Home Blog Page 263

Per la Corte Costituzionale l’obbligo vaccinale Covid è legittimo

L’obbligo del vaccino anti Covid introdotto dal governo Draghi nel 2021 per alcune categorie professionali e gli over 50 è legittimo.

A confermarlo la Corte Costituzionale, che ha ritenuto inammissibili e non fondate le questioni poste da cinque uffici giudiziari. La Consulta ha in particolare ritenuto inammissibile, per ragioni processuali, la questione relativa alla impossibilità, per gli esercenti le professioni sanitarie che non abbiamo adempiuto all’obbligo vaccinale, di svolgere l’attività lavorativa, quando non implichi contatti interpersonali.

Sono state ritenute invece non irragionevoli, né sproporzionate, le scelte del legislatore adottate in periodo pandemico sull’obbligo vaccinale del personale sanitario. Non fondate, infine, sono state ritenute le questioni proposte con riferimento alla previsione che esclude, in caso di inadempimento dell’obbligo vaccinale e per il tempo della sospensione, la corresponsione di un assegno a carico del datore di lavoro per chi sia stato sospeso; e ciò, sia per il personale sanitario, sia per il personale scolastico.

È quanto rende noto l’Ufficio comunicazione e stampa della Corte costituzionale, in attesa del deposito delle sentenze.

Anelli (Fnomceo): “Riconosciute le ragioni della scienza”

“Un grande riconoscimento per i vaccini, considerati strumenti fondamentali per combattere la pandemia, al punto che la Consulta approva le decisioni del Governo di introdurre l’obbligo, considerandole come non irragionevoli né sproporzionate”.

Così il presidente della FNOMCeO, la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici chirurghi e degli Odontoiatri, Filippo Anelli, commenta, “a caldo”, le decisioni della Consulta in merito all’obbligo vaccinale per gli operatori sanitari.

“Le ragioni della scienza sulla efficacia dei vaccini per la protezione della popolazione sono state riconosciute – continua Anelli – così come sono state testimoniate dalla adesione della stragrande maggioranza degli italiani, che si sono sottoposti alla vaccinazione, e dai 470000 medici e odontoiatri italiani che hanno adempiuto all’obbligo vaccinale: il 99,2%, ossia la quasi totalità”.

Per approfondire

Le cure palliative in 100 domande e risposte

Il termine “palliativo” è sinonimo di inutile? Che cosa si intende per “fine vita”? Che cos’è un Hospice? Come redigere le Disposizioni Anticipate di Trattamento (DAT)? Quali sono gli errori più comuni degli operatori nella comunicazione con il malato?

100 domande sulle cure palliative

Le risposte ai quesiti più importanti su questo argomento sono raccolte nel nuovo libro “100 domande sulle Cure Palliative” (SEEd Medical Publishers) di Anna Maria De Santi, sociologa, prima ricercatrice, responsabile dell’Unità di Neuroscienze Sociali del Dipartimento di Neuroscienze dell’Istituto Superiore di Sanità, e Italo Penco, medico, direttore sanitario del Centro di Cure Palliative Fondazione Sanità e Ricerca di Roma, Past President della Società Italiana di Cure Palliative (SICP).

Perché le “100 domande”

Nel nostro Paese si rende necessario avviare un cambiamento culturale in grado di coinvolgere non solo gli operatori, ma anche tutti coloro che devono iniziare a fare i conti con l’aumento delle malattie croniche e il “tanto temuto fine vita”.

La salute, fino alla fine, dovrebbe essere accompagnata da cure appropriate centrate non sulla malattia ma sulla persona, sulla sua famiglia e sul suo contesto di vita, su relazioni terapeutiche sincere basate su comunicazioni empatiche ed efficaci, su valutazioni “personali” e sul controllo dei sintomi che causano sofferenza. Questo approccio corrisponde alle Cure Palliative.

Il volume, che fa parte della collana SEEd “100 domande”, costituisce una formula efficace che risponde all’esigenza di far conoscere a tutti, compresi gli operatori sanitari, le basi delle Cure Palliative, ancora oggi poco diffuse e non pienamente applicate.

Sebbene le Cure Palliative rappresentino l’approccio di cura più adatto per migliorare la qualità di vita non solo ma in particolare alla fine della vita, non molti le conoscono ancora nella giusta forma, sia a livello nazionale che internazionale.

Il libro, che si compone di cinque sezioni (Aspetti generali, Gestione della sofferenza, Consapevolezza, Relazione di Cura, Comunicazione), permette a chiunque lo desideri di acquisire una migliore conoscenza della materia e ai professionisti sanitari impegnati in strutture non specialistiche in Cure Palliative di trovare risposte ai quesiti che spesso si pongono o che gli vengono posti da pazienti e familiari.

Il testo, che affronta la tematica in modo chiaro e semplice, è di facile lettura e offre un orientamento “pratico” verso la comprensione dei bisogni fisici, sociali, spirituali e psicologici della persona malata e della sua famiglia e nei confronti dell’adozione – anche precoce – di un appropriato percorso di cura che consenta il raggiungimento di una migliore qualità di vita.

Per rendere più operativo il volume, si è chiesto agli operatori che lavorano nelle Cure Palliative di indicare le domande che più spesso vengono rivolte dai pazienti e familiari durante la malattia

Per rendere maggiormente operativo il volume, si è chiesto agli operatori che quotidianamente lavorano nelle Cure Palliative di indicare le domande che più spesso vengono rivolte dai pazienti e familiari nel corso della malattia (e tra operatori stessi).

Si auspica che, anche grazie a questo libro, sia possibile contribuire a creare una cultura capace di accogliere meglio le Cure Palliative nel nostro Paese e consentire una maggiore sensibilità verso questo tipo di cure orientate alla condivisione delle responsabilità e delle scelte della persona.

Serve un cambio culturale

Italo Penco

L’idea del volume è nata da un’esigenza sentita: “Lavorando in questo settore, ciascuno per la propria parte, ci siamo resi conto che l’argomento non viene trattato nella maniera giusta, non solo con i cittadini ma anche a livello di operatori sanitari – spiega Penco -. I cittadini dovrebbero esserne informati perché la Legge 38/2010 sancisce il diritto delle persone a non soffrire, un diritto che si può esplicare se lo si conosce, mentre di solito se ne viene a conoscenza solo quando ci si trova in una condizione difficile, ad esempio quando c’è un parente malato. Dal canto loro, gli operatori faticano a comprendere le Cure Palliative per due tipi di problemi.

Il primo è di ordine formativo, perché nelle università, nel percorso che porta alla laurea queste non vengono insegnate: ciò significa che un qualsiasi operatore che non intraprenderà questo specifico indirizzo, non avrà conoscenze in materia. Il secondo è un problema culturale, collegato al fatto che anche tra i professionisti c’è una difficoltà a gestire il momento del fine vita: da chi ha studiato per imparare a salvare vite, viene vissuto un po’ come una sconfitta personale. Si tratta invece di un evento che inevitabilmente avviene, che può essere affrontato in un modo meno doloroso sia per il paziente che per i famigliari e anche per gli operatori sanitari”.

“100 domande sulle cure palliative” è un libro per tutti. “Il volume non ha la pretesa di fornire competenze, ma di dare ai malati, ai famigliari e agli operatori una risposta semplice alle domande più frequenti che vengono poste quando i professionisti delle Cure Palliative prendono in carico – precisa l’autore -. Il nostro auspicio è che  possa essere d’aiuto anche quando ci si trova di fronte a delle scelte, come rappresentato sulla copertina: è il caso in cui il malato si trovi a decidere se puntare alla sopravvivenza il più a lungo possibile a ogni costo, quindi anche sottoponendosi a una terapia molto aggressiva, o a preferire una migliore qualità della vita, senza sottoporsi a cure sproporzionate che potrebbero rendere più complesso il percorso. Questi sono aspetti su cui serve una maggiore consapevolezza anche da parte dei medici. È inoltre carente l’integrazione specialisti-territorio: se fosse garantita con maggiore continuità, di certo ne beneficerebbe il paziente”.

Di solito se ne parla in relazione al fine vita, ma in una concezione più moderna si punta sulle Cure Palliative precoci, che si impostano già dal momento della diagnosi

Sulle Cure Palliative grava anche un fraintendimento: “Normalmente si parla di Cure Palliative al momento del fine vita, invece oggi, nella concezione più moderna, si spinge per la concezione di Cure Palliative precoci, che si impostano già dal momento della diagnosi: una diagnosi infausta non significa che essere per forza vicino al fine vita. Per esempio si possono impostare delle Cure Palliative durante la chemio e, se questa dà buoni frutti, quando non servono più vengono interrotte. Può non essere necessaria quindi la presa in carico da parte dell’equipe di Cure Palliative e il palliativista può dare un contributo anche in forma di consulenza”.

Anna De Santi

Poi c’è il grande tema della comunicazione: del resto, la Legge 219/2017 sul consenso informato e le disposizioni anticipate di trattamento chiarisce che il tempo della comunicazione è tempo di cura. Afferma De Santi: “La letteratura, oltre all’esperienza, ci sta mettendo davanti le evidenze sul fatto che se si comunica bene si cambia la qualità di vita delle persone, gli operatori stessi ci guadagnano nel rapporto con i pazienti e i famigliari hanno un bagaglio che li aiuterà ad affrontare meglio il lutto. Serve un cambio culturale”.

L’importanza della formazione

“La formazione ha fatto salti notevoli: nel 2021 è stata istituita e quest’anno è partita la Scuola di specializzazione in Medicina e Cure Palliative – afferma Penco -. Un obiettivo importante raggiunto, che si aggiunge al precedente: nel 2019, da parte dei presidi delle Facoltà di Medicina e chirurgia e delle altre professioni sanitarie, sono stati raccomandati crediti formativi specifici in Cure Palliative nel percorso pre laurea. Questo significa che tutti gli studenti che raggiungono la laurea dovrebbero aver dedicato alcune ore a questa disciplina. In realtà a oggi solo il 40% delle università inserisce opportunità di questo genere per ottenere crediti formativi: è un punto che deve essere ulteriormente sviluppato per far sì che tutti i professionisti sappiano avere un approccio palliativo. Questa è ormai una definizione ufficiale. Si tratta di poter erogare assistenza avendo bene in mente i principi delle cure palliative e la possibilità di indirizzare i malati, quando necessario, verso servizi più specifici come l’Hospice o le unità di Cure Palliative domiciliari”.

Per chi desidera approfondire ulteriormente, c’è poi la possibilità dei Master di I e II livello in Cure Palliative.

La formazione deve coinvolgere tutte le figure che stanno a contatto con il malato, dal medico di famiglia ai volontari

Ma la formazione è fondamentale non solo per i professionisti sanitari: deve coinvolgere tutte le figure che stanno a contatto con il malato, come ad esempio i volontari. “Il nostro libro nasce proprio con questo spirito, proprio per essere fruito dal paziente al medico di base al volontario – aggiunge De Santi -. L’ISS fornisce corsi di formazione di qualità a tutte le strutture che formeranno volontari e operatori, ma rimane comunque l’esigenza di sensibilizzare a 360 gradi sul tema delle Cure Palliative. Questo vale in particolare per i medici, che a volte in ospedale vedono i colleghi che hanno una sensibilità sull’argomento come se fossero quasi degli imbonitori. Bisogna cominciare a fare public engagement e dare esempi di buone pratiche a chi ancora non ha una preparazione specifica per aiutarlo a comprendere un modello che la nostra società non ha ancora culturalmente preparato. Abbiamo il problema dei ritmi di lavoro sempre più incessanti, il Covid ha creato tanta confusione e questa aziendalizzazione, che conta tanto sull’efficienza, deve cominciare a dare spazio, tempo e modo alla qualità della relazione. Qualcosa sta cominciando a cambiare, ma sono cambiamenti lenti, e oltre al livello strutturale sono convinta che giochi un ruolo importante la base: è un movimento che parte anche dal singolo. Ecco perché abbiamo proposto un volume semplice, che aiuti chiunque lo desideri a capire”.

“Tutto questo senza evitare anche argomenti critici come la sedazione palliativa e il suicidio medicalmente assistito: sono temi su cui è importante fare chiarezza perché, fermo restando che ci possono essere idee diverse, c’è chi punta a creare confusione per il proprio tornaconto”, dice Penco.

“Pur avendo precisato che il fine vita non è l’unico campo di applicazione delle Cure Palliative, rifletto su come ci siano tanti professionisti che aiutano la nascita, dal ginecologo all’ostetrica, ma non ci sono molte persone preparate a gestire il momento della fine – conclude De Santi -: è necessario metterci molta più attenzione”.

Agenas e Aiop presentano il rapporto sulla qualità degli outcome clinici negli ospedali italiani

Agenas e Aiop presentano il Rapporto sulla Qualità degli Outcome clinici negli Ospedali Italiani, un documento che propone una valutazione comparativa delle strutture ospedaliere, elaborata sulla base del livello di aderenza agli standard quantitativi e qualitativi disponibili.

L’impostazione di fondo è il confronto tra le strutture di diritto pubblico e le strutture di diritto privato del Servizio Sanitario Nazionale rispetto a una selezione di indicatori core del Programma Nazionale Esiti (PNE) di Agenas.

Il risultato è una fotografia della qualità offerta dal nostro Servizio Sanitario Nazionale, considerando la natura giuridica delle strutture e valutando l’eterogeneità interna a ciascun comparto, sia a livello nazionale sia a livello interregionale e intra-regionale.

Secondo il Rapporto Agenas-Aiop, nell’area cardiocircolatoria, il 47% delle strutture di diritto pubblico e il 65% di quelle di diritto privato riportano un grado alto o molto alto di aderenza agli standard di qualità, contro, rispettivamente, il 15% e il 13% che presentano performance inferiori all’atteso.

L’area del sistema nervoso mostra risultati sostanzialmente analoghi, ma con una proporzione più alta di strutture di natura giuridica pubblica con livelli di qualità bassa o molto bassa: circa una struttura su cinque, contro una struttura su dieci di diritto privato.

Nell’area respiratoria la divaricazione è ancora più ampia: livelli alti o molto alti di qualità sono raggiunti dal 14% delle strutture di diritto pubblico e dal 56% delle strutture di diritto privato, mentre il 52% delle strutture pubbliche e il 28% di quelle private riportano una qualità bassa o molto bassa.

Nell’area osteomuscolare, le strutture di diritto privato con performance alta o molto alta sono proporzionalmente di più (73% vs 47%), mentre quelle con qualità bassa o molto bassa sono proporzionalmente di meno (17% vs 32%).

Più sovrapponibili i risultati per le aree di chirurgia generale e di chirurgia oncologica, dove le strutture di diritto privato soffrono soprattutto di ridotti volumi di attività.

Diversamente dalle altre aree cliniche valutate, nell’area gravidanza e partole strutture pubbliche sono per il 47% di qualità alta o molto alta e per il 32% di qualità bassa o molto bassa; quelle private di qualità superiore all’atteso sono invece il 24%, mentre il 54% risulta avere una performance substandard.

“L’area gravidanza e parto – spiega Barbara Cittadini, Presidente nazionale di Aiop, l’Associazione italiana ospedalità privata – è la sola nella quale sono le strutture di diritto pubblico ad ottenere una valutazione migliore. Il dato è essenzialmente dovuto alla propensione al parto chirurgico delle strutture di diritto privato, un fenomeno di natura culturale (che coinvolge professionisti e gestanti) che stiamo affrontando.

“La variabilità – dichiara Cittadini – è il dato che emerge con maggiore forza dal Rapporto Agenas-Aiop. Anche se le strutture di diritto privato presentano – complessivamente e nella maggior parte delle aree cliniche valutate – una performance analoga o superiore rispetto a quelle di diritto pubblico, l’eterogeneità qualitativa coinvolge le une e le altre e vede ospedali della stessa natura giuridica, che operano in un medesimo contesto epidemiologico e territoriale, rispondere in modo diverso a bisogni di salute analoghi. Se, infatti, consideriamo la Regione Campania – la Regione che storicamente presenta un ricorso critico al parto cesareo – è di diritto privato sia la struttura con più alte proporzioni sia la struttura con proporzioni più basse.

“Il Rapporto – prosegue Cittadini – rappresenta un nuovo, importante contributo di Agenas alla realizzazione di una fotografia che ha come obiettivo quello di fornire indicazioni utili a programmare i servizi sanitari e a governare il cambiamento, nella consapevolezza – comune e condivisa con Aiop – che un sistema sanitario universalistico deve poter assicurare livelli di appropriatezza, efficacia, sicurezza adeguati e omogenei su tutto il territorio nazionale, a prescindere dalla natura giuridica delle strutture ospedaliere.

“Abbiamo voluto realizzare questo lavoro – continua la Presidente di Aiop – con l’Agenzia tecnico-scientifica che più di tutte è deputata a misurare la qualità delle performance delle strutture ospedaliere italiane. Questo dimostra che le strutture di diritto privato del SSN non temono la valutazione e non sfuggono alla comparazione ma, al contrario, hanno bisogno di dati scientificamente validati per conoscere il livello di qualità che offriamo ai nostri pazienti. Conoscenza, questa, che ci consente di identificare i punti di forza da potenziare e le criticità da superare in un’ottica di miglioramento continuo.

“Aiop – sia nello sforzo interno di mettere a disposizione dei propri associati tutti gli strumenti utili per rendere più efficiente e più efficace il proprio contributo alla salute pubblica, sia nel dialogo costante con i decisori politici – mette al primo posto le evidenze, unico baluardo per orientare la gestione e la riforma del sistema sanitario secondo criteri oggettivi” conclude Cittadini.

CIMO-FESMED: «MES ultima spiaggia per salvare il Servizio sanitario nazionale»

Mentre si pensa al limite per l’obbligo di pos, al ponte sullo Stretto e allo stralcio delle cartelle esattoriali, nel mondo reale c’è una mamma che è costretta a chiedere un prestito in banca per poter curare in un centro privato la figlia, affetta da una rara malattia neurologica, perché negli ospedali pubblici le liste d’attesa sono troppo lunghe. Nel 2021, secondo la Ragioneria dello Stato, gli italiani hanno speso di tasca propria (out of pocket) la cifra record di 37 miliardi per curarsi privatamente. Una cifra destinata a crescere per far fronte al costante peggioramento del Servizio sanitario nazionale, vittima di anni di tagli e razionalizzazioni bipartisan che hanno ridotto drasticamente l’offerta di salute. Le conseguenze del Covid, ora, rischiano di essere la spinta finale per far precipitare la sanità pubblica nel baratro.

In questo scenario, allora, il sindacato dei medici Federazione CIMO-FESMED (che riunisce le sigle ANPO-ASCOTI, CIMO, CIMOP e FESMED e che aderisce a CIDA) ritiene un errore non richiedere i 37 miliardi previsti dal Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), l’ultimo appiglio a cui il Servizio sanitario nazionale può aggrapparsi prima di sprofondare.

Si tratta certamente di ulteriore debito, da contrarre, tra l’altro, in un momento di crisi bellica, energetica, climatica ed economica. Ma se il Governo crede nella sanità pubblica, intende investirvi e salvarla, segnando una vera discontinuità rispetto alle precedenti amministrazioni, dovrebbe mostrare coraggio e richiedere il MES. Dovrebbe quindi seguire l’esempio di quella mamma che ha chiesto un prestito in banca per curare la figlia e, similmente, indebitarsi per poter curare un Servizio sanitario nazionale gravemente malato. Altrimenti, saranno sempre di più i cittadini costretti a ricorrere alle banche per potersi curare o che, tristemente, rinunceranno alle cure.

In Gazzetta Ufficiale il decreto istitutivo dell’Ordine dei Fisioterapisti

“La pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del Decreto n. 183 firmato dal Ministro Roberto Speranza ed annunciato l’8 settembre scorso in occasione della Giornata mondiale della fisioterapia, segna l’effettiva istituzione dell’Ordine professionale dei Fisioterapisti e della relativa Federazione degli Ordini. I settantamila fisioterapisti italiani finalmente avranno un Ordine in cui riconoscersi, confrontarsi e trovare nuovi spunti e stimoli per rendere la professione sempre più determinante e con un chiaro valore aggiunto per il sistema salute”: lo ha dichiarato Piero Ferrante, primo presidente della nuova Federazione alla luce della pubblicazione del “Regolamento recante istituzione degli Ordini territoriali della professione sanitaria di fisioterapista e della Federazione nazionale degli Ordini della professione sanitaria di fisioterapista”.

Ha proseguito Ferrante: “I trascorsi 60 anni di storia professionale, di cui l’AIFI è stata scuola e luogo di crescita, hanno permesso alla professione di crescere con solide basi culturali e scientifiche, fino a diventare la terza professione sanitaria nel Paese, dopo medici e infermieri, e la più rappresentata tra le professioni di area riabilitativa”. Oggi, ha sottolineato il Presidente, il fisioterapista è una professione attrattiva per costante della domanda di partecipazione ai test di accesso all’università ed indispensabile alla costruzione della nuova idea di salute e riorganizzazione del servizio sanitario nazionale.

Come precisato nella nota di pubblicazione della Gazzetta Ufficiale, il Regolamento che istituisce gli Ordini dei Fisioterapisti entrerà in vigore il prossimo 15 dicembre. Anche di fronte a questa scadenza Piero Ferrante conclude: “La prossima piena operatività della struttura ordinistica nazionale e territoriale consentirà di mettere a frutto tutta la capacità, l’impegno, la passione dei fisioterapisti nel sistema salute, nel rapporto che lega il professionista ai pazienti, nella crescita professionale e culturale della professione. Un ringraziamento doveroso va al Ministero della Salute, in particolare alla Direzione Generale delle professioni sanitarie, per la sapiente e capace guida durante il percorso istitutivo e un arrivederci spetta alla FNO TSRM PSTRP che abbiamo contribuito a costituire, e che salutiamo grati per il cammino di crescita che la grande palestra comune ci ha consentito di compiere”.

Nasce l’Intergruppo Parlamentare Malattie Rare e Oncologiche

Su iniziativa del Senatore Orfeo Mazzella e dell’Onorevole Elisabetta Gardini nasce l’Intergruppo Parlamentare Malattie Rare e Oncologiche, già premiato con 29 adesioni da parte di Senatori e Onorevoli, trasversali a tutte le forze politiche.

L’iniziativa nasce da una serie di interlocuzioni e un confronto serrato fra i due promotori e le Associazioni dei pazienti: per le malattie rare, UNIAMO – Federazione Italiana Malattie Rare, unico ente giuridico rappresentativo della comunità di persone con malattie rare; per le patologie oncologiche, FAVO – Federazione italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia e AIL – Associazione Italiana contro leucemie, Linfomi e Mieloma.

“La Legge 175/2021, “Disposizioni per la cura delle malattie rare e per il sostegno della ricerca e della produzione dei farmaci orfani”, ha definito all’art. 2 le malattie rare, includendo in esse anche i tumori rari” dichiara Orfeo Mazzella, Senatore ma anche e soprattutto rappresentante egli stesso dei malati rari, in qualità di Presidente del Forum Campano delle Malattie Rare. “È   stato quindi naturale pensare ad un intergruppo più ampio, che comprendesse anche le patologie oncologiche e garantisse la possibilità di agire sui bisogni comuni con ancor più incisività”.

“Nella Rare Cancer Agenda 2030 Joint Action on Rare Cancers della Commissione Europea sono state previste modifiche regolatorie e legislative che interesseranno anche l’Italia” dichiara l’Onorevole Elisabetta Gardini, “è assolutamente necessario procedere in maniera unitaria e trasversale a queste tematiche, anche alla luce della realizzazione del PNRR e degli stanziamenti specifici per la ricerca su malattie rare e oncologiche”.

Nel 2022 FAVO e UNIAMO hanno firmato un protocollo di intesa per garantire, in particolare, l’attuazione dell’Art. 5 “Assistenza farmaceutica e disposizioni per assicurare l’immediata disponibilità dei farmaci orfani” e dell’Art. 11 “Finanziamento della ricerca sulle malattie rare e dello sviluppo dei farmaci orfani.

“Fin dalle prime fasi del Covid” ricorda Laura Del Campo, Direttore FAVO, “Uniamo e FAVO hanno sviluppato un’alleanza che ci ha visti insieme su molte richieste: le priorità vaccinali, , l’accesso precoce alle terapie, anche off label, la semplificazione delle sperimentazioni cliniche, le agevolazioni previste dall’assistenza transfrontaliera, il diritto alla migliore cura, tramite l’accesso al network degli European Reference Networks (ERNs), nonché il diritto alla riabilitazione, al follow up e alle tutele lavoristiche. Anche le nostre Associazioni di riferimento (ECPC per FAVO e AIL ed Eurordis per Uniamo) sono alleate in Europa per le stesse tematiche”.

“La consapevolezza di avere necessità trasversali comuni ci ha indotti a trovare, anche all’interno del Parlamento, la stessa sintesi.” dichiara la Presidente di Uniamo, Annalisa Scopinaro; “Abbiamo, in questo percorso, trovato un orecchio attento nelle figure del Senatore Mazzella, malato raro e rappresentante dei pazienti a livello istituzionale e di Elisabetta Gardini, da sempre vicina a FAVO”.

“La costituzione dell’intergruppo” sottolinea Giuseppe Toro, Presidente di AIL nazionale, “ci permetterà di avere un dialogo privilegiato con le istituzioni per dare risposte concrete ai bisogni dei pazienti e delle loro famiglie.”

La naturale conclusione di questo percorso di successive alleanze e sintesi di trasversalità è la costituzione dell’intergruppo parlamentare malattie rare e oncologiche, che nasce trasversale, inclusivo e con il solo intento di rafforzare le richieste che arriveranno da parte dei rappresentanti dei pazienti. Nasce, soprattutto, da una fortissima sinergia fra mondo dei pazienti e delle Associazioni con il mondo della politica.

Il Senatore Mazzella e l’Onorevole Gardini rinnovano l’invito a tutti i parlamentari interessati ad aderire all’Intergruppo, che avrà un primo incontro pubblico con tutte le Associazioni a breve, per arricchirlo di esperienze e contributi personali.

Ad oggi hanno aderito all’invito dell’On. Gardini e del Sen. Mazzella:

I Deputati: Cappellacci Ivo, Ciani Paolo, De Palma Vito, Fossi Emiliano, Girelli Gian Antonio, Grippa Valentina, Lancellotta Elisabetta, La Salandra Giandonato, Loizzo Simona, Loperfido Emanuele, Lucaselli Ylenja, Malavasi Ilenia, Quartini Andrea, Russo Gaetana, Schifone Marta.

I Senatori: Castellone Maria Domenica, Crisanti Andrea, Cucchi Ilaria, De Rosa Raffaele, Licheri Sabrina, Lorefice Pietro, Lopreiato Ada, Quintino Liris Guido, Russo Raoul, Silvestro Francesco, Sironi Elena, Zambito Ylenia

Hiv: infezioni in calo, ma serve consapevolezza sulla salute sessuale

0

Nel 2021, le nuove diagnosi di infezione da Hiv in Italia sono state 1.770, pari a 3 nuovi casi per 100.000 residenti. L’incidenza più elevata si è registrata nella fascia d’età 30-39 (7,3 nuovi casi ogni 100.000 residenti), seguita da quella 25-29 (6,6 ogni 100.000 persone). In queste fasce d’età l’incidenza nei maschi è 3-4 volte superiore a quelle nelle femmine. In generale, poi, i maschi rappresentano il 79,5% dei nuovi casi. L’età mediana delle persone diagnosticate è di 42 anni per gli uomini e 41 per le donne.

Sono questi i dati dell’aggiornamento della sorveglianza nazionale delle nuove diagnosi di infezione da Hiv e dei casi di Aids al 31 dicembre 2021, curato dal Centro Operativo Aids (Coa) dell’Istituto superiore di Sanità (Iss), presentati in occasione della Giornata mondiale contro l’Aids del 1 dicembre.

L’incidenza italiana è inferiore alla media degli Stati dell’Unione europea (4,3 casi ogni 100.000 persone), ma la cifra potrebbe riflettere le difficoltà di accesso che si sono registrate durante e dopo la pandemia. “In realtà, il trend è in diminuzione già dal 2018 – osserva Alessandra Bandera,  direttrice Malattie infettive al Policlinico di Milano – Tuttavia, è innegabile che nel 2020 e nel 2021 il Covid abbia impattato in modo importante l’accesso al test e alle cure”.

A questo proposito, l’Unaids, il Programma congiunto delle Nazioni Unite sull’Hiv/Aids, ha insistito sulla lotta alle disuguaglianze, sostenendo che a causa del Covid e delle altre crisi globali i progressi contro l’Hiv e l’Aids hanno subito un forte rallentamento.

Il fenomeno è direttamente connesso al calo delle risorse globali disponibili: infatti, nell’ultimo decennio, l’assistenza per l’Hiv da parte di Paesi diversi dagli Stati Uniti è crollata del 57%; il risultato è che nel 2021, le risorse internazionali disponibili sono state inferiori del 6% rispetto a quelle stanziate nel 2010.

Sulle motivazioni mediche che sottendono il calo generalizzato delle infezioni, ci sono diverse ipotesi, ma tra gli aspetti principali il fatto che “oggi tutte le persone sieropositive sono sottoposte a terapia antiretrovirale – come ricorda Bandera – Questo fa sì che i soggetti stiano meglio, ma anche che la carica virale presente nel sangue diventi negativa e l’infezione non sia trasmissibile”.

Nell’ultimo decennio, l’assistenza per l’Hiv da parte di Paesi diversi dagli Stati Uniti è crollata del 57%

Da qui l’importanza di eseguire periodicamente il test dell’Hiv: il report dell’Iss ha infatti evidenziato che, dal 2015, è aumentata la quota di persone a cui viene diagnosticata tardivamente l’infezione (con bassi Cd4 o in Aids): nel 2021, i tre quarti dei maschi eterosessuali (il 75,9%) e circa i due terzi delle femmine (il 62,4%) sono stati diagnosticati con Cd4<350 cell/µL, una cifra che significa che il sistema immunitario è già stato compromesso.

Per Cala Lima, l’associazione contro l’Aids nata in Puglia, “l’Italia deve recuperare in fretta il ritardo accumulato nel contrasto al sommerso e sulla prevenzione; è urgente rendere molto più accessibile il test, anche con l’aiuto del terzo settore, implementare programmi di prevenzione verso tutti i target e rendere subito rimborsabile la PrEP, la Profilassi Pre-Esposizione”. Dalla Lila sono arrivate anche critiche al Ministero della Salute che, quest’anno ha reso noti i dati con notevole ritardo: “Questa è una decisione che rischia di sottrarre al dibattito pubblico preziosi strumenti di riflessione nel periodo dell’anno in cui l’attenzione al tema Hiv è più alta”, si legge in una nota diffusa dall’associazione.

I casi di Aids conclamato

Quando l’infezione da Hiv non è diagnosticata in tempo, può portare problemi al sistema immunitario e sfociare in Aids.

Dall’inizio dell’epidemia, nel 1982, a oggi sono stati segnalati al Centro Operativo Aids dell’Iss 72.034 casi di sindrome da immunodeficienza acquisita, di cui 46.874 deceduti entro il 2019. Nel 2021 sono stati diagnosticati 382 nuovi casi di Aids, con un’incidenza di 0,6 nuovi casi ogni 100.000 residenti.

Anche l’incidenza di Aids è in costante diminuzione: il numero di decessi rimane stabile ed è pari a poco più di 500 casi l’anno.

Nel 2021 sono stati diagnosticati 382 nuovi casi di Aids, con un’incidenza di 0,6 nuovi casi ogni 100.000 residenti

La proporzione di persone con nuova diagnosi di Aids che ignorava la propria sieropositività e ha scoperto di essere positiva all’Hiv nel semestre precedente la diagnosi di Aids, tuttavia, è aumentata nel 2021 (83%) rispetto al 2020 (80,8%). È invece diminuita nel tempo la proporzione di persone che alla diagnosi di Aids presentava un’infezione fungina, mentre è aumentata la quota di persone con un’infezione virale e quella con tumori.

Nel 2021, il 76,4% delle persone diagnosticate con Aids non aveva ricevuto una terapia antiretrovirale prima della diagnosi.

L’importanza del test

Per combattere le diagnosi tardive e fare emergere il sommerso, che si stima sia attorno al 30%, c’è un solo modo: effettuare periodicamente il test dell’Hiv. “Questo permette sia di intervenire precocemente sulla persona sieropositiva, sia di evitare che contagi i propri partner – nota Bandera – Oggi, spesso, le persone scoprono di avere l’infezione con un ritardo anche di dieci anni”.

Secondo i dati Iss, infatti, oltre un terzo delle persone con nuova diagnosi scopre di essere positivo a causa della presenza di sintomi o patologie correlate all’Hiv (il 39,8%). Altri motivi per fare il test sono stati: rapporti sessuali senza preservativo (per il 16,6%), comportamenti a rischio non specificati (9,4%), accertamenti per altra patologia (6,9%), iniziative di screening o campagne informative (6,2%).

Il test, che si chiama Elisa (Enzime Linked Immuno Sorbent Assay) è gratuito e viene condotto negli ospedali o centri specializzati: l’Iss ha realizzato una mappa con le strutture che erogano questo servizio.

Lo screening dovrebbe essere fatto periodicamente da tutta la popolazione sessualmente attiva

È inoltre disponibile un test rapido acquistabile in farmacia che fornisce il risultato in pochi minuti. “In questo caso è bene ricordare che, se c’è stato un comportamento a rischio, è necessario attendere qualche giorno prima di effettuare il test”, ricorda Bandera. Lo screening, tuttavia, dovrebbe essere fatto periodicamente da tutta la popolazione sessualmente attiva: “Oltre il 90% delle persone attua comportamenti che possono ledere la propria salute – nota l’esperta – Spesso, al momento della diagnosi, molti rimangono stupiti perché hanno sottovalutato il rischio”.

Per aumentare la percentuale di italiani che vi si sottopone regolarmente, secondo Bandera, occorrerebbe pensare a modalità diverse dal solo ospedale: “Iniziative sul territorio, per esempio, lo renderebbero accessibile con una maggiore facilità”.

L’altro aspetto è culturale: “Va sottolineato che oggi fare il test significa essere più tranquilli sulla propria salute e su quella delle persone con cui veniamo a contatto sessualmente. Anche in caso di positività, infatti, la terapia antiretrovirale permette di mantenere una qualità di vita elevata e di non essere infettivi”, rileva Bandera.

I dati sottolineano come a essere maggiormente interessati dall’infezione siano maschi eterosessuali e le femmine: “Questo accade perché gli uomini che fanno sesso con uomini sono più sensibilizzati e di solito si controllano più frequentemente – spiega l’esperta – Le altre categorie, invece, tendono a sottovalutare il rischio”.

La PrEP

Dal 2017 è possibile prevenire l’Hiv anche grazie alla PrEP (profilassi pre esposizione), un protocollo che permette alle persone Hiv-negative di ridurre il rischio di contrarre l’infezione del 99%.  “Si tratta della combinazione, in un’unica compressa, di due farmaci: tenofovir disoproxil ed emtricitabina – spiega Bandera – Può essere utilizzata in continuo o al bisogno, ma deve sempre essere prescritta da un infettivologo che deve valutare il costo-efficacia della terapia”. In affiancamento al medicinale, infatti,  viene proposto un percorso di screening per le altre malattie sessualmente trasmesse.

La PrEP protegge infatti dall’Hiv, ma non dalle altre patologie. Motivo per il quale è comunque consigliato l’uso del preservativo.

Il farmaco è in fascia C e costa al cittadino una sessantina di euro. “Gli studi dicono che funziona molto bene, purché l’assunzione sia corretta”, afferma Bandera.

Non si conosce il numero delle persone che, in Italia, fanno ricorso a questa terapia: manca infatti un registro nazionale. A giugno di quest’anno, alla conferenza italiana Aids e ricerca antivirale (Icar 2022), l’associazione Plus ha presentato i dati di un questionario somministrato a 56 centri su 70. I 28 che hanno risposto hanno riportato di 3.641 persone che usano la PrEP. Nell’edizione 2019 erano 513.   

La terapia Long Acting

Da qualche tempo è disponibile anche in Italia una nuova terapia, che punta a migliorare ulteriormente la qualità della vita di chi ha l’Hiv e ad aumentare l’aderenza. “Si tratta di due farmaci iniettati intramuscolo una volta ogni due mesi – spiega Bandera – Il loro arrivo ha cambiato completamente il paradigma della terapia antiretrovirale che finora si assumeva giornalmente con una compressa. Questo significa che chi ha l’infezione deve rispettare la scadenza, ma nei giorni tra un’iniezione e l’altra non deve prendere nulla”. La somministrazione avviene nei centri dedicati, proprio per monitorare l’andamento della terapia.

Questi farmaci si accumulano a livello del muscolo e poi hanno un lento rilascio a livello della circolazione del sangue, in modo da mantenere la soppressione virologica per lungo tempo.

Chi può accedere a questa terapia? “Chiunque abbia un’infezione da Hiv e abbia già in corso una terapia antiretrovirale efficace – afferma Bandera – Non è infatti una terapia che in questo momento viene prescritta a pazienti che non hanno mai effettuato la terapia antiretrovirale”.

Sono poi esclusi i soggetti che nella loro storia di infezione hanno accumulato delle resistenze del virus ai farmaci che vengono somministrati per via intramuscolare.

La salute sessuale

Secondo i dati diffusi dall’Iss, il numero più elevato di diagnosi (l’83,5%) è attribuibile alla trasmissione sessuale: gli eterosessuali rappresentano il 44% (tra di loro i maschi eterosessuali sono il 27,2% e le femmine eterosessuali il 16,8%), i maschi che fanno sesso con maschi il 39,5%. Infine, la modalità di trasmissione riguarda l’uso di sostanze stupefacenti nel 4,2% dei casi.

Dal 2017 si osserva una diminuzione del numero di nuove diagnosi Hiv in stranieri, sia maschi che femmine: nel 2021, gli stranieri costituiscono il 29,2% di tutte le segnalazioni, la proporzione rimane stabile nel tempo con valori intorno al 30%. Le incidenze più alte sono state registrate in Lazio, Valle d’Aosta, Toscana ed Emilia Romagna.

Gonorrea, sifilide o clamidia non necessitano di una terapia cronica, ma è importante allargare lo sguardo e far passare il messaggio che proteggersi è importante

“Credo che sia importante trasmettere il concetto di salute sessuale, che non riguarda solo l’Hiv, ma anche le altre malattie sessualmente trasmesse – riflette Bandera – È vero che gonorrea, sifilide o clamidia non necessitano di una terapia cronica, ma è importante allargare lo sguardo e far passare il messaggio che proteggersi è importante”.

E poi combattere lo stigma o, in generale, la scarsa conoscenza: “Quando tengo lezioni universitarie, chiedo sempre ai ragazzi quanti hanno fatto il test almeno una volta – racconta Bandera –: sono pochissime le mani che si alzano. Il test non è ancora considerato qualcosa da fare periodicamente, a differenza di altri controlli ritenuti routinari, come le analisi del sangue o la visita medica prima di praticare attività sportiva”.

Quando si parla di comportamenti sessuali, molte attenzioni sono rivolte alla prevenzione delle gravidanze, meno alla trasmissione delle malattie. “Fare il test dell’Hiv dovrebbe essere qualcosa di liberatorio: se sono negativa posso comunicarlo ai miei partner, nel caso in cui risultassi positiva posso iniziare subito la terapia antiretrovirale e non essere infettiva. È un gesto di responsabilità nei confronti degli altri, oltre che di se stessi”.

Automedicazione e approccio responsabile del cittadino: uno stimolo per la nuova sanità del territorio

0

La pandemia ha profondamente cambiato il rapporto degli italiani con la propria salute e nei confronti del Servizio Sanitario Nazionale: sono diventate maggiori la responsabilità e l’autonomia nelle scelte di prevenzione e cura, risultano in crescita le aspettative rispetto alla corretta allocazione delle risorse e si mantiene alta l’attenzione verso i temi legati alla governance del sistema, all’equità di accesso alle cure e all’omogeneità regionale nell’erogazione dei servizi.

A più di un anno dall’approvazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, e a circa un mese dall’insediamento del nuovo Governo, è entrato nel vivo il dibattito legato all’implementazione del nuovo modello di sanità territoriale e all’esigenza di colmare le attuali lacune, sia in termini di risorse (economiche e professionali) e sia in termini di integrazione tra i diversi modelli assistenziali, i livelli di governance, la sanità pubblica e quella privata. Il tutto alla luce della nuova Legge di bilancio.

Un recente evento, organizzato da Assosalute in partnership con Policy and Procurement in Healthcare, ha messo a confronto diversi esponenti parlamentari e delle associazioni che rappresentano medici e farmacisti, nonché la società civile, in merito all’implementazione del nuovo modello di sanità territoriale previsto dal PNRR e dal DM77.

“Gli italiani e la propria salute”: la ricerca di SWG

Punto di partenza della discussione è stata una indagine quantitativa, realizzata da SWG, su un campione rappresentativo della popolazione, dedicata a esplorare da un lato il rapporto degli italiani con la propria salute (fonti di informazione, abitudini di acquisto dei farmaci, referenti sul territorio, modalità di accesso ai servizi e alle prestazioni sanitarie, scenario esterno) e, dall’altro, le aspettative sul futuro del sistema sanitario in Italia.

Punto di partenza della discussione è stata una indagine quantitativa, realizzata da SWG, su un campione rappresentativo della popolazione

L’indagine, presentata dal ricercatore Giovanni Borghesan, si è focalizzata sulle persone e sui desiderata verso i cambiamenti attualmente in atto nel mondo della sanità. Dalle risposte è emerso un approccio alla salute fortemente orientato al territorio, che si traduce in due elementi fondamentali: la prossimità – driver principale della soddisfazione del servizio fornito ai cittadini – e i professionisti sanitari, medici di famiglia e farmacisti, i referenti per la cura soprattutto dei piccoli disturbi, oltre che la fiducia nella capacità della classe politica di realizzare nel lungo periodo le riforme necessarie.

Il territorio come investimento: la sanità futura disegnata dal PNRR

Ad aprire la tavola rotonda dedicata ai professionisti della salute e ai rappresentanti dei cittadini è stato Claudio Cricelli, Presidente SIMG, che in un videointervento molto significativo ha sottolineato l’evoluzione del ruolo e della percezione dei farmaci di automedicazione, nel contesto più ampio dei servizi offerti dal nostro SSN.

Oggi l’automedicazione è una realtà consolidata nel nostro Paese, apprezzata dai cittadini e dagli operatori sanitari

“L’automedicazione, che ha tardato ad affermarsi nel nostro Paese, oggi invece è una realtà consolidata. È un fenomeno diffuso, condiviso e apprezzato non soltanto dai cittadini, che possono farvi ricorso, ma anche dagli operatori sanitari, che hanno imparato ad interagire con il cittadino sulla base delle proprie scelte e soprattutto con un intento di controllo e di formazione. L’articolazione della salute delle persone oggi è definitivamente cambiata, le persone sono consapevoli di essere responsabili della propria salute e del fatto che la maggior parte dei piccoli eventi può essere affidata ad una libera scelta, che molti sintomi possono essere trattati con farmaci sicuri, che gli stessi medici condividono e sui quali i farmacisti possono dare degli utili consigli”.

Il Presidente SIMG ha quindi auspicato un consolidamento del rapporto tra cittadino, farmacista e medico, ritenendolo favorevole per tutti, anche in relazione al possibile sgravio di oneri impropri a carico del medico grazie al paziente che pratica l’automedicazione in modo consapevole.

Nella stessa direzione le parole di Carolina Carosio, Presidente Fenagifar, che ha evidenziato come il rapporto di sinergia tra farmacista e medico sul territorio è un elemento importante che l’emergenza pandemica è andata a consolidare, sia per quanto riguarda i servizi, sia per la fiducia del cittadino: “In questi mesi le farmacie e i farmacisti in tutte le loro declinazioni professionali non si sono risparmiati in quanto ad assistenza, ad esempio per i tamponi e per le vaccinazioni. E abbiamo toccato con mano anche il ruolo fondamentale della farmacia come fonte di informazioni corrette, quando spesso la disinformazione era molto diffusa. Anche sul ricorso all’automedicazione questo aspetto era già centrale prima della pandemia, ma questo periodo ha ulteriormente certificato che il consiglio professionale che sta alla base della scelta del paziente è di assoluta rilevanza”.

Tre gli elementi evidenziati da Marco Cossolo, Presidente di Federfarma, per lo sviluppo della farmacia nella nuova sanità territoriale che si sta delineando: “Con il DM 77 cambia il ruolo della farmacia. Innanzitutto, deve cambiare il modello di dispensazione professionale, per dare maggiore consapevolezza al paziente delle modalità di assunzione di un farmaco e tracciarne l’aderenza terapeutica, in stretta collaborazione con il MMG. Secondo elemento è il monitoraggio dei KPI (Key Performance Indicator) del paziente cronico. Ad esempio, in caso di ingravescenza di una patologia, esistono dei parametri che possono essere monitorati nel tempo e, opportunamente segnalati al medico di famiglia, possono essere utili per prevenire un processo di degenerazione.

Il DM77 introduce una nuova organizzazione della sanità territoriale, che si sta delineando in questi mesi

Terzo elemento riguarda le attività di telemedicina, che in farmacia hanno già avuto un incremento del 30-40% nel 2021 rispetto al 2019, perché nel cittadino è nata l’abitudine, anche in relazione alle restrizioni dovute all’emergenza Covid, a recarsi in farmacia per effettuare alcune prestazioni: anche in questo caso è necessario creare un link forte e stabile tra il medico di medicina generale e la farmacia per la prescrizione e l’utilizzo di queste tipologie di risorse, anche nell’ottica di ridurre le liste d’attesa attuali del SSN”.

Si è focalizzata sulle esigenze dei pazienti Francesca Moccia, vice segretario generale di Cittadinanzattiva. Il punto di partenza è il bisogno di recuperare la cosiddetta “salute persa”, cioè tutte le prestazioni non effettuate in questi anni di Covid. Il lavoro e l’interazione con MMG e farmacista si sono dimostrati fondamentali in questo periodo e da qui è necessario ripartire anche per la nuova sanità del territorio. “La farmacia è un presidio sanitario nel quale i cittadini si aspettano di trovare la salute a 360°, in modo inclusivo, soprattutto in questo momento di crisi e aumento di povertà e fragilità”, ha ribadito Moccia.

La farmacia è un presidio sanitario nel quale i cittadini si aspettano di trovare la salute a 360°, in modo inclusivo

Fragilità che non si concretizza solo nelle patologie croniche ma che coinvolge alcune popolazioni in particolare, come ad esempio le donne e gli adolescenti: “In prospettiva sarebbe auspicabile che la farmacia potesse diventare un luogo dove si costruisce una maggiore libertà di interazione per prendersi cura della propria salute, ad es. anche della propria salute riproduttiva, e senza dimenticare gli adolescenti”. Ha concluso Moccia: “Salute in tutti i luoghi e salute a 360° significa che ognuno di noi deve fare qualcosa in più nei prossimi anni, contando in una connessione molto più forte tra i vari attori, anche con le aziende del settore, per riuscire a raggiungere i cittadini nella diversità dei bisogni che essi rappresentano”.

A chiudere la prima tavola rotonda è stato Roberto Venesia, Segretario regionale FIMMG Piemonte, che in continuità con il messaggio di Cricelli ha confermato il valore dell’automedicazione, sperimentata anche recentemente nel periodo pandemico. “Quando si parla di fiducia si chiama in causa la fede e la responsabilità di chi gode di questa fiducia. Essere presenti sul territorio significa anche questo e la fiducia si porta dietro la libera scelta del cittadino, ad esempio anche al momento di scegliere il medico. Un tema che si scontra però con la carenza di queste figure”, ha proseguito Venesia. “Il focus del momento, sul quale siamo tutti d’accordo, è rinforzare il territorio.

L’attenzione è focalizzata sul territorio ma i modelli da implementare possono essere diversi ed è necessaria un’opera di condivisione trasversale per evitare disuguaglianze

Per fare questo servono sì le risorse ma prima ancora una chiarezza di obiettivo, una vision, che invece non è così scontata. Se è vero che le risorse del PNRR costituiscono una straordinaria occasione di finanziamento, non dobbiamo dimenticare che proveniamo da anni in cui in sanità sono stati pesanti i tagli. E qui si impone una riflessione della politica, che deve considerare attentamente quale modello di nuova sanità vuole costruire. A mio parere, dovremmo concentrarci di più sulle reti della salute e meno sulle case della salute, potenziando gli operatori sul territorio e le strutture che già ci sono”.

La voce delle istituzioni: il livello nazionale e locale

Evento Assosalute

La tavola rotonda dedicata alle istituzioni si è aperta con la senatrice Maria Cristina Cantù, Vicepresidente Commissione Affari Sociali (Lega), che ha subito affrontato un tema chiave del dibattito attuale sulla nuova sanità, precisando come l’autonomia differenziata non debba essere intesa come un provvedimento contro qualcuno, bensì a favore di tutti. Ha quindi proseguito sottolineando l’importanza della collaborazione tra pubblico e privato, e in particolare delle aziende del comparto dei farmaci di automedicazione, nella visione della sanità del futuro e nelle strategie di evoluzione dei modelli di medicina territoriale:

L’automedicazione ha un ruolo rilevante che però deve essere coniugato con la sicurezza della cura

“L’ospedale-centrismo non è la soluzione a tutti i mali e l’automedicazione ha un ruolo rilevante che però deve essere coniugato con la sicurezza della cura, per esempio con il miglioramento continuo delle molecole sia in termini di contrasto agli eventuali effetti collaterali sia dell’interazione tra farmaci. Il ruolo etico dell’impresa significa etica soprattutto nella produzione di risposte di salute ai cittadini, avendo come finalità non solo la profittabilità ma trasversalmente un benessere più ampio e collettivo, investendo in prevenzione e appropriatezza, ma anche in welfare proattivo. In questo senso, associazioni strutturate come Assosalute dovrebbero aiutare le istituzioni con suggerimenti per l’ottimale impiego delle risorse disponibili di cui il PNRR rappresenta un’opportunità unica e straordinaria”.

L’onorevole Roberto Bagnasco, Capogruppo Commissione Difesa (Forza Italia), ha portato l’attenzione sul SSN e sugli sviluppi futuri della nuova sanità, non nascondendo qualche preoccupazione: “Nonostante le carenze del sistema emerse durante la pandemia, il nostro è ancora oggi uno dei sistemi sanitari migliori al mondo.

Nonostante le carenze del sistema emerse durante la pandemia, il nostro è ancora oggi uno dei sistemi sanitari migliori al mondo

Non aumentare però la spesa sanitaria, considerando il tasso di inflazione attuale, significa in realtà diminuirla, e questo costituisce un problema. Tra le altre carenze del sistema, è molto evidente quella relativa alla mancanza di medici e infermieri e in questo senso abbiamo preso dei provvedimenti per migliorare la situazione nei prossimi anni, ma dobbiamo ancora fare un salto di qualità”. Riscontro positivo anche da Bagnasco sul tema dell’automedicazione e sul possibile ruolo per una nuova sanità territoriale: “Con il ricorso consapevole all’automedicazione, spesso si possono evitare situazioni che rischiano di avere un peso importante sul benessere dei cittadini e anche dal punto di vista economico. Sicuramente deve avvenire con una collaborazione efficace e paritaria tra medici di medicina generale e farmacisti, a vantaggio dei cittadini e del sistema nel suo complesso”.

Ha ripreso il tema degli investimenti in sanità la senatrice Maria Domenica Castellone, Vicepresidente del Senato (MoVimento 5 Stelle), sottolineando come la pandemia abbia dimostrato che, nel campo della salute, sia necessario non smettere mai di investire perché solo così si può garantire davvero a tutti i cittadini, su tutto il territorio nazionale, il diritto alla salute sancito dalla Costituzione. Castellone si è quindi concentrata sulla vision del SSN del futuro: “Il primo pilastro su cui va costruito è il personale, e in questo senso abbiamo lavorato per sbloccare l’imbuto formativo del percorso di specializzazione e per creare una struttura di programmazione che consenta di valutare in base al fabbisogno di salute della popolazione di quali specialisti avremo maggiormente bisogno.

La sanità dovrebbe essere considerata non come capitolo di spesa ma come investimento

Il secondo pilastro è la revisione governance della sanità, che deve comprendere il privato come integrativo e non sostitutivo del pubblico; il nuovo rapporto tra ospedale e territorio includendo tutte le figure che operano sul territorio, come i medici di medicina generale (anche nelle case di comunità) e le farmacie (come luogo di cura e non solo di servizi); nuovi modelli di acquisto di farmaci e dispositivi. Il terzo pilastro è la prevenzione, anche quaternaria, di cui si parla poco ma grazie alla quale è possibile evitare le cure inappropriate e rendere più sostenibile la spesa sanitaria”.

La peculiarità del momento che stiamo vivendo è stata ricordata dall’onorevole Gian Antonio Girelli, Membro Commissione Affari Sociali (Partito Democratico), con un parallelo con la nascita del Servizio Sanitario Nazionale del nostro Paese, quando una forte scelta culturale, oltre che politica, risultò frutto di un processo condiviso su dove indirizzare le risorse per garantire ai cittadini un diritto universale. SSN che è stato fortemente messo in crisi in questi anni, non solo dalla pandemia ma soprattutto dai tagli agli investimenti.

La salvaguardia del SSN può essere vista come una priorità trasversale della politica?

Ha proseguito Girelli: “Per ripartire, bisogna uscire dall’idea della centralità della malattia intesa come luogo di interesse scientifico ed economico e tornare a concentrarsi sulla persona. E parlare non solo di territorio ma di prossimità, un concetto che rende l’idea di vicinanza alle persone non solo in senso fisico. Per questo, la politica dovrebbe impegnarsi su due scelte: innanzitutto riassestare il rapporto tra investimenti sanitari e PIL, con una scelta strategica e trasversale, e quindi ragionare seriamente sulle autonomie regionali, senza mettere in discussione la gestione territoriale dei servizi, però con finalità prefissate valide per tutti. E in quest’ottica rivedere anche il rapporto pubblico/privato: perché il privato ha un valore pubblico quando mette a disposizione le proprie potenzialità e, assieme al giusto guadagno, coniuga anche un dovere sociale”.

A chiusura della tavola dedicata alle istituzioni è intervenuto l’onorevole Luciano Ciocchetti, Vicepresidente della Commissione Affari Sociali (Fratelli d’Italia), che ha ribadito l’importanza di salvaguardare il SSN, un tema sul quale gli esponenti politici presenti alla discussione hanno concordato in maniera trasversale, pur con differenti modelli di riorganizzazione. Ciocchetti ha confermato l’attenzione verso i meccanismi di autonomia regionale ma sottolineando l’importanza di una riforma organica, senza fughe in avanti di singole realtà.

I progetti del PNRR e i fondi stanziati rappresentano un’opportunità unica e una responsabilità verso le generazioni future

La pandemia ci ha insegnato che quello che manca è il tassello del territorio e il filtro con il paziente, soprattutto in una società con una forte presenza di cittadini ultra 75enni, che sono in difficoltà nell’accesso alle cure migliori e più appropriate”, ha proseguito Ciocchetti. “Il territorio può aiutare a salvare le grandi strutture ospedaliere e i reparti di pronto soccorso, affiancando i cittadini che hanno bisogno di salute e di sanità. La domanda cruciale è come ricostruire questo tassello mancante e se i progetti delineati nel PNRR saranno sufficienti”. In particolare Ciocchetti ha evidenziato l’utilità di potenziare l’assistenza territoriale, anche facendo evolvere il ruolo degli operatori socio-sanitari e strutturando una rete di collaborazione tra pubblico e privato che unisca non solo i medici ma anche le farmacie, nell’ottica di fornire un’assistenza domiciliare completa ed estesa nell’intera giornata.

Conclusioni

L’incontro è terminato con un breve messaggio di Salvatore Butti, Presidente Assosalute: “La cura consapevole della propria salute, anche attraverso una corretta gestione dei piccoli disturbi e un corretto ricorso ai farmaci di automedicazione, oltre che il rapporto con i propri referenti sul territorio, sono elementi chiave per consolidare un approccio consapevole e responsabile del cittadino, indispensabile a sua volta per il successo del futuro assetto del Sistema Sanitario sui territori. Come Associazione che da oltre cinquant’anni è al fianco dei cittadini per la cura della propria salute, siamo stati felici di ospitare un momento di condivisione nel corso del quale sono emersi temi speriamo utili a una programmazione strategica e a decisioni informate sulle politiche sanitarie nel prossimo futuro”.

Quali priorità per l’ecosistema digitale in sanità?

0

La telemedicina è il futuro, e in questo momento non c’è più l’alibi delle risorse economiche nelle progettualità, sostenute fino al prossimo 30 giugno dal PNRR. È questa una delle tracce da cui è possibile ripartire dopo l’incontro “L’evoluzione dei software nel contesto dell’Ecosistema digitale in Sanità”, organizzato a Napoli da Massimo Caruso (Segretario generale AiSDeT), Giuseppe De Pietro (Direttore Istituto di Calcolo e Reti ad Alte Prestazioni del CNR e Presidente eHealthNet) e Gianni Origgi (Direttore S.C. Innovazione e Progetti speciali GOM Niguarda e Coordinatore del Consiglio Scientifico di AiSDeT.) Una discussione che, come ha affermato lo stesso Caruso, è cambiata rispetto al passato: “Sono tanti anni che approcciamo a queste cose, e sono contento di vedere il livello di maturità ormai raggiunto, anche nella metodologia del lavoro. Siamo qui per comunicare e condividere il tavolo di lavoro con tutti gli stakeholder, cercando di raggiungere una strada comune per i tanti soggetti”.

Verso la transizione digitale

Giuseppe Pirlo, direttore del Dipartimento Informatica Università di Bari e Consigliere scientifico CITEL, è tra i primi a sollevare la questione riguardo alla transizione digitale e a come l’evoluzione della tecnologia potrebbe rappresentare la soluzione a più tematiche: “C’è bisogno di creare comunità sostenibili e modelli di maggiore competitività del paese. Quando parliamo di telemedicina, o di medicina, è evidente che alcuni elementi sono ancora un passo indietro. Ormai parole come machine learning e intelligenza artificiale sono diffuse e abbiamo perso il senso del loro significato”. La tempestività dell’intervento sui confini di operabilità della telemedicina sembra essere per Pirlo il primo vero passo da fare in una direzione più chiara: “Quello che manca è definire il perimetro degli aspetti scientifici e della telemedicina e gli obiettivi da perseguire e anche quelli da non perseguire. In questo senso, in alcune parti, a noi l’intelligenza artificiale non interessa. O intendiamo che debba avere priorità inferiore. Quindi non lavorare sul singolo prodotto, ma creare un sistema di confronto tra i diversi stakeholder per definire un programma condiviso di sviluppo da proporre poi ai decisori politici. Alcune azioni non possono essere dettate dall’alto. Nell’entropia del PNRR, abbiamo bisogno di definire un solo percorso, costruendo un ecosistema che possa sostenere una telemedicina su ambito nazionale”.

Un percorso che per adesso sembra essere arrivato a un punto morto, secondo Gianni Origgi: “Non ci accorgiamo che l’evoluzione della tecnologia non ci sta portando in una direzione precisa. Stiamo provando da 15 anni a portare avanti questa idea, in un contesto di erogazione di servizi, ma c’è un errore di base: non è ben chiara la finalità d’uso, che devolviamo all’utente finale. Quindi stiamo offrendo una tecnologia di comunicazione e raccolta dati, che fanno anche sistemi di messaggistica. Nel campo sanitario non riesce a essere pervasivo, anche perché gli usufruitori lo confrontano con una tecnologia impropria”.

Allora serve ben definire i ruoli, come in un qualsiasi tavolo di lavoro che cerca di regolare queste piattaforme:

  • L’utilizzatore: bisogna scavare a fondo sul suo bisogno e l’operatore sanitario non sempre riesce a identificare l’utilizzo necessario.
  • Chi lavora con la tecnologia: non riesce a esprimere il bisogno socio-sanitario della tecnologia, non avendo competenze di quel calibro e si affida al mercato. Prende e sceglie, sperando che la soluzione vada bene.
  • I fornitori: si ritrovano con in mano una tecnologia che sembra non avere scopi finali.

Da questo punto di vista, Origgi suggerisce un approccio comunicativo e pratico diverso, orientato alla cura del paziente come obiettivo finale: “Stiamo parlando di processi clinico-assistenziali e l’obiettivo è la cura e il trattamento del paziente. Bisognerebbe dare maggior governo all’attività socio-sanitaria locale nel trattamento e nella cura dei pazienti e con questa tecnologia non stiamo dando una mano. Questo è un mondo settoriale e ci si deve muovere con competenza. Il ruolo diverso del fornitore potrebbe rompere questo meccanismo che si è innescato”.

All’incontro è intervenuto anche Mauro Grigioni, Direttore del Centro nazionale per le tecnologie innovative in sanità pubblica dell’Istituto superiore di sanità, che ha voluto allargare il campo ai progressi e ai problemi soprattutto nell’evoluzione digitale in campo sanitario: “Già dal 2016 chiedevo di intelligenza artificiale, i big data e le infrastrutture. Cercavo di stimolare sulla gestione dei dati. Sei anni dopo la rete nazionale che permette di interagire dal punto di vista sanitario si approccia ancora con lo strumento della telefonia. Stiamo parlando di refertazione automatica, che riesce a leggere il linguaggio e dare una diagnosi, ma questa valanga di dati non è possibile sfruttarla come big data. Bisogna sicuramente gestire linguaggi diversi, ma il problema è che non abbiamo un lessico comune che riesca ad aggregarli tutti. Uno dei problemi è che abbiamo la lingua più bella del mondo, ma questo mal si traduce con un’autostrada che deve gestire dati coerenti”. Grigioni, tra le opzioni per avviare un tavolo di confronto su come il PNRR potrà influenzare il futuro degli hub di dati, afferma: “C’è bisogno di un linguaggio semplice, agile e coerente. Molti dei nostri dati dovranno essere trattati prima su smartphone, prima di passare sul 5g dei provider per poi terminare nelle case di comunità di raccolta dati. Devono essere a disposizione della medicina generale e delle farmacie. Con questi dati computabili, i dispositivi medici dovranno servire all’analisi? Per il personale sanitario, questo costituirà una cronologia storica del paziente”.

Strumenti digitali e dispositivi medici

Ma quali sono i criteri di qualità che dovranno essere osservati dai digital tool? Da questo punto di vista, Pier Angelo Sottile, presidente della Commissione UNI/CT 527 Informatica medica UNINFO, ha cercato di inquadrare i player raccolti e le novità sui criteri di valutazione dei digital tool che potranno accompagnare il percorso del personale sanitario. Sottile afferma: “Dobbiamo far capire che i digital tool sono di supporto: non si perde la qualità dell’attività face to face, anzi proiettano un intervento tempestivo. In questo senso, bisogna dare indicazioni al mercato, con la gestione dati e con tutte le normative e le linee guida. Questo ci permette di dare al fornitore un messaggio chiaro di cosa debba fare per soddisfare questi criteri. In questo senso, il Cocir, il comitato di coordinamento europeo dell’industria IT, ha promosso il sistema di etichettatura volontaria per le app per la salute, così da applicare una specifica tecnica e di affidabilità dei digital tool. Un sistema di 81 domande di cui 67 ponderate, che definiscono un punteggio finale, sotto forma di etichetta di qualità: assomiglia a un’etichetta di qualità energetica. Questo è ciò che si sta facendo per le app, ma dobbiamo ampliarle a più digital tool possibili”.

Però la direzione della telemedicina sta allontanando gli strumenti sanitari dal presidio ospedaliero, come riferisce Umberto Nocco, Direttore S.C. Ingegneria Clinica GOM Niguarda e Presidente AIIC, Associazione Italiana Ingegneri Clinici: “Non riusciamo a formare i nostri educatori sanitari sulla sicurezza digitale e sull’usability dello strumento. La competenza specifica è molto diversa dalla loro formazione e quindi bisogna procedere in una diversa direzione. Bisogna formare, ma diventa fondamentale anche arruolare i pazienti. Proprio perché stiamo parlando di efficacia, non possiamo ridurre tutto a un’etichetta, anche perché non può decidere tutto solo uno stakeholder. Non dobbiamo sottovalutare poi la proprietà del nostro hub di raccolta, che deve rispettare criteri di qualità, efficacia ed efficienza. Non bisogna solo trascrivere in questo contenitore, ma dare l’opportunità di analizzare questi dati, anche in maniera automatizzata, ma non solo. C’è bisogno che dia anche una lettura clinica sui dati storicizzati e questo è possibile solo se si allarga il campo tra i fruitori e gli strumenti, trovando un linguaggio comune”.

Al centro della discussione, sicuramente, i software da utilizzare come dispositivi medici: sulla questione è intervenuto Antonio Bartolozzi, membro del Dipartimento di Ingegneria Università di Trieste, che ha subito analizzato i DM software: “Un software che è puramente passivo, non è un dispositivo medico. Deve avere delle funzionalità attive, come allarmi, controindicazioni di allergie, calcoli di parametri e dosi. Quando il software fa questo lavoro, è un dispositivo medico, quindi non sostituisce solo il pezzo di carta”. Bartolozzi si è poi concentrato sulla stabilità del DM software, affidandosi alla terminazione del teorema di Alan Turing, che stabilisce la presenza di un bug in ogni software per la sua compiutezza: “Ogni software ha un bug, quindi i test non sono sufficienti, soprattutto se limito la lettura a un singolo programma e quindi non posso sapere se funzionerà o meno. Bisogna verificare tutto e validare ogni cosa: questa è la base del software di sicurezza. Il nuovo regolamento afferma che devo eliminare i rischi applicativi e questo richiede il passaggio da 20 a 60 milioni di righe di codice in più”. Una scelta controintuitiva se legata alla stabilità di un software, che per funzionare, ha bisogno di sempre meno codice: “Non posso fare upgrade del software, altrimenti il sistema iniziale imprigiona i successivi e la telemedicina deve avere una caratteristica precisa. Deve essere la più sicura nella zona remota, non devono esserci soluzioni tecnologiche più sicure per fare la stessa cosa”.

Alla ricerca di un modello di governance

Problemi sul modello sottolineati anche da Ignazio Del Campo, direttore Controllo di Gestione del Policlinico di Catania: “A mio avviso si rivela il non superamento della criticità di fondo, che è il tema della progettazione della governance. Non è necessario concentrarsi oggi su un solo pezzo del sistema, come la cartella clinica, ma bisogna considerare anche le varie piattaforme. Si deve fare un ragionamento per capire su cosa fondare il nuovo sistema sanitario, un problema di regole e di architettura che invece ci deve permettere di garantire la completa interoperabilità. Dobbiamo essere in grado di analizzare i dati e confrontarli, avere una percezione reale della capacità di sistema di creare dati. Non è necessario intervenire con una normalizzazione, si deve lavorare su come trasferire e trasformare questi dati in una possibilità di attivare i modelli di medicina predittiva e di machine learning. Siamo ben distanti dalla creazione di una base dati comune, perché non stiamo facendo i giusti investimenti per permettere alle strutture, ai medici ma anche ai pazienti, di avere il potere di disporre dei propri dati e delle proprie informazioni”.

Da un punto di vista giuridico invece, Sergio Pillon, Coordinatore della trasformazione digitale ASL Frosinone, ha affrontato il tema della telemedicina, con il Decreto 21 settembre 2022 del Ministero della Salute recante Approvazione delle linee guida per i servizi di telemedicina-Requisiti funzionali e livelli di servizio, pubblicato in Gazzetta Ufficiale in data 2 novembre 2022.

Il documento risulta articolato in tre sezioni:

  • Requisiti funzionali dei servizi di telemedicina. Tale sezione identifica i requisiti minimi   di   carattere funzionale che dovranno caratterizzare le soluzioni oggetto di sviluppo nei contesti regionali.
  • Requisiti tecnologici dei servizi di telemedicina. Tale sezione identifica i requisiti minimi di carattere tecnologico che dovranno caratterizzare le soluzioni oggetto di sviluppo nei contesti regionali per garantire l’erogazione omogenea dei servizi sanitari in regime di telemedicina.
  • Competenze e formazione. Tale sezione identifica le competenze e la conseguente formazione relativa allo sviluppo e alla efficacia dei servizi di telemedicina nei contesti sanitari regionali per professionisti e utenti.

Pillon ha descritto anche i servizi minimi che la infrastruttura regionale di telemedicina deve erogare:

  • televisita
  • teleconsulto
  • teleconsulenza
  • telemonitoraggio

Infine è stata sottolineata l’importanza del giudizio insindacabile del medico sull’idoneità del paziente per accedere alla telemedicina. Questo è basato su quattro criteri:

  • idoneità clinica
  • idoneità tecnologica
  • idoneità culturale
  • autonomia del paziente

Proprio qui, Pillon sottolinea il problema dell’equità e dell’uguaglianza a cui non ci si può sottrarre: “Dobbiamo dare dei servizi adattabili perché siano equi. Bisogna raccontare una storia, non avere una gabbia di dati. La piattaforma nazionale di telemedicina prevede la formazione e l’informazione dei cittadini, l’onboarding e la validazione. Le tecnologie assistenziali sono in evoluzione continua e dobbiamo capire che le mamme adesso vedono su youtube le proprie condizioni mediche”.

L’evoluzione dell’accesso alle informazioni mediche del pubblico è diventato un argomento di discussione con Giorgia Zunino, esperta di Previsione strategica e direttrice UOS Progettazione e Appalti Policlinico San Martino di Genova: “Se partiamo dalla tecnologia e non dal bisogno, abbiamo già fallito. All’interno della formazione necessaria, abbiamo bisogno di competenze trasversali. In questo momento stiamo lavorando su un tipo di web che ancora non abbiamo visto. Un web 3.0 con un’interfaccia invasiva e dobbiamo esser capaci di andare oltre”. L’evoluzione tecnologica, secondo Zunino, si riflette anche sulle piattaforme di riferimento nella ricerca delle informazioni da parte del nuovo pubblico: “La gente non va più su Google per cercare come sta, ma va su TikTok. Bisogna integrare nuove figure: c’è bisogno di multiculturalità. Bisogna raggiungere un linguaggio comune, ma soprattutto bisogna personalizzare l’esperienza dell’utente”.

Modelli di implementazione digitale in sanità

Andrea Oliani invece, ex IT Manager ULSS Verona, ha aperto la discussione sui modelli di implementazione digitale in sanità delle regioni: “È importante la valutazione dell’affidabilità del fornitore. Esistono due tipi di fornitori: quelli molto grandi con cinque soluzioni diverse per la stessa area funzionale. Per questo motivo, il cliente non conosce la strategia del fornitore, evadendo quindi dalla precisazione su quali vengono attivati e quali meno. Dall’altra parte esistono fornitori molto piccoli, spesso di nicchia, che hanno un approccio “artigianale” alla realizzazione, la gestione e lo sviluppo di software applicativi. In questo momento, quando si compra un software applicativo, bisogna capirne la funzionalità: deve essere in grado di interpretare il modo di lavorare dell’azienda e di supportare i vari ruoli professionali coinvolti”. Dall’altro lato, Oliani, ha suggerito anche le criticità nell’acquisto a livello regionale: “Da una parte c’è la mancanza di documentazione sui processi aziendali, ma anche, nell’ottica degli acquisti da parte delle regioni, capire se l’offerta del fornitore comprende i costi di adeguamento del proprio software ai processi aziendali”.

Partendo dalle specifiche di Oliani, due società hanno raccontato la loro storia: la Nutanix con il Sales Engineer in Italia Alessandro David e Medas, raccontato dalle parole della sua AI and Scientific Project Team Leader Alessia Basadonne. Il primo ha sottolineato come la sua azienda offra un software che ha alla base la semplicità, ma soprattutto l’interoperabilità, senza doversi legare a un database di dati. Dall’altro lato, Medas propone una rete di teleconsulti nazionale che connette strutture sanitarie con esperienze in Sicilia, Toscana, Marche, Veneto e Lombardia. Al centro del progetto il Medas Box, che permette alle aziende sanitarie coinvolte di parlare, senza nessun scambio di dati diretto, riducendo così i trasferimenti non necessari, con riduzione dei costi, ma anche il mantenimento dei territori svantaggiati dal punto di vista tecnologico.

Infine, al tavolo, si sono uniti anche delegati regionali come Lorenzo Sornaga, Dirigente Responsabile Area Sanità e Sistemi Centrali LAZIOcrea, che ha sottolineato l’esigenza di trovare un vestito adatto a tutti i tipi di aziende, comprendendo anche coloro con una competenza tecnologica non sufficientemente alta. Dall’altro lato si è evidenziata l’importanza del fascicolo sanitario elettronico, nelle parole di Gianmaria Mancosu, delegato del Servizio Sistemi Informativi Sanitari Regione Sardegna, che ha sottolineato come nella propria regione, l’analisi dei dati raccolti era sempre mancante: preoccupazioni che aumentano nell’adattamento, recente, al sistema Anagr nazionale, senza però aver ricevuto specifiche tecniche.

Una situazione più rosea sembra dipingersi in Campania, dove il delegato Ascione ha sottolineato il successo di Sinfonia, che ha consentito un approccio integrato tra le 17 aziende ospedaliere presenti sul territorio: il software ha permesso, soprattutto nel periodo pandemico, la creazione di app come Ecovid o Medici, in cui gli operatori sanitari potevano monitorare i propri assistiti, registrando esiti dei tamponi e vaccinazioni. Una spinta dal basso, ricevuta soprattutto dal maggior utilizzo degli strumenti digitali durante gli ultimi tre anni, passati dal 24% della popolazione al 34%: numeri ancora lontani però dalla media europea che si assesta attorno al 62%.

Il ruolo dell’ingegnere biomedico

La priorità della competenza per l’ecosistema digitale in sanità è di assoluta importanza, come riporta Chiara Contini, ingegnera biomedica referente per l’Associazione di giovani biomedici, We Wom Engineers: “La figura dell’ingegnere biomedico promossa in tutto il mondo, sostenuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, va collocata all’interno della filiera industriale al fine di supportare le aziende in prima linea nella progettazione corretta di un dispositivo medico, inclusi software medicali, supportare il processo di sviluppo, verifica dei processi di qualità, sicurezza dei dati, performance e gestione del rischio, secondo i requisiti esposti nel Regolamento dei dispositivi medici MDR 2017-745.
Questo riferimento di legge rende mandataria la certificazione inclusa quella per i software utilizzati come dispositivi medici, obbligando i fabbricanti a garantire i requisiti specifici per l’intero ciclo di vita partendo dall’avvio sino allo smaltimento.
Ciò va a valorizzare e rafforzare le esistenti normative (ISO EN 14971, IEC 62304, IEC 62366_1-2) che sono le guide più importanti che abbiamo per poter garantire ai -cittadini/pazienti- una “regolarità” in termini di caratteristiche tecniche, sicurezza e performance che non mettano la persona ulteriormente a rischio a causa di una cattiva progettazione o una non chiara destinazione d’uso.

Il mondo dei dispositivi medici è critico e gli ingegneri biomedici stanno ai dispositivi medici come farmacisti e chimici stanno ai farmaci, abbiamo quindi necessità di figure altamente qualificate che abbiano la sensibilità di capire la destinazione d’uso della soluzione rispetto alle esigenze cliniche, traducendo i requisiti in un linguaggio tecnico comprensibile agli sviluppatori al fine di implementare una soluzione che possa garantire i requisiti di sicurezza richiesti, fruibile agli utilizzatori e soprattutto non abbia impatti sulla salute del paziente. L’ingegnere biomedico è una figura professionale riservata, è ponte necessario nell’ecosistema progettuale ma che riesce a stare in piedi solo con la sinergia tra i ruoli coinvolti tra clinici, tecnici, informatici, aziende amministrazioni e ingegneri.
Tutti uniti allo scopo di migliorare il livello di salute del paziente. “Garantire” la qualità tecnologica diventerà una sfida sempre più grande e sarà necessario formarsi costantemente innalzando il livello di interazione interprofessionale”.

Telemedicina nelle interstiziopatie polmonari: è un presidio di appropriatezza

La vera spinta all’implementazione della telemedicina è arrivata con la pandemia. In prima linea, gli pneumologi alle prese con il Covid-19. Un’esperienza tanto dolorosa quanto intensa, con un’infinità di lezioni lasciate dietro di sé.

Con Francesco Lombardi, Pneumologo presso la Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS e coordinatore del Gruppo Giovani della Società Italiana di Pneumologia, abbiamo fatto il punto sul tema della telemedicina al servizio del trattamento delle interstiziopatie polmonari: un presidio di appropriatezza. Con enormi potenzialità e una grande criticità da guardare in faccia senza timore, la mancanza di rapporto umano. Perché quello la telemedicina non lo può sostituire, ma può comunque garantire un’assistenza migliore.