Home Blog Page 244

Per un procurement farmaceutico più “green”

I medicinali sono strumenti essenziali per trattare e alleviare i sintomi o prevenire le malattie, oggi aiutano a curare patologie prima incurabili e salvano vite umane. Ma un medicinale può essere dannoso l’ambiente e per la salute umana, un aspetto da considerare attentamente prima del suo acquisto e dell’utilizzo.

Le sfide per un procurement farmaceutico sostenibile

Nel 2022, Health Care Without Harm (HCWH) Europe ha intervistato gli stakeholder coinvolti nel management sostenibile dei prodotti farmaceutici, comprese le centrali di acquisto nazionali, i rappresentanti delle aziende e dei gruppi farmaceutici.

Il nuovo report di HCWH Europe, Procuring for greener pharma, si basa su queste interviste e su un’analisi di casi di studio selezionati, esaminando le opportunità e le sfide associate al sustainable public procurement di prodotti farmaceutici.

I casi di studio illustrati nel rapporto includono:

  • Requisiti ambientali per prodotti farmaceutici (Norvegia)
  • Criteri di sostenibilità per i medicinali (Svezia)
  • Prodotti per la salute con impronta di carbonio (Francia)
  • Indice di approvvigionamento sostenibile per la salute
  • Piattaforma di produzione responsabile di antibiotici

DDL anziani, audizione geriatri SIGG e SIGOT in Senato

Da una parte, “mettere gambe all’ospedale” che non è più in un luogo ma ovunque ci sia bisogno di assistenza, soprattutto per la cura degli anziani cronici e fragili. Dall’altra parte, mettere al centro la figura del geriatra per una valutazione standardizzata e omogenea dei bisogni clinico-assistenziali dell’anziano in ospedale, sia in termini diagnostici che di interventi di cura per indirizzarlo a casa o in strutture adeguate, come RSA e hospice. Sono queste le proposte degli specialisti della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria (SIGG) e della Società Italiana di Geriatria Ospedale e Territorio (SIGOT) presentate in una recente audizione al Senato, sul Disegno di Legge 506 sulle politiche in favore delle persone anziane.

“Serve compiere un cambio di paradigma culturale e un salto operativo che la pandemia, semmai ce ne fosse stato bisogno, ha evidenziato con crudele realismo dichiarano Andrea Ungar, presidente SIGG e il Prof. Alberto Pilotto, presidente SIGOT -. La riorganizzazione di un efficiente sistema di cure domiciliari è una strada obbligata e non più rinviabile per avvicinare l’Italia alle migliori prassi europee e garantire una migliore qualità della vita dei più fragili, allontanandoli il più possibile dall’ospedale sottolinea Ungar -. Quello che proponiamo è la formula dell’ ‘ospedale senza muri’, un nuovo modello di continuità assistenziale che prevede vere e proprie ‘squadra mobili di pronto intervento’ che portano, nei limiti del possibile, diagnosi e cura dall’ospedale a casa del paziente. Un modello nato a Firenze Il GIROT, Gruppo di Intervento Rapido Ospedale Territorio), in collaborazione tra geriatri ospedalieri e medici di famiglia, che si è rivelato già vincente, riducendo ricoveri e mortalità  e che potrebbe diventare lo standard nazionale e rendere effettivamente operativi gli interventi per migliorare la qualità dell’assistenza degli anziani contenuti nel Disegno di Legge Delega”.

Nel quadro di una riforma organica, pragmatica e lungimirante il geriatra dunque può e deve avere un ruolo chiave e guidare la “cabina di regia” nella valutazione in ospedale dei bisogni clinico-assistenziali degli anziani più fragili e complessi e negli interventi di cura e assistenza. “E’ quindi necessaria la presenza costante ed omogenea del geriatra in tutti i reparti, dal pronto soccorso ai reparti internistici fino a quelli chirurgici, per migliorare il dialogo tra ospedale e territorio e indirizzare il paziente tra il ventaglio dei servizi offerti”, affermano Ungar e Pilotto.

Nell’audizione al Senato SIGG e SIGOT hanno sottolineato anche l’importanza di aumentare la presenza dei geriatri nelle Rsa. “La pandemia ha messo in luce la situazione critica in cui versano molte delle 7mila Rsa presenti sul territorio. Basta pensare che il geriatra è presente solo in una Rsa su 10. Appare sempre più chiaro e necessario potenziare questa figura anche all’interno di tali strutture per garantire standard di cura e assistenza adeguati e uniformi”, sottolinea il presidente SIGG.

Infine, secondo gli specialisti, è necessaria una riforma culturale per contrastare la solitudine e la deprivazione relazionale, purtroppo molto diffusa tra gli anziani. In aggiunta alla promozione di attività culturali e di associazionismo, la compagnia di un animale domestico potrebbe migliorare il benessere anche mentale dell’anziano.

La prima linea guida nazionale sulla valutazione multidimensionale della persona anziana

Tra le strategie opportune per favorire un invecchiamento attivo e in salute, è fondamentale l’uso della valutazione multidimensionale, più volte citata nel DDL, come approccio all’anziano – ha sottolineato il Prof. PilottoSu questo la SIGOT insieme alla SIMG e con il supporto metodologico dell’Istituto Superiore di Sanità ha promosso la prima linea guida nazionale, coinvolgendo 25 società scientifiche e professionali. L’adozione di questa Linea Guida è un passaggio cruciale per garantire standardizzazione e omogeneizzazione su tutto il territorio nazionale della valutazione multidimensionale. Il DDL dovrà integrare il processo di adozione della valutazione multidimensionale con alcune azioni specifiche: un percorso formativo per gli operatori coinvolti; un ruolo attivo del personale sanitario con percorsi di screening per la prevenzione, cura, assistenza della fragilità; un’offerta della valutazione multidimensionale dai 75 anni e non solo agli ultra80enni. Altri elementi importanti da valorizzare risiedono nella necessità di un allineamento informatico, un nuovo modello di assistenza domiciliare per gli anziani non autosufficienti, la revisione degli standard assistenziali delle strutture residenziali, anche in termini di personale che dovrà necessariamente tenere conto dell’alta prevalenza di fragilità e disabilità cognitive dei residenti anziani”.

Unità Farmaci Antitumorali: modelli organizzativi e logistici a confronto

0

Razionale

All’interno della pratica clinica, la preparazione di agenti chemioterapici è diventata una grande sfida per le farmacie ospedaliere, giacché la manipolazione di tale categoria di farmaci porta con sé una elevata esposizione professionale, presentando infatti proprietà mutagene, teratogene e cancerogene.

L’importanza nei confronti di questa categoria di farmaci risiede anche nel fatto che essi rappresentano la prima categoria terapeutica a maggior spesa pubblica per il 2021, pari a circa 6.633 milioni di euro e al 28,2% della spesa totale, in aumento del 4,5% rispetto all’anno precedente (OsMed, AIFA, 2021).

All’interno della pratica clinica, la preparazione di agenti chemioterapici rappresenta una grande sfida per le farmacie ospedaliere

Poiché la preparazione e la manipolazione dei farmaci antiblastici comporta un rischio di esposizione negli operatori sanitari è necessario che la gestione avvenga in locali i cui requisiti impiantistici, organizzativi e procedurali assicurino la salute degli operatori nonché la qualità delle preparazioni.

Al fine di garantire un adeguato sistema di protezione per i soggetti che impiegano professionalmente queste sostanze negli ambienti sanitari, è opportuno prevedere l’istituzione di una specifica “Unità Farmaci Antiblastici – UFA” (sulla base del Provvedimento n. 236 del 5 agosto 1999), a cui viene affidato l’intero ciclo lavorativo: preparazione, trasporto, somministrazione, smaltimento, eliminazione degli escreti contaminati, manutenzione degli impianti. Il rischio derivante dall’esposizione ai chemioterapici antiblastici può essere sensibilmente ridotto adottando specifiche misure preventive che riguardano sia l’utilizzo di tecnologie innovative utilizzate in sede di preparazione (es: sistemi automatizzati), sia la centralizzazione delle strutture e delle attività.

Nonostante vi siano numerose linee di indirizzo circa le strategie di mitigazione del rischio in sede di manipolazione di farmaci citotossici (Good Manufacturing Practice (GMP); le normative dell’International Organization for Standardization (ISO) e Linee Guida (Quapos) della European Society of Oncology Pharmacy – ESOP), limitate evidenze sono disponibili circa il più adeguato assetto organizzativo, tecnologico e logistico da implementare all’interno della reale pratica clinica.

Obiettivo della ricerca è la definizione dei potenziali vantaggi correlati ai differenti setting organizzativi e tecnologici

Alla luce della rilevanza della tematica, e nella logica di produrre evidenze di natura multidimensionale, l’obiettivo dell’attività di ricerca qui presentata risulta essere la definizione dei potenziali vantaggi correlati ai differenti setting organizzati e livelli tecnologici, all’interno delle quali trova spazio la preparazione di agenti chemioterapici, comparando i seguenti scenari e focalizzando l’attenzione all’interno dello specifico contesto regionale del Friuli-Venezia Giulia.

A livello organizzativo, possono essere individuati tre differenti scenari comparativi:

  • Scenario 1 – “POLVERIZZAZIONE”: allestimento dei farmaci antiblastici in più di 4 UFA dislocate sul territorio, utilizzando solamente sistemi di allestimento manuale;
  • Scenario 2 – “CENTRALIZZAZIONE PARZIALE”: allestimento dei farmaci antiblastici in 2 fino a 4 UFA dislocate sul territorio, utilizzando sistemi di allestimento robotizzati;
  • Scenario 3 – “CENTRALIZZAZIONE SPINTA”: allestimento dei farmaci antiblastici in 1 UFA centralizzata per tutta la regione, utilizzando sistemi di allestimento robotizzati.

La logica multidimensionale viene adottata per effettuare una comparazione dei tre differenti setting organizzativi potenzialmente implementabili in relazione alla dislocazione delle UFA sull’intero territorio regionale, all’interno dei quali l’utilizzo delle tecnologie automatizzate può essere previsto in una logica estensiva, secondo differenti livelli di applicazione.

Per cercare di definire il setting maggiormente efficiente, l’analisi ha posto l’attenzione anche sulla differente configurazione logistica di consegna del farmaco. A tale proposito, lo Scenario 2 e lo Scenario 3 sono stati ulteriormente stratificati in base all’utilizzo di:

  1. approccio a stella, che prevede la possibilità di attivare un arco di trasporto tra ogni punto di preparazione e ogni punto di somministrazione della terapia ai pazienti;
  2. approccio milk-run, in cui si prevede di effettuare un giro di consegna avente come punto di partenza il punto di preparazione delle terapie e come punti di consegna i centri di somministrazione.

Metodologia

Per il raggiungimento dell’obiettivo di cui sopra è stata condotta un’analisi quantitativa di natura economico-organizzativa, assumendo il punto di vista di Regione Friuli-Venezia Giulia, così da definire il setting organizzativo e logistico maggiormente efficiente da adottare all’interno del territorio.

Ai fini dell’analisi è stato inoltre somministrato un questionario quantitativo utile per la raccolta dei dati in riferimento all’allestimento e alla gestione delle terapie antitumorali, al fine di comprendere i volumi di attività nonché le modalità in essere all’interno delle UFA operative sul territorio regionale.

Lo strumento del questionario risulta utile per conoscere i fabbisogni della popolazione (in termini di numero di preparazioni allestite) e le caratteristiche delle UFA attualmente in attività.

È stata condotta un’analisi quantitativa di natura economico-organizzativa, assumendo il punto di vista di Regione Friuli-Venezia Giulia

L’orizzonte temporale di riferimento preso in esame considera gli anni 2019 e 2021 mentre i dati relativi all’anno 2020 non sono stati considerati, in quanto le attività delle aziende sanitarie sono state fortemente influenzate dalla pandemia da COVID-19.

A seguito della raccolta delle informazioni, per definire gli aspetti economici, è stata impostata un’analisi di processo, mediante l’applicazione dell’Activity-Based Costing analysis (ABC) nonché un’analisi dei costi differenziali per poter determinare l’impatto economico correlato allo Scenario 2 e allo Scenario 3, in relazione allo Scenario 1.

Per ogni scenario, il processo di allestimento della terapia antiblastica è stato suddiviso in cinque fasi di attività: preparazione, validazione, allestimento, verifica e consegna in reparto.

Per ognuna di queste fasi, sono state debitamente presidiate le seguenti determinanti di costo: risorse umane coinvolte; apparecchiature e attrezzature, con relativa quota di ammortamento; materiali di consumo e costi generali.

Le ipotesi alla base del calcolo dei costi differenziali risultano essere le seguenti:

  • i robot permettono di realizzare il 65% della produzione totale di terapie antiblastiche e dunque, anche in caso di implementazione di sistemi automatizzati presso le UFA, il 35% dei volumi produttivi totali deve essere demandato alla produzione manuale;
  • i sistemi automatizzati, secondo le specifiche tecniche dichiarate dai produttori, sono caratterizzati da una capacità massima annua pari a 51.641 preparazioni;
  • per poter ampliare la capacità produttiva di un’UFA già esistente, o in alternativa per realizzare una nuova UFA, si rendono necessari investimenti economici in spazi e attrezzature e, a tal proposito, è stato considerato un Capitolato Tecnico di Regione Veneto, riferito all’anno 2020, in cui viene stimata una spesa di circa 851.000€ per l’effettuazione di tali spese.

Le voci di costo considerate ai fini dell’analisi, e calcolate come riportato nella Tabella 1, risultano essere: costo di trasporto, costo di preparazione dei farmaci, over filling, errori, costo di mantenimento a scorta e costo di formazione.

Voci di costo

Modalità di calcolo

Trasporto

(Numero di km ottenuti per ogni configurazione logistica A/R*tariffa di rimborso kilometrica (0,38€/km)) + costo del pedaggio per le tratte che lo richiedono secondo quanto riportato nelle tabelle ACI

Preparazione delle terapie

Volumi produttivi realizzati (manuale)*costo a singola preparazione (manuale) + Volumi produttivi realizzati (robotizzazione)*costo a singola preparazione (robotizzazione)

dove i costi di preparazione (sia manuale sia robotizzata) vengono determinati dall’analisi ABC

Errori di preparazione

Volumi produttivi*tasso di ripetizione preparazione (12,57%)*costo unitario di preparazione (comprende il costo medio dei farmaci oncologici)

dove il tasso di ripetizione delle terapie viene ricavato dalla letteratura di riferimento (Bhakta et al., 2018)

Mantenimento a scorta

Giacenza media di ogni U.F.A.*valore medio unitario dei farmaci antitumorali*costo del denaro (5%)

Formazione

(Ore di mancata produttività*costo orario del personale) + Costo di erogazione dei corsi di formazione

Tabella 1. Voci di costo considerate per l’analisi economica e relative modalità di calcolo

Risultati

Da un punto di vista evidence-based, la letteratura ha messo in luce un impatto positivo della centralizzazione stimando una riduzione media dello spreco pari a 79,5%±13,7% e il conseguente risparmio economico (Adade et al., 2020).

Inoltre, l’utilizzo di sistemi automatizzati per la preparazione dei farmaci antiblastici è correlato a una riduzione degli errori di preparazione (Schierl et al., 2016; Bhakta et al., 2018). Questi sistemi possono infatti replicare quello che l’operatore esegue manualmente sotto cappa sterile a flusso laminare, all’interno di un sistema chiuso e microbiologicamente controllato. Il sistema è in grado di pesare principi attivi e soluzioni, ricostituire i farmaci in polvere, dosare i componenti operando con uno o due bracci meccanici, allestire siringhe, sacche, dispositivi di infusione, scaricare in sicurezza i materiali usati.

Da un punto di vista economico, utilizzando le determinanti di costo presentate nella sezione metodologica, è stato possibile calcolare il costo medio per ogni singola preparazione che è risultato pari a 25,70€ in caso di preparazione manuale e pari a 19,18€ nel caso di implementazione di sistemi automatizzati, comprendendo anche il costo relativo alla tecnologia incrementale.

Considerando i possibili scenari logistici TO BE, e valorizzando le voci di costo presentate precedentemente, la Tabella 2 sottostante riporta il dettaglio di tali voci di costo proponendo la valorizzazione della preparazione e del trasporto delle terapie, il costo delle preparazioni ripetute a seguito di errore durante la preparazione, il costo di mantenimento a scorta, i costi organizzativi e il risparmio derivante dall’overfilling.

Scenario

Costi totali

Scenario 1

4.283.105,40 €

Scenario 2 (approccio a stella)

2.833.760,36 €

Scenario 2 (approccio milk-run)

2.594.860,84 €

Scenario 3 (approccio a stella)

1.733.402,38 €

Scenario 3 (approccio milk-run)

1.719.702,55 €

Lo Scenario 2 potrebbe generare dei vantaggi economici variabili da un minimo del 24% (approccio a stella) un massimo del 39% (approccio milk-run); i benefici raggiungerebbero il 60% qualora venisse implementato lo Scenario 3, indipendentemente dalla configurazione logistica adottata.

Discussione

I risultati hanno dimostrato che la configurazione attuale, che prevede una polverizzazione dei siti produttivi contestuali rispetto ai siti di somministrazione delle terapie, oltre a non risultare in linea con le normative nazionali e con gli standard da rispettare per la configurazione delle reti oncologiche, risulta poco efficiente in termini di risorse assorbite.

Per poter garantire un maggior livello di efficienza, una migliore configurazione organizzativa e dunque raggiungere un risparmio, sfruttando al tempo stesso le economie di scala, la possibilità di implementare un sistema centralizzato, non di tipo spinto, risulta essere la configurazione organizzativa migliore. L’accentramento si rende necessario identificando alcune UFA all’interno del territorio regionale in grado di produrre le terapie antiblastiche per tutti i centri di somministrazione.

La possibilità di implementare un sistema centralizzato, non di tipo spinto, risulta essere la configurazione organizzativa migliore

Per quanto riguarda l’implementazione di sistemi automatizzati, l’installazione di un robot per l’allestimento di terapie, sebbene rappresenti un investimento iniziale ingente, permette di efficientare il processo, migliorando efficacia e sicurezza.

Sia per quanto riguarda l’introduzione dei sistemi automatizzati, sia in relazione all’implementazione e adozione di un nuovo modello organizzativo, si rende necessario prevedere programmi di Change Management per poter favorire l’accettabilità delle tecnologie, nonché permettere una maggiore comprensione delle tecnologie stesse da parte di tutti i professionisti e gli attori coinvolti nel processo di preparazione delle terapie antiblastiche.

Proprio in ragione di questo aspetto si ritiene preferibile non perseguire un obiettivo di risparmio economico, massimizzando questo aspetto e tale dimensione di valutazione, in quanto questo driver porterebbe a scelte di centralizzazione spinta, che poi genererebbero problematiche sia sotto un profilo di accettazione organizzativa, sia di monitoraggio dell’aspetto ritenuto più critico, ossia quello legato alla gestione dell’approvvigionamento e della preparazione in caso di condizioni di emergenza o urgenza, fattore che più di tutti è da salvaguardare.

Riferimenti bibliografici

·      AIFA (2021), Rapporto OSMED. L’utilizzo dei farmaci in Italia – Rapporto nazionale anno 2021 

·       Adade C, Benabbes M, Belahcen MJ. Rahali Y. Centralization impact and cost-saving study in a Moroccan hospital’s centralized unit of chemotherapy preparation. J Oncol Pharm Pract. 2020 Oct;26(7):1630-1636

·       Bhakta SB, Colavecchia AC, Coffey W, Curlee DR, Garey KW. Implementation and evaluation of a sterile compounding robot in a satellite oncology pharmacy. Am J Health Syst Pharm. 2018 Jun 1;75(11 Supplement 2):S51-S57

·      Schierl R, Masini C, Groeneveld S, Fischer E, Böhlandt A, Rosini V, Paolucci D. Environmental contamination by cyclophosphamide preparation: Comparison of conventional manual production in biological safety cabinet and robot-assisted production by APOTECAchemo. J Oncol Pharm Pract 2016 Feb;22(1):37-45

Modificare l’ecosistema dei tumori del colon retto per aumentare la risposta all’immunoterapia

L’immunoterapia è un’opzione terapeutica estremamente promettente per molte patologie tumorali. Tuttavia nel tumore del colon-retto, che rappresenta la seconda causa di morte per motivi oncologici a livello mondiale, il suo impiego è oggi fortemente limitato. Questo perché in gran parte dei casi – pari a circa il 95% dei pazienti metastatici – i tumori del colon sono immunologicamente “freddi”, ovvero refrattari all’immunoterapia, e solo il 5% sono invece tumori “caldi” in grado di trarre beneficio da questi trattamenti innovativi. La differenza è verosimilmente dovuta ai meccanismi di riparazione del DNA e più precisamente a quello che gli scienziati chiamano mismatch repair (MMR).

Nel 95% circa dei pazienti con cancro del colon retto metastatico – illustra il professor Alberto Bardelli, Direttore del programma di ricerca IFOM Genomica dei tumori e terapie anticancro mirate e Professore Ordinario all’Università degli Studi di Torino – questo meccanismo di riparazione è integro e funzionante. Pertanto questi tumori risultano immunologicamente freddi e refrattari all’immunoterapia con gli inibitori dei checkpoint immunitari. Solo nel restante 5% circa dei pazienti il tumore ha perso questo meccanismo di riparazione del DNA e, di conseguenza, è caratterizzato da un’elevata produzione di proteine alterate che in gergo si chiamano neoantigeni. Tali proteine attraggono le cellule del sistema immunitario rendendo il tumore efficacemente trattabile con l’immunoterapia”.

La terapia potrebbe convertire tali tumori, oggi difficili da curare, in malattie trattabili con immunoterapia

“Due anni fa – spiega Vito Amodio, ricercatore di IFOM, Università degli Studi di Torino e Istituto di Candiolo IRCCS – ci siamo chiesti se fosse possibile aumentare la percentuale dei pazienti che possono beneficiare dell’immunoterapia identificando quei tumori freddi che al loro interno nascondono una componente calda.

Proprio in questa direzione è andato questo studio, condotto da Bardelli e dal suo gruppo all’IFOM di Milano e all’Università degli Studi di Torino con il sostegno di Fondazione AIRC. “Abbiamo scoperto che nel piccolo gruppo di tumori eterogenei per lo status del MMR – prosegue Amodio, primo autore dell’articolo e titolare di una borsa di studioAIRC – coesistono aree tumorali potenzialmente fredde e calde da un punto di vista immunologico. Ci siamo chiesti se ci fossero terapie già disponibili in grado di aumentare l’efficacia dell‘immunoterapia per i tumori del colon-retto che al momento non ne beneficiano”.

I ricercatori hanno studiato in laboratorio questa condizione di eterogeneità molecolare quale potenziale bersaglio su cui agire per trasformare i tumori freddi e refrattari al sistema immunitario in tumori caldi e in grado di rispondere all’immunoterapia. Gli incoraggianti risultati ottenuti sono stati pubblicati sull’autorevole rivista scientifica Cancer Cell, che ha dedicato allo studio anche la copertina.

“Abbiamo progettato esperimenti appositi, in topi di laboratorio nei quali è stato possibile riprodurre almeno in parte la malattia osservata nei pazienti – racconta Giovanni Germano, ricercatore di IFOM, Università degli Studi di Torino e Istituto di Candiolo IRCCS e co-ultimo autore dell’articolo accanto a Bardelli –. Grazie all’utilizzo di tecniche di biologia molecolare e di analisi bioinformatiche abbiamo scoperto come la porzione di cellule con un MMR alterato possa attivare una risposta immunitaria efficace anche contro la controparte caratterizzata da un MMR funzionante”

“Seguendo questa intuizione – prosegue il ricercatore – abbiamo valutato l’efficacia della 6-Tioguanina, un farmaco già utilizzato nel trattamento di alcune leucemie, che è tossico solo per le cellule provviste di MMR funzionante. Con soddisfazione abbiamo notato che il trattamento con 6-Tioguanina aumenta la frazione di cellule deficienti per MMR e allo stesso tempo interferisce con la crescita di tumori eterogenei”.

I dati emersi dallo studio pongono ora le basi per sfruttare l’eterogeneità tumorale allo scopo di incrementare la frazione di pazienti affetti da cancro del colon retto che possono potenzialmente beneficiare dell’immunoterapia.

“La frazione di CRC che presenta eterogeneità – precisa Amodio – è al momento ancora oggetto di studio, ma si ritiene che riguardi un ridotto numero di pazienti. Questa frazione è destinata a crescere se si tengono in considerazione anche tumori la cui eterogeneità è dovuta agli effetti di terapie farmacologiche precedenti, come dimostrato di recente in uno studio clinico condotto dal nostro gruppo, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Cancer Discovery“.

“Questo studio, che è stato possibile grazie all’essenziale sostegno di Fondazione AIRC, sottolinea l’importanza di comprendere a fondo l’ecosistema di ogni singolo tumore – conclude Bardelli – per poter comprendere quali siano le migliori opzioni terapeutiche utilizzabili. Seppur incoraggianti – avverte lo scienziato – i risultati ottenuti sono stati generati in animali di laboratorio e stiamo al momento verificando se possano essere trasferiti a breve in clinica”.

AGENAS e AgID firmano un accordo per la valorizzazione di soluzioni innovative in ambito sanitario

AGENAS e AgID (Agenzia per l’Italia Digitale) hanno sottoscritto un accordo quadro per la realizzazione di appalti innovativi nel settore della sanità. L’intesa si inserisce in un quadro sistemico di iniziative volte a promuovere l’adozione degli appalti innovativi da parte delle amministrazioni pubbliche.

AGENAS, ente pubblico nazionale che svolge attività di ricerca e di supporto nei confronti del Ministro della salute, delle Regioni e delle Province Autonome di Trento e Bolzano, con decreto legge 27 gennaio 2022 n. 4 ha assunto anche il ruolo di Agenzia nazionale per la sanità digitale (ASD) con l’obiettivo di guidare e assicurare il potenziamento della digitalizzazione dei servizi e dei processi in sanità.

La sinergia con AgID nel settore della ricerca scientifica e del trasferimento tecnologico si pone l’obiettivo di implementare e innovare i servizi sanitari attraverso la sanità digitale.

In particolare, le due amministrazioni collaboreranno mettendo a sistema le specifiche competenze, per acquisire soluzioni tecnologiche innovative in sanità a supporto dei professionisti sanitari e della popolazione, nell’ambito degli obiettivi e degli investimenti PNRR.

Inoltre, le parti si impegnano in attività di ricerca, formazione, valutazione, studio e analisi per promuovere la trasformazione digitale in ambito sanitario, con particolare riguardo alla diffusione della telemedicina e all’applicazione dell’intelligenza artificiale a supporto dell’assistenza primaria. L’Accordo è aperto ad altre iniziative strategiche che le parti potranno avviare attraverso la realizzazione di interventi e progetti di innovazione.

Con l’accordo, AgID mette a disposizione di AGENAS appaltinnovativi.gov.it, la piattaforma broker dedicata agli acquisti d’innovazione delle Pubbliche amministrazioni italiane.

Screening neonatale: 10 malattie rare ancora fuori dalla lista nazionale

Alla fine del 2020 erano 7 le patologie che, rispettando i criteri riconosciuti dalla comunità scientifica, potevano aspirare ad essere inserite nella lista nazionale (panel) di quelle ricercate alla nascita attraverso lo screening neonatale.

In attesa di un aggiornamento del panel – che doveva essere fatto dal Ministero della Salute entro giugno 2021 – grazie ai progressi della medicina il numero di malattie per le quali oggi si potrebbe intervenire precocemente è salito a 10, con l’aggiunta di tre patologie che oggi hanno un test valido e una terapia efficace. Oltre alle malattie di Fabry, Gaucher, Pompe, mucopolisaccaridosi di tipo I (MPS I), atrofia muscolare spinale (SMA), immunodeficienza ADA–SCID e adrenoleucodistrofia X-linked (X–ALD), che già nel 2020 avevano tutte le carte in regola, ne entrano altre tre: l’immunodeficienza PNP–SCID, le altre immunodeficienze rilevabili con test TREC/KREC e la sindrome adrenogenitale.

Per tutte queste 10 patologie oggi esistono dei test facilmente eseguibili, già utilizzati in progetti regionali in Italia, e per tutte si può intervenire efficacemente con terapie farmacologiche, incluse alcune terapie geniche, con il trapianto o una dieta specifica, dando a chi ne è affetto una prospettiva di vita in salute o comunque con un carico di malattia molto più lieve. Per ciascuna di queste patologie ci sono già esperienze di screening neonatale in diverse Regioni italiane che hanno portato nel tempo a salvare la vita a decine di bambini. Solo con un inserimento nel panel nazionale, però, si potrà raggiungere l’uniformità in tutta Italia, e dare così le stesse opportunità ad ogni bambino.

Per ciascuna di queste patologie ci sono già esperienze di screening neonatale in diverse Regioni italiane ma solo con l’inserimento nel panel nazionale si potrà raggiungere l’uniformità in tutta Italia


“Ogni giorno di ritardo nell’implementazione della legge 167/2016 può costare la vita o la salute a uno di loro”, ha spiegato Ilaria Ciancaleoni Bartoli, Direttrice di Osservatorio Malattie Rare. I termini per l’aggiornamento sono scaduti da tempo. Sappiamo che il tavolo tecnico del Ministero ha fatto un grande lavoro in questo ultimo periodo e ci auguriamo che il Ministro Schillaci voglia immediatamente prenderne atto e trasporlo in un decreto, e che i successivi aggiornamenti procedano poi in modo più spedito”.

La situazione attuale dello screening in Italia e l’analisi di quali patologie possano e debbano essere inserite nel nuovo panel sono contenute nella seconda edizione del Quaderno SNE – Prospettive di estensione del panel”, realizzato da OMaR – Osservatorio Malattie Rare con il patrocinio di Fondazione Telethon e che fa seguito alla prima edizione del 2020.

I risultati sono stati presentati nel corso del convegno “Screening neonatale esteso: i traguardi raggiunti, i nodi irrisolti e le opportunità del prossimo futuro”, al quale hanno partecipato un ampio numero di clinici – in rappresentanza dei 26 coinvolti nella stesura del Quaderno – e diverse associazioni di pazienti, oltre che rappresentanti istituzionali come l’On. Marcello Gemmato, Sottosegretario di Stato alla Salute con delega alle Malattie Rare, Lisa Noja, Consigliera del Comune di Milano, già Deputata della XVIII Legislatura e l’On. Simona Loizzo, Commissione XII “Affari Sociali”, Camera dei Deputati.

La realizzazione del documento e del convegno è stata resa possibile grazie al contributo non condizionante di Chiesi Global Rare Diseases Italia, Novartis, Orchard Therapeutics, PTC Therapeutics, Roche e Sanofi.

“Lo screening neonatale è uno strumento importante per la diagnosi precoce di malattie che, altrimenti, potrebbero portare a un esito infausto o a gravi disabilità.  L’Italia, insieme agli Stati Uniti, è il Paese dove si ricercano più patologie, ben 48, ma siamo fiduciosi nell’arrivo dei decreti di allargamento del panel, così che si possa dare questa opportunità anche a bimbi affetti da ulteriori malattie”. Così il Prof. Andrea Pession, Direttore dell’Unità Operativa di Pediatria dell’IRCSS Azienda Ospedaliero-Universitaria di Bologna e Presidente della SIMMESNSocietà Italiana Malattie Metaboliche Ereditarie e Screening Neonatale, ha aperto l’evento di presentazione del Quaderno.

“Successivamente – ha aggiunto Pession – bisognerà essere solerti con un costante aggiornamento, perché ci sono altre malattie che grazie al progresso scientifico arriveranno presto ad avere le carte in regola per lo screening, come ad esempio la ASMD, prima nota come malattia di Niemann-Pick, la leucodistrofia metacromatica, il deficit di AADC e diverse altre forme di mucopolisaccaridosi”.

L’Italia, insieme agli Usa, è il Paese dove si ricercano più patologie ma con l’allargamento del panel e un costante aggiornamento sarà possibile dare questa opportunità anche a bimbi affetti da altre malattie


Quelle elencate dal Prof. Pession sono infatti le patologie che, secondo l’analisi fatta dagli esperti che hanno lavorato al Quaderno, hanno avuto un esito “favorevole con riserva” o in alcuni casi “negativo” per la mancanza, oggi, di un test, di una terapia efficace o magari di esperienze consolidate, ma per le quali questi risultati sono ormai vicini grazie alla ricerca o grazie a progetti pilota già avviati.

Ma guardando ad un futuro in cui saranno sempre più le malattie rare ricercate e individuate grazie allo screening neonatale, bisogna anche pensare all’impatto di questo sul Servizio sanitario nazionale e andare quindi verso percorsi più efficienti, così da avere un uso ottimale delle risorse. “Per migliorare il sistema non basta aumentare le malattie ricercate”, ha infatti detto il Prof. Pession. “Servono meno centri ma più attrezzati e con personale formato, anche favorendo gli accordi interregionali, e standard di qualità sempre più alti”.

“La legge 167 è un fiore all’occhiello del nostro Paese e di passi avanti in questi anni ne sono stati fatti tanti, ma si può e si deve ancora migliorare”, ha affermato il Prof. Giancarlo la Marca, Direttore del Laboratorio Screening Neonatale Allargato dell’Azienda Ospedaliero Universitaria Meyer di Firenze.

La legge 167 è un fiore all’occhiello del nostro Paese e di passi avanti in questi anni ne sono stati fatti tanti, ma si può e si deve ancora migliorare

“I laboratori sono passati dai 30 iniziali a 15, coprendo mediamente un bacino di 25.000 nati ciascuno. La copertura ottimale sarebbe però di 60.000 neonati, e dunque si può efficientare ancora. I fondi ci sono, ma anche in vista di un allargamento e della probabile necessità di dotarsi di nuove tecnologie e personale formato bisogna efficientare al massimo e far sì che i finanziamenti previsti nei LEA arrivino effettivamente alle strutture che si occupano del percorso screening. Ad oggi questi finanziamenti arrivano alle Regioni in un fondo indistinto e non vincolato allo scopo: sarebbe opportuno, per il futuro, identificare un meccanismo che garantisca la specifica destinazione dei fondi al percorso di screening neonatale. Si tratta di unpresupposto importante e necessario per garantire un livello di screening qualitativamente soddisfacente, con personale dedicato, e un servizio uniforme su tutto il territorio, tanto più in vista di un prossimo allargamento del panel”.

Un tentativo di superare questa difficoltà relativa ai finanziamenti è stato fatto durante la Legge di Bilancio dall’On. Maria Elena Boschi, Coordinatrice dell’Intergruppo Parlamentare Malattie Rare. L’emendamento proposto, se fosse stato approvato, avrebbe obbligato il Ministero della Salute ad emanare un decreto per stabilire i criteri e le modalità per l’utilizzo delle risorse destinate allo SNE, ogni anno ripartite tra le Regioni, vincolandole all’effettiva attivazione di percorsi di screening neonatale. La proposta, purtroppo, non ha superato il vaglio della Camera dei Deputati, ma si spera che in futuro possa essere riproposta anche grazie alle importanti manifestazioni di interesse arrivate da tutti i componenti dell’Intergruppo.

Le Regioni

Nell’attesa, ormai lunga, dell’aggiornamento del panel nazionale tante Regioni, consapevoli del valore di questa misura, si sono mosse da sole aggiungendo altre patologie al proprio panel, una misura senza dubbio lodevole ma che ha portato a importanti differenze regionali: su 20 Regioni, 16 hanno attivato autonomamente almeno un programma.

Tante Regioni si sono mosse da sole aggiungendo altre patologie al proprio panel, una misura senza dubbio lodevole ma che ha portato a importanti differenze regionali

A guidare la classifica di quelle che hanno aggiunto il maggior numero di condizioni attualmente già ricercate c’è la Puglia con 10 patologie in più rispetto al panel nazionale; a seguire l’Abruzzo (7), il Veneto, il Friuli Venezia Giulia e la Toscana (5), il Trentino (4), la Lombardia e la Liguria (2), il Piemonte, la Valle d’Aosta, il Lazio, la Campania e la Sicilia (1). Sono numerosi, però, i progetti pilota che sono in fase di avvio: sette in Lombardia, due in Toscana e uno nelle Marche, in Campania e in Basilicata.

Nessun progetto attivo, né di prossima partenza al momento, in Emilia Romagna, Umbria, Molise, Calabria e Sardegna.

Da segnalare però che molti di questi progetti sono “sperimentali” e a scadenza saranno soggetti a riconferma, mentre solo la Puglia (per tutte le 10 malattie), il Triveneto e la Toscana (per 4 patologie), il Lazio (per la SMA) e la Lombardia (per le SCID) le hanno stabilmente inserite per legge regionale. Solo l’auspicato inserimento di tutte le patologie “in attesa” nel pannello nazionale di screening potrà garantire che i neonati abbiano tutti gli stessi diritti, a prescindere dalla Regione di nascita.

Salute in carcere: la continuità con il territorio è fondamentale

La salute in carcere è possibile, è un diritto incontestabile, ma ad oggi suona come un ossimoro: ai detenuti non viene sempre garantita l’assistenza sanitaria di cui necessitano, ogni Regione è una realtà a sé stante; eppure, se ottimizzati, gli istituti di pena potrebbero diventare hub di salute molto efficienti, in grado di proteggere la popolazione carceraria e di riflesso quella generale.

A raccontarci luce e ombre dell’assistenza sanitaria nei penitenziari è Roberto Ranieri, infettivologo, dirigente della sanità penitenziaria della Regione Lombardia e vicepresidente SIMPSE, Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria.

È possibile la salute in carcere?

Roberto Ranieri

Sì, perché è un diritto sancito dalla Costituzione e anche dai vari organismi internazionali. Ma vorrei ribadire che è possibile anche per un altro motivo: almeno nell’ordinamento sanitario italiano, il carcere è l’unica situazione nella quale la persona è completamente assistita – o così dovrebbe essere – indipendentemente dalla nazione di origine. Quindi chi fa ingresso in un istituto penitenziario, di qualunque nazionalità, viene preso in carico completamente dal Servizio Sanitario Nazionale. Se il servizio fosse erogato nel modo giusto, questo rappresenterebbe un vantaggio non solo per la comunità carceraria ma anche per quella generale, all’esterno. I detenuti sono soggetti che difficilmente, prima di entrare in carcere, si sono presi cura di sé stessi in modo adeguato. In carcere il detenuto viene preso in carico, perché la privazione della libertà, che è l’unica pena che deve patire il detenuto, non confligge con il diritto alla salute e a ricevere un’adeguata assistenza sanitaria.

Ciò che è problematico è che questo diritto si ha solo durante la detenzione. È un paradosso, ma ad oggi il problema riguarda più il dopo che il durante: il detenuto, una volta tornato libero, non ha un riferimento territoriale che continui la presa in carico iniziata nel penitenziario. Non c’è collegamento tra questi due mondi. E allora si rischia di buttare tutto il lavoro fatto qui dentro.

Quella che lei ha appena delineato è la situazione ideale, ma in realtà questa presa in carico in carcere non avviene sempre in modo così efficiente.

Sì, e questo è dovuto a diversi fattori. Innanzitutto la ripresa del sovraffollamento nelle carceri: come si vede dai dati dell’ultimo anno, abbiamo assistito a un’escalation di entrate negli istituti, che lavorano al 110-120% della loro capienza. Senza raggiungere i livelli del passato, il fenomeno sta comunque riprendendo questo trend e questo punto è fondamentale se si va a valutare la relazione del garante dei detenuti a proposito del rischio suicidario: è infatti documentato che il sovraffollamento sia collegato all’aumento dei suicidi, e questo è un punto di riflessione che meriterebbe un approfondimento, perché spesso il sovraffollamento è legato all’impossibilità di ricorrere per alcuni detenuti a misure alternative, soprattutto a causa della mancanza di assistenza coordinata sul territorio che potrebbe gestire quei casi che non hanno bisogno del carcere.

Persone con gravi disagi psichici e di tossicodipendenza che dovrebbero essere gestiti negli appositi centri

Parlo di persone con gravi disagi psichici e di tossicodipendenza che dovrebbero essere gestiti negli appositi centri.

Se ci fosse la possibilità di un’assistenza territoriale efficiente con presa in carico da parte delle comunità terapeutiche, dei SERD (Servizi per le dipendenze patologiche) o dei centri di salute mentale, il giudice potrebbe adire a questa soluzione piuttosto che arrivare alla custodia negli istituti penitenziari. Ma c’è anche da dire che questi centri (SERD, SERT, Salute mentale) ad oggi sono in grande sofferenza per mancanza di personale. Senza contare che è ancora più difficile trovare personale che voglia lavorare all’interno dei penitenziari. Questo problema a mio avviso potrebbe essere sanato da una corretta applicazione della riforma delle Case di Comunità. Noi a breve inizieremo in Lombardia un lavoro per riuscire ad assimilare l’istituto penitenziario alle Case di Comunità con partenza dall’Istituto di San Vittore a Milano: è molto importante, perché casa di comunità vuol dire prima di tutto assimilazione con l’esterno. È un servizio territoriale in cui il personale ruota, quindi i professionisti non si ritroveranno a dover curare solo i detenuti ma potranno cambiare e questo gioverà alla stessa professione. E renderà il ruolo di sanitari penitenziari più appetibile.

L’abuso di sostanze in carcere continua a crescere e anzi sta cambiando, perché?

Oggi negli istituti si abusa anche di sostanze legali come antidolorifici e oppiacei

Sta cambiando perché il problema non è più, o comunque non solo, l’abuso di cocaina, ma anche di sostanze legali che, combinate con la cocaina, ne possono amplificare l’effetto. C’è già una tendenza sul territorio che poi viene amplificata nei penitenziari.

Ma negli istituti si abusa anche di sostanze legali come antidolorifici e oppiacei. Un fenomeno che non si riesce ad arginare perché ad oggi, paradossalmente, esistono dei trattamenti sostitutivi per chi abusa di cocaina ed eroina, ma non per questi nuovi abusi.

Noi abbiamo una bellissima legge sulle tossicodipendenze, la 309 del 1990, che a quel tempo era una delle più all’avanguardia in Europa e permetteva la terapia sostitutiva nel caso di dipendenza, ad esempio, da cocaina, ma ignorava e ignora completamente la situazione attuale, cioè l’abuso di sostanze legali. Ci sono molecole che vengono utilizzate spesso come stabilizzanti dell’umore e vengono richieste dal detenuto: il medico non sempre riesce a soddisfare le richieste e questo può sfociare in aggressività o rivolte. Questo loop (richiesta – rifiuto – rivolta) è generato dallo stesso detenuto e noi spesso lo assecondiamo per cercare di contenere la situazione. Per questo, in parallelo all’intervento sulle Case di Comunità, ne stiamo pensando un altro per intervenire su questo abuso che sta mettendo in difficoltà anche la polizia penitenziaria. Credo non vi sia una reale presa di coscienza su questo nuovo fenomeno che, ripeto, non riguarda le sostanze stupefacenti già note, ma altri farmaci, come gli analgesici.

Non è che non si sa, è che non si interviene in modo adeguato. Dove abbiamo provato a ridurre l’uso di questi farmaci, c’è stata in effetti anche una riduzione dell’aggressività da parte dei detenuti. Ridurre l’aggressività significa rendere più sicuro e appetibile anche il ruolo degli agenti di polizia penitenziaria e del personale sanitario. Come vede, tutte le questioni di cui stiamo parlando sono intrinsecamente collegate.

Se la salute in carcere fosse erogata nel modo giusto, gli istituti potrebbero diventare un hub di salute per screening e vaccinazioni?

Assolutamente sì e lo abbiamo dimostrato sia con gli screening e le terapie per l’epatite C (il Carcere di Opera è stato il primo istituto penitenziario HCV free, ndr) sia con le vaccinazioni anti-Covid.

Gli screening sono uno strumento di prevenzione e diagnosi fondamentale ma che nel mondo esterno non è percepito come importante. Parlo ad esempio di epatite C, per cui nelle carceri della Lombardia e non solo abbiamo fatto un lavoro straordinario. Il problema è fuori. Gli stessi SERD non fanno gli screening come dovrebbero perché manca un’adeguata informazione e cultura sull’importanza della prevenzione.

Al detenuto, invece, una volta che entra, viene consigliato lo screening. Molti all’inizio non vogliono farlo non perché contrari ma perché al momento dell’ingresso i pensieri sono altri; quindi, abbiamo pensato di riproporlo in un altro momento, qualche giorno dopo. Questa è un’ottima opportunità di prevenzione che in altri contesti il detenuto non avrebbe sfruttato.

Un altro modo per proporre lo screening è che sia un professionista non necessariamente appartenente al mondo sanitario a farlo, in questo modo il detenuto si sente meno pressato. Il terzo aspetto da considerare è quello di proporre forme alternative di screening perché il prelievo ematico non è molto gradito, e per alcune etnie il prelievo di sangue può essere considerato un sacrilegio. Ad esempio, dove possibile, si potrebbero utilizzare test rapidi che possono essere autosomministrati.  

In questo modo abbiamo portato la percentuale di screening dal 50-60% quasi al 90% in questi tipi di patologie, una percentuale molto più alta rispetto a quella popolazione generale che si attesta intorno al 20-30%.

Un altro modo per prendersi cura delle persone detenute è intervenire subito con una terapia in presenza di una specifica diagnosi oppure agganciare la persona a un servizio esterno. Se un detenuto ha l’epatite C, io devo poter intervenire subito per curarlo, visto che ad oggi i farmaci ci sono. Bisogna iniziare un percorso di cura e seguirlo, sono io medico che devo andare verso di lui e non lui o lei che deve venire da me. Stiamo parlando di persone che già all’esterno avevano difficoltà a prendersi cura di sé stesse, vanno quindi guidate. Bisogna poi lavorare sull’educazione, spiegando ai detenuti perché occorre fare gli screening e vaccinarsi: un detenuto informato informerà anche gli altri.

Una volta che si spiega bene la vaccinazione o lo screening, riscontriamo poi un’ottima aderenza. Questa comunicazione viene fatta da personale non sanitario, in modo quindi che al detenuto appaia disinteressato. Si spiega che il vantaggio non è solo per lui che si vaccina, ma anche per la comunità in cui vive, quella penitenziaria e quella generale, in cui tornerà una volta libero. Se io spiego tutto questo, anziché imporre semplicemente un prelievo o un vaccino, ho molta più aderenza perché il detenuto si sente al centro di questo percorso, non lo subisce.

Come è andata con le vaccinazioni anti Covid?

La copertura della popolazione penitenziaria è superiore a quella degli agenti di polizia penitenziaria e della popolazione generale

Questo è un esempio concreto di quanto la vaccinazione in carcere abbia protetto non soltanto la comunità carceraria, ma anche la società. Perché molti detenuti sono poi usciti, vaccinati. L’aspetto interessante è che la copertura della popolazione penitenziaria è superiore a quella degli agenti di polizia penitenziaria e della popolazione generale! Questo perché i detenuti si sono sentiti più coinvolti in questo percorso di vaccinazione rispetto agli agenti penitenziari che di fatto appartengono al mondo esterno, in cui la copertura vaccinale come sappiamo è stata più altalenante.

Negli istituti di reclusione della Lombardia abbiamo più del 90% di persone vaccinate con la quarta dose. Ma non abbiamo mai imposto la vaccinazione. L’abbiamo spiegata. E l’abbiamo fatto impiegando personale non sanitario. Abbiamo inoltre parlato della vaccinazione in generale senza nominare la malattia o il nome del vaccino. Tutte piccole azioni che hanno fatto la differenza. Ora ci apprestiamo a fare le vaccinazioni anti Pneumococco, Herpes Zoster e Papilloma virus.

Cosa chiederebbe al Ministero della Salute e al Ministero della Giustizia per migliorare la salute in carcere?

Innanzitutto, che possa essere applicata la riforma sulle Case di Comunità diffusamente in tutti gli istituti e in tutte le Regioni; in secondo luogo, che venga rivista la legge 309/90 sulle dipendenze, una revisione che di fatto è già in corso, io stesso sto partecipando a gruppi di lavoro organizzati dal Dipartimento della politica antidroga della Presidenza del Consiglio dei Ministri; in terzo luogo, implementare gli screening sul modello dell’epatite C, un modello che, devo riconoscere, è stato possibile anche grazie a un grande sforzo da parte del Governo. Si dovrebbe poter intervenire sugli stili di vita, dall’alimentazione al fumo.

Credo che il Ministero della Giustizia debba impegnarsi a trovare percorsi di cura alternativi sul territorio, perché non si può dare colpa sempre al magistrato che non li trova: spesso li cerca senza successo e lo vediamo tutti nel nostro lavoro.  

Per quanto riguarda il disagio psichico, a parte l’intervento sull’articolazione dei centri di salute mentale sul territorio, più che aumentare il numero di posti, occorre razionalizzare le assegnazioni nelle REMS (Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza) nelle articolazioni di salute mentale, con criteri che vengano condivisi dal magistrato con i medici e che diano priorità non solo a chi attende da più tempo, ma anche ai casi realmente più gravi. Occorre poi che ci sia un collegamento sanitario tra il detenuto che esce e torna in comunità, altrimenti tutto il lavoro fatto prima si perde. Ad oggi chi esce dai penitenziari non ha una cartella clinica da potersi portare dietro, non ha una tessera sanitaria. Niente, una volta che esce, tutto è resettato.

Per fare tutto questo non occorrono solo fondi, ma anche un cambio di cultura che veda gli istituti di pena come luoghi che privano della libertà ma che al contempo si prendono cura di chi vive al loro interno, per il bene dell’individuo ma soprattutto della collettività. Il carcere può essere hub di salute e di riabilitazione, ma ci vogliono cultura e informazione per raggiungere questi obbiettivi.

Al via il Progetto Europeo HEROES sulla programmazione del personale sanitario

Con le sessioni di incontri che si terranno a Roma il 15 e 16 febbraio prende ufficialmente il via la Joint Action “HEROES, HEalth woRkfOrce to meet health challEngeS”.

Si tratta di un’azione comune incentrata sulla programmazione del personale sanitario cofinanziata dalla Commissione Europea nell’ambito del programma finanziario sulla salute denominato Eu4Health, che vedrà AGENAS nel ruolo di coordinatore dell’intero progetto e guida di 40 partner partecipanti, provenienti da 19 Stati membri. L’obiettivo della Joint Action HEROES, che avrà una durata complessiva di 36 mesi, è quello di migliorare le capacità di pianificazione del personale sanitario nei paesi dell’Unione Europea e dell’European Economic Agreement, per garantire nel futuro la presenza di personale sanitario accessibile, sostenibile e resiliente.

In particolare, quattro saranno le aree principali di attività:

  1. banche dati (raccolta dati, analisi, collegamenti, e fonti su domanda e offerta di personale);
  2. strumenti di previsione e metodologie di pianificazione;
  3. sviluppo e miglioramento delle competenze e delle capacità per gestire efficacemente la pianificazione del personale a livello nazionale e regionale;
  4. metodologie e buone pratiche per garantire una mappatura completa ed efficace degli stakeholder coinvolti nella pianificazione del personale.

Joint Action europea CHESSMEN contro le carenze di medicinali

Si è tenuto la scorsa settimana a Roma, presso la sede dell’Agenzia Italiana del Farmaco – AIFA il kick-off meeting della Joint Action CHESSMEN – Coordination and Harmonization of the Existing Systems against Shortages of Medicines, European Network.

Il progetto, della durata di tre anni e ufficialmente iniziato il 16 gennaio scorso, è guidato da AIFA e si avvale, con il supporto dell’Istituto Superiore di Sanità (Centro Nazionale Sangue e Centro Nazionale Trapianti), della partecipazione attiva di un ampio consorzio che comprende come partner 27 organizzazioni (associate e affiliate) in rappresentanza di 22 Stati Membri dell’UE/SEE, e coinvolge a livello operativo anche altre amministrazioni di ambito UE/SEE e istituzioni internazionali. CHESSMEN è cofinanziato dalla Commissione Europea.

La carenza di farmaci è un fenomeno che ha assunto in tempi recenti una significativa rilevanza, tenuto conto dell’impatto che questo genera, a livello nazionale e internazionale, sia per la sanità pubblica che per l’assistenza medica e la continuità terapeutica dei pazienti.

La Joint Action CHESSMEN ha lo scopo di supportare gli Stati Membri dell’UE nell’implementazione di strutture, misure e strumenti adeguati per affrontare la problematica, di rafforzare sia il coordinamento e l’armonizzazione tra i diversi Stati Membri, anche nell’individuazione delle cause delle carenze di farmaci, che le reti e le iniziative esistenti, come il gruppo di lavoro SPOC dell’EMA e la task force HMA sulla disponibilità di medicinali autorizzati per uso umano e veterinario, di monitorare e segnalare le carenze di medicinali e di contribuire alla creazione di un dataset condiviso.

Tenuto conto del fatto che il monitoraggio e la prevenzione delle carenze di farmaci sono fattori chiave per garantire l’accesso alle cure e la continuità terapeutica per i pazienti, il progetto mira inoltre a definire strategie preventive capitalizzando e ampliando le conoscenze pregresse, per esempio attraverso la condivisione di buone pratiche basate sugli studi condotti dalla Commissione Europea e già in uso negli Stati Membri dell’UE.

Il partenariato mira alla creazione di un meccanismo di “raccolta di modelli” per gli Stati, che sarà oggetto di un report finale e che costituirà una solida base per la futura legislazione farmaceutica riguardante la carenza di medicinali.

Al termine dei lavori Domenico Di Giorgio, Coordinatore del progetto, ha sottolineato i punti chiave dell’approccio di CHESSMEN: “Quello delle carenze è un fenomeno che si presenta con molte caratteristiche e problematiche comuni nella maggior parte degli Stati Membri dell’UE/SEE; da tale consapevolezza prende le mosse un progetto di livello europeo che intende favorire e supportare il confronto continuo tra le autorità regolatorie nella individuazione e attuazione di misure e iniziative efficaci allo scopo di prevenire le carenze e di ridurne l’impatto per i pazienti, e dunque di sviluppare buone pratiche e modelli che possano essere replicati, seppur con le necessarie modifiche che certi contesti, al di là dei fattori comuni, potrebbero richiedere.
Condividere modelli e iniziative efficaci ed evitare la dispersione di risorse che la gestione autonoma delle problematiche a livello nazionale finisce inevitabilmente per generare: ritengo sia questo l’obiettivo primario di un progetto al quale hanno aderito molte delle autorità regolatorie europee.”

Per approfondire

Piano Oncologico Nazionale 2023-2027: in arrivo finanziamenti per 50 milioni

Cinquanta milioni di euro in cinque anni per il Piano Oncologico Nazionale (PON). Questo è il contenuto dell’emendamento approvato dalle Commissioni Affari costituzionali e Bilancio del Senato con cui viene istituito il Fondo 2023-2027. Un primo passo in avanti salutato positivamente dalle Associazioni riunite nel gruppo “La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere”.

«Dopo la costituzione dei gruppi interparlamentari e l’approvazione alla Camera della mozione unitaria sul Piano Oncologico Nazionale e sui punti chiave dell’Accordo di Legislatura 2022/2027, con l’istituzione del Fondo arriva un primo importante passo in avanti verso una governance dell’oncologia in chiave moderna – dichiara Annamaria Mancuso, Presidente Salute Donna Onlus e Coordinatrice del Gruppo “La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere” – Ora tocca alle Regioni mettere in campo gli strumenti per utilizzare i fondi ascoltando anche le istanze delle associazioni, pronte a dare tutto il supporto necessario affinché non venga sprecato neanche un centesimo».

«Ci siamo messi subito a lavoro per dare risposte concrete ai pazienti che hanno bisogno di sapere che la politica farà la sua parte – commenta Guido Quintino Liris, capogruppo FdI alla Commissione Bilancio del Senato  Le risorse stanziate consentiranno di supportare quanto viene fatto in ambito oncologico, rispondendo ai bisogni dei pazienti che devono avere la possibilità di essere curati tempestivamente e con percorsi al passo con gli strumenti offerti dalla ricerca e degli operatori sanitari che devono essere messi nelle condizioni di lavorare nel migliore di modi».

«Il Fondo oncologico nazionale è uno strumento importante per sostenere il potenziamento dei programmi di prevenzione, diagnosi e cura del cancro in tutte le Regioni italiane. L’obiettivo di questo finanziamento è anche quello di contribuire ad eliminare le differenze che ci sono tra Nord e Sud e che ci costringono ancora a parlare di malati di serie A e di serie B – sottolinea Maria Domenica Castellone, Vice Presidente del Senato e membro della Commissione Bilancio – Nostro compito sarà quello di garantire un impegno di risorse che sia continuativo e non sporadico, per fare in modo che ogni progetto avviato abbia la continuità necessaria all’ottenimento di risultati concreti che vadano a vantaggio di è curato e di chi cura».

L’istituzione del Fondo per il PON arriva dopo una settimana importante che ha visto la costituzione al Senato dell’Intergruppo parlamentare “Insieme per un impegno contro il cancro”, nato dopo quello alla Camera dove è stata approvata all’unanimità una mozione unitaria che chiede al Governo un impegno preciso sui 12 punti del nuovo Accordo di Legislatura 2022/2027, siglato proprio dalle Associazioni del Gruppo “La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere” con i partiti.