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Aiom: “Il nuovo Piano Oncologico può migliorare l’assistenza dalla prevenzione all’assistenza domiciliare, ora servono risorse”

“Siamo soddisfatti per l’approvazione del nuovo Piano Oncologico Nazionale da parte della Conferenza Stato-Regioni. Si tratta di un tassello importante nell’impegno contro i tumori. Nel 2022, in Italia, sono state stimate 390.700 nuove diagnosi. In due anni, l’incremento è stato di 14.100 casi. L’oncologia è un cardine del Servizio Sanitario Nazionale, ma deve essere sostenuta con misure strutturali, come quelle delineate nel Piano. Ora servono risorse adeguate. È infatti ancora in corso la proposta normativa per il finanziamento del Piano con un fondo pari a 20 milioni di euro per gli anni 2023 e 2024. Questa cifra contenuta nel decreto milleproroghe è una base di partenza da incrementare”. Lo afferma Saverio Cinieri, Presidente dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM).

“I punti chiave di questo documento programmatico sono prevenzione, percorsi di cura chiari ed omogenei, attenzione al malato e a chi lo assiste a 360 gradi – afferma Saverio Cinieri -. Senza dimenticare la digitalizzazione per snellire la burocrazia, l’assistenza sempre più domiciliare e integrata con l’ospedale, i servizi territoriali e i percorsi riabilitativi e mirati non solo al recupero fisico ma anche al reinserimento nei luoghi di lavoro. Hanno un ruolo importante anche la formazione degli operatori sanitari e le campagne informative per i cittadini, il supporto nutrizionale e psicologico, l’ampliamento delle fasce di età per gli screening, le cure palliative a domicilio e il potenziamento delle coperture vaccinali”.

“La nostra Società scientifica ha sempre evidenziato l’importanza della prevenzione, la prima arma nel contrasto dei tumori, visto che il 40% dei casi può essere evitato agendo su fattori di rischio prevenibili – continua il Presidente Cinieri -. L’altra importante questione, finora irrisolta, riguarda il potenziamento del territorio e la necessità di investire nell’assistenza oncologica domiciliare. Avvicinare le cure alle persone ne facilita anche l’accessibilità, impatta sull’aspettativa di vita e favorisce risparmi per i pazienti, troppo spesso impoveriti dopo la diagnosi di tumore. In Italia meno del 70% delle Oncologie può contare sull’assistenza domiciliare. Ci auguriamo che l’adozione del nuovo Piano rappresenti uno stimolo per migliorare i livelli di cura dei nostri pazienti”.

Forte crescita della logistica healthcare, +7,9%. Triplicato in 10 anni l’outsourcing della logistica ospedaliera

Le sfide che stanno interessando la Logistica hanno innescato la ricerca di nuovi equilibri della catena di fornitura anche nel settore Healthcare. In particolare, dall’analisi dei flussi del settore emergono alcuni trend interessanti. Dopo la lieve flessione del 2021, torna a crescere in maniera sensibile il numero delle spedizioni: +7,9% nel 2022 rispetto all’anno precedente. Cresce dell’8,1% il numero di colli spediti e del 10,8% il peso complessivo movimentato. Nel 2022 si registra una crescita dei volumi diretti alle farmacie, che assorbono il 30% dei colli totali, in crescita di sei punti percentuali, ma il canale maggiormente servito si conferma essere quello ospedaliero (47%). La Lombardia si conferma essere il punto di origine per due terzi dei flussi e le prime cinque regioni per assorbimento restano Lombardia, Lazio, Campania, Toscana e Veneto. Sul fronte delle temperature, si arresta la crescita dei volumi gestiti a temperature più stringenti: dal 3% del 2021 all’1% del 2022 per le merci sottozero, 14% per i volumi dai 2 agli 8 gradi (-1%), mentre crescono quelli sotto i 25°, si passa dal 78% del 2021 all’81% del 2022.

Cresce sensibilmente, negli ultimi 10 anni, la quota di spesa legata all’acquisto in outsourcing di servizi e attività di Logistica ospedaliera. Nel 2022 la spesa complessiva per la logistica delle 1045 strutture ospedaliere censite, sia pubbliche che private, è stimata pari a 650 milioni di euro. Attorno al 12% la quota che è stata assegnata in outsourcing. Nel 2012 ammontava al 4%. Sono stati mappati 219 contratti stipulati, dal 2009 al 2022, con strutture sanitarie pubbliche per l’acquisto in outsourcing di servizi e attività di Logistica ospedaliera, per un valore complessivo di 585 milioni di euro. 22 i bandi ancora aperti a settembre 2022, per un valore di 213 milioni di euro, corrispondenti a poco meno del 40% del valore complessivo dei contratti analizzati. Anche nei bandi aperti si conferma la crescente propensione ad esternalizzare il servizio di Logistica integrata.

Sono i risultati dell’indagine sulla Logistica nel settore Healthcare realizzata dell’Osservatorio Contract Logistics “Gino Marchet” della School of Management del Politecnico di Milano, in collaborazione con Consorzio Dafne, presentata oggi durante il convegno online “Logistica Healthcare: nuovi equilibri per vincere la sfida della capacità”.

Melacini-Marco

“Negli ultimi due anni la Logistica è stata messa a dura prova, a partire dal 2020 con l’inizio della pandemia Covid-19, fino al 2022, con lo scoppio di un conflitto alle porte dell’Europa – spiega Marco Melacini, Direttore Scientifico dell’Osservatorio Contract Logistics -. Numerosi i fattori e i cambiamenti che il settore si è trovato ad affrontare: scarsità di capacità operativa, rallentamenti nelle supply chain internazionali, scarsa accessibilità a materie prime, aumento dei costi dei principali fattori produttivi, in particolare carburanti ed energia. Queste sfide stanno interessando anche la Logistica del settore Healthcare, in cui vediamo concretizzarsi la ricerca di nuovi equilibri della catena di fornitura, al fine di garantire continuità e sostenibilità alla filiera.”

Damiano Frosi

“Il settore della Logistica si conferma centrale nell’ambito dell’Healthcare – afferma Damiano Frosi, Direttore dell’Osservatorio Contract Logistics -. L’uscita dalla pandemia non ha comportato una diminuzione dei flussi, anzi. Nel 2022 sono aumentati numero delle spedizioni, numero dei colli e peso dei volumi movimentati. Con un forte aumento delle farmacie come terminale delle consegne. Queste dinamiche hanno portato le aziende del settore a riflettere maggiormente sulla sostenibilità, in particolare in riferimento all’impatto ambientale della Logistica. In questo senso, oltre all’esplorazione di nuove soluzioni, come ad esempio mezzi ad alimentazione alternativa (gas naturale, elettrico) o mezzi refrigerati dotati di pannelli fotovoltaici, emerge la volontà di sperimentare nuovi modelli di distribuzione e si registrano investimenti in asset logistici nelle regioni con il maggior assorbimento dei flussi (Lombardia, Lazio e Toscana)”.

La Logistica ospedaliera

Crescono nel tempo i contratti di logistica, così come il loro valore complessivo. L’Osservatorio ha mappato 219 contratti stipulati dal 2009 al 2022 con strutture sanitarie pubbliche per l’acquisto in outsourcing di servizi e attività di Logistica ospedaliera, per un valore complessivo di 585 milioni di euro. Solo l’1% dei contratti è stipulato con Aree Vaste, con un peso però molto significativo sull’importo complessivo dei contratti (72%). Escludendo i contratti con Area Vasta, si conferma il trend crescente sulla numerosità dei contratti, con un picco nel 2021, ma emerge un aumento degli importi complessivi già dal 2018. Cresce nel tempo anche la spesa annua sostenuta dalle strutture ospedaliere per l’acquisto di servizi logistici dall’esterno, in modo significativo tra il 2017 e il 2018 e tra il 2020 e il 2021. Oltre la metà dei contratti interessa la gestione del magazzino ospedaliero, mentre solo il 6% prevede un servizio di Logistica integrata, dato comunque positivo che manifesta un aumento di consapevolezza e un diverso approccio rispetto al passato. Dei 22 bandi aperti individuati dall’Osservatorio, per un valore di 213 milioni di euro, il 50% riguarda la gestione del magazzino ospedaliero, il 27% la Logistica integrata, il 9% il trasporto in ospedale e il 5% l’Handling interno all’ospedale.

Maria Pavesi

“La gestione degli approvvigionamenti delle strutture ospedaliere rappresenta un elemento di criticità all’interno della filiera Healthcareafferma Maria Pavesi, Ricercatrice dell’Osservatorio Contract Logistics -. I magazzini sono spesso difficilmente raggiungibili e non di facile accesso, si trovano solitamente in spazi non dedicati. Ci sono poi criticità nella gestione informatica e nella tracciabilità dei farmaci e nelle modalità di rendicontazione per alcuni nuclei. Negli ultimi anni, però, anche nelle strutture ospedaliere si riscontra un cambiamento nell’approccio alla Logistica. Cresce, infatti, l’acquisto di servizi logistici dall’esterno, segno di una sempre maggiore maturità del settore e di una conseguente maggiore valorizzazione dei servizi”.

SSN: la Società Italiana d’Igiene richiama l’attenzione su incremento e ottimizzazione risorse per Sanità

Gli Atomic Scientist per la prima volta hanno reso pubblico il loro timore di un “Armageddon” sempre più vicino per il mondo intero a causa della pandemia, del clima e della guerra. È una notizia che deve “colpire” non solo per la sua intrinseca drammaticità, ma anche per il fatto che sarebbe un’apocalisse totalmente imputabile a specifiche scelte. Un paragone che potrebbe apparire azzardato ma che, secondo la Società Italiana di Igiene, facilita la comprensione di quello che potrebbe accadere al Servizio Sanitario Nazionale.

“Il timore di un’ ‘Apocalisse’, sempre più vicino, per il nostro Servizio Sanitario Nazionale è più che una semplice possibilità. Ad invarianza di azioni è quasi una certezza – dichiara la Prof.ssa Roberta Siliquini, Presidente della Società Italiana d’Igiene È  necessario, quindi, mettere in atto, al più presto, correttivi di breve ma anche di medio-lungo termine: servono risorse e programmazione che tengano conto non solo del desolante stato dell’arte, ma anche dei bisogni di salute futuri che non potranno che aumentare, dato l’invecchiamento costante della popolazione ed il mancato investimento nella prevenzione. Diversamente, lo scotto che pagheremo sarà troppo alto per poter essere sottaciuto. Assisteremo ad un ridimensionamento di quei valori che sono alla base del nostro SSN: universalismo, equità, territorialità e globalità”.

“Carenza di professionisti sanitari, strutture e tecnologie spesso obsolete, piattaforme informatiche che non colloquiano tra loro, scarsa attenzione al territorio ed alla prevenzione e limitati investimenti. Sono solo alcuni dei problemi che affliggono i nostri Servizi, rendendo spesso vana la qualità eccellente e la dedizione di chi lavora all’interno del Servizio pubblico” continua la Presidente Siliquini. “Di conseguenza, sempre più cittadini abbandonano quest’ultimo, sottoscrivendo un’assicurazione sanitaria e rivolgendosi a Cliniche ed Ospedali privati.”

Ciò è testimoniato dall’aumento della spesa out of pocket che, nel 2021, secondo i dati provenienti dalla Ragioneria di Stato, ha superato i 37 miliardi di euro. Questo sistema, però, non garantisce equità nell’accesso alle cure, essendo riservato solo a chi può permettersi di sostenere tali spese. Gli investimenti sulla Sanità sono tra i più bassi nei Paesi OCSE. Dopo il picco della spesa emergenziale degli anni 2020 e 2021, a causa della pandemia da Covid-19, assistiamo ad un ridimensionamento della crescita della spesa sanitaria fino ad un suo contenimento che, secondo le stime, proseguirà fino al 2024 (previsto un 6,3% del PIL).

Il personale sanitario attivo nel SSN ha, almeno nel 50% dei casi, più di 55 anni, la percentuale più alta d’Europa, superiore di oltre 16 punti alla media OCSE, secondo dati ONMCEO. L’aumento delle borse di specializzazione porterà negli anni a venire ad una riduzione dell’età media del personale medico, ma in maniera diseguale. Bisogna infatti considerare che molte borse non sono state assegnate, soprattutto per quelle specializzazioni che espongono maggiormente i medici a carichi di lavoro eccessivi e al rischio di contenziosi legali.

La Società Italiana d’Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (SItI) richiama l’attenzione sulle inconfutabili problematiche che insidiano la tenuta del Servizio Sanitario Nazionale, e si propone come interlocutore per instaurare una collaborazione con il Governo al fine di definire un incremento e un’ottimizzazione delle risorse destinate alla Sanità. Ciò richiede una governance forte, un uso efficiente delle risorse stesse ed una migliore programmazione dei Servizi. È importante che tutte le parti interessate siano coinvolte al fine di garantire che il SSN rimanga in vita e sia in grado di fornire Servizi sanitari di qualità a tutti i cittadini.

Federsanità, Frittelli riconfermata presidente: “Sanità e sociale alleati per un SSN in evoluzione”

Con un programma improntato alla transizione verso un nuovo Servizio Sanitario Nazionale pronto a rispondere alle nuove esigenze della popolazione grazie a una migliore integrazione con il sociale: è così che Tiziana Frittelli, DG dell’AO San Giovanni Addolorata di Roma e Presidente di Federsanità Anci Lazio, appena riconfermata alla presidenza di Federsanità, guarda al futuro. Il VI Congresso Federsanità Nazionale, svoltosi ieri a Torino, è stato l’occasione per fare il punto sui molti problemi che affliggono la sanità italiana, a partire dalle sfide poste dalla gestione della cronicità, e sulle possibili soluzioni.

“Ringrazio tutti i miei colleghi direttori generali di ASL e AO provenienti da tutte le regioni italiane e i delegati delle Anci regionali – ha dichiarato Frittelli -. Proseguiremo tutti insieme il percorso avviato nel 2017 per valorizzare ancor di più oggi, e per i prossimi cinque anni, la missione istitutiva di Federsanità che è quella di realizzare in tutti i territori una Sanità di prossimità, vicina ai cittadini, orientata alla Salute in tutte le politiche e tesa a mettere a terra una reale integrazione sociosanitaria, fondata sul dialogo costante e costruttivo tra governance delle Direzioni strategiche ed enti locali, primi interlocutori dei cittadini in risposta ai propri bisogni di Salute”.

Nel suo discorso di insediamento, la presidente ha illustrato la propria visione della fase di cambiamento che il SSN sta attraversando:

“Alla complessità dei bisogni di salute e benessere da affrontare, corrisponde un’analoga complessità dei sistemi di risposta che occorre riorganizzare secondo il nuovo paradigma evolutivo. La richiesta di assistenza è sempre meno collegata a bisogni semplici e monodimensionali, spesso è invece legata a un complesso di patologie multiple, a volte correlate con non autosufficienze o disabilità, oppure con altre forme di fragilità e marginalità segnate da caratteri di forte disuguaglianza sociale. In questi casi la richiesta è quindi di una presa in carico globale e di una tipologia di assistenza non solo sanitaria ma anche di salute e benessere, una richiesta che arriva a comprendere anche aspetti riferiti al lavoro, all’istruzione, all’abitazione.

Il cambiamento organizzativo è il vero fattore da affrontare per sostenere le serie trasformazioni necessarie per creare risposte di salute complesse e multidimensionali

Il cambiamento organizzativo diventa quindi il vero fattore da affrontare per sostenere le serie trasformazioni necessarie per creare risposte di salute complesse e multidimensionali. I nostri attuali assetti organizzativi hanno estremo bisogno di convergere verso sistemi più evoluti e dinamici, capaci di interrompere l’annosa riproduzione dei tradizionali impianti divisionali da sempre largamente adottati.

Sistemi organizzativi dinamici e organizzati ‘a rete’, che sono di estrema importanza per il futuro. Si tratta di organizzazioni diverse, ibride, contaminate, in tensione positiva, che lavorano sui confini per ricomporre e non sulle fratture per continuare a suddividere e conservare. Procedendo lungo questa direzione si aprono scenari di grande rilievo, che riguardano anche la capacità di costruire competenze direzionali diverse per riuscire a mettere in campo risorse umane, professionali, economiche tecnologiche e strumentali appartenenti a enti diversi ma che perseguono le stesse finalità“.

Temi chiave per il SSN del (prossimo) futuro: l’adeguatezza delle risorse e la qualità dell’assistenza. “Non si tratta di richiedere più risorse, più strumenti e più personale perché ‘così non ci si fa più’, e ricercare di conseguenza una quota percentuale del PIL che sia migliorativa dell’esistente ma in qualche modo sostenibile nel dibattito pubblico. Si tratta di ritrovare una relazione fondante tra risorse pubbliche e finalità costituzionali del SSN, una relazione aurea.

Occorre definire quali siano le risorse adeguate alla realizzazione dei Livelli essenziali

Occorre definire quali siano le risorse adeguate alla realizzazione dei Livelli essenziali; ma di Livelli essenziali evoluti e integrati perché posti in relazione alla reale complessità degli attuali bisogni di salute, che impongono non solo risposte alle patologie ma gestioni e assistenze sempre più complesse e multidimensionali delle persone, delle famiglie e dei loro contesti di vita.

È infatti proprio nella evoluzione dei Livelli essenziali integrati in risposta ai bisogni complessi di salute e di assistenza, che risiede la chiave di questo rapporto aureo con adeguate dotazioni finanziarie, strumentali e di personale con nuovi profili, nuove competenze, nuovi assetti organizzativi moderni ed evoluti”.

assemblea Federsanità ANCI

Ecco quindi cosa sperare e su cosa lavorare secondo Frittelli: “Federsanità-Anci è una confederazione di organizzazioni a carattere regionale che mette insieme le competenze e le dimensioni tecnico-professionali delle aziende sanitarie, con le competenze e le dimensioni politico-istituzionali degli enti locali. È stata questa la grande scelta fondativa degli anni ’90 che si è rinnovata nel tempo fino a questi giorni, e che deve trovare ulteriore fondamento nella transizione in corso del SSN e nelle trasformazioni che stanno vivendo le nostre comunità locali.

Questa doppia natura, operativa e istituzionale, è il sale della nostra associazione e non va mai smarrita per nessun motivo. D’altra parte è proprio questa doppia natura che ci colloca nelle attuali dinamiche così complesse e delicate, mettendoci al fianco di tutte le organizzazioni e di tutti gli operatori pubblici, e al fianco di tutti gli enti e di tutte le istituzioni impegnati nella ‘…tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività…’.

Esiste una relazione indissolubile tra qualità del personale, qualità dei finanziamenti e qualità delle cure e dell’assistenza

Per questo lavoriamo e speriamo in un rinnovato e rafforzato assetto istituzionale multilivello che coinvolga in modo permanente e persistente l’intero asse verticale dei poteri pubblici Stato, Regioni, Comuni, per la tenuta e lo sviluppo del Sistema sanitario nazionale integrato strutturalmente con le funzioni sociali. Un Sistema capace di evolvere verso forme organizzative e sistemi di servizio più adeguati alle complessità della nostra contemporaneità, ben consapevoli che esiste una relazione indissolubile tra qualità del personale, qualità dei finanziamenti e qualità delle cure e dell’assistenza.

La nostra grande confederazione di federazioni regionali può agire positivamente nel complesso sistema italiano per la salute, cercando di dare un proprio contributo per la sua tenuta e la sua evoluzione. La pluralità che è insita nel rapporto paritario e cooperativo tra le confederazioni regionali e con la confederazione nazionale, permette di trattare dimensioni di caratura generale portando a valore condiviso tutte le identità e i caratteri peculiari dei nostri territori e, allo stesso tempo, permette di declinare azioni strutturali attraverso la necessaria personalizzazione operativa che solo le federazioni regionali possono perseguire”.

Le stagioni della cronicità

Il Congresso nazionale è coinciso con il convegno “Le stagioni della cronicità” organizzato da Federsanità Piemonte. “Dare una risposta alla cronicità è una delle maggiori sfide che si pongono per la sanità dei prossimi anni, insieme alla ricostruzione di un sistema territoriale che possa dare una risposta ai crescenti bisogni della cittadinanza”, commenta l’assessore alla Sanità della Regione Piemonte Luigi Icardi. Senza dimenticare le potenzialità offerte dalla telemedicina.

Long Covid: un problema di sanità territoriale

Tra i nuovi bisogni in tema di cronicità c’è il Long Covid. Anche se si tratta di un aspetto ancora poco conosciuto in termini di cause, modalità di gestione e durata, di sicuro consiste in un insieme di sintomi e problematiche di tipo sanitario che vanno gestite a livello territoriale, afferma Fabrizio Faggiano, Università del Piemonte Orientale, direttore vicario del Centro interdipartimentale per il management sanitario (CEIMS).

Azioni per una rete sociosanitaria

Enzo Bianco, presidente della commissione Cittadinanza, governance, affari istituzionali ed esterni (Civex) del Comitato Europeo delle Regioni e presidente del Consiglio Nazionale di Anci, sottolinea l’importanza della sinergia fra gli ambiti della sanità e del sociale: “C’è un grande bisogno di collaborazione tra tutti coloro che operano nel settore sociosanitario e in particolare su un tema delicatissimo come la cronicità. Bisogna fare squadra. Non si può lasciare un tema così delicato soltanto agli operatori sanitari oppure solo alle strutture sociali del Comune: serve lavorare insieme. Anzitutto sui fronti della prevenzione, dell’informazione corretta e dell’assistenza, che non è solo medica o psicologica ma a tutto campo. L’alleanza fra Federsanità e Anci è un esempio che va in questa direzione e speriamo di poterla attuare in tutte le Regioni. Qui in Piemonte l’operazione comincia a funzionare in modo adeguato, la useremo come esempio a livello di buone pratiche”.

Va in questa direzione anche la recente iniziativa lanciata da AGENAS e Federsanità ANCI, che, in collaborazione con il gruppo PonGov ICT e Cronicità, hanno presentato ufficialmente l’avvio dei lavori dell’Osservatorio sull’integrazione socio-sanitaria (OISS)uno strumento ideato per la raccolta sistematica di esperienze e la diffusione delle buone pratiche. L’obiettivo è quello di metterle a disposizione delle organizzazioni pubbliche e private e dei decisori istituzionali, per contribuire positivamente alla costruzione delle nuove politiche pubbliche che riguardino i sistemi territoriali per la salute e il benessere, spiega Francesco Enrichens, Project Manager PonGov Cronicità – Agenas.

A 9 marzo a Padova si discute di denatalità

“La denatalità è uno dei più gravi problemi che affliggono il nostro Paese – afferma Domenico Scibetta, presidente Federsanità Anci Veneto -. Basti pensare che il tasso di natalità è passato dal 1965 quando era di 2,7 figli per donna fertile a 1,24-25, tanto che si prevede che nel 2050 la popolazione attiva sarà pari a quella non attiva: è un nodo di natura politica, sociologica e di sviluppo del Paese e per questo Federsanità Veneto ha deciso di contribuire al dibattito organizzando un evento sul tema per il 9 marzo a Padova“.

Torna a crescere tra gli adolescenti italiani il consumo di psicofarmaci senza prescrizione medica

Poco meno di 300.000 studenti delle scuole medie superiori, pari al 10,8% dei 15-19enni, hanno assunto psicofarmaci senza prescrizione medica nel corso del 2022. Il dato, che aveva raggiunto la sua punta massima nel 2017 (11,3%) per poi scendere fino al 6,6% nel 2021, è quasi raddoppiato dallo scorso anno. I dati sono emersi dallo studio dell’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa (Cnr-Ifc), ESPAD®Italia (European School Survey Project on Alcohol and Other Drugs), condotto nel 2022 su un campione rappresentativo di studenti delle scuole superiori italiane, come ogni anno dal 1999.

“Da molti anni denunciamo questo fenomeno” spiega Sabrina Molinaro, ricercatrice Cnr-Ifc e responsabile dello studio “di fatto gli psicofarmaci senza prescrizione medica rappresentano da sempre la categoria di sostanze psicoattive più utilizzata dai giovanissimi dopo alcol e cannabis”.

Si tratta prevalentemente di farmaci per dormire, utilizzati soprattutto dalla ragazze (10,8% contro 4,9% dei coetanei). Minori prevalenze risultano per farmaci per l’attenzione/iperattività (quasi il 3,0%), per regolarizzare l’umore e per le diete (poco meno del 3% ciascuno), anch’essi usati più dalle ragazze: quasi il 4% contro l’1% dei coetanei”.

Ciò che colpisce è il raddoppio in un anno degli studenti che ne riferiscono un uso frequente, che passa dall’1,1% nel 2021 all’1,9% nel 2022, così come l’alta percentuale di ragazzi che ne riferisce un uso per così dire “competente”, soprattutto tra le ragazze. Se intorno al 5% degli utilizzatori riporta un generico consumo fuori prescrizione finalizzato allo sballo (era il 10% nel 2021), il 49% dei ragazzi che racconta di fare uso di farmaci per l’attenzione senza controllo medico dice invece di farlo per migliorare le proprie prestazioni scolastiche e il 64% di coloro che utilizza farmaci per le diete dice di farlo per migliorare il proprio aspetto fisico.

“Il 53% dei ragazzi che hanno utilizzato psicofarmaci senza prescrizione medica nel 2022”, prosegue Molinaro, “riferisce di averli utilizzati in precedenza anche sotto controllo medico”.

Lo studio ESPAD®Italia rileva anche informazioni relative all’accessibilità rivelando che il 16% degli studenti è a conoscenza di luoghi in cui è possibile procurarsi facilmente psicofarmaci senza prescrizione medica, la categoria più facilmente accessibile è quella dei farmaci per dormire, mentre quelli per cui gli studenti riferiscono più difficoltà di reperimento sono i farmaci per l’attenzione.

Quasi il 50% degli utilizzatori sa di poterli trovare direttamente a casa propria, il 18,7% a casa di amici. Esistono inoltre un mercato telematico di questi farmaci, come riportato dal 29% dei ragazzi, e un mercato fisico più tradizionale.

“Dato il loro valore terapeutico quando utilizzate all’interno di un percorso clinico, nonché l’ampia diffusione nella popolazione generale, la disponibilità di queste sostanze fra i giovanissimi è potenzialmente illimitata.” Ne deriva l’urgenza di avviare campagne informative e di educazione mirate, soprattutto dedicate ai più giovani, ma anche agli adulti di riferimento, dai familiari ai docenti, nonché proseguire il monitoraggio attivo di questo fenomeno in crescita.

Protocollo Lilt-Fnopi: Lega Tumori e infermieri uniti contro il cancro

Il protocollo firmato da LILT (Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori) e FNOPI (Federazione nazionale ordini professioni infermieristiche) racchiude una serie di azioni a sostegno della lotta contro il cancro: educare, soprattutto le nuove generazioni – ma non solo –, a orientare stili di vita e ai principi della prevenzione oncologica;  agire su tutti i livelli, dalla comunicazione della prevenzione di genere, primaria, secondaria, terziaria, alla formazione soprattutto rivolta al volontariato, per sviluppare azioni e campagne contro il cancro, unendo sistemi, competenze e responsabilità diverse.

Questi sono in sintesi gli obiettivi del protocollo d’intesa triennale che LILT  e FNOPI  hanno sottoscritto per attivare insieme tutti quegli strumenti e quelle iniziative che consentono di prevenire e contrastare il cancro, ma soprattutto di essere di supporto nella cura e nell’assistenza ai malati e alle loro famiglie.

La LILT  agisce da oltre un secolo in questo settore con campagne, iniziative, studi attività di anticipazione diagnostica e di assistenza psico-sociosanitaria anche nella riabilitazione e nell’assistenza domiciliare e ora, grazie al protocollo con FNOPI, il fronte della lotta al cancro si allarga con il contributo degli oltre 460mila infermieri presenti in Italia.

Grazie alla prevenzione e all’azione mirata delle campagne di prevenzione e comunicazione sugli stili di vita, in Italia si muore di cancro in media il 12% in meno rispetto agli altri paesi europei. Sono diminuiti i decessi per tumore e migliora la sopravvivenza, ma ogni giorno in media circa mille persone ricevono una diagnosi di tumore. La pandemia ha abbattuto gli screening e ritardato la diagnosi precoce, per questa ragione il protocollo LILT -FNOPI vuole supportare la fase post pandemica e permettere a sempre più cittadini di ricevere la giusta assistenza e in tempo.

Le azioni previste dal protocollo includono  l’attivazione di iniziative di comunicazione istituzionale e di campagne di divulgazione alla cittadinanza, grazie a eventi formativi nelle scuole, e agli stessi infermieri in materia di prevenzione

Poi la prevenzione di genere, sia per la donna che per l’uomo. Saranno organizzate in questo senso campagne di prevenzione per i tumori maschili e femminili, con il coinvolgimento dei media e dei vari stakeholder, superando ostacoli e barriere comunicative, sociali e organizzative “di genere”.

Per la prevenzione primaria, LILT  e FNOPI condivideranno nei contenuti e nella modalità di divulgazione dei “consigli di prevenzione” diretti a tutta la popolazione: dal modo corretto di alimentarsi e di fare attività fisica fino alle azioni su particolari categorie di persone considerate “ad alto rischio”, come i fumatori.

Un’importante parte della campagna sarà poi dedicata anche alla vaccinazione: fra gli strumenti della prevenzione primaria condivisi ci sono anche i vaccini contro specifici agenti infettivi che aumentano il rischio di cancro, come il virus dell’epatite B (tumore del fegato) o il Papilloma virus umano – HPV (responsabile del cancro della cervice uterina). Nella prevenzione secondaria FNOPI darà supporto alla LILT nelle sue campagne di sensibilizzazione che prevedono anche visite mediche per la diagnosi precoce ed esami diagnostici per diversi tipi di tumore, eseguiti presso i circa 400 ambulatori LILT.

Obiettivo della prevenzione terziaria è soprattutto curare e promuovere la prevenzione delle cosiddette recidive o nel caso di eventuali metastasi dopo che la malattia è stata curata con la chirurgia, la radioterapia o la chemioterapia (o tutte e tre insieme), e diffondere programmi omogenei di presa in carico delle persone guarite da cancro, incidendo sulle disuguaglianze territoriali con modelli di organizzazione della prevenzione terziaria oncologica, anche per specifici livelli essenziali di assistenza. Infine la formazione, che si articolerà in tre momenti: “stare accanto” al malato e alla sua famiglia a domicilio, in ospedale e nel trasporto per le terapie, sostenendolo in tutte le necessità sia per gli aspetti pratici sia per gli aspetti psico-sociali; prevenzione e diagnosi precoce, accogliendo chi si reca presso gli ambulatori e le sedi LILT, per fornire informazioni e orientamento ai servizi di prevenzione offerti; sensibilizzazione e raccolta fondi, attraverso la divulgazione di materiale informativo e promuovendo  il progetto con le istituzioni; attuare interventi di sensibilizzazione per la diffusione della cultura della prevenzione presso scuole e aziende e collaborare nell’organizzazione di eventi per la raccolta fondi, allestire e presiedere gli stand.

La scienza partecipata al servizio delle malattie rare

La Scienza partecipata, o Citizen science, si basa sulle attività di ricerca a cui partecipano in prima persona i cittadini, anche senza specifiche qualifiche in campo scientifico, e rappresenta una grande opportunità per coinvolgere la società a partecipare attivamente al bene comune.

Il Centro Nazionale Malattie Rare dell’Istituto Superiore di Sanità ha recentemente lanciato il progetto “Scienza partecipata per il miglioramento della qualità di vita delle persone con malattie rare”, finanziato dal Ministero della Salute. L’iniziativa intende far emergere e condividere idee operative, soluzioni, tecnologie, servizi e strategie per affrontare piccole e grandi difficoltà e sfide di ogni giorno.

I primi progetti sono già stati valutati dal Comitato Scientifico ma il bando è ancora aperto e sta raccogliendo numerose, e originali, adesioni.

Ne parliamo con:

  • Domenica Taruscio
    Già Direttore del Centro Nazionale Malattie Rare, ISS
  • Gaia Marsico
    Membro del Comitato promotore di Scienza partecipata
  • Antonella Tarantino
    Presidente di Disabilmentemamme

Conduce:

  • Rossella Iannone
    Direttrice responsabile PPHC

Fimmg: Formazione-Lavoro, proposta emendativa delle Regioni che chiedono all’unisono il riconoscimento delle attività professionalizzanti per i medici in formazione specifica in medicina generale

Fimmg Formazione in campo per sostenere la proposta emendativa delle Regioni che chiedono all’unisono il riconoscimento delle attività professionalizzanti per i medici in formazione specifica in medicina generale.

“Non possiamo che accogliere con favore quanto emerso dal Comitato tecnico area assistenza territoriale della Commissione salute del Ministero della Salute. Ciò sottolinea la bontà delle proposte portate avanti da questa organizzazione sindacale in queste settimane. È indubbio che il riconoscimento della formazione-lavoro anche per gli incarichi di sostituzione e provvisori possa essere uno strumento in più per fronteggiare la carenza dei medici di medicina generale e al contempo assicurare l’assistenza sanitaria ai cittadini, che altrimenti resterebbero senza il proprio medico di famiglia. Tale misura, chiaramente, va incardinata all’interno, si auspica, di nuove politiche di investimento sulla medicina territoriale e soprattutto sui futuri medici di famiglia.

La strada del dialogo costruttivo è la strada che il nostro sindacato intende percorrere a giovamento dei colleghi e dei nostri pazienti. Un ringraziamento particolare al governatore Fedriga e all’assessore alla salute Riccardi per aver ascoltato e accolto le nostre proposte”.

Crea Sanità: l’universalismo selettivo è dietro l’angolo

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Universalismo selettivo. È questa la parola che caratterizza il 18° rapporto di Crea Sanità (Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità) presentato il 25 gennaio al Cnel di Roma. Un timore che per la prima volta diventa una possibilità concreta, se non riusciremo ad attuare gli interventi correttivi necessari per garantire la sostenibilità del nostro Servizio sanitario nazionale. Anche il titolo del documento è esplicativo della gravità della situazione: “Senza riforme e crescita, Ssn sull’orlo della crisi”.

Nato per fotografare lo stato di salute del nostro Ssn e stimolare il dibattito tra le varie parti coinvolte, da sempre il rapporto è anche uno strumento ricco di dati al servizio dei decisori politici.

Il nuovo rapporto di Crea Sanità evidenzia la necessità di rendere operative tante intenzioni, uscendo dal micro e muovendosi a livello di Paese

Non ci piace essere pessimisti e non vogliamo esserlo, non è questo lo scopo – ha affermato Federico Spandonaro, presidente del Comitato scientifico di Crea Sanità – Con il Rapporto abbiamo provato a evidenziare che non si può far finta che certe cose stiano succedendo o non siano già successe. L’anno scorso dicevamo che mancava una vision per il futuro: oggi l’impressione è che non ci sia nemmeno per il presente. Purtroppo il nostro sistema è già selettivo, e lo è in maniera disordinata e non governata. Con il nostro documento vogliamo provare a buttare il cuore oltre l’ostacolo e cercare di rendere operative tante intenzioni di cui si discute da anni, uscendo dal micro e provando a muoverci a livello di Paese”.

Il 2022 può essere considerato il primo anno post-pandemico. Sebbene SarsCoV2 continui a circolare, per gli esperti siamo entrati in una fase di “normalizzazione”, che si traduce anche nel tornare a parlare dei temi – in questo caso sanitari – che caratterizzavano la fase pre-pandemica. Da qui la necessità di tornare a ragionare su temi come la sostenibilità del Ssn o i tetti di spesa.

I dati sulla pandemia

I dati analizzati al rapporto si riferiscono per lo più al 2020 e 2021 e questo è uno dei problemi: sebbene durante la pandemia abbiamo dimostrato di poter avere informazioni in tempo reale sui contagi, quando si parla di ospedalizzazione o attività ambulatoriali i dati sono elaborati più lentamente.

Dalle informazioni a disposizione, tuttavia, arriva la conferma che il 2021 è stato ancora caratterizzato da molte “anomalie quantitative”, già registrate nel 2020, per lo più attribuibili all’impatto della pandemia. Il “biennio pandemico” 2020-2021 ha visto, nello specifico, un crollo significativo dell’attività dei servizi sanitari regionali e un parallelo incremento del personale e dei costi del servizio.

Solo nell’ultimo trimestre 2021 i flussi della specialistica ambulatoriale suggeriscono un ritorno sui livelli di attività pre-pandemica.

Sebbene in pandemia abbiamo dimostrato di poter avere informazioni in tempo reale sui contagi, quando si parla di ospedalizzazione o attività ambulatoriali i dati sono elaborati più lentamente

Analizzando i dati provenienti dalle schede di dimissione ospedaliera e dai flussi della specialistica ambulatoriale, emerge che, sebbene il Covid abbia comportato una selezione dei ricoveri (a causa della sospensione dell’attività in elezione), complessivamente l’attività ospedaliera si è ridotta significativamente: i ricoveri ordinari in acuzie sono calati del 18,1%, (ovvero ad un tasso 4,6 volte maggiore rispetto alla media annua del decennio precedente), mentre le giornate di degenza si sono ridotte del 13,1% (per le acuzie in regime ordinario), cioè 4,4 volte rispetto alla percentuale media del decennio 2010-2020.

E l’Italia è il Paese europeo con i più bassi tassi di ospedalizzazione.

Peraltro, parallelamente alla riduzione dell’attività di ricovero e ambulatoriale, il personale sanitario è aumentato del 3% rispetto al 2019: “Questo significa che lo stress delle strutture ospedaliere e dei relativi professionisti debba essere circoscritto all’ambito delle specifiche specialità che hanno retto l’impatto dei contagi – ha notato Spandonaro – In particolare, i reparti di malattie infettive e le pneumologie, che hanno raggiunto con tassi di occupazione dei letti rispettivamente pari al 162,6% e 86,5%”.

Se si guarda al recupero delle prestazioni perse, nonostante i finanziamenti per la riduzione delle liste d’attesa, solo nell’ultimo trimestre 2021 i volumi crescono, senza riuscire tuttavia a raggiungere i livelli pre-pandemici. Vi è chiaramente una differenziazione regionale e, curiosamente, si è osservata una più marcata riduzione dei volumi nelle Regioni che, in condizioni normali, erogano un numero maggiore di prestazioni di specialistica ambulatoriale.

“Il fenomeno sembra suggerire che in queste aree vi fosse anche una quota significativa di prestazioni inappropriate che, come tali, non saranno più erogate, probabilmente, anche per effetto della risoluzione spontanea del bisogno percepito dal paziente”, ha sottolineato Daniela D’Angela, direttore dell’area Ricerca di Crea Sanità.

Il sottofinanziamento e l’equità del sistema

Per avere un’incidenza media sul Pil analoga agli altri Paesi dell’Unione europea all’Italia mancano almeno 50 miliardi di euro. La spesa sanitaria del nostro Paese ha infatti registrato, nel 2021, una forbice di -38% circa (-12% di spesa privata e -44% circa di spesa pubblica) crescendo, tra il 2000 e il 2021, del 2,8% medio annuo, il 50% in meno che negli altri Paesi europei di riferimento.

“Secondo noi, poiché la sanità eroga servizi, sarebbe meglio ragionare in termini nominali, magari corretti per potere d’acquisto”, ha ricordato Spandonaro.

Per recuperare il passo, quindi, servirebbe una crescita annua del finanziamento di 10 miliardi di euro per 5 anni, più quanto necessario per garantire la stessa crescita degli altri Paesi europei presi a riferimento, ovvero altri 5 miliardi di euro. Cifre che, in questo momento, paiono inarrivabili: dopo la pandemia, infatti, il nostro investimento in sanità crescerà di 2 miliardi l’anno, contro i 15 che sarebbero necessari.

Dopo la pandemia il nostro investimento in sanità crescerà di 2 miliardi l’anno, contro i 15 che sarebbero necessari

“La ricetta è “crescere per non selezionare” – ha ricordato Spandonaro –: per mantenere, cioè, un servizio sanitario nazionale universalistico e non essere costretti a un “universalismo selettivo” e mantenere equità di accesso, è necessario far crescere il Pil”.

Privilegiare l’accesso delle persone più fragili al Ssn, tuttavia, porrebbe problemi importanti in termini di equità, un’altra parola chiave del Rapporto.

Secondo il documento, nel 2021 il finanziamento pubblico si è fermato al 75,6% della spesa contro una media europea dell’82,9% e la spesa privata ha inciso sul Pil per il 2,3% contro una media Eu del 2%. Queste percentuali si traducono in oltre 1.700 euro a nucleo familiare, famiglie che si sono dovute sobbarcare per esempio oltre un miliardo per farmaci compresi tra quelli rimborsabili dal Ssn.

Daniela D’Angela ha sottolineato come “Solo il 20% degli italiani più ricchi ha aumentato i consumi privati durante la pandemia, una quota più bassa di quello che ci saremmo aspettati”.

La fotografia del disagio economico per le spese sanitarie mostra come sia il 5,2% delle famiglie a versare in tale stato: 378.627 nuclei familiari (l’1,5%) si impoveriscono per le spese sanitarie e 610.048 (il 2,3%) sostengono spese sanitarie cosiddette “catastrofiche”, che cioè impegnano oltre il 40% della propria capacità di spesa.

 Il 40% di risorse del Pnrr vincolate per il Sud potrebbero non essere sufficienti a riequilibrare equitativamente il Ssn

“In questo contesto – ha aggiunto D’Angela – il 40% di risorse del Pnrr vincolate per il Sud potrebbero non essere sufficienti a riequilibrare equitativamente il Ssn: per questo è necessario agire anche sul riparto della spesa corrente, in primo luogo considerando quella parte di spesa privata che rappresenta uno sgravio per i conti delle Regioni, e che incide maggiormente in quelle dove il reddito medio è più alto”. In Lombardia, per esempio, questa quota arriva a 828,3 euro pro-capite mentre in Sardegna si ferma a 442,9 euro.

La carenza di personale

In termini di risorse umane l’Italia sconta oggi decenni di politiche restrittive: il Rapporto calcola che se il nostro Paese volesse allinearsi agli organici di professionisti sanitari degli Stati Ue di riferimento, senza tenere conto del maggiore bisogno derivante dall’età media più alta della popolazione, dovrebbe investire 30,5 miliardi di euro.

Questo perché, sempre rispetto alle medie europee, in Italia, i medici ogni 1.000 abitanti sono sì un po’ di più, ma se si considera la popolazione over75 ne potrebbero mancare circa 30 mila e per il riequilibrio se ne dovrebbero assumere almeno 15 mila ogni anno per i prossimi 10 anni, mettendo in conto le dinamiche annuali di pensionamento (circa 12 mila l’anno, essendo in media più anziani).

E anche per gli infermieri la situazione non è rosea: la carenza supera le 250 mila unità rispetto ai parametri europei e, comunque, solo per il nuovo modello disegnato dal Pnrr ne servirebbero 40-80.000 in più.

In questo caso, servirebbero 30-40.000 nuovi infermieri ogni anno (anche qui considerando il numero di pensionati/anno: circa 9mila), un numero irraggiungibile anche perché la propensione a intraprendere la professione in Italia è un terzo che negli altri Paesi dell’Ue.

Entrano nel nostro Paese meno dell’1% dei medici, contro il 10% negli altri Paesi; per gli infermieri, ne arrivano dall’estero meno del 5%, contro il 15% nel Regno Unito e il 9% in Germania

Né l’Italia può far conto di attrarre professionisti dall’estero: entrano nel nostro Paese meno dell’1% dei medici, contro il 10% negli altri Paesi; analogamente, vengono dall’estero meno del 5% degli infermieri contro percentuali del 15% nel Regno Unito e del 9% in Germania.

I medici italiani, poi, oltre a essere pochi, guadagnano in media il 6% in meno e gli infermieri in media il 40% in meno dei loro colleghi europei e se, oltre agli organici, si volesse considerare anche la necessaria rivalutazione delle retribuzioni, l’onere per la spesa corrente del sistema sanitario crescerebbe a 86,8 miliardi di euro.

Barbara Polistena, direttore generale e scientifico Crea Sanità, ha sottolineato come quello delle risorse umane “non sia solo un problema di numeri, ma anche di “vocazioni”. Ci sono alcune aree sanitarie scoperte a prescindere dal numero chiuso universitario. Dobbiamo lavorare per rendere attrattive queste professioni”. Il rischio, altrimenti, è utilizzare risorse per la formazione di personale che andrà a lavorare altrove.

Senza risorse e senza personale è anche impossibile, sottolinea il Rapporto, recuperare il 65% di prestazioni perse durante la pandemia, di cui hanno sofferto soprattutto i “grandi anziani”: il 70% degli over80 registra infatti un peggioramento dello stato di salute, soprattutto nei centri maggiori e nel Nord-Ovest, e il 50% di loro ha speso di più privatamente per bisogni sanitari e sociali.

Per avere qualche indicazione pratica, nel 2022 il Crea, in collaborazione con Federsanità, ha coinvolto i direttori generali chiedendo loro come organizzerebbero le risorse umane. Tra gli aspetti principali emersi, la volontà di mantenere le procedure di acquisizione del personale semplificate, come durante la pandemia e introdurre incentivi per sostenere le politiche di ricollocazione del personale sanitario.

Le sfide aperte

Il Servizio sanitario nazionale, quindi ha di fronte tre grandi sfide:

  • ridurre le sperequazioni
  • adeguare le dotazioni organiche
  • rimanere sostenibile

Se i primi due obiettivi richiedono risorse aggiuntive rilevanti, il terzo si scontra con strada della “sobrietà”, quella concretamente prevista nei documenti di finanza pubblica, che allocano per la sanità risorse che il Rapporto mostra essere lontane dai volumi che sarebbero richiesti per un “allineamento” del Ssn italiano a quelli dei Paesi europei di riferimento. Proprio questa distanza dimostra l’insostenibilità attuale, di fatto, del Ssn.

La crescita rimane, quindi, la sfida essenziale per il sostentamento del welfare; una sfida che per i curatori del rapporto deve essere affrontata dalla classe politica e che esula dai confini delle politiche sanitarie: allo stesso tempo, però, diventa essenziale identificare le opportunità che la filiera della salute ha per contribuire alla crescita del Paese.

Purtroppo, malgrado ripetuti proclami sulla priorità del settore, e sulla necessità di incentivarne l’industria, il raccordo fra politiche sanitarie e politiche industriali è rimasto molto labile

“Purtroppo, malgrado ripetuti proclami sulla priorità del settore, e sulla necessità di incentivarne l’industria, il raccordo fra politiche sanitarie e politiche industriali è rimasto molto labile”, ha osservato durante le conclusioni Spandonaro, che ha anche auspicato un ripensamento generale della governance farmaceutica e dei dispositivi medici, per adeguarla alle modifiche intervenute nei processi di R&S e quindi, alle nuove caratteristiche dei beni che arrivano sul mercato.

Le conclusioni del report sono chiare: “Il Ssn appare essere arrivato ad un punto di non ritorno: o cambiano le condizioni al contorno o sarebbe colpevolmente ingenuo pensare di poter mantenere il servizio così come è; una progressiva e non governata riduzione dei livelli di tutela genererebbe, infatti, un opting out dei più abbienti, sancendo di fatto la fine del sistema universalistico”.

Intersindacale dirigenti medici, veterinari, sanitari: positivo l’incontro con Schillaci. Vigileremo sugli impegni assunti

Le organizzazioni sindacali della dirigenza medica, sanitaria e veterinaria ANAAO ASSOMED – CIMO-FESMED (ANPO-ASCOTI – CIMO – CIMOP – FESMED) – AAROI-EMAC – FASSID (AIPAC-AUPI-SIMET-SINAFO-SNR) – FP CGIL MEDICI E DIRIGENTI SSN – FVM Federazione Veterinari e Medici – UIL FPL COORDINAMENTO NAZIONALE DELLE AREE CONTRATTUALI MEDICA, VETERINARIA SANITARIA – CISL MEDICI esprimono soddisfazione per gli impegni assunti dal Ministro della Salute Orazio Schillaci nel corso dell’incontro odierno.

Come richiesto dalle Organizzazioni sindacali, viene istituito un tavolo tecnico ufficiale permanente al fine di ripristinare le relazioni sindacali con il compito di analizzare e trovare soluzioni ai tanti e complessi problemi del nostro sistema sanitario la cui ripresa non può essere affidata all’anacronistico mantenimento in servizio fino a 72 anni dei medici, dirigenti sanitari e veterinari, una soluzione peraltro inutile che bloccherebbe ulteriormente l’ingresso e le carriere dei sanitari più giovani.

Abbiamo convenuto sulla stretta necessità di riformare il DM 70 strumento ormai obsoleto, di abbattere la tagliola del tetto di spesa all’assunzione di personale, di rivedere i fabbisogni appena pubblicati, di una riforma del sistema formativo nella direzione dell’introduzione di un contratto di formazione lavoro e in particolare, vista l’apertura della contrattazione, sulla necessità di trovare nel bilancio nazionale risorse extracontrattuali per restituire dignità al ruolo dei dirigenti medici, sanitari e veterinari.

Occorre, inoltre, andare avanti con la modifica del decreto 113/2020 sulle aggressioni al personale che richiede l’attribuzione della funzione di pubblico ufficiale al medico e l’obbligo della Azienda presso la quale lavorano i sanitari vittime di aggressioni e intimidazioni di costituirsi parte civile e di sostenere le spese legali del sanitario.

Per quanto riguarda il rinnovo del contratto di lavoro, il primo passo è verso una collaborazione in termini di esigibilità della norma e del miglioramento delle condizioni di lavoro.

La strada non è priva di ostacoli, principalmente burocratici e culturali, ma occorre una forte innovazione del rapporto di lavoro di categorie professionali che sono assediate dal mercato privato pronto a sottrarne le abilità sanitarie per potenziare la sanità privata e convenzionata accreditata.

Fino a quando però esiste la voglia di contribuire a salvare il SSN noi saremo disponibili al confronto e alla sintesi condivisa.