«La pubblicazione oggi in Gazzetta Ufficiale del bando nazionale di concorso per la formazione specifica dei medici di medicina generale per il triennio 2022/2025 è la miglior risposta che potesse arrivare alla nostra richiesta di attenzione, lanciata nei giorni scorsi con una protesta identificata con gli hashtag #mmgallumicino e #nonspegniamossn. Quella che tutti hanno conosciuto come la protesta delle visite a lume di candela, che non ha intaccato in alcun modo l’assistenza, ma che ha fatto sentire forte la nostra voce». Silvestro Scotti, segretario generale Fimmg, commenta con favore la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del bando nazionale per la medicina generale, il cui concorso si terrà il 1° marzo 2023. «A soli due giorni dalla pubblicazione dell’ultimo concorso regionale, dopo che per averli tutti da parte delle Regioni c’è voluto più di un mese – sottolinea Scotti – il Ministero della Salute ha definito la data per il bando nazionale. Un segnale positivo che lascia ben sperare per il futuro del nostro Sistema sanitario nazionale, che ha estremamente bisogno di snellire le procedure, impegnare risorse e credere nel ruolo della medicina generale per la realizzazione di un’assistenza di prossimità sempre più efficace». Di qui il ringraziamento nei confronti del ministro Schillaci, in primis, ma anche di tutto lo staff del dicastero della Salute, a cominciare dalla dottoressa Rossana Ugenti, direttore delle Risorse Umane.
Resta comunque alta l’attenzione della Fimmg su temi centrali per il futuro della medicina generale, a partire da quanto sarà definito nella prossima Legge di Bilancio in merito alla una tantum di 1,5% prevista per il 2023 per i soli dipendenti e non per la convenzionata che, è bene ricordarlo, sui rinnovi contrattuali è assimilata al pubblico impiego per normativa e risorse. Non meno importanti i temi che Fimmg chiede di definire ad horas con le Regioni, a partire dalla sburocratizzazione della professione.
«Le Regioni prendano spunto da questa rapida risposta del ministero e si attivino al più presto per liberare l’Atto di Indirizzo per il rinnovo dell’ACN per il 2019-21 e per istituire presso la Conferenza un Osservatorio o un Gruppo di lavoro – conclude il segretario generale della Fimmg – che elabori soluzioni immediate per eliminare la burocrazia inutile, ad esempio sui piani terapeutici, certificazioni di rientro a scuola, unificazione dell’identificazione per l’accesso alle diverse piattaforme in uso per i medici solo tramite lo SPID. Continueremo la nostra denuncia e le nostre azioni durante tutte queste festività. Per ora, non interrompendo l’attività con decisioni rivendicative, ma pronti a farlo se non saremo ascoltati e se non arrivano le giuste risposte».
È stato lanciato oggi il primo Registro nazionale dei Carcinomi Uroteliali (vescica, ureteri e pelvi renali) metastatici. Ad annunciarlo la FICOG (Federation of Italian Cooperative Oncology Groups), che promuove questo importante strumento di conoscenza della patologia, la cui realizzazione è stata resa possibile con il supporto non condizionante di Gilead Sciences.
Tra questi il predominante è certamente il carcinoma della vescica che rappresenta il 12° tumore per incidenza nel mondo e continua ad avere un’elevata mortalità e morbidità, nonostante negli ultimi anni gli avanzamenti terapeutici abbiano contributo alla riduzione della mortalità.
Per conoscere l’impatto di questa patologia e dei suoi trattamenti, FICOG, con il supporto di Gilead, ha ritenuto necessario costituire un registro nazionale di patologia utile ai pazienti, ai medici ed al sistema sanitario.
Il registro ha molteplici scopi: migliorare la conoscenza sulla patologia neoplastica uroteliale, comprendere quali trattamenti vengano utilizzati nella pratica clinica e se gli stessi siano aderenti alle linee guida, analizzare quale sia l’impatto prognostico delle terapie e quali i bisogni dei pazienti. Pertanto, il Registro nazionale sui tumori uroteliali metastatici avrà un elevato valore scientifico ed un grande impatto sulla sanità pubblica.
“Siamo orgogliosi di aver lanciato il primo Registro nazionale per i tumori uroteliali in stadio avanzato, un importante strumento che vuole favorire la corretta informazione su queste neoplasie e aumentare il livello di consapevolezza delle Istituzioni, degli operatori sanitari e di tutti i cittadini – sottolinea Carmine Pinto, Presidente FICOG -. Il Registro permetterà la condivisione e lo scambio dei dati, fondamentali nell’implementare la strategia di controllo di questa patologia neoplastica. La scelta dei trattamenti e l’intero percorso di cura devono essere valutati da un team multidisciplinare. Grazie al lavoro di squadra di oncologi, urologi, chirurghi, radioterapisti, anatomo-patologi e biologi molecolari possiamo garantire la migliore assistenza”.
“Il tumore della vescica colpisce ogni anno in Italia circa 29.200 persone – afferma Giuseppe Procopio, Direttore Programma Prostata ed Oncologia Medica Genitourinaria Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano -. I pazienti sono soprattutto persone con più di 50 anni. È una forma di cancro complessa, pericolosa e, soprattutto, subdola. Presenta sintomi non specifici e, a differenza del tumore del seno o del colon-retto, non esistono programmi di screening per la popolazione che possano permettere una diagnosi precoce. La prevenzione, quindi, è fondamentale e passa dagli stili di vita sani. La chemioterapia è la strategia più impiegata nei pazienti con malattia in fase avanzata. Sono disponibili anche modalità di trattamento integrate con la radioterapia, in percorsi terapeutici multidisciplinari. E si stanno aprendo prospettive importanti grazie all’immunoterapia e agli anticorpi-farmaco coniugati”.
Il Rapporto sulla Farmacia è un’iniziativa congiunta di Cittadinanzattiva e Federfarma, che si sono impegnate per la realizzazione annuale di un’analisi in grado di restituire la fotografia dell’evoluzione della farmacia nel nostro Paese. Sin dalla sua genesi, il Rapporto ha avuto la peculiarità di focalizzarsi sul contributo della farmacia nel portare la sanità più vicina al cittadino e nel dare risposte di natura socio-sanitaria in primis a soggetti e comunità fragili: pazienti con patologia cronica e cittadini che vivono nelle Aree Interne del Paese.
Il V Rapporto è incentrato sul ruolo della farmacia in una dimensione strutturale di servizi di prevenzione e sorveglianza per-e-oltre il Covid-19, sull’attività core della dispensazione del farmaco, in particolare del farmaco equivalente e sul supporto alla aderenza alle terapie. Questi i principali ambiti dell’indagine realizzata nel 2022 con la finalità di inquadrare il ruolo delle farmacie nella riorganizzazione dei servizi sanitari territoriali, tema quanto mai attuale alla luce della Missione 6 del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e della relativa riforma contenuta nel DM 77/2022.
“Con l’obiettivo di promuovere la salute, farmacisti e cittadini devono continuare a fare un percorso comune, che in questi anni ha già indotto tanti cambiamenti virtuosi, per un utilizzo appropriato e consapevole del farmaco, per l’aderenza alle terapie, per l’uso dei farmaci equivalenti e in generale per un accesso alle terapie che deve diventare, in un’ottica di territorialità delle cure, semplice, prossimo, senza appesantimenti per il tempo dei cittadini e la loro organizzazione”, dichiara Anna Lisa Mandorino, Segretaria generale di Cittadinanzattiva. “Ma cittadini e farmacisti devono continuare a fare un percorso comune anche per rafforzare la farmacia dei servizi, al fine di migliorare la prevenzione, incrementare l’informazione di prossimità e l’alfabetizzazione sanitaria anche rivolta ai giovani. E per realizzare il disegno del decreto 77 sull’assistenza territoriale che da modello scritto sulla carta va trasformato in modalità concreta di risposta ai bisogni dei contesti territoriali e di potenziamento delle risorse che essi già posseggono con l’ottica della co-progettazione e della partecipazione previsto dallo stesso decreto. In questa direzione, l’investimento di 128 mln di euro, messo a disposizione da PNRR e dal Fondo Sviluppo e Coesione per le 4400 farmacie rurali cosiddette sussidiate, sarà importante per un presidio fondamentale ancor più nelle aree interne del nostro Paese e per contrastare le disuguaglianze di salute del nostro territorio”.
“Ho notato con soddisfazione che questa edizione del rapporto è stata realizzata grazie alla partecipazione di molti colleghi e cittadini, segno che esiste una diffusa consapevolezza della farmacia come primo presidio di prossimità e grande interesse per la sua evoluzione nell’ambito della riorganizzazione territoriale del Servizio Sanitario Nazionale”. Lo afferma il presidente di Federfarma nazionale Marco Cossolo, che sottolinea: “In questo percorso evolutivo un ruolo-chiave spetta sicuramente alla Telemedicina, che è lo strumento per potenziare la rete di assistenza territoriale fondata sulla prossimità, in quanto favorisce il dialogo e la collaborazione tra i vari professionisti della salute creando i presupposti per una presa in carico condivisa e personalizzata del paziente cronico e fragile. Altro tema cruciale esplorato dal rapporto è quello della prevenzione: le campagne di screening rientrano nell’attività quotidiana del farmacista. È necessario che questo e gli altri servizi offerti siano adeguatamente riconosciuti, valorizzati e divulgati per garantire ai cittadini un equo accesso alla salute su tutto il territorio nazionale”.
Il ruolo sociale della farmacia e le novità del PNRR
Dal Rapporto emerge come nel 2022 oltre un terzo delle farmacie siano state attive su campagne di prevenzione per patologie croniche e vaccinazioni. Ma non basta: la richiesta condivisa da farmacisti e cittadini è di potenziare il ruolo di prossimità della farmacia e la sua funzione di luogo di informazione e divulgazione, spiega Maria Vitale dell’Agenzia di Valutazione civica di Cittadinanzattiva, curatrice del V Rapporto Farmacia.
Qual è e quale sarà il ruolo della farmacia nella riorganizzazione dei servizi sanitari di prossimità?
Sia i cittadini che i farmacisti hanno dato la propria visione di farmacia: dall’essere quasi esclusivamente luogo di dispensazione del farmaco, sta diventando sempre più un presidio al servizio della comunità, a ragione della sua capillarità e prossimità. In termini di ruolo sociale della farmacia, i cittadini apprezzano soprattutto la cortesia (48,2%) e la conoscenza del farmacista di fiducia rispetto ai loro problemi di salute (36,5%), mentre l’ascolto e la velocità nel servire la clientela sono più importanti (rispettivamente nel 41,8% e nel 40,6% dei casi) per chi non ha una farmacia di riferimento. Dal punto di vista dei farmacisti, per quanto concerne i servizi di prossimità e la loro riorganizzazione prevista dalla riforma dell’assistenza territoriale, occorrerebbe potenziare l’attività di prevenzione e gli screening (la pensa così l’84,9% dei farmacisti intervistati), come pure la dispensazione attiva dei farmaci (71,3%), la telemedicina e i test diagnostici (67%).
Il V Rapporto presenta alcuni trend nel periodo 2018/2022 evidenziando come, ad esempio nell’ambito della prevenzione, nel 2018 solo il 18% delle farmacie avesse partecipato agli screening per il tumore al colon retto. Tale valore era al 74% già l’anno successivo, fino al 78,4% della rilevazione 2022. Fra i servizi attivi in farmacia, è cresciuto anche il dato relativo al monitoraggio dei parametri, nel 2018 effettuabile nel 90% dei casi, e che è arrivato al 96% nel 2022. In crescita anche l’erogazione dei servizi CUP, dal 63% del 2018 al 77% del 2022.
Qual è il contributo della Farmacia a garanzia dei LEA?
Innanzitutto, abbiamo rilevato la capacità virtuosa del sistema delle farmacie di rimodularsi, per rispondere velocemente ed efficacemente anche alle esigenze emergenziali; è chiaro, inoltre, il contributo sempre maggiore della farmacia a garanzia dei Livelli Essenziali di Assistenza, proprio grazie ai servizi che, in pandemia, sono stati introdotti ex novo oppure potenziati, ad esempio: le farmacie che hanno deciso di aprirsi alle vaccinazioni anti Covid-19, si sono immediatamente rese disponibili anche sul versante della vaccinazione antinfluenzale e si mostrano favorevoli a contribuire alle coperture vaccinali contro Herpes Zoster, Papilloma virus (HPV) e Pneumococco. Non solo: le farmacie sono impegnate anche su sorveglianza e prevenzione delle malattie croniche, ad esempio attraverso lo screening oncologico per il cancro del colon-retto.
TREND anni
2018
2019
2020
2021
2022
PREVENZIONE
Campagne
Screening per soggetti a rischio patologie croniche
87%
84%
45%
62%
34%
Screening Tumore al colon-retto
18%
70%
74%
78%
Vaccinazioni
Vaccinazione Anti Covid-19
49%
38%
Vaccinazione Antinfluenzale
39,6%
Apertura ad ulteriori vaccinazioni
66%
93%
70%
Covid-19
Esecuzione di tamponi Covid-19
57%
72%
Esecuzione di test sierologici Covid-19
29%
35%
Fotografia della dinamica evolutiva della farmacia nel nostro Paese
E sul fronte della salute dei cittadini e dell’appropriatezza delle terapie?
Circa un terzo delle farmacie offre specifici servizi volti a favorire l’aderenza dei cittadini alle terapie per la cura delle loro patologie: in particolare, per diabete, patologie cardiovascolari, dislipidemie e BPCO. C’è quindi un grande impegno da parte dei professionisti, che immaginiamo possa essere incrementato a tutto vantaggio della salute pubblica: infatti, chi usufruisce di questi servizi ci racconta di un miglioramento apprezzabile o, in alcuni casi, importante, nell’aderenza alle cure. Purtroppo rileviamo anche che sono ancora pochi i cittadini che dichiarano di aver usufruito in farmacia di un servizio di aderenza alle terapie, pur conoscendoli. Sempre in tema di farmaci, è importante il ruolo e il rapporto di fiducia fra cittadino e farmacia in merito agli equivalenti, in quanto la scelta e l’utilizzo di questi permette di risparmiare risorse individuali e collettive, ma sono necessarie informazioni corrette e consapevolezza, oltre che il pieno coinvolgimento delle tre figure fondamentali: il medico prescrittore, il farmacista e il cittadino/paziente.
Siamo nell’era del PNRR: panacea di tutti i mali oppure piano da rimettere in discussione? In questo quadro come si collocano le farmacie?
La direzione del PNRR appare chiara, in merito al rapporto tra farmacie, territorio e necessità dei cittadini. Ad esempio, con l’investimento “Strategia Nazionale delle Aree Interne e lo stanziamento di risorse pari a 100 milioni per nuovi progetti (Decreto n. 305 del 28 dicembre 2021 dell’Agenzia per la coesione territoriale) si cerca di consolidare le farmacie rurali convenzionate rendendole in grado di erogare servizi sanitari territoriali più articolati: nei centri con meno di 3.000 abitanti e in quelli di aree più marginalizzate questo può migliorare sensibilmente l’offerta sanitaria ai cittadini. Dal canto loro, i farmacisti di questi territori dichiarano di voler impiegare i fondi in questione proprio per l’ampliamento dei servizi offerti alla comunità: prestazioni di primo e secondo livello, dispensazione dei medicinali e presa in carico del paziente con cronicità sono tra le voci più indicate.
Tipologia di servizi che si intendono realizzare con i fondi del PNRR:
%
Prestazioni primo e secondo livello
76,1%
Dispensazione medicinali
64,4%
Presa in carico paziente cronico
49,7%
Altro
10,4%
I numeri del Rapporto Farmacia 2022
I cittadini confermano la loro fiducia nella farmacia come luogo di accesso per informazioni e servizi, in particolare rispetto ai temi della prevenzione e dei farmaci equivalenti. A proposito di prevenzione, il 34% dei farmacisti ha svolto nell’ultimo anno campagne di screening per l’individuazione di soggetti a rischio per patologie croniche: nell’impegnarsi su questo fronte, i farmacisti si sono concentrati su diabete (70,3%), malattie cardiovascolari (48,2%), dislipidemie (35,9%), BPCO (14,4%). Caso a parte merita l’adesione massiccia, nel 2022, per la campagna di prevenzione oncologica del tumore al colon-retto, alla quale ha aderito ben il 78,4% delle farmacie intervistate. Incoraggiante la risposta dei cittadini, che nel 30,8% dei casi hanno partecipato ad almeno uno dei programmi di prevenzione citati.
Rispetto ai farmaci equivalenti, nell’ultimo anno l’83,4% dei cittadini ha ricevuto dal farmacista suggerimenti per un loro utilizzo e, al contempo, informazioni sul fatto che il principio attivo sia il medesimo del farmaco originale (lo dichiara il 63,7% dei cittadini) così come rassicurazioni su sicurezza, efficacia e qualità dell’equivalente rispetto al farmaco di marca (46%) nonché sulla possibilità di risparmiare (lo riporta il 39,3% dei cittadini). Gli stessi farmacisti dichiarano che da due anni a questa parte è in costante aumento la richiesta da parte dei cittadini di utilizzare i farmaci equivalenti: a pensarla così oggi è il 36,5% dei farmacisti, nel 2020 era solo il 13,4%.
In termini di ruolo sociale della farmacia, i cittadini apprezzano soprattutto la cortesia (48,2%) e la conoscenza del farmacista di fiducia rispetto ai loro problemi di salute (36,5%), mentre l’ascolto da parte del farmacista e la velocità nel servire la clientela sono più importanti (rispettivamente nel 41,8% e nel 40,6% dei casi) per chi non ha una farmacia di riferimento. Dal punto di vista dei farmacisti, per quanto concerne i servizi di prossimità e la loro riorganizzazione prevista dalla riforma dell’assistenza territoriale, occorrerebbe potenziare l’attività di prevenzione e gli screening (la pensa così l’84,9% dei farmacisti intervistati), come pure la dispensazione attiva dei farmaci (71,3%), la telemedicina e i test diagnostici (67%).
Vaccinazioni in farmacia
Sul versante delle vaccinazioni cosiddette “di routine”, la vaccinazione antinfluenzale è erogata nel 39,6% dei casi. Più della metà dei farmacisti (dal 54,5% al 58,1%) è favorevole all’introduzione in farmacia della vaccinazione contro Herpes Zoster, Papilloma virus (HPV) e Pneumococco, così come il 70% dei cittadini interpellati. La vaccinazione anti Covid-19 è erogata dal 38,2% delle farmacie coinvolte nell’indagine.
Supporto all’aderenza terapeutica
Circa un terzo delle farmacie (29,8%) realizza specifici servizi volti al supporto all’aderenza terapeutica per i pazienti, in particolare a beneficio delle patologie croniche: su tutte, diabete (83,2%), patologie cardiovascolari (73,8%), dislipidemie (48,5%) e BPCO (44,6%). Sono ancora pochi (10,1%) i cittadini che dichiarano di aver usufruito in farmacia di un servizio di aderenza alle terapie, pur conoscendoli (ad ignorarne l’esistenza sono l’8,1%). Di contro, in coloro che ne usufruiscono, l’aderenza alle cure è migliorata molto (38,2%) o abbastanza (52,6%).
Educazione sul farmaco equivalente
Il 59,5% dei farmacisti ritiene che i cambiamenti portati dalla pandemia abbiano inciso molto/abbastanza sul tempo dedicato all’informazione resa ai cittadini sul farmaco equivalente.
L’80,4% di chi sceglie il farmaco equivalente tra i cittadini è guidato dalla fiducia nella proposta fatta dal farmacista, il cui ruolo di informatore e divulgatore anche in questo ambito va rinforzato.
Servizi offerti in farmacia e telemedicina
Tra i servizi offerti con sistematicità spiccano il monitoraggio dei parametri (96,2%), la prenotazione di farmaci e altri prodotti da ritirare in farmacia (94,6%), i test/esami diagnostici di base (79,2%), il servizio CUP (76,8%) e i tamponi Covid (72%). Il defibrillatore è presente in una farmacia su quattro, mentre i cittadini favorevoli ad averne uno in ogni farmacia sono ben l’84,8%. In quasi la metà delle farmacie è possibile trovare servizi di telemedicina quali telecardiologia (48,5%) e telemonitoraggio della pressione arteriosa (46,5%). Difficile trovare servizi di telepneumologia (4,5%). Per quanto riguarda i cittadini interpellati, solo il 15% ha dichiarato di aver usufruito dei servizi di telemedicina.
Farmacie rurali
Il 36,7% del campione delle farmacie coinvolte nell’indagine è collocato in zona rurale, e una parte di queste opera in comuni delle aree interne e con meno di 3000 abitanti: il 55,1% di queste farmacie (definite “sussidiate”) ha presentato o intendeva presentare (al momento della rilevazione dei dati) domanda per ricevere i fondi del PNRR relativi alla Missione n. 5. Questi fondi sono da dedicare all’ampliamento dei servizi offerti dalle farmacie alla comunità e, sulla base della presente indagine, quasi due farmacisti su tre (64,3%) ritengono che dovrebbero servire a migliorare la dispensazione dei medicinali, per uno su due (49,7%) la presa in carico dei pazienti affetti da patologie croniche, e soprattutto ad incrementare le prestazioni di primo e secondo livello per il 76,1% dei farmacisti.
Il Rapporto presenta anche le variazioni – nel periodo 2018/2022 – relative ai temi analizzati, evidenziando come, ad esempio nell’ambito della prevenzione, nel 2018 solo il 18% delle farmacie avesse partecipato agli screening per il tumore al colon retto. Tale valore era al 74% già l’anno successivo, fino al 78,4% della rilevazione 2022. Fra i servizi attivi in farmacia, è cresciuto anche il dato relativo al monitoraggio dei parametri, nel 2018 effettuabile nel 90% dei casi, e che è arrivato al 96% nel 2022. In crescita anche l’erogazione dei servizi CUP, dal 63% del 2018 al 77% del 2022.
Questi sono alcuni dei dati che emergono dal V Rapporto annuale sulla farmacia, curato da Cittadinanzattiva con la collaborazione di Federfarma e il contributo non condizionato di Teva. Il Rapporto, redatto dall’Agenzia di Valutazione Civica di Cittadinanzattiva, ha coinvolto 1030farmacie e ben 1284 cittadini, di cui quasi due su tre affetti da almeno una patologia cronica. Del campione di farmacie analizzato, il 57,7% rientra o è candidato a rientrare nella sperimentazione della Farmacia dei servizi.
La malattia renale cronica (MRC) è una patologia molto diffusa e con una prevalenza crescente nella popolazione generale: secondo stime internazionali, il 10% della popolazione è affetto da MRC ma nella maggior parte dei casi non viene correttamente diagnosticata. La MRC presenta un impatto molto significativo sulla morbilità e mortalità dei pazienti, con risvolti importanti anche sulla qualità di vita. Inoltre è associata a costi ingenti per la società, sia diretti sia indiretti. La MRC rappresenta quindi un crescente problema di salute pubblica. Come affrontarlo nel modo migliore, per i pazienti e per il sistema nel suo complesso? Nel 2014 il Ministero della Salute ha redatto un Documento di indirizzo per la malattia renale cronica coinvolgendo in un tavolo di lavoro i principali stakeholder clinici e istituzionali. Quali aggiornamenti si rendono necessari per migliorare la presa in carico e gestione del paziente, anche alla luce delle novità portate dal PNRR e dalla riforma dell’assistenza territoriale?
Ne parliamo con:
Loreto Gesualdo UOC Nefrologia, Dialisi e Trapianto, Università “Aldo Moro”, Bari
Elisa Pirro Membro Commissione Affari Sociali e Sanità, Movimento 5 Stelle
La pandemia ha provocato un’accelerazione nell’applicazione della tecnologia in ambito sanitario. Tuttavia, non sempre questo aggiornamento è avvenuto in maniera uniforme e coordinata. Il salto nel futuro è un processo complesso, fatto di algoritmi, intelligenza artificiale e moderne piattaforme software sottoposte a certificazione di idoneità. I risultati di cui potranno beneficiare sia i clinici che i cittadini saranno un rafforzamento della medicina del territorio che inizierà dall’abitazione del paziente mediante sistemi di monitoraggio, prevenzione, supporto fisico. Affinché questi strumenti diventino realtà e i fondi del PNRR siano correttamente investiti, è però indispensabile una sinergia tra i diversi stakeholder coinvolti in questo processo. Istituzioni nazionali e locali, società scientifiche, medicina generale e specialistica, aziende dovranno collaborare per mettere insieme una cornice normativa, know-how di ultima generazione, conoscenze scientifiche, radicamento sul territorio, ossia tutti gli ingredienti necessari per avviare un processo virtuoso. Gli sforzi si dovranno concentrare su alcuni ambiti: attività sanitarie a distanza; i nuovi sistemi digitali per telemedicina, terapie digitali, teleriabilitazione, medicina personalizzata; nuovi metodi di analisi della complessità dei sistemi biologici; nuovi sistemi digitali per condurre le sperimentazioni cliniche.
La realtà della telemedicina
La Digital Health si compone di vari elementi, spesso interpretati con la telemedicina, che ne rappresenta però solo una sfaccettatura, forse l’aspetto più evidente di un meccanismo ampio e complesso che vi è dietro. “La tecnologia in medicina significa sia robotica, chirurgia di precisione e strumenti complessi, che interventi quotidiani sulla logistica e sulla diagnostica – spiega il Prof. Gaddi – Per questo dobbiamo coinvolgere figure professionali di diversa estrazione e con lunga esperienza, al fine di coniugare letteratura scientifica ed esperienza pratica, oltre a svolgere una funzione di collante tra realtà pubbliche e private. In quest’ottica la SIT è già molto attiva: poche settimane fa abbiamo promosso un accordo quadro insieme al Consorzio Interuniversitario CINECA, l’Istituto Nazionale Fisica Nucleare, l’Istituto Superiore di Sanità per far convergere diverse forze sui temi della salute. Inoltre, a marzo 2023, in occasione della International Bologna Consensus Assembly on Telemedicine sarà annunciato un documento unitivo tra medici, imprese e istituzioni per capitalizzare questo impegno”.
Il modello contro i batteri multiresistenti del policlinico di Tor Vergata
Un esempio ben riuscito e replicabile di tecnologia applicata alla sanità è quello realizzato presso il Policlinico di Tor Vergata, dove è stato adottato un software per combattere i batteri multiresistenti agli antibiotici e le infezioni correlate all’assistenza, fenomeni in grande crescita e tra le principali preoccupazioni per i prossimi decenni. “Presso il Policlinico di Tor Vergata – ha spiegato il Prof. Massimo Andreoni – è stata messa a punto una piattaforma in cui vengono inseriti tutti i fattori utili per diminuire la resistenza dei germi e per capire quale fattore abbia provocato l’aumento della resistenza. È un progetto molto ambizioso, ormai la piattaforma è funzionante e potrà dare elementi importanti per capire questo fenomeno e dare strumenti su come combatterlo, offrendo anche ad altre strutture un modello riadattabile”.
Digital Health tra tecnologia e certificazione
La digitalizzazione riguarda da vicino tutti i medici, che presto dovranno adottare questi nuovi strumenti. In particolare, in virtù della normativa europea adottata il 5 agosto 2022 in Italia che sarà obbligatoria da maggio 2024, anche per i software ad uso del personale medico si applica una certificazione Ce-MDR al pari di qualunque altro dispositivo medico come ad esempio un elettrocardiografo o una tac, ma con un livello di complessità non comparabile, in quanto produrre un software MDR, certificarlo secondo la norma e permettergli di evolvere, ha un livello di complessità industriale incommensurabile. Non sarà più possibile usare all’interno della pratica professionale strumenti che non siano allineati a queste indicazioni, altrimenti si correrà il rischio di subire delle sanzioni, che potranno coinvolgere sia i medici utilizzatori che gli stessi produttori di software. In sintesi, occorrerà disporre di un software certificato di classe IIx, che comporta un processo produttivo molto complesso e l’intervento di un ente terzo notificato quale certificatore. Prima azienda in Italia che ha raggiunto questi standard è Dedalus Group, principale fornitore di software clinico e diagnostico in Europa. La creazione di un “Quality Assurance e Regulatory Affairs team” con un ingente numero di risorse dedicate testimonia lo sforzo di Dedalus Italia per perseguire questo obiettivo.
“L’evoluzione degli strumenti viene pensata e aggiornata in accordo con le esigenze della comunità scientifica – sottolinea Giorgio Moretti, Presidente Gruppo Dedalus – Abbiamo la consapevolezza di detenere innovazioni di prodotto sempre più mature grazie ad un progresso metodologico, funzionale e tecnologico. Con questi strumenti unici al mondo si garantisce a clinici ed infermieri la reale disponibilità della conoscenza medica applicata durante le attività quotidiane, offrendo soluzioni in linea con le nuove normative che richiedono un software certificato di classe IIx, che comporta un processo produttivo molto complesso e l’intervento di un ente terzo notificato quale certificatore”.
Al ministero parte lo sforzo congiunto
La nuova sanità digitale è oggetto del convegno istituzionale al Ministero della Salute “Digital Health: nuovi scenari per la Medicina Generale e Specialistica”, quarto ed ultimo appuntamento del ciclo “La Sanità che vorrei”, organizzato da Aristea con il contributo non condizionante di Gilead Sciences con GSK e promosso dalle società scientifiche SIMIT – Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali, con SIMG – Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie, SIGOT – Società Italiana di Geriatria Ospedale e Territorio, SIT – Società Italiana di Telemedicina.
Ai saluti istituzionali di Giuseppe Viggiano, Direttore della Direzione Generale della Digitalizzazione, del Sistema Informativo Sanitario e della Statistica del Ministero della Salute, sono seguiti gli interventi del Sen. Daniele Manca, Membro 5a Commissione Senato – Programmazione Economica, Bilancio; Sen. Elisa Pirro, Membro 10a Commissione Senato – Affari Sociali, Sanità, Lavoro Pubblico e Privato, Previdenza Sociale; Ass. Alessio D’Amato, Assessore Sanità e Integrazione Socio-Sanitaria Regione Lazio.
Nella sessione “L’esperienza delle aziende che investono in Digital Health” sono intervenuti Prof. Francesco Gabbrielli, Direttore Generale Centro Nazionale Telemedicina e Nuove Tecnologie ISS; Dott. Eugenio Luciani, Novamedica, Consultant; Dott. Giorgio Moretti, Presidente Dedalus; Dott. Giuseppe Mucci, Presidente Bioscience Institute; Emilio Billi, CTO A3Cube; Avv. Chiara Rabbito, Presidente Comitato Scientifico Nazionale SIT.
Nella tavola rotonda “Le Società Scientifiche tra tecnologia presente e futura. Le sfide della Digital Medicine” protagoniste le società scientifiche con la partecipazione del Prof. Massimo Andreoni, Direttore Scientifico SIMIT; Dott. Ovidio Brignoli, Vicepresidente SIMG; Prof. Antonio Vittorino Gaddi, Presidente SIT; Prof. Maria Grazia Modena, Vice Presidente Nazionale SIT; Prof. Alberto Pilotto, Presidente SIGOT.
Ma quali sono i benefici per il cittadino e per il paziente? Il punto di vista dei cittadini è stato riassunto da Annalisa Mandorino, Segretaria Generale Cittadinanzattiva.
NeI talk show “La Telemedicina alla prova degli specialisti. Confronto tra le società scientifiche e i media” Alberto Cella, Consigliere SIGOT; Prof. Marco Mazzanti, Programma Strategico di Intelligenza Artificiale, INRCA-IRCCS, Ancona; Prof. Andrea Spampinato, Presidente ANCE; Francesco Vetta, Consigliere CD SICGe, hanno animato il confronto con il giornalista Alessandro Malpelo. A moderare la giornata il giornalista scientifico Daniel Della Seta.
Nel 2022, in Italia, sono stimate 390.700 nuove diagnosi di cancro (nel 2020 erano 376.600), 205.000 negli uomini e 185.700 nelle donne. In due anni, l’incremento è stato di 14.100 casi. Il tumore più frequentemente diagnosticato, nel 2022, è il carcinoma della mammella (55.700 casi, +0,5% rispetto al 2020), seguito dal colon-retto (48.100, +1,5% negli uomini e +1,6% nelle donne), polmone (43.900, +1,6% negli uomini e +3,6% nelle donne), prostata (40.500, +1,5%) e vescica (29.200, +1,7% negli uomini e +1,0% nelle donne). La pandemia ha determinato, nel 2020, un calo delle nuove diagnosi, legato in parte all’interruzione degli screening oncologici e al rallentamento delle attività diagnostiche, ma oggi si assiste alla ripresa dei casi di cancro come in altri Paesi europei. Che rischia di peggiorare, se non si pone un argine agli stili di vita scorretti: il 33% degli adulti è in sovrappeso e il 10% obeso, il 24% fuma e i sedentari sono aumentati dal 23% nel 2008 al 31% nel 2021.
Dall’altro lato, va letta positivamente la ripresa dei programmi di screening, tornati nel 2021 ai livelli prepandemici, in particolare quello mammografico raggiunge la copertura del 46%, per il colon-retto del 30% e per la cervice uterina del 35%. Alla riattivazione dei programmi di prevenzione secondaria corrisponde un incremento del numero di interventi chirurgici per cancro del colon-retto e della mammella, anche in stadio iniziale. E nell’assistenza oncologica assume un ruolo di primo piano la vaccinazione anti Covid. Il rischio di morte, tra le persone con storia di cancro e positività all’infezione da SARS-CoV-2, è 2-3 volte superiore tra quelle non vaccinate rispetto alle vaccinate.
E’ il censimento ufficiale, giunto alla dodicesima edizione, che descrive gli aspetti relativi alla diagnosi e terapia delle neoplasie grazie al lavoro dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), AIRTUM (Associazione Italiana Registri Tumori), Fondazione AIOM, Osservatorio Nazionale Screening (ONS), PASSI (Progressi delle Aziende Sanitarie per la Salute in Italia), PASSI d’Argento e della Società Italiana di Anatomia Patologica e di Citologia Diagnostica (SIAPeC-IAP), raccolto nel volume “I numeri del cancro in Italia 2022”, presentato oggi in una conferenza stampa a Roma, al Ministero della Salute, con l’intervento del Ministro, Prof. Orazio Schillaci.
“L’aumento a 390.700 del numero assoluto dei casi nel 2022 pone interrogativi per i quali attualmente non ci sono risposte esaurienti – afferma Saverio Cinieri, Presidente AIOM -. Queste stime per l’Italia per il 2022 sembrano indicare un aumento del numero assoluto dei tumori, in gran parte legato all’invecchiamento della popolazione, in apparente contrasto con l’andamento decrescente dei tassi di incidenza osservato se, ipoteticamente, si considera invariata l’età dei cittadini. Questi dati aggiornati invitano sempre di più a rafforzare le azioni per contrastare il ritardo diagnostico e per favorire la prevenzione secondaria e soprattutto primaria, agendo sul controllo dei fattori di rischio a partire dal fumo di tabacco, dall’obesità, dalla sedentarietà, dall’abuso di alcol e dalla necessità di favorire le vaccinazioni contro le infezioni note per causare il cancro, come quella contro l’HPV”.
“Il volume costituisce un supporto di grande valore per il Servizio Sanitario Nazionale, per il Ministero della Salute e, indubbiamente, per i pazienti oncologici, ai quali, mai come adesso, è necessario offrire le pratiche migliori di prevenzione, cura e assistenza – spiega il Ministro della Salute, Prof. Orazio Schillaci, nella prefazione del libro -. Come emerge dall’analisi, a seguito di decenni caratterizzati da notevoli progressi, la pandemia di Covid-19 ha determinato una battuta d’arresto nella lotta al cancro, causando in Italia, nel complesso, un forte rallentamento delle attività diagnostiche in campo oncologico, con conseguente incremento delle forme avanzate della malattia. Questi ritardi sicuramente influiranno sull’incidenza futura delle patologie neoplastiche. Inoltre, per quanto riguarda i fattori di rischio comportamentali, i dati raccolti durante il biennio 2020-2021 segnano un momento di accelerazione per lo più in senso peggiorativo. Si tratta di un dato che non può non destare preoccupazione se si considera che il 40% dei casi e il 50% delle morti oncologiche possono essere evitati intervenendo su fattori di rischio prevenibili, soprattutto sugli stili di vita”.
È infatti necessario sensibilizzare i cittadini sulle regole di prevenzione primaria. “I dati PASSI sugli stili di vita confermano la non ottimale aderenza dei cittadini ad uno stile di vita sano – afferma Maria Masocco, Responsabile scientifico dei sistemi di sorveglianza PASSI e PASSI d’Argento, coordinati dall’Istituto Superiore di Sanità -. Dall’analisi delle serie storiche dei fattori di rischio comportamentali, emerge che non ci sono stati grandi miglioramenti negli ultimi 15 anni e, ad eccezione dell’abitudine al fumo di sigaretta che continua la sua lenta riduzione da oltre un trentennio, il consumo di alcol a rischio, la sedentarietà e l’eccesso ponderale, complessivamente, peggiorano o restano stabili. Non solo. In piena pandemia, durante il biennio 2020-2021, questi trend hanno subito modifiche per lo più in senso peggiorativo. L’impatto della pandemia sugli stili di vita è più visibile nel 2020 e sembra, in parte, rientrare nel 2021. Ma gli sforzi per sensibilizzare i cittadini sull’importanza della prevenzione primaria non devono fermarsi”.
Come emerge dall’indagine che ha coinvolto10 anatomie patologiche per i tumori della mammella e 12 per il colon-retto, il numero di carcinomi della mammella operati nel 2020 è risultato inferiore del 4,7% (-151 casi) rispetto al 2019, per poi risalire nel 2021 (+ 441 casi, +14,5%). Nel 2020, il numero di carcinomi del colon-retto operati è risultato inferiore del 10,8% (-238 casi) rispetto al 2019, mentre è cresciuto di 233 casi (+11,9%) nel 2021 rispetto al 2020. “Questa edizione contiene l’aggiornamento al 2021 dell’indagine contenuta nella scorsa edizione sull’impatto dell’infezione da SARS-CoV-2 sugli interventi chirurgici dei tumori della mammella e del colon-retto – evidenzia Guido Mazzoleni, Azienda Sanitaria di Bolzano, Registro Tumori di Bolzano, Referente SIAPeC-IAP -. I risultati aggiornati fanno emergere, in generale e per entrambi i tumori, un aumento dei casi operati nel 2021 rispetto al 2020 e un incremento della percentuale dei tumori pTis, cioè in stadio iniziale, nel 2021 rispetto agli anni precedenti, sia nella mammella che nel colon-retto, a conferma di una ripresa degli screening oncologici. Va, inoltre, segnalato un aumento in entrambe le neoplasie delle categorie N0 e N1a, verosimile indicatore di una presa in carico più precoce dei tumori diagnosticati”.
Nel 2021 si osserva, infatti, un ritorno ai dati pre-pandemici anche per quanto riguarda la copertura dei programmi di prevenzione secondaria. Per la mammografia il valore medio italiano, che nel 2020 si era attestato al 30%, nel 2021 ritorna in linea (46,3%) con i valori di copertura (cioè la proporzione di donne che hanno effettuato la mammografia sul totale della popolazione avente diritto) del periodo 2018-2019. Per lo screening colorettale (ricerca del sangue occulto nelle feci) il valore complessivo si attestava intorno al 30%, per ridursi al 17% nel 2020 e risalire al 30% nel 2021. Lo screening cervicale presentava valori pre-pandemici intorno al 38-39%, un calo al 23% nel 2020 e un livello di copertura del 35% nel 2021. “Questi dati ci consegnano un Paese a due, se non a tre velocità, ma anche con notevoli capacità di rispondere alle emergenze – sottolinea Paola Mantellini, Direttrice Osservatorio Nazionale Screening -. La maggior parte delle attività di screening non è stata ferma durante la pandemia, ma il Covid-19 ha messo in risalto ancora di più le fragilità di questi programmi, già evidenti in epoca pre-pandemica. L’obiettivo non è recuperare i ritardi indotti dall’emergenza sanitaria, ma ottenere livelli di copertura ottimali che, in determinate aree del Paese e per alcuni programmi, non si sono raggiunti nemmeno prima della pandemia. Perché più i livelli di copertura saranno elevati, maggiore sarà la nostra capacità di diagnosticare la malattia in fase precoce. È infatti importante segnalare che, all’interno di ogni singola macro-area, ci sono Regioni con maggiore capacità di ripresa ed altre in evidente difficoltà anche nel 2021”.
Un capitolo del libro è dedicato all’impatto del Covid sui pazienti con tumore. “In Italia, la pandemia ha causato un aumento della mortalità dei pazienti oncologici, soprattutto nei maschi, in età avanzata, con tumore diagnosticato da meno di 2 anni e nelle neoplasie ematologiche – spiegano Fabrizio Stracci, (Presidente AIRTUM) e Diego Serraino (Direttore, SOC Epidemiologia Oncologica e Registro Tumori del Friuli Venezia Giulia, Centro di Riferimento Oncologico, IRCCS, Aviano) -. È fondamentale che i pazienti fragili, tra cui rientrano quelli oncologici, si vaccinino. Infatti uno studio su tutti i residenti in Friuli Venezia Giulia e nella provincia di Reggio Emilia ha evidenziato che il rischio di morte tra gli individui con storia di cancro e di positività all’infezione da SARS-CoV-2 è 2-3 volte superiore tra i non vaccinati rispetto ai vaccinati”.
A fronte dei 2 milioni e mezzo di cittadini che vivevano in Italia nel 2006 con una pregressa diagnosi di tumore, si è passati a circa 3,6 milioni nel 2020, il 37% in più di quanto osservato solo 10 anni prima. L’aumento è stato particolarmente marcato per coloro che vivono da oltre 10 o 15 anni dalla diagnosi. Nel 2020, circa 2,4 milioni di persone (65% del totale) hanno ricevuto la diagnosi da più di 5 anni, mentre 1,4 milioni (39% del totale) da oltre un decennio. Sono oltre un quarto (27%) le persone guarite tra quelle che vivono dopo una diagnosi di tumore.
“Nella stragrande maggioranza dei casi, una persona libera da malattia oltre i 10 anni dal termine del trattamento può, in assenza di recidiva, essere considerata guarita – conclude Giordano Beretta, Presidente Fondazione AIOM -. Fanno eccezione a questa regola alcuni tumori in cui il tempo di guarigione è più lungo e le neoplasie insorte nell’età infantile e adolescenziale, in cui possono bastare 5 anni. Il fatto che una persona, a cui è stata diagnosticata una patologia oncologica, possa essere considerata guarita rappresenta un radicale cambiamento di paradigma, che diventa anche un elemento motivante per l’adesione agli screening, una volta che si sia compreso che la guarigione è tanto più facile quanto più precoce è la diagnosi. In Italia i pazienti oncologici guariti, però, rischiano ancora di incontrare concrete difficoltà quando, ad esempio, cerchino di stipulare un’assicurazione sulla vita o richiedano un mutuo o un finanziamento bancario. Ecco perché è fondamentale attuare, anche in Italia, una legge sul ‘Diritto all’Oblio’, seguendo l’esempio di altri Paesi europei”.
Il QatarGate ci dimostra quanto sia importante tenera alta l’attenzione contro corruzione e malversazioni in qualunque momento e riaccende nel nostro Paese un dibattito, spesso avviato ma mai del tutto risolto, sull’identità della lobbying, parola che altrove viene usata con rispetto e che in Italia, invece, viene associata per lo più a fenomeni negativi e al limite, o anche oltre, la legalità.
“Questo scandalo non sembra fortunatamente riguardare la Sanità – dice Francesco Macchia, Vicepresidente dell’EHFCN, European Healthcare Fraud and Corruption Network – ma mi sento ugualmente colpito in quanto rappresentante italiano all’interno nel network. Domani dovrò coordinare i lavori dell’annuale Assemblea Generale e non vi nego l’imbarazzo nel farlo conoscendo il peso che ‘il club degli amici italiani’ ha avuto in questa disgustosa vicenda. E non tragga in inganno la cialtroneria apparente dei tentativi di fuga con i trolley pieni di banconote che riportano alla memoria i goffi tentativi di annegare nel wc le banconote di Tangentopoli: questo era un sistema corruttivo organizzato e strutturato, ancora più grave perché giocato sulla sicurezza e quindi sulla vita dei lavoratori. Ad aggravare il tutto è il fatto che queste persone fossero dei rappresentati degli italiani nelle istituzioni, e che si siano poi rivelate avide e moralmente tanto molli da rinnegare per denaro proprio le battaglie identitarie sulle quali hanno costruito vita e carriera. Le prossime elezioni del Parlamento europeo saranno tra meno di due anni, il mio auspicio è che si sappia e soprattutto voglia finalmente selezionare i prossimi parlamentari sulla base della specifica competenza ovviamente, ma anche su un indiscusso profilo etico: è ora che la questione morale torni centrale”.
Al di là dell’imbarazzo per una vicenda ancora oggetto di indagini Francesco Macchia, anche Presidente di ISPE – Istituto per la Promozione dell’Etica in Sanità, coglie l’occasione dell’assemblea del Network europeo per richiamare l’attenzione su altri due temi: la necessità di monitorare l’uso dei fondi che stanno arrivando per la Sanità e il bisogno, altrettanto importante, di normare le attività di lobbying.
“Questa vicenda deve servirci da monito in un momento in cui nel nostro Paese le necessità di rilancio economico sembrerebbero essere prioritarie sui vincoli di controllo della legalità. Invece rilancio economico e controlli stringenti, fatti attraverso norme e procedure chiare, devono procedere di pari passo. E norme chiare servirebbero anche per regolamentare e definire le attività di lobbying – continua Macchia – La maggior parte dei media italiani usa questo termine in accezione negativa, il lobbista è sempre il cattivo della storia. In realtà il lobbista è un professionista che opera alla luce del sole portando dati e informazioni, non borse cariche di soldi. Il punto è che in Italia c’è bisogno di una normativa al riguardo”.
European Healthcare Fraud & Corruption Network (EHFCN)
EHFCN è un’organizzazione europea dedicata alla lotta contro la frode e la corruzione nel settore sanitario in tutta Europa, con l’obiettivo di migliorare i sistemi sanitari a beneficio di ogni paziente. Fondata nel 2005 il network riunisce tutte le principali istituzioni nazionali impegnate a livello europeo nel contrasto a sprechi, frodi e corruzione in sanità. EHFCN supporta i suoi membri e le entità associate nel loro lavoro quotidiano attraverso attività di ricerca, individuazione e diffusione di strumenti e best-practice, promozione di standard attraverso iniziative di formazione.
Istituto per la Promozione dell’Etica in Sanità (ISPE-SANITÀ)
ISPE-Sanità, fondata nel 2012, è la principale organizzazione indipendente e senza scopo di lucro impegnata nella difesa del Servizio Sanitario Nazionale attraverso il contrasto a sprechi e corruzione in Sanità. Il metodo individuato è la promozione dell’etica nel settore sanitario quale principale antidoto alla ‘corruption’, termine che comprende malagestione e sprechi della cosa pubblica che non necessariamente hanno una compensazione in denaro o un risvolto penale. La denominazione ISTITUTO intende esprimere un’alta mission di interesse pubblico e con un focus sulla ricerca.
La donna al centro dell’edizione 2022 del Libro Bianco della Fondazione Onda (Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere), con l’obiettivo di evidenziare come sia proprio la donna uno dei perni attorno al quale ruota la sanità italiana. Perché le donne sono protagoniste come professioniste della salute, ma anche come pazienti e come caregiver.
“Donne che curano le donne”, come ha sottolineato la presidente di Onda Francesca Merzagora, che devono essere al centro della riforma che sta investendo la sanità territoriale. “Anche con la collaborazione delle aziende farmaceutiche. L’imperativo è quello di indirizzare la ricerca verso le differenze di genere”, ha aggiunto la senatrice Maria Cristina Cantù, vicepresidente Commissione Affari Sociali, Sanità, Lavoro pubblico e privato, Previdenza sociale, rivolgendosi a Marco Cattani, presidente di Farmindustria partner di Onda per la realizzazione del Libro Bianco.
Un appello che ha trovato pieno accoglimento dal rappresentante delle aziende farmaceutiche operanti in Italia, che ha spiegato come la medicina di genere sia già una realtà, citando l’esempio delle ricerche sull’Hpv che colpisce soprattutto le donne. Cattani ha poi voluto ricordare come le imprese del farmaco italiane siano “quelle con la diversity di genere più elevata” giacché “il 43% degli addetti delle aziende produttrici è donna con punte dell’80-90% se si guarda ai dipendenti che lavorano nei reparti della ricerca”.
Valorizzare il ruolo della donna in sanità
A parte le isole felici, resta però molto da fare perché il ruolo della donna in sanità sia riconosciuto e valorizzato come merita. E sono i numeri a permettere di capire quale sia la reale condizione della donna che lavora o che ha a che fare con la sanità italiana. Dati che ha messo in luce la vicepresidente del Senato Maria Domenica Castellone: “Il 70% di chi lavora nella sanità è donna, ma solo una minima percentuale di esse occupa posizioni dirigenziali. Senza contare che come Paese siamo molto indietro anche per quanto riguarda l’incentivazione delle carriere scientifiche femminili. Il nostro compito è quello di supportare bambine e ragazze perché non perdano l’entusiasmo nelle discipline Stem (Science, technology, engineering and mathematics)”.
Personale, prevenzione e nuove governance
Quanto alla riforma della sanità secondo la senatrice Castellone, i punti principali su cui si dovrà lavorare anche in virtù delle opportunità offerte dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) sono quattro.
Investire di più sul personale. “Significa assumere figure socio-sanitarie. Oggi mancano all’appello circa 20mila Medici di medicina generale e 70mila infermieri. Numeri che nel tempo andranno aumentando a seguito dell’uscita dal mondo del lavoro di tanti professionisti” per raggiunti limiti di età.
Puntare sulla prevenzione. “Screening precoci possono fare la differenza tra la vita e la morte, soprattutto per le donne. Favorire gli screening anche con il coinvolgimento delle farmacie permetterà di rendere gli orari di accesso a questi esami più compatibili con la vita lavorativa”.
Occorrono poi nuove governance per la sanità. “Quella privata deve essere integrativa e non sostitutiva di quella pubblica. Nuova governance anche in campo farmaceutico nel solco del payment by result applicato alle CarT”.
Infine una relazione nuova tra Stato e Regioni. “Il rapporto deve essere volto alla costruzione. Le leggi non possono essere applicate in modo diverso nelle regioni”, pena l’ampliamento del gap sanitario tra regioni di serie A e di serie B”.
Più che genere, personalizzazione
Parlare di medicina di genere significa parlare di medicina personalizzata
Personalizzazione e sostenibilità è invece l’interpretazione del concetto di medicina di genere offerto da Sanda Zampa, membro della Commissione Affari Sociali, Sanità, Lavoro pubblico e privato, Previdenza sociale. Che ha affermato: “Prioritaria è la presa in carico delle esigenze di salute specifiche di uomini e donne. Parlare di medicina di genere significa parlare di medicina personalizzata, per tutti, nell’ottica di una maggiore efficacia delle cure. E per fare tesoro delle troppo scarse risorse destinate a sanità e welfare”.
Zampa ha poi precisato anche la sua idea in tema di medicina territoriale, che vede nel Mmg “il fulcro del rapporto del cittadino con il Ssn”. Senza risparmiarsi anche riguardo alle Case di Comunità (Cdc): “Sono messe in discussione troppo spesso. Facciamole e poi giudichiamole. Credo possano essere davvero un luogo dove la medicina di genere possa rispondere alle esigenze delle donne. Così come potranno dare risposte anche a coloro che hanno a che fare con la salute mentale. Nelle Cdc può trovare spazio l’approccio olistico socio-sanitario necessario per affrontare queste problematiche”.
La sfida organizzativa
Siamo in una fase di passaggio epocale tra la new public management e la new public governance delle Case di comunità
Particolarmente interessante, in chiusura di evento, la lettura della riforma sanitaria e del ruolo della donna offerta da Angela Genova, sociologa dell’Università di Urbino Carlo Bo.
Ha spiegato l’esperta: “La riforma sanitaria nell’ottica di genere ha un duplice impatto. Lato professionisti, solo per dare alcuni dati, sappiamo che il 70% dei farmacisti è donna così come lo è l’80% degli psicologi. Lato utenti, oltre il 60% è donna over-65. Senza contare l’aspetto del ‘prendersi cura di’. Le donne italiane insieme alle rumene sono coloro che dedicano più tempo al caregiving in Europa”.
Ma perché la riforma sanitaria è un’opportunità per le donne? “Perché pone al centro la domiciliarità delle cure”, che dovrebbe rendere più gestibile sia il curare che l’essere curati che il prendersi cura. Ma attenzione, “la sfida principale è di tipo organizzativo, perché vanno costruite nuove relazioni tra professionisti. Siamo in una fase di passaggio epocale tra la new public management e la new public governance delle Case di comunità”.
È arrivato il libera definitivo della Camera al decreto legge che prevede la riforma dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa). Dopo il Senato, anche Montecitorio ha approvato nei giorni scorsi, con 160 voti favorevoli, 54 contrari e 76 astenuti, il Ddl di conversione in legge del Decreto legge 8 novembre 2022, n. 169 recante “Disposizioni urgenti di proroga della partecipazione di personale militare al potenziamento di iniziative della Nato, delle misure per il Servizio sanitario della regione Calabria, nonché di Commissioni presso l’Aifa. Differimento dei termini per l’esercizio delle deleghe in materia di associazioni professionali a carattere sindacale tra militari”.
La riforma è radicale. Si prevede l’abolizione della figura del direttore generale dell’Agenzia (attualmente ricoperta da Nicola Magrini) e allo stesso tempo il presidente (a oggi Giorgio Palù) ne diventa rappresentate legale. Sarà un decreto del ministero della Salute, di concerto con Funzione pubblica e Mef, e d’intesa con la Conferenza Stato-Regioni, a individuare non più solo le funzioni, ma anche le modalità di nomina dello stesso presidente di Aifa, nonché del direttore amministrativo e del direttore tecnico-scientifico.
Ancora, è previsto l’accorpamento delle attuali due Commissioni tecnico-scientifiche (la Commissione tecnico-scientifica per la valutazione dei farmaci, Cts, e il Comitato prezzi e rimborso, Cpr) che ne supportavano l’attività in una una nuova Commissione unica. La permanenza in carica dei membri delle due commissioni in carica è prorogata al 28 febbraio 2023. Dopo quella data le due commissioni sono soppresse e le relative funzioni attribuite alla nascente Commissione Scientifica ed Economica del Farmaco (Cse) composta in tutto da dieci membri.
Si è svolto a Roma, presso il Centro Studi Americani, l’evento “Trial clinici decentralizzati: tra etica e opportunità di sviluppo” promosso da Fondazione The Bridge con il patrocinio dell’Istituto Superiore della Sanità e Agenas –Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali.
Nel corso della giornata sono stati presentati i risultati del Gruppo di lavoro multidisciplinare che, partendo dallo studio delle best practices europee e internazionali, ha condotto un’analisi delle forme decentralizzate dei trial clinici, sia da un punto di vista normativo e logistico – cercando di comprendere le opportunità per il sistema Paese e per la cittadinanza, nonché ostacoli e fattibilità – sia, soprattutto, da un punto di vista etico, tenendo in dovuto conto la semplificazione delle procedure intervenuta durante l’emergenza pandemica.
Inoltre, è stata rilanciata l’idea, accolta dai parlamentari presenti, di costituire un intergruppo parlamentare su ricerca e sperimentazione clinica.
Perché parlare di sperimentazione clinica oggi
La pandemia ha permesso di constatare come, pur con le restrizioni integrate nella vita quotidiana, si sia riusciti a garantire continuità (sebbene a tratti con difficoltà ovvie) sia nell’erogazione delle cure e delle prestazioni che nella fornitura di medicinali e nei trattamenti dei pazienti arruolati nei trial. Risulta utile, allora, comprendere come procedimenti attuati in emergenza – o già in vigore in altri Paesi – possano essere resi più strutturali per favorire una maggior fluidità nell’ambito della ricerca clinica.
I Decentralized Clinical Trials (DCT) rappresentano, da questo punto di vista, una svolta importante perché includono un utilizzo delle tecnologie digitali, collegamenti da remoto con il paziente, dispensazione e somministrazione delle terapie al domicilio o in contesti diversi dal centro di ricerca. Il risultato di questa analisi è poi confluito in un documento che fa il punto sulle possibili direttrici di fattibilità di protocolli decentralizzati nel nostro Paese, individuando criticità, opportunità e delineando una prima proposta di linee di indirizzo.
Rosaria Iardino, Presidente di Fondazione The Bridge, ha aperto la giornata di lavoro dichiarando: “Abbiamo deciso di affrontare il tema delle forme decentralizzate dei trial clinici poiché si tratta di un approccio che a livello internazionale è già ampiamente utilizzato. Crediamo che rappresenti una grande opportunità per il nostro Paese, che però ha bisogno di un sistema di regole che vanno definite con celerità se non vogliamo rimanere indietro rispetto ad altre realtà. Ci rivolgiamo dunque alla politica affinché sappia cogliere questo stimolo e sviluppi in Italia questa nuova modalità di ricerca clinica.”
Il Gruppo di lavoro sui DCT
La giornata ha visto susseguirsi numerosi interventi, innanzitutto dei componenti del Gruppo di lavoro sui DCT. Chiara Crepaldi, Ricercatrice Senior Centro Studi Fondazione The Bridge, ha approfondito in particolare lo scenario europeo in tema di DCT.
Successivamente, nella Tavola rotonda dal titolo “I procedimenti innovativi introdotti durante l’emergenza Covid – potenzialità e criticità emerse dal punto di vista del ricercatore e del sistema sanitario”, moderata da Carlo Maria Petrini dell’Istituto Superiore di Sanità, si sono confrontati Giuseppe Lauria Pinter dell’IRCCS Istituto Neurologico “Carlo Besta”, Francesco Perrone, Istituto Tumori Pascale di Napoli e Presidente eletto dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) e Giuliano Rizzardini del Fatebenefratelli Sacco, di Milano.
Eva Pesaro, Vice Presidente UNIAMO FIMR Onlus – Federazione Italiana Malattie Rare, ha analizzato quali possono essere le potenzialità e i rischi dal punto di vista del paziente.
Damiano Fuschi dell’Università degli studi di Milano ha illustrato quali possono essere potenzialità e rischi in tema di privacy e le nuove frontiere della Blockchain.
Monsignor Andrea Manto, Responsabile dell’Ufficio per la Pastorale Sanitaria e del Centro per la Pastorale della Famiglia della Diocesi di Roma – Presidente della Fondazione Ut Vitam Habeant, ha analizzato il tema da un punto di vista etico, evidenziando alcuni capisaldi che non possono essere persi di vista, tra cui una attenta valutazione del rapporto tra rischi e benefici e l’opportunità di includere nei trial popolazioni sottorappresentate.
Giacomo Lucchini, di Bcube, ha approfondito gli aspetti legati alla logistica e al delivery in campo sanitario, mentre Anna Maria Porrini, Direttore Medico di Roche Italia, ha illustrato il punto di vista di un promotore industriale sul tema della sperimentazione clinica.
È inoltre intervenuto Francesco Gabbrielli, Direttore Centro Nazionale per la Telemedicina e le Nuove Tecnologie Assistenziali dell’Istituto Superiore di Sanità, che ha illustrato il Rapporto “DCT: nuovo approccio alla sperimentazione clinica per facilitare il paziente velocizzare la ricerca”. Successivamente Gualberto Gussoni, Coordinatore scientifico Centro Studi Fondazione FADOI, ha Lanciato alcuni punti di riflessione, a partire dal report promosso da Fondazione Smith Kline e FADOI “Implementazione degli Studi Clinici Decentralizzati in Italia: perché e come?”. Entrambi i rapporti hanno rappresentato importanti documenti di partenza per il Gruppo di lavoro coordinato da Fondazione The Bridge.
Il punto di vista della politica
La seconda parte della giornata è stata dedicata alla discussione con i rappresentanti delle istituzioni e della politica, che hanno accolto con favore la proposta emersa dal Gruppo di lavoro di costituire un intergruppo parlamentare su ricerca e sperimentazione clinica.
“Abbiamo la grande responsabilità di mettere in campo tutte le condizioni necessarie per una strategia di ricerca di successo. In questo senso diventa importante anche dare vita a un intergruppo parlamentare sulla sperimentazione clinica, al fine di rompere e superare tutte quelle barriere che oggi fermano l’emanazione dei decreti attuativi e l’applicazione del regolamento europeo – ha dichiarato Fabrizio Sala, deputato di Forza Italia e componente della VI Commissione permanente Finanze – Investire in ricerca clinica significa, infatti, investire in grandi opportunità per il nostro Paese. Da un lato, chiaramente, per i vantaggi che ne derivano in termini di nuove terapie per i pazienti, indispensabili per salvare vite. Dall’altra anche per il significativo effetto leva economico, ad esempio, in termini di competitività scientifica”.
Beatrice Lorenzin, senatrice del Partito Democratico, ha dichiarato: “Ci sono delle questioni rimaste ancora aperte e non ulteriormente rimandabili, come quella relativa ai comitati etici e all’applicazione delle indicazioni che ci arrivano dall’Europa. Attraverso un intergruppo potremo lavorare sui decreti attuativi e portare nel dibattito politico le ragioni del mondo scientifico e della ricerca”.
È, inoltre, intervenuta la senatrice della Lega Maria Cristina Cantù, Vicepresidente della 10ª Commissione permanente Igiene e sanità del Senato, che ha evidenziato “la necessità di costruire un sistema europeo che preveda il finanziamento di soggetti portatori di interessi qualificati a tutela dell’utenza, per favorire verifiche oggettive dell’effettiva percezione di benessere derivante dall’innovazione e dalle terapie avanzate, in modo da supportare le istituzioni nella valutazione degli esiti e degli impieghi in posizione di terzietà ed autonomia rispetto alle fonti di finanziamento dalle aziende farmaceutiche. Occorre sviluppare con competenze e conoscenze altamente specializzate la capacità istituzionale di interazione a livello europeo per orientare le fonti di finanziamento della ricerca traslazionale nei percorsi di ricerca maggiormente positivi per la salute dei pazienti”.
Infine, l’On. Marco Osnato, deputato di Fratelli d’Italia e Presidente della VI Commissione permanente Finanze, ha plaudito all’iniziativa di Fondazione The Bridge, assicurando il proprio sostegno alle proposte emerse dalla discussione che potranno garantire sempre più opportunità di cura per i cittadini e un maggiore sviluppo della ricerca clinica in Italia.