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Autonomia differenziata, Macchia (Ispe Sanità): “La sanità non sia tra le materie oggetto di maggiori autonomie”

“L’approvazione da parte del Consiglio dei Ministri del disegno di legge, a firma del Ministro per gli Affari regionali e le Autonomie Roberto Calderoli, desta profonda preoccupazione e l’ipotesi di inserire la Sanità tra le materie oggetto di maggiori autonomie necessita di un’attenta riflessione”. Lo afferma Francesco Macchia, Presidente dell’Istituto per la Promozione dell’Etica in Sanità-ISPE Sanità, ricordando che “la Riforma del Titolo V della Costituzione del 2001 ha già portato a differenze laceranti tra i sistemi sanitari delle diverse Regioni e Province autonome: a testimoniarlo in modo inequivocabile ci sono le disparità negli adempimenti LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) e la sempre crescente migrazione sanitaria tra le Regioni”.

L’intento dichiarato è quello di innescare una competizione virtuosa tra Regioni. Ma occorre ricordare che se si indice una competizione c’è sempre qualcuno che perde, e questo non è lo spirito del nostro Servizio Sanitario Nazionale (SSN) dove nessuno, invece, dovrebbe essere lasciato indietro. In questo caso a perdere sarebbero i cittadini che vivono in territori più svantaggiati. “Non solo, – prosegue il Presidente ISPE e Vice Presidente dello European Healthcare Fraud and Corruption Network (EHFCN) – se venissero accettate le richieste di alcune Regioni, come la possibilità di gestire fondi integrativi o modificare la governance dell’offerta ospedaliera, ci troveremmo in concreto ad avere 21 Servizi Sanitari Regionali. Comprensibile che le Regioni più ricche lo richiedano, inaccettabile che il Governo possa pensare di concederlo rinunciando a quel SSN che in 35 anni ha portato salute ed equità nel nostro Paese”.

Negli ultimi giorni, il Ministro della Salute Orazio Schillaci ha più volte ricordato che la sanità è già competenza regionale e le Regioni si occupano della messa in campo dei fondi erogati dal Ministero. L’auspicio del Ministro è che l’autonomia non impatti in modo negativo e l’intenzione è che il Governo abbia competenze in più per verificare chi fa bene e chi no e intervenga dove ci sono delle chiare mancanze. “ISPE Sanità sostiene la posizione di Schillaci, nella speranza che si continui a lavorare nell’interesse di tutti i cittadini, senza differenze di appartenenza regionale, e della salute dell’intera popolazione”, conclude Macchia.

Milleproroghe, Fnopi: “Bene estensione del tetto dell’attività libero professionale”

“La Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche (Fnopi) accoglie con soddisfazione l’approvazione, in Commissioni riunite Affari Costituzionali e Bilancio del Senato, di un emendamento al Milleproroghe che consente di estendere la possibilità di svolgere attività libero professionale anche presso strutture diverse da quella di appartenenza, sulla base di accordi decentrati ovvero presso la medesima struttura in regime di esclusività, ma anche elevando da 4 a 8 il monte ore in cui l’attività è consentita”.

“Un intervento che contribuisce ad affrontare in modo strutturale la carenza di personale sanitario. Il vincolo di esclusività per gli operatori sanitari era stato infatti già allentato, con risultati incoraggianti, soltanto per consentire agli infermieri dipendenti pubblici, impegnati nella campagna vaccinale, di effettuare vaccinazioni anche dopo il loro orario di lavoro. Sempre in via eccezionale, era già stata prevista la possibilità di svolgere attività libero professionale, oltre l’orario di lavoro presso le aziende pubbliche, nel limite di quattro ore settimanali fino al 31 dicembre 2022 per il personale sanitario”.

“Nel complesso la strada intrapresa è quella corretta, ora occorrono nuovi investimenti per assumere nuovo personale e consentire una riorganizzazione che eviti turni massacranti e insostenibili.”

Medico o robot? I rischi dell’Intelligenza Artificiale in sanità

Chatbot che dialogano con i pazienti, studi scientifici scritti da ChatGPT e algoritmi che definiscono le priorità in sala d’attesa. Che ruolo ha l’Intelligenza Artificiale in sanità e cosa accadrà nel prossimo futuro? Quali sono i pericoli e le opportunità?

Ne discutiamo con Guido Boella, professore del dipartimento di Informatica e vice rettore ai rapporti con le aziende dell’Università degli Studi di Torino, che martedì 14 febbraio sarà tra i relatori dell’incontro organizzato dall’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Torino al Circolo dei Lettori, alle 18, dal titolo “Medico o robot? Vantaggi e rischi dell’applicazione dell’intelligenza artificiale alla medicina” insieme al filosofo Maurizio Ferraris e la bioeticista e ricercatrice dell’Istituto Superiore di Sanità Chiara Mannelli.

Chi ci curerà nel futuro, un medico o un robot?

Il titolo dell’evento cui parteciperò è un po’ provocatorio. Spieghiamolo. L’immagine del robot viene associata di solito soprattutto al lavoro in fabbrica e ai cosiddetti “colletti blu”, gli operai, che rischiano di perdere il lavoro se sostituiti dalle macchine. Invece, come si legge ormai su tutti i giornali, negli ultimi mesi l’enorme accelerazione delle tecnologie di Intelligenza Artificiale si avvicina a lavori “di concetto”, creativi, più intellettuali e legati aspetto cognitivo della persona. Allo stesso tempo, anzi, novità più “corporee” attese da tempo come i veicoli a guida autonoma tardano a comparire e, come nel caso di Tesla, continuano ad avere guai e incidenti. In modo inaspettato, compiti come la scrittura di testi e la creazione di immagini, presto probabilmente anche di video, e perfino parte del lavoro del medico, soprattutto in fase diagnostica, rischiano di essere compiti che verranno svolti da un computer molto prima del previsto.

Come si è arrivati a questo punto?

L’accelerazione del processo è dovuta a una nuova tecnologia che si è sviluppata negli ultimi dieci anni, chiamata deep learning: si tratta di un potenziamento del modello tradizionale delle reti neurali, che esiste da sessant’anni, che si è trovato liberato dalle limitazioni dei computer rispetto a qualche anno fa perché con i sistemi di supercalcolo e con l’enorme quantità di dati, testi, immagini oppure referti diagnostici a disposizione, questi possono essere dati in pasto ai nuovi sistemi che molti casi imparano da soli, senza la necessità di etichettare i dati e le informazioni manualmente, cosa che per altro è molto costosa.

Si aprono quindi nuovi scenari e problemi: le scuole e le università sono messe alla prova da uno strumento come ChatGPT, soprattutto visto che dalla pandemia molti esami avvengono davanti al computer. Analogamente accade in ambito medico, dove si pongono due diversi tipi di problematiche. Un primo problema è legato a domande di tipo etico-giuridico: un medico che ha a disposizione un’immagine radiografica e un algoritmo in grado di fornire una diagnosi possibilmente, in un futuro vicino, ancora più accurata della propria, si trova in difficoltà. Cosa succede se guarda prima la diagnosi del computer anziché farsi un’idea sua? Cosa succede se ci sono opinioni diverse? Di chi diventa la responsabilità del fidarsi della macchina o della propria conoscenza e del proprio intuito?

Il problema più grande è che spesso si tende a dimenticare l’aspetto economico e politico

Ma il problema più grande è che spesso si tende a dimenticare l’aspetto economico e politico. Ormai la maggior parte di questi sistemi è in mano ai grandi player informatici: è notizia di pochi giorni fa il nuovo investimento da 10 miliardi di Microsoft in OpenAI, che produce ChatGPT. Sistemi di deep learning come questi hanno bisogno di decine di migliaia computer per elaborare e i costi di funzionamento sono nell’ordine di milioni di dollari, anche a livello energetico. Sono quindi parte di un meccanismo economico-politico che ha il suo peso e vuole vedere ripagate le decine di miliardi che sta investendo.

La combinazione di questi meccanismi con la generale decrescita dei budget per la sanità in molti Paesi, comprese l’Italia e l’Inghilterra che è nella nostra stessa situazione, crea per i policy maker tentazioni pericolose: abbiamo visto che per risparmiare gli ospedali si sono rivolti ai gettonisti creando molti problemi, figuriamoci se trovano la possibilità di sostituire un radiologo con una macchina che dà referti abbastanza accurati.

È in gioco più la politica dell’etica, quindi?

Queste tecnologie non esistono senza un apparato economico alle spalle

Lo studioso Paolo Benanti, teologo della Pontificia Università Gregoriana, ha coniato il termine algoretica. Lo trovo un po’ traviante: si rischia di mettere al centro della discussione l’algoritmo, ma queste tecnologie non esistono senza un apparato economico alle spalle. Il pericolo è di astrarre il problema dalla realtà, che è decisamente più ampia: in definitiva si potrebbe addivenire a compromessi etici perché l’influenza economico-politica e di lobbying è molto forte. Del resto gli interessi in gioco sono tantissimi, tanto più in un momento in cui i grandi player ICT licenziano 10mila impiegati alla volta, che significa anche il 10-20% della loro forza lavoro.

Possiamo immaginarli come squali affamati in cerca di un nuovo business, tenendo conto anche del fatto che il loro valore in borsa è giustificato dalle prospettive di crescita: per rimanere a quel livello, avranno l’enorme tentazione di entrare e sostituire dove possono il personale e la sanità è un settore che già in crisi, in cui mancano competenze per via dei numeri chiusi, mancano assunti, mancano fondi. Il problema è quasi più economico-politico che etico di per sé, e i problemi etici vanno affrontati di pari passo con quelli economico-politici.

Che fine fa l’algoretica?

Dal punto di vista puramente etico ci sono varie problematiche. Si va dal fatto che il sistema è tendenzialmente addestrato su immagini radiografiche digitalizzate di uomini, bianchi, anglosassoni – quindi ad esempio per una minoranza razziale si possono avere prestazioni più scadenti – a problemi di tipo concettuale. Come Kate Crawford fa notare in “Atlas of AI”, molti nodi che sembrano tecnologici e che i tecnologi pensano di poter risolvere sul piano tecnologico, sono in realtà di tipo politico: le classificazioni, le etichette dei database di immagini o di testi scaricati per creare ChatGPT e il modo in cui vengono usati dipendono da scelte fatte da qualcuno, che sono scelte politiche. È nato un caso quando Margaret Mitchell e Timnit Gebru sono stati licenziati da Google per via dell’articolo On the Dangers of Stochastic Parrots: Can Language Models Be Too Big? in cui andavano a criticare quelli che si chiamano large language models, cioè le tecnologie che stanno dietro ChatGPT e simili: un evento concreto che sottende a ragionamenti complessi.

C’è il rischio che il massimo dell’innovazione si ritrovi a essere qualcosa di conservatore by design, perché guarda al passato

Inoltre, andando questi strumenti a imparare sul web come avviene ora, di fatto si ignorano tutti i trend più recenti, come ad esempio il Me Too oppure Black Lives Matter, che nascono come movimenti di nicchia e vengono fuori piano piano. Si crea il paradosso per cui il massimo dell’innovazione tecnologica si ritrova a essere qualcosa di conservatore by design, perché guarda al passato.

La scelta di fare tecnologia in questo modo diventa quindi politica. Chi la sta creando lo sa, chi la usa no, però gli effetti sono questi. E quando testi creati con ChatGPT finiscono in rete e vengono raccolti dai motori di ricerca, si crea anche un rafforzamento.

Preoccupante. Cosa si può fare?

Contribuire a far conoscere al largo pubblico un progetto come AI Aware di Unito e intraprendere iniziative di attivismo politico nei confronti dei policy maker. Ci stiamo muovendo abbastanza bene in Europa con il GDPR e la nuova strategia europea sui dati nell’ottica di proteggersi da molti di questi punti che subiscono l’influsso delle lobby, ma dobbiamo sempre tenere a mente che le leggi da sole non bastano: bisogna condividere i principi perché siano efficaci.

Milleproroghe: Mandelli (FOFI), bene proroga ricetta elettronica

“La ricetta elettronica ha impresso una notevole accelerazione al processo di digitalizzazione della dispensazione del farmaco. La scelta di prorogarne l’utilizzo fino a tutto il 2024 non può che vederci, dunque, pienamente favorevoli”. Così il presidente della Federazione degli Ordini dei Farmacisti Italiani (FOFI), Andrea Mandelli, commenta la norma approvata dalle commissioni Affari costituzionali e Bilancio del Senato nell’ambito del Dl Milleproroghe. “La possibilità di ricevere la prescrizione medica via e-mail o su uno smartphone ha notevolmente semplificato l’accesso alle cure per i pazienti. E se tutto questo è stato possibile lo si deve alla professionalità dei farmacisti che, con grande prontezza e capacità di adattamento anche sul fronte delle dotazioni tecnologiche, hanno reso possibile un cambiamento che scontata non era: la trasformazione di una e-mail o di un sms in una prestazione sanitaria”, conclude.

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Monitoraggio Lea: pubblicati i risultati 2020

Il monitoraggio dell’erogazione dei LEA viene effettuato dal Ministero della Salute (tramite il Comitato LEA) per verificare che tutti i cittadini italiani ricevano le cure e le prestazioni rientranti nei Livelli essenziali di assistenza (LEA), secondo le dimensioni dell’equità, dell’efficacia, e della appropriatezza. Quest’anno per la prima volta è stato redatto attraverso il Nuovo Sistema di Garanzia (NSG).

Il NSG è uno strumento operativo dal 1° gennaio 2020 grazie all’entrata in vigore del DM 12 marzo 2019, aggiorna il Sistema di Garanzia introdotto nel 2000 e rappresenta una svolta significativa nelle metodologie di monitoraggio dei LEA, inoltrre sostituisce la cosiddetta “Griglia LEA”, in vigore fino al 2019.

L’anno 2020 è stato, tuttavia, caratterizzato dall’emergenza sanitaria dovuta alla pandemia di COVID-19, in seguito alla quale i Servizi sanitari regionali (SSR) hanno dovuto attivare appositi percorsi per garantire l’erogazione delle prestazioni essenziali ed urgenti e contestualmente definire specifiche misure di contenimento del contagio, nell’ambito della normativa emergenziale.

Alla luce di queste considerazioni, il Comitato LEA ha stabilito che il monitoraggio dell’erogazione dei LEA per l’annualità 2020 venisse effettuato attraverso il calcolo degli indicatori del NSG a scopo informativo.

I risultati di tale monitoraggio vengono illustrati nella Relazione “Monitoraggio dei LEA attraverso il Nuovo Sistema di Garanzia – Metodologia e risultati dell’anno 2020”, a cura dell’Ufficio 6 della Direzione generale della programmazione sanitaria del Ministero della Salute.

La lettura dei dati per le tre macro-aree di assistenza (prevenzione, distrettuale e ospedaliera) evidenzia, relativamente agli indicatori del cosiddetto sottoinsieme “CORE”, diverse criticità attribuibili all’evento pandemico:

  • nell’area ospedaliera, la dinamica dei punteggi per diversi indicatori di appropriatezza è alterata a causa della notevole diminuzione dei ricoveri
  • nell’area prevenzione, i punteggi di quattro indicatori su sei (screening, vaccinazioni, copertura delle attività di controllo su animali) hanno subìto un peggioramento marcato rispetto al 2019
  • anche l’area distrettuale registra variazioni anomale rispetto all’anno precedente (aumento tempi registrati nell’area emergenza-urgenza, riduzione consumo di antibiotici, riduzione re-ricoveri e ricoveri inappropriati in un contesto di generale riduzione delle ospedalizzazioni).

Complessivamente, nell’anno 2020, ricordando che si tratta di un monitoraggio a scopo informativo, Piemonte, Lombardia, P.A. di Trento, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Lazio e Puglia registrano un punteggio superiore a 60 (soglia di sufficienza) in tutte le macro-aree.

Le Regioni che presentano un punteggio inferiore alla soglia in una o più macro aree sono:

  • Liguria, Abruzzo, Molise e Sicilia, in una sola macro-area;
  • Campania, Basilicata, Valle d’Aosta, P.A. di Bolzano e Sardegna, in due macro-aree;
  • Calabria, in tutte le macro-aree.

Il percorso di validazione dei dati da parte del Comitato LEA si è concluso nella riunione del 7 novembre 2022.

Per l’anno 2020 il sottoinsieme CORE, calcolato a scopo informativo, è stato affiancato da un “Sistema dedicato”, realizzato ad hoc per il monitoraggio della capacità di resilienza e ripresa delle Regioni nel periodo pandemico, i cui risultati sono anch’essi illustrati nella Relazione “Monitoraggio dei LEA attraverso il Nuovo Sistema di Garanzia – Metodologia e risultati dell’anno 2020”.

Per approfondire

Al via la piattaforma dinamica di studi osservazionali sull’antimicrobicoresistenza

Il fenomeno dell’antimicrobicoresistenza rappresenta purtroppo da anni una crescente emergenza sanitaria di difficile contenimento in Italia, anche a causa dell’assenza di una rete clinica di monitoraggio e conduzione di studi nazionali che permetta sia di accrescere che di aggiornare rapidamente ed in modo scientificamente solido le conoscenze in tale ambito.

SITA, la Società Italiana di Terapia Antinfettiva, come risposta alla crescente sfida del contrasto ai microrganismi resistenti, ha varato il progetto dinamico MULTI-SITA: una piattaforma di studi osservazionali coordinata dall’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino di Genova e che coinvolge altri 22 Centri di infettivologia su tutto il territorio nazionale. Un progetto unico nel suo genere, che si basa sulle solide esperienze di SITA per quanto riguarda la conduzione di studi nazionali sulle infezioni batteriche e fungine, nonché sulla loro diagnosi e sull’utilizzo dei farmaci antibatterici ed antifungini nella pratica clinica quotidiana. La piattaforma MULTI-SITA permetterà un controllo centralizzato e più puntuale delle dinamiche delle infezioni resistenti nel nostro Paese, contribuendo a migliorare la reattività del sistema.

«In Italia non abbiamo un sistema di monitoraggio centrale delle infezioni da microrganismi resistenti – spiega Matteo Bassetti, Presidente SITA, Direttore Clinica Malattie Infettive, Ospedale Policlinico San Martino IRCCS, Genova e Professore Ordinario di Malattie Infettive, Università degli Studi di Genova – I dati di cui disponiamo vengono raccolti a livello europeo e riguardano solo le percentuali di resistenza, ad eccezione di alcune sorveglianze specifiche attivate una tantum. Con la piattaforma MULTI-SITA avremo finalmente modo di monitorare strettamente i vari tipi di microrganismi, producendo delle solide evidenze su quanto i vari microrganismi resistenti impattano sulla salute pubblica e quindi sulle ricadute a livello di morbidità, di mortalità, di lunghezza della degenza; ma anche sulla pratica clinica quotidiana nella gestione di queste infezioni, sia per quanto riguarda la diagnostica, che, soprattutto, per quanto riguarda l’utilizzo dei farmaci antibiotici e antifungini, vecchi e nuovi. Il vantaggio di avere un network di questo tipo a disposizione è sicuramente quello di essere reattivi e veloci nell’affrontare le sfide quotidiane che il fenomeno dell’antimicrobicoresistenza ci pone dinnanzi».

Il progetto dinamico MULTI-SITA è attualmente attivo ed i risultati dei primi studi saranno già disponibili nel corso del 2023. Il lungo iter approvativo degli ultimi due anni è stato necessario al fine di creare una piattaforma unica che rappresenta un avanzamento cruciale nel garantire un’adeguata reattività della ricerca italiana alle sfide delle infezioni batteriche e fungine e alla loro straordinaria dinamicità. Il progetto dinamico MULTI-SITA rappresenta pertanto uno strumento comune per la conduzione di studi a livello nazionale che permettano di meglio comprendere e combattere la diffusione dell’antimicrobicoresistenza nel nostro Paese e di migliorare la cura dei pazienti che sviluppano infezioni da patogeni resistenti agli antimicrobici.

«Sono già stati condotti uno studio completo, la cui raccolta dati è stata completata e di cui siamo in fase di analisi e sono in corso altri 3 studi – dichiara Daniele Roberto Giacobbe, Segretario SITA, Dirigente medico Malattie Infettive, Ospedale Policlinico San Martino IRCCS, Genova e Assistant Professor di Malattie Infettive, Università degli Studi di Genova – siamo quindi vicini alla pubblicazione dei primi risultati. Sicuramente l’obiettivo più importante della piattaforma MULTI-SITA è quello di aumentare la qualità della ricerca e della reattività della conduzione degli studi su queste patologie, che sono molto dinamiche. Il progetto conta su una piattaforma informatica specifica per il progetto: questo permette di essere più veloci e più reattivi alle nuove sfide, che possono essere rappresentate da un patogeno particolarmente resistente, oppure da infezioni batteriche o fungine che colpiscono pazienti già debilitati da altre patologie, come le infezioni che colpiscono i pazienti con Covid-19. La piattaforma informatica per la raccolta dei dati è supervisionata da uno staff dedicato, permettendo di avere un feedback in tempo reale sulla qualità del dato raccolto. Questo, unito all’organizzazione di una rete già pronta e costituita, che coinvolge Centri di alta specializzazione in tutta Italia, consente di aumentare moltissimo la qualità dei dati raccolti e quindi, in assoluto, della ricerca, portando a risultati più solidi, più applicabili al paziente e al miglioramento delle cure».

I centri che aderiscono a MULTI-SITA

Approvato nel primo centro (IRCCS Ospedale Policlinico San Martino di Genova) nel 2020, negli anni successivi il progetto ha completato il necessario iter approvativo in altri ventidue centri italiani:

  • ·       Policlinico Sant’Orsola di Bologna
  • ·       IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano
  • ·       AO Santa Croce e Carle di Cuneo
  • ·       AOU Careggi di Firenze
  • ·       Policlinico Riuniti di Foggia
  • ·       Ospedale Galliera di Genova
  • ·       Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli di Roma
  • ·       ASST Ospedale Metropolitano Niguarda di Milano
  • ·       Terapia Intensiva Policlinico Paolo Giaccone di Palermo
  • ·       Ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia
  • ·       IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano
  • ·       AO SS. Antonio e Biagio e Cesare Arrigo di Alessandria
  • ·       A.O.U. Città della Salute e della Scienza di Torino
  • ·       Ospedale di Portogruaro
  • ·       Ospedale Città di Castello
  • ·       Azienda Ospedale-Università di Padova
  • ·       AOU Mater Domini di Catanzaro
  • ·       Istituto ISMETT di Palermo
  • ·       Policlinico San Matteo Fondazione IRCCS di Pavia
  • ·       Azienda Ospedaliero-Universitaria Senese di Siena
  • ·       Ospedale San Paolo di Savona
  • ·       Azienda Ospedaliero-Universitaria di Sassari

Ulteriori centri hanno inoltre avviato il necessario iter approvativo, ed altri hanno recentemente inviato a SITA una richiesta di adesione al progetto.

Per approfondire

Gli adolescenti italiani dopo la pandemia nella fotografia dell’ISS

I giovani hanno una discreta percezione della loro qualità di vita, anche se inferiore rispetto agli anni passati e maggiore tra i ragazzi rispetto alle ragazze. Nel complesso, gli adolescenti italiani si sentono supportati da amici e compagni di classe, si fidano degli insegnanti ma sono spesso stressati dagli impegni scolastici. Un adolescente su due ha dichiarato un impatto positivo della pandemia sui propri rapporti familiari e due su cinque sul rendimento scolastico. Pur dichiarando, sempre due adolescenti su cinque, che la propria salute mentale e la propria vita in generale ne abbiano risentito negativamente.

“La sorveglianza degli stili di vita dei nostri ragazzi e ragazze è, oggi, particolarmente preziosa – afferma Silvio Brusaferro, Presidente dell’ISS – perché ci aiuta ad intercettare fenomeni nuovi, come il cyberbullismo legato all’uso dei social media, dai quali dipendono in modo significativo la loro salute e la loro qualità di vita”.

Abitudini alimentari e stili di vita possono migliorare: il consumo quotidiano della prima colazione diminuisce al crescere dell’età, specie tra le ragazze, e meno di un giovane su 10 svolge attività fisica tutti i giorni. Quasi tutti si relazionano tra loro attraverso i social media, un fenomeno in crescita ma non esente da criticità: il 17% delle ragazze (che arrivano al 20% tra le 15enni, quindi una su cinque) e il 10% dei ragazzi ne fanno un uso problematico con conseguenze negative sul loro benessere fisico e psicologico. Permangono comportamenti a rischio, quali l’assunzione di alcol, in aumento tra le ragazze (una su cinque tra le 15enni si è ubriacata almeno due volte nella vita), l’abitudine al fumo di sigaretta che vede ancora prevalere le ragazze (29% vs 20% dei ragazzi di 15 anni) e la propensione al gioco d’azzardo, che invece è un fenomeno prettamente maschile (il 47,2% dei ragazzi e il 21,5% delle ragazze 15enni hanno scommesso o giocato del denaro almeno una volta nella vita).

La fotografia dei comportamenti degli adolescenti italiani nel periodo post pandemia è stata scattata dalla VI rilevazione 2022 del Sistema di Sorveglianza HBSC Italia (Health Behaviour in School-aged Children – Comportamenti collegati alla salute dei ragazzi in età scolare), coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità insieme alle Università di Torino, Padova e Siena, con il supporto del Ministero della Salute, la collaborazione del Ministero dell’Istruzione e del Merito e tutte le Regioni e Aziende Sanitarie Locali. La ricerca, che viene condotta ogni quattro anni, ha permesso inoltre un confronto con lo stato di salute di un gruppo analogo di adolescenti nel 2017/2018 consentendo così una stima degli effetti sul loro stato di salute e sui comportamenti ad esso legati.

L’indagine ha coinvolto un campione rappresentativo in tutte le Regioni di giovani di 11, 13, 15 e, per la prima volta quest’anno, di 17 anni. Per un totale di oltre 89.000 ragazzi e ragazze, più di 6.000 classi e più di 1800 istituti scolastici.  I dati raccolti consentono all’Italia di essere rappresentata nel network internazionale HBSC, patrocinato dall’OMS, che conta più di 50 Paesi tra l’Europa e il Nord America.

I risultati della raccolta dati 2022 vengono illustrati oggi nell’Aula Pocchiari dell’ISS alla presenza dei referenti regionali e aziendali che hanno coordinato a livello locale le attività di raccolta dati e alla presenza di alcune delle più importanti Società Scientifiche, Federazioni e Ordini professionali che da anni si occupano della salute dei ragazzi e delle ragazze.

Salute e benessere 

La percentuale di ragazzi che si reputano in buona salute è sensibilmente in calo rispetto al 2017/2018. In entrambi i generi, la percezione di ‘buona’ salute diminuisce all’aumentare dell’età, risultando più bassa tra le ragazze rispetto ai coetanei maschi sin dagli 11 anni: 91% vs 93% in femmine e maschi undicenni, rispettivamente, fino a 75% vs 89% nei quindicenni. Analogamente, meno della metà delle ragazze di 13 e 15 anni pensa di avere un buon benessere psicologico (43% e 32%, rispettivamente), a fronte del 73% e 64% dei coetanei maschi.

Il 49% dei ragazzi e il 74% delle ragazze riferisce di presentare almeno due dei seguenti sintomi – mal di testa, di stomaco, di schiena, sentirsi giù di morale, irritabilità, nervosismo, giramenti di testa e difficoltà nell’addormentamento – più di una volta a settimana negli ultimi sei mesi, dato in crescita rispetto ai dati 2017/2018. Le ragazze riferiscono più sintomi rispetto ai coetanei con un andamento crescente per età. Complessivamente, il 62% dei ragazzi dichiara di aver fatto ricorso a farmaci per almeno uno dei sintomi riferiti, e tra le ragazze il loro utilizzo cresce all’aumentare dell’età.

Alimentazione e stato ponderale

Sulla base di quanto auto-dichiarato, il 18,2% dei ragazzi di 11, 13 e 15 anni è in sovrappeso e il 4,4% obeso; l’eccesso ponderale diminuisce lievemente con l’età, è maggiore nei maschi e nelle Regioni del Sud. Rispetto alla precedente rilevazione, effettuata nel 2017/2018, tali valori risultano in aumento per entrambi i generi (17% sovrappeso e 3% obeso).

Tra i comportamenti alimentari scorretti, permane l’abitudine di non consumare la colazione nei giorni di scuola, con prevalenze che vanno dal 21% a 11 anni, al 27,9% a 13 anni e al 29,6% a 15 anni; tale percentuale è maggiore nelle ragazze in tutte le fasce d’età considerate ed è sostanzialmente stabile rispetto al passato.

Solo un terzo dei ragazzi consuma frutta almeno una volta al giorno (lontano dalle raccomandazioni) con valori migliori tra le ragazze e nella fascia d’età degli 11enni. Il consumo di verdura almeno una volta al giorno è raggiunto da solo un adolescente su quattro ed è maggiore nelle ragazze. 

Le bibite zuccherate/gassate sono consumate più dai maschi in tutte e tre le fasce d’età considerate (le consumano almeno una volta al giorno: il 14,4% degli undicenni; il 14,5% dei tredicenni; il 12,6% dei quindicenni). Il trend, in discesa dal 2010 al 2018, subisce un arresto in quest’ultima rilevazione.

Attività fisica e sedentarietà

Siamo lontani dalla realizzazione delle raccomandazioni dell’OMS, per cui i giovani tra i 5 e i 17 anni dovrebbero svolgere quotidianamente almeno 60 minuti di attività motoria moderata-intensa, svolgere almeno tre volte a settimana attività fisica intensa e contemporaneamente ridurre i livelli di sedentarietà.

Dai dati emerge che meno di un adolescente su 10 svolge almeno 60 minuti al giorno di attività motoria moderata-intensa e questa abitudine diminuisce all’aumentare dell’età. In ogni classe di età si rilevano differenze di genere rispetto all’attività motoria moderata-intensa, con frequenze maggiori nei maschi. Rispetto alla rilevazione del 2017/2018 si evidenzia una lieve riduzione della percentuale di giovani che svolge ogni giorno almeno 60 minuti di attività fisica moderata-intensa (8,2% vs 10%). La metà dei giovani – in maggioranza ragazzi – svolge, almeno tre volte a settimana, attività fisica intensa. Relativamente ai comportamenti sedentari, con l’aumentare dell’età sia ragazzi che ragazze passano più tempo sui social network e a guardare DVD in TV e video su TV e You Tube, mentre dai 13 ai 15 anni diminuisce il tempo dedicato ai videogiochi. Le ragazze, in ogni fascia d’età, trascorrono meno tempo a giocare ai videogiochi rispetto ai loro coetanei maschi, ma dedicano più tempo ai social media.

Fumo, alcol, cannabis e gioco d’azzardo

La quota di adolescenti che dichiara di aver fumato almeno un giorno nell’ultimo mese aumenta con l’età, passando dall’1% a 11 anni, all’8% a 13, al 24% a 15 anni. Le ragazze di 15 anni fumano di più rispetto ai coetanei maschi: il 29% delle ragazze (erano il 32% nel 2017/2018) rispetto al 20% dei ragazzi (25% nel 2017/2018) ha fumato almeno un giorno nell’ultimo mese. 

L’11% dei 15enni (16% nel 2017/2018) e il 10% delle coetanee femmine dichiara di aver fatto uso di cannabis nel corso degli ultimi 30 giorni.

Per quanto riguarda il fenomeno di abuso di sostanze alcoliche, si evidenzia un aumento rispetto al passato tra le ragazze di 15 anni che dichiarano di essersi ubriacate almeno due volte nella vita: nel 2022 la quota raggiunge il 21% fra le femmine e scende al 16% fra i maschi, laddove lo aveva riportato il 16% delle 15enni sia nel 2017/2018 che nel 2014, e il 19 e 20%, rispettivamente, dei coetanei maschi).

Il gioco d’azzardo si conferma un fenomeno prevalentemente maschile. La quota di quindicenni che ha dichiarato di aver scommesso o giocato del denaro almeno una volta nella vita è pari al 47,2% dei ragazzi rispetto al 21,5% delle ragazze. La percentuale di giocatori d’azzardo negli ultimi 12 mesi è del 37,5% dei ragazzi rispetto al 14% delle ragazze. Risultati in netta riduzione per i ragazzi rispetto al 2017/2018 quando il 62,5% aveva giocato una volta nella vita e il 50,3% aveva giocato una volta negli ultimi 12 mesi.

Il rapporto tra pari, il contesto scolastico, il bullismo e il cyberbullismo

La maggioranza degli adolescenti non ama la scuola. Solo il 13% dei ragazzi, con proporzioni leggermente maggiori per le ragazze e per i più piccoli, dichiara di apprezzare la scuola. Percentuale che scende drammaticamente al 6% tra i 15enni.  All’incirca il 75% dei ragazzi si sente accettato dai propri insegnanti ma solo la metà si fida molto di loro (55%) e percepisce da parte dei professori un vero interessenei propri confronti (49%), con un trend in riduzione al crescere delle età. Di contro, circa la metà degli 11enni si sente molto stressato dagli impegni scolastici per crescere al 60% e al 78% rispettivamente nei ragazzi e nelle ragazze di 15 anni.

In merito ai rapporti con i pari, il 60% dei giovani dichiara di avere amici disponibili e circa il 70% di sentirsi accettato per come è. 

Nei comportamenti relazionali più critici, invece, il bullismo sembra mantenere le sue peculiarità senza importanti variazioni. La sua occorrenza si colloca intorno al 15% complessivamente e decresce con l’aumentare dell’età, con proporzioni del 19% tra gli undicenni, il 16% nei tredicenni e poco più del 9% tra i 15enni. Analoghe proporzioni si osservano per il cyberbullismo, più frequente nelle ragazze (17% contro 13%) e nelle età più giovani: 19% a 11 anni, 16% a tredici e 10% a 15 anni.

Il contesto familiare

I dati evidenziano che i nuclei familiari maggiormente presenti sono le famiglie di tipo tradizionale, che rappresentano l’82% e l’81% delle famiglie rispettivamente nelle regioni del Nord e del Sud, mentre sono leggermente inferiori nelle regioni del Centro (79%).

Per quanto riguarda la comunicazione all’interno della famiglia, i dati HBSC confermano che al crescere dell’età diminuisce la facilità con cui i ragazzi si aprono ad entrambi i genitori. Le ragazze 13enni e 15enni, rispetto ai ragazzi coetanei, hanno una maggiore difficoltà a parlare con la figura paterna. In generale la madre rappresenta la figura di riferimento con cui i ragazzi e le ragazze comunicano maggiormente.

Si fanno più difficili i rapporti in famiglia. Il 68% dei ragazzi e il 60% delle ragazze percepisce una famiglia capace di sostenerli ed aiutarli nel prendere decisioni, di dare loro un supporto emotivo quando ne hanno bisogno, e di prestare ascolto ai loro problemi. Negli adolescenti 15enni però questa percentuale scende al 52% nelle ragazze ed al 61% nei ragazzi, evidenziando un trend negativo rispetto alla rilevazione del 2017/18 (67% nelle ragazze e 70% nei ragazzi). 

L’uso problematico dei social media

La diffusione e l’uso dei social media richiede un’attenzione particolare. Se è vero che un uso responsabile può avere degli effetti positivi, l’uso problematico comporta conseguenze negative sul benessere fisico e psicologico dei giovani. I risultati mostrano che i giovani che fanno uso problematico dei social media sono il 16,9% delle ragazze e il 10,3% dei ragazzi. Tra le ragazze di 15 anni, la prevalenza arriva a superare il 20%.

Rispetto ai dati del 2017/2018, si può osservare un incremento di tale uso, soprattutto tra le ragazze, per cui la prevalenza aumenta del 5% (da 11,8% a 16,9%, rispetto ai ragazzi che passano dal 7,8% al 10,3%).

Le abitudini sessuali

Il 20% dei 15enni (21,6% maschi vs 18,4% femmine) dichiara di aver avuto rapporti sessuali completi. Il 66% dei ragazzi e delle ragazze che hanno avuto rapporti sessuali completi hanno dichiarato di aver usato il condom come contraccettivo, l’11,9% la pillola e il 56,3% il coito interrotto. Il 12,6% dichiara essere ricorso alla contraccezione di emergenza. La sezione riguardante le abitudini sessuali è stata rivolta solamente alla fascia dei 15enni e dei 17enni.

Sezione Covid (novità raccolta dati 2022)

Tra le novità dell’indagine 2022 vi è l’inserimento di una sezione dedicata all’impatto che la pandemia di COVID-19 ha avuto su vari aspetti della vita dei ragazzi e delle ragazze, quali sono state le loro principali fonti di informazione relative al COVID-19 e le misure di protezione adottate.

Il questionario ha indagato l’impatto che le misure di distanziamento quali lockdown, chiusure scolastiche, apprendimento a distanza (DAD), chiusura di palestre/piscine/centri sportivi dovute alla pandemia, hanno avuto sulla vita dei giovani. I dati mostrano un effetto positivo sui rapporti dei ragazzi e delle ragazze con le loro famiglie e sul rendimento scolastico, mentre negativo sulla vita nel suo insieme e sulla loro salute mentale (gestione delle emozioni, stress). Il 54% degli adolescenti dichiara un impatto positivo della pandemia sui rapporti famigliari e il 42% sul rendimento scolastico, mentre il 41% ritiene che la propria salute mentale ne abbia risentito negativamente, così come il 37% la propria vita in generale. In particolare, l’effetto positivo sulle relazioni familiari decresce con l’età, dal 67% degli undicenni al 45% dei diciassettenni, e tra gli undici e i quindici anni è prevalentemente maschile, mentre nei più grandi non si osservano differenze di genere. Anche sull’impatto positivo del rendimento scolastico si registra lo stesso andamento per età, dal 50% dei più giovani al 37% dei diciassettenni, senza sostanziali differenze tra maschi e femmine. L’effetto negativo è invece un fenomeno soprattutto femminile e crescente con l’età. Riguardo la domanda sulla propria salute mentale, il 52% delle ragazze dichiara un impatto negativo a fronte del 31% dei ragazzi, e si osserva tale risposta nel 29% degli undicenni (33% delle femmine e 25% dei maschi) e nel 53% dei diciassettenni (66% e 41%, rispettivamente).

Le principali fonti di informazione sulla pandemia sono state giornali e TV (55%), la famiglia (47%) e i social media (47%).

Tra le misure di prevenzione igienico-sanitarie, l’87% degli intervistati ha dichiarato di aver utilizzato spesso o sempre la mascherina (91% delle ragazze e 83% dei ragazzi) e il 73% di essersi lavato regolarmente le mani (78% vs 68%), mentre tra le misure di distanziamento sociale prevalgono l’essere rimasti a casa in presenza di sintomi (75%) e l’aver evitato contatti a rischio (66%). Eccetto che per i contatti a rischio, per tutte le altre misure di prevenzione si evidenzia una diminuzione dell’adesione con il crescere dell’età.

17 enni (novità raccolta dati 2022)

I ragazzi e le ragazze di 17 anni sono stati coinvolti per la prima volta nella rilevazione HBSC 2022 poiché il DPCM del maggio 2017 ha esteso la sorveglianza sugli adolescenti anche a questa fascia d’età che, per competenze relazionali e cognitive nonché differenze legate allo sviluppo corporeo, si differenzia notevolmente dai ragazzi di 11, 13 e 15 anni. Per tale motivo, la descrizione delle loro caratteristiche e dei loro stili di vita è stata volutamente trattata separatamente.

L’eccesso ponderale a questa età è pari al 19,3% (15,9% sovrappeso e 3,9% obesità) ed è sensibilmente maggiore nei maschi (maschi sovrappeso e obesi: 19,8% e 3,9% vs femmine: 11,7% e 2,8%). Circa un diciassettenne su due consuma tutti i giorni la prima colazione con valori lievemente inferiori tra le ragazze. Le ragazze consumano, più dei ragazzi, frutta e verdura almeno una volta al giorno (32% consumo di frutta e 36% consumo di verdura vs frutta 29% e verdura 24%).

L’attività fisica quotidiana è nettamente maggiore tra i maschi (7,1% vs 3%); per contro le ragazze a questa età passano più tempo davanti agli schermi.

Circa un ragazzo su tre e due ragazze su cinque hanno dichiarato di aver fumato almeno un giorno negli ultimi 30 giorni. Il consumo di alcol almeno una volta negli ultimi 30 giorni (7 ragazzi/e su 10) ha differenze di genere meno marcate.

L’83% delle ragazze e il 78% dei ragazzi dichiara di non aver mai fumato cannabis negli ultimi 30 giorni.

La percezione del proprio stato di salute come “eccellente/buono” è maggiore tra i maschi (86,7%) rispetto alle ragazze (72,6%).

Il 39,3% ha giocato d’azzardo almeno una volta nella vita con marcate differenze di genere (maschi 57,6% vs femmine 20,2%).

Rispetto ai comportamenti sessuali, il 43% ha dichiarato di aver avuto rapporti sessuali completi (42,5% maschi e 43,6% femmine). Il 61% dei ragazzi e delle ragazze che hanno avuto rapporti sessuali completi hanno dichiarato di aver usato il condom come contraccettivo, il 15,9% la pillola e il 57% il coito interrotto. Il 9% dichiara essere ricorso alla contraccezione di emergenza.

Altems-Sumai: nasce Fare Salute per formare professionisti assistenza territoriale

L’associazione Fare Salute, costituitasi tra ALTEMS, Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari dell’Università Cattolica, Campus di Roma, e il Sumai Assoprof, Sindacato Unico Medicina Ambulatoriale Italiana e Professionalità dell’Area Sanitaria, ha presentato a Roma, presso il museo Ninfeo, il corso di perfezionamento per l’anno accademico 2022/2023 “La sfida dell’assistenza territoriale integrata. Sinergie professionali e multidisciplinari per lo sviluppo della casa di Comunità” che inizierà nel mese di aprile. Il corso sarà articolato in 10 moduli da 10 ore ciascuno, si svilupperà lungo tre macroaree (dinamicità del contesto, integrazione, miglioramento continuo della qualità) e sarà diretto da Gianfranco Damiani, Professore in Igiene Generale e Applicata dell’Università Cattolica.

“Questo corso – ha spiegato Gianfranco Damiani  è, innanzitutto, un’opportunità per i professionisti, indipendentemente dal loro livello di cultura o di professione, che in qualche modo accettano la sfida della complessità. Una complessità caotica che i nostri servizi sanitari stanno vivendo in questo momento storico e che trova nello sviluppo dell’assistenza territoriale, con una prospettiva comunitaria, una possibile soluzione per creare quelle sinergie che sono l’unico elemento che ci permette di superare le solitudini dei pazienti, dei cittadini, dei medici, degli infermieri e delle altre professioni sanitarie, dei farmacisti e di tanti attori che svolgono perfettamente il loro compito specialistico per il quale sono stati formati”. Secondo Damiani “laddove esiste la collaborazione multidisciplinare e multiprofessionale, si realizzano migliori risultati, sia in termini di efficacia, sia di economicità e di sostenibilità sociale. Gli obiettivi del corso sono quelli di fornire logiche, linguaggio e strumenti operativi efficaci a chi seguirà il corso ma non come spettatore passivo, ma come attore responsabile del processo trasformativo”.

“Oltre alla formazione, Fare Salute consta anche di altri due core business: – ha spiegato il direttore di ALTEMS, Americo Cicchetti – la ricerca e la promozione di eventi che favoriscono in maniera trasversale la diffusione e la promulgazione degli sviluppi nell’ambito della progettualità delle Case della Comunità. Fare Salute vuole essere una piattaforma di collaborazione aperta, su cui si può lavorare e mi riferisco al DM 77. Per quanto riguarda, invece, le competenze manageriali, queste vanno adattate: non è semplicemente un tema di top management, ma di middle management. Sul fronte dell’innovazione tecnologica e dell’innovazione digitale – ha aggiunto Cicchetti – fare telemedicina piuttosto che utilizzare soluzioni digitali non è semplicemente comprare degli applicativi ma significa cambiare il modo di lavorare. Per quanto riguarda l’assistenza primaria e della gestione della cronicità, infine, ci sono alcune innovazioni di natura più tecnologica che sono fondamentali, dove c’è un enorme valore”.

“Questo è un percorso che ha preso il via qualche anno fa, prima del Covid, quando si cominciava a pensare come poter lavorare insieme- ha dichiarato il segretario generale del Sumai Assoprof, Antonio Magi-. Non c’era alcun indirizzo, avevamo l’idea di essere noi i primi a partire come operatori. Un sindacato, dunque, non tale per i propri iscritti ma un sindacato attivo, che facesse sistema, che cercasse di mettere insieme tutte le categorie professionali per lavorare in sinergia. Sono anni che sostengo l’idea di essere un blocco unico come sanitari, perché insieme possiamo davvero creare quelle condizioni per migliorare il Servizio sanitario nazionale. Fare Salute è aperto a tutti, è nato per mettere a sistema tutti quanti, comprese le persone che non fanno attività sindacale e mettendo le diverse professioni l’una accanto all’altra. Il percorso è stato lungo e non è stato facile, ma sono molto contento della risposta che c’è stata oggi. La sanità è una, non possiamo parlare solo di territorio senza parlare anche di ospedale”.

Per informazioni sul Corso di perfezionamento per l’anno accademico 2022/2023 “La sfida dell’assistenza territoriale integrata. Sinergie professionali e multidisciplinari per lo sviluppo della casa di Comunità” che inizierà ad aprile rivolgersi ad Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari Università̀ Cattolica del Sacro Cuore Tel. 06.30155863 Fax 06.30155779 Largo Francesco Vito, 1 – 00168 Roma https://altems.unicatt.it

Trasparenza dei dati clinici, le difficoltà italiane

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Il 31 gennaio di quest’anno è ufficialmente entrato in vigore il Regolamento europeo 536/2014 sulle sperimentazioni cliniche: in quella data si è infatti concluso il periodo di transizione di un anno che ha dato modo agli Stati membri di adeguarsi. L’Italia lo ha fatto solo recentemente, con la firma da parte del Ministro della Salute Orazio Schillaci di quattro decreti riguardanti i Comitati etici.

«Questa armonizzazione normativa è un grande passo avanti, che ci rende competitivi a livello europeo», ha commentato durante la conferenza stampa di presentazione sul come cambieranno le sperimentazioni cliniche in Italia Francesco Cognetti, presidente della Confederazione degli Oncologi, dei Cardiologi e degli Ematologi (Foce).

Dal 31 gennaio è infatti diventato obbligatorio l’uso del Clinical Trial Information System, un nuovo sistema informatico europeo gestito direttamente dall’Agenzia europea del farmaco (Ema), che costituirà il punto di accesso unico per gli sponsor e le autorità di regolamentazione e sperimentazione cliniche per la presentazione e la valutazione dei dati delle sperimentazioni cliniche.

“Fino ad oggi, gli sponsor dovevano presentare le domande separatamente alle autorità nazionali competenti e ai comitati etici di ciascun Paese per ottenere l’approvazione regolatoria”, ha spiegato Guido Rasi, Past Executive Director dell’Ema e professore ordinario di Microbiologia all’Università di Roma Tor Vergata. Mancava quindi un sistema unico a livello europeo.

Nel 2022, considerato un anno di transizione, gli sponsor hanno potuto decidere se sottomettere le nuove sperimentazioni seguendo gli standard precedenti o in accordo con quelli aggiornati: “L’Italia ha rischiato di perdere questo treno perché non attrattiva in quanto non adeguata dal punto di vista normativo – ha continuato Rasi – Ora possiamo di nuovo attrarre investimenti in questo settore, continuando a collaborare con i grandi centri di respiro internazionale”.

Due terzi dei trial interessano i tumori, le malattie ematologiche e cardiovascolari

Nel 2019, in Italia, sono state autorizzate 672 sperimentazioni, 516 profit e 156 no profit. I due terzi delle quali dedicate a tumori, malattie del sangue e dell’apparato cardiovascolare. “Il mancato adeguamento al Regolamento europeo ha portato a una flessione nel numero degli studi che hanno coinvolto il nostro Paese: da gennaio a ottobre 2022, sono state presentate 428 domande di avvio di studi (clinical trial application), e solo 87 di queste hanno coinvolto l’Italia rispetto alle 142 della Francia, 132 della Spagna e 116 della Germania”, ha riportato Cognetti.

In assenza dell’adeguamento normativo, è stato stimato un vero e proprio dimezzamento. Secondo il presidente di Foce, “sarebbero stati persi circa 300 studi rispetto ai 672 del 2019. I decreti del ministro Schillaci hanno scongiurato un danno serissimo ai circa 40 mila pazienti italiani che traggono beneficio dal trattamento precoce con farmaci e strategie innovative, oltre a portare alla formazione di professionisti di altissimo livello”.

La carenza di personale

Negli ultimi anni è in corso in Italia e in Europa un grande cambiamento per quanto riguarda i trial clinici. L’obiettivo è avere a disposizione dati sempre più precisi e aggiornati in tempo reale, condivisi tra tutti gli Stati membri. In questo modo, qualunque esperto può avere una fotografia di che cosa sta accadendo in un certo ambito di ricerca.

Tra i traguardi da raggiungere, ovviamente, l’evitare i conflitti di interesse preservando l’indipendenza della ricerca clinica.

Durante la conferenza stampa, Saverio Cinieri, presidente dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom) ha sottolineato come sia importante che “i decreti, una volta firmati, siano anche finanziati”. Per lo specialista infatti “la nostra ricerca clinica ha bisogno di risorse: finora, pur avendone poche, gli studi condotti in Italia hanno cambiato la pratica clinica a livello internazionale in diversi tipi di tumori, portando alla modifica di linee guida e raccomandazioni”.

Tra gli elementi chiesti a gran voce dagli esperti, anche le risorse umane: “Abbiamo bisogno di poter assumere personale tecnico di supporto, figure indispensabili per far progredire la ricerca, ma non previste dal nostro ordinamento”, ha sottolineato Paolo Corradini, presidente della Società Italiana di Ematologia (Sie).

Finora non è stato possibile, in Italia, fornire un inquadramento contrattuale stabile per le figure professionali dedicate espressamente alla ricerca clinica

Finora non è stato possibile, in Italia, fornire un inquadramento contrattuale stabile per quelle figure professionali dedicate espressamente alla ricerca clinica (dal coordinatore di ricerca clinica agli infermieri di ricerca), innescando un forte turnover negli organici delle diverse strutture e favorendo un’elevata frammentazione del lavoro.

Le richieste negli anni si sono moltiplicate e i ricercatori non riescono a farvi fronte, se vogliono impegnarsi in laboratorio.

Secondo Giovanni Apolone, direttore scientifico dell’Istituto nazionale dei tumori (Int), questo è uno dei nodi che impedisce ai centri clinici di ottemperare a tutti gli adempimenti di legge. A fine 2022, infatti, l’istituto di ricerca indipendente Transparimed, ha pubblicato un report da cui emergono le carenze dei diversi Stati nella compilazione del Clinical Trial Information System, proprio quello diventato obbligatorio qualche giorno fa.

La trasparenza dei dati

Secondo Transparimed, sarebbero almeno 5.488 a livello europeo gli studi finanziati con soldi pubblici di cui non si saprebbe più nulla: né lo stato d’avanzamento né l’eventuale conclusione. L’Italia in questa classifica occupa gli ultimi posti, con 1.299 studi che mancano all’appello. Il periodo considerato va dal 2015 al luglio 2022: 9 dei 15 istituti di ricerca che hanno performato peggio a livello europeo si trovano in Italia. Tra questi, anche l’Istituto nazionale dei tumori, che si piazza al terzo posto (dopo Policlinico Gemelli di Roma e l’Azienda ospedaliero-universitaria di Bologna). Al di là dei numeri, è un dato di fatto che alcune delle realtà più virtuose del nostro Paese nella ricerca clinica occupino gli ultimi posti di questa classifica. Come mai?

“Non siamo attrattivi – sintetizza Apolone –: i nostri strumenti per acquisire personale tecnico-amministrativo di supporto alla ricerca implicano una selezione pubblica, che richiede 3-4 mesi di tempo, e gabbie salariali non competitive con il privato o con le proposte che arrivano dall’estero”.

Apolone distingue tra due tipi di pubblicazione: “La prima è quella che riguarda il disegno di ricerca, che viene depositato in uno dei database nazionali, e la divulgazione dei risultati sulle riviste scientifiche. Questa viene effettuata direttamente dai ricercatori, che hanno un interesse diretto ai fini dell’avanzamento della carriera”.

Publish or perish: è questo il mantra della ricerca scientifica. Un ricercatore con un curriculum povero di pubblicazioni avrà più difficoltà a vincere grant internazionali, per esempio. “C’è anche un dovere morale che ci spinge a divulgare il più possibile i risultati dei nostri lavori, che sono finanziati con soldi pubblici”, ricorda l’esperto.

A questo si affianca l’obbligo di pubblicazione sulla piattaforma europea: “Qui si tratta di aggiornare periodicamente l’andamento degli studi, segnalando anche quelli conclusi. Ammetto che, per un concorso di responsabilità, questa parte finora è stata trascurata. Questo si deve a una scarsa conoscenza delle regole da parte dei ricercatori, a una comunicazione spesso carente da parte delle agenzie e dei ministeri che dovrebbero far rispettare le norme e a una bassa priorità che noi direttori scientifici abbiamo attribuito loro”.

In questo momento all’Int sono in corso circa 850 studi clinici, per la metà clinical trial, di cui il 40% finanziato dall’istituto stesso. “È evidente che facciamo fatica ad avere personale con una buona formazione e stabile, soprattutto per quanto riguarda i project e i data manager – afferma il direttore scientifico Apolone – Abbiamo un turnover molto elevato e dobbiamo dare priorità alla corretta esecuzione degli studi”.

La riforma degli Irccs

C’è la volontà di facilitare i tempi e le modalità di assunzione del personale

Un altro cambiamento in atto, che potrebbe influenzare questi aspetti, è la riforma degli Irccs, gli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico. La volontà è di rivedere e snellire l’assetto normativo di questi istituti, rendendo più agili alcuni passaggi e incrementando la qualità della ricerca traslazionale, adeguandoli agli standard europei

In Italia ci sono 52 Irccs, di cui 22 pubblici e 30 privati. L’eterogeneità, poi, non si ferma qui. Variano le dimensioni e le specialità (alcuni ne hanno una sola, altri sono “generalisti”, altri ancora universitari). In queste condizioni, è complesso disegnare una riforma che metta d’accordo tutti.

Il principale aspetto negativo, per Apolone, è legato proprio alle tante differenze che il progetto di riforma non va a risolvere. “Purtroppo questa parte non subirà cambiamenti significativi”, afferma.

Quello che invece potrebbe migliorare è legato proprio alle risorse umane: “È importante la volontà di favorire veramente la ricerca con interventi a livello nazionale o regionale, che dovrebbero liberare i grandi istituti di ricerca, pubblici o privati, che sono un’eccellenza, da alcuni vincoli che faciliterebbero i tempi e le modalità di assunzione del personale”, conclude.

Sangue ed emoderivati, trasportati con il drone, rimangono integri

Talvolta per i veicoli delle Asl trasportare su strada beni salvavita, quali sangue ed emocomponenti, equivale ad una corsa contro il tempo a causa della congestione del traffico. Da alcuni anni il settore della logistica biomedicale mediante velivoli a guida autonoma, cioè i droni, è diventata una realtà in diversi distretti sanitari. Ma quanto è sicuro il trasporto di sangue e materiali biologici attraverso questi mezzi? Ci sono rischi per la salute dei pazienti nell’utilizzo di tali prodotti una volta sottoposti a questo genere di trasporto? Uno studio congiunto dell’Istituto di fisica applicata ‘Nello Carrara’ del Consiglio nazionale delle ricerche di Firenze (Cnr-Ifac), della ASL Toscana Nord Ovest, della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, in collaborazione con ABzero, uno spin off della Scuola Superiore Sant’Anna, ha dimostrato l’integrità biologica di campioni ematici, trasportati in una ‘smart-capsule’ attraverso un drone. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista ‘Drones’.

“Tra le varie realtà che si stanno cimentando nella risoluzione di tale esigenza, la spin off della Scuola Superiore Sant’Anna ABzero, incubata presso il Polo Tecnologico di Navacchio (Pi), ha ideato un contenitore intelligente progettato appositamente per questo tipo di trasporti. Nello specifico, la capsula sensorizzata, disegnata per contenere sangue ed emocomponenti, nel pieno rispetto delle normative UN3373 e delle direttive 2002/98/EC, è stata sviluppata in modo da poter monitorare in tempo reale le condizioni dei materiali, rilevandone la temperatura, l’umidità, il pH ed l’emolisi, ed attivando procedure di allerta e di risposta in caso di necessità”, spiega Angela Pirri del Cnr Ifac.

droni

L’effettivo controllo della qualità dei beni ha coinvolto gli ideatori del dispositivo, Giuseppe Tortora (ABzero, Scuola Supeiore Sant’Anna) ed Andrea Cannas (ABzero) insieme ad Angela Pirri, Fabrizio Niglio e Paola Comite (ASL toscana NordOvest), ed è consistito in una serie esami di laboratorio e sul campo, che hanno validato l’efficacia della modalità.

Sperimentazioni analoghe sono state recentemente attivate in USA e in Francia

“Lo studio ha dimostrato che lo sviluppo di una capsula dotata di intelligenza artificiale (AI), trasportabile con un drone, è in grado di preservare le condizioni termiche dei materiali biologici trasportati, in tutte le condizioni di volo (diverse altitudini, velocità, accelerazioni/decelerazioni), mentre i test chimici hanno confermato l’integrità dei campioni prima e dopo le operazioni di trasporto su drone”, spiega Angela Pirri, Cnr-Ifac. “La performance complessiva del sistema è stata validata durante lo svolgimento di otto differenti missioni di volo, di circa 13 minuti di durata ciascuna, e coprendo una distanza totale di 105 km di volo per complessive 39 ore di volo”.

In Italia, la possibilità di ridurre drasticamente i costi ed i tempi di consegna di beni salvavita, quale sangue, medicinali e organi, tra i centri di raccolta ed i poli di lavorazione e/o gli ospedali, potrebbe rivelarsi una scelta strategica, soprattutto in quei territori dove la problematica della mobilità urbana inficia in modo rilevante sulle tempistiche di consegna, e di conseguenza sull’integrità e l’utilizzo immediato di beni altamente deperibili, ma anche per ragioni di efficienza economica legati al sistema di trasporto questi di materiali. “Per il passo successivo, ovvero trasfonderlo su pazienti, occorre il consenso della commissione etica” spiegano gli autori. In prospettiva, i droni possono rappresentare un’evoluzione dell’attuale posta pneumatica all’interno degli edifici ospedalieri, nonché un sistema alternativo di consegna di materiale biologico pericoloso dai reparti ospedalieri ai laboratori in caso di crisi sanitarie o pandemiche.