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Farmaci orfani: 130 molecole autorizzate da EMA nel 2021, 122 disponibili in Italia

In Europa sono 130 i farmaci orfani autorizzati dalla European Medicines Agency (EMA) per malattie e tumori rari, di questi 122 sono già disponibili in Italia: l’80% è rimborsato dal Servizio Sanitario Nazionale (SSN) e il restante 20% è in fascia C o in attesa di negoziazione. In termini di accesso, dunque, il nostro Paese è secondo solo alla Germania. Il gap dell’Italia rispetto alla Germania, che è prima nella classifica europea, è da attribuirsi principalmente ai farmaci arrivati sul mercato nell’ultimo anno: dato che non sorprende considerato il diverso meccanismo di accesso in vigore in Germania, che non prevede una negoziazione preventiva. È quanto emerge dal 6° Rapporto Annuale dell’Osservatorio Farmaci Orfani – OSSFOR, che scatta una fotografia a livello nazionale e regionale del mercato dei farmaci orfani nel nostro Paese al 31 dicembre 2021. Il Rapporto è costruito su due direttrici principali: la prima è relativa ai dati e alla loro analisi, la seconda contiene invece dalle proposte.

Il dato relativo all’accesso è confermato dallo studio Patients W.A.I.T. (Waiting to Access Innovative Therapies), condotto da IQVIA in collaborazione con EFPIA (European Federation of Pharmaceutical Industries and Associations), il più ampio studio europeo sulla disponibilità di farmaci innovativi e sui relativi tempi di accesso dei pazienti che considera attualmente 38 Paesi (27 dell’UE e 11 non UE). Una delle novità di quest’anno è, infatti, che nel Rapporto vi sono un intero capitolo relativo ai dati di spesa regionale, realizzato da Aifa, e un capitolo dedicato all’analisi della disponibilità e dei tempi di accesso dei farmaci orfani in Italia rispetto agli altri Paesi europei, realizzato da IQVIA. Inoltre, come ogni anno, viene analizzata la situazione di una specifica Regione che quest’anno è la Basilicata, i cui dati possono ora essere paragonati a quelli di Toscana, Lombardia e Lazio. 

“Il 6° Rapporto Annuale OSSFOR vede l’avvio della collaborazione dell’Osservatorio Farmaci Orfani con AIFA. Si tratta di un importante riconoscimento che rafforza il percorso di trasformazione di OSSFOR da Centro Studi a Piattaforma multistakeholder su farmaci orfani e malattie rare – spiega Francesco Macchia, Coordinatore di OSSFOR – Il 6° Rapporto viene pubblicato in una fase segnata dalla ricerca di una normalizzazione dopo la soluzione di continuità rappresentata dai picchi pandemici di COVID-19 del 2020 e 2021: un’interruzione che speriamo abbia almeno innescato le condizioni per un rilancio del Servizio Sanitario Nazionale e, quindi, per il superamento delle criticità che ancora affliggono il settore delle malattie rare. Dal documento emergono aspetti positivi: l’Italia infatti, come si evince dall’elevato numero di farmaci orfani disponibili rispetto a quelli autorizzati da EMA, si conferma Paese con un ampio accesso alle opportunità terapeutiche. Osservando i dati regionali, emerge tuttavia che l’equità, intesa come possibilità di uniformi condizioni di accesso dei pazienti con malattia rara alle terapie farmacologiche, e anche di incidenza economica sui bilanci familiari, sia un obiettivo ancora non del tutto raggiunto e certamente dovrebbe rappresentare uno dei principali punti di attenzione delle politiche sanitarie nel settore, tenendo presente l’importante opportunità rappresentata dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR)”.

Per quanto riguarda la spesa, dall’analisi dei dati contenuti nel documento, effettuata da Aifa, emerge che la spesa sostenuta dal SSN per i farmaci orfani assorbe circa l’8% della spesa farmaceutica pubblica complessiva e si conferma l’evidenza che il prezzo dei farmaci orfani è in funzione dei volumi di vendita, con un andamento esponenziale negativo. Insomma, tanto minore è il numero di persone che potranno farne uso, per la rarità della malattia, e tanto maggiore potrà essere il prezzo. Il 6° Rapporto OSSFOR, inoltre, mette in luce una crescita, negli anni, sostanzialmente lineare della spesa media per DDD (Dose Definita Die, ndr), che almeno in parte può essere attribuita all’incremento dei farmaci per molecole ultra-rare, che hanno bassi volumi di vendita. La Regione in cui è massima la spesa per DDD è la Lombardia con € 203,50, seguita dall’Emilia Romagna (€ 199,43) e Umbria (€ 193,03); all’altro estremo troviamo il Friuli Venezia Giulia (€ 159,68), la P.A di Trento (€ 160,90), seguite dall’Abruzzo (€ 166,50).        

Il documento, presentato oggi presso la Sala Zuccari del Senato della Repubblica, è stato realizzato da OSSFOR in collaborazione con Agenzia Italiana del Farmaco – AIFA, Alleanza Malattie Rare – AMR, IQVIA, Pharma Value, GdL Malattie Rare e Farmaci Orfani della Società Italiana di Farmacologia – SIF, Società Italiana Farmacisti ospedalieri – SIFO, Sperimentazionicliniche.it e con il contributo non condizionante di Amicus Therapeutics, Amryt Pharma, Chiesi Global Rare Diseases Italia, Janssen, Kyowa Kirin, Roche, Sanofi, Takeda e UCB. Quella con AIFA è una collaborazione inedita di cui il 6° Rapporto OSSFOR è il primo, importante, risultato.

L’evento, moderato da Francesco Macchia, Coordinatore di Ossfor, e da Barbara Polistena, Responsabile Scientifico e Consigliere di Amministrazione C.R.E.A. Sanità (Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità), ha ottenuto il patrocinio del Senato della Repubblica e del Ministero della Salute e ha visto la partecipazione, tra i relatori, di Federico Spandonaro, Presidente di C.R.E.A. Sanità; del Sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato; dell’Onorevole Maria Elena Boschi, promotrice dell’Intergruppo Parlamentare Malattie Rare; del Senatore Francesco Zaffini, Presidente della X Commissione “Affari Sociali, Sanità, Lavoro Pubblico e Privato, Previdenza Sociale” del Senato della Repubblica; di Francesco Bortolan, Direttore Generale per la Salute e le Politiche per la Persona della Regione Basilicata; di Francesco Trotta, Settore HTA AIFA; della Senatrice Ylenia Zambito, Segretario della X Commissione “Affari Sociali, Sanità, Lavoro Pubblico e Privato, Previdenza Sociale” del Senato della Repubblica. L’appuntamento assume una rilevanza particolare perché si tratta del primo incontro tra il mondo delle malattie rare e i nuovi rappresentanti istituzionali di Governo e Parlamento.

Utilizzo dei farmaci e tempi di accesso nazionali 

Per i farmaci orfani, la spesa totale nel 2021 (acquisti diretti + convenzionata) è stata pari a 1,53 miliardi di euro (in rialzo del 9,4% rispetto al 2020) rappresentando circa l’8% della spesa farmaceutica a carico del Servizio Sanitario Nazionale-SSN. La spesa per i farmaci orfani di classe C è stata lo 0,97% della spesa complessiva per i farmaci orfani, pari a 14,9 milioni di euro (stabile rispetto all’anno precedente). I consumi invece, si attestano a 8,4 milioni di dosi di farmaci orfani (+3,7% rispetto all’anno precedente), pari allo 0,03% del consumo complessivo di farmaci. L’andamento, a partire dal 2013, sia in termini di spesa che di consumo presenta un trend crescente, analogamente al trend osservato per la spesa farmaceutica complessiva, dimostrando un aumento delle opportunità terapeutica per i malati rari. Oltre il 99% dei farmaci orfani è dispensato nel canale degli acquisti diretti.           


Dal Rapporto si evidenzia altresì che l’accesso alle terapie con farmaci orfani si dimostra di fatto garantito indipendentemente dall’esistenza o meno dello status di “farmaco orfano”: in altri termini, anche dopo la perdita dell’esclusività e la fuoriuscita dalla “Lista AIFA”, e quindi dalle relative agevolazioni economiche, non si sono osservate differenze in termini di consumo. Per quel che concerne gli aspetti industriali, le aziende produttrici di farmaci orfani, per oltre il 78%, ne producono al più due. Le prime 10 aziende produttrici di farmaci per malattie rare (18% del totale) coprono oltre il 70% della spesa pubblica; il fatturato SSN medio di tali aziende è di circa € 140 mil. Annui, di cui in media il 20% attribuibile ai farmaci orfani. Va notato che le Aziende con maggiore quota di fatturato per farmaci orfani, hanno anche in media fatturati più bassi.

Passando all’analisi delle aziende farmaceutiche, nel nostro Paese sono 53 quelle titolari di farmaci orfani di classe A e H (a fronte delle 1.800 complessivamente presenti nel mercato SSN nel 2021). La maggior parte delle aziende produttrici di farmaci orfani ha un fatturato SSN annuo al di sotto dei 600 milioni di euro, una quota di spesa dei farmaci orfani sul fatturato aziendale pari in media al 23%: esse assorbono il 6% del mercato totale SSN (A-H), ossia il 57% della spesa totale per farmaci orfani. La maggior parte delle aziende che producono farmaci orfani sono industrie specializzate, di piccola o media dimensione, anche se l’impegno delle Big Pharma nel settore sta crescendo tramite ricerca propria o acquisizioni. L’incidenza del fatturato aziendale sulla spesa SSN è pari al 53,6%. Per queste aziende la spesa dei relativi farmaci orfani impegna in media il 19,1% del fatturato aziendale totale. Delle 53 aziende solo 13 producono esclusivamente farmaci orfani, la più grande ha fatturato circa 30 milioni nel 2021.      

Per quanto riguarda invece i tempi di accesso, il documento presentato oggi approfondisce molteplici tematiche, dalla governance delle malattie rare alla valutazione post-marketing, dalla revisione dei regolamenti per i farmaci orfani e pediatrici e delle sperimentazioni cliniche per i farmaci orfani alla spesa sostenuta dal Servizio Sanitario Nazionale e da quelli Regionali per i cittadini con patologie rare. Così, ad esempio, sul fronte delle procedure autorizzative, emerge una importante differenza tra l’andamento europeo e quello italiano. Se a livello europeo, infatti, si registra un allungamento dei tempi delle procedure autorizzative, dovuto in parte alla crescente precocità della presentazione della richiesta di designazione e dunque al maggior tempo che intercorre tra tale presentazione e la richiesta di autorizzazione, a livello nazionale, negli ultimi anni, si registra una tendenza alla riduzione della durata dell’iter autorizzativo.

Tra autorizzazione da parte di EMA e determina del prezzo e rimborso (P&R) da parte dell’Agenzia Italiana del Farmaco, infatti, si osserva una riduzione dai 24 mesi del periodo 2012/2014 a 20 mesi del triennio 2018/2021. E risultano anche mediamente maggiori dei tempi dei farmaci non orfani, in qualche modo contraddicendo la ratio della norma che aveva previsto un termine massimo per la conclusione del processo.

“Un trend positivo, anche se il processo rimane certamente lontano dai tempi indicati dalla legge n.98/2013 che indica in 100 giorni il tempo per la conclusione della procedura negoziale, calcolati dalla data di presentazione della domanda – osserva Barbara Polistena, Responsabile Scientifico di C.R.E.A. Sanità – ma sottolinea l’impegno da parte di AIFA per abbreviare le tempistiche e la sensibilità nei confronti delle malattie rare e dei farmaci orfani. I tempi tecnici di negoziazione si possono allungare per effetto della complessità di valutare farmaci che accedono al mercato con gradi di evidenza mediamente inferiori alla media, oppure per la complessità di trovare l’accordo sul prezzo. Di fatto, la prima possibilità non appare così ovvia, visto che molti farmaci orfani hanno comunque ottenuto l’innovatività e, nella natura dei farmaci orfani, c’è la soddisfazione di un rilevante ‘unmet need’, che ‘controbilancia’ la minore evidenza. Sembra ragionevole pensare che l’elemento prezzo sia quello discriminante, ma, come argomenteremo nel seguito, il prezzo è in larga misura correlato (negativamente) con i volumi di vendita attesi: relazione nota e assolutamente riscontrabile nelle negoziazioni italiane, ma evidentemente non ancora del tutto riconosciuta”.

“Rispetto agli altri Paesi dell’Unione Europea, l’Italia si posiziona fra i primi Paesi per numero di farmaci orfani disponibili, con tempi nel processo di accesso alle liste di rimborsabilità mediamente più brevi rispetto alla media dei Paesi UE (meno 2-3 mesi) – sottolinea Isabella Cecchini, Responsabile Centro Studi IQVIA e Direttrice Primary Market Research IQVIA Italia – Lo studio evidenzia quanto l’Italia sia fra i Paesi che garantiscono maggiormente l’accesso ai farmaci orfani innovativi, anche se emerge l’opportunità di lavorare per accelerare i processi per l’immissione nelle liste di rimborsabilità a livello nazionale e nelle singole Regioni”.

Accesso precoce e revisione normativa della 648/96      

Per quanto riguarda invece l’accesso a terapie non ancora pienamente disponibili attraverso Early Access Program, nel Rapporto è stata avanzata una specifica proposta. In Italia, uno dei modi per poter far arrivare precocemente il farmaco ai pazienti che ne hanno necessità è l’inserimento nella lista istituita ai sensi della Legge 648/96. Nel 2021, è stato riscontrato un basso ricorso alla Legge 648/96 come strumento di accesso precoce per patologie con un alto ‘unmet medical need’. Le richieste di inserimento in lista 648/96 per farmaci orfani nel 2020 sono state infatti solamente 4, di cui 1 ha ottenuto parere favorevole e 3 non favorevole, mentre nel 2021 sono state 6 di cui 5 con parere non favorevole e 1 rimasta in approfondimento.

Per sanare questo scarso ricorso alla Legge 648, all’interno del 6° Rapporto OSSFOR è contenuta una proposta che è stata spiegata da Valeria Viola, Institutional and Regulatory Affairs Consultant di Pharma Value. “Nell’ipotesi di una revisione del fondo per i farmaci innovativi, associata ai farmaci in lista 648/96 alla loro prima indicazione autorizzata, questo potrebbe essere sufficientemente capiente per contenere i costi legati ai farmaci che vi troverebbero allocazione, affinché possa esserci un ‘early access’. La spesa – spiega la dottoressa Viola – rappresenterebbe il 9% del totale, circa 91 milioni di euro su un miliardo di euro per il 2022. Questa stima, tra l’altro, non considera la negoziazione prevista dal nuovo DM Criteri Negoziali. Per integrare questo tipo di farmaci nel fondo degli innovativi, la modifica normativa dovrebbe inserire la valutazione dell’innovatività subito dopo la raccomandazione positiva del CHMP EMA. Questo permetterebbe ai pazienti che ne hanno necessità, di avere accesso a tali farmaci in tempi più brevi e con una copertura economica già prevista dal sistema”.

Farmaci orfani: spesa, uso e accesso sul territorio

Il dettaglio regionale mostra un maggior consumo in termini di DDD (Dose Definita Die, ndr) nelle Regioni del Nord che coprono quasi il 50% del consumo, con conseguente maggiore spesa assoluta. Le Regioni a maggior spesa pro capite sono l’Umbria (a maggior spesa anche nel 2020) e Emilia Romagna con una spesa, rispettivamente, pari a 33,0 e 31,4 euro a fronte di una media nazionale di 25,9 euro; le Regioni a minor spesa sono Valle d’Aosta (lo era anche nel 2020) e Molise con una spesa rispettivamente di 14,8 e 19,1 euro, anche se la Valle d’Aosta è la Regione che presenta il maggior aumento di spesa pro capite rispetto al 2020 (+34,6%). Le Regioni con il più alto numero di farmaci orfani movimentati sono Lombardia, Emilia Romagna e Veneto mentre quelli con il minor numero sono Valle d’Aosta, Molise e PA Trento.

È importante ricordare che la legge nota come “Testo Unico Malattie Rare”, approvata alla fine del 2021, prevede che i farmaci orfani vengano resi immediatamente disponibili da tutte le Regioni. A tal proposito, dall’analisi dei tempi mediani entro cui i Servizi Sanitari Regionali rendono disponibili ai pazienti i farmaci orfani emerge che nel periodo 2016-2021 le Regioni italiane hanno impiegato mediamente 113 giorni. Le Regioni che impiegano tempi più lunghi rispetto alla media nazionale sono il Molise, la Valle d’Aosta, la PA Trento e la Basilicata, alle quali è associato anche il minor numero di farmaci movimentati. Le Regioni che impiegano minor tempo, con una mediana al di sotto dei 6 mesi sono Sicilia, Campania, Piemonte, Liguria, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Lazio e Lombardia, alle quali si associa il numero dei farmaci orfani movimentati più alto. Le Regioni che hanno il maggior numero di farmaci disponibili sono la Lombardia e l’Emilia Romagna.

Ad oggi in Italia sono disponibili in pratica clinica la quasi totalità dei farmaci orfani autorizzati da EMA. Nel 2021 infatti è stato ulteriormente ridotto il gap autorizzativo tra autorità europea e nazionale. Questa grande disponibilità si manifesta anche a livello delle singole Regioni – chiarisce Francesco Trotta, Settore HTA AIFA – Agenzia Italiana del Farmaco Valutando infatti il consumo in termini di DDD per 1000 abitanti, si nota un consumo omogeneo in tutte le aree geografiche. Il Servizio Sanitario Nazionale quindi offre a tutti i pazienti affetti da malattie rare pari opportunità di accesso alle terapie con farmaci orfani, indipendentemente dalla Regione di residenza. Per quanto riguarda i tempi di accesso, l’analisi mostra che i tempi mediani entro cui i Servizi Sanitari Regionali rendono disponibili ai pazienti i farmaci orfani, considerando il periodo 2016-2021, si attestano intorno a 113 giorni, con una variabilità regionale che è attribuibile al fabbisogno regionale. Complessivamente i tempi mediani Italiani sono inferiori alla mediana Europea. Importante segnalare infine che lo status di ‘orfano’ (e quindi lo scadere di tale status) – aggiunge Trotta – non ha alcun impatto sulla disponibilità e sull’utilizzo di tali farmaci: l’accesso continua a essere garantito su tutto il territorio successivamente allo scadere dello status di orfano”.

La ricerca clinica 

Per meglio comprendere il panorama delle malattie rare e dei farmaci orfani, il 6° Rapporto OSSFOR dedica un’analisi alle sperimentazioni cliniche in corso su nuove molecole, gettando così lo sguardo ai futuri farmaci che giungeranno sul mercato.

Nell’ultimo Rapporto AIFA “Horizon scanning 2002” emerge come la metà dei medicinali contenenti nuove sostanze attive in valutazione, con parere EMA atteso nel 2022, siano farmaci orfani (29 su 58). Un’analisi sulla ricerca in corso di svolgimento, effettuata da Osservatorio Trail-Sperimentazionicliniche.it, rileva un aumento dei trial clinici sui farmaci orfani: si tratta di 29 molecole che interessano 13 aree terapeutiche e 27 patologie di riferimento trattate. Per 21 delle 29 molecole è stata registrata l’attività di 133 studi clinici interventistici a livello globale, con la partecipazione di quasi 24mila pazienti nel mondo. I centri clinici italiani sono complessivamente coinvolti in 21 sperimentazioni cliniche. Osservando lo storico delle fonti di finanziamento delle sperimentazioni cliniche si nota nel 2022 la riduzione dell’attività di realtà non industriali, anche in modalità di co-finanziamento.

“La tipologia dei promotori cambia, come lecito attendersi, man mano che il percorso della ricerca si evolve facendo emergere la rilevanza dell’industria nello sviluppo delle sperimentazioni cliniche – spiega nel Rapporto Giulio D’Alfonso, Presidente Osservatorio Trial – Pur essendo stato il 2022 un anno di transizione per l’attuazione del nuovo regolamento europeo, in cui è stato possibile gestire la ricerca clinica anche con le ‘vecchie’ modalità, non c’è dubbio che più di qualche difficoltà sia stata affrontata dalle realtà non industriali che hanno dovuto affrontare una più complessa riorganizzazione interna. Ed è forse questa anche la causa della loro minore presenza quali promotori. In previsione della imminente e completa adozione del regolamento 563/2014, in vigore dal 31 gennaio 2023, sarà quindi interessante, oltre che necessario, seguire l’evoluzione dell’adattamento di queste realtà non industriali che svolgono un importante ruolo nell’ambito della ricerca clinica”.

Le proposte dall’Alleanza Malattie Rare    

Grazie al contributo delle oltre 350 Associazioni riunite nell’Alleanza Malattie Rare è stata pubblicata un’analisi che ha permesso di individuare cosa sia ancora necessario fare per garantire una reale implementazione delle norme e quali sono le aree di criticità da superare. Lo studio ha consentito di “confermare le richieste avanzate già in passato e, ad oggi, ancora inascoltate da parte delle Istituzioni – afferma Sandra Frateiacci, Presidente dell’Associazione Liberi dall’Asma, dalle Malattie Allergiche, Atopiche, Respiratorie e Rare APS- ALAMA, in rappresentanza dell’AMR – In particolare, l’approvazione del Decreto Tariffe, l’approvazione e la piena attuazione, compreso il finanziamento, del Piano Nazionale Malattie Rare, la declinazione in progetti utili per il settore dei fondi del PNRR e la messa a terra del Testo Unico Malattie Rare attraverso decreti e regolamenti attuativi così da chiarire sia le questioni legate all’accesso, anche ai farmaci di fascia C, che le questioni relative al ‘Piano Diagnostico Terapeutico Assistenziale Personalizzato (PDTAP)’ il cui percorso di costruzione e approvazione non è del tutto chiaro e costituirebbe invece un tassello importante anche per quello che riguarda tutti gli aspetti dell’assistenza sul territorio”.

A queste necessità, che riguardano più da vicino i farmaci, si affianca però un’altra grande priorità per i pazienti, che per l’occasione è stata ricordata, quella di premere l’acceleratore sul fronte della diagnosi, sia implementando la lista delle malattie rare da ricercare con screening neonatale che inserendo le indagini di scienze omiche nei Lea e, non ultimo, puntando alla formazione dei medici a partire da quelli di medicina generale e dei pediatri di libera scelta, senza tralasciare la formazione del personale delle professioni sanitarie non mediche.

L’uso del Clinical Trials Information System diventa obbligatorio per le nuove domande di sperimentazione clinica nell’UE

Dal 31 gennaio 2023, tutte le domande iniziali di sperimentazione clinica nell’Unione europea (UE) devono essere presentate tramite il Clinical Trials Information System (CTIS). CTIS è ora il punto di accesso unico per gli sponsor e le autorità di regolamentazione delle sperimentazioni cliniche per la presentazione e la valutazione dei dati delle sperimentazioni cliniche. Questo dopo una fase di transizione di un anno, durante la quale gli sponsor possono scegliere se presentare domanda per una nuova sperimentazione clinica nell’UE/SEE in linea con la direttiva sulle sperimentazioni cliniche o ai sensi del nuovo regolamento sulle sperimentazioni cliniche (CTR), che è entrato in applicazione il 31 gennaio 2022.

In passato, gli sponsor dovevano presentare le domande di sperimentazione clinica separatamente alle autorità nazionali competenti e ai comitati etici di ciascun paese per ottenere l’approvazione normativa per condurre una sperimentazione clinica. Anche la registrazione e la pubblicazione dei risultati erano processi separati. Con CTIS, gli sponsor possono ora richiedere autorizzazioni in un massimo di 30 paesi UE/SEE contemporaneamente e con la stessa documentazione. Il sistema include un database pubblico consultabile da operatori sanitari, pazienti e altre parti interessate.

Il CTR prevede un periodo di transizione di tre anni, dal 2022 al 2025. La prima milestone è stata raggiunta oggi; nei prossimi due anni, entro il 31 gennaio 2025, tutte le sperimentazioni in corso approvate ai sensi della direttiva sulle sperimentazioni cliniche saranno disciplinate dal nuovo regolamento e dovranno essere trasferite al CTIS.


L’applicazione del CTR rafforza l’Europa come luogo attraente per la ricerca clinica. Il nuovo regolamento semplifica i processi per la domanda e la supervisione delle sperimentazioni cliniche e la loro registrazione pubblica: tutti gli sponsor della sperimentazione clinica ora utilizzeranno lo stesso sistema e seguiranno le stesse procedure per richiedere l’autorizzazione di una sperimentazione clinica, indipendentemente da dove si trovino si trovano e con quale autorità nazionale competente o comitato etico nazionale hanno a che fare.

L’autorizzazione e la supervisione delle sperimentazioni cliniche è di competenza degli Stati membri dell’UE/SEE, mentre l’Agenzia europea per i medicinali (EMA) è responsabile del mantenimento del CTIS. La Commissione europea (CE) sovrintende all’attuazione del regolamento sulle sperimentazioni cliniche.

Italia dei piccoli comuni, Fimmg: “Grazie Mattarella per aver sottolineato il crescente disagio”

Italia dei piccoli comuni, FIMMG: “Grazie al Presidente Mattarella per aver confermato e sottolineato il crescente disagio di questa popolazione per un ritiro dei servizi che meritava attenzione progettuale come da noi denunciato con il tour #adessobasta”

“..sedici milioni di persone, di cittadini, vivono in Comuni con meno di quindicimila abitanti: è un’Italia fondamentale, che copre l’80% – come abbiamo visto poc’anzi – del nostro territorio. È quindi una parte decisiva dell’Italia. Decisiva per il suo sviluppo, per il suo equilibrio. E in questa parte così importante, sappiamo che vi è un crescente disagio per il ritiro dei servizi che si è registrato. Che incide sulla vita quotidiana, e quindi incide sulle possibilità e le opportunità di tanti nostri concittadini.”

Queste le parole pronunciate ieri dal Presidente Mattarella.

Una constatazione oltre che condivisibile anche presente in relazioni Congressuali degli ultimi anni dove, partendo dalla necessità di un discorso di miglioramento assistenziale quali-quantitativo, si collegava la programmazione del numero dei medici di famiglia oltre al rapporto medici/popolazione a quello del numero di medici per kmq per tali territori. Tale evidenza si concretizza nel 2019, epoca pre-Covid, con l’iniziativa denominata #adessobasta, ovvero un  tour in camper in giro per l’Italia dei piccoli comuni per 8000 km e che ha toccato tutte le Regioni con 35 comuni di cui 15 con meno di 5000 abitanti,  e che riguardava anche la necessità di evidenziare come assicurare l’accesso ai servizi sanitari pubblici dove nasce il bisogno, non accentrando in strutture edilizie funzioni come il rapporto fiduciario, la prossimità delle cure, l’umanizzazione  della medicina, la prevenzione.

Questa realtà non trova soluzioni realistiche in modelli di sanità pubblica che propongono soluzioni sanitarie a problemi sociali, che creano strutture di degenza per anziani invece che promuovere la domiciliarità delle cure e dell’assistenza a casa.

Così la situazione italiana vive attualmente un paradosso. Un tempo i giovani migravano dai piccoli paesi alle grandi città in cerca di opportunità lavorative, oggi invece assistiamo ad un ulteriore e preoccupante fenomeno: la popolazione più anziana è costretta ad effettuare lo stesso spostamento al fine di trovare adeguata assistenza sanitaria vista una maggiore offerta centralizzata sulle grandi città. Nei piccoli comuni e paesi, infatti, si assiste non solo alla chiusura dei piccoli ospedali territoriali, ma si è spettatori passivi dell’ancor più grave evento che riguarda la carenza di medici di medicina generale, il presidio sanitario fondamentale per cure primarie di prossimità e di contatto quotidiano e continuativo.

Oggi, a causa di errori nella programmazione che hanno sottovalutato le dimensioni di un pensionamento anagrafico, evento che Fimmg ha annunciato da almeno vent’anni, i MMG, che sono la porta di accesso al sistema sanitario nazionale, sono clamorosamente carenti. Per questo è estremamente grave che anche questo fondamentale e prezioso servizio sia fra quelli che sta venendo a mancare, in primis nei piccoli comuni. Il paradigma delle Case di comunità declinato dal PNRR come soluzione unicista, sembra andare tristemente proprio in questa direzione: aumentare le distanze fra i cittadini e il loro medico di famiglia, concentrando nei grandi centri i pochi medici disponibili e costringendo la popolazione anziana a spostamenti continui per poter gestire le loro cronicità e fragilità nonostante molti necessitino di un’assistenza capillare che trova soluzioni nella domiciliarità e nelle cure “a chilometro zero”. 

Ringraziando pertanto il Presidente Mattarella per la sensibilità dimostrata al tema della “Italia dei piccoli comuni”, auspichiamo che la medicina generale rimanga per la politica il fondamento dell’assistenza sanitaria da preservare a ogni costo, soprattutto per le sue caratteristiche fondanti di assistenza, di prossimità e fiduciarietà e che le azioni intraprese dal governo volgano alla tutela e all’evoluzione del ruolo del medico di famiglia senza stravolgerne le sue peculiarità. Ciò non significa che non bisogna apportare correttivi, innovare il sistema, potenziare la telemedicina. Ma va fatto non proponendo soluzioni che mal si coniugano con i bisogni della popolazione. Servono soluzioni innovative che escano da logiche ideologiche ma entrino nella logica dell’efficienza e della sostenibilità. In conclusione, rilanciamo che partendo da modelli assistenziali per la medicina generale validi per i piccoli comuni si trovano soluzioni anche ai modelli evolutivi urbanistici delle grandi città europee, che si progettano sempre più con il modello dei servizi a 15 minuti a piedi, dove il quartiere diventa comunità di servizi e di assistenza diffusa, liquida, potendo recuperare anche nelle metropoli il contatto umano e diretto, migliore humus per un progetto di cure psico, socio, sanitarie tipico della medicina di famiglia.

Sperimentazioni cliniche, Ministro Schillaci firma decreti Comitati Etici. Apprezzamento da Farmindustria

“Con la firma dei quattro decreti in materia Comitati Etici si compie un passo decisivo, atteso da anni, verso la piena implementazione nel nostro ordinamento del Regolamento europeo 536/2014 in materia di sperimentazioni cliniche. Si dà così un grande impulso alla ricerca sanitaria che oltre a consentire di avere maggiore disponibilità di alternative terapeutiche, costituisce uno straordinario volano per la crescita socioeconomica di un importante settore produttivo della nostra Nazione”. È quanto dichiara il Ministro della Salute, Orazio Schillaci.

Nello specifico, con Decreto del Ministro della Salute del 26 gennaio 2023, previa Intesa in Conferenza Stato -Regioni, sono individuati i 40 Comitati Etici territoriali che hanno il compito di valutare le sperimentazioni cliniche sui dispositivi medici e sui medicinali per uso umano, anche grazie alla virtuosa sinergia sviluppata fra Ministero, AIFA, Regioni e Province autonome.

Si è inoltre regolamentata, con Decreto del Ministro della Salute del 27 gennaio 2023, la fase transitoria in relazione alle attività di valutazione e alle modalità di interazione tra il Centro di coordinamento, i Comitati Etici territoriali, i Comitati Etici a valenza nazionale e l’Agenzia Italiana del Farmaco.

Altro importante provvedimento atteso da lungo tempo, e determinante nell’ottica della semplificazione amministrativa, è il decreto, adottato dal Ministro della Salute di concerto con il Ministro dell’Economia e delle Finanze, di determinazione della tariffa unica per le sperimentazioni cliniche.

È stato inoltre firmato il decreto di armonizzazione normativa che disciplina, in particolare, le funzioni dei Comitati Etici, i criteri per il riparto delle competenze tra Comitati Etici territoriali e Comitati Etici a valenza nazionale, i criteri per la composizione dei Comitati Etici, al fine di garantire che i componenti siano in possesso di una documentata conoscenza ed esperienza nelle sperimentazioni cliniche dei medicinali e dei dispositivi medici, anche al fine di garantirne l’indipendenza.

“Si tratta di provvedimenti di importanza fondamentale per l’iter regolatorio di approvazione delle sperimentazioni, frutto di uno sforzo condiviso con le Regioni e le amministrazioni interessate  – conclude il Ministro – che avranno come effetto quello di migliorare la performance dell’Italia nel settore, muovendosi nella direzione di una minore burocrazia senza però rinunciare a quel livello di rigore scientifico imprescindibile per garantire farmaci e dispositivi medici sicuri e sviluppo complessivo del sistema e del tessuto industriale di riferimento.

L’apprezzamento da parte di Farmindustria

Cattani

“A nome di tutte le aziende farmaceutiche, esprimo grande apprezzamento per la firma, da parte del Ministro della Salute, professor Orazio Schillaci, dei decreti attuativi di piena implementazione nel nostro ordinamento del Regolamento europeo in materia di sperimentazioni cliniche. Al Ministro va un sincero ringraziamento perché a 100 giorni dall’insediamento del nuovo Governo ha dato un’accelerazione decisiva raggiungendo un risultato a lungo atteso dalle imprese del farmaco e dal sistema Paese”, commenta il presidente di Farmindustria Marcello Cattani.

“Finalmente la nostra normativa è in linea con quella europea e ciò consentirà all’Italia di essere più attrattiva e alle aziende operanti nel Paese di essere protagoniste nella ricerca in un contesto internazionale sempre più competitivo. Il provvedimento semplifica le procedure, valorizza l’innovazione, velocizza l’accesso alla cura per i cittadini. Già oggi le imprese del farmaco investono oltre 700 milioni in studi clinici. Sono risorse importanti per i nostri centri clinici, che sono un’eccellenza in Europa, e per il Servizio Sanitario Nazionale.”

Epatite C: per l’eliminazione del virus bisogna estendere lo screening

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Fino al 2013 era una malattia priva di una cura efficace: i farmaci disponibili funzionavano in meno del 50% dei casi, a fronte di pesanti effetti collaterali. L’epatite C è stata una patologia che per decenni ha portato con sé uno stigma: poiché si tratta di un’infezione che si trasmette per via ematica, sono maggiormente a rischio le popolazioni che fanno uso di sostanze, i carcerati e gli omosessuali. In realtà l’infezione può essere contratta anche dal sangue infetto di una trasfusione o da strumenti non ben sterilizzati, in sala operatoria o dal dentista. Quest’ultima, peraltro, è stata la via di maggior diffusione della trasmissione dell’infezione in Italia nel passato.

L’infezione cronica da Hcv dura per un periodo lungo anche fino a trent’anni senza mostrare sintomi e quindi rimane spesso non diagnosticata.

Nel 2013, c’è stata la grande svolta. L’era dei farmaci ad azione antivirale diretta (Daa) ha comportato una vera rivoluzione nella cura dell’epatite C: due o tre mesi di trattamento permettono, in oltre il 98% dei casi, di eliminare il virus e quindi portano la maggioranza dei pazienti alla guarigione della malattia Hcv correlata.

Dal 2015 la terapia con i Daa è stata possibile anche in Italia, facendo tirare un sospiro di sollievo alle persone con la malattia ma ponendo anche un grande problema etico: poiché la terapia era costosissima, non tutti avrebbero potuto averla subito. Per la prima volta nel nostro Paese si è dunque derogato all’universalità del Servizio sanitario nazionale, decidendo di trattare per primi i casi più gravi. Sfruttando la lenta progressione della malattia, si è dunque stilata una sorta di “lista d’attesa”. Questo sistema ha alimentato veri e propri “viaggi della speranza” in Paesi come l’India e l’Egitto per riuscire a conquistare le dosi di farmaco necessarie.

Nel marzo 2017, poi, il Ministero della Salute ha ampliato i criteri di accesso alla terapia, permettendo di curarsi a tutti coloro che avevano ricevuto una diagnosi di epatite C.

Tra il 2015 e il 2022 si calcola che nel nostro Paese siano state trattate oltre 244.000 persone e dall’anno scorso il Ministero ha avviato uno screening nazionale per tutti i nati tra il 1969 e il 1989.

L’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) ha infatti inserito l’eliminazione dell’infezione da Hcv entro il 2030, ma quanto è realizzabile questo obiettivo?

Il sommerso

“Dipende da che cosa prendiamo in considerazione – premette Loreta Kondili, gastroenterologa del Centro Nazionale per la Salute Globale dell’Iss –: con l’arrivo dei nuovi farmaci ad azione diretta antivirale l’Italia è il primo Paese europeo per numero di pazienti trattati. Abbiamo dunque ridotto in maniera significativa l’impatto della malattia: i farmaci infatti eliminano il virus con un’efficacia superiore al 98%”.

A questi ritmi, il nostro Paese, secondo l’esperta, dovrebbe raggiungere l’obiettivo della riduzione della mortalità Hcv correlata di oltre il 65% già entro il biennio 2023-2025.

Tuttavia, gli obiettivi di eliminazione prevedono anche la riduzione di almeno il 90% della prevalenza rispetto al 2015 e dell’80% dell’incidenza (quindi dei nuovi casi di infezione). Inoltre, entro il 2030 almeno l’80% dei casi diagnosticati dovranno essere trattati.

 “Abbiamo registrato un drastico calo del numero dei trattamenti tra il 2018 e il 2022 – rende noto Kondili –. All’epoca curavamo circa 56.000 persone all’anno, oggi arriviamo a fatica ai 14.000”.

Potrebbe sembrare una buona notizia: poiché chi viene trattato guarisce, significa che si stanno esaurendo le persone diagnosticate. “Il problema è che abbiamo un sommerso stimato di circa 300.000 persone asintomatiche, che quindi non sanno di avere il virus. Da qui l’importanza dello screening, unico strumento che permette di mappare il numero di malati”.

A questi se ne devono aggiungere altri 100.000 circa, che hanno un danno severo al fegato e a cui non è stata diagnosticata l’infezione da Hcv, oppure trascurano le cure.

Questi dati, tuttavia, non sono una fotografia dell’esistente, ma il risultato di una simulazione effettuata grazie a studi matematici di modelling che si basano su dati di storia naturale, di trattamento ed epidemiologici degli anni passati in Italia poi attualizzati.

L’importanza dello screening

L’Italia è uno dei pochi Paesi al mondo ad aver stanziato un fondo ad hoc per lo screening dell’epatite C

L’Italia è uno dei pochi Paesi al mondo ad aver stanziato un fondo ad hoc per lo screening dell’epatite C. Dal 1° gennaio 2022 i nati tra il 1969 e il 1989 possono sottoporsi al prelievo necessario per diagnosticare l’infezione e, in caso di esito positivo, eliminare il virus e curare quindi la malattia da esso causata. Purtroppo, a oltre 12 mesi di distanza, questa non è ancora una possibilità per tutti: alcune Regioni, infatti, non hanno ancora aderito al programma. A fine 2022 si erano attivate solo in 11.

L’altra criticità riguarda la mancanza di risorse per le campagne di comunicazione: “I 71,5 milioni di euro stanziati coprono soltanto i test e non la sensibilizzazione della popolazione e del personale sanitario – afferma Kondili –. Per questo il Ministero ha prorogato fino a fine 2023 lo screening”.

Nonostante sia passato un anno dall’inizio dei test, ad oggi non è noto quante siano le persone che vi si sono sottoposte e con che esiti: “All’Istituto superiore di Sanità abbiamo dati parziali e non tutte le Regioni hanno già trasmesso i dati”, spiega Kondili.

Alla platea potenzialmente interessata di 17 milioni di persone si sommano i soggetti attualmente seguiti dai SerD e i carcerati. L’ambizioso obiettivo è sottoporre al test in questi due anni almeno il 70% della popolazione target, considerata quella a maggior rischio di trasmissione dell’infezione.

Il prossimo passo, secondo l’esperta, sarebbe estendere lo screening, entro l’anno 2023, anche ai nati tra il 1948 e il 1968, persone che hanno una probabilità maggiore di sviluppare danni progressivi del fegato qualora dovessero rimanere non diagnosticati.

Nei primi anni Duemila nel Sud Italia una persona su tre aveva l’Hcv

“Dati relativi ai primi anni 2000 ci dicono che nel Sud Italia una persona su tre aveva l’Hcv: molti sono stati già trattati in questi anni, ma rimane ancora tanto da fare per portare allo scoperto questo sommerso e far arrivare tutte queste persone alle cure per eliminare l’infezione e fermare la progressione delle malattie che causano l’epatite C”, espone l’esperta.

Oltre a migliorare la qualità di vita e la prognosi dei pazienti, questa operazione potrebbe generare anche un risparmio per il Servizio sanitario nazionale: “Abbiamo calcolato che l’implementazione dello screening alle persone nate tra 1948-1968 permetterebbe di evitare oltre 5.000 pazienti con cirrosi e con cancro del fegato nei prossimi 10 anni e oltre 11.000 morti Hcv-correlate. Questo investimento immediato porterebbe quindi a un risparmio di 62 milioni di euro in 10 anni”.

Come avviene il test

Le modalità per lo screening possono differire in base alla popolazione che vi si sottopone. I nati tra il 1969 e il 1989 dovranno sottoporsi a un test sierologico, con la ricerca di anticorpi anti Hcv, e al reflex testing (se il test per Hcv Ab risulta positivo, il laboratorio eseguirà immediatamente, sullo stesso campione, la ricerca dell’Hcv Rna o dell’antigene Hcv-Hcv Ag), oppure attraverso un test capillare rapido e conferma successiva del Hcv Rna nel caso di risultato positivo.

Per le persone che sono in carico ai SerD e per i carcerati invece la preferenza ricade sul test rapido, eseguibile su sangue intero con prelievo capillare, o con l’Hcv Ab o direttamente con l’Hcv Rna misurati attraverso un Poc (Point of care). La scelta della tipologia di esame avverrà sulla base della valutazione del contesto epidemiologico locale.

L’esito dell’esame sarà restituito previo colloquio con il personale sanitario che ha prescritto il test: in questa sede saranno fornite le informazioni necessarie per l’eventuale trattamento e per le misure di prevenzione, identificando le strutture di presa in carico.
In caso di Hcv-Rna negativo non sarà effettuato ulteriore accertamento nella popolazione che non presenta fattori di rischio, invece per la popolazione che fa uso di sostanze o per i carcerati o altre popolazioni chiave il test va ripetuto ogni anno in quanto esiste la possibilità di una nuova infezione o reinfezione. Se l’Hcv-Rna dovesse risultare positivo, il paziente sarà indirizzato verso un centro specializzato per proseguire gli accertamenti diagnostici con la stadiazione della patologia e iniziare immediatamente la terapia.

Per ulteriori informazioni i cittadini possono far riferimento alla propria Regione.

Violenza operatori: Federsanità e Simeu consegnano all’Osservatorio del Ministero la raccolta di buone pratiche di 92 aziende sanitarie/ospedaliere

Federsanità e SIMEU, Società Italiana Medicina di Emergenza Urgenza hanno consegnato all’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e sociosanitarie i risultati della raccolta di buone pratiche e iniziative attuate nelle aziende sanitarie e ospedaliere in tema di prevenzione contro gli atti di violenza nelle strutture sanitarie.

Federsanità e SIMEU si sono impegnate per fornire un contributo informativo sullo stato dell’arte coinvolgendo ASL e AO raccogliendo quanto da loro realizzato non solo in tema di “prevenzione” dalle aggressioni ma anche di “recupero” alla professione per gli operatori sanitari che avessero subito aggressioni e/o minacce.

Sono state ben 92 le Aziende che hanno aderito alla Raccolta, provenienti da 17 regioni italiane. Quattro gli item di raccolta: “informazione efficace ai cittadini”, “formazione degli operatori sanitari”, “presa in carico dell’operatore aggredito”, “innovazione e organizzazione strutturale”.

 “Abbiamo avviato questa raccolta – ha detto Tiziana Frittelli, Presidente Nazionale di Federsanità e Dg dell’AO San Giovanni Addolorata di Roma – a metà del 2022 proprio con l’obiettivo di far emergere le soluzioni più innovative già in atto nelle strutture sanitarie per favorire maggiore prevenzione rispetto agli atti di violenza a danno degli operatori sanitari e per il recupero degli stessi, dopo essere stati vittima di episodi di violenza. Questo permetterebbe di offrire all’ Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie uno strumento documentale attuale e concreto finalizzato a programmare e promuovere azioni volte a garantire la sicurezza del personale medico-sanitario. Il lavoro che abbiamo svolto con SIMEU va esattamente nella direzione tracciata dal Ministro della salute Schillaci nelle scorse settimane e auspichiamo possa dare un importante contributo rispetto alla necessità espressa dal Ministro di mappare le strutture più a rischio per garantire maggiore sicurezza con un particolare attenzione ai pronto soccorso, dove si verificano con più frequenza i casi di aggressione, per dare risposte concrete in termini di riorganizzazione con particolare attenzione al problema del sovraffollamento”.

Lavorare in area Emergenza Urgenza aumenta di due-tre volte il rischiorispetto lavorare in area medica” afferma la dott.ssa Maria Pia Ruggieri, Consigliere Nazionale SIMEU e Responsabile del progetto ‘Curare la violenza’.Il dato preoccupante è che si può affermare che il 100% dei medici e degli infermieri che lavorano in pronto soccorso e nel 118 abbia subito almeno una volta violenza fisica o verbale, tra dichiarato e sommerso. Da anni SIMEU è impegnata nella salvaguardia dell’ambiente di lavoro dei professionisti. La situazione generale dei Pronto Soccorso italiani nel corso dell’ultimo anno è stata caratterizzata da un avvicinamento alla comprensione delle problematiche da parte dei cittadini ma al contempo abbiamo registrato un incremento della tensione tra pazienti, famigliari e operatori sanitari legato all’oggettivo reciproco “disagio” vissuto a causa delle attese e del sovraffollamento determinato dalle note carenze strutturali. Questo fattore provoca effetti negativi anche sul percepito della qualità della cura. La positiva sinergia con Federsanità ed il possibile lavoro congiunto all’interno dell’Osservatorio Nazionale rappresentano un percorso nella direzione di una soluzione.”

PNRR, I-Com: “Italia al primo posto tra i paesi europei per investimenti nel digitale. Per la Penisola è un’occasione da non perdere”

La transizione digitale è sicuramente una priorità nelle politiche europee: dei 723,8 miliardi di euro stanziati nel mezzo della pandemia con il Recovery and Resilience Facility (RRF), almeno il 20% deve essere rivolto proprio a investimenti nelle nuove tecnologie. L’Unione europea ha già superato tale requisito minimo prevedendo una spesa media da parte degli Stati membri pari al 26,3% del totale, con Austria e Germania di gran lunga avanti nella classifica (con rispettivamente il 53% e il 50% dei propri fondi destinati al digitale). Stando ai dati della Commissione europea, l’Italia riserva alla transizione quasi un terzo dei fondi del PNRR (26,7%), ma si posiziona al primo posto per investimenti in termini assoluti con 27 miliardi di euro, seguita dalla Spagna (18 miliardi). I maggiori sforzi dei piani dei paesi UE sono rivolti alla digitalizzazione della Pubblica Amministrazione e delle imprese, così come alla formazione in competenze. Mancano, invece, investimenti specifici nella formazione in cybersecurity e misure per una maggiore partecipazione femminile alle discipline STEM. Il rispetto dei tempi è in ogni caso cruciale: a ottobre 2022 solo 10 paesi hanno raggiunto gli obiettivi necessari all’erogazione dei fondi. Per l’Italia è un’occasione da non perdere.

Sono questi alcuni dei temi che emergono dallo studio “Addressing the challenges of the digital transition in national Recovery and Resilience Plans”, realizzato dal team di ricerca dell’Istituto per la Competitività (I-Com) per la Commissione per i problemi economici e monetari (ECON) del Parlamento europeo. Lo studio del think tank guidato dall’economista Stefano da Empoli prende in esame lo stato d‘implementazione dei Piani di Ripresa e Resilienza degli Stati membri in riferimento agli investimenti nel digitale, analizzandone la distribuzione delle risorse, evidenziando possibili traiettorie di miglioramento e fornendo spunti di policy. La ricerca si svolge su cinque principali aree della transizione digitale: connettività, digitalizzazione della Pubblica Amministrazione, Intelligenza Artificiale e Industria 4.0, cybersecurity, competenze digitali.

La possibilità di accedere alla rete è un passo fondamentale per il processo di digitalizzazione dell’Unione europea. La fornitura via via maggiore di servizi informatici, così come lo sviluppo e l’impiego di nuove tecnologie (es. cloud, Intelligenza Artificiale), richiedono infrastrutture sempre più performanti e diffuse sul territorio. Al 2021 la banda ultralarga copre il 70% dei civici europei, il 60% in più rispetto all’anno precedente. Eppure, stando al rapporto DESI 2022, l’8,5% delle case in aree rurali ancora non è coperto da alcuna rete fissa e il 32,5% è escluso dalla copertura in fibra ottica. Tra le principali misure adottate dai Paesi membri ci sono gli investimenti a supporto delle infrastrutture fisse capaci di fornire connettività ad almeno 100 Mbps (in Italia almeno 1 Gbps) e, per quanto riguarda il mobile, dei corridoi 5G europei (investimenti previsti da Lettonia, Belgio, Italia e Bulgaria). In particolare, secondo lo studio, l’Italia risulta essere il Paese che dedica l’ammontare maggiore di risorse alle reti (circa 6,7 miliardi), seguita dalla Spagna (circa 4 miliardi).

La maggior parte degli investimenti dei Paesi membri sono destinati alla digitalizzazione della PA, ovvero più di un terzo delle risorse. Tutti i Piani, in particolare, prevedono misure per lo sviluppo di infrastrutture cloud per favorire la gestione dei dati e l’accesso ai servizi pubblici da parte di cittadini e aziende. L’obiettivo del “Decennio digitale europeo” – secondo la bussola digitale presentata dalla Commissione europea a marzo del 2021 – è di rendere disponibili online il 100% dei servizi pubblici fondamentali e di far sì che l’80% dei cittadini sia in possesso di identità digitale. La Germania dedica a quest’ambito la quota maggiore (più di 6,5 miliardi di euro) delle proprie risorse dedicate al digitale ed è impegnata nella creazione di una struttura federale di dati completamente interoperabile e altamente sicura. L’Italia riserva alla digitalizzazione dei servizi pubblici ben 11,7 miliardi di euro, quasi il doppio rispetto alla Germania e più di 4 volte le risorse messe in cantiere per la PA dalla Francia (2,6 miliardi), che pure rappresentano la quota maggiore dei propri investimenti in digitale.

La digitalizzazione della PA va di pari passo con la trasformazione digitale delle imprese. Appaiono numerosi gli investimenti previsti dai Piani europei in tal senso: dagli incentivi finanziari a sostegno dell’adozione delle tecnologie digitali (Italia, Portogallo, Cipro, Croazia) alla semplificazione delle procedure burocratiche e riduzione dei costi amministrativi (Germania, Grecia). Italia, Austria e Danimarca risultano i paesi più attivi per sostenere le PMI nel processo di innovazione. In generale, la Grecia dedica alla digitalizzazione delle imprese la fetta più grossa delle proprie risorse (3,4 miliardi su circa 7,1 complessivi destinate al digitale), così come la Spagna (5,6 miliardi). Si tratta comunque di cifre nettamente inferiori a quelle previste dal PNRR italiano, ovvero 18,7 miliardi di euro, in grado di porre la Penisola ancora una volta in cima alla classifica in termini di risorse dedicate.

Nella maggior parte dei Piani elaborati dai Paesi membri, incluso quello italiano, mancano però piani e investimenti specifici nello sviluppo di tecnologie essenziali come l’intelligenza artificiale”, sottolinea Stefano da Empoli, presidente I-Com e autore del paper, insieme a Lorenzo Principali, Alessia Marcobelli ed Elisa Starnoni. “Nonostante la mole di risorse e all’opposto di quello spagnolo, che punta molto sull’intelligenza artificiale, il PNRR italiano”, continua, “rappresenta certamente un’occasione perduta sotto questo profilo. Ma più in generale, a livello europeo, nonostante parole come “sovranità digitale” e “autonomia strategica” facciano consumare fiumi di inchiostro, con pochissime eccezioni traspare la totale mancanza di una visione comune che richiederebbe, per coerenza, innanzitutto progetti condivisi sovranazionali o quantomeno coordinati tra più Stati membri. Ecco dunque che lodevoli iniziative nazionali, come quella contenuta nel PNRR spagnolo, di attrazione di talenti AI rischiano semplicemente di sottrarre cervelli ad altri Paesi UE, laddove la vera sfida sarebbe contendere i migliori scienziati, manager e imprenditori a Stati Uniti e Asia”.

Qualsiasi step nel percorso di digitalizzazione delle nostre società sarebbe vanificato senza un rafforzamento progressivo della cybersecurity. Ancora una volta, nonostante si tratti della voce che nel Piano presenta le dimensioni minori tra le 5 aree osservate, l’ammontare dedicato dell’Italia in cybersecurity (623 milioni) costituisce di gran lunga l’investimento maggiore rispetto a quelli osservati nei programmi degli altri Stati membri. Seguono la Francia (con 336 milioni) e la Polonia (193 milioni). Ma resta fondamentale adeguare al processo di digitalizzazione le competenze della popolazione, affinché PA, imprese e cittadini possano essere pienamente consapevoli dei rischi e della reale posta in gioco e nessuno venga escluso da tale processo.

Lo sviluppo delle digital skills è, in effetti, uno dei principali filoni della transizione digitale: stando al rapporto annuale sul RRF della Commissione europea, il 20% della spesa in digitale è destinata proprio alle risorse umane. Tutti i Paesi prevedono misure per aumentare le abilità informatiche nella popolazione, sia nel campo professionale che in quello dell’istruzione. L’Italia si posiziona al primo posto per investimenti in nuove competenze con più di 4 miliardi di euro, seguita da Francia (1.783 milioni di euro) e Polonia (oltre 1.500 milioni di euro). La ricerca, tuttavia, mette in luce la mancanza – a eccezione del Piano spagnolo – di riforme più strutturate finalizzate a garantire una maggiore partecipazione delle donne, soprattutto nelle discipline STEM, e raggiungere un pieno equilibrio di genere. Solo pochi Paesi, inoltre, hanno pianificato iniziative per colmare il divario nelle opportunità aperte dalla transizione digitale, in primo luogo per i gruppi più vulnerabili e gli over 65, i quali rischiano di rimanere indietro.

In conclusione, lo studio I-Com per il Parlamento europeo fornisce anche diversi spunti di policy. Riguardo alla PA, l’effettiva digitalizzazione dei servizi pubblici richiederebbe innanzitutto maggiore fiducia dei cittadini nei nuovi strumenti che essi stessi sono chiamati a usare. A tal fine, sarebbe necessaria una campagna di comunicazione in grado di aumentare la consapevolezza dei nuovi processi e dei reali vantaggi e di mettere in primo piano il ruolo di cittadini in qualità di utenti. In secondo luogo, in numerosi Piani europei mancano ancora investimenti in formazione sulla cybersecurity: servirebbero maggiori sforzi, soprattutto nella Pubblica Amministrazione, affinché gli utenti-cittadini-lavoratori siano formati e istruiti sui rischi e sulle conseguenze degli attacchi informatici. Questione radicalmente intrecciata, come visto, con lo sviluppo delle competenze digitali: se è vero che tutti i Piani dedicano risorse alla formazione di base, pochi però riservano risorse per le competenze specialistiche sulle tecnologie emergenti. Resta da colmare, inoltre, il gap relativo sia alla partecipazione delle donne, soprattutto nelle discipline STEM, sia all’inclusione nella transizione digitale dei gruppi più vulnerabili e degli over 65. Infine, la ricerca evidenzia come il RRF abbia avuto ben pochi effetti positivi su uno dei campi più rilevanti a livello strategico, ovvero l’Intelligenza Artificiale, per cui l’Europa peraltro si è posta ambiziosi obiettivi.

PNRR, un anno dopo. Quale ruolo per il settore dell’automedicazione nella sanità territoriale?

La pandemia ha profondamente cambiato il rapporto degli italiani con la propria salute e nei confronti del Servizio Sanitario Nazionale (SSN): l’utilizzo degli strumenti digitali, anche per interfacciarsi con servizi e professionisti sanitari, è diventato sempre più diffuso e sono aumentate la responsabilità e l’autonomia nelle scelte di prevenzione e cura dei cittadini.

A più di un anno dall’approvazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, nato per favorire una riforma strutturale dell’assetto del SSN, è entrato nel vivo il dibattito legato all’implementazione del nuovo modello di sanità territoriale e all’esigenza di colmare le attuali lacune, in termini di risorse (economiche e professionali) e integrazione (tra i diversi modelli assistenziali, livelli di governance, sanità pubblica e privata).

Questi temi sono stati al centro di un confronto che ha coinvolto esponenti dei gruppi parlamentari maggiormente rappresentativi e delle Associazioni di medici e farmacisti, nonché della società civile: dopo aver discusso e presentato i risultati di un’indagine rivolta ai cittadini, realizzata da SWG, in cui è emerso il quadro dei desiderata per la sanità del futuro, gli stakeholder sanitari e politici hanno evidenziato le lacune e messo in luce le potenzialità del modello di sanità territoriale presente e previsto dal PNNR, esprimendo la propria visione per il futuro del Servizio Sanitario Nazionale.

Nell’ebook vengono illustrati i principali argomenti del dibattito, con la sintesi dei contributi dei partecipanti.

Biotestamento, 5° anniversario. Campagna informativa dell’Associazione Coscioni con Giobbe Covatta

Grazie a un accesso agli atti generalizzato, l’Associazione Luca Coscioni ha avviato nei mesi scorsi un’indagine, condotta da Matteo Mainardi e Alessandro De Luca, in collaborazione con le Cellule Coscioni di tutta Italia, per richiedere a 6500 comuni quante DAT (Disposizioni Anticipate di Trattamento) sono state ricevute dall’entrata in vigore della legge (il 31 gennaio 2018) a oggi e quante di queste sono state trasferite alla Banca dati nazionale. 

Solo lo 0,4% degli italiani (185.500) ha depositato le disposizioni anticipate di trattamento. Un vuoto determinato innanzitutto dalla mancanza di conoscenza dello strumento entrato in vigore esattamente cinque anni fa, il 31 gennaio del 2018. A questo link tutti i dati per comune e provincia di tutte le Regioni.

Da parte del Ministero della Salute infatti non è mai stata condotta alcuna campagna informativa a beneficio delle persone, come invece dovrebbe avvenire e indicato nella legge stessa. “Entro sessanta giorni dalla data  di  entrata  in  vigore  della presente legge, il Ministero della salute, le regioni e le aziende sanitarie provvedono a informare della possibilità di redigere le DAT in base alla presente legge, anche attraverso i rispettivi siti internet”. 

E proprio a 5 anni dalla entrata in vigore delle legge 219 del 2017, l’Associazione lancia una campagna informativa attraverso i propri strumenti di comunicazione suddivisa in due principali iniziative: un’iniziativa stampa/social che farà leva su un video narrato da Giobbe Covatta dal titolo “Il biotestamento spiegato agli adulti, un contenuto animato realizzato da Simona Angioni e Giovanni di Modica con la direzione creativa di Avy Candeli, per illustrare l’importanza del testamento biologico e offrire tutte le informazioni per poterlo fare subito. “Nonno, tu pensi di morire?”. Con questa domanda una bambina, a partire dell’esperienza della morte del proprio gatto, coinvolge il nonno sul tema del biotestamento, e gli spiega in modo leggero e delicato l’importanza di poter esprimere anticipatamente le proprie scelte in termini di trattamenti sanitari, per evitare che siano altri, tipo lei, a dover decidere per lui. Un video semplice e chiaro per spiegare ai cittadini cos’è, come si fa e dove si può depositare il testamento biologico.

“Ci sostituiamo ancora una volta allo Stato, coi mezzi a nostra disposizione, nel realizzare una campagna di informazione su uno strumento di libertà fondamentale, ma finora tenuto nascosto dal Ministero della Salute dei Governi che si sono succeduti in questi 5 anni. Abbiamo chiesto ufficialmente un incontro anche all’attuale Ministro della Salute, Orazio Schillaci, per parlare di questo e altri temi cruciali legati alle libertà fondamentali e al diritto alla salute,” dichiarano Filomena Gallo e Marco Cappato, rispettivamente segretaria e tesoriere Associazione Luca Coscioni.

Inoltre dal 30 gennaio al 3 febbraio, al Numero Bianco per far luce sui diritti alla fine della vita (06 9931 3409), la linea telefonica nata due anni fa e gestita dalla compagna di Dj Fabio, Valeria Imbrogno, prenderà il via una settimana informativa in cui oltre al consueto supporto offerto quotidianamente dai volontari, si aggiungerà la consulenza gratuita da parte di medici che risponderanno su appuntamento ai quesiti legati al testamento biologico.

“Il numero bianco già offre un servizio di informazione legale e pratica sui temi legati al fine vita, per una settimana medici ed esperti offriranno una consulenza utile alla piena comprensione dei termini tecnici presenti nel modello di DAT predisposto dall’Associazione Luca Coscioni che può essere utilizzato come traccia essendo la forma libera. Ci auguriamo che tale servizio possa presto essere fornito da medici che abbiano ricevuto adeguata formazione dallo Stato italiano come previsto per legge”, concludono Filomena Gallo e Marco Cappato.

Qui il vademecum per redigere le DAT

Fragilità cognitive: al via in Piemonte progetto innovativo per la didattica inclusiva

Non rientrano né nella Legge 104 né nella 170 sui disturbi specifici dell’apprendimento (Dsa), ma hanno un quoziente intellettivo compreso fra 70 e 85: sono i bambini e le bambine con fragilità cognitiva. Per dare una risposta efficace alle loro esigenze in Piemonte è nato il progetto Centro HPL – High Performance Learning, promosso dalla Consulta per le Persone in Difficoltà e dall’Associazione Diritti Negati grazie al sostegno di Enel Cuore onlus per l’anno scolastico 2022-2023 e della Regione Piemonte per l’a.s. 2023-2024. Cinque le città sede dei centri: Torino, Alessandria (in collaborazione con Abilitando), Biella, Novara e Savigliano.

L’iniziativa, la prima del genere in Italia, offre ad alunni e alunne con fragilità cognitive laboratori gratuiti di potenziamento cognitivo attraverso giochi e software dedicati. Con la pedagogista Barbara Urdanch, responsabile dei contenuti didattici del progetto, scopriamo perché è così importante la didattica inclusiva.