“C’è un grande divario nell’adozione e nell’uso del digitale delle donne rispetto agli uomini di tutte le età. Le differenze di genere sono più pronunciate in età avanzata, nelle comunità emarginate, come le minoranze etniche e tra le persone con disabilità. Sono anche più importanti nei paesi con minore inclusione digitale, in particolare nell’Europa meridionale e orientale, nei Balcani occidentali e nell’Asia centrale. Questo divario di genere nell’accesso al digitale è accompagnato da un divario di genere nell’uso significativo del digitale, ad esempio, le donne utilizzano una gamma limitata di servizi digitali e li usano meno spesso e meno intensamente rispetto agli uomini“. Così recita il recente rapporto OMS sulle disuguaglianze nell’uso degli strumenti di digital health. “Tuttavia, i dati provenienti dai paesi ad alto reddito indicano che le donne tendono a servirsi delle tecnologie digitali più frequentemente degli uomini per accedere alle informazioni relative alla salute e per sostenere la propria salute, comprese le attività relative al benessere mentale e al supporto sociale“.
È uno dei paradossi dell’incremento dell’uso delle tecnologie in sanità. Infatti, se da un lato l’adozione e lo sviluppo di sistemi sanitari digitali ha un enorme potenziale per offrire benefici diffusi grazie a un’assistenza sanitaria più efficiente e mirata, d’altro canto l’attenzione agli approcci digitali può addirittura ampliare le disuguaglianze esistenti in ambito di salute se le disparità nell’accesso e delle tecnologie non vengono prese in considerazione e affrontate. Il punto centrale è l’equità.
Ne abbiamo discusso con Sergio Pillon, responsabile per la trasformazione digitale della Asl di Frosinone, vice presidente Associazione italiana Sanità digitale e Telemedicina (AiSDeT), facendo il punto anche sulla situazione in Italia: “Dovremmo tenere conto delle fragilità, inserendole anche nel Fascicolo Sanitario Elettronico, che dovrebbe diventare un Fascicolo Socio Sanitario Elettronico”.
Nel biennio 2020-2021 la spesa sanitaria è in aumento, soprattutto in virtù degli effetti pandemici. L’Italia continua, tuttavia, a spendere meno dei partner europei, pur reggendo il confronto nell’efficienza. Le maggiori risorse impiegate nella Sanità hanno interrotto il trend decennale di contenimento della spesa nel settore, con prospettive di ritorno ai livelli pre-pandemia, ma sono ancora ampi i divari tra le Regioni.
È quanto afferma la Corte dei conti nel Referto, approvato con Delibera n. 19/SEZAUT/2022/FRG, che la Sezione delle Autonomie ha presentato al Parlamento sulla gestione finanziaria 2020-2021 dei servizi sanitari regionali. Una gestione prudente, ha osservato la magistratura contabile, inizialmente caratterizzata da importanti percentuali di accantonamenti delle risorse aggiuntive per fronteggiare l’emergenza pandemica.
Secondo le analisi della Corte, il biennio 2020-2021 ha segnato una netta rottura di “trend”, con una spesa sanitaria che, se si include il 2022, è cresciuta mediamente del 5%: oltre tre punti in più rispetto all’1,3% del valore medio del quadriennio pre-pandemico. In valore pro capite percentuale e a parità di potere d’acquisto, la spesa sanitaria è cresciuta, nel solo esercizio 2020, dell’8,4%. Una crescita consistente e, tuttavia, inferiore a quella di Regno Unito (20,2%), Germania (9,7%) e Spagna (9,5%), ad eccezione della Francia (5,0%). Gli effetti della pandemia non sono limitati ai maggiori costi, ma riguardano anche la riduzione della domanda e della fruizione di servizi sanitari già finanziati, per via delle restrizioni alla libertà di movimento, determinando costi cessanti di cui occorre tener conto.
I risultati delle Regioni “in piano di rientro” – prosegue la Corte – sembrano relativamente migliori e mostrano una riduzione da 2,1 a 0,7 miliardi di euro dei disavanzi dei servizi sanitari tra il 2012 e il 2020 (con qualche segnale di peggioramento nel 2021), e indicherebbero un positivo sviluppo gestionale, già maturato con la “spending review” 2012-2019. Il risanamento finanziario, inoltre, non sembra essere avvenuto a scapito dei LEA (migliorati costantemente almeno fino al 2019, tranne limitate eccezioni) ma sono ancora significative le differenze geografiche nei servizi territoriali, come quelli per le cure palliative ai malati di tumore, il numero di anziani non autosufficienti in trattamento socio-sanitario e l’assistenza domiciliare integrata. La riduzione del volume delle prestazioni sanitarie, puntualizzano i giudici contabili, è stata generalizzata in tutte le Regioni italiane, con un numero delle dimissioni ospedaliere sceso, in media, del 20% sul 2019, con tassi inferiori nel Nord-est (17%) e maggiori al Sud (25%).
Sul versante investimenti, a causa dell’insufficiente volume di risorse assegnate, il valore della dotazione di capitale del SSN registra un calo riferito al periodo 2013-2019 pari all’8,2% (da 84 a 79 miliardi di euro), con un dato 2021 dei pagamenti per gli investimenti fissi lordi degli enti del SSN (2,3 miliardi) che mostra, invece, una crescita del 41,8% rispetto al 2019 (1,6 miliardi) e un valore pro capite in aumento dai 26,7 euro dello stesso anno ai 36,6 del 2021. I pagamenti su base regionale evidenziano scostamenti significativi tra le diverse realtà territoriali (il valore medio nazionale è di 29,8 euro nel 2020).
Nella composizione della spesa sanitaria 2008-2019, si riduce quella da lavoro dipendente (in calo dal 34 al 31,7%), risentendo del blocco del turn over e delle altre misure di contenimento delle dinamiche retributive, particolarmente stringenti nel periodo 2012-2019. Risultano invece in aumento i consumi intermedi dal 23,1 al 30,2%. Nel 2020, le Regioni in piano di rientro hanno ridotto il disavanzo sul 2019 del 59% circa, quelle non sottoposte a piano di rientro del 34% e le Autonomie speciali (esclusa la Sicilia, inserita tra Regioni in piano di rientro) del 19%.
Emerge un nuovo fenomeno legato all’impiego di strumenti flessibili e transitori per dotarsi rapidamente di personale nel periodo emergenziale, anche attraverso prestazioni di lavoro sanitarie e sociosanitarie acquistate come servizi sanitari. La Corte ha rilevato, in merito, che il costo del personale “emergenziale” nel 2020 cresce in quota inferiore rispetto all’acquisto di servizi sanitari. I servizi sanitari per l’emergenza rappresentano il 19% del totale della spesa per “Consulenze, collaborazioni, interinale e altre prestazioni di lavoro sanitarie e sociosanitarie” dell’esercizio, con punte superiori al 50% per il Molise e con valori del 32% circa per la Sicilia, del 29% per la Puglia e del 26% per Calabria e Abruzzo. Si nota infine, sul versante opposto, una difficoltà a coprire le posizioni stabili in organico, sintomo di una certa disaffezione all’impiego pubblico in sanità. Si tratta di un fenomeno – conclude la magistratura contabile – che necessita di essere attentamente valutato e richiede di mettere a punto interventi strutturali in sede di programmazione.
“Il Disegno di legge delega in favore degli anziani approvato ieri dal Consiglio dei Ministri va nella strada giusta per migliorare l’assistenza alle fasce di popolazioni più fragili”. È quanto commenta il presidente della Fadoi, la società scientifica della Medicina Interna, Francesco Dentali.
“Nella nostra recente survey – prosegue – abbiamo evidenziato come il problema della carenza di assistenza territoriale sia sanitaria che sociale sia molto grave e finisca per scaricarsi impropriamente sui reparti ospedalieri dove i nostri pazienti anziani stazionano oltre il dovuto. Sono da giudicare quindi positivamente le parole del presidente del Consiglio Giorgia Meloni sulla volontà di ‘scongiurare così il ‘parcheggio’ degli anziani nelle strutture sanitarie’”.
“Come Fadoi – conclude Dentali – siamo fin da ora disponibili a collaborare al completamento del provvedimento nell’ottica di rendere la presa in carico globale degli anziani finalmente una realtà che può migliorare sia l’assistenza che sgravare l’ospedale dal suo improprio ruolo di ‘parcheggio’”.
Questi i princìpi richiamati dalle associazioni dei Distributori Intermedi – ADF e Federfarma Servizi – che hanno partecipato alla seconda riunione del Tavolo di Lavoro istituito dal Ministro della Salute Schillaci e dal Sottosegretario Gemmato per rispondere alle carenze ed indisponibilità di medicinali in corso in Italia (fenomeno in atto anche negli altri Paesi Europei), e che intende affrontare in maniera sistemica il tema della fornitura dei farmaci.
Proficuo ed articolato è stato il confronto del Ministero della Salute con le sigle della filiera del farmaco, NAS, MMG e con la partecipazione dell’AIFA.
Le due Sigle Nazionali della Distribuzione Intermedia sono certe che, grazie alla partecipazione di tutti gli operatori interessati si potrà analizzare concretamente il fenomeno dei farmaci mancanti, valutandone oggettivamente le caratteristiche e le cause, senza inutili allarmismi mediatici.
Tra le diverse misure avanzate al Tavolo ministeriale per prevenire e controllare le difficoltà dell’approvvigionamento dei farmaci, ADF e Federfarma Servizi hanno congiuntamente proposto di istituire un unico ed efficace sistema di allerta preventiva da azionare quando i distributori rilevino reiterate situazioni di mancate consegne da parte dei produttori.
La priorità delle due Sigle Nazionali è individuare un meccanismo che garantisca una equa ripartizione nella fornitura dei farmaci, così che i Distributori Intermedi, quali anello centrale della filiera, possano svolgere il loro servizio pubblico a supporto essenziale delle farmacie e a tutela della salute dei cittadini.
Iniziative da definire e promuovere d’intesa con tutta la rete
Nondimeno, i Distributori Intermedi esprimono apprezzamento per l’annuncio di ieri del Ministro Schillaci in Commissione Affari Sociali di “iniziative definite di concerto con tutti gli altri attori”.
Richiamando altresì i lavori del Tavolo Tecnico Indisponibilità (TTI) presso l’AIFA, che “mira a trovare soluzioni condivise di sistema e non unilaterali”, il Ministro ha sottolineato come il sistema italiano di contrasto alle carenze sia un riferimento a livello europeo, confermato dall’attribuzione ad AIFA della guida della “Joint Action on Shortages”.
ADF e Federfarma Servizi partecipano ai lavori del TTI dalla sua istituzione nel 2015 e i risultati ottenuti e ricordati dal Ministro sono stati resi possibili dal coordinamento di Domenico Di Giorgio, che nei lavori del TTI ha sempre affrontato le varie tematiche in modo condiviso con tutti gli stakeholders partecipanti. Le due Sigle della Distribuzione Intermedia italiana sono convinte che anche al Tavolo ministeriale la cooperazione tra tutti i rappresentanti del sistema-salute sia l’approccio corretto per definire, promuovere ed attuare ogni iniziativa funzionale a garantire l’accesso ai farmaci, tenendo in considerazione la sostenibilità della produzione, distribuzione e dispensazione del bene-farmaco in un momento di crisi dei costi indotti dalla tensione internazionale.
Progettazione e realizzazione sartoriale basata su indicatori di performance misurabili. È la richiesta lanciata dagli stakeholder – cittadini, professioni sanitarie e tecnici della sanità – per mettere a terra le iniziative previste dalla mission 6 del Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza) in modo da rispondere davvero alla domanda di salute del territorio. Nonché per mitigare la piaga della desertificazione sanitaria.
Progettazione e realizzazione sartoriale basata su indicatori di performance misurabili per rispondere davvero alla domanda di salute del territorio
L’occasione di focalizzare l’attenzione sulla necessità di una sintesi strategico-operativa affinché il Pnrr serva a risolvere almeno una parte delle annose criticità espresse dal Ssn è stata la presentazione del Report “Bisogni di salute nelle aree interne, tra desertificazione sanitaria e Pnrr” di Cittadinanzattiva.
Analisi che ha evidenziato come il concetto di desertificazione sanitaria non è legato solo alla distanza di un ospedale dal luogo di residenza dei cittadini, ma anche alla qualità della risposta del Ssn ai bisogni di salute.
E in linea con questa interpretazione, sono molte le sorprese che emergono dai dati dell’analisi.
Il divario sanitario non conosce confini
Dalle Alpi al Tavoliere delle Puglie, da Milano a Palermo. La desertificazione sanitaria non conosce confini regionali e pervade tutto lo Stivale. Indice di questo è la carenza di medici, Mmg e specialisti, un po’ in tutta Italia. Ma che la penuria di personale sanitario fosse un problema grave era noto da tempo. Forse meno la consapevolezza che non è valido, in questo frangente, parlare di Nord virtuoso e di Sud problematico.
Sono i numeri, più delle parole, a far comprendere la situazione. Prendendo in considerazione l’assistenza medica per i bambini, sono quasi tutte settentrionali le province in cui c’è il maggior rapporto tra numero di pediatri e numero di bambini. In provincia di Asti si contano 1.813 pazienti per ogni pediatra, a Bolzano 1.320 e ad Alessandria 1.236. Nord fanalino di coda anche nel caso degli Mmg. Gli ultramassimalisti si trovano a Bolzano (1.539 assistiti), Bergamo (1.517) e Brescia (1.516), mentre nessuna provincia centromeridionale è compresa tra le prime dieci di questa classifica negativa.
Nel caso in cui si debba ricorrere a un cardiologo in ospedale invece è più fortunato chi vive a Brindisi, dove ne troviamo uno ogni 12.074 abitanti, rispetto a chi risiede a Bolzano dove a un singolo cardiologo fanno riferimento ben 224.706 persone.
Province con il maggior numero di bambini per pediatria di libera scelta (Elaborazione Cittadinanzattiva su Dati Ministero Salute 2020)
Province con il maggior numero di assistiti per Mmg (Elaborazione Cittadinanzattiva su Dati Ministero Salute 2020)
Province con il maggior numero di abitanti per cardiologo ospedaliero (Elaborazione Cittadinanzattiva su Dati Ministero Salute 2020)
A leggere in profondità il report di Cittadinanzattiva si possono trovare molte altre casistiche che suscitano preoccupazione.
Come ha evidenziato la responsabile dell’ufficio di rappresentanza presso le Istituzioni europee di Cittadinanzattiva, Bianca Ferraiolo: “Sono 39 le province italiane più squilibrate nel rapporto professionisti della salute-cittadini. Da quelle facenti parte delle virtuose Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna, fino a quelle afferenti alla Calabria. Ma analizzando lo stato dell’arte circa le progettualità previste dal Pnrr per rispondere a queste criticità emerge che solo una minima parte sia diretta a queste zone”. In effetti, prendendo in esame la costituzione di Case e Ospedali di Comunità previsti dalla mission 6 del Pnrr, solo circa il 35% di essi troveranno localizzazione nelle aree interne di queste 39 province. Fino a lasciare privi di entrambi questi presidi sanitari i cittadini di 13 comuni ultraperiferici della Valle d’Aosta e di 36 comuni della Liguria.
Coerenza e coraggio per un Ssn diffuso
Il rischio denunciato dagli esperti intervenuti alla presentazione del report è quello che il sistema sanitario italiano non sia più nazionale, in ragione del fatto che perda la caratteristica di equità che dovrebbe contraddistinguerlo.
I determinanti di salute sono tanti (lavoro, condizioni sociali, istruzione…): solo un Ssn uniformemente diffuso sul territorio può contrastare le differenze di accesso tra i cittadini
Ha avvertito Anna Lisa Mandorino, segretario generale di Cittadinanzattiva: “I determinanti della salute sono tanti, dal lavoro, alle condizioni sociali, al livello di istruzione. Ma esiste un antidoto per far sì che essi non incidano sull’accesso alle cure: il Ssn, unico strumento capace di contrastare nel breve termine le differenze di accesso tra i cittadini. A patto che il Ssn sia uniformemente diffuso su territorio. Diverse le parole chiave da tenere presente quando si parla di sanità. La coerenza, che vede la strategia italiana delle aree interne essere stata riconosciuta dall’Unione europea, da preservare. Il coraggio di riconoscere che le disuguaglianze di cui si parla non sono casuali ma conseguenza di scelte fatte o non operate. Come la scelta di mantenere il personale sanitario al livello del 2004. Il coraggio di investire sulla sanità adesso. Pena il rischio che la Corte dei Conti indichi che le disuguaglianze sanitarie diventino tali da non poter più parlare di un unico Sistema Sanitario Nazionale”.
Perché, se è vero che la mission 6 del Pnrr presenta diversi punti di validità, sono molteplici anche le criticità. Tra queste ultime la non coincidenza tra i bisogni del territorio e le risposte. Ad esempio, ha ricordato Mandorino: “Non viene risolto il bisogno di fondo dei presidi clinici, che è uno dei driver al ricorso improprio al Pronto soccorso. Vogliamo parlare delle Case di Comunità? Rischiano di non servire se non saranno popolate da professionisti e se non saranno messe in rete e a sistema con le altre strutture sanitarie del Ssn. Altro tassello mancante è la valorizzazione della prossimità digitale di cui le aree interne potrebbero essere pioniere per una vera telemedicina”.
Approccio sartoriale cercasi
Il disequilibrio tra numero di cittadini e numero di medici è la principale evidenza messa in luce dall’analisi di Cittadinanzattiva. Ma come fare per risolvere questa discrasia e per assicurare una adeguata risposta alla domanda di salute della comunità? Una domanda complessa a cui ha risposto Antonio Pio D’Ingianna, Segretario provinciale della Federazione italiana Medici di Medicina Generale di Cosenza: “Il Mmg necessita di collaborazioni con altri professionisti sanitari. Saremmo anche disposti ad andare oltre al massimale di 1.500 pazienti per Mmg come ci viene richiesto da diverse amministrazioni, ma la condizione necessaria è che ci sia una rete organizzativa di supporto al nostro lavoro”.
Nel collocare le Case di Comunità sul territorio è necessario pensare alle esigenze di ogni territorio, a prescindere dalle macroaree
Quanto all’attuazione del Pnrr, nel collocare le Case di Comunità sul territorio uno dei nodi da sciogliere è pensare alle esigenze di ogni singolo comune, “attraverso un approccio ‘sartoriale’ che prescinda dalle macroaree”, ha aggiunto il medico. Che ha poi evidenziato come la riorganizzazione della rete di assistenza sanitaria sia fondamentale e prioritaria rispetto alla creazione di nuove Case di Comunità. Perché, ha detto D’Ingianna, “è prioritario migliorare l’assistenza sanitaria primaria rispetto a quella secondaria espressa dalle CdC. L’urgenza è accentuare la prossimità delle cure. Auspico che Andrea Costa possa attivare un Tavolo di sintesi che riesca a semplificare e attuare una vera e propria prossimità sanitaria legata alle esigenze specifiche dei singoli territori”.
Nuovi criteri per il riparto del Fondo sanitario Nazionale
Contrastare la desertificazione sanitaria parte dal rendere palese ed evidente la sua esistenza e soprattutto la sua gravità territorio per territorio. È questa la proposta espressa da Giovanni Baglio, dirigente dell’Unità operativa complessa Ricerca, PNE e rapporti internazionali dell’Agenzia nazionale per i Servizi sanitari regionali (Agenas).
“A mio avviso sono diverse le azioni da mettere in atto – ha detto Baglio – Da un lato riprogrammare la disponibilità deli servizi sanitari, intesi come professionisti, strutture ecc. Dall’altro guardare alla qualità dei servizi erogati dalle strutture del territorio. Erogare servizi inadeguati è anch’essa una forma di desertificazione”. E poi c’è la questione dell’equità: ancora troppa è la disparità di accesso alle cure e alla prevenzione.
La capacità di mappare la desertificazione dovrebbe diventare un criterio per una differente ripartizione del Fondo sanitario nazionale (Fsn), per contrastare la povertà sanitaria
Ha proposto Baglio: “Come Agenas vogliamo diffondere quanto più possibile la fotografia di questa desertificazione sanitaria. Con il progetto Oasis stiamo mettendo a punto indicatori che auspichiamo possano arrivare a misurare il singolo distretto sanitario. L’obiettivo ultimo è che la capacità di mappare la desertificazione possa diventare un criterio per una differente ripartizione del Fondo sanitario nazionale (Fsn) per contrastare la povertà sanitaria”.
Telemedicina: sì, però…
Altro tema toccato nell’evento è quello della telemedicina come possibile strumento per contrastare la desertificazione sanitaria dipinta dal report. Ma la telemedicina può essere davvero un driver della prossimità delle cure? Non si scontra, ancora, con problematiche infrastrutturali e culturali ostative al suo utilizzo?
Secondo Francesco Gabbrielli, direttore del Centro nazionale per la Telemedicina e le nuove tecnologie assistenziali dell’Istituto Superiore di Sanità: “Il concetto di sartorialità dei progetti è molto calzante anche quando si parla di telemedicina. Non esiste una tecnologia che risolve i problemi. Sono i professionisti della sanità che, se sanno utilizzare bene la tecnologia, riescono a trovare risposte nuove per problemi vecchi. E sappiamo quanto siano annosi quelli relativi alla sanità territoriale.
Non esiste una tecnologia che risolve i problemi. Sono i professionisti della sanità che, se sanno utilizzare bene la tecnologia, riescono a trovare risposte nuove per problemi vecchi
È solo che da qualche tempo a questa parte si sono resi evidenti agli occhi di tutti. Che il Fascicolo Sanitario Elettronico non funzioni nella pratica clinica (perché progettato principalmente per questioni amministrative e non cliniche) è noto da anni. Così come il fatto che sulle isole e sui monti ci sia carenza di linea a banda larga. Una banda larga che, parlando di salute, apporta un’utilità molto maggiore in questi luoghi rispetto ai grandi centri abitati. Perché ad esempio consente di condividere referti clinici che diversamente sarebbe molto più difficile riuscire a far arrivare allo specialista localizzato in ospedali lontani decine di chilometri dal luogo di residenza del paziente”.
Ma non è tutto. Anche in condizioni infrastrutturali non ottimali e con device non di ultima generazione la telemedicina può trovare una valida espressione nella riabilitazione domiciliare e nel teleconsulto, ha ricordato l’esperto dell’Iss. Così come può fare moltissimo anche per garantire la continuità assistenziale dei pazienti cronici. A patto che non sia intesa come “l’opportunità di ridurre i costi della sanità, ma come lo strumento utile per riuscire a fare qualcosa che prima non era possibile”. Quanto alle televisite, molto resta ancora da fare perché oltre a una linea internet ben funzionante occorre che sia il medico che il paziente possano dialogare attraverso dispositivi in grado di acquisire immagini e dati sanitari ad alta qualità. Lato paziente, ciò potrebbe iniziare a realizzarsi con l’apertura di servizi territoriali ad hoc presso le farmacie territoriali.
La miglior presa in carico di un singolo paziente con degenerazione maculare legata all’età (AMD) porterebbe a un risparmio di risorse di quasi 24.000€ su una stima lifetime pro capite. È questo il risultato dell’indagine condotta dall’Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi sanitari – Facoltà di Economia nel campus di Roma dell’Università Cattolica (ALTEMS) con il supporto non condizionato di Roche Italia.
Lo studio condotto dall’ALTEMS ha permesso di quantificare l’impatto economico della gestione del paziente affetto da degenerazione maculare senile sul Servizio Sanitario Nazionale e sull’intera società, ma anche di identificare i punti sui quali far leva per garantire una miglior presa in carico di questi pazienti.
La degenerazione maculare legata all’età è tra le prime 5 cause di cecità nei paesi industrializzati per i soggetti di età superiore ai 65 anni
La degenerazione maculare legata all’età è tra le prime cinque cause di cecità nei paesi industrializzati per i soggetti di età superiore ai 65 anni e comporta una significativa diminuzione della capacità visiva. Per questo motivo ha un impatto importante sulla qualità di vita di questi pazienti, che non sono più in grado di svolgere azioni quotidiane essenziali e secondarie. In Italia, la forma avanzata, cosiddetta “neovascolare” (nAMD), colpisce prevalentemente fasce d’età (65-69 anni e over 85) in cui le persone sono già fragili, perché presentano un elevato tasso di comorbidità tra cui ipertensione, dislipidemie e diabete.
La nAMD si caratterizza per una perdita della vista rapida, i cui danni non regrediscono. L’unica soluzione al momento disponibile è rappresentata dalle iniezioni intravitreali con trattamenti antagonisti del fattore di crescita endoteliale vascolare (anti-VEGF) che permettono di ottenere un forte rallentamento della progressione della malattia. Tuttavia, questi trattamenti sono efficaci solo se somministrati in maniera stabile e continuativa nel tempo. Ad oggi però, secondo le stime, molti pazienti non si presentano ai follow up, soprattutto per paura delle iniezioni e a causa delle frequenti visite. La mancata aderenza alle terapie ha un peso economico ma anche sociale, per il paziente e per l’intero sistema.
Secondo l’indagine condotta da Altems, nell’attuale pratica clinica italiana il peso economico per ogni singolo paziente affetto da nAMD, su un orizzonte life-time, è pari a € 60.017,94. Il maggior dispendio di risorse è associato ai costisociali, che rappresentano il 67,83% della spesa e, in parte anche, al trattamento farmacologico (il 16,58% del totale). Oltre al costo, l’indagine tiene conto anche del tempo impiegato dal paziente e dal caregiver per ogni singolo episodio terapeutico: almeno 5 ore per singola iniezione.
Il maggior dispendio di risorse è associato ai costi sociali (oltre il 67% della spesa) e al trattamento farmacologico (oltre il 16%)
In una situazione di presa in carico ottimale del paziente con nAMD, basata su una migliore aderenza alle terapie farmacologiche, la spesa complessiva stimata diminuisce drasticamente (€ 36.068). L’indagine, facendo quindi un confronto tra lo scenario attuale e quello ottimale, fa emergere chiaramente come una miglior presa in carico del paziente permetterebbe un risparmio di risorse, abbattendo principalmente i costi sociali. Una miglior risposta e aderenza alle terapie da parte del paziente si traduce, nel concreto, nella riduzione dell’indennità pensionistica e di accompagnamento, che sono oggi riconosciute ai pazienti ipovedenti o con ridotta capacità visiva. Questo risparmio, calcolato su un orizzonte temporale life-time, compenserebbe l’aumento dei costi relativi alla spesa farmacologica, alla somministrazione della terapia e al follow-up del paziente nel lungo termine. Inoltre, il paziente sarebbe monitorato in maniera più idonea, riducendo così il tasso di abbandono della terapia.
Un percorso di presa in carico inappropropiato comporta inefficienze economiche e contribuisce negativamente alla qualità di vita di paziente e caregiver, con i relativi costi associati
“La ricerca evidenzia come un percorso di presa in carico se declinato in modo inappropriato, non solo comporta inefficienze economiche ma contribuisce negativamente alla qualità della vita di paziente e caregiver e ai relativi costi associati. Infatti, il rapporto conferma l’importanza di assicurare condizioni di massima aderenza alle terapie al fine di garantire appropriatezza clinica ed economica, e ci ricorda l’importanza di garantire un’assistenza integrata al paziente attraverso modelli di presa in carico focalizzati sulla diagnosi precoce e sull’appropriatezza terapeutica” commenta il Prof. Stanislao Rizzo, Ordinario di Malattie dell’Apparato Visivo alla Facoltà di Medicina e chirurgia dell’Università Cattolica e Direttore della UOC di Oculistica dellaFondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS.
L’indagine identifica anche quattro importanti punti sui quali far leva per garantire una presa in carico integrata e basata sul valore, utili per definire le strategie future:
Acquisire consapevolezza sull’attuale presa in carico dei pazienti con maculopatia e il relativo impatto economico e sociale da parte di tutti gli stakeholder coinvolti
Costruire una presa in carico integrata riducendo le disuguaglianze
Favorire condizioni di massima appropriatezza (ad es. massima aderenza terapeutica)
Misurare l’impatto degli investimenti sanitari in base al valore generato all’interno del percorso di presa in carico
“Considerando quanto emerso dalla ricerca ALTEMS e che la quasi totalità dei pazienti con maculopatia convive con almeno un’ulteriore comorbidità, riteniamo fondamentale assicurare la partecipazione attiva dei pazienti nella ricerca e sviluppo dei modelli di presa in carico. Questo coinvolgimento deve essere operato con la consapevolezza che il paziente ed il suo caregiver sono gli unici che possono restituire un punto di vista sulla patologia, in quanto vissuto in prima persona. Inoltre, all’interno di una patologia caratterizzata da frequenti ingressi in ospedale per controlli e trattamenti è fondamentale capire quanto tempo il paziente trascorre all’interno delle strutture, a maggior ragione se questo ha un impatto sul totale costo della presa in carico del paziente, e sull’impegno psicofisico del paziente”, ha dichiarato Assia Andrao, Presidente Retina Italia.
L’analisi evidenzia la necessità di una pianificazione strategica degli investimenti integrata tra sfera sanitaria e sfera sociale, da misurare in base al valore generato nel percorso complessivo di presa in carico
Questo il commento del Prof. Americo Cicchetti, Ordinario di Organizzazione Aziendale alla facoltà di Economia dell’Università cattolica e direttore dell’ALTEMS: “Il rapporto fa emergere chiare necessità legate alla sfera economica e di investimento. Da un lato è indispensabile favorire una pianificazione strategica degli investimenti sempre più integrata tra la sfera sanitaria e quella sociale. Dall’altro è necessario misurare l’impatto dell’investimento sanitario in base al valore generato all’interno del percorso di presa in carico”.
L’indagine, identificando i punti sui quali far leva per una miglior presa in carico, lascia aperta la possibilità di individuare nuove soluzioni per il futuro.
“La fotografia presentata da questo studio evidenzia quanto sia importante acquisire consapevolezza sull’attuale presa in carico dei pazienti con maculopatia ed il relativo impatto economico e sociale. Occorre definire indirizzi politico-istituzionali tesi al miglioramento della presa in carico dei pazienti: l’assistenza dovrebbe assicurare la continuità tra ospedale e territorio, condizioni di massima appropriatezza clinica ed organizzativa, dialogo continuo e partecipato tra tutti gli stakeholders ed i ministeri coinvolti” commenta la Senatrice Elisa Pirro, membro della Commissione Affari sociali del Senato.
“Lo scenario attuale ci mostra come le maculopatie e il loro peso sociale ed economico, per il paziente e il caregiver, siano ancora poco riconosciute. Come emerge chiaramente dall’analisi di ALTEMS, si tratta patologie croniche ancora non riconosciute come tali. Proprio per questo l’assistenza che dovrebbe essere fornita a questi pazienti, dovrebbe avere direttrici legislative chiare ed efficaci. Con questa consapevolezza ci impegneremo per costruire una direttrice assistenziale che vada maggiormente incontro alle esigenze di tutte le parti coinvolte”, conclude l’Onorevole Simona Loizzo, membro della Commissione Affari sociali della Camera.
“L’esperienza di questi anni, oltre che quella dei decenni precedenti, legati alle criticità irrisolte del SSN, riaffermano la valenza della urgenza di competenze e professionalità come fattori di successo imprescindibili per ogni progettualità. Il parallelismo critico tra pianificazione, programmazione e attuazione ha visto sin troppo mancare obiettivi di efficienza ed efficacia, vanificando i pure accennati tentativi di razionalizzazione dell’offerta secondo canoni e modelli di governo consapevole rispetto a cosa dovesse costituire prestazione sanitaria da assicurare rispetto ai LEA e con quale appropriata spesa”.
A parlare è Giuseppe Melone, economista e manager sanitario, professore a contratto di Organizzazione delle Aziende Sanitarie presso l’Università degli Studi Unitelma Sapienza di Roma, da pochi giorni il libreria con il nuovo libro Scenari e modelli di governo, organizzazione e management del sistema sanitario italiano tra pandemia e PNRR (Maggioli Editore).
“Ma l’umanità del post Covid oggi chiede cose diverse, rivendica una sua idea di tutela della salute che si condisce di significati essenziali di sicurezza e presa in carico, di assunzione dell’onere di allestire e mantenere una rete assistenziale sanitaria di “prossimità” in grado di raggiungere il paziente in tempi consoni e assicurare le cure più efficaci, appropriate e tempestive. Logiche di One Health devono quindi entrare massivamente in campo e contribuire a delineare scenari di assistenza sanitaria inclusiva, con disegni di percorsi diagnostico terapeutico assistenziali che travalichino le mura ospedaliere e le realtà sanitarie territoriali per spingersi stabilmente nel contesto del vissuto domestico del paziente, secondo profili graduali di complessità per intensità di cure, nel contesto della piena appropriatezza della presa in carico. Se è vero allora che la pandemia ha scompaginato il percorso fisiologico e gli assetti dell’umanità, rivendicando il supporto di nuovi profili e paradigmi fondanti di civiltà, in definitiva, non occorre altro che un nuovo novero di tutele, una moderna e più ampia idea generale di sanità per l’umanità del post Covid“.
Professor Melone, quali sono gli scenari che immagina per il SSN?
La pandemia ha posto in evidenza criticità del settore sanitario che hanno attraversato epoche e fasi diverse, da oltre quarant’anni, per storia, fasi politiche, evoluzioni del mondo sanitario e delle possibilità di cure, andamenti demografici di stratificazione della popolazione, esigenze finanziarie e di bilancio pubblico, impegni comunitari; tematiche tutte variamente e concentricamente incidenti sull’approccio alla tutela della salute, delineandone, nel corso del tempo, via via, una fisionomia che da un lato era ancorata al dettato costituzionale, come caposaldo di interesse diffuso e bene pubblico meritevole di tutela, ma dall’altro si manteneva piuttosto orfana di una organica e compiuta adozione consapevole di paradigmi di impianto, organizzazione e gestione, che fossero in grado di innestare efficacemente la logiche di azienda cui si è pure attinto dagli anni ’90, ovvero di quella qualità processiva eretta a sistema che consentisse di superare le complessità insite nel governo della offerta sanitaria altrimenti disarticolata e non omogenea sui territori regionali. Lo scenario che ci troviamo innanzi è figlio di scelte evolutesi nel tempo, protraendo tentativi reiterati di riforme, con luci e ombre, di approcci che hanno addirittura fatto rivedere l’impianto di spesa pubblica, da stanziamenti nazionali a compartecipazioni regionali, guardando a un federalismo che piuttosto che portare alla virtuosità di una “spesa standard”, ha codificato, di fatto, un’idea di “spesa possibile”, per come assumibile rispetto a un necessario quadro macroeconomico nazionale, alla cui base non è il fabbisogno sanitario standard dei territori a governare gli stanziamenti, ma le possibilità contingenti di spesa pubblica che risentono di molteplici fattori obiettivamente limitanti, rendendo difficile far crescere ulteriormente, ove in sostenibilità, la spesa sanitaria. La pandemia ha fatto il resto, solo enfatizzando i limiti dell’esistente.
Quali sono gli attori, i protagonisti di questi scenari?
Il libro pone evolutivamente l’andamento del SSN, toccando i suoi istituti e modelli paradigmatici, e soffermandosi sui passaggi di riforme più rilevanti, che, nel tempo, hanno disegnato un ruolo fondamentale, sul piano operativo, per le ASL, le Aziende Ospedaliere, gli IRCCS, le AOU e quindi tutto il mondo degli erogatori della cosiddetta sanità privata, accreditata e non; nel mentre, a livello di macro-sistema, esse hanno posto la centralità del rapporto Stato-Regioni, nel ruolo di fissazione dei LEA e stanziamento di risorse, per il primo, e di organizzatore e attuatore sui territori, per le seconde.
Al centro di tutto, si muovono chiaramente i protagonisti, in primis tutto il novero delle varie professionalità dei medici, e insieme a loro quelle infermieristiche, veri motori e artefici dello scenario e di ogni possibile opzione di successo, chiamati oggi ad assicurare evidenza qualitativa ed efficacia alle politiche e agli investimenti in ambito sanitario verso moderni setting assistenziali e di cure. Vi sono sulla scena, quindi, molteplici attori, istituzionali e professionali, tutti con ruoli di protagonismo, da esercitare in specifiche fasi e ambiti, ma tutte da conglobare in una lettura di scenario sistemico e adattivo al contempo, fortemente interrelato, in cui elementi gestionali, di programmazione e di organizzazione sanitaria, si devono fondere per poter costituire quell’architettura portante su cui innestare gli istituti previsti di recente dalla la Missione 6 Salute: dalle Case e Ospedali di Comunità, alla Telemedicina, a tutte le declinazioni poste con il DM 77, certamente tenendo al centro, da una parte gli ospedali, ma, dall’altra, un rinnovato ruolo del distretto, diremmo in versione 2.0, grazie specie a quella digitalizzazione e interoperabilità che ne dovrebbe caratterizzare il nuovo volto operativo e con esso la nuova centralità delle cure primarie e quindi della sanità quanto più prossima al paziente.
Come si colloca il SSN nel panorama europeo?
Lo sguardo verso l’Europa ha invero sempre posto, nel comune immaginario, il SSN in una condizione di quasi subalternità, specie rispetto al livello delle risorse investite rispetto al PIL che certamente vanno incrementate e rese oggetto di politiche specifiche; tuttavia, tenderei a dare una lettura un po’ diversa, maggiormente premiante e sistemica verso un SSN che, sul piano della qualità assistenziale e delle competenze e capacità delle professionalità sanitarie, nonostante le più contenute risorse, si pone ai primi posti a livello mondiale, insieme alla assoluta rilevanza della ricerca medica, sempre di alto impact factor e sempre allineata ai livelli di maggiore qualità, specie nel campo delle nuove opportunità rivenienti da quella traslazionale, che tanti passi avanti sta compiendo specie in ambiti di elevata complessità, fornendo nuove e avanzatissime opportunità diagnostiche e terapeutiche.
Non va sotteso, peraltro, come il nostro SSN mantenga la peculiarità tutta sua di fondare mirabilmente, prima che sulla condivisa matrice anglosassone di tipo Beveridge, su capisaldi valoriali unici, di forte caratterizzazione solidaristica, ecumenica ed evocativa, riveniente da quel felice accordo cristiano-sociale alla base dell’impianto della nostra Costituzione, che assicura ancora ad oggi tutele e principi etici, di equità e universalità cui occorre impegnarsi a garantire sempre la massima omogeneità su tutti i territori regionali, in una declinazione di LEA che non rischino di vedere ridimensionato il loro alveo di portata, cui quindi assicurare sempre idonee risorse.
Quale impatto ha avuto la pandemia sul SSN a livello di organizzazione e management?
Le scelte organizzative e di management durante la pandemia hanno visto il dover gestire urgenze senza precedenti, rispetto a uno scenario che per quanto potesse essere anche in parte prevedibile, non ha mostrato di possedere risposte sistemiche, immediate e adeguate, per risorse e dimensionamenti strutturali, nemmeno nelle aree solitamente a più alta qualità assistenziale del paese. Ratione temporis, sono saltate le limitazioni di spesa, vincoli di bilancio, l’onere di fare scelte allocative spesso alternative mosse solo da logiche di economia sanitaria, per dare spazio a interventi di urgente potenziamento e riorganizzazione di una offerta sanitaria che non ha trovato sempre la adeguata risposta concreta, marcando, da un lato, la difficoltà di scenario legata al complesso rapporto poco attuativo e poco sinergico tra la dimensione di governo centrale e quella regionale, spesso sia nelle soluzioni che nelle decisioni, nonché, da altro canto, generando pesanti gap assistenziali in ambiti anche molto complessi, fino all’abbandono delle cure, il cui recupero prestazionale è oggetto ancora delle odierne agende sanitarie dei sistemi sanitari di quasi tutte le regioni, in uno con la necessità di recupero degli ingenti incrementi di spesa straordinaria causata dalla pandemia, che hanno generato anche disavanzi ancora attuali nei bilanci regionali.
Cosa sta cambiando con il PNRR?
L’attualità dei nostri giorni, mentre cerchiamo di buttarci alle spalle la pandemia e le sue orribili conseguenze, pone al centro, rispetto a una necessaria ripresa di ordinarietà, elementi di criticità vuoi legati all’organizzazione del sistema, vuoi alla disponibilità di idonee risorse economiche che ne assicurino la sostenibilità. In tal senso, le politiche e gli stanziamenti straordinari posti in essere durante la pandemia hanno conferito una spinta propulsiva, certamente contingente, al ri-potenziamento e alla riorganizzazione delle strutture ospedaliere e quindi territoriali, tentando di recuperare rispetto a politiche che avevano cercato, spesso fondendo la causa con il problema, di razionalizzare la spesa sanitaria e il governo dell’offerta di prestazioni mediante una forte deospedalizzazione, con notevole perdita di posti letto, che portasse a un recupero di appropriatezza delle prestazioni, riportando al centro un fisiologico e virtuoso rapporto ospedale-territorio; la qual cosa si tenta, come principio generale, nuovamente oggi di attuare con le riforme del PNRR e del DM 77 ancorate agli investimenti previsti dalla Missione 6 – Salute del PNRR, il cui successo peraltro poggia particolarmente e prioritariamente, oltre che sulla rete di strutture, su un coinvolgimento effettivo e partecipe delle professionalità mediche e infermieristiche, da motivare idoneamente e da porre al centro, mediante un ascolto proattivo e interattivo delle loro istanze ed esigenze per poter al meglio assicurare il loro nodale contributo assistenziale.
Il tutto chiaramente calato in un contesto di allineamento pieno tra l’ambito statuale e quello regionale per assicurare un efficientismo dei progetti e dei correlati investimenti che realizzino pienamente la portata organica del PNRR.
Quali dal Suo punto di vista i principali problemi che attualmente affliggono il SSN? Quali vie d’uscita?
Il tema nodale resta quello della sostenibilità
Per quanto possa apparire semplicistico il tema nodale resta quello della sostenibilità. Certamente vanno portate a termine tutte le iniziative poste con la normazione specifica relativa alla pandemia, e di certo vanno completate azioni di riorganizzazione e potenziamento dei sistemi sanitari regionali da tempo ipotizzate, ma tutto questo aveva ed ha un costo, portando un denominatore comune di incremento di spesa a regime per il nuovo profilo del sistema sanitario.
Le politiche di deficit spending di fatto rese possibili durante la pandemia ora vanno cedendo il passo alla ripresa di ordinarietà dei conti e dei debiti, mentre l’ausilio del quantitative easing si va affievolendo, rispetto all’enorme debito pubblico italiano, che resta. Riecheggiano i parametri deficit/pil e debito/pil, e l’inflazione gioca il suo ruolo, nel mentre la crescita economica inizia finalmente a mostrare segnali di timida ripresa.
La pandemia ha generato una presa di coscienza a livello europeo circa la necessità di porre mano a un piano di aiuti senza precedenti, che ha visto nel Next Generation EU la sua linea maestra, seguita dal PNRR nella versione italiana, ma soprattutto ha posto un blocco al patto di stabilità, rendendo possibili politiche di aiuto e ristoro in totale disavanzo di spesa pubblica, secondo una linea del tutto straordinaria che non può non ritornare all’ordinario. Nel frattempo, la spinta del PNRR e delle sue missioni pone un’opportunità per tutti i Paesi membri dell’Europa e per l’Italia in particolare, obbligando a riforme strutturali che si dispieghino attraverso il conseguimento di milestone e target che dovrebbero connotare in senso più moderno ed efficiente il sistema Italia nel suo complesso, oltre che nei suoi gangli burocratici e valoriali anche più intimi.
Sul piano sanitario, le ingenti riforme della Missione 6 Salute hanno un carattere tuttavia di mero riassetto iniziale del nuovo profilo di sistema sanitario, potendo supportare la linea degli investimenti strutturali e non già quella dei costi di funzionamento. Di talché, a regime, il nostro SSN presenterà costi di gestione molto maggiori, nell’ordine di alcune decine di miliardi di euro, cui dover far fronte, ed in ciò certamente una delle più nodali problematiche da affrontare. Al contempo restano sul tappeto tematiche legate alle criticità relative alle carenze strutturali di personale, con l’onere di rivedere i sistemi di formazione specie del personale medico, impattando non tanto e non solo sul numero chiuso dei corsi di laurea, quanto sull’ambito delle specializzazioni specie per gli abiti dell’emergenza-urgenza.
A livello operativo di gestione si continua ad essere alla ricerca di innalzamenti di qualità e sicurezza, in uno a recuperi di efficienza, a livello sia di aziende sanitarie che ospedaliere, peraltro in una fase di contingenze internazionali non agevole, nella quale risulta arduo coniugare la sostenibilità economica con la completa assicurazione di livelli essenziali di assistenza che si fanno sempre più complessi e ad elevata spesa. Il tutto mentre le attese dell’utenza, nel post pandemia, vedono prevalere una connotazione di tutela della salute piuttosto intesa come bisogno di sicurezza sociale e come esigenza di prossimità delle cure e di presa in carico, cui contribuisce fortemente anche la stratificazione demografica di una popolazione sempre più anziana che pone fortemente il tema dell’assistenza alla cronicità.
Occorre, quindi, con idonei e graduali passaggi, riassettare e ristrutturare il sistema, adeguatamente potenziandolo e ponendo al centro un rapporto virtuoso ospedale-territorio, in un preciso disegno assistenziale pre e post ospedaliero, con l’appropriatezza al centro, ma occorre al contempo avviare un percorso innovativo, anche culturale, sul piano delle logiche e politiche di spesa pubblica – ovviamente con la necessaria sostenibilità ed equilibrio -, per portare la logica della spesa pubblica sanitaria fuori dal suo steccato originario, conferendole una valenza più ampia di spesa per sicurezza generale e sociale, quale fulcro nodale di uno stato moderno, che tenga a mente l’esperienza pandemica, e che, nell’era post pandemica, abbracci un orizzonte strategico a carattere molto più portante e di assetto fondativo di un nuovo profilo di stato sociale, in cui la tutela della salute veda riconosciuta la sua intima funzione e strategicità sociale, come asset valoriale a beneficio della collettività intera.
L’Anaao Assomed promuove una campagna di sensibilizzazione contro le ricorrenti aggressioni ai danni dei medici e degli altri operatori sanitari chiamando anche i cittadini a collaborare.
“In questi giorni – afferma Pierino Di Silverio, Segretario Nazionale Anaao Assomed – sono stati proposti numerosi interventi, prevalentemente a carattere repressivo e di deterrenza, per arginare un fenomeno sempre più dilagante, che preoccupa la quotidianità del lavoro dei medici. L’Anaao ha ribadito più volte la necessità prioritaria di cambiare la legge del 2020 per rendere gli interventi più immediati ed efficaci”. “Ma – aggiunge Di Silverio – vogliamo provare anche a ricostruire un rapporto in crisi, quello con il paziente, perché è anche da qui che si può ripartire per allentare le tensioni”.
“Siamo ben consapevoli delle difficoltà cui oggi è sottoposta la relazione medico-paziente. Lo stress quotidiano, la grave carenza di personale e la pessima organizzazione del lavoro caratterizzata dal crescente peggioramento delle condizioni in cui viene svolto, ci mettono continuamente all’angolo e ci impediscono di esercitare al meglio la nostra professione, che è fatta anche di tempo per il paziente, di disponibilità all’ascolto, di attenzione al dolore, di empatia con chi a noi si rivolge in momenti di sofferenza. Condizioni che diventano sempre più difficili”.
Ma anche il paziente può svolgere un ruolo attivo. “Per questo – conclude Di Silverio – abbiamo attivato una rete di contatti con le Associazioni dei pazienti e dei rappresentanti dei cittadini per poter concordare le modalità per rafforzare questa relazione all’interno della alleanza terapeutica ,parte essenziale del nostro codice deontologico, e accorciare le distanze tra chi cura e chi è curato”. “Abbiamo invitato i nostri iscritti a esporre sui camici il claim e a fare tutto quanto è nelle loro possibilità per ridurre le tensioni. Un piccolo segnale che ci auguriamo venga colto e accolto dai nostri pazienti”.
La ricerca sempre di più si declina al maschile e al femminile. Nella comunità scientifica crescono le azioni finalizzate a connotare un approccio alla ricerca capace di descriverne le ricadute nelle differenze di genere. Secondo il primo dei documenti approvati dall’Osservatorio dedicato alla Medicina di Genere (MdG), che si è riunito ieri all’Istituto Superiore di Sanità in sessione plenaria, in cui sono descritte le principali attività di un campione di Società scientifiche e Associazioni tecnico-scientifiche delle professioni sanitarie, oltre la metà di esse (53%) ha istituito gruppi di lavoro specifici sulla MdG e ha organizzato sessioni specifiche nei propri convegni (53%), mentre survey specifiche sono state predisposte dal 31% delle Società coinvolte e il 9% ha pubblicato rubriche e opuscoli divulgativi sulla tematica.
I due documenti di indirizzo approvati nella seduta sottolineano la necessità di tener conto dei determinanti di sesso e genere nei protocolli di ricerca così come negli aggiornamenti delle Linee Guida Nazionali. “Questi dati indicano che nella comunità scientifica cresce la consapevolezza dell’importanza di costruire il futuro della conoscenza biomedica alla luce delle differenze di genere – afferma Silvio Brusaferro, Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità – Il lavoro dell’Osservatorio, oltre che a monitorare che avvengano azioni in questa direzione, sarà importante nel creare una base comune di lavoro per la realizzazione concreata della medicina di genere in tutti gli ambiti socio-sanitari in cui questo approccio è in grado di fare la differenza”.
Il secondo testo licenziato ieri consiste in un documento di indirizzo con indicazioni pratiche e concrete per predisporre protocolli di ricerca pre-clinica e clinico-epidemiologica che tengano conto dei determinanti di sesso/genere. Tra i principali quesiti necessari per la predisposizione di un protocollo di ricerca: quali sono i principali fattori alla base delle differenze di sesso e genere? Ci sono differenze tra le cellule maschili e femminili? In un laboratorio di ricerca come si devono coltivare le cellule per non interferire su queste differenze? Come si devono stabulare gli animali per evidenziare differenze di sesso? Quali sono i modelli da utilizzare per capire i meccanismi alla base delle differenze? Queste sono solo alcune delle domande a cui, in modo sintetico e concreto, nel documento si cerca di dare una risposta per facilitare il lavoro dei ricercatori e per costruire un paradigma comune perché la ricerca proceda sempre nel rispetto delle differenze.
“La situazione pandemica da Sars-Cov-2, pur essendo giunta ad una svolta con caratteri epidemici, non autorizza ad un allentamento dell’attenzione. I dati diffusi dal Ministero della Salute a dicembre 2022 evidenziano, su base settimanale, un rassicurante calo del 21,2% dei contagi ma un preoccupante incremento dei decessi dell’11% con 798 casi in sette giorni. Così Leonida Iannantuoni Presidente dell’Associazione Società Scientifica Interdisciplinare e di Medicina di Famiglia e di Comunità (Assimefac) e Giovanni B. D’Errico Presidente CTS Assimefac annunciano la pubblicazione della guida per i medici di medicina generale in merito alla terapia domiciliare del paziente Sars-Cov-2.
“In epoca di globalizzazione, al fine di scongiurare e prevenire un nuovo e drammatico focolaio globale, si attenzioni la severa situazione della Cina ove, nell’arco di venti giorni, si sono verificati 248 milioni di nuovi casi. L’aggiornamento della guida vuole focalizzarsi sulla terapia domiciliare del paziente affetto da Sars-CoV-2, prendendo in considerazione l’utilizzo corretto dei Fans (antinfiammatori non steroidei) e degli antivirali utilizzabili dal medico di medicina generale”.