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Senior Italia Federanziani: 2023, un calvario per gli anziani in sanità

Nel corso dell’intero 2022 sono arrivate al centralino di Pronto Senior Salute quasi 60.000 chiamate. Si tratta del punto d’ascolto (che risponde al numero 06.62274404) attivato oltre un anno fa da Senior Italia FederAnziani ed è un supporto, gratuito per i cittadini, al fine di ottenere il rispetto da parte dei servizi sanitari regionali dei tempi indicati dai medici all’interno delle prescrizioni per visite specialistiche, esami diagnostici ed eventuali ricoveri troppo spesso ignorati al momento dell’assegnazione degli appuntamenti. I cittadini hanno potuto così rivolgersi a personale specializzato e risolvere il 94% delle loro problematiche, riuscendo l’organizzazione a dialogare, in modo estremamente costruttivo, con i servizi sanitari regionali di riferimento aiutando così gli over 65 che avevano diritto a tali prestazioni secondo le normative vigenti. “Il nostro servizio Pronto Senior Salute è allo stremo e questo indica quanto sia in sofferenza anche il servizio sanitario nazionale – afferma Roberto Messina, Presidente di Senior Italia FederAnziani -. Siamo convinti che nel 2023 sarà un vero calvario per i cittadini poter accedere alle prestazioni. Infatti la carenza di oltre 25.000 medici e 63.000 infermieri non potrà aiutare la discesa delle liste d’attesa”.

L’Osservatorio GIMBE del 2019, 2020 e 2021 ha riscontrato una diminuzione complessiva delle prestazioni per oltre 144 milioni e che per il 90,2% nelle strutture pubbliche. I dati AGENAS confermano una diminuzione del 40% delle attività di screening, infine oltre l’11% della popolazione ha rinunciato a visite ed esami diagnostici o specialistici per problemi economici. Pur avendo svolto un lavoro come una goccia d’acqua nel mare della Sanità, Pronto Senior di Federanziani è riuscita per lo meno ad aiutare 60.000 over 65.

Nello specifico le chiamate maggiori sono state per i seguenti servizi, suddivisi in due tabelle che fanno riferimento alle visite specialistiche e agli esami diagnostici:


“A questo si aggiunge – dichiara il dott. Messina – che la diminuzione degli screening, specialmente in ambito oncologico, porterà ad una emersione di patologie oncologiche, ad una stadiazione maggiore, a costi raddoppiati se non triplicati e a una diminuzione dell’aspettativa di vita. Infine siamo sbalorditi dalla diminuzione degli interventi per le fratture femorali secondo i tempi stabiliti e soprattutto la non immediata riabilitazione del paziente che, come la letteratura insegna, se non fatta secondo le linee guida porta nell’arco dei dodici mesi al decesso del paziente. Infine ancora sono sopra un milione i cittadini che attendono di essere sottoposti ad intervento di cataratta e visite specialistiche oculistiche”.

CCNL dirigenza sanitaria, SMI: “Occorrono nuove risorse”

“La  prosecuzione della trattativa per il contratto sanità  dirigenza medica non può partire a isorisorse. Bisogna che il Governo preveda  nuovi finanziamenti per  porre  rimedio alla carenza di specialisti  nel servizio sanitario pubblico e metta fine al ricorso a medici a gettone”. Così Pina Onotri, Segretario Generale del Sindacato Medici Italiani (SMI) sulla prosecuzione di oggi della trattativa per il rinnovo del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL) per il triennio 2019/2021 del personale della dirigenza sanitaria del SSN.

“Il SSN deve ritornare ad essere attrattivo per i medici che attualmente vi lavorano e per tutti quelli che scelgono di farlo. In questo senso è impensabile che si mantenga ancora il tetto di spesa per l’assunzione di personale invece d’individuarne il fabbisogno sulle  reali necessità di cura dei cittadini.

Occorre creare condizioni di lavoro migliori e più performanti dal punto di vista organizzativo a partire dai carichi di lavoro e dalle giuste pause di riposo. Occorre una rivisitazione della normativa sulla libera professione extramoenia che oggi comporta, per chi l’esercita, la perdita dell’indennità di esclusività di rapporto e parte del risultato rispetto a chi esercita in intramoenia.

Ci aspettiamo che questo contratto affronti davvero i  problemi e le criticità che vivono i medici ospedalieri. A tal fine chiediamo di stornare il 5% delle risorse dell’attività libero professionale del fondo di perequazione, prevalentemente verso il sistema di emergenza urgenza e verso il pronto soccorso. Proponiamo l’incentivazione economica dei medici di Pronto Soccorso e di emergenza urgenza finanziandola con parte dei proventi derivanti dal pagamento dei ticket dei codici bianchi.

Ci auguriamo misure coraggiose per far fronte alla fuga dei professionisti dal SSN. Non è con il blocco o con riduzione della libera professione intramoenia, come s’intende fare in alcune regioni, che si risolve la carenza strutturale dei medici del SSN. È arrivato il tempo di  ridare dignità al lavoro pensando alla standardizzazione di un sistema che valorizzi le competenze professionali, che punti al benessere organizzativo, che permetta la progressione di carriera, con l’attribuzione e il rinnovo degli incarichi, che bilanci il sistema di valutazione annuale dei dirigenti medici ai fini dell’attribuzione della premialità di risultato.  

Abbiamo bisogno d’ipotizzare una reale staffetta generazionale, tenendo conto dell’età elevata della dirigenza e della necessità di formazione dei neo assunti con articolazioni di lavoro che incentivano la permanenza in servizio. Medici specializzandi che si trovano di fatto a gestire attività di reparto con grandi responsabilità e rischi medico legali vengono retribuiti molto meno degli altri colleghi con borse di studio. Occorre, nella discussione per il rinnovo del CCNL, prevedere un nuovo contratto di formazione lavoro per gli specializzandi.

Non ci stancheremo mai di sostenere, infine, una defiscalizzazione del lavoro. Non possibile tassare il lavoro della dirigenza sanitaria al 43%; si deve ridurre, da subito la tassazione e in particolare della libera professione; così come riteniamo che sia urgente prevedere misure per la depenalizzazione dell’atto medico, a tutela dei professionisti che sono impegnati in prima linea.

Il SSN, con la fuga dei medici e il burnout di quelli che restano, sta morendo, e con esso se ne va il bene più prezioso per tutti i cittadini: il diritto alla salute, gratuito ed universale. Occorre invertire la tendenza con la massima rapidità per cercare di non disperdere ma di proteggere le competenze accumulate in tutti questi anni”.

Il Progetto SPES per il contrasto alla suicidialità in adolescenza

Un’emergenza acuita dalla pandemia, ma già presente: la suicidalità in adolescenza. Un tema spinoso e difficile da affrontare, su cui l’Università degli Studi di Torino ha lanciato un progetto innovativo e al contempo uno studio per verificarne l’efficacia. Si tratta del Progetto SPES: Sostenere e Prevenire Esperienze di Suicidalità, che ha lo scopo di dare una risposta alla crescente difficoltà in termini di fragilità di salute mentale della popolazione adolescente.

Il Progetto SPES si presenterà al pubblico a Torino mercoledì 15 febbraio: appuntamento alle 17 allo Spazio BAC in via Cottolengo 24 bis per una conferenza e uno spettacolo teatrale sul tema della suicidalità in adolescenza.

Com’è nata l’idea del Progetto SPES e cosa prevede? Ne parliamo con Chiara Davico, neuropsichiatra infantile all’Ospedale Regina Margherita e ricercatrice dell’Università degli Studi di Torino, responsabile scientifica del progetto.

In che cosa consiste il Progetto SPES?

L’iniziativa, risultata vincitrice di un finanziamento per iniziative di Public engagement dell’ateneo, è nata dalla collaborazione tra cinque diversi dipartimenti di UniTo (Scienze della Sanità Pubbliche e Pediatriche, Studi Umanistici, Psicologia, Filosofia e Scienze dell’educazione, Neuroscienze), Scuola di Specializzazione in Neuropsichiatria Infantile e Social Community Theatre Centre dell’Università degli Studi di Torino. Numerosi i partner che sostengono il programma: Società Italiana di Neuropsichiatria Infantile sezione Piemonte e Valle d’Aosta, Ufficio Scolastico Regionale per il Piemonte, Istituto di Istruzione Superiore “Gobetti Marchesini-Casale Arduino” di Torino, Istituto Comprensivo Statale “Amedeo Peyron” di Torino – Scuola Polo Regionale per la Scuola in Ospedale e l’Istruzione Domiciliare, Dipartimento Materno Infantile dell’ASL Città di Torino, Spazio BAC (Barolo Arti con le Comunità), Teatro Popolare Europeo, partner artistico di Social Community Theatre Centre Unito, Cultural Welfare Center (CCW) e Fondazione Cultura e Sviluppo.

Si tratta di un progetto di prevenzione del suicidio nelle scuole, che viene realizzato con un lavoro di formazione degli insegnanti per prepararli a riconoscere i ragazzi sofferenti e parlare con loro, a interagire e trovare la modalità giusta per inviarli alla presa in carico sociosanitaria. L’aspetto innovativo è che oltre a informazioni di tipo medico, sulla salute mentale e aspetti psichiatrici, il progetto si propone di lavorare sulle soft skills come empatia, capacità, gestione del proprio corpo nella comunicazione, attraverso il teatro.

Come si svolge in concreto la formazione?

È un workshop teatrale, un percorso in cinque incontri di teatro sociale di comunità unito a una parte di educazione sanitaria. Lo studio consiste nel monitoraggio dei risultati in un gruppo di insegnanti che non partecipa a confronto con quelli degli 80 docenti coinvolti fra Torino e Alessandria.

Il tema della suicidalità degli adolescenti è diventato più urgente dopo la pandemia?

La pandemia ha impattato sulla salute mentale dei ragazzi indebolendo la relazione pedagogica con la DAD e interrompendo attività quotidiane fondamentali come i contatti sociali “faccia a faccia”.

Diverse istituzioni scientifiche nazionali e internazionali (comunicato congiunto dell’American Academy of Pediatrics, dell’American Academy of Child and Adolescent Psychiatry e della Children Hospital’s Association) hanno segnalato come stiamo assistendo ad una vera e propria epidemia di disturbi psichici in adolescenza, sicuramente esacerbata dalla pandemia da Covid, che ha contribuito a far peggiorare il senso di malessere e solitudine adolescenziale e a determinare un importante incremento dei disturbi psichici, depressivi e tentativi di suicidio.
Tuttavia, l’aumento della patologia neuropsichiatrica va contestualizzato in un trend di incremento di tali manifestazioni già antecedente alla pandemia e documentato dalla letteratura scientifica. In tale scenario, le piattaforme digitali e i social media hanno assunto un’inedita centralità nell’ambito dei processi di socializzazione giovanile, con infinite opportunità ma anche numerosi rischi.

Perché avete deciso di lavorare sugli insegnanti?

Il suicidio è la seconda causa di morte negli adolescenti

Il suicidio in adolescenza è un problema rilevante di sanità pubblica: si tratta infatti della seconda causa di morte in Italia e nel mondo e tra i giovani tra i 14 e i 24 anni. Le strategie di prevenzione del suicidio suggerite dagli organismi internazionali, indicano nell’individuazione dei soggetti a rischio una delle priorità: è uno dei 4 elementi chiave identificato dal WHO nella prevenzione del suicidio, insieme alla restrizione all’accesso ai metodi letali, al lavoro con i media perché riportino in maniera responsabile le notizie riguardanti il suicidio e alla possibilità di incrementare le risorse dei giovani nell’affrontare le difficoltà della vita.

Sul fronte del lavoro con i media, è utile segnalare il Progetto Papageno della Neuropsichiatria Infantile del Dipartimento di Scienze della Sanità Pubblica e Pediatriche UniTo e del Master in Giornalismo “Giorgio Bocca”, gestito da Corep Torino: è un sito internet che fornisce indicazioni sul modo più corretto di fare informazione a proposito di casi di suicidio, o tentativo di suicidio, con particolare attenzione agli adolescenti. Il sito si rivolge ai giornalisti ma può essere utile a tutti coloro che intendono pubblicare su queste tematiche con qualsiasi mezzo.

Le strategie di prevenzione delle condotte suicidarie in adolescenza vanno condotte in stretta collaborazione con i professionisti della salute mentale

Tornando al nostro progetto, va anche sottolineato che qualora vi sia in un contesto di classe un ragazzo con significative problematiche di salute mentale, questo attiva meccanismi di contagio sociale tra i coetanei e situazioni di malessere e disagio diffuse che gli adulti si trovano a dovere gestire, spesso senza averne gli strumenti. La letteratura scientifica raccomanda poi che le strategie di prevenzione delle condotte suicidarie in adolescenza debbano essere condotte in stretta collaborazione con i professionisti della salute mentale anche quando queste vengano attuate in contesto non clinico.
Fornire agli insegnanti sia strumenti di natura “tecnica” che strumenti “emotivi” (soft skills) perché possano riconoscere il disagio, gestirlo nel contesto classe, e effettuare invii tempestivi di adolescenti in difficoltà prima che manifestino franca patologia psichiatrica costituisce una occasione unica di prevenzione.

Anche nella pratica quotidiana in Neuropsichiatria Infantile ci siamo resi conto di quanto gli insegnanti siano un anello cruciale catena della sicurezza dei ragazzi, ma a loro volta i docenti in questo momento sono affaticati proprio come i sanitari dalla pandemia e la loro professionalità non è valorizzata e riconosciuta a dovere. Abbiamo notato come, nonostante tantissima buona volontà, a volte gli insegnanti trovandosi troppo distanti non vedevano cosa stava capitando giorno dopo giorno a ragazzi che stavano molto male; oppure abbiamo avuto casi di docenti un po’ maldestri nei tentativi di aiutare i ragazzi. Abbiamo ritenuto che potesse essere importante intervenire non solo dando informazioni agli insegnanti, ma anche facendoli sentire più sicuri delle competenze che in parte hanno già e di proporre loro dinamiche di gruppo in cui potersi confrontare e parlarsi.

Come procederà lo studio?

Il progetto si concluderà – per ora – nell’estate. Pensiamo di poter presentare alla cittadinanza i risultati a giugno di quest’anno e stiamo già pensando a come implementare e riprodurre il progetto, qualora i risultati ne confermino l’efficacia. Ci piacerebbe infatti creare un vero e proprio format di intervento da offrire alle scuole in una sinergia crescente tra gli operatori sanitari e gli insegnanti, anche da diffondere fuori dal contesto piemontese dove il progetto è nato, continuando ad utilizzare lo strumento del teatro che attiva risorse creative e vitali nelle persone che sono coinvolte.

Se ti trovi in una situazione di emergenza chiama il 112.
Se sei un minore e ti trovi in una situazione di difficoltà o se sei un adulto e sei preoccupato per un minore, puoi rivolgerti al Telefono Azzurro: www.azzurro.it.

Se sei un adulto in difficoltà puoi chiamare il Telefono Amico allo 199 284 284 oppure visitare www.telefonoamico.it.

Dagli studi sul dolore prospettive per la medicina personalizzata

Italia, Austria, Israele e poi di nuovo Italia. Dal Weizmann Institute, uno dei più importanti al mondo, Letizia Marvaldi è arrivata al Neuroscience Institute Cavalieri Ottolenghi (NICO) dell’Università di Torino per svolgere i suoi studi grazie al finanziamento della prestigiosa borsa di ricerca intitolata a Rita Levi Montalcini.

Con la studiosa, che insegna Anatomia Umana al corso di Chimica e Tecnologia Farmaceutica, abbiamo fatto il punto sulle ricerche che sta conducendo sul dolore. Il dolore neuropatico è infatti modulato da fattori come il sesso, l’età e le interazioni sociali e questo tipo di ricerca apre a nuovi approcci di terapie personalizzate. In occasione della Giornata Mondiale delle Donne nella Scienza, abbiamo inoltre riflettuto sulla partecipazione della donna all’ambito scientifico.

Tumore del colon-retto, 48.100 casi in Italia nel 2022. + 4.400 in 2 anni

Nel 2022, in Italia, sono state stimate 48.100 nuove diagnosi di tumore del colon-retto (erano 43.702 nel 2020). In due anni l’incremento è stato di quasi 4.400 casi (4.398). L’impatto della pandemia e dei ritardi negli screening accumulati durante l’emergenza sanitaria è evidente nei numeri e si traduce in una vera e propria epidemia di neoplasie colorettali. È dimostrato che il test per la ricerca del sangue occulto nelle feci è in grado di ridurre la mortalità di circa il 30%. Non solo. Proprio questa neoplasia, in epoca prepandemica, è stata l’esempio dell’efficacia dei programmi di prevenzione secondaria: nel nostro Paese, nel 2020, i tassi di incidenza erano in diminuzione del 20% rispetto al picco del 2013. Ma lo stop agli screening durante il picco pandemico e i successivi ritardi nella ripresa dei programmi hanno vanificato gli ottimi risultati ottenuti. E sette cittadini su 10 non eseguono il test per la ricerca del sangue occulto, che il sistema sanitario offre gratuitamente ogni due anni a tutti i 50-69enni. Per questo l’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) promuove un grande progetto di sensibilizzazione per migliorare l’adesione al test, che partirà nelle prossime settimane. Saranno realizzati spot, opuscoli, una forte campagna social ed è previsto il coinvolgimento attivo delle farmacie. L’annuncio viene dal Convegno AIOM dedicato alle neoplasie gastrointestinali (“News in GI Oncology”), che si è aperto a Padova.

“Il tumore del colon-retto in Italia è il secondo più frequente dopo quello della mammella – afferma Saverio Cinieri, Presidente Nazionale AIOM -. La sopravvivenza a 5 anni raggiunge il 65%. Lo screening colorettale è in grado di individuare, oltre alla presenza della neoplasia ogni 850 persone asintomatiche, anche adenomi, cioè polipi, potenzialmente in grado di trasformarsi in cancro ogni 150 individui analizzati. La loro rimozione prima dello sviluppo della neoplasia permette di ridurre i nuovi casi. Stiamo assistendo a un lento riavvio dei programmi di screening, ma non è sufficiente. Servono iniziative concrete per frenare l’incremento delle diagnosi. Vanno anche colmate le differenze territoriali, visto che al Nord l’adesione raggiunge il 45%, al Centro il 31% e al Sud solo il 10%. Inoltre, è importante che il test sia esteso anche agli over 70. Così potremo salvare più vite. Il progetto della nostra società scientifica è in linea con obiettivi del Piano Oncologico Nazionale recentemente approvato, che mira ad aumentare l’adesione ai programmi di screening, soprattutto a quello del tumore del colon-retto, e ad allargare la fascia d’età dei cittadini da invitare dai 50 ai 74 anni”.

Solo cinque Regioni superano il target del 50% di adesione: il Veneto è la più virtuosa (quasi il 70%), seguono il Trentino, la Valle d’Aosta, l’Emilia-Romagna e il Friuli Venezia Giulia. In Veneto, nel 2022, sono stati diagnosticati 3.601 nuovi casi (1.970 uomini, 1.631 donne).  

“Il tumore del colon-retto insorge, in oltre il 90% dei casi, a partire da lesioni precancerose che subiscono una trasformazione neoplastica maligna – spiega Sara Lonardi, Direttore FF dell’Oncologia 3 all’Istituto Oncologico Veneto IRCCS di Padova –. Per questo lo screening è così efficace: ci permette di rimuovere i polipi prima che diventino neoplastici, costituendo quindi una vera e propria prevenzione primaria. Inoltre, se individuiamo la neoplasia durante le prime fasi, possiamo intervenire tempestivamente e raggiungere i migliori risultati in termini di guarigione. Tra i fattori di rischio rientrano gli stili di vita scorretti, in particolare sedentarietà, fumo di sigaretta, sovrappeso, obesità, consumo eccessivo di farine e zuccheri raffinati, carni rosse, alcol ed insaccati e ridotta assunzione di fibre vegetali. Gli stili di vita sani devono essere rispettati anche dopo la diagnosi, sia per prevenire l’insorgenza di recidive che per migliorare l’efficacia dei trattamenti. I segni della malattia precoce non sono specifici e includono modifiche delle abitudini intestinali, fastidio addominale, perdita di peso e stanchezza persistente. Quando la patologia è più avanzata si possono manifestare perdite di sangue durante l’evacuazione, dolori addominali, nausea o vomito. Il 20% dei casi, purtroppo, è scoperto tardi, quando sono già sviluppate metastasi, ma la prognosi di questi pazienti è migliorata sensibilmente negli ultimi anni. Questi passi avanti sono legati da una parte alle nuove conoscenze biologiche, dall’altra all’individuazione di particolari bersagli molecolari che costituiscono il target di terapie innovative”.

“È una neoplasia estremamente eterogenea dal punto di vista genetico-molecolare – sottolinea Filippo Pietrantonio dell’Oncologia Medica Gastroenterologica alla Fondazione IRCCS Istituto Nazionale Tumori di Milano e membro del Direttivo Nazionale AIOM -. La maggior parte dei pazienti con tumore del colon-retto metastatico non è eleggibile ad un intervento chirurgico potenzialmente curativo. Al momento di iniziare il trattamento, deve essere effettuata la valutazione dello stato mutazionale dei geni indicati con l’acronimo RAS (KRAS e NRAS), di BRAF e di quelli coinvolti nelle funzioni di riparazione del DNA ‘mismatch repair’ ed elevata instabilità dei microsatelliti. Questi geni funzionano come ‘interruttori’ che attivano i meccanismi di crescita e replicazione delle cellule tumorali e possono essere nello stato normale o mutato. Lo stato normale di KRAS e NRAS, che rappresenta circa il 40-45% del totale dei casi di carcinoma del colon-retto metastatico, indica che il paziente ha maggiori probabilità di rispondere alla terapia a base di anticorpi monoclonali anti-EGFR”. “La mutazione di BRAF – continua Filippo Pietrantonio – è individuata in circa il 10% dei casi ed è associata a una prognosi peggiore, perché il tumore è più aggressivo e per una maggiore resistenza alle terapie. La mutazione V600E è la più frequente tra quelle di BRAF e il rischio di mortalità in questi pazienti è più che raddoppiato rispetto a quelli ‘non mutati’. In questi casi, la disponibilità di una terapia mirata permette miglioramenti della sopravvivenza globale, della risposta obiettiva e della sopravvivenza libera da progressione”. “Circa il 5% dei pazienti con tumore del colon-retto metastatico mostra elevata instabilità dei microsatelliti, da cui deriva un alto numero di mutazioni – spiega Sara Lonardi -. Questa caratteristica sembrava ridurre la probabilità di trarre beneficio dalla chemioterapia tradizionale, ma ora si trasforma in un certo senso in un vantaggio, perché permette di selezionare un sottogruppo di pazienti molto responsivi all’immunoterapia”.

I progressi nelle terapie si traducono nelle cifre: oggi in Italia 513.500 persone vivono dopo la diagnosi. “L’oncologia di precisione richiede che siano individuate le caratteristiche molecolari della neoplasia, cioè i geni che ci aiutano a stabilire la cura più efficace – conclude il Presidente Cinieri -. Vi sono alterazioni geniche che, se presenti, possono fornire al clinico informazioni molto importanti sull’aggressività biologica del tumore e sulla possibilità di rispondere o meno alle terapie. In questo modo, possiamo individuare la migliore strategia per il singolo paziente, con risparmi per il sistema sanitario”.

Un fascio di luce per individuare le cellule tumorali nel sangue

Un gruppo di ricercatori del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) ha sviluppato e combinato nuove tecnologie di imaging che, analizzando la luce che attraversa le cellule e il loro metabolismo, permettono l’identificazione delle cellule tumorali circolanti nel sangue (CTC). Le CTC, verosimilmente responsabili della diffusione delle metastasi, derivano da tumori solidi e circolano nel sangue periferico ma, essendo presenti in quantità minime, sono difficili da individuare ed eliminare con i farmaci attualmente disponibili. I ricercatori coinvolti nella ricerca, che è stata pubblicata sulla rivista Frontiers in Bioengineering and Biotechnology, afferiscono all’Istituto di endocrinologia e oncologia sperimentale ‘G. Salvatore’ (Cnr-Ieos) e all’Istituto di scienze applicate e sistemi intelligenti (Cnr-Isasi) di Napoli.

“Le cellule tumorali hanno la capacità di assimilare grandi quantità di glucosio, fino a dieci volte più velocemente di quanto facciano le cellule normali. Abbiamo utilizzato la microscopia Raman per studiare l’assorbimento delle molecole di glucosio da parte delle cellule tumorali e osservare il loro metabolismo. Si tratta di un sistema di radiazione laser con il quale vengono illuminate le molecole, che ci permette di identificarle in maniera univoca, senza utilizzare particolari marcature”,  spiega Alberto Luini, ricercatore associato del Cnr-Ieos.

“Abbiamo dimostrato che la capacità delle cellule tumorali di assorbire il glucosio più velocemente determina l’accumulo di lipidi in forma di goccioline, diversamente da quanto accade, per esempio, con i leucociti, le cellule sane del sangue. Questo ci fornisce un parametro affidabile per distinguere le cellule tumorali da quelle del sangue”, illustra Anna Chiara De Luca, ricercatrice del Cnr-Ieos.

“Per individuare le goccioline lipidiche con tempistiche simili a quelle di uno screening rapido, abbiamo combinato la microscopia Raman con l’imaging olografico in polarizzazione (PSDHI). Questa tecnica di imaging permette di identificare la morfologia delle cellule e mappare le proprietà birifrangenti delle goccioline lipidiche. Siamo così riusciti a distinguere le CTC dai leucociti in pochi secondi, con un’affidabilità vicina al 100%”, rivela Maria Antonietta Ferrara, ricercatrice del Cnr-Isasi.

“Questo approccio pone le basi per lo sviluppo di un nuovo metodo di isolamento delle cellule tumorali, semplice e universalmente applicabile. La raccolta e la coltura in vitro delle CTC, inoltre, ci consente di esaminare le loro caratteristiche genetiche e biochimiche e valutare la sensibilità a farmaci specifici”, afferma Giuseppe Coppola ricercatore del Cnr-Isasi.

Il rilevamento e la quantificazione delle cellule tumorali attraverso questo sistema combinato, realizzato grazie al sostegno di Fondazione Airc per la ricerca sul cancro e della Regione Campania, dopo la validazione in successivi studi preclinici e clinici, potrà essere utilizzato per lo screening, la diagnosi, la selezione della terapia e il monitoraggio della progressione delle patologie tumorali e delle eventuali recidive.

Corte Costituzionale: legittimo l’obbligo vaccinale per il personale sanitario

Depositate ieri, 9 febbraio, le tre sentenze della Corte Costituzionale che hanno respinto altrettante questioni di legittimità poste sull’obbligo vaccinale contro il Covid per gli operatori sanitari. Ecco nel dettaglio quanto comunicato dalla Consulta.

Obbligo vaccinale: inammissibile la questione di legittimità costituzionale sulla sospensione dell’esercizio della professione sanitaria anche se le mansioni non comportano contatti personali

È inammissibile la questione di legittimità dell’art. 4, comma 4, del decreto-legge 44 del 2021, come modificato dal d.l. n. 172 del 2021, laddove, in caso di inadempimento dell’obbligo vaccinale, non si limita la sospensione dall’esercizio della professione sanitaria a quelle sole prestazioni o mansioni che implicano contatti personali o che comportano, in qualsiasi altra forma, il rischio di diffusione del Covid-19.

Lo ha stabilito la Corte costituzionale con la sentenza n.16 del 2023, depositata oggi (redattore Augusto Antonio Barbera), la cui motivazione è stata anticipata con il comunicato del 1 dicembre 2022.

Il TAR Lombardia, chiamato a decidere un ricorso di una psicologa che, a causa dell’inosservanza dell’obbligo vaccinale, era stata sospesa dall’esercizio della professione, ha dubitato della legittimità costituzionale della citata norma, ritenendola in contrasto con i principi di ragionevolezza e di proporzionalità, di cui all’articolo 3 della Costituzione.

In caso di omessa vaccinazione, infatti, la disposizione censurata estenderebbe irragionevolmente il divieto di svolgere la professione sanitaria a tutte le attività che richiedono l’iscrizione ad albi professionali, anche se dette attività non comportano alcun rischio di diffusione del COVID-19, potendo essere svolte da remoto, mediante l’utilizzo di strumenti telematici e telefonici.

Le questioni sono state dichiarate inammissibili in ragione di un preliminare profilo processuale, che ha escluso una valutazione nel merito delle stesse: il difetto di giurisdizione del tribunale amministrativo regionale che le ha sollevate.

Secondo la giurisprudenza della Corte di cassazione – che è l’unico giudice competente a decidere sulla giurisdizione – appartiene alla cognizione del giudice ordinario la controversia in cui viene in rilievo un diritto soggettivo – nel caso, quello ad esercitare la professione sanitaria – non intermediato dall’esercizio del potere amministrativo.

La sospensione dall’esercizio della professione sanitaria discende automaticamente dall’accertato inadempimento dell’obbligo vaccinale, imposto come requisito essenziale dalla legge.

La competenza sulle relative controversie è, dunque, del giudice ordinario, non di quello amministrativo.

Covid-19: i dati scientifici disponibili hanno imposto per il personale sanitario l’obbligo vaccinale non sostituibile dalla misura del tampone per la prevenzione dall’infezione

La sentenza n.15 del 2023 (redattore Stefano Petitti) depositata oggi, anticipata con il comunicato stampa del 1 dicembre 2022, ha stabilito che la previsione, per i lavoratori impiegati in strutture residenziali, socio-assistenziali e socio-sanitarie, dell’obbligo vaccinale per la prevenzione dell’infezione da SARS-CoV-2 anziché di quello di sottoporsi ai relativi test diagnostici (c.d. tampone), non ha costituito una soluzione irragionevole o sproporzionata rispetto ai dati scientifici disponibili.

In risposta alle questioni di legittimità costituzionale sollevate dai Tribunali ordinari di Brescia, di Catania e di Padova, la Corte ha affermato che la normativa censurata ha operato un contemperamento non irragionevole del diritto alla libertà di cura del singolo con il coesistente e reciproco diritto degli altri e con l’interesse della collettività, in una situazione in cui era necessario assumere iniziative che consentissero di porre le strutture sanitarie al riparo dal rischio di non poter svolgere la propria insostituibile funzione.

Il sacrificio imposto agli operatori sanitari non ha ecceduto quanto indispensabile per il raggiungimento degli scopi pubblici di riduzione della circolazione del virus, ed è stato costantemente modulato in base all’andamento della situazione sanitaria, peraltro rivelandosi idoneo a questi stessi fini.

La mancata osservanza dell’obbligo vaccinale ha riversato i suoi effetti sul piano degli obblighi e dei diritti nascenti dal contratto di lavoro, determinando la temporanea impossibilità per il dipendente di svolgere mansioni implicanti contatti interpersonali o che comportassero, in qualsiasi altra forma, il rischio di diffusione del contagio.
La sentenza ha ritenuto non contraria ai principi di eguaglianza e di ragionevolezza anche la scelta legislativa di non prevedere, per i lavoratori del settore sanitario che avessero deciso di non vaccinarsi, un obbligo del datore di lavoro di assegnazione a mansioni diverse, a differenza di quanto invece stabilito per coloro che non potessero essere sottoposti a vaccinazione per motivi di salute o per il personale docente ed educativo della scuola. La Corte ha considerato tale scelta giustificata dal maggior rischio di contagio, sia per sé stessi che per la collettività, correlato all’esercizio delle professioni sanitarie.

La sentenza, infine, ha deciso che quanto previsto dalle norme censurate – secondo cui al lavoratore che avesse scelto di non sottoporsi alla vaccinazione non erano dovuti, nel periodo di sospensione, la retribuzione né altro compenso o emolumento – ha giustificato anche la non erogazione al dipendente sospeso di un assegno alimentare in misura non superiore alla metà dello stipendio. La Corte, infatti, ha ritenuto non comparabile la posizione del lavoratore che non ha inteso vaccinarsi con quella del lavoratore del quale sia stata disposta la sospensione dal servizio a seguito della sottoposizione a procedimento penale o disciplinare, casi questi ultimi in cui l’assegno alimentare può essere erogato.

In particolare, la Corte ha escluso che fosse costituzionalmente obbligata la soluzione di porre a carico del datore di lavoro l’erogazione solidaristica di una provvidenza di natura assistenziale in favore del lavoratore che non avesse inteso vaccinarsi e che fosse, perciò, temporaneamente inidoneo allo svolgimento della propria attività lavorativa.

Covid-19: l’obbligo vaccinale per il personale sanitario non costituisce una misura irragionevole né sproporzionata se l’obiettivo è quello di prevenire la diffusione del virus e di salvaguardare la funzionalità del sistema sanitario

Con la sentenza n.14 del 2023 (redattore Filippo Patroni Griffi) depositata oggi, la Corte ha ritenuto non fondata la questione di legittimità costituzionale, sollevata dal Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione Siciliana, concernente l’obbligo vaccinale per la prevenzione dell’infezione da SARS-Cov-2 per il personale sanitario.

Come anticipato con il comunicato del 1° dicembre scorso, la Corte ha ritenuto che la scelta assunta dal legislatore al fine di prevenire la diffusione del virus, limitandone la circolazione, non possa ritenersi irragionevole né sproporzionata, alla luce della situazione epidemiologica e delle risultanze scientifiche disponibili.

In continuità con la propria giurisprudenza in materia di trattamenti sanitari obbligatori, la Corte ha ribadito innanzitutto che l’articolo 32 della Costituzione affida al legislatore il compito di bilanciare, alla luce del principio di solidarietà, il diritto dell’individuo all’autodeterminazione rispetto alla propria salute con il coesistente diritto alla salute degli altri e quindi con l’interesse della collettività.

In applicazione di questi princìpi, la Corte ha giudicato non fondati i dubbi di costituzionalità prospettati dal giudice rimettente: di fronte alla situazione epidemiologica in atto, infatti, il legislatore ha tenuto conto dei dati forniti dalle autorità scientifico-sanitarie, nazionali e sovranazionali, istituzionalmente preposte al settore, quanto a efficacia e sicurezza dei vaccini; e, sulla base di questi dati scientificamente attendibili, ha operato una scelta che non appare inidonea allo scopo, né irragionevole o sproporzionata. Come emerge dall’analisi comparata, del resto, misure simili sono state adottate anche in altri Paesi europei.

Nella sua pronuncia, in particolare, la Corte ha chiarito – sempre in linea con la propria giurisprudenza – che il rischio remoto, non eliminabile, che si possano verificare eventi avversi anche gravi sulla salute del singolo, non rende di per sé costituzionalmente illegittima la previsione di un trattamento sanitario obbligatorio, ma costituisce semmai titolo all’indennizzo.

“Non può, pertanto, condividersi – si legge nella motivazione della sentenza -– la lettura che il Collegio rimettente dà della giurisprudenza di questa Corte, la quale ha, per contro, affermato che devono ritenersi leciti i trattamenti sanitari, e tra questi le vaccinazioni obbligatorie, che, al fine di tutelare la salute collettiva, possano comportare il rischio di ‘conseguenze indesiderate, pregiudizievoli oltre il limite del normalmente tollerabile’ (sentenza numero 118 del 1996)”.

Quanto, infine, alla censura di contraddittorietà di una disciplina che impone il consenso a fronte di un obbligo vaccinale, la Corte ha rilevato che “l’obbligatorietà del vaccino lascia comunque al singolo la possibilità di scegliere se adempiere o sottrarsi all’obbligo, assumendosi responsabilmente, in questo secondo caso, le conseguenze previste dalla legge”.

“Qualora, invece, il singolo – continua la sentenza – adempia all’obbligo vaccinale, il consenso, pur a fronte dell’obbligo, è rivolto, proprio nel rispetto dell’intangibilità della persona, ad autorizzare la materiale inoculazione del vaccino”.

Cineca e Assd insieme per la formazione digitale del personale sanitario

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“Questo accordo nasce dall’esigenza di contribuire a realizzare una sanità maggiormente efficace ed efficiente, coniugando le tecnologie sempre più sofisticate e le esigenze sempre più pressanti del territorio e delle professioni sanitarie, dei pazienti e dei loro caregiver. I primi risultati sono attesi già nel 2023”. Così il direttore generale del Cineca, David Vannozzi e il presidente dell’Associazione scientifica per la sanità digitale (Assd), Gregorio Cosentino, entrambi convinti dell’importanza di investire sullo sviluppo di progetti formativi di digital health, per replicare, con sempre maggiore precisione e puntualità, alle esigenze di salute in termini di funzionalità, attenzione nei confronti dell’utente e riduzione dei costi.

L’obiettivo è coniugare tecnologie sempre più sofisticate ed esigenze sempre più pressanti del territorio e delle professioni sanitarie, dei pazienti e dei loro caregiver

Il protocollo d’intesa condiviso tra le parti, volto alla formazione digitale del personale sanitario mediante un approccio multiprofessionale e multidisciplinare, si inserisce nel contesto delle attuali linee programmatiche del Ministero della Salute, perseguite anche al di fuori dei confini nazionali, in cui la telemedicina e le nuove tecnologie costituiscono la componente chiave per supportare al meglio l’interazione dei differenti professionisti sanitari con l’assistito durante le diverse fasi di valutazione del bisogno assistenziale, di erogazione delle prestazioni nonché di monitoraggio delle cure.

Ambiti di intervento per potenziare le competenze digitali

Dalla mobile application alla business intelligence, business analytics e big data; dall’area del cognitive computing al suo utilizzo nel campo della genomica alla robotica; dall’internet of things alla telemedicina, dalla digital pathology alla stampa 3d: l’intesa raggiunta tra l’Associazione scientifica per la sanità digitale e il Cineca Consorzio Interuniversitario prevede un’ampia tipologia di corsi, iniziative e percorsi formativi di valore indirizzati agli stakeholders del comparto.

Le competenze di e-leadership sono un fattore critico di successo nella gestione dei progetti di sanità digitale

Riprendono Vannozzi e Cosentino: “La priorità fondamentale concerne lo sviluppo di competenze digitali specialistiche per il personale informatico delle strutture sanitarie. Ma altrettanto importante è ritenuto l’accrescimento di competenze digitali di base per gli operatori sanitari e amministrativi, che dovranno essere poi in grado di utilizzare gli strumenti messi a disposizione. Non manca, infine, l’esigenza di formazione digitale di base per i cittadini e i pazienti, in grado di produrre sia una cultura sia una abilità nuova”.

Investire sul personale sanitario: il Pnrr come opportunità

Nell’ambito dell’intesa tra Cineca e Assd saranno progettati corsi per incrementare competenze di e-leadership, in grado di perseguire obiettivi fondati sull’Information and Communications Technology attraverso l’attivazione di risorse umane e l’uso della tecnologia. Basilari tanto nel comparto privato tanto in quello pubblico, tali peculiarità rappresentano un fattore critico di successo nella gestione dei progetti di e-health.

Gregorio Cosentino

A questo proposito, il dg del Cineca e il presidente dell’Assd illustrano: “La formazione digitale del personale sanitario è una richiesta unanime, come anche confermato dal ruolo prioritario indicato nel Piano nazionale di ripresa e resilienza”. In particolare, riprendono, “all’interno di Assd è stato costituito un osservatorio con l’obiettivo di analizzare e verificare (tramite l’invio di un questionario e confronto con le professioni sanitarie e qualificati operatori del settore, e ora anche con i pazienti e i loro caregiver) lo stato dell’arte, le diverse tipologie di competenze e i conseguenti percorsi di formazione richiesti per le varie figure coinvolte. A sostegno del miglioramento e dell’innovazione del sistema tutto”.

Il supercomputer Leonardo a disposizione dell’e-health

David Vannozzi (foto Francesco Pierantoni)

“Quello che abbiamo raggiunto è un accordo molto importante per il settore sanitario”. Il presidente di Assd non nutre alcun dubbio. Lo stesso vale per il direttore generale di Cineca: “Grazie a questa intesa il nostro Consorzio compie un ulteriore passo in avanti. Da anni, infatti, Cineca, lavora nell’ambito della dematerializzazione e mette a disposizione la propria competenza e le proprie tecnologie sul tema della ricerca clinica e dei big data per offrire supporto nella progettazione delle architetture e-health di ultima generazione, affiancando i diversi attori coinvolti. L’accordo con l’Associazione scientifica per la sanità digitale va proprio in questa direzione, interessando uno tra i comparti che maggiormente potranno sfruttare le potenzialità anche del supercomputer Leonardo, che ha iniziato la sua attività al Tecnopolo di Bologna”.

Di recente classificato come il quarto supercomputer più potente al mondo, Leonardo assicura l’80% della potenza di calcolo italiana e il 20% di quella europea. Costato 240 milioni di euro (per metà a carico dell’Unione europea e per metà investiti dal governo italiano), ha una capacità senza precedenti nel nostro Paese, ed è al servizio degli istituti di ricerca, delle università e dei ricercatori dell’Ue.

L’effetto Covid sulla sanità digitale: le opportunità da cogliere

La pandemia ha velocizzato la trasformazione nei confronti di una sanità più digitale e virtuale evidenziando, in parallelo, le criticità del sistema nazionale, che solo parzialmente è riuscito a ricorrere ad un approccio tecnologico ben strutturato capace di seguire ogni componente del patient journey.

Sul tema, Vannozzi e Cosentino sottolineano “quanto sia stato fondamentale ciò che noi chiamiamo istante T0, collegato all’emergenza pandemica, che nella sua tragicità ha favorito anche cambiamenti positivi nel settore. All’improvviso, infatti, sono state superate resistenze culturali, modalità lavorative consolidate, lunghezze burocratiche e vincoli eccessivi del codice degli appalti. Si è finalmente compreso in pieno il valore della digital health, intesa come l’applicazione all’area medica e a quella della assistenza socio/sanitaria dell’Information and Communications Technology”.

È necessario prevedere percorsi di formazione in sanità digitale nei corsi Ecm, in quelli di laurea, nei corsi delle strutture sanitarie ma anche nei master universitari

Una sorta di spartiacque, a partire dal quale molto si sta facendo per potenziare la formazione digitale del personale sanitario, come attesta il notevole investimento previsto all’interno del Pnrr (Missione Salute). Ciò nonostante, chiosano gli esperti, “le diverse analisi di mercato, tra cui quelle svolte da Assd, confermano che bisogna fare ancora molto, in particolare favorendo l’introduzione di percorsi di formazione sulla sanità digitale nei corsi Ecm, in quelli di laurea, nei corsi promossi delle strutture sanitarie ma anche all’interno dei master universitari. Dobbiamo, con convinzione e professionalità, sostenere questo inarrestabile percorso evolutivo”.

Al via il progetto europeo Melcaya per combattere il melanoma giovanile

Nell’infanzia, nell’adolescenza e nei giovani adulti (CAYA), il melanoma è poco studiato e l’assenza di linee guida cliniche personalizzate e di approcci standardizzati comporta una variabilità nella gestione di questi pazienti, che portano spesso a risultati non ottimali. Il progetto MELCAYA mira a comprendere meglio i fattori di rischio e i determinanti del melanoma giovanile per migliorarne la prevenzione, la diagnosi e la prognosi. Partecipano al progetto oltre 21 istituzioni, tra istituzioni, enti di ricerca, associazioni e produttori di tecnologie sanitarie provenienti da 10 Paesi diversi.

Nel progetto, secondo la logica di valutazione multidimensionale propria dell’Health Technology Assessment, sono coinvolti esperti clinici, ricercatori, policy makers, eticisti, sociologi, ecc.

MELCAYA si propone di: 1) integrare i registri europei di riferimento esistenti; 2) studiare i fattori di rischio genetici e ambientali e il loro impatto sullo sviluppo e progressione del melanoma giovanile. Grande rilevanza nel progetto assumono le scienze omiche per lo studio delle diverse fasi di evoluzione della malattia. Informazioni che contribuiranno a sviluppare una nuova tassonomia del melanoma giovanile.

MELCAYA svilupperà anche strumenti basati sull’utilizzo di algoritmi di intelligenza artificiale che, a partire dai dati omici, dovrebbe consentire una diagnosi precoce e più accurata. Il trasferimento dei risultati del progetto Melcaya alle politiche sanitarie è un altro degli obiettivi del progetto. MELCAYA, infatti, progetterà e implementerà strategie di salute pubblica, per massimizzare l’impatto delle strategie diagnostiche e preventive.

AGENAS è partner del progetto e opererà, in particolare ma non solo, nel pacchetto di lavoro 7, focalizzato sull’implementazione delle strategie del sistema sanitario per informare la politica e la dimensione etica, e n. 8, incentrato invece sulla comunicazione, diffusione, sfruttamento e messa a sistema dei risultati.

Green procurement in sanità: gli appalti verdi in Italia e in Europa

L’articolo 34 del Codice degli Appalti ha reso obbligatoria l’applicazione dei Criteri ambientali minimi (CAM). La spesa della Pubblica Amministrazione interessata è pari a 199 miliardi di euro (ANAC, 2022), una quota importante per orientare verso la sostenibilità ambientale il mercato ed il Green Public Procurement (GPP). Ma quanto l’obbligatorietà è rispettata? Legambiente e Fondazione Ecosistemi hanno lanciato l’Osservatorio Appalti verdi per promuoverla e per monitorarne la concreta attuazione a partire dagli Enti Locali e aprendosi dallo scorso anno anche alle ASL.

Anche a livello europeo si va sempre di più verso una maggiore attenzione al GPP: proprio nelle scorse settimane la Commissione europea ha proposto di rendere in alcuni casi il Sustainable Public Procurement (SPP) obbligatorio. Tra chi ne studia le opportunità, la rete Sapiens Network, di cui fanno parte dieci università e 18 partner a livello internazionale: è nata per far crescere il potenziale del SPP, che richiede una nuova generazione di esperti che, oltre a conoscerne le metodologie, siano in grado di spaziare tra più discipline (giurisprudenza, economia, management).

Qual è quindi lo stato dell’arte e cosa aspettarsi per il futuro?

Ne parliamo con:

  • Roberto Caranta
    Professore di Diritto Amministrativo Università degli Studi di Torino, coordinatore Sapiens Network
  • Marco Mancini
    Coordinatore Osservatorio Appalti – Ufficio Scientifico Nazionale Legambiente APS

Conduce:

  • Adriana Riccomagno
    Giornalista professionista in ambito sanitario

Per approfondire