Home Blog Page 242

Aggiornata la Nota AIFA 96 “Prevenzione e trattamento della carenza di vitamina D”

L’Agenzia Italiana del Farmaco ha aggiornato la Nota 96 (determina AIFA n. 48/2023 pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 43 del 20 febbraio 2023) sui criteri di appropriatezza prescrittiva della supplementazione con vitamina D e suoi analoghi (colecalciferolo, calcifediolo) per la prevenzione e il trattamento degli stati di carenza nell’adulto.

L’aggiornamento della Nota, istituita nel 2019, si è reso necessario a seguito della pubblicazione di nuove evidenze scientifiche che hanno ulteriormente chiarito il ruolo della vitamina D in assenza di concomitanti condizioni di rischio.

Sono stati presi in considerazione, in particolare, i risultati di due ampi studi clinici randomizzati, lo studio americano VITAL (LeBoff M et al, NEJM 2022) e lo studio europeo DO-HEALTH (Bischoff-Ferrari HA et al, JAMA 2020). Entrambi gli studi hanno concluso che la supplementazione con dosi di vitamina D più che adeguate (2000 UI die di colecalciferolo) e per diversi anni (oltre 5 anni nel primo studio e 3 anni nel secondo) non è in grado di modificare il rischio di frattura nella popolazione sana, senza fattori di rischio per osteoporosi. Questi risultati si sono confermati anche tra i soggetti con livelli più bassi di vitamina 25(OH)D.

A questi studi principali si aggiunge la ricca letteratura riguardante l’utilizzo nel COVID-19 che non ha dimostrato alcun beneficio della vitamina D anche in questa condizione.

Con l’occasione, sono state inserite nel testo della Nota alcune precisazioni migliorative su proposta di clinici o società scientifiche.

Le modifiche introdotte con l’aggiornamento della Nota 96 sono le seguenti:

  • introduzione della nuova categoria di rischio “persone con gravi deficit motori o allettate che vivono al proprio domicilio”;
  • riduzione da 20 a 12 ng/mL (o da 50 a 30 nmol/L) del livello massimo di vitamina 25(OH)D sierica, in presenza o meno di sintomatologia specifica e in assenza di altre condizioni di rischio associate, necessario ai fini della rimborsabilità;
  • specificazione di livelli differenziati di vitamina 25(OH)D sierica in presenza di determinate condizioni di rischio (ad es. malattia da malassorbimento, iperparatiroidismo) già presenti nella prima versione della Nota;
  • aggiornamento del paragrafo relativo alle evidenze più recenti sopracitate e inserimento di un breve paragrafo dedicato a vitamina D e COVID-19;
  • introduzione di un paragrafo sui potenziali rischi associati all’uso improprio dei preparati a base di vitamina D.

La Nota 96 e il relativo allegato, aggiornati, sono disponibili sul portale AIFA nella pagina dedicata.

Per approfondire

Biomateriali del futuro: sicuri per le persone e per l’ambiente

I biomateriali sono composti sviluppati in laboratorio per la realizzazione di tutti quei dispositivi medici che entrano in contatto col corpo umano e servono a sostituire o “riparare” porzioni di tessuti e organi danneggiati per incidenti, malattie o invecchiamento. Tra le priorità del settore, la sicurezza: sia per le persone che per l’ambiente che ci circonda.

Ne parliamo con Giovanni Vozzi, professore ordinario di Bioingegneria Elettronica e Informatica al Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione e al Centro di ricerca E. Piaggio dell’Università di Pisa, recentemente nominato consulente Nato per il settore della biofabbricazione.

Cancellare il payback per il futuro del SSN

Cancellare il payback e trovare insieme a tutti gli attori del sistema soluzioni per il sostegno del Servizio sanitario nazionale, eliminando norme inique che invece ne ostacolano lo sviluppo perché questo è un modo per sostenere l’Italia, i suoi cittadini e i professionisti che lavorano al suo servizio”. È la voce univoca di tutti i rappresentanti dell’industria dei dispositivi medici, che si sono riuniti oggi insieme ai referenti delle istituzioni, della politica, dei professionisti sanitari e dei cittadini nell’ambito del convegno “Dispositivi medici. Ricerca, innovazione e governance per il futuro del SSN. Il caso del payback”, organizzato da Gutenberg a Roma.

“Il payback – ha dichiarato il Presidente di Confindustria Dispositivi Medici, Massimiliano Boggetti – non è un problema solo delle imprese, ma le conseguenze dovute all’applicazione di questa norma iniqua si riverseranno sull’intero SSN. Dal fallimento di molte aziende e dal disinvestimento nel nostro Paese da parte delle aziende che operano su scala globale deriveranno migliaia di licenziamenti, un taglio drastico al sostegno della formazione, un ulteriore taglio agli investimenti in ricerca e sviluppo. Questo fatto produrrà un effetto negativo sugli operatori sanitari che non faranno più parte del circolo virtuoso ‘ricerca-innovazione-formazione’, in cui gli investimenti industriali giocano un ruolo fondamentale”.

“Tutto ciò ricadrà sui cittadini e sui pazienti – ha continuato il Presidente Boggetti – che non avranno più cure adeguate da parte del SSN, quindi si allargherà la forbice della diseguaglianza, perché chi potrà permetterselo pagherà le cure migliori privatamente, mentre gli altri si dovranno accontentare. Occorre pertanto incrementare il finanziamento del SSN e ristrutturarlo sulla base delle reali esigenze di salute. Il PNRR è lo strumento migliore per avviare quelle riforme strutturali che possono consentire l’ottimizzazione delle risorse e una maggiore efficacia delle cure. Il tetto ai dispositivi medici – ha concluso Boggetti – è un tetto alle prestazioni e da questo presupposto occorre individuare una governance dei dispositivi medici che si basi sui dati (disponibili) dei bisogni di salute per programmare le prestazioni, ovvero gli acquisti”.

Per approfondire

https://test.trendsanita.it/evento/payback-dispositivi-medici-a-rischio

Come sarà l’infermiere del futuro

Il futuro della professione infermieristica dei prossimi vent’anni si disegna ora. E la Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche (FNOPI) che rappresenta in Italia 460mila infermieri iscritti all’Albo, lo fa – dopo aver raccolto le loro richieste attraverso la consultazione pubblica degli “Stati generali” – con un preciso elenco di impegni rivolti alle istituzioni e alla politica, raccolti e analizzati in un “documento di consenso” sui principali cardini su cui si articolerà lo sviluppo della professione nella cornice di un rinnovato Servizio Sanitario Nazionale.

I risultati finali della Consensus Conference promossa dalla FNOPI durante tutto il 2022, saranno ora trasmessi ai parlamentari delle Commissioni competenti in materia di Lavoro, Bilancio, Sanità e Istruzione di entrambi i rami del Parlamento e alle istituzioni.
Inserire le prestazioni infermieristiche nei livelli essenziali di assistenza, anche con indicatori per confrontare e misurare i risultati dell’assistenza infermieristica a livello nazionale. Superare l’esclusività degli infermieri dipendenti per ampliare l’offerta assistenziale al territorio, con la massima attenzione al mantenimento dell’equilibrio del sistema. Stop a modelli di assistenza basati su prestazioni limitate al caso specifico, sostituiti da modelli organizzativi per la presa in carico della persona e dei loro caregiver.

Prescrizione infermieristica di presìdi sanitari utili nella pratica assistenziale, farmaci di uso comune e/o per garantire la continuità terapeutica nelle cronicità. E poi: un cambiamento radicale della formazione, con specializzazioni e percorsi universitari ad hoc in alcune aree: cure primarie e sanità pubblica; neonatologia e pediatria; salute mentale e dipendenze; intensiva e dell’emergenza; medica; chirurgica.

Sono queste alcune azioni che un panel di 46 stakeholder (23 infermieristici e 23 non), rappresentativi della sanità nazionale, hanno identificato, dopo l’analisi durata più di un anno condotta da tre gruppi di lavoro sui temi da affrontare per dare impulso alla professione infermieristica e all’assistenza sanitaria: le nuove esigenze del Ssn; le strade per l’evoluzione della professione; la revisione del suo assetto formativo.

Sedici esperti, riuniti in un Panel di Giuria, hanno poi analizzato e sintetizzato il lavoro dei gruppi e identificato una serie di azioni che ora saranno sottoposte alle istituzioni e alla politica perché possano essere previste e realizzate.

Tra queste, un ruolo fondamentale è quello della formazione: aumentarne la qualità e incrementare i docenti universitari infermieri di ruolo per garantire qualità e non impattare negativamente su altri corsi di laurea attivi. Garantire l’evoluzione di conoscenze e competenze manageriali per i ruoli di direzione con percorsi distinti e successivi alla laurea magistrale, come master o corsi di alta formazione e realizzare la laurea magistrale a indirizzo clinico abilitante per un profilo con competenze avanzate e funzioni e attività specifiche distintive dal laureato triennalista (es. possibilità prescrittiva).

Ancora, sempre sul versante della formazione, prevedere scuole di specialità interprofessionali quali ad esempio nell’ambito delle cure primarie e sanità pubblica, cure palliative, geriatria e così via.

Naturalmente è essenziale riconoscere nel sistema di remunerazione la specificità del ruolo agito dagli infermieri professionisti, visto che a oggi sono tra i meno pagati d’Europa e per far fronte da subito alla carenza di organici che mette a dura prova le strutture e a rischio la qualità dei servizi, formalizzare la figura e il ruolo di nuovi operatori sanitari, formati e gestiti dagli infermieri, da inserire nei setting assistenziali, certificati in un registro nazionale gestito dalla della FNOPI, per tutelare i cittadini e le organizzazioni che fruiranno del loro intervento.

“il tradizionale modello organizzativo è ormai inefficace per rispondere alle esigenze di salute della popolazione – spiega Barbara Mangiacavalli, presidente FNOPI -. Il nuovo paradigma sanitario si fonda sulla costruzione di reti di prossimità territoriale, determinando uno spostamento dei setting assistenziali dai luoghi tradizionali di cura, come gli ospedali, verso strutture territoriali più sostenibili e accessibili che possano favorire l’integrazione sociosanitaria e la continuità dei percorsi”.

“Alla luce di queste considerazioni – ha aggiunto – si può comprendere come sia necessaria e naturale una evoluzione della professione infermieristica, dei relativi profili di competenza e dei ruoli agiti nelle diverse strutture sanitarie e dei percorsi formativi che possano accompagnare e stimolare questo cambiamento. L’obiettivo della Consensus Conference promossa dalla FNOPI è quello di promuovere una interlocuzione con i principali soggetti istituzionali coinvolti nei processi di riforma in atto, per raggiungere un accordo sulle tematiche sanitarie attuali particolarmente complesse inerenti al ruolo professionale infermieristico”.

Gli esperti del panel di giuria

Tonino Aceti Presidente Salutequità; Pier Giovanni BrescianiPsicologo del lavoro e docente Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”; Silvio BrusaferroPresidente Istituto Superiore di Sanità (ISS); Davide Caparini Assessore al Bilancio della Regione Lombardia e presidente del Comitato di Settore Regioni–Sanità;  Bruno CavalierePresidente Società Italiana per la Direzione e i Management delle Professioni Infermieristiche (SIDMI); Salvatore Cuzzocrea Presidente Osservatorio nazionale formazione MUR e Rettore dell’ Università degli Studi di Messina; Carlo Della Rocca Presidente Conferenza Permanente delle Facoltà e Scuole di Medicina e Chirurgia – Preside Facoltà Farmacia e Medicina Università di Roma “Sapienza”; Claudio Costa Coordinatore dell’area tecnica del personale sanitario Regione Veneto – componente del gruppo di supporto del Comitato di settore Regioni-Sanità; Tiziana Frittelli Presidente Federsanità, Confederazione delle Federsanità Anci regionali – Direttore generale AO San Giovanni Addolorata di Roma; Silvio Garattini Presidente Istituto di ricerche farmacologiche “Mario Negri”; Domenico Mantoan Direttore generale Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali AGENAS; Letizia Melina Maria Segretario Generale Ministero dell’Università e della ricerca; Paolo Petralia Vicepresidente Federazione Italiana Aziende Sanitarie – Ospedaliere (FIASO) – Direttore generale ASL4 Chiavarese del SSR Ligure;  Francesco Quaglia Direttore Dipartimento Salute e Servizi Sociali Regione Liguria; Luisa Saiani Presidente Conferenza Permanente Professioni Sanitarie – Professore Scienze infermieristiche generali e cliniche presso il Dipartimento di Diagnostica dell’Università degli Studi di Verona (MED/45); Rossana Ugenti Direttore Generale Direzione delle professioni Sanitarie e delle risorse umane del Servizio Sanitario Nazionale – Ministero della Salute

I gruppi di lavoro e i loro componenti

Gruppo di lavoro numero 1: “Le nuove esigenze del Sistema Sanitario Nazionale alla luce dell’evoluzione normativa degli ultimi mesi e dai cambiamenti introdotti dal PNRR: uno sguardo oltre l’emergenza pandemica”

Referente del Comitato Centrale FNOPI: Pietro Giurdanella

Referente metodologico: Daiana Campani – Università del Piemonte Orientale

Componenti

Luigi Bertinato – Responsabile Segreteria Scientifica della Presidenza,

Istituto Superiore della Sanità (ISS); Alessandra Burgio – Ricercatrice Istituto nazionale di statistica (ISTAT);  Marinella D’Innocenzo– Direttore Generale ASL Rieti – Componente dell’Esecutivo nazionale Federsanità Anci; Deborah De Cesare – Ricercatrice presso gli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano; Valerio Di Monte– Presidente Corso di laurea in infermieristica – Professore ordinario di Scienze infermieristiche – Dipartimento di Scienze di Sanità Pubblica e Pediatriche Università degli Studi di Torino; Lorena Martini – Direttore UOC Formazione ECM Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (AGENAS); Cristina Masella – Professore ordinario Dipartimento di Ingegneria Gestionale Politecnico di Milano

Gruppo di lavoro numero 2; “L’evoluzione della professione infermieristica e le modifiche inerenti alle organizzazioni sanitarie in risposta ai nuovi bisogni di salute della popolazione”

Referente del Comitato Centrale FNOPI: Nicola Draoli

Referente metodologico: Federico Ceschel – Università degli Studi di Roma Tre

Componenti

Daniela Donetti – Direttore Generale Azienda Sanitaria Locale Viterbo; Giorgio Magon– Direttore SITRA (Servizio Infermieristico Tecnico e Riabilitativo Aziendale) – IRCCS Istituto Europeo di Oncologia, Milano; Annalisa Mandorino – Segretaria Generale CittadinanzAttiva; Maria Mongardi– Presidente Società scientifica nazionale infermieri specialisti del rischio infettivo (ANIPIO); Marco Rotondi – Presidente Istituto Europeo Neurosistemica (IEN); Laura Stefanon – Presidente Associazione Infermieristica per lo Studio delle Lesioni Cutanee (AISLeC); Angelo Tanese – Dirigente Presidenza del Consiglio – Docente Modelli organizzativi e Gestione delle Risorse Umane – Corso di laurea Magistrale in Economia e Management Sanità e lnnovazione Tecnologica – Università Telematica San Raffaele.

Gruppo di lavoro numero 3: “La revisione dell’assetto formativo infermieristico in risposta all’emergente fabbisogno formativo di base e specialistico”

Referente del Comitato Centrale FNOPI: Beatrice Mazzoleni

Referente metodologico: Alberto Dal Molin – Università del Piemonte Orientale

Componenti

Marisa Bonino – Presidente Società italiana di pediatria infermieristica (SIPINF); Gabriella Bordin – Presidente Associazione italiana infermieri medicina (ANIMO); Claudio Buttarelli – Presidente Associazione Italiana degli Infermieri di Camera Operatoria (AICO); Alberto Dal Molin – Professore associato Dipartimento di medicina traslazionale dell’Università del Piemonte (UPO); Duilio Manara – Professore associato e Direttore della Didattica professionale del Corso di Laurea in Infermieristica dell’Ospedale San Raffaele di Milano; Ginetto Menarello – Presidente Associazione Infermieri di Famiglia e di Comunità (AIFeC); Cesare Giovanni Moro – Presidente Società tecnico scientifica di Scienze Infermieristiche in Salute Mentale (SISISM) – Coordinatore Infermieristico Servizi Territoriali DSM-D Azienda Socio Sanitaria Territoriale Bergamo Ovest di Treviglio; Silvia Scelsi – Presidente Associazione Nazionale Infermieri di Area Critica (ANIARTI); Daniela Tartaglini – Vicepresidente Società Italiana per la Direzione e il Management delle Professioni Infermieristiche (SIDMI)

Negli ospedali italiani Tac, mammografi e risonanze magnetiche sempre più vecchi

Sono quasi 37mila le apparecchiature di diagnostica per immagini presenti in Italia non più in linea con l’attuale livello di innovazione. Tra quelle più vecchie di 10 anni il 92% dei mammografi convenzionali, il 96% delle Tac (meno di 16 slice), il 91% dei sistemi radiografici fissi convenzionali, l’80,8% delle unità mobili radiografiche convenzionali, il 30,5% delle risonanze magnetiche chiuse (1-1,5 tesla). A fotografare lo stato di vetustà del parco tecnologie di diagnostica per immagini in uso presso le strutture sanitarie italiane pubbliche e private sono i dati 2021 presentati a Roma dall’Osservatorio parco installato (Opi) di Confindustria dispositivi medici in collaborazione con SIRM (Società Italiana di Radiologia Medica e Interventistica) e AIIC (Associazione Italiana Ingegneri Clinici). Per ogni tipologia tecnologica sono stati specificati: l’età del parco installato, la classificazione per fasce d’età, oltre ad approfondimenti di raffronto tra lo stato dell’arte della tecnologia esistente e le caratteristiche del parco installato.

“Nel corso degli anni il parco istallato – ha dichiarato Aniello Aliberti, Presidente Elettromedicali & Servizi Integrati di Confindustria Dispositivi Medici – ha certamente risentito di una serie di fattori come la limitatezza degli investimenti e dei finanziamenti dedicati alla sanità; l’assenza di attenzione all’innovazione nelle politiche pubbliche di acquisto; il permanere di livelli e logiche di rimborso delle prestazioni non incentivanti l’ammodernamento tecnologico. Questi fattori hanno contribuito al permanere di un quadro di significativa vetustà delle apparecchiature di diagnostica per immagini. Ci auguriamo che questo studio sia utile per arrivare a definire programmazioni sostenibili e aperte all’innovazione. Inoltre, può essere un utile riferimento per individuare le tecnologie su cui è prioritario intervenire con gli investimenti previsti dal PNRR e per valutarne poi gli effetti.

“Il PNRR – ha dichiarato Antonio Orlacchio della SIRM, società italiana di radiologia medica – ha previsto l’ammodernamento del parco tecnologico con la sostituzione di 3.133 apparecchiature installate da oltre cinque anni. Le risorse del PNRR non appaiono, però, completamente sufficienti a sopperire alle criticità emerse dallo studio di Confindustria Dispositivi Medici e si prevede serviranno altre risorse per mettere il sistema sanitario e i radiologi in condizione di operare al meglio. Tuttavia investire nelle sole apparecchiature non è sufficiente. C’è bisogno di un adeguato reclutamento e valorizzazione economica dei radiologi, del personale tecnico e infermieristico per assicurare il più efficace e completo funzionamento delle apparecchiature, per cui è necessario prevedere investimenti anche in tale ambito altrimenti si corre il rischio di sottoutilizzare le apparecchiature di Imaging. Lo studio OPI potrà offrire spunti utili per individuare soluzioni che consentano di razionalizzare le risorse e prevedere il costante aggiornamento del parco tecnologico. Inoltre, una puntuale e continua sorveglianza dello stato di reale funzionalità delle apparecchiature, affiancato da un programma di aggiornamento e di sostituzione periodica delle attrezzature inidonee, possono garantire la sostenibilità e la migliore funzionalità del sistema sanitario. SIRM – ha concluso Orlacchio – sta producendo uno sforzo epocale su questo fronte mettendo a disposizione le proprie competenze e articolazioni organizzative più periferiche per giungere ad un traguardo condiviso con le Istituzioni e i Partner industriali.

“La disponibilità di dati completi sulle grandi apparecchiature diagnostiche – ha dichiarato Giovanni Guizzetti di AIIC, Associazione italiana degli ingegneri clinici – ci permetterà, alla fine del 2024, di valutare l’impatto della Mission 6 c. 2 del PNRR, che prevede la sostituzione di 2.200 grandi apparecchiature (più 900 ecografi). Rimangono aperte due questioni fondamentali: l’obsolescenza di un’apparecchiatura comporta automaticamente la necessità di una sua sostituzione? E quando un’apparecchiatura può essere definita obsoleta? È evidente, infatti, che un piano di sostituzione basato solo sull’età anagrafica dell’apparecchiatura, senza prevedere quale uso se ne faccia, in termini di quali e quante prestazioni, sia a forte rischio di inappropriatezza. L’obiettivo che ci dobbiamo porre, quindi, è di arrivare ad una condivisione, tra aziende produttrici/distributrici, utilizzatori ed esperti di tecnologia, di criteri che individuino quale complessità tecnologica sia davvero necessaria per produrre una determinata prestazione e quante prestazioni rendano appropriata la disponibilità di una grande apparecchiatura”.

Testamento biologico, solo lo 0,4% degli italiani lo conosce

A 5 anni dalla entrata in vigore della legge 219 del 2017 sul Testamento Biologico, come scoperto da una indagine interna condotta dall’Associazione Luca Coscioni solo lo 0,4% degli italiani (185.500) è a conoscenza dello strumento e ha depositato le proprie DAT. Un vuoto determinato innanzitutto dal fatto che tale diritto civile fondamentale non è mai stato reso noto alla popolazione attraverso una adeguata campagna informativa istituzionale ma anche dalla mancata disponibilità di materiale esplicativo presso medici di base, cliniche e ospedali.

Così l’Associazione Luca Coscioni, fortemente attiva nel percorso che portò alla legge, in tema di fine vita si è nuovamente sostituita allo stato lanciando una campagna attraverso i propri strumenti di comunicazione, azione divulgativa suddivisa in due azioni principali:  la creazione e diffusione del video “Maramiao perché sei morto – Il biotestamento spiegato agli adulti” narrato da Giobbe Covatta e a supporto la consulenza gratuita offerta dal dottor Mario Riccio attraverso la linea telefonica del Numero Bianco sul fine vita 06 9931 3409, un servizio coordinato da Valeria Imbrogno, compagna di Dj Fabo, che ogni giorno risponde grazie a un team di volontari a decine di domande su DAT, cure palliative, suicidio assistito.

Riccio – noto all’opinione pubblica per esser stato il medico che staccò la spina a Piergiorgio Welby e curò la parte tecnica del primo suicidio assistito in Italia, quello di Federico Carboni – per una settimana in via straordinaria ha risposto alle domande, che hanno evidenziato la scarsa informazione degli italiani sul tema. 

“Il contatto diretto con gli utenti – commenta il medico al termine dell’esperienza – ha mostrato molto interesse sugli aspetti pratici-clinici applicativo delle DAT, informazioni ritenute non disponibili o facilmente reperibili. In particolare gli utenti temono il rischio di trovarsi non più in grado di governare su se stessi, in una condizione magari ancora capaci di intendere e volere ma non più capaci di riuscire ad esprimersi o di totale incapacità. 

In tale condizione la prima preoccupazione emersa è quella di non poter essere sedati e quindi di trovarsi in una condizione di dolore terminale non gestito o mal gestito. Altro motivo di interesse è stata la possibilità dell’interruzione delle terapie con domande specifiche su alimentazione artificiale, ventilazione ed altre terapie ma anche per il ruolo del fiduciario; come indicarlo, i suoi limiti. Infine alcuni hanno domandato se fosse possibile inserire richieste di morte medicalmente assistita in una DAT, ma gli è stato chiarito che questo non è possibile”.

Highlights: cosa chiedono gli italiani sulle DAT

Come garantire l’esecutività delle proprie volontà_ La legge sulle DAT garantisce che i sanitari applichino quanto disposto dal paziente, anche tramite in confronto diretto con il fiduciario che il paziente ha indicato.

Rianimazione cardio polmonare è l’insieme delle manovre invasive messe in atto nel tentativo di far ripartire la funzione cardiaca e polmonare, tra queste ci sono il massaggio cardiaco, l’intubazione orotracheale, l’utilizzo di farmaci cardioattivi.

Chi è il fiduciario, nomina e ruolo_ Il fiduciario è la persona che il soggetto indica quale suo rappresentante al fine che le sue volontà siano messe in pratica anche qualora dovesse non essere più in grado di esprimersi.

Sedazione palliativa continua profonda_ La sedazione palliativa continua profonda è una pratica – vera novità contenuta nella legge delle DAT – che garantisce al paziente che si trova in condizioni terminali e completamente sedato di abolire completamente il dolore. Tale condizione si raggiunge a mezzo di infusione di farmaci sedativi, solitamente si accompagna alla sospensione di ogni terapia accessoria.

PEG_ Acronimo (gastrostomia endoscopica percutanea) che indica la manovra chirurgica con la quale si pone un sondino, per alimentare il paziente, direttamente nello stomaco attraverso la parete addominale. Serve a mantenere permanente tale via di accesso ed evitare le complicanze del sondino per via nasofaringea.

Tracheotomia_ sostanzialmente l’analogo della PEG, ma riferito alle vie aeree. Permette – tramite l’inserimento chirurgico di una cannula direttamente nella trachea – di portare l’ossigeno ai polmoni, sia attraverso l’atto respiratorio spontaneo che con un collegamento ad un ventilatore meccanico. Sia la PEG che la tracheotomia si rendono necessari nelle fasi avanzate di molte condizioni cliniche, tra cui le malattie neurodegenerative come la sclerosi laterale amiotrofica o la sclerosi multipla.

Indagine Anaao su medici e dirigenti sanitari: 1 su 3 è disposto a cambiare lavoro

Più della metà (56,1%) tra medici e dirigenti sanitari è insoddisfatta delle condizioni del proprio lavoro e 1 su 4 (26,1%) anche della qualità della propria vita di relazione o familiare. Un sintomo inequivocabile di quanto il lavoro ospedaliero sia divenuto causa di sofferenza e di alienazione. Una insoddisfazione che cresce con l’aumentare della anzianità di servizio e delle responsabilità, tanto che i giovani medici in formazione (24,6%) si dichiarano meno insoddisfatti dei colleghi di età più avanzata (36,5%), tra i quali si raggiunge l’apice nella fascia di età tra i 45 e i 55 anni, un periodo della vita lavorativa in cui si aspetta quel riconoscimento professionale che il nostro sistema, però, non riesce a garantire.

Questi i principali risultati della survey condotta dall’Anaao Assomed cui hanno risposto 2130 tra medici e dirigenti sanitari.

Possono sembrare risultati scontati, ma oggi più che mai è importante controllare e misurare la temperatura dell’insoddisfazione che serpeggia nelle corsie ospedaliere fra i colleghi riguardo alle condizioni del loro lavoro, anche perchè dal CCNL ai nastri di partenza attendiamo risposte alle necessità e alle aspirazioni dei medici e dirigenti sanitari del nostro Paese. Comprendere i motivi di un disagio diffuso, e prospettare possibili soluzioni, può contribuire a rallentare l’esodo dei medici ospedalieri verso il settore convenzionato o privato o verso l’estero, nonchè a evitare forme di ‘uberizzazione’ dell’attività medica che contribuisce a generare contratti a cottimo tanto ricchi quanto poco chiari sulle norme e sulla sicurezza. 

Per quanto riguarda i cambiamenti desiderati nel lavoro, il podio è occupato da incrementi delle retribuzioni con il 63,9 % delle risposte, e da una maggiore disponibilità di tempo con il 55,2%, con una prevalenza del fattore tempo per le donne (39,5%) sugli uomini (47,56%) che invece mirano, in maggiore misura, a retribuzioni più adeguate. Si evidenzia anche come per gli over 65 (15,8%) sia prioritaria una maggiore sicurezza rispetto ai colleghi più giovani (6,3%). Al contrario, l’esigenza dei giovani di una maggior disponibilità di tempo per la famiglia e il tempo libero è più alta (37,9 %) rispetto ai colleghi con maggior anzianità di servizio (27,6%). In generale aumento delle retribuzioni e del tempo libero hanno un peso maggiore nelle aspettative rispetto alla progressione di carriera.

La domanda finale sul futuro del proprio lavoro registra risposte che rappresentano il segnale più inquietante della crisi della più antica professione di cura.

Il 36%, ovvero quasi 1 su 3, specie nelle classi di età tra i 45 e i 55 anni, appare disposta a cambiare il lavoro attuale. Il 20% degli intervistati si dichiara ancora indeciso, segno del fatto che almeno una volta si è interrogato sul futuro della professione e sul suo ruolo all’interno del sistema. Forte è il rischio che, procedendo la sanità pubblica per la impervia strada del definanziamento e della privatizzazione, vadano ad accrescere le fila delle migliaia di desaparecidos che già oggi abbandonano la professione in cerca di altri lidi o, perché no, di altri lavori.

Domanda: “vorresti cambiare lavoro?” in base a classe d’età

Se guardiamo alla collocazione geografica, non sorprende che la crisi della professione sia più sentita al sud rispetto al nord: si va dal 53,6% del nord, passando al 56,3% del Centro per finire al Sud e Isole con ben il 64,2% di insoddisfatti. Ma il dato appare talmente diffuso da configurare quasi una patologia endemica con la quale convivere e per la quale non esiste vaccino o terapia.

Invece la terapia esiste, e non è solo di carattere economico, anche se pesa il fatto che l’Italia spenda solo il 6.1% del Pil per la sanità, la cifra più bassa tra i paesi del G7, ben al di sotto della media europea di 11.3% con il costo della sanità privata pari al 2.3%, poco sopra la media europea. Per recuperare il gap accumulato con le altre nazioni occorrerebbe un incremento annuo del FSN di 10 miliardi di euro. Ma pesano anche questioni di organizzazione e di scelte politiche, se il sistema di cure universalistico non appare in grado, per come oggi è, di reggere l’onda d’urto di nuove patologie infettive o della epidemia delle patologie croniche che accompagnano il sensibile aumento della aspettativa di vita.

Occorre immaginare – propone l’Anaao Assomed – un nuovo modello che tenga nella dovuta attenzione la presa in carico del paziente, sia cronico che in acuzie, aumentando posti letto e personale, e implementando quella medicina di prossimità che appare oggi sempre più teorica, liberando i professionisti dalla medicina di carta che sottrae tempo alla cura.

Ma, soffrire, e morire, sul lavoro non è un destino, tantomeno stare male può essere accettato come fatto “normale”. Per uscire dalla attuale crisi professionale, il lavoro deve essere vissuto come fattore di cambiamento, mezzo per recuperare la autonomia nel leggere le necessità del paziente, evitando la riduzione a macchina ubbidiente. Al quale riconoscere un diverso valore, sociale e salariale, diverse collocazioni giuridiche e diversi modelli organizzativi che riportino i medici e i dirigenti sanitari, e non chi governa il sistema campando sul lavoro altrui, a decidere sulle necessità del malato.

Serve una profonda riprogrammazione strategica delle politiche sanitarie, un cambio di paradigma che realizzi un netto investimento sul lavoro professionale, che nella sanità pubblica rappresenta il capitale più prezioso. Altrimenti anche il Pnrr rappresenterà la ennesima occasione perduta.

Intelligenza artificiale in Gastroenterologia: progressi e risparmi nella tecnica diagnostica

L’applicazione dell’intelligenza artificiale anche in gastroenterologia è senza dubbio tra gli strumenti più interessanti degli ultimi anni. Si tratta di software che, grazie al continuo apprendimento, sono in grado di rendere l’esame endoscopico sia del tratto digestivo inferiore (colonscopia) che di quello superiore (esofagogastroduodenoscopia) sempre più accurato, segnalando al gastroenterologo la presenza di tumori o lesioni vascolari che, per differenti motivi, possono altrimenti non essere sempre visualizzati anche da operatori esperti.

“La maggiore precisione delle indagini portata dalla intelligenza artificiale – spiega Marco Soncini, Presidente AIGO e direttore dipartimento scienze mediche ASST Lecco – permette al medico una diagnosi più accurata e anche di caratterizzare le lesioni, consentendogli così di identificare subito quelle meritevoli di analisi dopo la loro asportazione. In studi preliminari di videoendoscopia capsulare, – prosegue – l’intelligenza artificiale consente, per esempio, una lettura non solo accurata ma anche più rapida dei filmati che studiano il piccolo intestino, ricercando in questo lungo tratto di circa 6,5 metri la presenza di tumori, ulcere, lesioni vascolari che possono essere responsabili di un sanguinamento altrimenti non documentabile con la gastroscopia e colonscopia. Per il paziente che si sottopone all’esame diagnostico non vi è alcuna differenza rispetto a una classica colonscopia. Cambia invece molto per il medico, che riceve anche alert, sia visivi che sonori, sulla presenza di lesioni difficilmente diagnosticabili, senza una strumentazione specifica”.

Il tema è di estrema importanza poiché rilevare nel corso di una colonscopia un numero superiore di lesioni, consente di ridurre il rischio di un cancro del colon. Recenti studi effettuati nel 2020 (su 4354 pazienti) hanno dimostrato un incremento dei rilevamenti di polipi e lesioni tra il 44 e il 70%, confermando pertanto l’importanza dell’incorporazione dell’intelligenza artificiale nella diagnostica.

intelligenza artificiale gastroenterologia

“Gli esami – ribadisce però il Presidente AIGO – dovranno essere eseguiti sempre con estrema attenzione e con il miglior grado possibile di pulizia intestinale e condotti con endoscopi aggiornati di alta definizione come quando si esegue una colonscopia nel corso di uno screening del colon, ma saranno sempre più focalizzati e precisi nei responsi. Pur non potendo comunque, nè oggi nè in futuro, sostituirsi al medico e ad una buona preparazione del tubo digerente esaminato, certamente nel prossimo futuro l’intelligenza artificiale potrà costituire uno strumento costantemente presente in tutte le piattaforme endoscopiche delle gastroenterologie italiane per agevolare e affinare il lavoro del clinico”.

Resta aperto il problema poi della sostenibilità dei costi di queste pratiche e, soprattutto, di una sempre più accurata e costante formazione degli operatori. “L’innovazione tecnologica riveste sicuramente un grande interesse per i Gastroenterologi italiani, – conclude quindi il Presidente dell’AIGO – tuttavia per rendere più efficaci e sostenibili le cure delle malattie dell’apparato digerente occorre proseguire con progetti formativi che coinvolgano sia gli specialisti che i medici delle cure primarie. Questo per migliorare una appropriatezza che in endoscopia digestiva non appare così evidente in almeno un quarto dei 2,5 milioni di gastroscopie e colonscopie effettuate ogni anno in Italia”.

Al momento le nuove tecnologie sono utilizzate in maniera sperimentale in alcune strutture ospedaliere italiane: AIGO auspica una diffusione sempre più importante in tutta la penisola, per migliorare l’appropriatezza delle cure e agevolare il benessere del paziente.

Autonomia differenziata: facoltativa e reversibile, ma rischia di aumentare il divario interregionale

Saranno le Regioni a poterla chiedere allo Stato su base volontaria e su tutte o solo alcune delle “materie di competenza concorrente”, sanità inclusa. Ottenerla significherà essere responsabili di gestire il finanziamento diretto per far funzionare meglio le cose. Sotto il controllo della Cabina di regia interministeriale. È l’opzione, non obbligata, a cui potranno ricorrere le Regioni. Ecco come spiega in modo semplice l’autonomia differenziata, tra opportunità e rischi, l’Avvocato Vincenzo Salvatore (Of Counsel e Leader del Focus Team Healthcare & Life Sciences di BonelliErede).

Avvocato Salvatore, l’autonomia differenziata è uno dei temi caldi che tiene banco in questi giorni nelle stanze della politica e nei talk show. Ci aiuta a capire di che si tratta esattamente?

Si tratta dell’attuazione di una norma della nostra Costituzione, che definisce tra l’altro le competenze dello Stato e quelle delle Regioni. L’articolo 116 indica che per le Regioni a statuto ordinario (restano quindi escluse quelle a statuto speciale Valle d’Aosta, Trentino-Alto Adige/Südtirol, Friuli Venezia Giulia, Sicilia e Sardegna, ndg) possono essere definite ulteriori forme di autonomia, chiarendo anche quali sono le modalità.

Significa che nelle materie di ‘competenza concorrente’ – trasporti, scuola, sanità – possono essere consentite alle Regioni che ne fanno richiesta forme di autonomia maggiore. Ciò si traduce nella possibilità di disporre direttamente delle risorse finanziarie ed economiche per gestire queste modalità di autonomia.

Attualmente le Regioni su queste materie ricevono risorse trasferite dallo Stato. Nel momento in cui alle Regioni viene riconosciuta la maggiore autonomia, esse gestiscono autonomamente le risorse.

Non è possibile attuare interventi discriminatori che penalizzino determinate categorie di cittadini

In sostanza si tratta dell’attuazione del Titolo V?

Sì. È il compimento di una norma che era rimasta inattuata. Il Titolo V indica quali sono le materie di competenza dello Stato e quelle di competenza concorrente sulle quali si può dare alle Regioni una maggiore autonomia. Un’autonomia di carattere organizzativo, che non deve attendere l’intervento dello Stato.

I fondi che vengono assegnati alle Regioni per la gestione autonoma delle materie concorrenti devono essere spesi in un certo modo? Ci sono forme di controllo?

Autonomia significa riconoscere la possibilità di diversificare l’organizzazione di servizi come i trasporti e la sanità. Il bilancio dello Stato avrà meno risorse perché le risorse restano alle Regioni che hanno richiesto e poi ottenuto la maggiore autonomia. Naturalmente bisogna assicurare che vengano garantiti i livelli essenziali di erogazione delle prestazioni (Lep), nel rispetto del vincolo istituzionale di solidarietà economica e sociale e di perequazione sociale.

Non è quindi possibile attuare interventi discriminatori che penalizzino determinate categorie di cittadini. La verifica dei Lep spetta alla Cabina di Regia istituita dall’ultima Legge di Bilancio, composta dai ministri dell’Economia, degli Affari Regionali, degli Affari Europei, delle Riforme e di quelli che per competenza riguardano le singole materie di competenza concorrente per le quali ciascuna Regione ha fatto richiesta.

Lei citava pocanzi i Lep (Livelli essenziali di prestazione). C’è differenza rispetto ai Lea (Livelli essenziali di assistenza) o la sanità ha fatto da apripista sin dalla loro istituzione nel 2001?

La sanità era già avanti. I Lea sono stati introdotti molto prima del Ddl sull’autonomia differenziata. I Lea rappresentano il modello per i Lep.

Anche se le Regioni hanno la volontà di organizzare autonomamente le modalità di erogazione dei servizi sanitari, ci sono alcuni principi essenziali che vanno garantiti a tutti. In sanità oggi si potrebbe parlare di Leps (Livelli essenziali di prestazioni sanitarie). Si tratta nientemeno che dei fabbisogni standard minimi che vanno garantiti nell’erogazione dei servizi. Anche sanitari.

L’autonomia delle Regioni nell’organizzazione dei servizi in base ai Lep non potrà giustificare un incremento di spesa

L’articolo 8 di questo Disegno di legge indica che l’autonomia differenziata non dovrà determinare alcun nuovo onere per la finanza pubblica. Che cosa significa esattamente?

Oggi il gettito tributario è legato all’espletamento di queste mansioni. Il gettito è dello Stato, che poi lo trasferisce alle Regioni. In futuro, con l’autonomia differenziata, il gettito resterà nelle casse delle Regioni. Ma l’autonomia delle Regioni nell’organizzazione dei servizi nel rispetto dei Lep non potrà giustificare un incremento di spesa

Abbiamo capito che aderire all’autonomia differenziata sarà quindi una scelta delle singole Regioni (a statuto ordinario) e per tutte o solo alcune delle materie di competenza concorrente.  In relazione alle funzioni in ambito sanitario, a suo avviso ci saranno Regioni che aderiranno e altre che non lo faranno? E con quali motivazioni?

A oggi le Regioni che hanno fatto richiesta di autonomia differenziata sono poche. In particolare quelle che hanno una maggiore capacità organizzativa: Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto. La Campania ci sta riflettendo.

Desidero precisare anche un altro aspetto importante: ottenere l’autonomia differenziata non è un processo irreversibile. È uno status che dura 10 anni. E si può tornare indietro nel caso ci si accorga che non si è raggiunta l’efficienza sperata nell’erogazione dei servizi. Difficilmente le Regioni che la otterranno sceglieranno di fare retromarcia. Ma lo Stato potrebbe contestare la maggiore autonomia alla luce del non raggiungimento dei Lep.

In altri termini, è presumibile che saranno poche le Regioni a chiedere l’autonomia differenziata perché sono poche quelle che storicamente possono contare su sistemi sanitari “virtuosi” e che ritengono di poter fare ancora meglio, organizzandosi autonomamente?

Esatto. Probabilmente non cambierà moltissimo in queste Regioni. Perché di fatto il servizio sanitario è già gestito a livello regionale.

Tuttavia, esperti di politica sanitaria e sindacati proprio in questi giorni lamentano il fatto che la potenziale adesione regionale all’autonomia differenziata accentuerà la distanza tra Regioni tradizionalmente più organizzate e quelle in cui la sanità continua a rappresentare una grande criticità politica e sociale. Secondo lei sarà così?

Astenendomi da valutazioni politiche, resta vero il fatto che l’autonomia differenziata crea un sistema diversificato. C’è il rischio reale che attraverso l’autonomia differenziata i cittadini che vivono in determinate Regioni siano avvantaggiati rispetto ad altri.

Conseguentemente, le Regioni più organizzate saranno sempre più attrattive per i cittadini che non vedono soddisfatti i propri bisogni di cure nella Regione di appartenenza, favorendo il fenomeno della mobilità sanitaria?

Sì. Le divergenze interregionali rischiano di aumentare, rafforzando le Regioni più ricche e capaci di organizzare i servizi in maniera moderna rispetto ad altre Regioni che rischiano di rimanere indietro e di accumulare ulteriori ritardi e inefficienze.

Lo status di autonomia differenziata dura 10 anni e può essere ridiscussa, dalla Regione che l’ha ottenuta o dallo Stato

Quali sono i prossimi passi e le relative tempistiche perché il Ddl diventi legge dello Stato?

Il Ddl è la conclusione di una procedura complessa. L’autonomia differenziata deve essere prima deliberata dalla Regione interessata. La deliberazione deve essere trasmessa al presidente del Consiglio e al ministro per gli Affari Regionali e poi valutata da tutti i ministri competenti compreso quello delle Finanze. Successivamente inizia il negoziato con la Regione, al termine del quale ci deve essere l’Ok del Consiglio dei ministri e la sua trasmissione alla Conferenza Stato-Regioni che deve emettere il suo parere. Se è favorevole il Ddl passa alle Camere. L’approvazione deve avvenire da entrambi i rami del Parlamento a maggioranza assoluta dei componenti: almeno 201 deputati alla Camera e almeno 101 senatori a Palazzo Madama.

I tempi per percorrere tutto questo iter dipendono dalla calendarizzazione parlamentare. Le maggioranze di Camera e Senato paiono abbastanza solide. Potrebbe arrivare a compimento in poco tempo, nell’ordine di poche settimane o pochi mesi. Il lavoro più impegnativo è quello che ha portato al Ddl di cui stiamo parlando.

Altra novità relativa all’iter approvativo riguarda il fatto che lo schema di intesa debba essere trasmesso immediatamente alla Conferenza unificata, e non dopo la sottoscrizione.

A quel punto lo schema di intesa preliminare viene trasmesso alle Camere per l’esame da parte dei competenti organi parlamentari, entro sessanta giorni dalla data di trasmissione dello schema di intesa preliminare, udito il Presidente della Giunta regionale. Viene quindi raddoppiata la tempistica rispetto ai 30 giorni previsti dalla precedente bozza. Lo schema di intesa definitivo dovrà quindi essere approvato dalla Regione; a quel punto, entro trenta giorni, sarà deliberato dal Consiglio dei ministri.

Vaccinazione antinfluenzale, in Italia manca una visione d’insieme

0

In Italia le persone a cui è fortemente raccomandata la vaccinazione antinfluenzale sono oltre 24 milioni. Il nostro Paese per la stagione 2022-2023 ha acquistato circa 16 milioni di dosi.

Sono questi i risultati di uno studio condotto da Sda Bocconi e curato da Francesca Lecci (Associate Professor of Practice e Direttore Emmas -Executive Master in Management delle Aziende Sanitarie e Socio-Assistenziali), Niccolò Cusumano (Associate Professor of Practice e Osservatorio Masan) e Laura Giudice (Junior Lecturer).

Il lavoro è partito dall’osservazione che, ad eccezione della campagna 2020-21, i tassi di copertura vaccinale non sono cresciuti come sarebbe raccomandato.

“Ci siamo concentrati sull’aspetto dell’organizzazione delle campagne vaccinali dall’acquisto fino alla somministrazione, provando a cercare dei dati che aiutassero a spiegare la crescita molto limitata dei tassi di copertura vaccinali”, afferma Francesca Lecci, che ha coordinato lo studio.

Due i presupposti di partenza:

  • non vaccinarsi costa, non solo in giorni di lavori persi, ma anche di vite umane, ricoveri e in generale effetti a medio e lungo termine che l’influenza genera soprattutto nei pazienti cronici;
  • cosa succede in altri Paesi, dove si definisce meglio il target di popolazione che ha bisogno del vaccino.

E, di conseguenza, due le domande a cui il lavoro ha cercato di rispondere:

  1. l’Italia compra un numero di vaccini sufficienti a raggiungere i tassi raccomandati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dal Ministero della Salute?
  2. al di là dei volumi, il mix di vaccini è coerente con il tipo di fabbisogno?

Frammentazione della somministrazione

L’Organizzazione mondiale della Sanità stabilisce come obiettivo minimo di copertura il 75% della popolazione target

L’Organizzazione mondiale della Sanità stabilisce come obiettivo minimo di copertura il 75% della popolazione target. Il traguardo ottimale sarebbe raggiungere il 95%. In Italia la vaccinazione antinfluenzale è fortemente raccomandata agli over60, ai malati cronici, alle donne incinte, ai bambini con meno di sei anni d’età e ad alcune categorie professionali (sanitari, vigili del fuoco, polizia), oltre che ai donatori di sangue. Il vaccino è comunque a disposizione di chiunque desideri proteggersi contro l’influenza, che ogni anno è responsabile in Europa di un numero di decessi che oscilla tra i 15.000 e i 70.000.

In Italia dal 2000 esiste InfluNet, un sistema di sorveglianza epidemiologica e virologica dell’influenza a cura dell’Istituto superiore di sanità con il sostegno del Ministero della Salute. La Rete si avvale del contributo dei medici di medicina generale e pediatri di libera scelta, dei referenti presso le Asl e le Regioni e della rete dei Laboratori di riferimento regionale per l’influenza. Sul portale è possibile accedere ai report periodici che monitorano l’andamento dei contagi per la stagione in corso.

Le informazioni sui vaccini acquistati e sulle modalità di somministrazione, invece, sono meno trasparenti.

Negli anni abbiamo moltiplicato i canali di somministrazione – osserva Lecci – Oggi possiamo vaccinarci nelle farmacie, nei vecchi hub vaccinali anti-Covid, nei centri vaccinali delle Asl, dai medici di medicina generale, nelle Rsa… Però non abbiamo a disposizione i dati sul canale preferito dalla popolazione target. Sarebbero informazioni preziosissime per capire per esempio se gli anziani cercano la prossimità, si fidano del medico di famiglia anche se meno vicino rispetto alla farmacia, oppure se hanno bisogno del centro vaccinale dove possono per esempio ricevere anche l’antipneumococcico”.

Dal 2013 a oggi il tasso vaccinale medio della popolazione generale in Italia è stato tra il 15% e il 20%

Il dato certo riguarda l’andamento delle coperture negli anni scorsi: dal 2013 ad oggi, il tasso vaccinale medio della popolazione generale in Italia è stato tra il 15% e il 20% circa della popolazione. È stato registrato un miglioramento nelle ultime nove stagioni per quanto riguarda i soggetti anziani, con tassi di copertura che vanno dal 50% al 60% della coorte over-65 (con l’eccezione della stagione 2020-21, che ha raggiunto un picco del 69%)

Anche a livello regionale, sono poche le aree che si sono avvicinate al 30% di copertura della popolazione generale, risultato raggiunto solo nel corso della stagione 2020-2021 per poi registrare – in tutte le Regioni – performance meno brillanti nella stagione 2021-2022.

Mancano i dati in tempo reale

Ogni anno, nel mese di febbraio, l’Oms stima quali saranno i ceppi che circoleranno di più durante la stagione influenzale successiva nell’emisfero Nord. Il Ministero della Salute fa proprie queste informazioni e produce a sua volta un documento con le raccomandazioni per quanto riguarda il nostro Paese.

Per le ultime 13 stagioni è stato necessario attendere in media 149 giorni (quasi 5 mesi) per la pubblicazione della Circolare contenente le raccomandazioni del Ministero della Salute – riassume Lecci – La stagione 2021-2022 costituisce un caso eccezionale, in quanto si è atteso solo poco più di un mese (41 giorni); per la stagione attualmente in corso, l’attesa è stata di 131 giorni (4 mesi circa)”.

Prima del Covid le Regioni indicevano le gare per l’acquisto dei vaccini antinfluenzali a maggio o giugno, basandosi sullo storico degli anni precedenti. Stessa cosa faceva l’industria, che non aveva più il tempo necessario per produrre quantitativi diversi da quelli che aveva in casa e che si basavano a loro volta sulle richieste pervenute in passato.

“La pandemia ha fatto sì che le Regioni accelerassero questa fase: ora le gare vengono indette nel mese di marzo. Il problema? Mancano le indicazioni del Ministero della Salute”.

Eppure due anni fa le raccomandazioni sono uscite dopo 41 giorni: “Gli anni del Covid sono stati eccezionali: oltre a somministrare sia l’antifluenzale che il vaccino contro SarS-CoV2, il Ministero aveva predisposto una piattaforma aggiornata in tempo reale per fascia d’età in grado di tracciare che tipologia di vaccino era stato somministrato e a quale paziente. Questo livello di dettaglio sull’influenza non ce l’abbiamo”.

La vaccinazione viene segnata sul fascicolo sanitario del paziente, ma mancano la visione d’insieme e la lettura tempestiva del dato

La vaccinazione viene infatti segnata sul fascicolo sanitario del paziente, ma mancano la visione d’insieme e la lettura tempestiva del dato: “Tra un mese le Regioni indiranno le gare per gli acquisti senza sapere come è andata la stagione 2022-23 – afferma Lecci – Questo dato sarà disponibile solo a luglio, quando ormai sarà tardi”.

Gli esperti di Sda Bocconi hanno rilevato un deficit di regia: “Non significa che in Italia vacciniamo male, ma ci limitiamo a migliorare di poco quanto fatto l’anno precedente – osserva Lecci – Anche per questo i numeri non crescono come vorremmo”.

Ragionare in modo proattivo

Tra i problemi individuati, la carenza di campagne di comunicazione nei confronti dei cittadini: “Nel linguaggio manageriale parliamo di logica ‘push’ per descrivere quanto succede oggi nel nostro Paese: la richiesta arriva dal basso, da parte delle persone che si sono sempre vaccinate e continuano a farlo. Tuttavia, la letteratura scientifica concorda nell’affermare che la prevenzione è un’attività che va organizzata con una logica ‘pull’: bisogna convincere i cittadini che non si sono vaccinati, gli anziani, i fragili… fornendo loro un’offerta completa. Questo passaggio in Italia non c’è ancora stato”.

Lo studio di Sda Bocconi evidenzia una certa farraginosità nella gestione della somministrazione: “Manca la ricerca attiva del cittadino che si deve vaccinare e non c’è coordinamento per quanto riguarda le modalità di somministrazione”.

Il vaccino antinfluenzale è percepito come qualcosa che interessa solo la popolazione anziana

Una campagna informativa potrebbe anche far superare una volta per tutte lo stigma di cui gode l’influenza e di conseguenza il vaccino: la malattia è sottovalutata, spesso considerata poco più di un raffreddore. Il vaccino, per contro, è percepito come qualcosa che interessa solo la popolazione molto anziana.

“Con il Covid abbiamo imparato che la protezione non è solo per noi stessi, ma anche per chi ci vive attorno: se nella nostra famiglia abbiamo una persona fragile, è tutto il nucleo a doversi vaccinare per proteggerla. Eppure, questa misura di puro buonsenso non viene applicata nel caso dell’influenza”, osserva Lecci.

L’altro aspetto riguarda la personalizzazione del vaccino: “In Germania, per esempio, a tutti gli over65 viene somministrata una versione potenziata dei vaccini. È stato dimostrato che, nelle persone anziane e nei fragili, questa composizione è più efficace rispetto alla dose standard”.

In Italia ci sono circa 14 milioni di persone che rientrano nella categoria di fragili, ma il nostro Paese ha acquistato solo 6 milioni di vaccini potenziati. “Non significa che restino scoperte 8 milioni di persone, ma che saranno trattate con il vaccino standard”.

La visione sul lungo periodo

Una migliore programmazione permetterebbe di essere più aderenti al fabbisogno e di intercettare un maggior numero di cittadini

Una migliore programmazione permetterebbe di essere più aderenti al fabbisogno e di intercettare un maggior numero di cittadini. In assenza di indicazioni particolari, invece, come detto le Regioni per i loro acquisti si rifanno allo storico e alla propria esperienza.

“I vaccini potenziati costano di più. Abituate a ragionare a silos e con il budget di risorse disponibili per la vaccinazione sempre più o meno uguale, le Regioni sono in grado di spostare in modo significativo l’ammontare – riflette Lecci – Abbiamo calcolato che se acquistassimo più vaccini di questo tipo, mirati per tipologia di popolazione e per fasce d’età, dando per esempio quelli più costosi ai superfragili, questo farebbe crescere il budget destinato alla vaccinazione antinfluenzale da 180 milioni a 260 circa. Abbiamo stimato che le sole ospedalizzazioni per influenza costino circa 100 milioni l’anno. Senza contare l’impatto della malattia sul territorio o le complicanze, cioè le persone che non sono ospedalizzate in fase influenzale, ma per problemi cardiologici o respiratori legati alla malattia. Sarebbe importante smettere di ragionare nel breve periodo e avere una visione d’insieme proiettata sul futuro”, conclude l’esperta.