Home Blog Page 264

PNRR, un anno dopo. Quale ruolo per il settore dell’automedicazione nella sanità territoriale?

La pandemia ha profondamente cambiato il rapporto degli italiani con la propria salute e nei confronti del Servizio Sanitario Nazionale. Ad oltre un anno dall’approvazione del PNRR e con la nuova legge di bilancio in discussione, il dibattito sulle priorità della sanità entra nel vivo. Questi temi sono al centro della tavola rotonda “PNRR, un anno dopo. Quale ruolo per il settore dell’automedicazione nella sanità territoriale?”, organizzata da Assosalute in partnership con la nostra testata.

Programma

Ricerca “Gli italiani e la propria salute”

Condotta in collaborazione con SWG, presentazione a cura del ricercatore Giovanni Borghesan

1° Tavola Rotonda – Il territorio come investimento: la sanità futura disegnata dal PNRR

Carolina Carosio, Presidente Fenagifar

Marco Cossolo, Presidente Federfarma

Claudio Cricelli, Presidente SIMG

Francesca Moccia, Vicesegretario generale, Cittadinanzattiva

Roberto Venesia, Segretario regionale FIMMG Piemonte

2° Tavola rotonda – La voce delle istituzioni: il livello nazionale e locale

• On. Roberto Bagnasco, Capogruppo Commissione Difesa – Forza Italia

• Sen. Maria Cristina Cantù, Vicepresidente Commissione Affari Sociali – Lega

• Sen. Maria Domenica Castellone, Vicepresidente Senato della Repubblica – MoVimento 5 Stelle

• On. Luciano Ciocchetti, Vicepresidente Commissione Affari Sociali – Fratelli d’Italia

• On. Gian Antonio Girelli, Membro Commissione Affari Sociali – Partito Democratico

Conclusioni

Salvatore Butti, Presidente di Federchimica Assosalute

Amazon Clinic, l’esperimento di Jeff Bezos che va oltre la telemedicina

0

Una buona assistenza primaria migliora la salute delle persone e riduce i costi dell’assistenza sanitaria. Negli Stati Uniti, dove capita che sia lacunosa o mancante, lo ha capito molto bene Amazon, che sta riprovando a farne un business cercando di guadagnarsi un ruolo nel delicato equilibrio del sistema sanitario americano con un nuovo prodotto: la Amazon Clinic.

Il progetto pilota di questa espansione di Amazon nel ramo sanitario era stato lanciato nel 2019 e aveva un nome abbastanza simile. Si chiamava Amazon Care e si rivolgeva ai tantissimi dipendenti del colosso americano delle vendite online. L’idea era più o meno quella di fare con l’assistenza sanitaria quello che era stato fatto per lo shopping: portare il “prodotto”, in questo caso un servizio, direttamente nelle case delle persone a costi inferiori. Amazon Care, di cui l’azienda di Jeff Bezos ha annunciato la chiusura a fine 2022, era però un servizio di telemedicina e di visite a domicilio, pensato per coniugare risparmio e una convenienza all’alta qualità dei servizi offerti. Tramontata questa prima avventura, che la stessa azienda ha dichiarato essersi rivelata “non in linea con i bisogni dei dipendenti” e che è stata fallimentare a livello economico per l’impossibilità di tenere testa a competitor più solidi, ora Bezos rilancia non solo con l’acquisizione di un colosso della telemedicina con Medical One, ma offrendo una embrionale bouquet di cure primarie in 32 Stati Usa.

Amazon Clinic parte da una dashboard che riporta una ventina di sintomi comuni (e non dalle patologie), per indirizzare gli utenti in un format da compilare online, con la possibilità di caricare esami e diagnosi pregresse, che si conclude anche con la possibilità della prescrizione di una terapia medica.

È già chiaro che l’esperimento di Amazon supera il modello della telemedicina

È già chiaro che l’esperimento di Amazon supera il modello della telemedicina, ignorando l’esperienza britannica di Babylon Health, dove l’uso di un chat-bot permetteva ancora al medico di interpretare quanto riportato dal paziente e averne maggior controllo. Il modello di velocità e convenienza applicato dalla Amazon Clinic, che ha avuto un così grande successo nelle vendite online, è davvero applicabile alle cure sanitarie? O il fine di Bezos è più che altro di profilare decine di migliaia di pazienti acquisendo dati sanitari utili a 360 gradi all’azienda?

La clinica virtuale e le prescrizioni digitali a distanza

Secondo il NY Times, l’America spende più del doppio di quanto spendono gli altri Paesi ricchi per l’assistenza sanitaria, pur avendo risultati sanitari peggiori. Il sistema, insomma, è in evidente difficoltà e l’intuizione di Bezos cerca di creare un profitto su questa mancanza, andando a plasmare un embrionale servizio di assistenza primaria, che al momento parte da poche e semplici patologie, costruendo un sistema di accesso alle ricette mediche completamente online e a costi inferiori di una visita medica in presenza o da remoto. Il tutto in un Paese in cui la medicina a distanza e le Digital Health Technologies, regolate dalle nuove linee guida della FDA americana, sono già ampiamente diffuse e sperimentate.

Sergio Pillon

“Negli Stati Uniti la telemedicina viene già usata in modo molto sofisticato, permettendo ai poliambulatori di piccoli centri periferici di mettersi in contatto con specialisti di grandi strutture che lavorano a chilometri e chilometri di distanza – ha commentato Sergio Pillon, vicepresidente di AiSDeT, l’Associazione Italiana di Sanità Digitale e Telemedicina –. Quello che però hanno evidenziato le ultime ricerche pubblicate è che c’è ancora molta diffidenza verso questa metodologia fra le persone afroamericane appartenenti alle classi sociali più svantaggiate. Uno dei possibili benefici di uno strumento come Amazon Clinic sarà quello di avvicinare alla medicina non in presenza anche chi non ne fa ancora uso”.

La clinica Amazon si presenta con una interfaccia grafica molto intuitiva e facile da usare

La clinica Amazon si presenta con una interfaccia grafica molto intuitiva e facile da usare. Basta cliccare sul sintomo di cui si soffre per essere indirizzati ad un format da compilare che arriva ad un medico specialista il quale, a sua discrezione, può porre una diagnosi a distanza, prescrivendo online dei farmaci che possono essere acquistati direttamente proprio sul portale stesso. Fra i disturbi per cui si può ricevere assistenza ci sono la perdita di capelli, il bruciore di stomaco, l’acne, la forfora, l’herpes, le infezioni urinarie e le allergie stagionali. Al paziente basta rispondere alle domande per ricevere una risposta dal curante, senza alcuna chat in tempo reale, né un video-consulto. Nel servizio sono incluse due settimane di follow-up durante le quali medico e paziente restano in contatto in caso di necessità. Il prezzo è al momento fissato dai fornitori di telemedicina anche se, a detta di Amazon, il costo per l’assistenza è inferiore. Al momento il servizio non accetta assicurazioni ma presto i farmaci prescritti dalla Amazon Clinic potrebbero diventare acquistabili attraverso i piani assicurativi più comuni o convenzionarsi con grandi strutture.

“È chiaro che il servizio di Amazon Clinic è pensato per lavorare in tandem con One Medical (il servizio di telemedicina che Amazon ha appena acquisito e che negli Stati Uniti conta 200 sedi fisiche in 19 città americane e collaborazioni con oltre 8 mila aziende, ndr) – ha commentato Pillon – C’è una evidente convenienza della società nell’abbinare le due aziende, andando a intercettare quella fascia della popolazione che non è assicurata o ha coperture assicurative”.

L’acquisizione del colosso della telemedicina One Medical

Contrariamente ad un pensiero comune, negli Stati Uniti l’assistenza sanitaria privata non necessariamente fa rima con efficienza e velocità. Le grandi aziende, ma anche le piccole medie imprese oltre un certo numero di dipendenti, sono obbligate a stipulare una assicurazione sanitaria ai propri dipendenti. La rete assicurativa mette poi a disposizione del titolare dell’assicurazione un elenco di “fornitori sanitari” a cui può decidere di rivolgersi. Questo a volte comporta delle liste d’attesa che possono arrivare anche a qualche settimana, prima di ottenere una visita specialistica, e la necessità di assentarsi dal lavoro per effettuare le visite.

Amazon Care, così come il suo competitor One Medical, nasceva anche su queste due criticità come un prodotto potenzialmente indirizzato alla classe media americana che desidera risparmiare tempo e soldi e ricevere direttamente a domicilio, o da remoto, l’assistenza medica desiderata. Amazon Care e One Medical si rivolgevano entrambe a famiglie benestanti, medio e alto-spendenti, comunque in grado di permettersi le cure primarie attraverso la propria assicurazione medica. La differenza in questo caso era rappresentata dal fatto che la visita venisse eseguita a domicilio.

Sebbene l’esperienza di Amazon Care non sia stata delle più felici economicamente, l’azienda di e-commerce più grande del mondo ha dimostrato di non aver cambiato direzione e di credere ancora in un futuro per questo tipo di servizio.

L’investimento di 3,9 miliardi di dollari per l’acquisizione di One Medical, un altro grande fornitore di cure primarie che offre servizi di persona e in teleassistenza in 19 città americane in cambio di una registrazione che costa 200 dollari all’anno, dimostra che investire sulla telemedicina resta nei piani a lungo termine di Amazon. Tant’è vero che l’azienda di Bezos sta cercando anche di acquisire la Signify Health, una compagnia texana di servizi sanitari, per la quale ha messo sul piatto altri 8 miliardi di dollari.

Lungi dall’essere la rivoluzione tecnologica in grado di intervenire sulle falle del sistema sanitario americano, si tratta più che altro di un esperimento di telemedicina

Il servizio-prototipo per i dipendenti è servito a testare il prodotto, ma l’idea di offrire all’americano della middle classe medio e alto-spendente una alternativa all’assistenza sanitaria ordinaria, piena di attese e ostacolata da una burocrazia sempre più pesante, resta. Medical One, i cui conti non erano in grande salute al momento della acquisizione dell’azienda di Bezos, non si rivolge quindi solo ai più poveri e non accetta Medicaid, il programma di assicurazione medica governativo che copre anche chi ha patologie pregresse più importanti e ha necessità di ricevere cure più costose.  Lungi dall’essere la rivoluzione tecnologica in grado di intervenire sulle falle del sistema sanitario americano, si tratta più che altro di un esperimento di telemedicina che Amazon dovrà cercare di rimettere in sesto finanziariamente (nel primo trimestre del 2022 perdeva 91 milioni di dollari) per provare a farlo funzionare anche per chi non ha una assicurazione. Come? Probabilmente passando da Amazon Clinic, dove invece potrà accedere chiunque anche senza assicurazione. La novità, quindi, sta ne fatto che ora il servizio lavorerà in sinergia con la nuova Amazon Clinic.

“Vedo in questo esperimento di Amazon un passaggio intermedio verso qualcosa di più definito e preciso. Ma parallelamente anche il tentativo di profilare un grande numero di nuovi clienti dal punto di vista sanitario – ha affermato il vice di AiSDeT – un obiettivo che, al di là di come andrà l’avventura di Amazon Clinic, non potrà che portare profitti”.

Un modello non replicabile in Italia: il problema dell’inappropriatezza

La fortuna di Amazon, che è anche la sua cifra distintiva, si è basata sulla scommessa vinta del riuscire a portare direttamente a casa dei propri clienti quello che vogliono, nel minor tempo possibile. Una corsa, in tutti sensi, per accorciare le distanze di tempo e di spazio.

Il prezzo da pagare per ottenere questi risultati è stato sottolineato più volte dalle tante proteste dei dipendenti dei piani più bassi dell’azienda: turni di lavoro sfiancanti e standard molto difficili da rispettare che hanno portato negli anni ad un turnover aziendale estremamente elevato. Un modello, insomma, che evidentemente mal si concilia con la struttura di una azienda sanitaria (tanto più se questa è pubblica e non privata) in cui l’erogazione delle prestazioni mediche e infermieristiche non può essere valutata in termini quantitativi.

Non è un caso che la prima sfida di Amazon Care non sia stata vinta a livello economico né che Medical One non stesse viaggiando economicamente in ottime acque: non tutti gli aspetti di una visita medica possono risolversi facilmente in un video consulto o in una visita a domicilio. Ciò in parte perché il sistema statunitense, contrariamente a quello italiano, non ha regole stringenti rispetto all’applicazione della telemedicina.

Il modello italiano in questo senso è molto più restrittivo

“Il modello italiano in questo senso è molto più restrittivo – ha spiegato Pillon –: Come da ‘Linee Guida per i servizi di Telemedicina’ pubblicate il 2 novembre 2022 sulla Gazzetta Ufficiale, la tele-visita può essere eseguita solo su pazienti già noti al sistema, che sono stati visitati prima di persona e al quale sono stati prescritti dal medico stesso dei controlli da remoto”.

Questo esclude la possibilità che il paziente si “auto-prescriva” un consulto in telemedicina, accedendo semplicemente a pagamento, in quanto la visita da remoto non può essere per legge una cosiddetta prima visita.

In Italia il consulto a distanza può avvenire solo se prima un medico dà il suo consenso perché ha valutato che la tele-visita è lo strumento adatto per proseguire il percorso terapeutico. Questo aspetto da solo esclude già la possibilità di replicare del modello della Amazon Clinic in un paese come il nostro – ha chiosato Sergio Pillon –. Questa regola serve anche ad evitare quelle situazioni che in medicina si definiscono con il termine di ‘inappropriatezza’, che si verifica quando i pazienti possono rivolgersi ad un servizio di cui non hanno realmente bisogno sovraccaricando il sistema sanitario”.

Telemedicina: firmato accordo di collaborazione ISS, CINECA, INFN e SIT

L’Istituto Superiore di Sanità insieme al Consorzio Interuniversitario CINECA, all’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e alla Società Italiana di Telemedicina, che ha promosso l’iniziativa, ha stipulato un accordo di collaborazione per promuovere, coordinare e svolgere la ricerca biomedica utilizzando in modo innovativo le tecnologie digitali e di telecomunicazione.

Alla definizione dell’accordo ha contribuito il Centro Nazionale per la Telemedicina e le Nuove Tecnologie Assistenziali dell’ISS che parteciperà direttamente al comitato direttivo per la gestione delle attività. L’accordo prevede in particolare:

  • lo studio di nuovi sistemi per gestire i flussi di informazioni su internet per la cura dei pazienti e lo svolgimento di attività sanitarie a distanza;
  • lo sviluppo e la sperimentazione di nuovi sistemi digitali per la telemedicina, per le terapie digitali, la teleriabilitazione, la medicina digitale e le modalità di personalizzazione delle cure combinando tra loro di differenti tecnologie digitali;
  • lo sviluppo e la sperimentazione di nuovi metodi di analisi della complessità dei sistemi biologici;
  • lo studio e la messa a punto di nuovi sistemi digitali per condurre le sperimentazioni cliniche.

Queste ricerche servono a favorire i meccanismi di coproduzione di innovazioni digitali per la medicina, ma anche a validare scientificamente modelli organizzativi, protocolli, trattamenti e progetti, per nuove opportunità nella scienza medica. Per tali attività è fondamentale una strettissima cooperazione multidisciplinare e i sistemi di calcolo avanzato rappresenteranno sempre di più un insostituibile strumento per la ricerca biomedica e la sperimentazione clinica. I sistemi di calcolo e telecomunicazioni costituiranno lo strumento elettivo di verifica e controllo in tempo reale dei fenomeni correlati alla salute complessiva e a quella individuale. Ma il lavoro in questi nuovi settori non è soltanto tecnologico. Le infrastrutture di trasmissione e computazione dovranno affrontare sfide che nell’ambito medico/clinico hanno una formulazione peculiare.

Le attività saranno indirizzate nel concreto a definire e validare nuovi modelli e metodi di computazione traslabili dal setting della ricerca a quello della medicina e sanità digitale, a sviluppare trial clinici decentralizzati basati su reti collaborative di ricerca e trial specifici per i settori emergenti, a cooperare alla definizione di nuovi strumenti di ricerca forniti dell’informatica e dalla matematica, utili per studiare la complessità dell’individuo, anche riguardo alla visione“one health”, ossia al modello sanitario che si basa sul riconoscimento che la salute umana, la salute animale e la salute dell’ecosistema siano legate indissolubilmente. 

Manovra, Fiaso: servono riforme e più fondi a sanità

Lo stanziamento di risorse pari a 1,4 miliardi di euro per fronteggiare il carobollette in ospedali e strutture sanitarie rappresenta un segnale di attenzione del governo nei confronti delle richieste fatte dalla Federazione italiana aziende sanitarie e ospedaliere, ma non può che essere solo una parte del finanziamento destinato alla sanità.

“Il fondo aggiuntivo inserito nella manovra di bilancio consentirà ad Asl e ospedali di sterilizzare i maggiori costi determinati dall’aumento dell’energia: ogni anno le aziende spendono per i consumi di gas e luce in media 1,4 miliardi, nei primi sei mesi del 2022 abbiamo già stimato un incremento dei costi energetici pari al 70% con punte del 90%. È evidente, dunque, numeri alla mano, che quei soldi basteranno solo a coprire le bollette – commenta il presidente Fiaso, Giovanni Migliore -. Apprezziamo l’intervento in questa direzione ma serve ancora molto di più. Le risorse complessive destinate alla sanità, i 2 miliardi di euro in più stanziati per il 2023, a oggi non sono sufficienti a colmare il definanziamento decennale del settore”.

La pandemia ha messo a nudo le debolezze di un sistema sanitario spuntato delle armi necessarie ad affrontare l’emergenza: senza personale e senza soldi. L’Italia, in termini di risorse, si è mantenuta stabilmente al di sotto di molti altri Paesi europei, tanto nel decennio tra il 2000 e il 2010 che nel successivo.

La strada, invece, come Fiaso chiede da tempo, è attestare il nostro Paese su uno stanziamento dell’8% del PIL dedicato al Fondo sanitario nazionale che ci riporterebbe in linea con i paesi europei più avanzati e soprattutto significherebbe per i cittadini più personale e meno liste d’attesa.

“I 2 miliardi in più servono per la stragrande maggioranza a pagare le bollette e i costi dell’inflazione e dunque a mantenere la sanità agli stessi livelli degli anni precedenti, ma non a fare passi in avanti. Occorre invece riportare il Ssn al centro delle politiche pubbliche del Paese. Oltre alle risorse, servono interventi legislativi che sblocchino il tetto di spesa previsto per il personale fermo al 2004 e che ci consentano di assumere in corsia medici, anche specializzandi, infermieri e operatori sociosanitari necessari per rispondere ai bisogni di salute della popolazione – va avanti Migliore -. Lo stanziamento di 200 milioni per le indennità aggiuntive a chi lavora nei pronto soccorso previsti in manovra, inoltre, ancora pochi e previsti solo dal 2024, sia una base di partenza sulla quale proseguire il lavoro: incrementare ulteriormente le indennità, introdurre la figura del medico unico di emergenza, inserire gli specializzandi anche con contratti libero professionali e modificare, uniformandole, le regole per il lavoro di liberi professionisti nelle corsie d’ospedale. Su questo contiamo di confrontarci nelle prossime settimane con il governo e di poter portare le nostre proposte”.

iSenseDNA: regole e strategie che governano una molecola

Capire come funziona una specifica molecola durante processi biologici complessi è una delle sfide della ricerca biomedica, nonostante i notevoli avanzamenti della conoscenza nel campo delle biotecnologie in anni recenti. Un nuovo importante progetto UE, iSenseDNA, si concentra ora sullo sviluppo di una tecnologia per identificare che cosa significa un cambiamento della struttura di una molecola per la sua funzione.

Precedentemente, si aveva accesso solo a istantanee della struttura di molecole, ma è necessario legare tale struttura alla corrispondente funzione. È un po’ come utilizzare fotografie di un giocatore di rugby per imparare le regole e le strategie del gioco.

«Il nostro progetto si occupa di creare una opportunità non solo per imparare come si gioca, ma anche quali muscoli allenare per diventare giocatori migliori – specifica Lynn Kamerlin, che con la Dr. Antonietta Parracino coordina il progetto all’Università di Uppsala in Svezia».

«Il team dell’Università di Padova si occuperà di analizzare i dettagli delle fotografie per ricostruire, attraverso complesse simulazioni numeriche, – continua l’analogia il prof. Stefano Corni del Dipartimento di Scienze Chimiche dell’Università di Padova, che poche settimane fa ha ospitato il kick-off meeting del progetto – la posizione e il movimento del giocatore».

I ricercatori del team di iSenseDNA vogliono sviluppare una tecnologia che leghi i cambiamenti nella struttura della biomolecola alla sua funzione durante processi dinamici complessi in tempo reale. A oggi, ci sono tecniche per studiare la funzione di una molecola durante un processo biologico e ci sono tecniche per studiare la struttura dettagliata di molecole. Ma nessuno riesce, su larga scala, a connettere struttura e funzione. Questo rende difficile, per esempio, predire quali cambiamenti strutturali siano necessari per migliorare lo sviluppo di farmaci.

I ricercatori combineranno metodi computazionali e biotecnologici con strumenti per l’analisi ottica avanzata di biomolecole “in azione”. Insieme, vogliono sviluppare un cosiddetto nanotrasduttore, un sensore basato sul DNA che è sensibile ai cambiamenti strutturali e può leggerli in tempo reale.

«Questo progetto – concludono le coordinatrici – crea una collaborazione tra tecnologie e campi diversi che ha il potenziale di estrarre informazioni su processi complessi difficilmente recuperabili altrimenti e che contribuiranno all’avanzamento della diagnostica medica e delle terapie».

I ricercatori di iSenseDNA provengono da università (Uppsala, Umeå e Padova), centri di ricerca (CNR, BIO, DESY, ESRF) e una società (OrganoTherapeutics, OT) da vari paesi europei (Svezia, Italia, Spagna, Germania, Lussemburgo, Francia). Il progetto ha un budget di circa 3 milioni di euro ed è finanziato dall’European Innovation Council nell’ambito della EIC pathfinder Open Call.

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne: per le donne medico servono nuove tutele

La violenza di genere è solo la tragica conclusione di un percorso che viene da lontano e che coinvolge l’intera nostra società. Il clima venutosi a creare in Italia circa la violenza verso i medici e le donne medico è preoccupante e non continua ad attenuarsi. La categoria medica vanta il triste primato di dottoresse violentate sul posto di lavoro e addirittura uccise”. Così una nota della Segreteria Nazionale del Sindacato Medici Italiani (SMI) nella giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne 2022.

“Non è bastata la legge del 2020 sulla sicurezza degli operatori sanitari a mettere un freno alle aggressioni alle donne medico e alle professioniste sanitarie. Riteniamo che occorrono politiche governative per la prevenzione all’uso della violenza contro le donne e un maggiore livello di consapevolezza nella pubblica opinione e nel sistema educativo e formativo sulle cause e le conseguenze della violenza maschile sulle donne. Occorre il coinvolgimento dei social, delle piattaforme informative, dei mass media sul ruolo di stereotipi sessisti, unitamente all’attivazione di misure per l’emersione e il contrasto della violenza contro donne vittime di discriminazione multipla, a partire da quelle sul lavoro e nella carriera professionale”.

“La violenza sulle donne può essere esercitata, anche, con la sistematica discriminazione nell’esercizio della propria professione. Questo è il caso delle donne medico, continua la nota del SMI. Nel nostro paese per le donne medico occorre fare ancora molto strada in tema di  tutele per la gravidanza e per la maternità, per la fruizione dei permessi per malattia; tutti diritti che ancora oggi fanno fatica ad essere pienamente riconosciuti”.

“Il tetto di vetro rimane ancora invalicabile per le donne medico in ambiti come le opportunità di carriera, la parità salariale a parità di mansioni. Combattere contro la violenza sulle donne significa anche rimuovere ogni discriminazione a loro danno in tutti gli ambiti della società e del mondo del lavoro”, conclude la nota.

Per approfondire

Personale sanitario, la parola ai direttori generali

0

Cosa pensano i direttori generali delle politiche legate al personale sanitario? Questa la domanda di partenza della survey promossa da Federsanità Anci con la collaborazione di C.R.E.A. Sanità e i cui risultati vengono presentati al Forum Risk Management in corso ad Arezzo.

Una cinquantina di domande per gettare luce su uno dei nodi non affrontati dal Pnrr, che prevede una parte residuale di risorse per le spese correnti.

Federico Spandonaro

“L’idea è che, poiché gli investimenti permessi dal Piano di Ripresa e Resilienza siano fruttuosi, il Piano dovrebbe essere affiancato da riforme strutturali – spiega Federico Spandonaro, Università San Raffaele di Roma e presidente del Comitato scientifico di C.R.E.A. Sanità – Purtroppo, del cambio delle regole che riguardano gli appalti o l’assunzione di personale non si parla più. Con la survey abbiamo voluto riportare al centro la questione delle risorse umane”.

Durante la pandemia è infatti emerso chiaramente come gli anni di blocco del turnover abbiano inciso sulle aziende sanitarie: si è riusciti a far fronte all’emergenza solo grazie a procedure in deroga.

Tra gli elementi che sono emersi con più forza c’è la necessità di avere delle procedure d’incentivazione per le aree più marginali e regole più semplici per l’assunzione.

Tra gli elementi che sono emersi con più forza c’è la necessità di avere delle procedure d’incentivazione per le aree più marginali e regole più semplici per l’assunzione

Oggi non è ancora del tutto chiaro se la riorganizzazione della sanità territoriale comporterà necessariamente anche una revisione della rete ospedaliera, come sarebbe auspicabile. In ogni caso, una migliore programmazione passa dal calcolo accurato dei fabbisogni e dalla comprensione delle modalità di utilizzo dell’esistente.

L’aspetto che emerge dai dati internazionali è che l’Italia è poco attrattiva: un medico straniero preferisce andare a lavorare in altri Paesi invece che venire nel nostro, ricorda Spandonaro. Questo per ragioni economiche – i nostri camici bianchi sono retribuiti peggio rispetto alle altre Nazioni – ma anche per le regole che oggi condizionano i rapporti di lavoro e la mancanza di flessibilità”.

Il reclutamento del personale

I rispondenti alla survey, tutti direttori generali, hanno un’età media di 55 anni e un’anzianità nel ruolo di 18 anni. Oltre la metà (il 52,9%) dirige un’Asl, mentre il 23,5% un ospedale e altrettanti (23,5%) un’Azienda ospedaliera universitaria. Più differenziata la formazione: il 41,2% proviene dall’area clinica, il 23,5% da quella economica e il 35,3% dall’ambito giuridico.

“Abbiamo innanzitutto chiesto quanto la spesa del personale incida sul bilancio delle strutture – afferma Spandonaro – È emerso che il peso è in media del 44,7%, cui si aggiunge un 8,3% di risorse indirizzate alla formazione”. Complessivamente, oltre la metà del bilancio, a riprova della centralità della questione “personale” per l’efficienza del sistema.

Complessivamente, la spesa per il personale rappresenta oltre la metà del bilancio delle strutture

“A differenza di quello che si potrebbe pensare, sebbene la totalità dei rispondenti abbia evidenziato l’esistenza di alcune difficoltà nell’acquisizione di personale, nessuno ha segnalato problemi nel reperimento di specifiche figure professionali negli scorsi tre anni. Probabilmente si tratta di un tema sentito, ma che – al momento – non è ancora diventato urgente”, commenta Spandonaro. 

Quello che i due terzi dei direttori generali ha segnalato, invece, è l’utilità nell’acquisizione di medici al primo anno di specializzazione, misura che è stata introdotta durante la pandemia.

“Interessante che, secondo la maggioranza dei Dg, dovrebbe essere la struttura stessa a certificare che i giovani medici abbiano acquisito le competenze necessarie per prendersi le responsabilità”. Così per il 70,6% di chi ha risposto alla survey. Per il 23,5% dovrebbe invece essere il tutor e per il restante 11,8% il docente universitario di riferimento.

Tra le questioni poste sul tavolo, la possibilità di reclutare il personale in modo simile a quanto succede nel sistema sanitario inglese: “Si tratta di una sorta di corso-concorso dove il National Health Service bandisce ogni anno borse di studio per i migliori master internazionali di management e policy sanitaria per neo-laureati, a cui offre successivamente contratti di inserimento a tempo determinato, accompagnati da percorsi di crescita professionale basati su programmi di rafforzamento delle competenze, anche con processi di affiancamento, bench learning, sperimentazioni sul campo”, spiega Spandonaro. Per i Dg questo meccanismo potrebbe essere un buon metodo, ma senza troppi entusiasmi (per oltre il 40% la misura vale 3 su una scala di 5; solo il 30% la valuta 5/5).

L’aspetto legislativo

Altro aspetto su cui concorda la maggior parte dei Direttori generali sono le regole per l’assunzione: per oltre l’80% è meglio una procedura più snella, semplificata, come quella utilizzata durante il Covid, a discapito di un insieme di prove concorsuali che mirano a selezionare meglio il personale, ma in tempi più lunghi. A fronte di questo, però, i Dg vorrebbero alcune regole che permettano di valutare competenze e comportamenti delle persone prima dell’assunzione a tempo indeterminato. La richiesta è dunque una maggior velocità nel coprire le posizioni vacanti, seguita da un test in corsia per capire se il neoassunto ha davvero le qualità – professionali e umane – richieste dal ruolo che ricopre

Oltre il 70% dei Dg, inoltre, gradirebbe che fosse inserito un vincolo alle strutture accreditate nell’acquisizione di personale proveniente dal pubblico: “Capisco il punto di vista dei direttori generali, ma credo sarebbe necessario interrogarsi su come impedire il fenomeno a monte, invece di mettere paletti a valle”, riflette Spandonaro.

Per quanto riguarda i maggiori incentivi – economici e professionali – richiesti, i Dg stimano nel 30% la percentuale di retribuzione aggiuntiva che riterrebbero equa per professionisti dislocati in aree periferiche.

Per oltre l’80% dei direttori generali, sarebbe auspicabile una procedura di assunzione snella e semplificata, come quella utilizzata durante il Covid, piuttosto che prove concorsuali più approfondite ma con tempi più lunghi

Dal punto di vista dell’acquisizione di personale, il decreto Balduzzi nel 2012 ha fortemente limitato la possibilità di attivare contratti dirigenziali a tempo determinato ex 15 septies per dirigenti amministrativi, tecnici e professionali, restringendo, di fatto, la possibilità di ricorrere a profili specialistici presenti nel mercato privato e assenti tra i dipendenti pubblici, che normalmente devono passare 5 anni nelle vesti di collaboratore prima di poter accedere alle procedure concorsuali dirigenziali. La possibilità di estendere il 15 septies ha spaccato quasi a metà i rispondenti: per il 58,8% è un sì, per il 41,2 è no. Sullo stesso tema, la domanda sull’adeguatezza del vincolo dei cinque anni cui devono sottostare i collaboratori amministrativi ai fini dell’accesso ai concorsi della dirigenza ha fatto registrare un 47,1% di sì e un 52,9% di no. “Evidentemente questi non sono temi così sentiti come ritenevamo”, commenta il direttore del Comitato scientifico C.R.E.A.

Per contro, il 76,5% ritiene utile la rimozione del vincolo dei 5 anni stabilito dal contratto collettivo per l’affidamento di incarichi di struttura al personale dirigente: “Questo permetterebbe, in presenza di un giovane che brucia le tappe, di farlo avanzare prima del lustro previsto”.

La formazione

Sono considerati molto utili corsi di laurea per professioni sanitarie oltre ai clinici: per tecnici e amministrativi della sanità e per la formazione professionale istituzionale. Il Ssn, infatti, non è composto solo da camici bianchi, ma da un vivaio di professionisti che sempre più dovrà essere in grado di collaborare. Queste persone avranno bisogno di una formazione continua, che si articoli lungo l’intero percorso lavorativo.

Un approfondimento a parte è stato dedicato ai direttori di distretto, figure strategiche nella sanità del futuro, sempre più territorializzata: per il 94,1% dei rispondenti queste figure hanno bisogno di una formazione specifica a livello regionale (68,7%) o universitario (31,3%). 

Per i medici di medicina generale, l’82,4% dei Dg ritiene utile una formazione universitaria.

L’82,4% pensa che gli attuali percorsi formativi universitari delle professioni sanitarie siano inadeguati alla luce del Pnrr

In generale, l’82,4%, inoltre, pensa che gli attuali percorsi formativi universitari delle professioni sanitarie siano inadeguati alla luce del Pnrr e quindi dello sviluppo dell’assistenza sul territorio, dell’integrazione socio-sanitaria e del ripensamento degli ospedali.

Quasi l’80% auspica l’introduzione, nel contratto collettivo nazionale, di nuove figure professionali che abbiano le competenze richieste per la gestione del Pnrr e non siano strettamente legate all’ambito sanitario, come people manager, operation manager, service designer, data analysist, stakeholders manager.

Un po’ a sorpresa il 70,6% dei Dg registra resistenze nel personale sanitario all’utilizzo della telemedicina. “In realtà è un dato in linea con una serie di studi che stiamo conducendo in parallelo – assicura Spandonaro – Dal punto di vista contrattuale, queste forme di lavoro non sono ancora ben normate. Non è chiaro, per esempio, chi paghi lo specialista che fa un teleconsulto con il medico di medicina generale, né quando questo debba avvenire”.

Il 94,1% dei direttori generali afferma che sono necessari interventi normativi specifici per regolare l’impegno dei professionisti nei servizi di telemedicina.

Le direzioni generali

Infine, alcune domande si sono concentrate proprio sulle direzioni generali: la retribuzione del top management del sistema sanitario italiano è infatti ferma al 2001 e non è correlata alle accresciute dimensioni delle aziende e ai correlati livelli di responsabilità.

Si calcola che i salari siano inferiori del 50% rispetto a ruoli analoghi nel settore sanitario privato e del 30% più bassi rispetto a quelli del top management delle altre amministrazioni pubbliche. Oltre a ribadire la necessità di un adeguamento delle retribuzioni commisurate al rischio che contraddistingue il settore sanitario, i Dg si sono espressi a maggioranza per la creazione di un unico albo di selezione dei direttori generali e sanitari e non per una serie di elenchi separati in base al tipo di azienda.

La retribuzione del top management del sistema sanitario italiano è ferma al 2001 e non è correlata alle accresciute dimensioni delle aziende e ai correlati livelli di responsabilità

Infine, la maggior parte dei rispondenti si è dichiarato a favore di una modifica dei criteri e dei processi per la costruzione degli albi, che tengano anche in considerazione le competenze raggiunte e le esperienze vissute.

Tiziana-Frittelli

“Viviamo una stagione di necessario mutamento organizzativo richiesto dal PNRR. In questo contesto è improcrastinabile una seria e complessiva riflessione su vari aspetti critici, relativi al personale del Servizio sanitario nazionale – sintetizza Tiziana Frittelli, presidente nazionale di Federsanità a Dg dell’Ao San Giovanni Addolorata di Roma – Occorre infatti un’operazione poderosa di change management per la nuova sanità territoriale, ripensando profondamente l’assetto del personale sia sotto il profilo delle acquisizioni che su quello dell’organizzazione”.

Per Frittelli “è quanto mai necessaria una corretta programmazione dei fabbisogni in una prospettiva di medio termine che devono essere poi tradotti in fabbisogni formativi. Occorre un tempestivo reindirizzamento dei programmi di formazione in ottica Pnrr, compresa l’alfabetizzazione tecnologica orientata alla teleassistenza. Infine il tema degli incentivi e dei meccanismi premiali che sono la chiave di volta per superare le criticità attuali. Tutti aspetti – conclude – che hanno trovato pieno riscontro nelle risposte alla survey da parte delle Direzioni strategiche e che Federsanità considera centrali per un cambio di passo per mettere a terra la nuova sanità di prossimità”.

La sanità è partecipazione

In altri Paesi europei le associazioni dei pazienti hanno un ruolo più consolidato, mentre in Italia sono a lungo rimaste fuori dai tavoli decisionali. Le associazioni, però, sono sempre più realtà in grado di concorrere alla costruzione e allo sviluppo di alcune delle più importanti politiche sanitarie.

Va in questa direzione l’atto di indirizzo da poco firmato dal segretario generale del ministero della Salute, ma il percorso è ancora da costruire. Le misure previste dal documento sono sufficienti? Qual è a tendere il contributo che i pazienti possono dare alla sanità?

Ne parliamo con:

  • Teresa Petrangolini
    Direttrice Patient Advocacy Lab ALTEMS, Università Cattolica del Sacro Cuore
  • Annalisa Scopinaro
    Presidente Uniamo Federazione Italiana Malattie Rare

Conduce:

  • Adriana Riccomagno
    Giornalista professionista in ambito sanitario

Convenzione AGENAS-AIOP per il miglioramento delle performance sanitarie

Con la firma di oggi, si rinnova la collaborazione tra l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali e l’Associazione italiana ospedalità privata, con l’obiettivo di perseguire il miglioramento continuo delle performance delle strutture ospedaliere.

Tra gli obiettivi principali del presente accordo, c’è quello di promuovere la formazione tra i professionisti sanitari, in particolare rispetto al Programma nazionale esiti e di migliorare l’attività di audit sulla qualità dei dati degli ospedali italiani.

“La collaborazione – dichiara il Direttore Generale AGENAS, Domenico Mantoan – rafforza l’impegno dell’Agenzia nel supportare tutte le realtà del Servizio Sanitario Nazionale, che concorrono alla tutela del diritto alla salute: AIOP, rappresentando la componente di diritto privato del Ssn, è un interlocutore irrinunciabile, con il quale promuovere la cultura del dato e, attraverso questa, il miglioramento continuo dei servizi sanitari. Si conferma il ruolo di AGENAS – conclude Mantoan – quale organo terzo e tecnico-scientifico che, attraverso attività di ricerca, valutazione e monitoraggio, metta a disposizione di tutti gli attori del sistema sanitario dati scientificamente validati e utili a orientare le decisioni terapeutiche, programmatorie, organizzative e politiche”.

“La promozione della qualità delle strutture associate – afferma Barbara Cittadini, Presidente Nazionale AIOP – è una mission fondamentale del nostro impegno istituzionale. AGENAS restituisce fotografie sostanziali e imprescindibili dei diversi aspetti del nostro SSN che, se correttamente interpretate, consentono di identificare i punti di forza da potenziare e le criticità da superare in un’ottica di miglioramento continuo. Attraverso programmi di formazione dedicati ai professionisti e al management, attività di verifica sulla qualità dei dati e audit clinico-organizzativi, le informazioni di AGENAS possono essere rese intellegibili e diventare un’opportunità straordinaria per migliorare le performance delle strutture associate, con l’obiettivo di contribuire, ognuno per quanto di sua competenza, a realizzare un SSN davvero universale – conclude Cittadini – sempre più in grado di rispondere, in modo efficiente, efficace e puntuale, ai bisogni di tutta la popolazione e dove l’equità sia declinata verso l’alto”.

Per approfondire

https://test.trendsanita.it/evento/perche-alla-sanita-servono-dati

Medici, veterinari, sanitari bocciano la manovra economica: pronti allo stato di agitazione

Le organizzazioni sindacali dei medici, veterinari e dirigenti sanitari ANAAO ASSOMED – CIMO-FESMED (ANPO-ASCOTI – CIMO – CIMOP – FESMED) – AAROI-EMAC – FASSID (AIPAC-AUPI-SIMET-SINAFO-SNR) – FP CGIL Medici e dirigenti SSN – FVM Federazione Veterinari e Medici – UIL FPL Coordinamento Nazionale delle Aree Contrattuali Medica, Veterinaria Sanitaria – CISL Medici esprimono preoccupazione per i contenuti della manovra economica presentata dal Governo.

Alla sanità del 2023 vengono destinate certo più risorse, ma per bollette e vaccini e farmaci anti Covid, non per servizi e personale. Anche la promessa indennità di Pronto Soccorso viene rinviata al 2024. Niente per il Contratto di lavoro 2019-2021, che prevede incrementi pari a un terzo del tasso inflattivo attuale, e nessun finanziamento per quello 2022-2024.

Le condizioni di lavoro dei dirigenti medici, veterinari e sanitari, divenute insopportabili, anche a causa di una pandemia non ancora superata, alimentano uno stato di crisi della sanità pubblica che ha ridotto il SSN a malato terminale. Le fughe di massa dei professionisti, insieme con l’insoddisfazione e lo scontento di chi non fugge, suonano un allarme che, però, non arriva alle orecchie del Ministro della Salute e del Governo che non vedono organici drammaticamente ridotti al lumicino al punto da mettere a rischio l’accesso dei cittadini alla prevenzione e alle cure, insieme con la loro qualità e sicurezza.

Servono investimenti per le retribuzioni e per le assunzioni, perché la carenza di specialisti non può essere colmata dalle cooperative dei medici a gettone, pagati per lo stesso lavoro il triplo dei dipendenti e gratificati di una flat tax che porta a livelli intollerabili anche il differenziale contributivo. Una miscela che agisce da potente calamita.

Le premesse erano state migliori. Un Governo nuovo, politico in quanto nato dalla volontà elettorale, un medico ministro, un tecnico. Ma ad oggi di tecnico, e di nuovo, abbiamo visto ben poco. Abbiamo registrato solo una dichiarazione circa l’opportunità di aumentare la retribuzione, non ancora seguita da fatti concreti.

Nemmeno una convocazione da parte del Ministro, o un accenno, benché richiesto più volte e in più tempi. Non una sola parola sul rinnovo di un contratto di lavoro che impolvera nelle stanze del MEF candidato ormai a gestire anche la salute.

Se questa è la considerazione in cui vengono tenuti migliaia di professionisti che hanno evitato al Paese una caporetto sanitaria, essi reagiranno con un corale “basta”: ai turni eccessivi, al lavoro oltre l’orario dovuto, a fare in tre il lavoro di sei, a rubare tempo alla vita. Per godersi, finalmente, 5 milioni di giornate di ferie arretrate, recuperare 10 milioni di ore di straordinario, stare a casa a Natale e S. Stefano. Senza farsi mancare Capodanno e Befana.

I dirigenti medici, veterinari e sanitari del SSN, in mancanza di segnali immediati e concreti, porteranno nelle piazze la loro insoddisfazione e la loro rabbia. Se per guadagnare attenzione e rispetto occorre fare come altre categorie hanno fatto, noi siamo pronti. Pronti dallo stato di agitazione a tutte le iniziative necessarie per difendere e tutelare la sanità pubblica e il lavoro del suo capitale umano.

Da troppo tempo si sta seminando vento. Nessuno si meravigli se si raccoglie tempesta.

La sanità pubblica si fermerà ore, giorni, settimane per non fermarsi per sempre.