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Invisibili: il nuovo spot della Fnomceo denuncia l’indifferenza della politica di fronte ai problemi del SSN

Per la politica, i medici sono invisibili. È la denuncia senza mezzi termini avanzata dalla nuova campagna lanciata oggi dalla Federazione nazionale degli Ordini dei medici (Fnomceo), in affissione e con uno spot che varrà diffuso sui social media e proiettato nelle sale cinematografiche.

Il video mostra un medico bardato con tuta e dispositivi di protezione anti-Covid, che lentamente si spoglia. A mano a mano che gli indumenti cadono sul pavimento, la figura scompare; e noi ci rendiamo conto che il medico è “invisibile”, come il protagonista del romanzo di H.G. Wells. Si tratta di una campagna di grande impatto, che punta sulla metafora dell’invisibilità per sottolineare i molti problemi del Servizio sanitario nazionale dei quali nessuno sembra volersi accorgere: fondi tagliati, strutture antiquate, assunzioni bloccate, carenze di personale che costringono i medici in servizio a fare milioni di ore di straordinario.

Secondo i dati della Federazione CIMO- FESMED, tra il 2010 e il 2020, in Italia sono stati chiusi 111 ospedali e 113 Pronto soccorso e tagliati 37 mila posti letto. Nelle strutture ospedaliere mancano oltre 29 mila professionisti sanitari. La stima è che già oggi, tra ospedale e territorio, manchino più di 20mila medici: 4500 nei pronto soccorso, 10mila nei reparti ospedalieri, 6000 medici di medicina generale. La situazione potrebbe peggiorare nei prossimi cinque anni, quando andranno in pensione 41000 tra medici di famiglia e dirigenti medici (proiezioni su dati Agenas), che diventano 50mila se consideriamo tutti i medici del Servizio sanitario nazionale.

A questo si aggiunge il fenomeno della fuga dagli ospedali: dal 2019 al 2021 – secondo i dati Anaao-Assomed – hanno abbandonato l’ospedale circa 8.000 camici bianchi per dimissioni volontarie, perché il peggioramento delle condizioni di lavoro porta molti professionisti a voler fuggire dal SSN oppure a voler cambiare mestiere. Situazione analoga per i medici di famiglia, che sempre più spesso ricorrono al pre-pensionamento per dedicarsi alla libera professione. Tanto che, tra pensionamenti e “rinunce”, in cinque anni, dal 2016 al 2021, i medici di famiglia sono passati da 44436 a 40769 (dati Sisac) e molti pazienti sono rimasti privi di un proprio medico di fiducia. Trend in crescita, visto che i numeri dei pensionamenti rilevati da Enpam mostrano tremila pensionamenti di medici di famiglia l’anno negli ultimi tre anni, rimpiazzati dai nuovi ingressi solo per un terzo. Eppure, secondo gli italiani, un medico non vale l’altro: a renderlo unico è il rapporto consolidato di fiducia. Tanto che, in tutti i sondaggi, la fiducia nel medico di famiglia si assesta intorno all’80%. E il 56% dei pazienti, secondo uno studio Fimmg, considera il proprio medico “speciale”.  

La “fuga” dei medici dal Servizio sanitario nazionale è una condizione strutturale di lungo periodo, le cui ricadute sono però esplose proprio in fase pandemica. Secondo l’indagine condotta quest’anno dall’Istituto Piepoli per Fnomceo, lo stato di salute psico-fisica dei medici è peggiorato durante l’emergenza Covid: il 71% ha avvertito una crescita di stress, mentre 1 su 10 ha addirittura riscontrato problemi di salute che prima non aveva. Al normale impegno quotidiano si sono aggiunti consulti e visite da remoto, che hanno invaso la vita privata del 58% dei medici italiani, 3 su 4 dei quali non riescono più ad andare in ferie o anche solo a garantirsi un adeguato tempo per la vita personale.

Tanto che un medico italiano su tre, potendo, andrebbe subito in pensione. E, a sognare di dismettere il camice bianco è proprio la “fetta” più giovane della Professione: il 25% dei medici tra i 25 e 34 anni e il 31% di quelli tra i 35 e i 44 anni.

A questo si aggiungono gli stipendi non adeguati: secondo uno studio Sumai – Assoprof siamo il terzultimo Paese in Europa sul fronte delle remunerazioni dei medici, davanti solo a Portogallo e Grecia. La Spagna, quartultimo Paese della classifica, offre ai propri professionisti ben 35mila euro lordi in più all’anno. E poi l’aziendalizzazione, che considera i medici come fattori produttivi e i pazienti come voci di spesa.

Credo che il riconoscimento del ruolo etico e sociale della professione medica e delle professioni sanitarie e il riconoscimento economico vadano di pari passo – spiega il Presidente della Fnomceo, Filippo Anellisiano due facce della stessa medaglia. In questi ultimi anni, prima della pandemia, c’è stato un progressivo svilimento del ruolo del medico, visto – dalla politica ma anche dai cittadini – come “super tecnico”, come “prestatore d’opera”. Un modello aziendalistico della sanità dove si privilegiavano gli equilibri di bilancio agli obiettivi di salute”.

La scarsa attrattività del Servizio sanitario nazionale – dice – potrebbe avere conseguenze drammatiche: se è vero che un medico su tre vuole abbandonare il Servizio sanitario nazionale, tra pensionamenti e dimissioni potremmo trovarci, tra cinque anni, con un “buco” di centomila medici”.

“In questi anni il Fondo sanitario nazionale è cresciuto di 14 miliardi – aggiunge Anelli – e altri 15 sono stati previsti dal Pnrr. Ma neanche un euro è stato destinato ai professionisti, che sono la spina dorsale del servizio sanitario. Non servono solo risonanze magnetiche e Tac, serve anche chi le fa funzionare e chi sa leggerne gli esiti”.

Ma la campagna Fnomceo non si limita alla denuncia. Vuole andare oltre, perché non si tratta di una situazione irreversibile, dato che nonostante le difficoltà i medici non abbandonano i propri pazienti. “I cittadini lo sanno che, quando serve, un medico può salvarti la vita” – recita lo spot, che poi invita a restituire “un ruolo e visibilità ai nostri medici”.

Affinché i medici cessino di essere come l’Uomo Invisibile, occorre però sostenere “il Servizio sanitario nazionale con più risorse e più personale, per garantire la salute di tutti”. Un chiaro appello alla politica affinché riporti la sanità pubblica al centro dell’agenda.

“Sempre più medici lasciano il SSN perché questa professione sta perdendo attrattività – conclude Anellianche a causa dei carichi di lavoro, di un aumento del burnout e una retribuzione tra le più basse in Europa. Eppure, senza medici, senza professionisti sanitari non può esserci un efficiente Servizio sanitario nazionale. È questo l’invito che rivolgiamo al Governo: investiamo sui professionisti, mettiamo più risorse, diamo loro più peso nelle decisioni nella gestione della sanità. Solo così potremo conservare il nostro Servizio sanitario nazionale”.

Salute in Europa: con il Covid è calata l’aspettativa di vita in quasi tutti gli Stati membri

Sviluppato dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) in collaborazione con la Commissione europea, la serie di rapporti Health at a Glance: Europe valuta i progressi dell’UE verso sistemi sanitari efficaci, accessibili e resilienti. La relazione, pubblicata due volte l’anno, presenta una valutazione di tutti i paesi dell’UE basata su dati e indicatori disponibili al pubblico.

L’edizione 2022 di Health at a Glance: Europe esamina le principali sfide che i paesi europei devono affrontare per sviluppare sistemi sanitari più forti e resilienti dopo la fase acuta della pandemia di COVID-19 e include un focus speciale su come la pandemia ha colpito la salute mentale e fisica dei giovani: il rapporto sottolinea la necessità di ulteriori misure per evitare che la pandemia di COVID-19 lasci cicatrici su un’intera generazione di giovani.

Questa edizione di Health at a Glance: Europe valuta anche l’interruzione causata dalla pandemia di un’ampia gamma di servizi sanitari per i pazienti non-COVID, nonché le risposte politiche che i paesi europei hanno adottato per mitigare le conseguenze negative di queste interruzioni. Affronta anche una serie di fattori di rischio comportamentali e ambientali critici che hanno avuto un impatto significativo sulla salute e sulla mortalità delle persone, sottolineando l’importanza di concentrarsi maggiormente sulla prevenzione delle malattie trasmissibili e non trasmissibili.

Nel 2019-2021, il COVID-19 ha ridotto l’aspettativa di vita in quasi tutti i paesi europei

La pandemia ha avuto un impatto drammatico sulla vita delle persone in Europa e nel mondo. Ne è conseguita una riduzione di oltre un anno dell’aspettativa di vita nell’UE nel 2021 rispetto al livello pre-pandemico: il più grande calo osservato nella maggior parte dei paesi dell’UE dalla seconda guerra mondiale. Dalla fine di ottobre 2022, sono stati segnalati oltre 1,1 milioni di decessi per COVID-19 nell’UE a 27 Paesi. Questa è tuttavia una sottostima, con le statistiche sulla mortalità in eccesso che indicano un ulteriori 300.000 persone muoiono come conseguenza diretta o indiretta della pandemia. Oltre il 90% dei decessi per COVID19 si è verificato tra persone di età superiore ai 60 anni. L’impatto sulla mortalità del COVID-19 è stato più basso nei paesi nordici (Islanda, Norvegia, Danimarca e Finlandia) e più alto in Paesi dell’Europa centrale e orientale (Bulgaria, Ungheria, Croazia, Repubblica Ceca, Slovenia, Lettonia e Romania).

Molti fattori spiegano le differenze tra paesi nella mortalità per COVID-19, inclusa quella preesistente condizioni di salute e vulnerabilità della popolazione prima del COVID-19, la tempistica e l’efficacia delle strategie di contenimento, l’adozione della vaccinazione COVID-19 e le differenze nella capacità dei sistemi sanitari di rispondere efficacemente alle sfide senza precedenti imposte dal COVID-19.

La pandemia ha avuto un forte impatto sulla salute mentale e fisica dei giovani

Sebbene la pandemia abbia avuto un impatto sulla vita di quasi tutti, particolari preoccupazioni hanno riguardato la salute mentale e fisica dei milioni di giovani europei, i cui anni di formazione sono stati segnati da interruzioni nell’istruzione e nelle attività sociali. In diversi Paesi come Belgio, Estonia, Francia, Svezia e Norvegia, la segnalazione di sintomi di depressione è più che raddoppiata durante la pandemia, raggiungendo la prevalenza livelli almeno doppi rispetto ai gruppi di età più avanzata.

Molti bambini e giovani hanno dedicato considerevolmente minor tempo all’attività fisica e hanno avuto un peggioramento delle abitudini alimentari, con aumento del sovrappeso e dell’obesità infantile in alcuni Paesi.

La crescente domanda di supporto per la salute mentale, combinata con interruzioni nell’erogazione delle cure durante la pandemia, ha messo in discussione i servizi di salute mentale già al limite. Circa il 50% dei giovani europei hanno segnalato bisogni insoddisfatti di cure per la salute mentale nella primavera del 2021 e di nuovo nella primavera del 2022.

Molti paesi hanno implementato misure per proteggere e prendersi cura della salute mentale dei giovani, ma l’entità dell’impatto giustifica ulteriori azioni per garantire che la pandemia non lasci cicatrici permanenti su questa generazione.

L’interruzione dell’assistenza durante la pandemia ha creato un arretrato di pazienti per cura del cancro e chirurgia elettiva

La pandemia ha anche interrotto la fornitura di cure primarie, screening e trattamento del cancro e continuità assistenziale per le persone con patologie croniche e chirurgia elettiva (non urgente), soprattutto durante i periodi in cui erano in vigore misure di confinamento. Durante i primi mesi della pandemia, nella primavera 2020, le interruzioni nei programmi di screening e nelle consultazioni specialistiche hanno fatto sì che molti tumori siano stati diagnosticati in una fase successiva.

Molti paesi sono stati in grado di compensare le iniziali riduzioni degli screening oncologici aumentando le attività nella seconda metà dell’anno. Tuttavia, i numeri degli screening per il cancro al seno e al collo dell’utero sono ancora diminuiti in media del 6% nei paesi dell’UE nel 2020.

I ritardi nello screening del cancro possono portare a una diagnosi più avanzata di molti malati, rendendo il loro trattamento più complesso e riducendo le loro possibilità di sopravvivenza.

Anche le procedure chirurgiche elettive sono state interrotte, creando un arretrato di pazienti in attesa di questi interventi. Nel 2020, sono stati effettuati due milioni di interventi chirurgici elettivi in meno (come la chirurgia della cataratta, e protesi di anca e ginocchio) rispetto al 2019 in tutti i paesi dell’UE: una diminuzione di un sesto rispetto ai volumi pre-pandemia. Questi “volumi mancanti” di operazioni hanno aumento dei tempi di attesa per i pazienti che necessitano di intervento chirurgico, accrescendo anche l’insoddisfazione dei pazienti.

Molti Paesi UE hanno fornito finanziamenti aggiuntivi per far fronte a questi arretrati, ma il principale vincolo all’aumento dei volumi delle procedure è stata la carenza di operatori sanitari. Sono stati dati incentivi al personale per lavorare più ore, ma queste ovviamente sono limitate e comportano il rischio di esaurimento.

Con una nota più positiva, il rapido sviluppo dei teleconsulti all’inizio del 2020 ha aiutato mantenere l’accesso alle cure, in particolare per i pazienti con patologie croniche. Anche se è incoraggiante che la stragrande maggioranza delle persone che hanno utilizzato la telemedicina abbia espresso grande soddisfazione, preoccupano tuttavia il fatto che alcuni teleconsulti forniscano scarso beneficio e il rischio di ampliare le disuguaglianze sanitarie con l’esclusione digitale per le persone anziane e più povere e per coloro che vivono nelle zone rurali.

I paesi dell’UE hanno generalmente riconosciuto la necessità di aumentare le risorse per rispondere alla pandemia. Nonostante una significativa riduzione del PIL, la spesa sanitaria pro capite è aumentata di oltre il 5% in media nei paesi dell’UE nel 2020 e di oltre il 10% in Bulgaria, Repubblica Ceca e Ungheria. Tuttavia, molte delle debolezze e delle vulnerabilità identificate durante la pandemia
rimangono – in particolare la diffusa carenza di operatori sanitari. Secondo recente OCSE stime, circa la metà di tutti i nuovi investimenti necessari per rendere i sistemi sanitari più resilienti dovrebbe essere dedicato ad aumentare sia il reclutamento che il mantenimento degli operatori sanitari attraverso il miglioramento delle condizioni di lavoro.

Dare priorità alla prevenzione delle malattie infettive e non trasmissibili

Nonostante si sentisse dire spesso che la spesa sanitaria è un investimento anziché un costo, l’approccio non era cambiato in modo significativo prima della pandemia. La spesa sanitaria è rimasta focalizzata sulle cure, con solo il 3% della spesa sanitaria totale destinata in media alla prevenzione.

Nel 2020, la maggior parte dei paesi dell’UE ha aumentato sostanzialmente la propria spesa per la prevenzione, almeno temporaneamente, per finanziare campagne di test, tracciamento, sorveglianza e informazione pubblica relative alla pandemia. Nel 2021 sono state stanziate ingenti risorse aggiuntive per l’introduzione di campagne vaccinali anti-COVID.

Il rapido dispiegamento di vaccini ha dato un importante contributo al gestione della pandemia: si stima che le vaccinazioni ne abbiano prevenute oltre 250.000 decessi in tutta l’UE solo nel 2021, sebbene i tassi di vaccinazione tra i gruppi vulnerabili siano rimasti abbastanza bassi in alcuni Paesi.
Durante la pandemia, anche molti paesi europei hanno compiuto progressi sostanziali nella vaccinazione di gruppi vulnerabili contro l’influenza stagionale, con la percentuale di persone di età superiore ai 65 anni vaccinate in aumento di oltre 10 punti percentuali in diversi paesi. Nonostante alcune difficoltà temporanee nel 2021, la maggior parte dei paesi europei è stata anche in grado di mantenere i programmi di vaccinazione infantile.

Una delle lezioni della pandemia è che massimizzare la salute delle persone e minimizzare la loro esposizione ai fattori di rischio prima di una crisi è fondamentale. Obesità e condizioni croniche, come il diabete e problemi respiratori, si sono rivelati importanti fattori di rischio per gravi complicanze e morte da COVID-19. La prevenzione dei fattori di rischio comportamentali e ambientali può fare molto migliorare la salute delle persone e ridurre la prevalenza di malattie croniche e decessi.

Nonostante i progressi nella riduzione dei tassi di fumo negli ultimi decenni, il consumo di tabacco rimane il più grande fattore di rischio comportamentale per la salute, ancora responsabile di circa 780.000 decessi all’anno nell’UE. Anche il consumo di alcol è in calo negli ultimi dieci anni, ma l’uso dannoso di alcol è ancora responsabile di quasi 300 000 decessi all’anno nell’UE.
Anche i fattori ambientali, come l’inquinamento atmosferico e il cambiamento climatico, hanno gravi conseguenze sulla salute e sulla mortalità delle persone. Si stima che oltre 300.000 persone nell’UE siano morte a causa dell’aria inquinata da polveri sottili, anche se questo numero è diminuito nella maggior parte paesi in quanto le emissioni stanno diminuendo e la qualità dell’aria sta migliorando.

Per approfondire

Comprendere le malattie neurodegenerative con i raggi X

Una ricerca dell’Istituto di nanotecnologia (Nanotec) del Consiglio nazionale delle ricerche di Roma condotta in collaborazione con il Dipartimento di neuroscienze dell’Università di Genova e altre istituzioni di ricerca internazionali, ha dimostrato che la tomografia a contrasto di fase a raggi X è una tecnica efficace per indagare l’origine e l’evoluzione di patologie neurodegenerative come la sclerosi multipla, e individuare possibili biomarker precoci.

Tale tecnica offre una risoluzione spaziale e di contrasto molto elevata anche nei tessuti poco assorbenti, come il cervello o il midollo spinale, rivelando strutture tradizionalmente considerate “invisibili” ai raggi X: è in grado, infatti, di generare immagini tridimensionali del campione analizzato, permettendo una visualizzazione dalla singola cellula all’intero organo e favorendo lo studio dell’interazione delle singole unità strutturali, tra loro e con l’ambiente circostante.

Lo studio, guidato da Cnr-Nanotec e pubblicato su Communications Physics, ha coinvolto anche colleghi del Sincrotrone Soleil (Francia), e di Elettra – Sincrotrone Trieste: ha riguardato, in particolare, modelli murini affetti da encefalomielite autoimmune (che riproduce i meccanismi e gli effetti della sclerosi multipla) con l’obiettivo di indagare, attraverso la tomografia a contrasto di fase a raggi X (XPCT), l’evoluzione temporale del danno tissutale e dell’infiammazione in diversi organi, e cercare possibili biomarker precoci della malattia.

“La sclerosi multipla è una malattia demielinizzante infiammatoria che provoca un danno progressivo alle strutture del sistema nervoso centrale. La sua eziologia è ancora incerta, e le manifestazioni cliniche molto variabili: processi infiammatori che coinvolgono cellule del sistema immunitario e danni assonali e neuronali”, spiega Alessia Cedola, primo ricercatore del Cnr-Nanotec e coordinatore del team che ha condotto lo studio. “Molti studi, nell’ultimo decennio, hanno riportato il coinvolgimento dell’asse intestino-cervello, sottolineando la possibilità che le alterazioni intestinali portino a disfunzioni cerebrali, e suggerendo che una variazione della permeabilità intestinale potrebbe essere la causa di questa e altre malattie neurodegenerative: il nostro studio si è perciò concentrato non solo sul sistema nervoso centrale, ma anche sull’intestino degli animali affetti da encefalomielite autoimmune. La tecnica XPCT ha consentito di identificare e monitorare, a diversi stadi pre-sintomatici della malattia, le alterazioni strutturali e cellulari in differenti distretti anatomici”.

Il lavoro ha preso in esame diversi organi – cervello, midollo spinale, nervo ottico e intestino – descrivendo l’evoluzione dei danni: “I nostri risultati contribuiscono a gettare luce sullo sviluppo e la progressione della malattia, suggerendo che i primi segnali patologici della malattia siano da rintracciarsi nell’intestino e non nel sistema nervoso, come fino ad ora creduto”, prosegue Francesca Palermo, ricercatrice del team Cnr-Nanotec.

“È un risultato importante, di cui andiamo orgogliosi. Il nostro obiettivo è sviluppare questi studi in modo che possano trovare presto applicazione sull’uomo”, conclude Giuseppe Gigli, direttore del Cnr-Nanotec e coordinatore del TecnoMed Puglia – Tecnopolo di nanotecnologia per la medicina di precisione pugliese.

Alterazioni patologiche nel sistema nervoso centrale e nell'intestino
Alterazioni patologiche nel sistema nervoso centrale e nell’intestino

Nella prima riga del pannello vengono mostrate le alterazioni a livello vascolare nel sistema nervoso centrale; nella riga in basso, le prime tre figure rappresentano l’immagine dell’intestino e l’ingrandimento dei singoli villi, dove sono state individuate le cellule infiammatorie. L’ultimo grafico descrive sinteticamente la presenza di alterazioni nei diversi distretti anatomici prima dell’insorgenza dei sintomi della malattia

Il mestiere di farmacista si impara nella farmacia virtuale

Venti specializzandi e una farmacia virtuale per imparare a gestire gli eventi avversi. Nei giorni scorsi all’Università di Genova gli studenti del corso di studi in Farmacia hanno sperimentato le proprie competenze grazie alla metodologia innovativa che l’Ateneo ha lanciato nel 2021.

La giornata, organizzata in collaborazione con l’Ordine dei Farmacisti, è una delle attività integrative proposte nell’ambito di un percorso didattico innovativo, la “Farmacia Virtuale”, che basandosi sulla simulazione vuole implementare e mettere alla prova le competenze professionali del futuro farmacista.

Il Dipartimento di Farmacia (Difar) dell’Università ligure, grazie alla collaborazione con l’UniGe Teaching and Learning Centre e con il Centro di servizio di Ateneo di simulazione e formazione avanzata (Simav), è il primo in Italia a mettere a disposizione dei giovani farmacisti in formazione questa nuova opportunità.

“Negli ultimi vent’anni vi è stata una rivoluzione nel sistema “farmacia”, divenuta Farmacia dei Servizi: un centro sociosanitario polifunzionale al servizio della comunità, a cui il paziente si rivolge per ottenere risposte e supporto – spiegano la Coordinatrice del Corso di Studi, professoressa Anna Pittaluga, e la direttrice del Difar, professoressa Silvia Schenone, che hanno unito le loro forze per la messa in opera del progetto -. Per rispondere a queste nuove esigenze, abbiamo creato la “Farmacia Virtuale”, cioè un ambiente dove non solo si mette alla prova quanto appreso dallo studente nel percorso di studio ma si sperimenta la professione”.

Cos’è la farmacia virtuale

È un’attività didattica integrativa ai corsi istituzionali, che si basa sulla simulazione come strumento educativo di apprendimento basato sull’imitazione di aspetti pratici ai fini della formazione professionale dello studente.

Lo studente viene chiamato a gestire una situazione realistica della futura vita professionale in un ambiente che ricrea la farmacia, affrontando un potenziale paziente, mentre i suoi colleghi seguono da remoto

Lo studente viene chiamato a gestire una situazione realistica della futura vita professionale in un ambiente che ricrea la farmacia, affrontando un potenziale paziente (interpretato da un farmacista), mentre i suoi colleghi seguono da remoto. Alla fine dell’azione, i partecipanti si confrontano su quanto accaduto con i docenti e con il farmacista che ha partecipato all’evento, seguendo un percorso di debriefing che permette la valutazione dell’efficacia dell’azione.

“La partecipazione al dibattito successivo alla simulazione è stata approfondita, a controprova del fatto che questo tipo di attività risponde alla esigenza di sperimentazione e di confronto degli studenti”, spiega il professor Fabrizio Bracco del l’UniGe Teaching and Learning Centre  “Il debriefing successivo alla simulazione è il vero momento di apprendimento, perché favorisce la riflessione su quanto è accaduto durante lo scenario e permette di integrare conoscenze e competenze professionali, mettendo in luce anche aspetti tradizionalmente meno analizzati, come la relazione con l’utenza, le competenze comunicative e la gestione della situazione”.

“Aspetti normativi, metodi e strumenti per effettuare una segnalazione di sospetta reazione avversa a farmaci applicati in una simulazione all’interno di una farmacia virtuale contribuiranno ad implementare nella pratica quotidiana del futuro farmacista un’attività di valore in un ambito, quello della Farmacovigilanza, evidenziato anche nel recente DM 77 che vede il farmacista come referente dell’uso sicuro ed efficace dei farmaci contenuti nel programma terapeutico”, afferma Alessandro Brega, farmacista dirigente e responsabile della Farmacovigilanza dell’ASL4 Servizio Sanitario Regione Liguria.

Un’opportunità figlia della pandemia

Il progetto della “Farmacia Virtuale”, nato durante la pandemia nello scorso Anno Accademico 2021-2021, è stato pensato anche per potere riprendere le interazioni interpersonali di confronto dopo un periodo che necessariamente ha ridotto al minimo l’incontro ed il confronto tra gli studenti e i docenti. Ad oggi sono state già svolte simulazioni relative alla “Farmacia dei servizi” e alle “Interazioni tra farmaci” che hanno registrato notevole interesse e che entreranno a fare parte del percorso formativo di diversi insegnamenti del corso di studio di Farmacia.

In quest’ottica il professor Giacomo Borgonovo, Presidente del Simav e Vice Preside della Scuola di Scienze mediche e farmaceutiche, ricorda come questa attività segua le attività di didattica in simulazione che il Simav ha svolto, con notevole impegno di risorse economiche e umane durante la pandemia, consentendo agli studenti di completare il tirocinio pratico professionalizzante che ha permesso la laurea di due coorti di studenti altrimenti impossibile.

“Mai la prima volta sul paziente”: senza rischi per l’utente, la simulazione viene applicata in ambito medico e sanitario in uno spettro molto ampio di situazioni, dal relazionale all’interventistico

Tutto questo seguendo un principio fondamentale. “Mai la prima volta sul paziente: senza rischi per il paziente, la simulazione viene applicata in ambito medico e sanitario in uno spettro molto ampio di situazioni, dal relazionale all’interventistico – conclude il Prof. Ing. Marco Raggio, Direttore Tecnico Scientifico del SimAv -. La simulazione segue un approccio olistico alla formazione, utilizzando congiuntamente conoscenze nei settori e tecnologie ICT”.

Buone notizie sulle patologie neurologiche dal congresso nazionale Sin

Buone notizie dal Congresso Nazionale della Società Italiana di Neurologia (SIN) in corso a Milano: al centro dei lavori i risultati di importanti studi scientifici che promettono decisivi progressi in ambito neurologico grazie a nuove opportunità diagnostiche e terapeutiche.

A partire dalla Malattia di Alzheimer, per la quale la comunità scientifica internazionale accoglie favorevolmente i recentissimi esiti positivi degli studi sulle terapie biologiche dirette nei confronti di alcune forme di amiloide e ribadisce l’essenzialità della diagnosi precoce per individuare i pazienti candidabili alle nuove cure. Ulteriori aggiornamenti anche in campo preventivo per rallentare l’esordio della demenza, grazie alla combinazione della stimolazione cognitiva con una dieta ipolipidica associata ed esercizio fisico (Studio FINGER).

Risultati notevoli sono stati annunciati anche per il Morbo di Parkinson, grazie alla ricerca tutta italiana: da oggi, attraverso l’analisi della saliva, non solo si potrà fornire una diagnosi precisa ma addirittura prevedere la progressione della malattia.

Rimanendo nel campo della prognosi, anche in merito all’emicrania sono stati individuati marker serici in grado di far capire quali pazienti corrono il rischio di arrivare a una cronicizzazione del mal di testa a causa dell’abuso di farmaci. Per questa patologia, inoltre, è ormai assodato il ruolo fondamentale dei nuovi farmaci per la terapia di prevenzione, finalizzati alla riduzione della frequenza e dell’intensità degli attacchi, come la tossina botulinica e gli anticorpi monoclonali diretti contro il CGRP.

Tra i temi congressuali anche gli ultimi aggiornamenti sullo studio Neurocovid SIN che ha indagato sulla relazione tra Covid e sistema nervoso, le malattie neuromuscolari, il ruolo centrale del sonno nelle patologie neurologiche, e le più recenti innovazioni in tema di intelligenza artificiale.

“Al Congresso Nazionale di quest’anno – commenta il Prof. Alfredo Berardelli, Presidente della Società Italiana di Neurologia – stiamo assistendo alla presentazione di numerosi studi scientifici realizzati da neurologi italiani, piuttosto rilevanti dal punto di vista della ricaduta clinica. Il nostro Paese, infatti, nonostante i fondi siano limitati, è tra i più attivi nel campo della ricerca scientifica in neurologia e si posiziona al 5° posto a livello mondiale per la produzione di studi dopo USA, Cina, Germania e Gran Bretagna. L’emergenza della crescita delle patologie neurologiche legata all’invecchiamento della popolazione è un tema molto attuale sul quale i neurologi della SIN si confrontano costantemente per cercare di migliorare la vita dei pazienti non solo dal punto di vista delle cure ma anche da quello dell’assistenza, estremamente importante in un’epoca in cui l’età media della vita si è allungata in maniera considerevole”.

Le patologie neurologiche, al centro del Congresso Nazionale, impattano fortemente sulla popolazione: 12 milioni gli italiani che sono affetti da disturbi del sonno; oltre 6 milioni le persone che soffrono di emicrania, 2/3 circa delle quali donne; 1 milione coloro che convivono ogni giorno con la Malattia di Alzheimer e che hanno bisogno di costante assistenza; 400.000  le persone colpite dal Morbo di Parkinson; la sclerosi multipla affligge circa 90.000 donne e uomini che devono convivere ogni giorno con i sintomi di una malattia che induce disabilità progressiva, ma anche con le difficoltà legate ai servizi sanitari e assistenziali; numeri ugualmente preoccupanti sono quelli che descrivono i casi di ictus, quasi 200.000 nuovi casi ogni anno e circa 1 milione di persone che vivono con gli esiti invalidanti della malattia.

Dal bambino all’adulto, IG-IBD partecipa al progetto per la transizione del paziente affetto da malattie infiammatorie croniche intestinali 

Al cammino che porta ragazze e ragazzi da un centro pediatrico per le malattie infiammatorie croniche intestinali (MICI) ad uno per gli adulti è dedicato il progetto lanciato in occasione del XIII Congresso nazionale dell’Italian Group For The Study Of Inflammatory Bowel Disease (IG-IBD).

Promossa e curata da IG-IBD, assieme alla Società Italiana di Gastroenterologia Epatologia e Nutrizione Pediatrica (SIGENP) e all’associazione dei pazienti AMICI Italia, l’iniziativa partirà il prossimo anno. Oltre a censire i centri pediatrici presenti sul territorio, lo scopo è sensibilizzare i sanitari affinché vi sia una standardizzazione del metodo e una corretta continuità assistenziale. 

“L’incidenza delle diagnosi in età pediatrica delle malattie infiammatorie croniche intestinali sta crescendo in Italia”, rammenta Flavio A. Caprioli, Segretario Generale dell’IG-IBD, professore associato all’Università degli Studi di Milano e medico gastroenterologo presso la Fondazione IRCSS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano. “Sviluppare le conoscenze e creare standard nazionali che instradino il processo di transizione è quindi prioritario”.

“L’età della transizione corrisponde alla fase di passaggio dall’adolescenza all’età adulta, fra i 16 e i 18 anni, quando inizia ad esserci una adeguata conoscenza di se stessi, della malattia e una sufficiente maturità per essere in grado di comprendere le problematiche legate alla patologia e le modalità di trattamento. Esiste inoltre una necessità organizzativa, in quanto i Centri pediatrici possono gestire i pazienti fino al compimento dei 18 anni”, spiega la professoressa Fabiana Castiglione, responsabile della IBD Unit di Gastroenterologia dell’Azienda Ospedaliera Universitaria “Federico II” di Napoli, membro del progetto per conto di IG-IBD. Dal 2012, presso l’Azienda ospedaliera partenopea, è attivo l’Ambulatorio di Transizione delle MICI che consente il passaggio organizzato e condiviso dei pazienti dal Centro di riferimento dell’età pediatrica a quello diretto dalla professoressa per i pazienti adulti. 

“È una fase – continua la professoressa – molto delicata nella storia clinica del paziente, per la quale occorre la collaborazione e la gestione da parte del pediatra, dell’infermiere, del gastroenterologo, del chirurgo e del nutrizionista. In tale fase del percorso assistenziale, infatti, la conoscenza riguardo la storia clinica del paziente deve essere trasferita al gruppo multidisciplinare che lo avrà in carico”. 

“Negli ultimi 20 anni, l’esordio delle malattie nel 25% dei casi si è spostato nella età pediatrica e adolescenziale”, spiega il professor Paolo Lionetti, responsabile della struttura complessa di gastroenterologia e nutrizione dell’Ospedale pediatrico Meyer di Firenze, past president della SIGENP e ordinario dell’Università di Firenze, che ha attivato un ambulatorio congiunto dodici anni fa. Il professor Lionetti sottolinea come uno dei problemi in particolare che la malattia di Crohn porta con sé è la scarsa crescita perché il bambino non cresce adeguatamente nel 40% dei casi. 

“In pediatria abbiamo raccolto un’ottima esperienza dalla terapia nutrizionale”, afferma Lionetti. “Come trattamento di prima linea usiamo una dieta liquida esclusiva, capace di indurre la remissione. Negli ultimi anni abbiamo iniziato, inoltre, in aggiunta ai farmaci, ad usare una dieta specifica per la malattia di Crohn che sta dando risultati incoraggianti. È una dieta che esclude prodotti processati dall’industria. Nell’adulto la terapia nutrizionale è scarsamente accettata ma negli anni noi pediatri ci auguriamo che le terapie di supporto nutrizionali, applicate in pediatria, possano essere impiegate anche nell’età adulta, partendo dai pazienti che hanno avuto l’esordio in età pediatrica”.

“I farmaci che usiamo nel bambino sono gli stessi usati per l’adulto, tuttavia, va ricordato come in alcune fasi, ad esempio, prima della pubertà, sia importante tenere sotto controllo l’infiammazione che da sola riduce la crescita. In secondo luogo, per la popolazione pediatrica occorre fare il possibile al fine di garantire la crescita e lo sviluppo puberale.  Abbiamo la necessità di lavorare con i farmaci e le terapie nutrizionali per controllare l’andamento della malattia”, aggiunge la professoressa Marina Aloi, associato di Pediatria presso la Sapienza Università di Roma e responsabile del Registro nazionale delle Ibd pediatriche della SIGENP, che sottolinea come uno dei grandi problemi ancora esistenti sia il fatto che “dall’approvazione di un nuovo farmaco passano almeno cinque anni prima che venga validato anche per l’età pediatrica. Molto spesso, siamo costretti per questo a usare farmaci off label”.

Per avviare il processo di transizione servono dei requisiti minimi. “L’età – precisa Castiglione – intorno ai 18 anni, per consentire al pediatra di preparare il ragazzo, uno o due incontri in presenza che coinvolgano il paziente, la famiglia, gli specialisti del centro pediatrico e dell’adulto ed un’epicrisi dettagliata, con particolare riferimento alla scheda farmacologica. Questa organizzazione è facilitata quando le due strutture sono ubicate nella stessa azienda ospedaliera. In alternativa, la presentazione del caso può avvenire per via telematica accompagnata da epicrisi scritta e dettagliata anamnesi farmacologica, dato che in età pediatrica la malattia può presentarsi in forma più aggressiva e richiedere l’impiego di strategie terapeutiche diversificate. La condizione ideale resta quella dell’incontro multidisciplinare in presenza al fine di cominciare a preparare il ragazzo e la sua famiglia a lasciare il gruppo pediatrico”.

Una delle barriere che limitano una transizione efficace è proprio il forte legame che il paziente ha avuto con il pediatra e la necessità di trasmettere fiducia e rassicurazione sul trasferimento di conoscenza e di informazioni per garantire continuità di cura.

“La fase di transizione – commenta Lionetti – serve anche per responsabilizzare il paziente e informarlo affinché, una volta avvenuto il passaggio al centro per l’adulto, sia capace di rapportarsi con gli specialisti, gestire le visite e proseguire con il controllo della malattia. È una tappa fondamentale per la crescita personale de ragazzi, non solo per il loro percorso terapeutico”. 

Un altro punto cardine è lo stato di malattia della persona: “Si cerca – afferma Castiglione – di trasferire il paziente in una fase di remissione e di stabilità per non aggiungere ulteriori fattori di rischio psicologici derivanti dal cambiamento di terapie in un momento della storia della patologia già di per sé difficile da affrontare”.

Il pericolo di una transizione inadeguata è che il paziente possa dimostrare una scarsa aderenza alle terapie e una ridotta compliance. “Le malattie infiammatorie croniche intestinali – ricorda la specialista – hanno fasi di remissione ma anche frequenti riacutizzazioni o complicanze che richiedono l’attenzione immediata dello specialista”. A maggior ragione, “abbiamo necessità di standardizzare il follow-up in questa particolare età, identificando dei modelli di approccio che possano essere vantaggiosi per il paziente e per il medico che lo ha in cura”.

Fondamentale sarà quindi il supporto dell’Associazione dei pazienti. “La crescente incidenza delle malattie croniche – dichiara Giuseppe Coppolino, presidente di AMICI Italia – pone importanti sfide al sistema socio-sanitario, evidenziando l’importanza del ruolo del coinvolgimento attivo del paziente e dei suoi familiari nel processo di cura, con l’obiettivo di ridurre i costi a carico della sanità e delle famiglie e di promuovere la salute e il benessere in situazioni di malattia. La presenza di IBD nell’età adolescenziale può costituire un grave ostacolo allo sviluppo fisiologico, psico relazionale e sessuale. Il passaggio dalla gestione pediatrica alla gestione adulta deve necessariamente tenere conto del particolare periodo maturativo e del cambio di ‘abitudini assistenziali’ e rappresenta un periodo di vulnerabilità, per cui un programma di transizione condiviso tra pediatri e gastroenterologi dell’adulto ne migliora la prognosi clinica e psicosociale. Chiedere al paziente e alla famiglia le aspettative al passaggio all’età adulta, discutere con loro il piano di transizione, collaborare con il gastroenterologo pediatra prima della transizione, organizzando sessioni di transizione e di informazione per i nuovi pazienti ‘trasferiti’, prevedere un lungo e adeguato tempo per la prima visita sono alcuni degli elementi che riteniamo fondamentali. Così come valutare con la famiglia se il paziente è in grado di affrontare autonomamente la gestione dell’età adulta o se dovrà essere ancora presente. L’obiettivo è l’autonomia ma il processo deve essere graduale”.

Il digitale al servizio del malato reumatologico

“In qualità di medico e di Ministro della Salute, ribadisco l’impegno a sostenere e rafforzare gli strumenti volti a garantire una corretta gestione della cronicità: prevenzione, diagnosi precoce e tempestiva presa in carico del paziente rappresentano le armi più efficaci per raggiungere risultati adeguati”. Sono le parole del ministro Orazio Schillaci, che hanno aperto, lo scorso 29 novembre, l’evento di presentazione dello stato della digitalizzazione delle cure rivolte al malato reumatologico organizzato dall’Associazione Nazionale Persone con Malattie Reumatologiche e Rare (Apmarr), evidenziando come uno dei focus del dicastero di Lungotevere Ripa sia la messa a terra degli investimenti su telemedicina e digitalizzazione delle cure previsti dal Pnrr.

“Fondamentali anche per fronteggiare la grande sfida, non più rinviabile, che riguarda in Italia l’assistenza agli oltre 5 milioni di pazienti reumatologici”, ha ricordato il ministro, che soffrono di patologie differenti, “che l’OMS indica come prima causa di dolore e disabilità in Europa” e che per questo “rappresentano una delle sfide nella tutela della salute”.

Digitale e reumatologi

Ma quanto è diffuso l’utilizzo della sanità digitale quando si parla di diagnosi, cura e assistenza al malato reumatologico? Le risposte arrivano da una articolata ricerca dell’Osservatorio sulla Sanità digitale del Politecnico di Milano, realizzata in collaborazione con Apmarr e in sinergia con le principali sigle che raggruppano medici di medicina generale e specialisti reumatologi.

In generale la comunicazione digitale tra specialista e Mmg e tra professionisti della salute e pazienti viene gestita attraverso canali tradizionali, principalmente telefono, e-mail e Whatsapp. Un quadro che vede, di riflesso anche una limitata condivisione di documenti attraverso piattaforme certificate che consentano il rispetto della privacy dei dati sensibili.

Tre reumatologi su quattro ritengono importante o molto importante l’utilizzo del teleconsulto con il Mmg e il 100% per il confronto con altri specialisti

Meglio, invece, il quadro relativo all’utilizzo delle opzioni offerte dalla telemedicina. Il 33% dei reumatologi ha usato il teleconsulto con l’Mmg e il 42% ha sfruttato questa opportunità per dialogare con altri specialisti non reumatologi. Si tratta di dati interessanti soprattutto se letti in prospettiva futura. “Tre reumatologi su quattro infatti ritengono importante o molto importante l’utilizzo del teleconsulto con il Mmg e il 100% per il confronto con altri specialisti”, ha illustrato Cristina Masella, responsabile scientifico dell’Osservatorio. I numeri sono significativi. Ma vanno letti anche in relazione alla numerosità dei pazienti a cui si riferiscono. Giacché a oggi il teleconsulto riguarda solo il 10% dei pazienti. Molto resta ancora da fare, quindi, nonostante i reumatologi siano stati antesignani dell’utilizzo degli strumenti della digital health. Come ha ricordato il presidente della Società italiana di reumatologia Gian Domenico Sebastiani: “Già prima della pandemia lanciammo la piattaforma ‘iARPlus’, oggi in uso in diversi ospedali. Il nostro intento è quello di perseguire la mission di tutela della salute del paziente reumatologico. E lo faremo usando la telemedicina”.

Ma, ha voluto precisare, “occorre anche aumentare l’offerta di reumatologi nelle aree scoperte del Paese per favorire la diagnosi precoce, evitare l’accumulo del danno sul paziente e, in ultima analisi, determinare un risparmio per il Servizio sanitario nazionale”.

I pazienti che ne pensano?

Quanto alla relazione dei malati reumatologici con le soluzioni digitali per comunicare con il personale sanitario l’interesse è molto alto per il futuro. Ben l’84% pensa di utilizzare la videochiamata per i controlli del proprio stato di salute, tre su quattro vorrebbero utilizzare telemonitoraggio dei parametri clinici, televisita con specialista e Mmg e sei su dieci ritengono utili le soluzioni di teleriabilitazione.

Di fatto, la telefonata o la videochiamata è lo strumento oggi più diffuso tra i pazienti per il controllo del proprio stato di salute: lo usa il 43% di loro, quasi il doppio rispetto al 2021 (24%). Meno rappresentate le altre soluzioni di sanità digitale che si aggirano intorno al 10-14%, anche se la loro diffusione è molto aumentata nell’ultimo anno, talvolta anche quadruplicata.

Il vero punto su cui riflettere è il livello di engagement del paziente quando si parla di soluzioni di sanità digitale

“Il vero punto su cui riflettere è il livello di engagement del paziente quando si parla di soluzioni di sanità digitale”, ha avvertito però Guendalina Graffigna, ordinario di Psicologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Cremona e direttore del centro di ricerca EngageMinds Hub. “A seconda del livello di maturazione psicologica degli individui circa il proprio ruolo nella gestione della propria condizione di malattia si deve considerare una diversa opportunità nell’utilizzo della sanità digitale. Inutile farlo per coloro che sono “sconvolti” perché schiacciati dalla propria condizione di malattia. In questo caso il 100% delle risorse deve puntare sulla relazione umana fisica. Diverso il caso del paziente “consapevole” di essere un paziente, che accetterà un certo grado di strumenti digitali per migliorare la gestione della propria condizione. Ancora, l’uso più spinto delle opportunità offerte dalla sanità digitale potrà risultare vantaggioso per il “paziente che si sente una persona”, cioè colui che ha integrato la malattia nella sua quotidianità e ha acquisito un ruolo attivo e consapevole nella relazione con il Ssn”.

Ecco allora che da tutte queste considerazioni può nascere la progettazione di un sistema di sanità digitale dedicato al malato reumatologico. Progettualità che devono rispondere a diversi principi, evidenziano i reumatologi, tra cui:

  • l’uso di piattaforme compliant al Gdpr
  • personalizzazione delle piattaforme a seconda del livello di engagement del paziente
  • formazione del personale che deve interagire con la piattaforma e con il paziente affinché possa rendere l’utilizzo semplice ed efficace per il malato
  • percorsi di presa in carico codificati in grado di permettere teleconsulti specialistici attraverso diversi canali di comunicazione utili e graditi sia al medico che al paziente.
  • lo sviluppo dei progetti a valle della validazione di specifici alberi decisionali

Senza dimenticare la “fondamentale importanza della formazione del paziente per la comprensione della rilevanza del digitale nella gestione della sua patologia. E la valorizzazione di tutte le figure professionali dell’iter diagnostico-terapeutico-assistenziale delle malattie reumatologiche”, ha aggiunto Graffigna.

Il progetto CoRReRe

Come ha ricordato Florenzo Iannone, Ordinario di Reumatologia all’Università di Bari, la Reumatologia è una branca della medicina “in cui la sanità digitale è nata già anni orsono, prima della pandemia. E che ha già sviluppato progettualità vere”.

Ne è un esempio il progetto CoRReRe (Consulenza Remota Reumatologia Regionale), che consiste in un’App per smartphone, che consente al paziente di interagire con il proprio centro di riferimento in remoto in videoconferenza (televisita) al fine della raccolta e trasferimento di dati biologici e clinici alla cartella clinica per valutare lo stato di attività della malattia.

CoRReRe è già attivo in alcuni ospedali pugliesi e “diventerà operativo in molte altre strutture della Regione entro i prossimi mesi”, ha dichiarato il reumatologo.

E il progetto, neanche a dirlo, rispetta i canoni in tema di privacy dei dati sanitari. L’accesso alla app è protetto da codice Pin o da lettura biometrica. Le comunicazioni con l’ospedale avvengono attraverso messaggi criptati su protocollo Https e ogni messaggio sarà cifrato mediante algoritmo a chiave asimmetrica per garantire la sicurezza massima possibile sulle informazioni scambiate. Il personale medico avrà la possibilità di interagire con ciascun paziente dotato di app, utilizzando il software Hippocrates Cartella Carlino.

Ecco come funziona in dettaglio. Il paziente scarica l’app e inquadra il QrCode fornito dal reumatologo grazie al quale avviene il “paring” cioè l’associazione del paziente con la struttura sanitaria. Evidenzia Iannone: “Uno dei vantaggi di questa soluzione tecnologica è il fatto che è esportabile in qualunque ospedale che abbia attivato questo progetto. Quindi, in caso il paziente debba cambiare centro di riferimento per la cura potrà ricevere dalla nuova struttura un nuovo codice di paring per attivare la comunicazione con il nuovo centro. Pensiamo a quale utilità ciò può avere, ad esempio nel caso in cui il paziente si debba spostare per ragion di lavoro o personali.”

Il ruolo delle istituzioni

Certamente le soluzioni tecnologiche che sfruttano le potenzialità della sanità digitale sono molte. E potenzialmente applicabili su tutto il territorio nazionale. Ma, come sottolineato da tutti gli addetti ai lavori intervenuti all’evento di Apmarr, è necessario che la transizione digitale delle cure in reumatologia sia appoggiata anche dalle istituzioni.

“Soprattutto è importante che da oggi in avanti le scelte del legislatore non siano più prese senza consultare prima i pazienti per capire cosa realmente è necessario per rispondere alle loro esigenze di cura e di assistenza”, ha chiesto a gran voce la presidente di Apmarr Antonella Celano. Rivolgendosi all’On. Chiara Colosimo membro della XII commissione Affari Sociali della Camera, ha chiesto esplicitamente “un impegno politico a istituire una Consulta sulla reumatologia e una regia che ascolti le associazioni dei pazienti per migliorare la loro qualità di vita, che deriva in ultima analisi dalla qualità dell’assistenza sanitaria”.

Pronta la risposta di Colosimo: “Piena disponibilità per l’istituzione di un Tavolo nel più breve tempo possibile”.

Salutequità su PNRR e Riforma assistenza territoriale: circa 2,3 miliardi necessari nel 2026 per garantire il personale, ma mancano coperture per 500 milioni

Nel 2026 serviranno circa 2,3 miliardi per il personale necessario a far partire le strutture previste dal PNRR che si stanno realizzando anche grazie alla sottoscrizione dei contratti istituzionali di sviluppo (CIS), e per mettere a terra la riforma collegata dell’assistenza sanitaria territoriale del SSN prevista dal DM 77.

Analizzando gli standard previsti dallo stesso DM servono circa altri 2mila medici, 20mila infermieri e oltre 30mila unità di personale tra altri dirigenti sanitari, altre professioni sanitarie, operatori sociosanitari e personale di supporto, anche considerando quello già in servizio nelle strutture esistenti, che comunque vanno riadeguate al nuovo modello.

Una sfida difficile con le attuali risorse a disposizione della Sanità, anche se l’operazione, secondo le tempistiche del PNRR, è da completarsi entro il 2026.

“Difficile perché le attuali coperture relative al personale sanitario per il 2026, anno in cui andrà a regime il PNRR e il DM 77, ad oggi si attestano a circa 1,7-1,8 miliardi di euro, a fronte di un costo complessivo che oscilla tra circa 2,1 e 2,3 miliardi. Vanno trovate ulteriori coperture per circa 500 milioni di euro, altrimenti il debito buono relativo alle nuove strutture territoriali previste dal PNRR si trasformerà in debito cattivo, cioè strutture vuote senza tutto il personale necessario – queste le dichiarazioni di Tonino Aceti, Presidente di Salutequità – e le coperture devono essere effettive e non solo basate su presunti e potenziali risparmi di spesa derivanti dall’applicazione della riforma territoriale. Sul punto l’Ufficio Parlamentare di Bilancio è stato chiaro”.

Rispetto alle strutture si dovranno realizzare – entro metà 2026 – 1430 Case di Comunità, 435 ospedali di comunità, invece 611 Centrali per la continuità assistenziale entro metà 2024.

Numeri che tengono conto dell’incremento di strutture previste dalle Regioni rispetto a quelle finanziate dal PNRR e sottoscritte nei CIS: 80 case di comunità in più (28 nel Lazio, 12 in Lombardia, 10 in Sicilia), 11 COT in più (7 in Campania), 35 Ospedali di comunità in più (7 in Puglia, 6 in Lombardia, 5 in Calabria e Veneto).

Circa l’80% (1121) delle Case della Comunità saranno oggetto di riconversioni e adeguamento di strutture esistenti; 310 quelle costruite ex novo (es. Lombardia 48, Campania 47, Puglia e Toscana 38, Veneto ed Emilia-Romagna 24). Circa una casa della comunità su 3 (484/1430) sarà spoke, ovvero garantirà presenza medica e infermieristica 6 giorni su 7, h 12 e potrebbe non prevedere servizi diagnostici di base, continuità assistenziale e punti prelievi (obbligatori invece nelle CdC hub che garantiscono presenza medica h 24, 7/7 e infermieristica almeno h 12 per 7/7). Sono presenti in particolare al sud: Sicilia (98), Campania (85), Puglia (65), Calabria (47).

Veneto, Lombardia, Piemonte, Umbria avranno solo CdC hub.

Gli ospedali di comunità edificati da zero saranno circa 1 su 5 (94/435). La prevalenza delle COT, 441, utilizzerà spazi disponibili esistenti e funzionali non oggetto di intervento.

Il focus è di Salutequità, Associazione per la valutazione della qualità delle politiche per la salute, che nella sua terza analisi “PNRR e cronicità: Assistenza territoriale e Personale sociosanitario” (la prima è stata su Sanità digitale e cronicità, la seconda su Cure mancate e percorsi diagnostici terapeutici assistenziali, PDTA, per la cronicità) accende un riflettore sulla riforma dell’assistenza territoriale delineata dalla Missione 6 del PNRR guardando a “contenitori e contenuti”.

“Non si può immaginare di realizzare un nuovo modello di sanità di prossimità omogenea nelle Regioni e capace di garantire maggiore equità di accesso, soprattutto per le persone con cronicità– ha continuato Tonino Aceti – senza considerare che per garantire l’assistenza non bastano solo le strutture o le reti informatiche e informative, ma servono i professionisti che le animano, le utilizzano in modo appropriato e le finalizzano al soddisfacimento dei bisogni di salute dei cittadini”.

“Se manca il necessario personale, adeguatamente formato e retribuito e con le necessarie e riconosciute responsabilità c’è il rischio dell’effetto boomerang, per i cittadini che, non trovando i servizi promessi e programmati, si vedranno costretti a ritornare negli ospedali questa volta però più fragili perché anch’essi sempre più vuoti di personale, quest’ultimo stremato dalle condizioni di lavoro”.

È ovvio che la prima necessità, arrivati a questo punto – spiega ancora il presidente di Salutequità – è di superare definitivamente il tetto di spesa del personale sanitario al fine di finanziare adeguatamente gli standard del personale che vanno anch’essi definiti e approvati velocemente, superare le attuali difficoltà di reclutamento e fare fronte al turn over crescente legato ai blocchi subiti dal sistema negli ultimi dieci anni sia nell’ambito territoriale che ospedaliero. Tutto questo secondo parametri di valorizzazione professionale, economica e di benessere organizzativo dei professionisti, fattori che contribuiscono a migliorare l’attrattività del lavoro del Servizio Sanitario Pubblico e una maggiore qualità dell’assistenza, altrimenti in serio rischio”.

I passi da compiere – ha concluso Aceti – sono chiari e vanno fatti subito a partire da questa Legge di Bilancio che purtroppo ad oggi dedica troppo poco spazio al capitale umano del nostro SSN, non si occupa di liste di attesa e recupero delle cure mancate, oltre al fatto di non aver previsto alcun finanziamento per l’aggiornamento e l’attuazione del Piano Nazionale della Cronicità, uno strumento fondamentale per far fronte alla presa in carico della cronicità nelle more della realizzazione del PNRR e del DM 77”.

I dati dell’analisi e le proposte dell’”Osservatorio permanente assistenza pazienti Non-Covid. Focus su cronicità” sono state presentate oggi nel corso di un incontro a porte chiuse con i rappresentanti della politica nazionale e i principali stakeholder del SSN, realizzato grazie al contributo non condizionato di UCB, Bristol Myers Squibb, Gruppo Menarini, Sanofi e Beigene.

Il report completo è disponibile cliccando qui

AIFA lancia una app per informazioni e notifiche sui farmaci

L’Agenzia Italiana del Farmaco ha rilasciato l’applicazione per dispositivi mobili AIFA Medicinali, pensata come uno strumento pratico e immediato per accedere a informazioni e ricevere notifiche sui farmaci.

“L’iniziativa dell’Agenzia – afferma il Direttore Generale, Nicola Magrini – nasce da un’esigenza segnalata dalle stesse associazioni di persone con patologie croniche e invalidanti che ci hanno sollecitato a sviluppare una app per renderli maggiormente in grado di controllare meglio possibili carenze, avere a disposizione strumenti agili per consultare informazioni aggiornate sui farmaci, ricevere prime indicazioni  su ‘Cosa fare quando un farmaco è carente’, avvisi sulla loro disponibilità in commercio. Chiaramente la App AIFA Medicinali mette a disposizione vari strumenti di supporto per la consultazione agile e per favorire l’aderenza alle terapie mediante semplici promemoria che ricordano dosi, tempi, modalità di assunzione e scadenza del farmaco. Abbiamo anche in cantiere un’altra app per la prescrizione degli antibiotici più efficaci, sicuri e a minor rischio di sviluppare resistenze”.

Tra le diverse funzionalità, AIFA Medicinali consente di accedere direttamente alla Banca Dati dei farmaci di AIFA, effettuare ricerche dettagliate sulle singole confezioni, consultare il Foglio Illustrativo (FI) e il Riassunto delle Caratteristiche del Prodotto (RCP), visualizzare e verificare lo stato di commercializzazione dei medicinali autorizzati in Italia.

L’app permette di salvare i medicinali tra i “Preferiti”, creare uno o più “armadietti” con i farmaci di utilizzo più frequente e impostare promemoria per l’assunzione dei medicinali, offrendo al paziente o a chi se ne prende cura un supporto nella corretta assunzione delle terapie.

Tramite l’app è possibile essere aggiornati su eventuali carenze dei farmaci di proprio interesse e tenere sotto controllo la scadenza delle confezioni, mediante il servizio di notifica.

L’app permette infine di inserire una o più tessere sanitarie per averle a disposizione in qualsiasi momento sul proprio dispositivo mobile.

Rilasciata in versione BETA, può essere scaricata gratuitamente dagli store ufficiali di Google e Apple accessibili direttamente dai dispositivi tramite le rispettive app Google Play Store e App Store.

Questa app è l’esempio di una collaborazione virtuosa tra le istituzioni e il mondo del volontariato” sottolinea Giovanni Battista Pesce, presidente della Associazione Italiana contro l’epilessia, anche a nome di ANFAS e FISH. “Essa rappresenta un importante segnale di attenzione concreta al tema delle patologie croniche”, conclude Pesce.

Per scaricare l’app:

Google Play Store

App Store

Giornata Internazionale Persone con Disabilità, OMaR e AMR: attuazione Legge Delega grande occasione anche per i malati rari

Ricorre il 3 dicembre la Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità, ma le famiglie italiane non hanno molto da festeggiare. Perché sono molte, troppe, le criticità ancora da risolvere. In particolare, quelle che ricadono sulle famiglie in cui si convive con la disabilità grave e gravissima, spesso conseguenza di patologie rare e croniche. Nuclei in cui, in molti casi, i genitori o i fratelli e le sorelle, quelli che comunemente chiamiamo caregiver familiari, devono scegliere se lavorare o assistere a tempo pieno i loro congiunti, spesso con importanti ricadute sul piano economico. Perché una legge che riconoscere il ruolo dei caregiver in Italia non esiste e perché l’assistenza, sia sociale che sanitaria, soprattutto quella domiciliare, continua a rappresentare un elemento di diseguaglianza sociale nel nostro Paese.

Molte delle disabilità gravi sono determinate dal decorso e dall’esito di malattie rare, che sappiamo essere più di 10.000, con peculiarità molto diverse l’una dall’altra. Da parte delle associazioni ci sono molte attese e speranze riguardo all’attuazione della Legge Delega, che rappresenta per il Governo un’occasione davvero importante per avviare la revisione delle disposizioni in tema di disabilità – dichiara Ilaria Ciancaleoni Bartoli, Direttrice dell’Osservatorio Malattie Rare – Questa Legge può rappresentare un passaggio fondamentale nella presa in carico olistica delle persone con disabilità, che devono e vogliono essere considerate e valutate in tutti i loro contesti, non solo quello sanitario, ma scolastico, lavorativo, sociale, familiare ed economico. Siamo a piena disposizione del Ministro per le Disabilità Alessandra Locatelli, perché crediamo fermamente che la collaborazione attiva tra stakeholder possa dare risultati straordinari, come d’altro canto è già avvenuto per l’approvazione del Testo Unico Malattie Rare (TUMR). In attesa di questa Legge, però, c’è qualcosa che si potrebbe fare da subito, già nella Legge di Bilancio: rifinanziare adeguatamente il Fondo di Solidarietà per le famiglie con malati rari affetti da disabilità gravissime, contenuto nel TUMR. Sarebbe un primo modo, concreto e immediato, per aiutare una fetta delle famiglie, quelle in maggiori difficoltà”.

Livelli essenziali di assistenza (LEA) e livelli essenziali di prestazioni (LEP) evidenziano una disparità nazionale che ad oggi non è più accettabile – afferma Fortunato Nicoletti a nome dell’Alleanza Malattie Rare (AMR), Tavolo tecnico permanente che riunisce oltre 340 associazioni di pazienti con malattie rare – Per le persone con malattia rara è fondamentale che vengano emanati i decreti attuativi necessari per rendere operativo il Testo Unico Malattie Rare. Ma le disparità regionali non riguardano solo questi aspetti, perché dietro alla malattia rara c’è una condizione di disagio, fisico, psichico, sociale, socio-assistenziale, economico: disabilità e fragilità che devono essere tutelate. La disabilità è una condizione che deve essere presa in carico in maniera globale ed è tempo che i provvedimenti ad essa dedicati siano ideati e concertati con chi li recepisce, quindi i malati e i caregiver. Per offrire una condizione di vita migliore, più dignitosa alle persone con malattie rare e alle loro famiglie”.

Caregiver, è tempo di una legge nazionale

Nonostante qualche tentativo sia stato fatto, ad oggi quello dei caregiver è uno degli ambiti in cui risulta più urgente intervenire a livello legislativo, per tutelare i circa 3 milioni di persone, per la maggior parte donne, che almeno nella metà dei casi hanno dovuto abbandonare l’attività lavorativa per dedicarsi all’attività di cura a tempo pieno [Fonte: Istat 2018].

L’Italia ha tempo fino a marzo per rispondere alla condanna ricevuta dal Comitato ONU sui diritti delle persone con disabilità per la mancanza di tutela giuridica dei caregiver. Mentre si attende la definizione di un quadro normativo nazionale, con la discussione parlamentare ferma dal 2016, le Regioni si muovono ciascuna secondo la propria sensibilità e le proprie disponibilità economiche, in alcuni casi scatenando anche il malcontento delle associazioni.

Legge Delega sulla Disabilità

La legge n. 227/2021, “Delega al Governo in materia di disabilità”, rinvia al Governo uno o più atti (decreti legislativi) per il riassetto delle disposizioni vigenti in materia di disabilità. Essa rappresenta l’attuazione di una delle riforme (riforma 1.1) previste dalla Missione 5 “Inclusione e Coesione” Componente 2 “Infrastrutture sociali, famiglie, comunità e Terzo settore” del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). In particolare, essa richiama i principi contenuti nella Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità, ratificata dal Parlamento con la Legge 3 marzo 2009, n. 18, che mira a promuovere, proteggere e garantire il pieno e uguale godimento di tutti i diritti umani e di tutte le libertà fondamentali da parte delle persone con disabilità, e promuovere il rispetto per la loro intrinseca dignità.

Concluso l’iter di approvazione della Legge Delega, si apre ora una fase importante e allo stesso tempo molto delicata: la sua attuazione, attraverso l’emanazione di uno o più decreti legislativi, necessari per dare luogo alla revisione e al riordino delle disposizioni in tema di disabilità.

Testo Unico Malattie Rare (TUMR) 

Il Testo Unico Malattie Rare (TUMR, Legge 175/21), fortemente voluto dal precedente Intergruppo Parlamentare per le Malattie Rare e approvato in maniera trasversale. In vigore dallo scorso 12 dicembre, ad oggi rimane, di fatto, inattuato poiché solo uno dei cinque atti necessari per l’applicazione è stato prodotto, nonostante i termini fissati siano scaduti. Gli atti che mancano, allo stato attuale, per una concreta attuazione del TUMR sono: un decreto del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, di concerto con il Ministro della Salute e del Ministro dell’Economia e delle Finanze, per l’istituzione del Fondo di Solidarietà per le persone affette da malattie rare; un accordo, di competenza della Conferenza Stato-Regioni, relativo all’approvazione del secondo Piano Nazionale Malattie Rare e al riordino della Rete; un secondo accordo, anche questo di competenza della Conferenza Stato-Regioni, concernente l’informazione sulle malattie rare; un regolamento del Ministro della Salute, di concerto con il Ministro dell’Università e della Ricerca, per la definizione dei criteri e delle modalità di attuazione degli incentivi fiscali in favore dei soggetti, pubblici o privati, che si occupano di ricerca finalizzata allo sviluppo di protocolli terapeutici sulle malattie rare o nella produzione dei farmaci orfani. Il Fondo di Solidarietà, in particolare, sarebbe un aiuto immediato per le famiglie in maggiori difficoltà. Attualmente ha una dotazione di un solo milione di euro ma, vista l’imminente Legge di Bilancio per il 2023, si auspica un rifinanziamento che possa renderlo realmente incisivo.