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Flessibile, integrato, digitale e sostenibile: è l’ospedale del futuro

Flessibile, integrato con la società e nel contesto urbano, attento alle esigenze di pazienti, medici e caregiver. E, naturalmente, digitale e sostenibile.

Sono queste le principali caratteristiche che dovrà avere l’ospedale del futuro secondo il Joint Research Platform Healthcare Infrastractures di Politecnico di Milano e Fondazione Politecnico di Milano, che ha presentato le prime indicazioni su come realizzare le strutture ospedaliere che dovranno far parte del nuovo Sistema sanitario in corso di riforma.

“L’ospedale del futuro dovrà essere connotato da una forte flessibilità tra ricoveri brevi e lunghi e tra diverse aree specialistiche, e dovrà poter interagire con le altre strutture sanitarie del territorio. Nell’ottica di una maggiore appropriatezza”, ha affermato il direttore generale del Welfare di Regione Lombardia Giovanni Pavesi intervenendo alla presentazione del report “The Next Generation Hospital” presentato dall’ateneo milanese.

Una città nella città

In effetti, secondo gli esperti la vision è proprio quella di un ospedale di nuova generazione. Dove l’ospedale è visto come una vera e propria infrastruttura sociale urbana che non ospita solo servizi diagnostici e sanitari, ma è anche luogo di ricerca e formazione. Una sorta di “città nella città”, come l’ha definito Stefano Capolongo, docente di Hospital Design del Politecnico e responsabile scientifico dell’iniziativa.

Per assolvere  tutte queste diverse finalità e rispondere alle sfide presenti e future dal nome “invecchiamento della popolazione”, “digitalizzazione”, “cambiamenti climatici” e “one health”, gli esperti di progettazione ospedaliera hanno stilato un decalogo si strategie metaprogettuali. Tra le indicazioni che dovranno essere tenute in considerazione, il fatto che l’ospedale dovrà essere dotato di flessibilità e resilienza fin dalla progettazione della maglia strutturale, essere dotato di digitalizzazione pervasiva e trasversale, essere sostenibile sotto il profilo sociale, ambientale ed economico, essere attento al well-being di tutti gli utenti e prevedere una prevalenza di camere singole.

“Oggi l’ospedale è concepito per il ricovero dei pazienti, ma dovrà diventare accogliente anche per il caregiver e per il personale sanitario. Oggi dopo il triage non è possibile accompagnare il paziente lungo il percorso di cura. Ma dobbiamo tendere all’umanizzazione delle cure”, anche a partire dalle strutture, ha precisato Pavesi.

Flessibilità e camere singole

Oggi l’80% dell’assistenza sanitaria avviene all’interno delle camere

Ecco quindi che tra gli elementi strutturali vitali per progettare l’ospedale del futuro vi è la necessità di dividere gli spazi per macroaree ospedaliere a complessità omogenea, come diagnostica, terapia e Pronto soccorso. La prevalenza delle camere singole è determinata dal fatto che oggi l’80% dell’assistenza sanitaria avviene all’interno delle camere. Se esse saranno singole ma trasformabili in doppie non per ospitare altri pazienti ma il caregiver, si genereranno risparmi operativi giacché il caregiver potrà sostituire in parte alcune attività oggi svolte dagli operatori socio sanitari. Quanto alla tecnologia abilitante, la digital health, sempre più fine e presente, dovrà servire per liberare tempo di qualità al personale sanitario da dedicare alle attività di cura.

Palese è il fatto che una rilevante quota dei nosocomi italiani possiede strutture vecchie, se non addirittura obsolete. E il classico dilemma se sia meglio ristrutturare o ricostruire torna a fare capolino. Ebbene, per guardare all’ospedale del futuro partendo da uno già esistente si dovrà prevedere un nuovo building ad alta intensità dismettendo le strutture obsolete o riconfigurandole con funzione a bassa complessità o accessoria.

Logistica 4.0 e droni

Un ruolo chiave avrà anche la logistica, che dovrà essere progettata secondo i principi del ‘just in time’, che sfrutta al massimo l’automatizzazione. Tutto per consentire di ridurre le dimensioni dei depositi e i costi di gestione. E così via libera a hub logistici esterni integrati con i sistemi dei servizi generali, logistici e farmaceutici, finanche all’utilizzo dei droni per il trasporto di medicinali e provette, persino tra strutture sanitarie differenti o all’interno dei corpi di strutture sanitarie particolarmente estese. Come già avviene dal 2018 negli Ospedali di Lugano dopo un test e come è in fase di sperimentazione all’ospedale San Raffaele di Milano.

A tutta sostenibilità

Quanto alla sostenibilità, si tratta di uno dei temi più rilevanti che dovranno essere affrontati e risolti dai progettisti dei nuovi ospedali. Partendo dalla consapevolezza che l’ospedale è l’edificio energivoro per antonomasia e che uno studio del 2018 pubblicato su The Lancet Planetary Health ci restituisce un dato inquietante: il settore sanitario produce il 3-10% delle emissioni di CO2 a livello mondiale.

Se i sistemi sanitari del mondo fossero una nazione sarebbero il quinto Paese più inquinante

Ha aggiunto Luigi Bertinato, responsabile della Segreteria scientifica della Presidenza dell’Istituto superiore di sanità: “Se i sistemi sanitari del mondo fossero una nazione sarebbero il quinto Paese più inquinante. Ecco perché l’ospedale del futuro deve essere non inquinante”. Ciò si dovrà declinare non solo pensando di sfruttare le energie rinnovabili, ridurre le emissioni climalteranti dirette e indirette, ma anche utilizzando materiali sostenibili ecologicamente ed economicamente. In questo senso vale il principio del ‘chi più spende meno spende’. Infatti gli esperti concordano nel sostenere che una progettazione sostenibile può essere più costosa rispetto all’utilizzo di materiali non sostenibili. Ma che l’adozione di progettualità volte alla sostenibilità compensa i costi elevati nel tempo, perché la riduzione di consumi energetici porterà alla diminuzione dei costi operativi dell’ospedale.

Smart and digital

Ma l’ospedale del futuro sarà anche smart. Il che significa essere progettati e realizzati in modo che l’intelligenza artificiale e la digitalizzazione sia distribuita a tutti i livelli per poter interagire con personale sanitario e pazienti in modo flessibile a seconda delle esigenze specifiche. Smart significa anche essere connesso con le altre strutture sanitarie del territorio per consentire la continuità assistenziale. Un ospedale che risulta quindi fisico e digitale, locale e in cloud allo stesso tempo.

Come ha commentato il presidente dell’Iss Silvio Brusaferro: “Bisogna intervenire nel Ssn a livello di organizzazione, contratti e competenze delle diverse professionalità. Le strutture sono facilitatori del rendere operativi i modelli organizzativi. Le cure primarie e l’ospedale fanno parte dei una rete di assistenza sanitaria unica. Questi ultimi devono essere progettati in modo che possano dialogare tra loro e con il territorio con l’obiettivo della prossimità delle cure e del riuscire a rispondere efficacemente ai bisogni di salute. Dobbiamo creare una dimensione unitaria dei percorsi di cura”.

Ema: azioni a sostegno dello sviluppo di medicinali per bambini

Le autorità di regolamentazione dell’Unione europea (UE) hanno adottato diverse iniziative negli ultimi quattro anni per aumentare l’efficienza dei processi di regolamentazione pediatrica e promuovere lo sviluppo di medicinali per bambini. Questi risultati sono evidenziati nella relazione conclusiva del piano d’azione dell’EMA e della Commissione europea (CE) sulla pediatria.

Tra i principali miglioramenti apportati dal piano d’azione:

  • Maggiore attenzione ai bisogni medici insoddisfatti: negli ultimi quattro anni, l’EMA e gli stakeholder si sono sistematicamente riuniti per identificare e sensibilizzare sulle aree in cui i medicinali per bambini sono particolarmente necessari, con l’obiettivo di spostare l’agenda della ricerca su queste aree. Ad esempio, si sono svolti forum strategici multi-stakeholder per discutere e concordare le esigenze dei bambini malati di cancro e dei bambini con malattia infiammatoria intestinale. Gli insegnamenti tratti da questi incontri che coinvolgono medici, pazienti pediatrici e i loro rappresentanti, mondo accademico, autorità di regolamentazione, organismi di HTA e sviluppatori vengono presi in considerazione dall’EMA durante la discussione dei piani di indagine pediatrica (paediatric investigation plans (PIPs) per nuovi farmaci.
  • Adeguare i processi normativi per sostenere meglio l’innovazione: per facilitare l’istituzione di PIP, i processi normativi sono stati adattati e i processi complessivamente semplificati. Uno dei principali risultati di questo lavoro è l’avvio di una fase pilota per un accordo “stepwise PIP”: in alcuni casi sarà possibile concordare un programma di sviluppo parziale, subordinato allo sviluppo di un PIP completo una volta che le evidenze diventano disponibile nel tempo. Ciò consentirà di concordare PIP per farmaci innovativi in cui le informazioni necessarie per definire alcune parti del piano non sono ancora disponibili, pianificando al contempo le condizioni e le scadenze per le aziende per tornare al comitato pediatrico dell’EMA (PDCO) e discutere i punti ancora da chiarire una volta che i dati saranno disponibili. Maggiori informazioni su questo framework di nuova concezione, lanciata oggi, sono fornite nella guida per il progetto pilota “stepwise PIP”.
  • Maggiore allineamento dei requisiti in materia di dati tra i decisori: per facilitare la compatibilità dei requisiti pediatrici tra autorità di regolamentazione, l’EMA ha rafforzato la sua collaborazione con i partner internazionali e in particolare all’interno del suo cluster pediatrico con la Food and Drug Administration (FDA) statunitense e altri enti regolatori internazionali. Il lavoro è stato svolto anche attraverso la rete europea di ricerca pediatrica presso l’EMA (Enpr-EMA) per allineare i requisiti internazionali per l’autorizzazione e gli standard delle sperimentazioni cliniche pediatriche.

Nel 2017, la CE ha pubblicato una relazione decennale sull’attuazione del regolamento pediatrico (Pediatric Regulation). Questa relazione ha evidenziato un successo complessivo del regolamento con un aumento dei medicinali autorizzati per i bambini, ma ha anche individuato alcune sfide, rilevando in particolare che alcune aree terapeutiche (ad esempio oncologia, neonatologia) non avevano ancora sviluppi sufficienti per i bambini.

Sulla base di questo rapporto, nel 2018 l’EMA insieme alla CE ha tenuto un seminario multistakeholder per identificare i modi per migliorare l’attuazione del regolamento pediatrico. A seguito del workshop è stato sviluppato il piano d’azione pediatrico per fornire alcune soluzioni immediate a queste sfide nell’ambito dell’attuale quadro normativo. Questo lavoro contribuirà all’applicazione del regolamento pediatrico, mentre la CE sta attualmente finalizzando una proposta di revisione della legislazione farmaceutica dell’UE, che includerà una revisione del quadro legislativo applicabile ai medicinali per bambini. L’adozione della proposta è prevista per il prossimo mese.

Maggiori informazioni sul Regolamento Pediatrico

Il regolamento pediatrico (Pediatric Regulation) è entrato in vigore nell’UE nel 2007 per incoraggiare i produttori a ricercare e sviluppare farmaci per le esigenze terapeutiche specifiche dei bambini utilizzando un sistema di ricompense e obbligando gli sviluppatori a pianificare in modo specifico lo sviluppo del proprio farmaco per bambini (ad esempio integrandolo nello sviluppo per adulti) e inviare un PIP corrispondente. Un PIP è un piano di sviluppo volto a garantire che i dati necessari siano ottenuti attraverso studi sui bambini, per supportare l’autorizzazione di un medicinale per pazienti pediatrici. Tutte le domande di autorizzazione all’immissione in commercio di nuovi medicinali devono includere i risultati degli studi descritti in un PIP concordato, a meno che il medicinale non sia esente a causa di un rinvio o di una rinuncia.

Test genetici, cosa ne pensano gli italiani?

Negli ultimi anni è cresciuto l’interesse per quegli esami che permettono di avere informazioni sul proprio patrimonio genetico, in particolare per riscontrare la predisposizione a specifiche patologie. Lo conferma anche l’ultima indagine dell’Osservatorio Sanità di UniSalute[1], che insieme all’istituto di ricerca Nomisma ha analizzato l’atteggiamento di italiane e italiani verso questo tipo di test, con un sondaggio svolto su un campione di 1.200 persone.

Lo studio ha indagato innanzitutto quanto gli italiani conoscano questi esami: è emerso come meno di uno su quattro (23%) dichiari di essere ben informato sui test genetici, e appena il 15% ne abbia già effettuato uno o si appresti a farlo. La maggioranza (64%) ne ha solo sentito parlare e non sa di preciso di cosa si tratti, con due su tre (67%) che affermano di volerne saperne di più, soprattutto per poter escludere o prevenire patologie (64%), o per la presenza di malattie ereditarie in famiglia (38%).

UniSalute ha poi interrogato il campione di chi ha già eseguito un test genetico: l’esame si è rivelato utile? Nella grande maggioranza dei casi, quasi quattro su cinque (77%), sì: o perchéha escluso la presenza di un’anomalia genetica (45%), o perché l’ha confermata (32%). La ragione predominante per effettuare il test, tra chi lo ha già svolto o sta per farlo, è la presenza di malattie ereditarie in famiglia (54%); chi effettua questi esami lo fa anche solo a scopo preventivo (39%), mentre più raramente a seguito dell’insorgere di una patologia (8%).

Le malattie per cui più frequentemente si svolge un test genetico includono la fibrosi cistica (24%), le patologie cardiache (24%) e il diabete (23%); considerando solo le donne del campione, è invece il tumore al seno (31%) la patologia per cui si effettuano più test.

Nel campione interrogato dal sondaggio c’è però anche chi afferma di non essere interessato ai test genetici, quasi un italiano su cinque (18%). Come mai? In gran parte, chi non ha interesse per questi esami dichiara di preferire non conoscere la propria predisposizione ad alcune patologie (61%), anche perché in molti casi non si hanno malattie ereditarie in famiglia (43%). Gli italiani, comunque, ritengono il patrimonio genetico sia molto importante nella salute di una persona: oltre uno su tre (36%) lo indica come uno dei fattori principali, secondo solo al tipo di alimentazione (41% delle risposte).


[1] Indagine CAWI condotta dall’istituto di ricerca Nomisma nell’estate 2022 su di un campione di 1.200 persone stratificato per età (18-75 anni), sesso ed area geografica con sovracampionamento nelle province di Milano, Torino, Padova, Bologna, Napoli

Farmaci: “Mettere in sicurezza catena delle forniture in Europa”

Introdurre flessibilità normative sugli imballaggi (soprattutto riguardo al foglietto illustrativo) per facilitare la riassegnazione dei medicinali attraverso le frontiere interne dell’UE; adottare misure immediate per alleggerire il peso dell’inflazione sui farmaci generici, promuovendo l’adozione di criteri di gara basati sull’offerta economicamente più vantaggiosa, o accordi quadro previsti dalla direttiva sugli appalti pubblici; migliorare la prevedibilità della domanda condividendo dati con i produttori di medicinali.

Queste – secondo Medicines for Europe – le misure da adottare a breve termine per mitigare il rischio di nuove carenze di farmaci nel corso dell’anno.

Le proposte sono contenute in una lettera aperta che la presidente, Elisabeth Stampa e i membri dell’esecutivo dell’associazione europea dei produttori di generici, biosimilari e Value added medicines hanno inviato alla presidente del Parlamento UE, Roberta Metsola e ai membri della Commissione UE, sollecitando un «nuovo contratto di sicurezza sui farmaci per l’Europa» in vista della definitiva revisione della legislazione farmaceutica che la Commissione avrebbe dovuto di adottare entro la fine del 2022.

Tra gi esempi di “buone pratiche” citate nel messaggio, quello del Canada, che per regolamentare il mercato applica un sistema di prezzi di riferimento a scaletta che aumenta i prezzi quando ci sono pochi fornitori e riduce i prezzi quando invece sono molti e quello della Germania, che sta rivedendo la legislazione di settore per autorizzare la revisione dei prezzi quando le supply chain sono troppo consolidate.

La lettera sollecita a tale proposito un Medicines Security Act che preveda investimenti orientati al raggiungimento dell’autonomia strategica dell’UE sia nella produzione di principi attivi farmaceutici che di medicinali. Ma reca anche un preciso avvertimento: non ci si illuda di risolvere la questione delle carenze con l’ipotesi di appalti congiunti che avrebbero invece il potere di aggravarle.

«I requisiti nazionali in materia di scorte e carenze, nonché le multe ad essi correlate inducono produttori e grossisti a detenere grandi volumi nei magazzini di ciascuno Stato membro, compromettono il principio della solidarietà dell’UE, aumentano il consolidamento delle catene di approvvigionamento incrementando i costi, riducono la disponibilità di medicinali in altri mercati e impediscono all’industria di adottare misure di mitigazione – spiega la lettera -. Gli appalti congiunti a livello europeo diminuirebbero la prevedibilità della domanda a livello nazionale, destabilizzano i contratti locali e i canali di fornitura esistenti e aggraverebbero ulteriormente l’impennata globale della domanda».

«Siamo invece disponibili – prosegue la lettera – a collaborare con HERA (Autorità per le emergenze sanitarie) su un concetto di “riserva strategica europea” basata su riserve mobili, sul modello adottato in passato dal Regno Unito e oggi dall’Australia. Questo modello – conclude Medicines for Europe – offre un elevato grado di sicurezza per i pazienti, è flessibile per i produttori e a basso costo per Governi e Unione Europea».

Medici, al via i lavori per il nuovo Codice deontologico

Quattro gruppi di lavoro, dedicati ad altrettante aree di riforma del Codice di Deontologia medica: i diritti fondamentali, la comunicazione, le nuove tecnologie, la responsabilità, autonomia e rischio clinico. A individuarli, la Consulta deontologica nazionale, coordinata da Pierantonio Muzzetto, della Federazione degli Ordini dei Medici Chirurghi degli Odontoiatri, La Fnomceo, insieme al Board interdisciplinare di deontologia.

I gruppi di lavoro si riuniranno più volte da febbraio a giugno, per raccogliere le proposte di riforma del Codice, da presentare poi in un Convegno a metà luglio. Obiettivo: indicare i contenuti essenziali, le problematiche, le necessità di riforma del Codice; e confrontare tali profili con l’edizione vigente, per integrarne, valorizzarne, modificarne i contenuti. Alla Consulta spetterà poi il compito di riscrittura, sempre confrontandosi con il board e con la società civile. Il nuovo testo potrebbe essere pronto per la fine del 2024.

Il nuovo Codice sarà incentrato sui diritti fondamentali dei cittadini– spiega il presidente della Fnomceo, Filippo Anelliche sono garantiti dalla definizione dei doveri del medico, e di quei suoi diritti che sono funzionali alla tutela di quelli degli assistiti. Ad esempio, il diritto del medico ad esercitare in sicurezza è funzionale alla sicurezza delle cure. Vogliamo innestare alcune novità sull’impianto, ancora valido, del Codice vigente, per meglio garantire tali diritti”.

“Dal convegno di novembre – conclude – sono emerse quattro direttrici sulle quali lavorare: i “nuovi” diritti, come l’autodeterminazione, il pluralismo culturale, la libertà della ricerca e della scienza; la comunicazione, intesa come rapporto medico paziente, con le altre professioni, e con l’esterno; le nuove tecnologie, tra le quali l’intelligenza artificiale, la robotica, la telemedicina; e la responsabilità, autonomia e rischio clinico, che riguarda, tra le altre cose, il conflitto di interesse e il rapporto tra il Codice e la Legge. Si tratta di tematiche che riguardano non solo i medici, ma l’intera società civile. Per questo abbiamo voluto affrontarle aprendoci al confronto con giuristi, ricercatori, rappresentanti dei cittadini, giornalisti”.

Sigarette elettroniche, nuove regole in arrivo fra divieto e prevenzione

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Con la legge del 10 gennaio del 2005, l’allora ministro della salute Girolamo Sirchia spegneva le sigarette degli italiani, vietando il fumo al chiuso in tutti i locali pubblici. A distanza di tre anni dall’entrata in vigore della norma il numero dei fumatori era già sceso di un milione. Da un’analisi portata avanti dall’Istituto Superiore di Sanità nel 2020 è emerso che grazie al divieto è sicuramente cresciuta la consapevolezza dei cittadini rispetto ai danni dell’uso del tabacco.

A questo provvedimento cardine ne sono seguiti altri, tra cui, nel 2016, il recepimento della direttiva europea che ha introdotto il divieto di fumo in macchina in presenza di bambini e donne incinte, nei giardini degli ospedali, così come i nuovi pacchetti con le immagini e il testo che coprono il 65% della superficie per avvisare i consumatori dei rischi collegati al fumo. 

In linea con le indicazioni dell’OMS, l’Istituto superiore di Sanità ha affermato che “gli interventi di carattere legislativo rappresentano uno degli strumenti di salute pubblica più efficaci nella lotta al tabagismo. In particolare, le misure che tutelano i non fumatori dal fumo passivo, ovvero i divieti di fumo, hanno effetti positivi sia sui non fumatori che sui fumatori”.

Ora potrebbe toccare alle sigarette elettroniche, nuovo bersaglio dell’azione legislativa del ministro Orazio Schillaci, che ha dichiarato di voler estendere il divieto anche all’aperto in presenza di minori con l’obiettivo di arrivare, nel 2040, a portare al 5% la percentuale dei fumatori fra la popolazione.

Riuscirà la nuova legge a fare da traino a un ulteriore significativo cambiamento? Abbiamo parlato del rapporto fra prevenzione e divieto con Guendalina Graffigna, professore ordinario di Psicologia dei Consumi e della Salute all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Cremona e direttore Centro di Ricerca EngageMinds Hub.

Gli effetti del divieto sulla vendita di sigarette

Dal 2005 al 2020 la legge antifumo ha fatto passare le vendite delle sigarette tradizionali da 92.822 tonnellate nel 2005 a 67.460 tonnellate nel 2018, con una diminuzione pari al 27,3%. Il tutto è successo però nei primi tre anni dall’entrata in vigore della legge, che ha portato ad una diminuzione costante del numero di fumatori che nel 2008 erano scesi fino a rappresentare il 22% della popolazione (26,4% gli uomini, 17,9% le donne). Si trattava probabilmente di un fenomeno legato a quei fumatori che, intenzionati a smettere, avevano trovato nell’entrata in vigore della nuova legge e dei suoi divieti una spinta alla cessazione. La spinta, infatti, non ha retto negli anni successivi: le percentuali di fumatori rilevate nel 2008 sono infatti assolutamente sovrapponibili a quelle registrate nel 2019.

La comparsa sul mercato negli ultimi anni dei prodotti alternativi alla sigaretta tradizionale non ha contribuito a ridurre la prevalenza dei fumatori

Secondo l’analisi dell’ISS la diminuzione nelle vendite delle sigarette tradizionali registrata dal 2005 al 2020 è sicuramente attribuibile da una parte ad una variazione nei consumi (il 18,3% dei fumatori consuma sigarette rollate a mano), ma anche all’ingresso sul mercato di nuovi prodotti quali le sigarette elettroniche e i prodotti a tabacco riscaldato. Nel 2019, il consumo (prevalente o occasionale) di sigarette elettroniche contenenti nicotina ha riguardato il 4,6% dei fumatori, mentre quello di prodotti a tabacco riscaldato il 3,5%. La comparsa sul mercato negli ultimi anni dei prodotti alternativi alla sigaretta tradizionale non ha contribuito a ridurre la prevalenza dei fumatori. Infatti, i consumatori di sigarette elettroniche o di sigarette a tabacco riscaldato sono fondamentalmente fumatori duali o non fumatori. Sempre dall’analisi del 2020 dell’Istituto Superiore di Sanità è emerso che gli utilizzatori (abituali e occasionali) di sigaretta elettronica sono l’1,7% degli italiani (circa 900 mila persone) e di questi circa l’80% sono fumatori, dunque consumatori duali che fumano la sigaretta tradizionale contemporaneamente alla sigaretta elettronica, e che i prodotti a tabacco riscaldato sono utilizzati dall’1,1% degli italiani (circa 600 mila persone).

Di fronte ad una forma di divieto, le persone percepiscono inconsciamente frustrazione: tendenzialmente a nessuno di noi piace essere messo davanti a un limite – ha spiegato la professoressa Graffigna –. Le persone fortemente dipendenti e non in grado di elaborare razionalmente l’utilità sociale del divieto sono portate a sviluppare la cosiddetta ‘reattanza’, che si manifesta con tutti quei comportamenti di ribellione vera e propria verso il divieto oppure tramite la messa in atto di strategie per aggirare la regola”.

Diverso invece è l’impatto che una nuova restrizione avrà psicologicamente sulle fasce della popolazione che, per motivi diversi, non aveva ancora contratto il vizio del fumo: “I più giovani e le persone che ancora non hanno messo in atto il comportamento su cui agisce il vietato avranno un impatto benefico molto forte. L’azione infatti tenderà a venire fortemente inibita, scoraggiata e valutata come più nociva di come veniva percepita prima dell’entrata in vigore della norma”.

Dove vuole arrivare la nuova legge

Lo scopo dichiarato è di creare una “generazione libera dal tabacco” entro il 2040

Il ministro Schillaci, con il suo piano di arrivare al 5% dei fumatori nel 2040, ha deciso di prendere di mira anche i consumatori di tabacco elettronico, con l’obiettivo di far entrare in vigore le nuove restrizioni nell’ottobre 2023. Per gli “svapatori” e per i consumatori di prodotti del tabacco riscaldato, se la legge verrà approvata, fumare diventerà vietato anche in altri luoghi all’aperto, in presenza di minori e donne incinte, oltre che nei luoghi chiusi. Sarà anche proibita la pubblicità dei nuovi prodotti contenenti nicotina e dei dispositivi per consumare il tabacco riscaldato. In sostanza, sarà fatta un’estensione della legge Sirchia, che ha da poco festeggiato il suo 20esimo anniversario, anche per tutti quei prodotti venduti come l’alternativa più salutare alla sigaretta tradizionale.

“Dovranno essere adottate misure atte a garantire a tutti i cittadini la massima tutela della salute, fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività – ha annunciato il Ministro in Commissione Affari sociali della Camera –, tenendo conto della costante crescente diffusione nel mercato di nuovi prodotti e delle sempre più numerose evidenze sui loro possibili effetti dannosi per la salute”.

L’obiettivo dichiarato è quello di creare una “generazione libera dal tabacco” entro il 2040, in accordo con gli obiettivi del Piano Europeo contro il cancro 2021.

Leggi ed engagement, le basi per una corretta prevenzione

Il piano antifumo, secondo gli esperti, non dovrebbe essere l’unica misura a disposizione del governo per agire efficacemente sulla prevenzione dei comportamenti a rischio per la salute, come il fumo o l’abuso di alcol.

È fondamentale far capire alle persone che sono artefici della propria salute

“I divieti sono sicuramente utili a tutelare i non fumatori e a creare una consapevolezza sociale della reale pericolosità di alcuni comportamenti. Questo provvedimento sarà sicuramente positivo perché cambierà la rappresentazione sociale della sigaretta elettronica – ha aggiunto la docente di psicologia dei consumi e della salute, Graffigna –: da un punto di vista psicologico la sigaretta elettronica oggi è percepita come meno nociva. Imporre un divieto porterà invece l’opinione pubblica a problematizzarne molto di più la rappresentazione, insinuando la presenza di dubbi e di elementi di rischio”.

D’altro canto, scoraggiare e vietare i comportamenti a rischio per la salute non dovrebbero essere le uniche frecce all’arco della prevenzione, per quanto efficaci. Secondo Graffigna, che dirige un centro di ricerca sull’engagement che sono in grado di raggiungere le varie campagne di comunicazione legate a vari temi fra cui la salute, è necessaria una strategia multidisciplinare: “Il concetto di engagement si applica anche alla prevenzione perché è fondamentale far capire alle persone che sono artefici della loro stessa salute. Non si può parlarne solo a posteriori perché i divieti non basteranno, da soli, a non farci ammalare”.

L’azione legislativa, insomma, non può e non dovrebbe limitarsi ad agire in acuzie, ma programmare una campagna di prevenzione che inizia dalla scuola dell’obbligo e educa il cittadino a farsi parte attiva della propria salute.

Consultazione pubblica su piattaforma multistakeholder per migliorare le sperimentazioni cliniche nell’UE

Il 3 febbraio 2023, l’EMA, i direttori delle agenzie per i medicinali (HMA) e la Commissione europea (CE) hanno avviato una consultazione pubblica sulla creazione di una piattaforma multistakeholder per migliorare le sperimentazioni cliniche nell’Unione europea (UE). La piattaforma multi-stakeholder è un risultato dell’iniziativa congiunta Accelerating Clinical Trials in the EU (ACT EU).

Gli studi clinici di successo necessitano della collaborazione di un’ampia gamma di stakeholder. La creazione di una piattaforma comune incoraggerà le interazioni tra gli stakeholder a livello dell’UE, promuovendo una consapevolezza condivisa e consentendo un’azione concertata per migliorare il panorama delle sperimentazioni cliniche a vantaggio dell’innovazione e di tutti i cittadini europei.
Le parti interessate sono invitate a inviare i loro commenti sull’ACT EU multi-stakeholder platform concept paper, dare consigli sulle priorità chiave per la discussione ed esprimere il loro interesse ad aderire alla piattaforma tramite un modulo online fino al 3 marzo 2023 a mezzanotte.

L’esperienza con la pandemia di COVID-19 ha dimostrato la necessità di accelerare il cambiamento e l’innovazione nel modo in cui le sperimentazioni cliniche sono progettate, regolamentate e condotte per massimizzare la loro efficienza e migliorare l’accesso dei pazienti alle cure. La piattaforma multi-stakeholder stimolerà le discussioni nel panorama della ricerca clinica, faciliterà l’evoluzione dei metodi e degli approcci della sperimentazione clinica, aiuterà a identificare le aree di miglioramento e le soluzioni pratiche per consentire e guidare il cambiamento.

I partecipanti alla piattaforma si incontreranno regolarmente per discutere le priorità e saranno supportati da gruppi tematici responsabili delle discussioni tecniche. A seguito della consultazione pubblica, nel secondo trimestre del 2023 si terrà una riunione di avvio.

ACT EU

ACT EU è una collaborazione tra CE, HMA ed EMA che mira a trasformare il modo in cui le sperimentazioni cliniche vengono lanciate, progettate ed eseguite. L’iniziativa è stata lanciata nel gennaio 2022 e mira a far crescere ulteriormente l’UE come punto focale per la ricerca clinica, a promuovere lo sviluppo di medicinali di alta qualità, sicuri ed efficaci e a integrare meglio la ricerca clinica nel sistema sanitario europeo. ACT EU presenta dieci aree di azione prioritarie che costituiscono la base del piano di lavoro ACT EU 2022-2026 workplan.

Tumori, in Europa una morte su tre è associata a povertà e bassa istruzione

In Europa il 32% delle morti per cancro negli uomini e il 16% nelle donne sono associati alle disuguaglianze socioeconomiche, in particolare a bassi livelli di istruzione e reddito. Le persone meno istruite e più povere adottano stili di vita scorretti, eseguono con scarsa frequenza gli screening, non accedono ai sistemi sanitari e troppo spesso arrivano alla diagnosi di tumore in fase già avanzata. Queste disparità sono meno evidenti nei Paesi che presentano sistemi sanitari universalistici come il nostro, in grado di garantire le cure a tutti. L’Italia, però, deve colmare il divario nell’adesione ai programmi di screening che ancora permane fra Nord e Sud. Serve un grande piano di sensibilizzazione per recuperare queste lacune. Inoltre, nel nostro Paese, più del 50% del tempo di ogni visita oncologica è assorbito da adempimenti burocratici. Per questo gli specialisti chiedono di assumere personale che possa occuparsi di questi aspetti. Solo così avranno più tempo a disposizione per visitare i pazienti. La richiesta viene dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) nel Convegno nazionale “Close the Care Gap” oggi al Senato, con gli interventi del Ministro della Salute, Prof. Orazio Schillaci, e del Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), Prof. Silvio Brusaferro. Il Convegno si svolge alla vigilia della Giornata Mondiale contro il Cancro (World Cancer Day), che si celebra il 4 febbraio. L’obiettivo dell’evento è proprio sensibilizzare i cittadini sulle differenze nell’accesso alle cure.

“In tutto il Pianeta, ogni anno, si stimano 18 milioni di nuovi casi di tumore e sono quasi 10 milioni i decessi – afferma Saverio Cinieri, Presidente AIOM -. In uno studio pubblicato recentemente, è stato evidenziato che, in Europa, il rischio di morire di cancro aumenta progressivamente al diminuire del livello socioeconomico. Le neoplasie che più risentono del gradiente sociale sono quelle del polmone, stomaco e cervice uterina. Più si comprendono i processi biologici, i fattori di rischio e i determinanti della salute che favoriscono l’insorgere dei tumori, più efficaci diventano la prevenzione, la diagnosi e il trattamento. Vanno contrastati i principali fattori di rischio, tenendo conto di tutti i determinanti della salute, tra cui istruzione e status socioeconomico. Serve una visione a 360 gradi, che includa anche le condizioni di disagio dei cittadini, per non lasciare indietro nessuno”.

In Europa circa un terzo delle morti per tumore negli uomini è associato a disuguaglianze socioeconomiche (si arriva a quasi la metà nell’Europa dell’Est), per le donne questa proporzione è uno a sei (una su quattro nell’Europa dell’Est). “L’Italia, come altri Paesi mediterranei, sembra soffrire meno delle disuguaglianze sociali nei tumori – continua il Presidente Cinieri -. Ma vi sono aree su cui servono interventi urgenti, a partire dalla sensibilizzazione dei cittadini sui corretti stili di vita. Nel 2022, in Italia, sono state stimate 390.700 nuove diagnosi di cancro. Il 40% dei casi può essere evitato agendo su fattori di rischio modificabili. In particolare il fumo di tabacco è il principale fattore di rischio, associato all’insorgenza di circa un tumore su tre e a ben 17 tipi di neoplasia, oltre a quella del polmone. Le differenze sociali nel fumo, che vedono più esposte le persone con minori risorse economiche o basso livello di istruzione, nel nostro Paese si mantengono nel tempo ampie e significative, a fronte di una riduzione che coinvolge di più gli individui meno svantaggiati”.

Nel 2021 l’abitudine tabagica fra i cittadini che dichiarano di affrontare molte difficoltà economiche ad arrivare alla fine del mese è stata pari al 37% e analoga a quanto si osservava nel 2008, mentre fra chi non ha problemi finanziari la quota di fumatori è scesa dal 27% al 20% fra il 2008 e il 2021. Non solo. “Secondo stime del ‘World Cancer Research Fund’, il 20-25% dei casi di tumore è attribuibile a un bilancio energetico troppo ricco, legato al binomio eccesso ponderale e sedentarietà – sottolinea Francesco Perrone, Presidente eletto AIOM -. In Italia, il 31% dei cittadini è sedentario e il 10% è obeso, ma queste percentuali raggiungono, rispettivamente, il 45% e il 17% fra coloro che sono in difficoltà economiche o presentano un basso livello di istruzione. È necessario potenziare le azioni volte a diffondere l’adozione consapevole di uno stile di vita sano e attivo in tutte le età, integrando cambiamento individuale e trasformazione sociale, attraverso lo sviluppo di programmi di promozione della salute”.

Servono più sforzi anche per implementare i programmi di screening. “Nel 2021 – continua il Prof. Perrone – si è osservato un ritorno ai dati pre-pandemici per quanto riguarda la copertura dei programmi di prevenzione secondaria. Ma non basta, perché restano ancora troppe differenze regionali. In particolare, nel 2021, al Nord i valori di copertura della mammografia hanno raggiunto il 63% rispetto al 23% al Sud. Per lo screening colorettale (ricerca del sangue occulto nelle feci) il dato è del 45% rispetto al 10%. Nello screening cervicale, al 41% delle Regioni settentrionali fa da contraltare il 22% di quelle meridionali. Il divario Nord-Sud era già evidente prima della pandemia, ma molte Regioni meridionali non sono ancora riuscite a recuperare i ritardi accumulati durante l’emergenza sanitaria. È necessario un impegno straordinario per migliorare i livelli di adesione in queste aree. Per quanto riguarda, ad esempio, la ricerca del sangue occulto nelle feci per l’individuazione del tumore del colon-retto si può prevedere il coinvolgimento dei farmacisti. Per colmare il divario territoriale, la nostra società scientifica lancerà nelle prossime settimane una grande campagna di sensibilizzazione rivolta alle Regioni del Sud”.

Un’altra forte criticità, che rischia di compromettere la qualità delle cure, riguarda gli adempimenti burocratici che assorbono più della metà del tempo di ogni visita oncologica. “Una ricerca svolta in 35 strutture ospedaliere, per un totale di 1469 pazienti visitati, ha mostrato che, durante un appuntamento, per 11 minuti dedicati alla visita della persona, ulteriori 16 vengono spesi per la compilazione di moduli, prenotazione di appuntamenti, visite, esami, letti e poltrone per ricoveri o day hospital, prescrizioni, invio di e-mail – spiega Rossana Berardi, membro del Direttivo Nazionale AIOM -. Un dato che probabilmente è addirittura sottostimato, perché molti centri dedicano giorni fissi a queste attività”.

La scarsità dei clinici è diventata una vera emergenza, causata da molti fattori: la pandemia, il numero chiuso delle Facoltà di Medicina mantenuto per troppi anni, l’alto numero di pensionamenti e il blocco del turnover – continua la Prof.ssa Berardi –. Le Regioni potrebbero affrontare questa situazione e liberare i clinici dalle attività burocratiche. Come AIOM proponiamo un modello di affiancamento di nuovo personale agli oncologi. Figure amministrative e paramediche, biologi o data manager in grado di supportare il personale sanitario durante le visite, per accorciarne la durata e aumentarne il numero. Meno tempo dedicato a compilare moduli significa più ore a disposizione per le visite dei pazienti. Si tratta di una soluzione concreta, con effetti immediati e misurabili sull’emergenza, che comporterebbe una valorizzazione del lavoro del clinico e una ricaduta positiva su tutto il sistema”.  

Il numero chiuso nelle Facoltà di Medicina è stato la regola per anni e oggi ne paghiamo il prezzo – conclude il Presidente Cinieri -. Ci vorranno anni perché i nuovi iscritti possano iniziare a lavorare e a coprire il vuoto che si è creato. Mancano medici di famiglia, professionisti nei Pronto Soccorso e nei reparti ospedalieri, specialisti negli studi. Nei prossimi anni, molti clinici oggi attivi andranno in pensione. È necessario attivarsi con proposte concrete di politica sanitaria. Sollevare i medici dalle attività amministrative permetterebbe di tamponare la situazione prima che si aggravi ulteriormente. Chiediamo maggior attenzione per affrontare la pandemia di cancro, più spazi fisici e più professionisti in staff, comprese figure di aiuto come gli psiconcologi, data manager e case manager”.

Rinnovo contratto medici e sanitari: al via le trattative

Ieri mattina, presso la sede Aran, si sono aperte le trattative per il rinnovo del contratto di lavoro 2019-2021 di 120.000 dirigenti medici, veterinari e sanitari che, di certo, seguiranno lo svolgimento dei lavori con la massima attenzione. Un tavolo che, alla partenza, ha fatto registrare una condivisione di intenti significativa e di buon auspicio per una positiva chiusura in tempi ravvicinati.

I dirigenti medici, veterinari e sanitari, che hanno dovuto affrontare una pandemia in condizioni difficili, meritano un contratto che tenga conto del contesto di lavoro profondamente cambiato.  

Il Servizio Sanitario Nazionale si trova dinanzi ad un bivio: se si intende salvarlo, è necessario bloccare la fuga dei medici dagli ospedali e i sanitari dai servizi pubblici e rendere la sanità pubblica nuovamente attrattiva per i giovani, migliorando le condizioni di lavoro e la qualità della vita del personale. E l’unico strumento oggi a disposizione per raggiungere questi obiettivi è un contratto di lavoro capace di garantire ruolo, anche nella organizzazione del lavoro, carriera e condizioni lavorative coerenti con il valore sociale e civile dell’attività svolta.

Il malcontento dei medici, dei veterinari e dei dirigenti sanitari è diffuso in tutti gli ospedali e presidi territoriali del Paese, ed è dovere delle organizzazioni sindacali rappresentarlo rispondendo alle aspettative della categoria.

Per questo le organizzazioni sindacali ritengono essenziale:

  • garantire l’esigibilità e la corretta applicazione del contratto in tutte le Aziende, affidando nei tempi previsti e con modalità trasparenti gli incarichi professionali anche ai neoassunti, nella prospettiva della progressione di carriera;
  • incrementare il personale anche per ridurre il numero individuale di guardie e pronte disponibilità notturne e festive e rispettare il diritto al riposo, sancito da leggi nazionali ed europee;
  • assicurare all’attività svolta in prestazione aggiuntiva tariffe non inferiori a quelle riconosciute alle cooperative ed ai gettonisti;
  • stanziare risorse extra contrattuali per attualizzare il valore del lavoro di medici, veterinari e sanitari
  • definire il ruolo dirigenziale dei medici e degli altri dirigenti sanitari in formazione specialistica, insieme con l’introduzione di un riconoscimento per i loro “tutor”;
  • impedire alle Aziende l’utilizzo improprio dei fondi contrattuali, garantendo anche il recupero dei residui annuali.

Un CCNL 2019/2021 con tali obiettivi potrà rappresentare un freno alla deriva di sgretolamento del SSN in atto, un primo passo indispensabile per ridare valore al lavoro nella sanità pubblica, insieme sia all’utilizzo di tutte le risorse extracontrattuali già stanziate dalle leggi vigenti, sia allo stanziamento di nuovi finanziamenti aggiuntivi a quelli già definiti per il nuovo contratto, che le organizzazioni sindacali continueranno a chiedere alla politica.

L’alternativa sarebbe dichiarare una volta per tutte il fallimento del Servizio Sanitario Nazionale.

ANAAO ASSOMED – CIMO-FESMED (ANPO-ASCOTI – CIMO – CIMOP – FESMED) – AAROI-EMAC – FASSID (AIPAC-AUPI-SIMET-SINAFO-SNR) – FP CGIL MEDICI E DIRIGENTI SSN – FVM Federazione Veterinari e Medici – UIL FPL COORDINAMENTO NAZIONALE DELLE AREE CONTRATTUALI MEDICA, VETERINARIA SANITARIA – CISL MEDICI

Autismo e pronto soccorso: come gestire l’emergenza

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I bambini con Disturbo dello Spettro Autistico (Autism Spectrum Disorder/ASD) appartengono a una popolazione di pazienti unica, caratterizzata da un disturbo dello sviluppo che comporta difficoltà nelle funzioni sociali e comunicative anche gravi.

Il DSM 5 ha ridefinito i diversi livelli di autismo definendolo “disturbo dello spettro autistico”, per inquadrare la diagnosi in base al bisogno di supporto e assistenza e al funzionamento della persona. L’ASD, infatti, è una sindrome molto complessa che riguarda l’età evolutiva. I sintomi e i deficit che la caratterizzano sono molteplici, per questo si parla di “spettro autistico”.

Sono tre i livelli di autismo che aiutano a delineare la gravità dei sintomi in base alle aree di riferimento diagnostiche riassunte così dall’American Psychiatric Association: deficit nell’interazione sociale, nella comunicazione verbale e non verbale, comportamenti e interessi ristretti e ripetitivi.

  • Il livello 1 di autismo è il meno grave ed è definito autismo lieve. Rientra in questa categoria l’autismo ad alto funzionamento.
  • Il livello 2 è in una zona intermedia in termini di gravità dei sintomi e di necessità di supporto.
  • Il livello 3 è la forma più grave del disturbo dello spettro autistico.

I bambini o i ragazzi autistici accedono con più frequenza al Pronto Soccorso rispetto ai loro coetanei

Secondo le statistiche i bambini o i ragazzi autistici accedono con più frequenza al Pronto Soccorso (PS) rispetto ai loro coetanei, per problematiche mediche e comportamentali, in particolare aggressività e comportamenti autolesionistici e traumi. Durante l’accesso in PS, il livello di stress e le manifestazioni imprevedibili sono dovuti a diversi fattori. La difficoltà nella comunicazione, l’ipersensorialità verso stimoli uditivi, visivi e tattili, ambienti sconosciuti o non prevedibili diventano per la persona autistica aspetti insostenibili.

Una recente ricerca pubblicata sulla rivista Pediatrics mette in evidenza alcune raccomandazioni per la gestione delle persone con autismo in Pronto Soccorso e analizza le difficoltà incontrate dai genitori quando accedono a tale servizio di emergenza. Autismo e pronto soccorso in Italia, al momento, è un binomio orfano di un protocollo che permetta a medici e operatori sanitari del reparto di emergenza di gestire efficacemente questi casi.

Le difficoltà maggiori al momento dell’accesso al pronto soccorso riguardano le lunghe liste di attesa, la cattiva comunicazione, gli esami fisici e le procedure invasive che impongono di “toccare il corpo” e il sovraccarico sensoriale legato alle caratteristiche ambientali del reparto (rumore intenso, luce forte, setting affollato).

Parliamo di autismo e pronto soccorso con Luigi Mazzone, Professore ordinario, Direttore della Scuola di Specializzazione in Neuropsichiatria Infantile dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata e della U.O.S.D. di Neuropsichiatria Infantile del Policlinico Tor Vergata.

Quali sono le cause più frequenti dell’accesso dei bambini o ragazzi autistici in pronto soccorso?

Nella mia esperienza, soprattutto casi di agitazione psicomotoria e crisi comportamentali, che possono mascherare l’insorgenza o l’amplificazione di veri e propri disturbi psichiatrici in comorbidità. Ad esempio, i disturbi dell’umore e i disturbi d’ansia sono la ragione più comune per l’utilizzo del DEA (Dipartimento di Emergenza Urgenza e Accettazione) per i pazienti autistici. Si assiste poi a un aumento degli accessi in pronto soccorso soprattutto quando finisce la scuola. Perché la scuola, comunque, è un contenitore, scandisce temporalmente le giornate sia del bambino, sia della famiglia. Quando iniziano le vacanze, quindi, si crea una specie di vuoto da colmare e il rischio è che il bambino si possa un po’ “scompensare”, privato di quella routine.

In altre parole, tutte quelle problematiche che sono “protette” dalla routine scolastica, durante il periodo estivo emergono con più forza. Poi ci sono sicuramente tutte le questioni legate agli aspetti medici, come dolori dovuti a condizioni mediche sottostanti, ma sostanzialmente nell’accesso al DEA di un paziente autistico prevale la componente comportamentale. Consideri che la percentuale degli atti suicidari tra le persone autistiche è maggiore rispetto ai non autistici. Ci sono diverse evidenze scientifiche che lo affermano: alcune di queste ricerche riportano che l’ideazione suicidaria è presente nel 32% dei soggetti autistici, il tasso dei tentativi di suicidio invece è del 24,6%, dovuto proprio a condotte autolesionistiche, in cui il fattore di rischio più importante è la depressione.

Quali sono le difficoltà più rilevanti che si trova ad affrontare la persona autistica e il suo caregiver quando accede in un pronto soccorso?

Dovrebbe esserci per prima cosa più attenzione nei DEA al disturbo dello spettro autistico, perché spesso il personale non è adeguatamente preparato e manca una corretta gestione dei tempi di attesa. Una persona autistica non può aspettare tante ore su una sedia, non sa sostenere un tempo prolungato in DEA e questo amplifica tutta una serie di problematiche.

Dopo una lunga attesa, ad esempio, sarà ancora più difficile visitarlo. Riassumendo, gestione dei tempi di attesa e personale preparato sono le basi per l’accoglienza di questo tipo di pazienti in emergenza.

Cosa si potrebbe fare per una migliore gestione dell’attesa?

Come detto, i bambini con autismo tendono a “destabilizzarsi” più facilmente dei bambini a sviluppo tipico rispetto alle lunghe attese e questo contribuisce in modo determinante ad amplificare i comportamenti disadattivi.

Sarebbero necessari spazi dedicati all’interno del DEA, possibilmente silenziosi, e non luoghi rumorosi e affollati; servirebbero stanze dotate di materiale specifico che possa aiutare la gestione dei tempi di attesa.

Quanto conta la preparazione del personale sanitario?

È importante fornire agli operatori sanitari le competenze necessarie per gestire efficacemente i pazienti con autismo

Per quanto ne so, non ci sono attualmente percorsi formativi specifici per affrontare l’emergenza nelle persone autistiche e il personale sanitario presente nei DEA, come già affermato, non è sempre preparato a gestire questa tipologia di pazienti. È importante, invece, fornire agli operatori sanitari le competenze necessarie per gestire efficacemente i pazienti con autismo, attraverso l’aggiornamento professionale, la condivisione di risorse da parte di strutture specializzate e l’utilizzo di strumenti specifici.

È anche fondamentale che acquisiscano abilità per fronteggiare eventuali comportamenti aggressivi associati all’autismo. Sarebbe quindi utile avere a disposizione una stanza priva di elementi di pericolo, dove poter effettuare una “descalation”, cioè trovare delle strategie che aiutino il paziente a stare più tranquillo. Altro problema è la tipologia del paziente che il personale sanitario si trova di fronte: nei casi di autistici di livello 1, in cui le funzioni cognitive non sono compromesse, è certamente più semplice, ma se parliamo di livello 3, capire il sintomo diventa una bella sfida. Se ad esempio c’è agitazione causata da un esordio psicotico, non è facile comprendere, così come capire se l’agitazione è dovuta a una problematica medica o a un evento traumatico che ha destabilizzato il paziente.

Cosa vuol dire che un paziente è agitato, come si interagisce con il paziente autistico agitato e quali sono le strategie?

L’agitazione è tipicamente definita come uno stato di irrequietezza cronica con aumentata attività psicomotoria, generalmente osservata come espressione di tensione emotiva e caratterizzata da un’attività senza scopo e inquieta. Per esempio, camminare, parlare, piangere e ridere sono comportamenti che il paziente mette in atto per rilasciare la tensione nervosa associata ad ansia, paura o altro stress mentale. Per le persone con autismo, questi sintomi sono spesso espressi in modi atipici e insoliti.

Nel considerare come trattare l’agitazione nei pazienti con autismo, è imperativo determinare se esiste una causa medica sottostante (ad esempio, epilessia, costipazione, insonnia) al cambiamento del comportamento che richiede un intervento. In tutti i casi, è lecito presumere che possa esistere sempre una causa medica di agitazione acuta percepita come cambiamento di comportamento da parte del caregiver, fino a prova contraria. È difficile riassumere in poche righe come approcciarsi al paziente in DEA, ma sicuramente alcune domande iniziali potrebbero includere: Quali sono i comportamenti di crisi presenti? Questi comportamenti sono un cambiamento rispetto alla tipica presentazione dei sintomi del paziente? In che modo sono cambiati i comportamenti di crisi?

Ad esempio: i comportamenti di crisi sono nuovi per l’individuo o sono i comportamenti di crisi che rappresentano un deterioramento o un’escalation di comportamenti esistenti di vecchia data? In quali situazioni di solito si verificano questi comportamenti (ci sono antecedenti)? Quali sono le tipiche risposte o (conseguenze) fornite quando si osservano questi comportamenti?

La comunicazione terapeutica che utilizza tecniche di de-escalation verbale è sempre preferibile per la sicurezza del paziente e del personale, ma potrebbero essere necessari dei farmaci.

In Italia non esistono delle linee guida nella gestione delle persone con lo spettro autistico, mentre qualcosa c’è a livello internazionale, quindi cosa può fare secondo lei nella pratica di tutti i giorni?

Basterebbe cominciare dalla gestione dell’attesa, dalla formazione del personale sanitario, dalla creazione di stanze dedicate, dalla presenza di un team specializzato, nonché da ospedali “autism friendly”, almeno uno in ogni città italiana, con un personale che sappia come muoversi.

Se consideriamo le ultime stime, c’è un bambino autistico ogni 44, cioè circa l’1,5% della popolazione; ciò vuol dire che in una settimana o in un mese è molto alta la possibilità di interagire in PS con una persona autistica per un problema medico o comportamentale.

Ci sono alcuni ospedali al nord che hanno attivato dei percorsi dedicati, come quelli che stiamo cercando di fare anche al Policlinico Tor Vergata per la gestione medica del paziente autistico. Serve però un team di reparto specializzato per migliorare l’assistenza e ottimizzare la comunicazione con i bambini.

Chi monitoria poi l’andamento della cura? Ci sono protocolli specifici per i caregiver?

Dopo la dimissione dal DEA molto resta in carico alle famiglie

Quando l’autistico arriva al DEA, il medico del DEA per prima cosa chiama il consulente neuropsichiatra o psichiatra, in base all’età del paziente; tuttavia in base alla problematica può chiamare altri consulenti, come ad esempio il neurologo. Un autistico può, infatti, arrivare in PS anche per crisi epilettica, poiché nel 30% dei casi l’autismo è associato all’epilessia.

Se è previsto il ricovero, dopo le dimissioni, grazie al controllo post ricovero, si potrà verificare l’andamento della cura. Se invece il medico del DEA e il consulente decidono che non sussistono gli estremi per un ricovero, il paziente verrà inviato alla struttura che solitamente lo segue o al medico competente. Devo dire tuttavia che dopo la dimissione dal DEA molto resta in carico alle famiglie. Soprattutto dopo i 18 anni d’età del paziente, sono spesso lasciate sole nella gestione della persona autistica in età adulta.