della vita), grazie al miglioramento della qualità dei trattenimenti e alla definizione di standard ottimali di cura.

Intervista a Ugo Trama

Dirigente Politica del Farmaco e Dispositivi, Direzione Generale per la Tutela della Salute e Coordinamento del Sistema Sanitario Regionale, Regione Campania

Qual è stato il ruolo della Regione Campania nelle iniziative di supporto alla corretta gestione dell’osteoporosi in Campania?

Ugo Trama

La Regione Campania ha messo in campo una serie di iniziative per rispondere alla necessità di un adeguato percorso di presa in carico e gestione del paziente affetto da malattia cronica. Nella fattispecie, il percorso di presa in carico del paziente con osteoporosi è volto alla riduzione del rischio di fratture, da cui deriva elevato burden tanto per i pazienti quanto per il SSN.

L’obiettivo fondamentale è quello di cercare di mettere in rete esperti clinici delle Aziende Sanitarie regionali, fornendo molteplici occasioni di confronto e dialogo tecnico e operativo (in presenza e attraverso webinar) tra i Medici di Medicina Generale (MMG) e gli specialisti competenti nella gestione dei pazienti affetti da osteoporosi. Nondimeno, sarebbe opportuno prevedere sempre anche la partecipazione di Direttori Generali e Sanitari, farmacisti e Istituzioni regionali, al fine di creare awareness e fornire ampia formazione su tematiche epidemiologiche, cliniche, economiche, farmaceutiche, medico-legali e di organizzazione sanitaria.

Perché è interessante questo tipo di attività per la vostra Regione e quali miglioramenti può portare sul piano pratico a livello di organizzazione della sanità regionale?

Il trattamento di patologie complesse richiede frequentemente il contributo di più attori all’interno di un sistema multidisciplinare e solo attraverso interventi di riorganizzazione gestionale dei servizi sia a livello aziendale che a livello regionale diventa possibile conciliare l’ottenimento di benefici reali in termini di salute e l’utilizzo efficiente delle risorse.

Il percorso di presa in carico del paziente con osteoporosi è volto alla riduzione del rischio di fratture, da cui deriva elevato burden tanto per i pazienti quanto per il SSN

Il contesto pandemico ha creato nuove sfide e opportunità e ha reso drammaticamente ineludibile la necessità di un ridisegno e ottimizzazione degli attuali percorsi di cura – come declinato nel DM 77 – soprattutto nell’ambito delle patologie croniche, come l’osteoporosi.

L’esperienza ha dimostrato come sia necessario garantire un corretto follow-up e, soprattutto, quanto sia fondamentale la promozione di strumenti che facilitino l’armonizzazione e l’uniformità di cure nel territorio della Regione Campania.

Attualmente in Regione Campania la gestione della patologia dell’osteoporosi è affidata a singoli sanitari separatamente (MMG, specialisti territoriali e specialisti ospedalieri) in assenza di un percorso ben definito che guidi il paziente nelle varie fasi della diagnosi e della terapia (farmacologica e non) di tale patologia su tutti i fronti. Ne deriva la necessità di un profondo rinnovamento che comporti il passaggio da una medicina di attesa a una medicina di iniziativa, con la costruzione di un processo basato, in particolare, sulla rilevazione dei bisogni e delle diseguaglianze nella salute, sulla definizione di percorsi di cura e di assistenza integrati, sull’organizzazione della medicina generale e sull’integrazione tra didattica, ricerca e assistenza. Un nuovo modello di assistenza integrata, fondato sulla corretta informazione e formazione, sulla partecipazione e integrazione dei professionisti, deve prevedere una comunicazione chiara, responsabile, condivisa ed efficace, in particolare fra gli operatori sanitari, fra Istituzioni e cittadino e fra operatore sanitario e paziente.

L’intento delle varie iniziative sull’osteoporosi sostenute dalla Regione è stato quello di individuare azioni atte ad incrementare la qualità dell’assistenza erogata, migliorando gli outcomes e promuovendo la sicurezza del paziente attraverso l’utilizzo delle giuste risorse necessarie ed attraverso un approccio multidisciplinare e una maggior collaborazione tra ospedale e territorio.

Questa esperienza può essere esportabile in altre realtà e Regioni e che cosa serve per realizzare un progetto di questo genere?

Sì, al netto delle diverse realtà territoriali, è comune la necessità di una presa di coscienza sia dell’importanza della prevenzione che della cura delle patologie croniche e quindi, che nella presa in carico post dimissioni dopo l’evento acuto.

La Regione Campania da sempre, si è mostrata sensibile e attenta al tema dell’osteoporosi, dimostrando una presa di coscienza della necessità di ottimizzazione della prevenzione e della presa in carico dell’osteoporosi. Dal confronto tecnico con gli esperti clinici e payer che hanno partecipato alle iniziative promosse, sono state formulate proposte per potenziare la gestione e la presa carico del paziente con osteoporosi, attraverso la definizione del setting clinico-assistenziale e la promozione di un approccio multidisciplinare e di maggior collaborazione tra ospedale e territorio, per consentire l’incremento della qualità dell’assistenza erogata e la sicurezza del paziente.

Malattia di Crohn, al congresso IG-IBD le nuove linee guida sull’uso dei farmaci biologici

La sicurezza dei farmaci biologici nelle malattie infiammatorie croniche intestinali, la gestione medico-chirurgica della malattia perianale, la transizione delle malattie infiammatorie dall’età pediatrica a quella adulta, le novità dalla ricerca di base sull’asse intestino-cervello e le più recenti innovazioni terapeutiche. Questi alcuni dei temi che verranno trattati durante il XIII Congresso nazionale dell’Italian Group For The Study Of Inflammatory Bowel Disease (IG-IBD),in programma a Riccione dal 1° al 3 dicembre 2022.

 

“Giungiamo all’appuntamento con una accresciuta consapevolezza riguardo all’impatto che le malattie infiammatorie croniche intestinali avranno nei prossimi anni in Italia”, afferma Flavio A. Caprioli, Segretario Generale dell’IG-IBD, professore associato all’Università degli Studi di Milano e medico gastroenterologo presso la Fondazione IRCSS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano. “L’interesse – sottolinea – verso questo tipo di patologie sta crescendo ma il nostro compito è migliorare ulteriormente le competenze nella gestione della malattia da parte del personale sanitario, estendere la consapevolezza nelle istituzioni, nella popolazione e nei pazienti, ed accrescere il numero di specialisti che si dedicano anche in maniera strumentale all’attività clinica e chirurgica”. All’aumento delle diagnosi, la Società scientifica vuole rispondere con una offerta migliore, dal punto di vista formativo e culturale. “In particolare – dice – il nostro obiettivo è proporre una formazione più mirata affinché le malattie vengano diagnosticate sempre più in fase precoce”.

 

Nella prima della tre giorni a Riccione, verranno presentate le nuove Linee guida IG-IBD per l’uso dei farmaci biologici per i pazienti con malattia di Crohn, stilate dalla Società, a valle di uno studio iniziato nel 2019. Il lavoro sarà poi oggetto di pubblicazione su riviste di rilevanza internazionale. “Si tratta – precisa – della seconda parte delle Linee guida che l’IG-IBD dedica al trattamento delle malattie infiammatorie croniche intestinali con farmaci biologici, dopo quelle presentate al congresso 2021 relative alla rettocolite ulcerosa. Il documento è stato realizzato sulla base della metodologia GRADE, riconosciuto a livello internazionale, per una valutazione oggettiva delle evidenze disponibili”.

 

“Questo documento vuole dare una visione d’insieme sulle terapie avanzate nella malattia di Crohn. Molto lavoro però è ancora da fare per avere chiaro il posizionamento dei farmaci nelle varie linee terapeutiche”, spiega il dottor Fabio Macaluso, gastroenterologo presso l’IBD Unit dell’Azienda ospedaliera “Villa Sofia-Cervello” di Palermo, uno dei sei componenti del comitato coordinatore delle Linee guida, insieme al dottor Ambrogio Orlando, responsabile IBD Unit della A.O. Ospedali Riuniti “Villa Sofia-Cervello” di Palermo, il professor Alessandro Armuzzi, responsabile del Centro IBD dell’Istituto Clinico Humanitas di Rozzano e professore ordinario di gastroenterologia presso la Humanitas University e attuale Segretario della European and Colitis Organisation (ECCO), al dottor Claudio Papi e al dottor Stefano Festa, gastroenterologi della UOC di Gastroenterologia Asl Roma 1 – UOS Malattie Infiammatorie Intestinali “S. Filippo Neri” di Roma, e alla dottoressa Daniela Pugliese, gastroenterologa del Policlinico Universitario “Agostino Gemelli” IRCCS e membro del comitato scientifico dell’IG-IBD.

 

“Le Linee guida – continua Macaluso – prendono in considerazione i vari setting clinici nei quali possono essere usati i farmaci biologici, cioè l’induzione della remissione, il mantenimento della remissione stessa ma anche la malattia perianale e la prevenzione della recidiva post chirurgica. Ci auguriamo che la pubblicazione possa rappresentare un punto di riferimento per i medici che trattano le malattie infiammatorie croniche intestinali, per avere una indicazione chiara per l’utilizzo dei farmaci biologici nella malattia di Crohn”.

 

La Società prevede, inoltre, nel corso del 2023, di realizzare una Consensus Delphi relativa all’uso dei farmaci biologici associati a manifestazioni extra intestinali reumatologiche, in collaborazione con la Società Italiana di Reumatologia (SIR).

 

Altro tema con cui si aprirà il Congresso sarà, come ogni anno, la collaborazione fra la IG-IBD e l’Associazione dei pazienti, rappresentati dalla AMICI Onlus. La partnership ha dato luogo finora a numerose iniziative scientifiche e di sensibilizzazione verso le malattie infiammatorie croniche intestinali. Nel 2023 è prevista in particolare una attività relativa al delicato periodo di transizione dall’età pediatrica a quella adulta del paziente con malattia infiammatoria cronica intestinale.

Il CCW mette a disposizione la traduzione autorizzata dall’University College of London del Toolkit UCL per la misurazione del benessere al museo

Il CCW – Cultural Welfare Center ha avviato una collaborazione con l’University College of London (UCL) per rendere accessibile la traduzione italiana del Museum Wellbeing Measures Toolkit, un kit composto da strumenti per misurare l’impatto delle esperienze museali sul benessere delle persone.

 

Si tratta di uno strumento che permette di applicare alcune scale di misurazione, sperimentato in tutto il Regno Unito, predisposto per valutare l’impatto della partecipazione alle attività culturali promosse da musei, gallerie e archivi.

 

Il Toolkit UCL per la misurazione del benessere al museo è stato progettato per misurare la risposta in termini di benessere delle attività di progettazione, allestimento e gestione dei progetti museali, di sensibilizzazione e di coinvolgimento dei differenti pubblici. Per questo, può essere un utile strumento per gli operatori museali nell’importante fase della valutazione.

 

In Italia, sono già in corso due esperienze di sperimentazione e implementazione del Toolkit, presso l’Archivio di Stato di Modena e la Fondazione Palazzo Magnani di Reggio Emilia, in collaborazione con CCW-Cultural Welfare Center di Torino e Università di Modena e Reggio Emilia.

 

Il kit con gli strumenti e le metodologie di misurazione del benessere al museo è disponibile da scaricare dal sito del CCW cliccando qui

AIFA pubblica le Raccomandazioni sulla terapia mirata delle infezioni resistenti

L’Agenzia Italiana del Farmaco pubblica sul portale istituzionale due documenti, rivolti ai medici ospedalieri (“Terapia mirata delle infezioni causate da batteri Gram negativi resistenti a multipli antibiotici nei pazienti ospedalizzati”) e ai medici di medicina generale (“Terapia mirata delle infezioni urinarie non complicate e complicate causate da batteri Gram negativi resistenti a multipli antibiotici per la Medicina Territoriale (incluse residenze sanitarie assistenziale)”, con raccomandazioni specifiche per le infezioni più complesse da trattare, causate dai batteri considerati “critici” dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), con opzioni terapeutiche minime o senza alcuna opzione terapeutica.

 

Le raccomandazioni sono state elaborate dal Gruppo di lavoro multidisciplinare CTS AIFA-OPERA (Ottimizzazione della PrEscRizione Antibiotica), costituito nel 2021 per supportare l’Agenzia nella promozione dell’uso ottimale degli antibiotici.

 

Sviluppate con un approccio ragionato e basato sulle più recenti evidenze scientifiche, le Raccomandazioni indicano gli antibiotici da privilegiare – differenziati in prima, seconda scelta e alternative – e il dosaggio e la via di somministrazione più appropriati e con il più basso rischio di selezione di batteri resistenti.

 

Il fine è quello di preservare l’efficacia sia degli antibiotici di uso convenzionale (approvati prima del 2010) sia delle molecole più recentemente immesse sul mercato e ridurre l’insorgenza delle resistenze.

 

Le Raccomandazioni sono consultabili sul sito dell’AIFA: clicca qui

Il riposizionamento dei farmaci al servizio delle malattie rare

La moxifloxacina, un antibiotico utilizzato per la cura di infezioni respiratorie, risulta efficace anche nel trattamento dell’atrofia muscolare spinale (SMA). Lo dimostra uno studio condotto dalle ricercatrici del Neuroscience Institute Cavalieri Ottolenghi (NICO) Marina Boido e Giovanna Menduti in collaborazione con l’Università di Valencia e l’ISERM, e grazie al supporto di AFM-Téléthon.

I risultati confermano nel riposizionamento dei farmaci una strategia preziosa per identificare nuove terapie per le malattie rare. Ne parliamo con Marina Boido, docente di Anatomia umana del Dipartimento di Neuroscienze e Neuroscience Institute Cavalieri Ottolenghi (NICO), Università di Torino.

Aborto: aggiornamento indagine “Mai dati” su applicazione Legge 194

L’aggiornamento dell’indagine “Mai Dati” delle giornaliste Chiara Lalli e Sonia Montegiove, resa nota con l’Associazione Luca Coscioni riporta dati nuovi e aggiornati sui numeri degli obiettori di coscienza in 10 Regioni italiane. Questi dati si riferiscono al 2021, mentre quelli ministeriali pubblicati nell’ultima Relazione di attuazione della legge 194 (pubblicati, peraltro, in formato chiuso e aggregati per Regione) sono fermi al 2020.

 

Dall’indagine basata su richieste di accesso civico generalizzato alle Regioni, il Molise conferma l’alta percentuale di obiettori (su 2 strutture ospedaliere in totale, 1 struttura che non è punto IVG ha tutti i medici ginecologi obiettori, mentre nell’altra 8 ginecologi su 10 sono obiettori). Seguono la Puglia (8 ospedali con obiezione al 100% su 35 totali – di questi 7 non sono punti IVG e 1 è punto IVG) e le Marche (2 ospedali su 17 totali – non sappiamo se punto IVG oppure no). Inoltre, il Molise ha il record di avere il secondo ospedale con una percentuale di obiettori superiore all’80% e la Puglia presenta un totale di 16 strutture su 35 con una percentuale di obiezione sopra l’80%.

 

Le Regioni con la più bassa percentuale di punti IVG sono invece la Campania (28,4%, 19 su 67 punti IVG), l’Abruzzo (33,3%, 5 su 15 sono punti IVG), e il Molise con due sole strutture ospedaliere (una punto IVG e una no). Dieci invece le Regioni che non hanno risposto alla richiesta di accesso civico e che quindi non hanno inviato i dati (Lazio, Sicilia, Calabria, Toscana, Basilicata, Emilia-Romagna, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Piemonte, Trentino Alto Adige).

 

“Nell’augurare buon lavoro al nuovo Ministro della Salute, rinnoviamo la nostra richiesta, ormai in atto da più di un anno, di pubblicare i dati aperti per poter verificare la corretta applicazione della Legge 194/1978”, ha dichiarato Filomena Gallo, avvocato e Segretario dell’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica.

Chiediamo un’azione di discontinuità rispetto al precedente Governo: pubblicare dati aperti e dettagliati sulle singole strutture, così come previsto dal codice dell’amministrazione digitale. Aprire i dati è fondamentale per poter conoscere lo stato di salute della legge 194/1978, per evitare sospensioni del servizio di IVG ed erogazioni con tempi dilatati che mettono a rischio la salute della donna. È fondamentale, inoltre, che ogni donna sappia in maniera chiara e tempestiva dove rivolgersi per accedere all’IVG. Solo conoscendo nel dettaglio questi dati si possono programmare interventi per una corretta applicazione della 194/1978 a beneficio della tutela della salute di tante donne. Restiamo a disposizione per un incontro o per qualsiasi forma di collaborazione per uno scopo comune: cambiare modo di dare informazione, aprire i dati sulla legge 194 del 1978 e garantire la corretta applicazione della legge senza differenze territoriali nell’accesso a servizi sanitari previsti per legge”.

 

“In occasione della presentazione degli ultimi dati di questa indagine, che risultano più aggiornati di quelli ministeriali e più dettagliati, perché sono per singola struttura e non per media regionale, chiediamo al Ministro di attivare tutti i suoi poteri per la corretta applicazione della legge 194/78”, aggiungono Chiara Lalli e Sonia Montegiove.

“Queste mappe purtroppo sono solo parzialmente utili perché senza un flusso continuo i dati ricevuti invecchiano subito, ma sono la direzione verso cui dovrebbe andare il Ministero invece di continuare a pubblicare un lungo documento in formato pdf. La recente pubblicazione da parte del Ministero delle tabelle in formato excel non risolve i difetti principali: i dati sono vecchi (2020), aggregati per Regione e non per singola struttura. Rinnoviamo dunque la nostra richiesta all’attuale Ministero: sarebbe davvero un piccolo sforzo per la Pubblica amministrazione, ma uno sforzo dovuto e che avrebbe molte conseguenze positive”.

Per consultare gli aggiornamenti

COMU: “Per il 90% degli oncologi i ‘social’ strumento utile nella lotta al cancro”

Per più del 90% degli oncologi i social media sono uno strumento utile nella lotta al cancro e nella formazione professionale. Dall’altro lato, però, il 41% ritiene sia difficile discriminare le informazioni vere dalle fake news e per il 30% i social sono una fonte di stress, al punto che un terzo ne ha ridotto l’uso durante la pandemia. È quanto emerge da un sondaggio su 1.076 oncologi europei pubblicato su “ESMO Open”, che ha esaminato il loro punto di vista sui social network e su come li abbiano utilizzati durante la pandemia da Covid.

Se i clinici posseggono gli strumenti per districarsi nella mole di notizie prodotte dalla rete, i rischi sono maggiori per i pazienti oncologici, spesso fragili. La diminuzione della fiducia nella scienza porta spesso questi cittadini ad affidarsi alle cosiddette terapie alternative, prive di validità scientifica.

Alla comunicazione medico-scientifica nell’era digitale (“2022, Odissea nel cyberspazio: sfide aperte per il futuro”) è dedicata la prima edizione del corso per oncologi e giornalisti, organizzato dal Collegio Oncologi Medici Universitari (COMU).

 

“Troppe informazioni distorte e fake news pubblicate su siti web e riviste non autorevoli si propagano attraverso un uso sconsiderato dei social media – spiega Antonio Russo, Presidente COMU e Professore Ordinario di Oncologia Medica, DICHIRONS – Università degli Studi di Palermo -. Nell’attuale era di fake news e di sfiducia nelle Istituzioni, gli sforzi devono essere raddoppiati per comunicare con precisione i progressi della ricerca scientifica nella lotta ai tumori al pubblico laico e ai pazienti e per garantire che la vera conoscenza sia separata dal materiale falso. Per questo promuoviamo il primo corso del COMU per giornalisti medico-scientifici e oncologi. I due mondi devono imparare a conoscere le reciproche esigenze per rispondere alla richiesta di buona informazione da parte dei cittadini. Vogliamo offrire ai clinici gli strumenti per comunicare con i giornalisti e siglare un’alleanza con il mondo dei media”.

 

Un sondaggio condotto su 1.330 persone, pubblicato sullo “European Journal of Cancer” e curato dallo University College di Londra e dall’Università di Leeds, ha evidenziato che il 43% è convinto che a scatenare i tumori sia lo stress, il 42% gli additivi alimentari, mentre il 19% attribuisce la colpa ai forni a microonde e il 15% al bere dalle bottiglie di plastica. Più di un terzo considera come fattori di rischio le frequenze elettromagnetiche (35%) e il cibo ogm (34%). L’emergenza pandemica, inoltre, ha alimentano l’onda di irrazionalità, visto che, come emerge dal Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese, per il 5,9% degli italiani (circa 3 milioni) il Covid non esiste, per il 10,9% il vaccino è inutile e inefficace, per il 31,4% è un farmaco sperimentale e le persone che si vaccinano fanno da cavie e per il 12,7% la scienza produce più danni che benefici.

 

“I social network non vanno demonizzati, perché possono diventare armi importanti nella lotta contro i tumori – afferma il Prof. Russo -. Le potenzialità aggregative di questi strumenti consentono di allargare la rete degli utenti (non solo medici, ma anche pazienti e cittadini) fino a coinvolgerli direttamente nelle attività delle società scientifiche, favorendo così la loro diffusione virale. Non solo. I social network permettono anche di realizzare campagne di sensibilizzazione e di promuovere stili di vita sani, raggiungendo specifiche fasce di popolazione, ma sono ancora poco impiegati in questo senso”.

 

Nel sondaggio pubblicato su “ESMO Open”, gli oncologi considerano Twitter il social più efficace per l’informazione, l’aggiornamento e la formazione scientifica, LinkedIn per l’interazione con i colleghi e Facebook e Instagram per comunicare con i pazienti oncologici.

 

“I pazienti utilizzano i social network per far parte di una comunità, per sentirsi meno soli e per cercare informazioni – conclude il Prof. Russo -. Alcuni studi hanno dimostrato che coloro che interagiscono sui social hanno maggiori probabilità di partecipare a studi clinici e screening. Il potenziale di questi strumenti in oncologia è davvero notevole e compito degli addetti ai lavori è anche quello di farsi protagonisti di questa rivoluzione, cercando di comprendere sempre meglio come utilizzare i social”.

Salutequità: vaccinazione antinfluenzale, Regioni in ordine sparso

È partita con velocità diverse nelle Regioni la campagna vaccinale antinfluenzale che dovrà riuscire a proteggere almeno il 75% degli over65 e tendere all’obiettivo del 95% nelle categorie a rischio.

Un obiettivo sfidante se consideriamo che dal 2000 ad oggi non è mai stato centrato al livello nazionale e che nella stagione 2020-2021 (prima campagna durante la pandemia Covid-19) si è registrata la percentuale di copertura più alta delle precedenti 10 campagne antinfluenzali: 65,3% degli over 65. Percentuale che l’anno successivo si è ridotta di oltre 7 punti percentuali, arrivando al 58,1%.

Questo è quanto emerge dal Report “Prevenzione per l’equità. Le campagne vaccinali antinfluenzali nelle persone anziane fragili” realizzato da Salutequità con il contributo non condizionato di Sanofi.

“Vaccinare e vaccinarsi è doppiamente importante, sia per proteggere le persone, sia per evitare di sovraccaricare i Pronto Soccorso, già alle prese con enormi carenze di personale. –  queste le dichiarazioni di Maria Pia Ruggieri, consigliera Salutequità – La vaccinazione, infatti potrebbe ridurre gli accessi in pronto soccorso per febbre e per complicanze in comorbilità/comorbidità di patologia infettiva, potrebbe evitare il riacutizzarsi di patologie croniche cardiologiche, broncopneumologiche, neurovascolari e dismetaboliche nei pazienti anziani già fragili, evitando loro il ricovero in ospedale per acuti; oggi si stima che i pazienti destinati al ricovero in attesa di un posto letto sono anche più di 800 al giorno, con oltre 600 di essi in attesa da più di 24 ore.”

 

Si devono proteggere quest’anno 14 milioni 46 mila over65 (più di una persona su 5 presente nel Paese – 23,8% della popolazione totale). Di questi 7 milioni hanno più di 75 anni, 3,8 milioni sono gli over 75 che hanno gravi limitazioni nel compiere le attività quotidiane della vita e un milione quelli che hanno bisogno di assistenza o ausili perché non autonomi nella cura della propria persona (dati Istat). In particolare queste persone dovranno essere raggiunte e protette non solo dalle dosi booster del Covid-19, ma anche dall’influenza stagionale.

Prendersi cura delle persone più fragili, proteggendole dalle conseguenze dell’influenza, è doveroso, anche perché sono proprio loro ad aver rinunciato di più a visite ed esami necessari: parliamo del 17,8% con età superiore a 74 anni rispetto alla media dell’11,0%. La rinuncia alle cure, inoltre, ha colpito di più chi vive in un comune centro di area metropolitana: si è passati dal 7,3% del 2019 al 12,8% nel 2021.

I tempi di avvio della campagna nelle Regioni

La circolare del 6 Luglio del Ministero della salute raccomandava di anticipare la conduzione delle campagne di vaccinazione antinfluenzale a partire dall’inizio di ottobre.

Lazio (4 ottobre) e Puglia (5 ottobre), sono partite per prime con le campagne vaccinali, ultime Umbria e Sardegna. L’Umbria è partita a inizio novembre e dal 10 novembre ha reso accessibile la vaccinazione anche nelle farmacie. La Sardegna è partita a novembre nelle case di riposo e strutture residenziali e dal 14 ha aperto le vaccinazioni al resto della popolazione.

La pubblicazione delle gare per acquisire i vaccini necessari sono state avviate ben prima della Circolare Ministeriale e a partire da fine febbraio, altrimenti i tempi di approvvigionamento e i quantitativi necessari non si sarebbero potuti rispettare.

Gli acquisti dei vaccini

Anche se il Ministero della Salute ha raccomandato di avviare gare su stime relative alla popolazione target e non basandosi sulle coperture raggiunte nell’anno precedente, le regioni si sono regolate diversamente.

La Provincia autonoma di Trento dichiara di aver reso disponibili 90.000 dosi di vaccino (il quantitativo somministrato alla popolazione target nella campagna antinfluenzale 2021), sottolineando che se necessarie, ci saranno altre 18.000 dosi. Il quantitativo risulta ridotto rispetto a quello messo a gara lo scorso anno (130.000 dosi con copertura del 70,2% della popolazione target).

L’Emilia Romagna ha messo a disposizione un quantitativo quasi sovrapponibile a quello dello scorso anno, in grado di coprire più del 75% della popolazione target (1.150.000 dosi di vaccino, aumentabili fino a 1.380.000 dosi).

La Toscana ha acquistato per questa campagna antinfluenzale oltre 1 milione e 30 mila dosi, un numero inferiore rispetto a quelle aggiudicate nella gara dello scorso anno (1.254.700 con copertura di oltre il 75 % della popolazione target).

Anche le Marche hanno ridotto le dosi a disposizione (347.000) per questa campagna, rispetto a quelle aggiudicate lo scorso anno (421.148), ma che potranno essere incrementate.

Umbria e Abruzzo hanno incrementato il numero di dosi per la campagna antinfluenzale 2022-2023 rispetto alla campagna 2021-2022 (entrambe le Regioni avevano aggiudicato un numero di dosi che non coprivano il 75% della popolazione target, sebbene in proporzioni diverse): si è passati dalle 201.910 alle 228.000 dosi dell’Umbria, alle 415.000 vs le 228.000 in Abruzzo.

Differenze anche nella tipologia di vaccino acquistato, anche se la “personalizzazione” del vaccino sembra essere una delle carte più spese dagli esperti per invitare alla vaccinazione, sia per i bambini, sia per gli anziani.

Ad esempio, il vaccino antinfluenzale che il Piemonte rivolge ad anziani fragili o ricoverati in RSA (quadrivalente ad alto dosaggio)- risulta messo a gara (in quantità diverse) solo in 18 tra Regioni e Provincie Autonome. Restano escluse Abruzzo, Umbria e Friuli Venezia Giulia.

La facilità di accesso e la prossimità

La prossimità – e la conseguente capillarità – è la carta che si è scelto di giocare per questa campagna antinfluenzale: vaccinano non solo i centri vaccinali, ma soprattutto gli oltre 40mila medici di medicina generale e le farmacie aderenti, secondo gli accordi regionali che però Federfarma ha segnalato  non essere stati effettuati in tutte le regioni; mancano all’appello Calabria, Puglia, Sardegna, Friuli Venezia Giulia, PA Trento.

La fiducia nei professionisti sanitari

Una carta da spendere è senz’altro la fiducia che le persone nutrono verso medici e altre professioni sanitarie, che è mediamente elevato: nel 2021 il voto medio è stato 7,3 per i medici e 7,2 per il personale sanitario, valori simili a quelli espressi nei confronti delle Forze dell’ordine e dei Vigili del fuoco.

Oltre il 50% delle persone (dato più alto della media nazionale) ha dato un voto pari o superiore a 8 sia ai medici, sia al resto dei professionisti sanitari è più alta sono P.A. Trento, Veneto, Emilia Romagna, Toscana e Umbria. Sono al di sotto della media nazionale nella fiducia della popolazione verso medici e altre professioni sanitarie: Molise (punteggi più bassi in assoluto), Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, Sardegna, Marche. In Liguria la fiducia è nella media per quel che riguarda altri professionisti sanitari, più bassa per i medici.

Le proposte di SALUTEQUITÀ

  • Coordinare meglio le tempistiche per la programmazione della campagna antinfluenzale tra Ministero della Salute e Regioni, favorendo un contatto al livello nazionale con le aziende produttrici per verificare per tempo le disponibilità di dosi su cui poter contare per coprire la popolazione target.
  • Prevedere un sistema di monitoraggio costante dell’andamento della campagna antinfluenzale, così come fatto ad esempio per la vaccinazione anti-covid, per poter intervenire tempestivamente e favorire da parte del Ministero un tutoraggio verso le regioni in difficoltà.
  • Perfezionare l’indicatore LEA di valutazione delle Regioni sulla vaccinazione antinfluenzale, andando a monitorare anche la capacità di vaccinazione della popolazione fragile per cronicità, a partire dagli anziani fragili, per valutare meglio l’efficacia della campagna.
  • Adottare una definizione univoca di fragilità che tenga conto delle diverse dimensioni e realizzare e una mappa informatizzata degli anziani fragili (ad esempio partendo da quella di Italialongeva) da assistere e vaccinare, utile sia per la predisposizione degli interventi vaccinali, sia per altri interventi di prevenzione e di offerta socio-sanitaria. Le vaccinazioni, compresa quella antinfluenzale, devono essere inserite nei PAI e nei PDTA e monitorate con appositi indicatori e flussi.
  • Creare una tabella chiara e vincolante da parte del Ministero della salute per le Regioni sui vaccini da utilizzare non solo per fasce di età, ma anche per fasce di rischio. Il tema della personalizzazione del vaccino antinfluenzale, ormai, è entrato nelle campagne vaccinali non solo per l’età pediatrica, ma anche per gli adulti, ed è necessario che le aspettative generate trovino un riscontro nelle azioni delle Regioni.
  • Prevedere una presenza estesa di competenze e conoscenze sulla vaccinazione per i medici e per tutti i professionisti sanitari attraverso l’inserimento dell’insegnamento nei percorsi universitari e ECM obbligatori per gli specialisti medici a partire da diabetologi, geriatri.
  •  Aggiornare il Piano nazionale di prevenzione vaccinale ormai scaduto nel 2019.

Antimicrobico-resistenza: l’impegno di Farmindustria per diffondere la “cultura del contrasto”

Cattani

“Combattere la pandemia silente si può. È necessario adottare strategie efficaci per contenere e prevenire gli effetti devastanti dell’antimicrobico-resistenza (AMR). Questa la priorità per tutti gli attori del Sistema Salute”. È quanto afferma Marcello Cattani, Presidente di Farmindustria, per la Giornata europea degli antibiotici nell’ambito della Settimana mondiale della consapevolezza antimicrobica promossa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

 

“L’AMR è una minaccia per il nostro Paese e per il mondo. In Italia si stimano ogni anno circa 11.000 decessi che raggiungono i 35.000 in UE, con un costo stimato di 11 miliardi da qui al 2050. L’industria farmaceutica, che ha avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo degli antimicrobici, è impegnata su diversi fronti, dalla ricerca di nuove soluzioni terapeutiche alla definizione di programmi e tecnologie per ridurre al minimo l’impatto ambientale degli antibiotici.

 

In questi anni la ricerca è cresciuta molto anche grazie alle opportunità offerte dai modelli di network innovation. E l’attuale pipeline globale comprende 217 progetti in sviluppo pre-clinico e 80 in sperimentazione clinica. Sono poi 61 i vaccini in sviluppo clinico contro le infezioni batteriche resistenti e 94 in fase pre-clinica.

 

Un impegno importante che richiede anche da parte delle Istituzioni nazionali e internazionali, misure specifiche per attrarre sempre nuovi investimenti in quest’area così delicata e complessa.

 

Restano ancora molte sfide. Non è disponibile un Piano Nazionale aggiornato, esistono carenze strutturali in alcuni centri assistenziali dove la diffusione delle infezioni è particolarmente preoccupante e la vaccinazione non è ancora riconosciuta come un’importante arma di contrasto.

 

Proprio per questo Farmindustria ha promosso una task force composta da 30 esperti che ha elaborato un documento con 14 raccomandazioni. Nel documento si analizzano gli strumenti per combattere e vincere, in prospettiva, la lotta contro l’AMR: dalle vaccinazioni per la prevenzione delle infezioni resistenti, all’accesso e all’uso appropriato degli antibiotici. Solo con un’attività continua e determinata si potrà diffondere quella ‘cultura del contrasto’ che è il fondamento per dare risposte davvero efficaci e salvare tante vite”, conclude Cattani.

Pillola anticoncezionale e rimborsabilità: a che punto siamo?

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Emilia-Romagna, Toscana, Lazio e Puglia. In Italia per ora sono solo quattro le regioni che, finanziandola con i propri soldi, offrono gratuitamente ad alcune fasce della popolazione la pillola anticoncezionale attraverso i consultori. A livello nazionale invece la contraccezione resta a pagamento, nonostante la sua accessibilità e gratuità sia prevista dalla legge che negli anni Settanta la fece diventare legale, specificando che debba essere proprio lo Stato a fornire “i mezzi necessari alla procreazione responsabile”.

L’idea di Aifa, al momento congelata, sarebbe quella di poter arrivare a quello che accade già in Francia, dove dal 1° gennaio 2022 la contraccezione è gratuita per tutte le donne fino ai 25 anni, al di là della posizione economica.

Solo Emilia-Romagna, Toscana, Lazio e Puglia offrono gratuitamente ad alcune fasce della popolazione la pillola anticoncezionale attraverso i consultori

La situazione attuale in Italia prevede invece che la pillola anticoncezionale sia gratuita fra i 26 e i 45 anni solo per chi può dimostrare, tramite codici di esenzione o stato di disoccupazione o cassa integrazione, di essere in condizioni economiche particolarmente precarie.

L’idea di cambiare le regole e di rendere i contraccettivi orali gratuiti per le giovani donne a livello nazionale sembrava essere ad un passo dal concretizzarsi solo un mese fa. Quella che sembrava una decisione quasi immediata ha però subito uno stop burocratico, legato alla sostenibilità finanziaria, in cui ha giocato un ruolo tutt’altro che marginale anche la formazione del nuovo governo. Entrambe le commissioni dell’Agenzia del Farmaco coinvolte nella decisione, nel frattempo, sono state nuovamente prorogate fino al 23 febbraio 2023.

Ad oggi quindi tutti i contraccettivi orali restano a carico delle donne, che si accollano una spesa che va dai 4,6 euro al mese ai 20 euro al mese per le pillole di quarta generazione.

Le premesse

In Italia la contraccezione orale è diventata legale il 10 marzo del 1971. Questa misura ha avuto il grande vantaggio di diffondere la cosiddetta cultura contraccettiva, secondo la quale è appannaggio esclusivo della donna il decidere se e quando portare avanti una gravidanza. Dalla possibilità di autodeterminare le proprie scelte in fatto di maternità, ne è conseguito statisticamente il calo dei ricorsi all’aborto.

Quando, nel 2013, in Francia entrò in vigore la gratuità dei contraccettivi per le ragazze tra i 15 e i 18 anni, vi fu una netta diminuzione delle interruzioni di gravidanza volontarie, che sono passate dal 9,5% del 2012, al 6% nel 2018, per continuare a calare progressivamente negli anni successivi.

Quando, nel 2013, in Francia entrò in vigore la gratuità dei contraccettivi per le ragazze tra i 15 e i 18 anni, vi fu una netta diminuzione delle interruzioni di gravidanza volontarie

Nel 2016, non senza suscitare qualche polemica, sotto l’impulso dell’allora Ministro Beatrice Lorenzin, l’Agenzia del Farmaco aveva tolto dalla rimborsabilità il 10% delle pillole anticoncezionali, rimaste sul mercato prevalentemente per i disturbi ormonali, ascrivendole nella classifica dei farmaci a pagamento. La motivazione riguardava però i farmaci stessi, ormai desueti e superati da prodotti più moderni e aggiornati.

Da allora nessun passo avanti è stato fatto verso la direzione della rimborsabilità piena per le giovani donne, anche se il progetto è in cantiere da tempo e ora il provvedimento è in discussione fra la Commissione Tecnico-Scientifica e il Comitato Prezzi e Rimborso dell’Agenzia del Farmaco.

I dati dei consumi

Secondo la banca dati dell’Aifa, le italiane che prendono la pillola ogni giorno sono oltre 2,5 milioni. I numeri, se confrontati con il resto d’Europa, parlano di una “rivoluzione contraccettiva” che nel nostro paese tarda a decollare. Secondo una ricerca stilata nel 2020 da Aidos, l’Associazione italiana donne per lo sviluppo, in collaborazione con l’annuale Contraception Atlas di European Parliamentary Forum for Sexual & Reproductive Rights, l’Italia occupa la 26esima posizione nella classifica dei 45 Stati dell’Europa geografica per uso della contraccezione: con un tasso del 58%, vicino a Paesi come Turchia e ben lontani da Stati come Francia, Spagna o Gran Bretagna.

Secondo l’ultimo rapporto Istat sulla salute riproduttiva della donna, pubblicato nel 2017, una intervistata su quattro sceglie il coito interrotto, anziché sistemi anticoncezionali medico-scientifici, per esplicare le sue scelte di genitorialità.

L’Italia occupa la 26esima posizione nella classifica dei 45 Stati dell’Europa geografica per uso della contraccezione

Ricollegando questo dato al grado di educazione sessuale europeo, l’Italia è ancora una volta in coda: mentre in Svezia, Austria, Germania, Francia e Regno Unito l’educazione sessuale fa parte ormai da tempo dei programmi scolastici, in Italia non è fra le materie di insegnamento.

Il costo elevato della contraccezione ormonale e la mancanza di educazione sessuale nelle scuole si accompagnano ad un terzo dato significativo: il più alto numero di ginecologi obiettori di coscienza d’Europa che non portano a termine l’interruzione di gravidanza.

Le dichiarazioni di Aifa: una questione di costi

Sentita sull’argomento, Aifa ha preferito non commentare i dati né fare considerazioni ulteriori, confermando che l’iter per l’approvazione della gratuità per le under25 sarebbe tutt’ora in corso: “Non ci sono aggiornamenti significativi riguardo l’istanza – ha fatto sapere l’Agenzia del Farmaco in una nota scritta -: è in corso l’interlocuzione da parte di CTS e CPR e la ricognizione sui costi per il Servizio Sanitario Nazionale”.

Con il tariffario attuale dei contraccettivi, la spesa complessiva a carico dello Stato potrebbe essere di 200 milioni di euro all’anno

Secondo il rapporto nazionale di Aifa sull’uso dei farmaci, con il tariffario attuale relativo ai contraccettivi, la spesa complessiva a carico dello Stato potrebbe essere di 200 milioni di euro all’anno. A meno che, in virtù della nuova eventuale disposizione, il Comitato Prezzi e Rimborso di Aifa non riuscisse a concordare una riduzione dei costi. Se poi la gratuità fosse garantita solo alle under25, la spesa per le casse statali sarebbe senz’altro parecchio inferiore.