Gli Ordini dei Fisioterapisti su tutto il territorio nazionale sono giunti alle loro prime elezioni. E’ il primo voto che coinvolge questa professione, la più importante nell’ambito della riabilitazione, dalla pubblicazione del Decreto 8 settembre 2022, n. 183, che ha istituito gli Ordini della professione sanitaria di fisioterapista.
Fedeli alle norme contenute nel Decreto, gli Ordini territoriali-OFI – che ad oggi sono 38 ed hanno copertura regionale (Liguria, Friuli Venezia Giulia, Marche, Umbria, Lazio, Abruzzo, Molise, Basilicata), interregionale (Piemonte e Valle d’Aosta), interprovinciale (in numero di diciannove) e provinciale (in numero di dieci) – hanno convocato per i prossimi giorni le Assemblee elettorali per l’elezione dei Consigli direttivi e dei Collegi dei revisori. Praticamente tutti gli OFI hanno concentrato nei giorni 4-18 marzo la convocazione delle Assemblee elettorali, rendendo disponibili i seggi per il voto in sedi ed ambiti facilmente raggiungibili da tutti i territori, spesso attrezzando ambienti specifici all’interno di strutture sanitarie ed ospedali.
“Ci troviamo di fronte ad un passaggio storico per la nostra professione”, sottolinea Piero Ferrante, presidente FNOFI, “Per la prima volta i quasi 70mila fisioterapisti italiani sono chiamati a votare per la propria rappresentanza ordinistica, avendo così la possibilità di contribuire in prima persona ad erigere la nostra ‘casa comune’. In questa occasione mi permetto di ringraziare le Commissioni straordinarie degli OFI, per l’immenso lavoro realizzato per assicurare lo svolgimento di questa tornata elettorale. Rivolgo inoltre a tutti gli iscritti agli Ordini dei fisioterapisti un fortissimo invito a partecipare, votando le liste e i candidati che vengono ritenuti più rappresentativi per il futuro della nostra professione. Abbiamo bisogno del contributo di tutti: ognuno si senta protagonista!”
Il voto degli OFI è normato sul territorio nazionale da un Regolamento unico che ha definito ed esplicitato sia le modalità di creazione delle liste che si presentano alle elezioni, che le forme di comunicazione dei contenuti principali di ogni lista. Il voto (i cui risultati saranno approssimativamente comunicati a fine marzo) porterà alla definizione dei direttivi OFI per i prossimi quattro anni. Nelle settimane successive i nuovi eletti OFI esprimeranno – a seguito di convocazioni specifiche – la nuova governance della FNOFI, la Federazione nazionale degli Ordini della professione sanitaria di fisioterapista.
Si chiama LC-OCT (Line-field Confocal Optical Coherence Tomography) ed è uno strumento altamente innovativo per la diagnosi precoce dei tumori della pelle, di recente acquisito dalla UOC di Dermatologia del Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS, diretta dalla professoressa Ketty Peris, Ordinario di Dermatologia all’Università Cattolica, campus di Roma. L’esame si effettua in ambulatorio su soggetti di tutte le età e anche in gravidanza e può essere ripetuto nel tempo. Il manipolo dello strumento può essere appoggiato su tutte le aree del corpo (tranne cuoio capelluto, pianta del piede e palmo delle mani) e servono 15 minuti per analizzare ogni singola lesione (nevo o altra formazione). L’interpretazione della natura (benigna o maligna) della lesione sospetta è immediata e il paziente esce dall’ambulatorio con la diagnosi.
“Siamo tra i pochissimi In Italia – afferma la professoressa Ketty Peris – a disporre di questo apparecchio in Italia e al momento siamo gli unici nel Lazio. La LC-OCT consente di effettuare, in maniera del tutto indolore e non invasiva, una vera e propria biopsia virtuale. Ma questa metodica è ancora oggetto di ricerca e, come tale, non è ancora entrata appieno nella pratica clinica. Si tratta di una metodologia che si sta definendo, soprattutto per quanto riguarda i criteri utilizzati per la diagnosi e noi facciamo parte di un ristretto gruppo europeo, un network di collaborazione, che sta lavorando alla standardizzazione dei criteri diagnostici di una serie di tumori della pelle, attraverso questa metodica. Siamo insomma tra i pionieri della LC-OCT, come lo siamo stati anche della dermatoscopia”.
I vantaggi offerti da questa metodica di indagine, rispetto allo standard attuale (l’epiluminescenza), sono moltissimi. “La LC-OCT – spiega la professoressa Peris – consente di ‘vedere’ le lesioni più in profondità e di osservare tutti gli ‘strati’ della lesione (come se facessimo una TAC). In questo modo si ottiene dunque un’immagine ad elevata risoluzione che permette di portare l’esame fin quasi al livello delle singole cellule (‘biopsia virtuale’). Con l’epiluminescenza si studia la forma, il colore e le strutture della lesione; con la LC-OCT riusciamo a vediamo l’architettura (citomorfologia), la disposizione delle cellule al suo interno”.
La LC-OCT permette di studiare le lesioni cutanee dall’alto verso basso, in proiezione frontale e in 3D; ha in più il vantaggio (rispetto alla OCT semplice) di avere una risoluzione altissima e di poter estendere l’esame ad una profondità tale, impossibile con le metodiche precedenti.
“In futuro – prosegue la professoressa Peris – con questa metodica studieremo anche le malattie infiammatorie della cute (es. malattie bollose, come pemfigo e pemfigoide), mentre sul fronte delle lesioni tumorali la stiamo utilizzando per la diagnosi di melanoma, carcinoma basocellulare, squamocellulare e cheratosi attiniche. Sarà molto utile non solo per fare diagnosi, ma anche per monitorare l’effetto delle terapie. Stiamo inoltre valutando se, attraverso questo esame, sia possibile anche stabilire precisamente l’infitrazione e i margini delle lesioni tumorali prima dell’asportazione chirurgica. La ‘biopsia virtuale’ ottenuta con la LC-OCT, colloca insomma a pieno titolo questa metodica d’indagine nel capitolo sempre più ampio della medicina di precisione e personalizzata”.
La telemedicina è una delle più significative innovazioni in ambito sanitario degli ultimi anni: le sue potenzialità, diventate ancora più evidenti durante il periodo pandemico, sono straordinarie. Ma come può la telemedicina essere utile al mondo della raccolta di sangue? Il tema è stato approfondito in un corso promosso da AVIS Nazionale in collaborazione con la SIMTI – Società Italiana di Medicina Trasfusionale e Immunoematologia.
La telemedicina, sostengono gli esperti, può servire innanzitutto nella selezione dei donatori e nell’accertamento della loro idoneità. Ampio spazio nell’evento è stato dedicato, inoltre, al ruolo del personale infermieristico delle unità di raccolta proprio nell’applicazione della telemedicina.
“L’idea del corso è nata dal presupposto che nel periodo Covid la telemedicina ha cominciato a essere in qualche maniera usata anche da noi, in particolare con l’obiettivo di razionalizzare e velocizzare il percorso di idoneità del donatore”, spiega Gianpietro Briola, Presidente di AVIS Nazionale. “Questo può avvenire tenendo conto del fatto che mediamente, sulla base delle evidenze scientifiche, il donatore di sangue è una persona sana, che conosce bene sia la propria storia che i criteri di esclusione, perciò può ricevere l’idoneità a seguito di un colloquio con il medico anche a distanza. Si tratta di un’opportunità che ci consentirebbe di razionalizzare il percorso e, in una fase caratterizzata dal tema della carenza di risorse umane, di usare meno personale medico all’interno dei centri di raccolta; ovviamente questo non significa che la presenza di un medico sarà esclusa, ma che sarà di vigilanza e di servizio per i donatori che avessero qualche problema”.
In altri Paesi il percorso di donazione è gestito dagli infermieri più che dai medici
Alla telemedicina, il sodalizio affianca l’intenzione di avviare un progetto per la compilazione telematica del questionario anamnestico e di responsabilità che i donatori devono compilare ogni volta che si affacciano alla donazione, dichiarando di non aver assunto terapie o tenuto comportamenti a rischio: “La compilazione può utilmente avvenire online o su App soprattutto a favore dei donatori più giovani che sono abituati a usare l’informatica – dice Briola -. Il combinato disposto della telemedicina per i medici e della possibilità per i donatori di compilare il questionario a casa velocizzerebbe di molto i tempi delle operazioni e ridurrebbe anche la necessità di presenza di personale sanitario nelle strutture. A questo proposito, il corso è anche l’occasione per ragionare sul fatto che in altri Paesi europei come la Spagna e la Germania, ma anche l’Inghilterra, all’interno del percorso di donazione non sono presenti tanto i medici quanto gli infermieri: la seconda parte dell’evento è infatti dedicata proprio al confronto con gli infermieri, sia in un’ottica di possibile razionalizzazione del percorso che di rendere una maggiore dignità professionale alla figura dell’infermiere nei centri di raccolta”.
Pupella (CNS): “Telemedicina, elemento concreto di innovazione organizzativa”
Oggi la telemedicina per selezionare i donatori, domani le app al servizio sia dei donatori che dei pazienti. Facciamo il punto su presente e futuro del settore con Simonetta Pupella, Responsabile dell’Area Tecnico-Sanitaria del Centro Nazionale Sangue.
In che modo la telemedicina può essere d’aiuto alle unità di raccolta di sangue?
L’implementazione delle prestazioni e dei servizi di telemedicina nel percorso trasfusionale rappresenta un elemento concreto di innovazione organizzativa, consentendo di garantire continuità nelle attività produttive, nelle attività clinico-assistenziali trasfusionali, nonché nella promozione della donazione del sangue, che costituiscono Livelli Essenziali di Assistenza (LEA).
In particolare, nell’ambito della gestione dei donatori, della promozione, programmazione ed effettuazione delle raccolte di sangue ed emocomponenti (plasma e piastrine), la telemedicina si pone come importante risorsa a supporto delle attività delle unità di raccolta associative.
Numerosi sono gli strumenti proposti dalla telemedicina, quali la televisita, il teleconsulto medico, la teleconsulenza medico-sanitaria, la teleassistenza da parte di professionisti sanitari, la tele-refertazione e il triage telefonico.
La teleconsulenza tra medico e professionista sanitario (infermiere) e il triage telefonico/telematico, in particolare per ciò che riguarda la compilazione del questionario anamnestico e la definizione dell’idoneità alla donazione di sangue ed emocomponenti, costituiscono strumenti per migliorare l’efficienza nel processo di selezione del donatore di sangue attraverso l’ottimizzazione del tempo che l’operatore può dedicare a ciascun donatore, nonché la qualità delle informazioni anamnestiche presenti nel questionario di selezione.
Tali modalità rappresentano anche un modo per favorire la prenotazione della donazione, consentendo un miglioramento dell’efficienza di programmazione delle raccolte.
Si tratta di una modalità già in uso o all’inizio?
In relazione ai complessi bisogni della rete trasfusionale, la situazione di emergenza dovuta alla diffusione del SARS-CoV-2 ha evidenziato problematiche legate alla riduzione delle attività di raccolta, dovuta alle misure di restrizione della mobilità, che hanno limitato l’accesso dei donatori alle strutture trasfusionali. Inoltre sono state evidenziate delle criticità anche nell’ambito delle terapie ambulatoriali di medicina trasfusionale che coinvolgono pazienti fragili e con bisogno di monitoraggio ematologico e di terapia supportiva, trasfusionale e infusionale. Ciò ha comportato una particolare attenzione al potenziamento della gestione a distanza di donatori e pazienti mediante gli strumenti della telemedicina in diverse realtà, seppur con modalità di applicazione non sempre uniformi sul territorio nazionale.
Alla luce di tali evidenze, sono stati avviati diversi progetti relativi alla digitalizzazione del questionario anamnestico, alla gestione da remoto del processo di selezione del donatore volontario di sangue ed emocomponenti, ed alla gestione della terapia trasfusionale nel paziente affetto da condizioni ematologiche croniche, mediante modalità a distanza, che rappresentano un’opportunità per i futuri sviluppi del sistema trasfusionale.
Quali sono le principali criticità e prospettive del settore?
L’implementazione della telemedicina, a fronte delle potenzialità emerse, richiede un’importante impegno organizzativo
L’implementazione della telemedicina, a fronte delle potenzialità emerse, richiede un’importante impegno organizzativo, volto ad uniformare strumenti, risorse, tecnologie e modalità di impiego, in maniera da garantire la massima efficienza di applicazione, con uniformità nelle diverse realtà della rete trasfusionale.
Sono essenziali, in tal senso, sperimentazioni attive che serviranno a rilevare criticità e benefici, per realizzarne la massima potenzialità.
Tra le prospettive future, è essenziale menzionare lo sviluppodi Appche offrono la possibilità di supportare in maniera diretta donatori e pazienti. Le esperienze ad oggi descritte, sottolineano la possibilità di migliorare la consapevolezza e la gestione dell’esperienza di donazione (es. Hasan et al. Blood Transf. 2022). D’altro canto, nel paziente, tali strumenti rappresentano una importante risorsa, consentendo il rilievo continuo e non invasivo di parametri utili alla gestione della terapia trasfusionale.
Fiorin (Simti): “Strumenti da usare sempre di più per agevolare i donatori”
Favorevole all’uso della telemedicina nella raccolta di sangue anche Francesco Fiorin, presidente della la Società italiana di medicina trasfusionale e immunoematologia (SIMTI).
Francesco Fiorin, presidente della la Società italiana di medicina trasfusionale e immunoematologia
“Per quanto riguarda la visita dei donatori per raccolta di sangue, l’attuale legislazione prevede la presenza di un medico – spiega Fiorin -. Altra cosa è se invece il ruolo del medico è di supervisionare il processo di idoneità del donatore: è qui che la telemedicina si può integrare, nel processo di selezione del donatore, come ad esempio si fa attualmente per l’idoneità dei donatori per la raccolta di cellule staminali all’iscrizione nel registro dei Registro Italiano dei Donatori di Midollo Osseo (Ibmdr). In quel caso c’è un programma che consente il cosiddetto match at home del candidato verificando l’idoneità per la donazione di le cellule staminali ematopoietiche da casa: il soggetto si collega a distanza, previa identificazione con la carta d’identità elettronica e controlla un questionario insieme al medico selettore. Se viene dichiarato idoneo, gli viene spedito a casa un dispositivo per la raccolta di un campione salivare, che va poi rispedito al centro di riferimento per la tipizzazione. È ovviamente qualcosa di diverso dalla raccolta di sangue, perché alla fine il donatore di sangue deve recarsi al centro di raccolta pubblico o associativo per fare la donazione, ma esistono già modelli a cui ci si può ispirare”.
In ambito di raccolta del sangue, quindi, la telemedicina può intervenire nella fase in cui è necessario dichiarare l’idoneità di un individuo che non ha mai donato in precedenza. “Certo è che sono strumenti che dovrebbero essere sempre di più utilizzati e messi in pratica, anche per agevolare i donatori nel percorso della donazione“, conclude l’esperto.
Mangiacavalli (Fnopi): “Il ruolo dell’infermiere è centrale”
In questo contesto il ruolo dell’infermiere è centrale, spiega la presidente della Federazione nazionale ordini delle professioni infermieristiche (FNOPI) Barbara Mangiacavalli.
“La connected care (assistenza digitale) nel settore trasfusionale ha mostrato i suoi vantaggi soprattutto durante la pandemia, quando le donazioni sono crollate: i donatori sono diventati ‘assistiti speciali’ perché grazie alle tecnologie possono essere televisitati, teleassistiti e telemonitorati, in cambio di una semplice donazione – sostiene -. In quest’ambito, l’infermiere assume un ruolo fondamentale nel momento in cui a lui è affidato il controllo soprattutto del processo trasfusionale e di donazione anche a domicilio e il miglioramento del Sistema di emovigilanza nazionale anche per gli aspetti che riguardano gli errori e i near miss correlati al processo trasfusionale”.
La FNOPI ha sottoscritto protocolli d’intesa con AVIS e anche FIDAS per realizzare iniziative di prevenzione ed educazione sanitaria sulla base dell’analisi e della valutazione epidemiologica dei dati rilevati sui donatori e sulle donazioni, riferimento epidemiologico essenziale per la realizzazione di alcuni tra i principali obiettivi della programmazione sanitaria nazionale, dalla promozione di comportamenti e stili di vita sani al contrasto delle principali patologie.
L’infermiere specializzato può garantire il controllo delle trasfusioni e il buon uso del sangue
“L’infermiere specializzato può garantire il controllo delle trasfusioni e il buon uso del sangue, così come oggi avviene negli ospedali- dichiara Mangiacavalli -. Facilitare i processi di formazione del personale riguardo l’utilizzo di dispositivi specifici per l’erogazione delle prestazioni sanitarie vuol dire creare una vera e propria rete digitale di cui è il donatore stesso a trarne beneficio grazie alla televisita, per un controllo periodico del suo stato di salute, il teleconsulto, per sé stesso o per eventuali parenti di cui è caregiver, o la teleassistenza e il telemonitoraggio. Insomma, un modo per includere quelle prestazioni che prima venivano effettuate in presenza e che invece potrebbero essere facilmente erogate anche da remoto e integrate al Fascicolo Sanitario Elettronico di ciascuno.
Gli infermieri rappresentano il più grande gruppo di operatori sanitari e hanno la necessità sempre maggiore di promuovere l’aggiornamento dei contenuti e dei metodi di formazione (di base e continua) in campo infermieristico, in considerazione delle trasformazioni del mondo delle cure, generate dall’innovazione digitale”.
È possibile riparare il cervello? Parliamo di approcci rigenerativi per le malattie neurodegenerative con Annalisa Buffo, vice direttrice del Neuroscience Institute Cavalieri Ottolenghi (NICO), in occasione dell’UniStem Day 2023 del 10 marzo, l’evento sulla scienza e sulle cellule staminali rivolto agli studenti delle scuole superiori.
Ma a che punto sono questi studi e quali prospettive aprono?
Potremmo dire in fase ancora preliminare, ma molti ricercatori ci lavorano attivamente, dunque la prospettiva è di sviluppi molto concreti. Per spiegarmi meglio posso dare un’idea di quali sono i filoni principali della ricerca in questo ambito. I meccanismi di plasticità sono uno degli aspetti ancora oggi giorno più studiati nell’ambito della ricerca fondamentale nelle neuroscienze: si studiano i meccanismi cellulari e molecolari che sostengono questi fenomeni di rimodellamento del sistema nervoso e si cerca di capire quali sono i fattori fondamentali sui quali si può fare leva. Se si è capito per esempio che l’attività dei circuiti stessi è un fattore favorente la plasticità e il recupero di funzione, segue lo sviluppo di diversi tentativi di stimolazione non invasiva del cervello stesso che servono per aprire delle finestre di plasticità e permettere ai nostri circuiti di imparare delle nuove funzioni o di potenziarne alcune magari un po’ indebolite a causa dei danni.
Altri ambiti di ricerca, sempre nell’ambito della plasticità, mirano a discriminare i fattori essenziali e più potenti, nonché specifici, che potrebbero consentire di sviluppare dei trattamenti farmacologici per potenziare questa plasticità a partire dall’evidenza che viene dagli studi cosiddetti preclinici: dalla scoperta che lo stile di vita l’esercizio fisico volontario, ma anche la dieta e oggigiorno la scoperta che anche i microbi che abitano il nostro intestino sono in comunicazione con il cervello e in qualche maniera ne influenzano la capacità di funzionare bene e di modificarsi di fronte a cambiamenti ambientali. Ecco, la ricerca vuole provare a capire se ci sono dei fattori specifici e potenti e selettivi da usare per sviluppare dei trattamenti che favoriscano la plasticità in funzione della riparazione cerebrale.
Un altro filone di ricerca è più legato alla bioingegneria e all’elettronica. Immaginiamo la situazione di un paziente tetraplegico o paraplegico che ha subito un danno, come un incidente, e ha una lesione del midollo spinale per cui ha perso la possibilità di muovere i propri arti, per esempio inferiori, comandati dagli emisferi cerebrali. Gli approcci ingegneristici costruiscono dei ponti, che sono dei dispositivi che mettono in comunicazione gli emisferi, quindi la parte del cervello che è la sede della produzione dei comandi per l’esecuzione di movimenti volontari, con il midollo spinale, che invece è una porzione del sistema nervoso che comanda più direttamente la contrazione muscolare. Questi studi sono già stati applicati anche sull’uomo, ma non sono ancora delle terapie perché questo è avvenuto solo su alcuni casi molto selezionati.
La ricerca sulle cellule staminali è esplosa negli ultimi decenni
Il terzo filone è quello che nasce dallo studio delle cellule staminali. La ricerca in quest’ambito ha avuto un’esplosione negli ultimi decenni e ha permesso di capire innanzitutto che ci sono diversi tipi di cellule staminali, ma soprattutto ne ha decifrato un po’ le proprietà. Questo ha consentito, insieme agli studi sullo sviluppo del sistema nervoso, di identificare dei “trucchi” che permettono, in provetta, di partire da una cellula staminale embrionale umana che ha tante potenzialità, cioè può diventare tante cellule del nostro corpo e, grazie all’esposizione a fattori specifici, derivare da questa cellula particolari tipologie di neuroni umani. Questo tipo di ricerche ha anche permesso di sviluppare la tecnologia di riprogrammazione, per cui noi oggi a partire da una cellula somatica, da una cellula che costituisce per esempio il mio derma, possiamo ottenere delle cellule staminali che hanno il mio patrimonio genetico o il vostro, e derivare diversi tipi di cellule del nostro corpo, inclusi i neuroni.
La ricerca ha fatto ancora di più: oggi siamo in grado di trasformare direttamente una cellula della pelle in un neurone, sempre in provetta o nel cervello vivo in alcuni modelli sperimentali. Queste scoperte rappresentano una potenzialità straordinaria e la conoscenza delle proprietà staminali ha permesso nell’ambito delle malattie neurodegenerative e delle lesioni del sistema nervoso di sviluppare due approcci diversi.
In un primo approccio, le cellule staminali sono usate come vettori di sostanze prodotte spontaneamente da queste cellule, che hanno effetti benefici quando c’è un danno nel sistema nervoso
In un primo approccio, le cellule staminali, che sono dei progenitori di cellule nervose prodotte in provetta in maniera molto controllata e selezionata oppure di altri tipi di cellule staminali, per esempio le cellule mesenchimali, sono usate come vettori di una pletora di sostanze prodotte spontaneamente da queste cellule, che hanno effetti molto benefici quando c’è un danno nel sistema nervoso. Mi riferisco a studi che, dopo molta ricerca preclinica, sono ora passati alla clinica, con la possibilità di usare per esempio dei progenitori neurali umani e delle cellule mesenchimali per rallentare la progressione di certe malattie. Ad esempio per la sclerosi multipla è già stata studiata sull’uomo in studi clinici in fase iniziale con risultati promettenti.
La seconda modalità di utilizzo delle cellule staminali è a scopo di sostituzione cellulare sempre nell’ambito delle malattie neurodegenerative. Gli antesignani in questo senso sono stati gli studiosi del morbo di Parkinson, in particolare in Europa alcuni gruppi svedesi che hanno imparato nel corso del tempo, partendo da cellule staminali umane embrionali, a produrre quei neuroni che degenerano nel morbo di Parkinson, che sono neuroni che usano come neurotrasmettitore la dopamina; e hanno imparato ad produrli così bene che hanno potuto dimostrare che il trapianto di questi neuroni, in modelli animali della malattia, produce molti benefici e ricostruisce anche la circuiteria necessaria che era stata perduta. Ora, grazie a questi studi, sono avviati tre studi clinici che utilizzano neuroni umani dopaminergici prodotti in provetta per testare la loro capacità terapeutica in pazienti in soggetti colpiti dal Parkinson. Questi tre studi sono uno europeo (appena partito), uno statunitense e uno giapponese, perché quello che l’esperienza passata ha insegnato è che lo scambio, l’interazione tra laboratori diversi nel mondo può portare a definire delle applicazioni e strategie molto più efficaci rispetto al lavoro in isolamento dei diversi laboratori.
L’obiettivo del progetto su cui lavora il NICO è mettere a punto strategie per la riparazione di reti cerebrali complesse, come quelle colpite nella malattia di Huntington
Su questa applicazione delle cellule staminali lavoriamo anche noi al NICO. La malattia che ci interessa si chiama morbo di Huntington, una malattia a base genetica che porta alla degenerazione irreversibile di neuroni presenti negli emisferi in una porzione profonda del cervello che si chiama striato. In collaborazione con Elena Cattaneo dell’Università di Milano, all’interno di un grande consorzio europeo che include dieci gruppi di ricerca, noi studiamo, ancora in fase preclinica, se e come neuroni umani striatali riescono a sopravvivere se trapiantati nel modello animale di questa malattia, se si integrano con i circuiti preesistenti, perché anche questo non è scontato, e se ripristinano le funzioni che sono state perdute.
Nell’ambito delle malattie che colpiscono il sistema nervoso le strategie di sostituzione cellulare si stanno sviluppando, ma ci sono altri ambiti in cui sono molto più avanzate: il primo farmaco costituito da cellule staminali riconosciuto in Europa, che si chiama Holoclar, permette di eseguire dei trapianti di cornea a partire dal tessuto corneale prodotto in provetta da cellule umane derivate paziente-specifico. Questo farmaco è stato riconosciuto nel 2015 come primo farmaco cellulare europeo per applicazioni di sostituzione cellulare.
Ora l’obiettivo è di produrre in provetta neuroni umani con delle proprietà in più rispetto a quelle standard dei neuroni umani
Nel mondo dei danni al sistema nervoso non siamo ancora a quel livello, ma la ricerca evolve molto velocemente, per cui ci si può aspettare delle evoluzioni importanti nei prossimi anni. Per chiarire il concetto dell’evoluzione veloce di questi aspetti della ricerca, posso dire che mentre fino a 4/5 anni fa l’obiettivo principale di tutti i ricercatori che vogliono sviluppare degli approcci di sostituzione cellulare per curare i danni del sistema nervoso e quindi la perdita dei neuroni era produrre in provetta dei neuroni umani che fossero il più simili possibile a quelli veri, ora l’obiettivo è di produrre in provetta dei neuroni umani che possano avere delle proprietà in più rispetto a quelle standard dei neuroni umani.
Si lavora cioè per sviluppare delle cellule che, per esempio, possono essere modulabili nelle loro attività, perché un paziente che riceve un trapianto di queste cellule magari in una certa fase della malattia ha bisogno che i nuovi neuroni lavorino tarati sul “livello 10”, ma può accadere che, nella progressione della malattia o nell’invecchiamento del paziente, quei neuroni, per continuare a svolgere la funzione richiesta, debbano essere tarati sul “livello 20” o sul “livello 5”, e allora lo sforzo della ricerca, come in questo esempio, è quello di produrre dei neuroni che siano in qualche maniera migliori delle cellule vere, ovvero sotto il controllo degli operatori, per incrementarne o diminuirne il funzionamento secondo gli approcci innovativi dell’idea della medicina personalizzata.
La mozione presentata in Parlamento grazie al lavoro dell’Intergruppo Parlamentare Malattie Rare e Oncologiche e delle Federazioni UNIAMO e FAVO e AIL, è stata approvata all’unanimità, con particolare focus su diagnosi precoce, accesso ai farmaci e partecipazione delle associazioni di pazienti alla ricerca scientifica.
“Siamo felici che, grazie alla grande attenzione suscitata dalla nostra campagna #UNIAMOlaforze e al lavoro sinergico fra parlamentari e federazioni, siamo arrivati a questo traguardo” dichiara Annalisa Scopinaro, Presidente UNIAMO; “In questo mese tante le notizie positive, dai decreti attuativi per le sperimentazioni cliniche, al nulla osta del Comitato Nazionale al Piano Nazionale Malattie Rare, all’impegno al suo finanziamento, fino a questa mozione. Grazie anche al grande impegno del Sottosegretario con delega alle Malattie Rare, Marcello Gemmato”.
Confrontando la mozione con i dieci punti che UNIAMO ha sostenuto durante tutta la campagna, si può facilmente constatare che siano stati tutti implementati, soddisfacendo così le aspettative dei pazienti sull’attenzione da prestare a queste specifiche tematiche.
“L’approvazione della mozione“, dichiara Francesco De Lorenzo, presidente FAVO, “ha un grandissimo significato perché tiene conto delle esigenze conseguenti alla rarità della malattia e del tumore e risponde alle aspettative delle due milioni di persone che vivono con una malattia rara e delle 900.000 che vivono con un tumore raro in Italia. La mozione in particolare riconosce il diritto per queste persone ad avere una diagnosi in tempi veloci e ad accedere ai farmaci tramite procedure di urgenza, superando ogni barriera di carattere legislativo, regolatorio e burocratico. Inoltre dalla mozione emerge la richiesta unanime del Parlamento italiano, in linea con quanto già deliberato dalla Commissione europea, a far partecipare le associazioni di pazienti più rappresentative alla ricerca scientifica”.
Oggi la Commissione ha adottato nuove norme per ridurre la presenza di arsenico nei prodotti alimentari. L’adozione di tenori massimi più bassi rappresenta un altro passo importante per conseguire gli obiettivi del piano europeo di lotta contro il cancro volti a limitare o eliminare il rischio cancerogeno associato alle sostanze chimiche negli alimenti. La decisione, basata su una relazione scientifica dell’EFSA del 2021, è stata adottata dopo che gli Stati membri erano stati invitati a monitorare la presenza di arsenico negli alimenti.
Stella Kyriakides, Commissaria per la Salute e la sicurezza alimentare, ha dichiarato: “Oggi adottiamo nuove misure per ridurre ulteriormente il rischio di esposizione a un contaminante cancerogeno nella filiera alimentare. I cittadini vogliono sapere che gli alimenti che consumano sono sicuri e queste nuove norme sono un’ulteriore prova del fatto che le regole di sicurezza alimentare dell’UE rimangono le più rigorose al mondo.”
La misura riduce la concentrazione di arsenico inorganico consentita nel riso bianco e fissa nuovi limiti per l’arsenico in molti alimenti a base di riso, formule per lattanti, alimenti per la prima infanzia, succhi di frutta e nel sale.
Gli attuali tenori massimi di arsenico nei prodotti alimentari sono stati stabiliti nel 2015 sulla base di un parere dell’EFSA secondo cui l’arsenico inorganico può provocare il cancro della pelle, della vescica e dei polmoni.
L’arsenico è presente a basse concentrazioni nelle rocce, nel suolo e nelle acque sotterranee naturali, e gli alimenti e l’acqua potabile sono le principali vie di esposizione umana. Le emissioni industriali dovute all’estrazione e alla combustione di combustibili fossili, come anche l’uso di fertilizzanti, preservanti del legno, insetticidi o erbicidi che contengono il contaminante, possono contribuire a livelli più elevati di arsenico nell’ambiente.
Oggi, venerdì 3 marzo, al Centro Internazionale di Formazione dell’ILO (International Labour Organization), in Viale Maestri del Lavoro a Torino, si è svolto un workshop promosso dall’Università di Torino (Medicina del Lavoro) sull’ipotesi di istituire un consorzio internazionale sul tema migranti e tumori: International Consortia of Migrants and Cancer (ICMC). Numerosi studi scientifici evidenziano, infatti, un limitato accesso a prevenzione e cura del cancro tra le popolazioni migranti, con un aumento esponenziale dei rischi.
Organizzato con Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, Lombardi Comprehensive Cancer Center e Cancer Institute, il workshop ha ospitato tra i massimi esperti internazionali su tematiche relative alla salute nei fenomeni migratori. Obiettivo dell’iniziativa, a cui hanno partecipato il Rettore di UniTo Stefano Geuna e la senatrice Beatrice Lorenzin, già Ministro della Salute, è stato approfondire aspetti complessi in materia di epidemiologia dei tumori, la loro prevenzione e terapia. Tra i principali scopi dell’evento, vi sono l’identificazione di criticità e di opportunità legate alla ricerca su migranti e tumori e la promozione di una collaborazione tra i diversi partecipanti al workshop in merito a questioni non facilmente affrontabili con studi monocentrici.
La migrazione è un fenomeno globale e, dal 1975 a oggi, il numero di migranti è più che raddoppiato. Attualmente, si stima infatti che più di 280 milioni di persone vivano in Paesi diversi da quello di origine. Le popolazioni migranti si scontrano con numerose difficoltà economiche e socioculturali che possono influire sul loro stato di salute. A tal proposito, tra le patologie croniche di particolare rilievo vi sono le malattie neoplastiche.
Molti studi hanno fatto emergere un limitato accesso dei migranti alle attività di screening, diagnosi e trattamento delle patologie tumorali con un netto peggioramento degli outcome di salute. Nondimeno, le conseguenze socio-economiche del loro meno agevole accesso ai Sistemi Sanitari dei Paesi ospitanti hanno evidenziato fenomeni di diseguaglianza e, talvolta di discriminazione.
“Si tratta di un tema fortemente attuale, ancor più in questi giorni in cui si è verificata una delle più drammatiche stragi nel Mar Mediterraneo. La nostra Università, riconosciuta come eccellenza internazionale in ambito medico e oncologico, è molto sensibile al diritto alla salute e all’accesso alle cure ed è disponibile alla costruzione di una rete internazionale che migliori la prevenzione e la terapia per i migranti. Il diritto alla salute e un diritto fondamentale e deve essere uguale per tutti”, dichiara il Rettore di UniTo Stefano Geuna.
Pubblicate le nuove Linee Guida intersocietarie sull’epatocarcinoma, già adottate dall’Istituto Superiore di Sanità. Il documento è frutto del lavoro di dieci società scientifiche e di un’associazione dei pazienti, oltre che dei metodologi dell’Istituto Mario Negri di Milano, che hanno permesso di adottare il “metodo GRADE”, che analizza con il massimo rigore le evidenze scientifiche disponibili. Attraverso le risposte a 20 quesiti clinici, supportate dalla letteratura scientifica internazionale, le Linee Guida definiscono con precisione il tipo di trattamento più adeguato per ogni paziente, in base allo stadio del tumore e alla patologia epatica sottostante.
Le Linee Guida sono state realizzate perseguendo tre obiettivi: migliorare e standardizzare la pratica clinica; offrire al paziente la possibilità della migliore cura sull’intero territorio nazionale; garantire un riferimento basato sulle migliori prove di efficacia. La presentazione delle Linee Guida avverrà giovedì 16 marzo nell’ambito del 55° Congresso Nazionale dell’Associazione Italiana per lo Studio del Fegato.
“Queste nuove Linee Guide rappresentano un importante documento sulla gestione terapeutica dell’epatocarcinoma – sottolinea il Prof. Giuseppe Cabibbo, membro del Comitato Scientifico AISF e coautore del documento. Abbiamo affrontato lo studio del tumore primitivo del fegato dai suoi stadi iniziali fino a quelli più avanzati, analizzando in maniera completa e rigorosa i diversi approcci terapeutici possibili: le terapie radicali (trapianto, resezione, ablazione) e quelle locoregionali (transarteriose e radioterapiche) nei diversi stadi della malattia, da quelli precoci a quelli più avanzati, nonché la terapia sistemica per quei tumori che non hanno risposto alle terapie precedenti o che sono in uno stadio troppo avanzato per potere essere aggrediti con terapie potenzialmente curative o locoregionali. Naturalmente questo documento non può essere considerato un elemento statico, ma andrà ampliato negli argomenti analizzati (sorveglianza del paziente a rischio, diagnosi e stadiazione) ed aggiornato periodicamente alla luce dell’evoluzione della ricerca”.
“L’epatocarcinoma è la tredicesima causa di morte in Italia, con circa 30 morti ogni giorno – sottolinea il Prof. Alessio Aghemo, Segretario AISF. A questi numeri vanno aggiunti anche i circa 20 morti al giorno per complicanze della cirrosi epatica, la malattia che è alla base della maggior parte dei casi di epatocarcinoma in Italia. L’HCC è una neoplasia che frequentemente compare in un fegato già danneggiato e, per questo motivo, la scelta del trattamento è complessa e deve per forza bilanciare aggressività, tollerabilità e sicurezza, in modo da non portare ad un ulteriore sofferenza del fegato danneggiato”.
La complessità del tumore e l’approccio multidisciplinare
Il tumore del fegato presenta specificità uniche in ambito oncologico, che hanno richiesto l’intervento di specialisti di diverse discipline. “Anzitutto, in oltre il 90% dei casi, l’epatocarcinoma si sviluppa nel contesto di un fegato cirrotico e, quindi, la prognosi di questi pazienti dipende non solo dallo stadio del tumore, ma anche dalla funzione epatica residua – spiega il Prof. Franco Trevisani, Ordinario di Medicina Interna Università Bologna e coautore del lavoro. Inoltre, la severità della cirrosi, insieme ad altre comorbidità, condiziona fortemente la scelta terapeutica. Parimenti, la prognosi è condizionata dai trattamenti per la patologia epatica sottostante (antivirali, azioni per migliorare lo stile di vita). Infine, la disponibilità di numerosi trattamenti (trapianto di fegato, resezione epatica, ablazione percutanea/laparoscopica, diversi tipi di trattamenti transarteriosi, radioterapia stereotassica e diversi tipi di terapie sistemiche, come farmaci a bersaglio molecolare e immunoterapia), adatti alle diverse fasi della neoplasia, rende indispensabile un approccio multidisciplinare che comprenda competenze epatologiche, oncologiche, chirurgiche, radiologiche e anatomo-patologiche. Questa multidisciplinarietà si è tradotta nel lavoro corale di 10 società scientifiche, coadiuvate da un’associazione dei pazienti, che ha permesso di mantenere uno stretto contatto con la realtà vista da una prospettiva diversa”.
“In questo processo rimane centrale il ruolo dell’epatologo, tanto nella fase di prevenzione, quanto dopo la diagnosi, sia perché è lo specialista che meglio conosce le varie fasi di gestione della malattia, sia perché il paziente che va incontro a epatocarcinoma è quasi sempre affetto da malattia cronica di fegato – evidenzia la Prof.ssa Vincenza Calvaruso, componente del Comitato Scientifico AISF. L’epatologo deve intervenire rapidamente sulle patologie epatiche che ne sono all’origine: dati scientifici nazionali e internazionali dimostrano che i trattamenti per l’epatite C e per l’epatite B determinano una riduzione del rischio di comparsa del tumore; analogamente, anche lo stile di vita ha un peso rilevante, stante i benefici prodotti dall’interruzione dell’assunzione di alcol e da una correzione alimentare. Inoltre, a seguito delle campagne contro le epatiti virali, abbiamo riscontrato un aumento dei pazienti con epatocarcinoma ad eziologia non virale, che ci indicano la necessità di migliorare la prevenzione e riconoscere chi presenta un maggior rischio di tumore e, come tale, debba essere gestito”.
A guidare il progetto sono state AISF e l’Associazione Italiana Oncologia Medica (AIOM). Hanno fattivamente contribuito alla stesura di queste Linee Guida anche i delegati delle seguenti società scientifiche: Associazione Italiana Gastroenterologi Ospedalieri (AIGO), Associazione Italiana di Radiologia e Oncologia Medica (AIRO), Società Italiana di Chirurgia (SIC), Società Italiana di Gastroenterologia (SIGE), Società Italiana di Radiologia Medica ed Interventistica (SIRM) e Società Italiana Trapianti d’Organo (SITO), Associazione Chirurgia Epato-Bilio-Pancreatica (AICEP) e Società Italiana di Anatomia Patologica e di Citologia Diagnostica (SIAPeC-IAP). Infine, un importante contributo culturale è venuto dai rappresentanti dell’Associazione dei Pazienti con epatite e malattie del fegato (EpaC) e dall’analisi dei risultati ottenuti con un’indagine (questionario) svolta presso gli iscritti a tale Associazione.
L’autonomia differenziata potrebbe non rimanere al centro dell’agenda politica. Complici i diversi pesi dei componenti della coalizione di maggioranza. L’accurata analisi politica di Giovanni Fattore, professore di Politica e Management sanitario, dipartimento di Scienze sociali e politiche, Cergas-Sda Università Bocconi.
Professor Fattori, iniziamo con una domanda di ampio respiro. Quali sono le luci e le ombre del Ddl sull’autonomia differenziata dal punto di vista delle politiche sanitarie?
Bisogna fare una premessa sulle possibili aree oggetto dell’autonomia differenziata. La sanità è particolare perché ha già un forte livello di differenziazione tra le Regioni. È già materia di legislazione sia concorrente che regionale su alcuni aspetti fondamentali.
Esiste già uno spazio politico lasciato alle Regioni per identificare i propri modelli di assistenza e finanziamento interno delle aziende o di mix pubblico-privato. Siamo quindi in una situazione diversa ad esempio rispetto al tema della scuola, che è fortemente centralizzata.
L’autonomia differenziata parte dall’idea che ci siano i Lep (Livelli essenziali di prestazione), che per la sanità esistono già e si chiamano Lea (Livelli essenziali di assistenza); annunciati nel 1992, sviluppati nel 2001 e rivisti nel 2017.
Una seconda premessa importante riguarda il dibattito che ho potuto seguire fino ad ora sulle risorse. Un conto è se si parla di autonomia differenziata con un modello di finanziamento fortemente centralizzato in cui sostanzialmente le risorse sono raccolte dallo Stato e poi ridistribuite in base ai bisogni delle popolazioni dei diversi territori. Diverso il caso in cui si andasse nella direzione di un sistema di decentramento fiscale verso cui alcune Regioni sembrerebbero suggerire: risorse direttamente raccolte dai territori e poi un eventuale fondo di riequilibrio. Questa seconda ipotesi porterebbe a un cambiamento radicale che determinerebbe una differenziazione enorme tra le Regioni.
Quello del finanziamento è uno dei punti che farebbe davvero la differenza rispetto alla situazione attuale, non solo per la sanità ma anche per le altre materie concorrenti. Il bilancio dello Stato avrebbe minore gettito e quindi anche minori risorse per agire perequativamente in soccorso alle regioni più in difficoltà. Lei che ne pensa?
C’è chi dice che magari nel lunghissimo periodo questo assetto potrebbe essere di stimolo allo sviluppo economico delle Regioni svantaggiate. Ma la storia, anche di altri Paesi, ci insegna invece che si andrebbe accentuando la distanza tra Regioni ricche e Regioni povere in termini di reddito.
Del resto anche i Lea, dal 2001 a oggi, vigendo ancora una fiscalità diretta allo Stato che poi ridistribuisce alle Regioni in base alle diverse necessità, non ha creato un meccanismo virtuoso di traino delle Regioni svantaggiate da parte di quelle meglio organizzate in ambito sanitario…
È così. Secondo me ci sono due grandi determinanti, che collidono e si sovrappongono, per vedere il livello di performance delle diverse Regioni. Uno è il fatto che dove ci sono economie più forti e una situazione socio-economica più favorevole funzionano meglio anche i servizi pubblici come la sanità. Anche per effetto di travaso tra economia privata e pubblica.
Ci spiega meglio questo concetto?
In una Regione ad alto tasso di disoccupazione, la popolazione vede l’Asl come luogo che crea reddito prima che come luogo che eroga i servizi sanitari
Lo faccio con una parabola. In una Regione ad alto tasso di disoccupazione, come la Calabria, la spinta sul sistema politico non è solo quella di avere servizi di qualità, ma è tendenzialmente quella di usare la Pubblica amministrazione come occasione per produrre occupazione. Questo tende a peggiorare ad esempio il profilo dei meccanismi di reclutamento del personale. La popolazione locale vede la Asl, che magari è l’azienda più importante del territorio, come luogo che crea reddito prima ancora di un luogo che eroga i servizi sanitari. Questo distorce il meccanismo di reclutamento, che può generare ipertrofia nell’organico o equilibri sbagliati tra diverse figure professionali.
Veniamo al secondo determinante di cui accennava prima.
Le Regioni del Sud Italia, vuoi per la debolezza della politica vuoi per una tradizione di un’amministrazione pubblica debole, hanno servizi pubblici in generale di qualità ed efficienza minore che al Centro-Nord.
Un ulteriore effetto è prodotto dalla spesa privata. Se guardiamo alla distribuzione della spesa privata sul territorio, essa è più elevata nelle Regioni ricche dove ci sono anche i sistemi sanitari che funzionano meglio. Ciò significa che la spesa privata alleggerisce la pressione sul Ssn, che a sua volta riesce ad avere migliori performance.
Ma allora si salva qualcosa di questo Ddl sull’autonomia differenziata rispetto alla sanità?
La criticità finanziaria di cui parlavo, a mio avviso è quasi assoluta. Se vogliamo mantenere un Ssn, esso deve avere un finanziamento accentrato dove le risorse sono raccolte dallo Stato e ridistribuite al territorio in base a criteri quali la popolazione residente aggiustata per il tasso di invecchiamento e per alcuni indicatori di morbidità. Basti pensare che in Germania, che è un Paese fortemente decentrato basato sui Lander, il finanziamento segue proprio questo modello. Se agissimo in modo diverso, credo salterebbe l’idea di un sistema sanitario universale unico per tutti i cittadini.
Più complesso il discorso sul conferire poteri alle Regioni per lasciare autonomia nei modelli amministrativi, organizzativi e di finanziamento. Sotto questi aspetti bisogna considerare che il sistema è già abbastanza decentrato. Rispetto a questi argomenti sono meno critico. Che le Regioni possano sperimentare modelli di maggior autonomia ed essere libere di organizzare i servizi rispetto ai contesti locali a mio avviso è un aspetto positivo. Però a una doppia condizione. Che i Lea siano misurati meglio e che si riesca a fare un bilancio non solo di ordine economico-finanziario per garantire che le Regioni abbiano i conti in ordine, ma anche riuscire a garantire che esse diano le prestazioni previste dai Lep (o dai Lea).
Parliamo delle verifiche di rispetto dei Lep, facoltative e non obbligatorie.
Lo sforzo da parte di Agenas per monitorare i Lea deve essere ancora rafforzato
Negli ultimi anni c’è stato uno sforzo da parte di Agenas per monitorare i Lea. Ma questo deve essere rafforzato ulteriormente. E richiede sistemi informativi unici in tutto il Paese. Senza avere metriche per misurare, ad esempio le liste d’attesa, nello stesso modo e possibilmente con gli stessi software si rischia di avere dati non confrontabili tra loro.
La non obbligatorietà dei controlli mi vede totalmente contrario, anche perché in contraddizione con la legge 833/78 che nei primi due-tre articoli stabilisce degli obiettivi di equità territoriale per l’assistenza sanitaria pubblica. Lo Stato deve garantire al cittadino un’omogeneità di prestazione sul territorio. Che ciò si raggiunga applicando modelli diversi va bene. Altrimenti si va verso una situazione simil-americana, dove ci sono Stati che hanno più potere in ambito sanitario e altri che arrivano a non coprire tutta la popolazione perché hanno politiche molto restrittive e di austerità di bilancio pubblico.
Deve poi esistere la capacità sostitutiva dello Stato nel caso le Regioni non riescano a garantire i Lep. Questa capacità deve essere rafforzata. Se, ad esempio, la Campania non riesce a garantire la riabilitazione perché c’è un terzo dei posti letto previsti dallo standard nazionale, lo Stato centrale deve intervenire per limitare il potere politico locale nell’ottica di far prevalere il principio in base al quale il cittadino deve avere gli stessi diritti sul territorio nazionale.
Lo Stato deve poter inviare management adeguato sui territori
Lo Stato però non deve avere solo le risorse finanziarie, ma anche quelle reali. Che significa avere meccanismi tali per cui ad esempio, se la Regione Calabria performa male e perde soldi a seguito della migrazione sanitaria, lo Stato deve poter spostare management adeguato sul territorio. Una sorta di meccanismo incentivante in base al quale lo Stato invia direttori generali, amministrativi e sanitari delle aziende sanitarie da altre Regioni in cui hanno sviluppato capacità manageriali di un certo tipo. Non basta un Commissario che sostituisce la politica senza passare più dalla Giunta regionale.
Questo spostamento di risorse reali nelle Regioni in difficoltà, nell’ambito del Pnrr, lo stanno facendo le società di consulenza. Che mandano economisti e ingegneri gestionali ad aiutare i funzionari regionali a far rispettare tempistiche e procedure previste per riuscire a ottenere i finanziamenti del Pnrr. Occorre naturalmente far crescere nuove capacità interne alla Pubblica amministrazione.
Quali scenari si aprirebbero qualora le richieste di autonomia differenziata avanzate da Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna trovassero accoglimento?
Anche rispetto alle dichiarazioni fatte da Bonaccini, il Partito Democratico tenderebbe a sfilarsi. Con un governo di questo tipo, non forzerebbe sul favorire l’autonomia differenziata. L’alleanza che si era creata tra Centrodestra e Centrosinistra nelle Regioni del Nord non credo possa reggere.
Sta dicendo che anche altre Regioni passerebbero al Centrodestra?
Siamo in una situazione in cui tutte le Regioni, eccetto Puglia, Campania, Toscana ed Emilia-Romagna, hanno un governo di Centrodestra. In più il governo nazionale è anch’esso di Centrodestra.
Il tema dell’autonomia differenziata è dirompente all’interno di questa coalizione.
Se da un lato per cercare di recuperare terreno la Lega sembra rilanciare l’idea dell’autonomia e del decentramento, mi viene da dire che per sua storia invece Fratelli d’Italia è sul versante opposto. Basato com’è come partito sull’unità nazionale, non sembra sensibile alle tematiche legate all’autonomia differenziata.
Credo che il processo del Ddl sia stato volutamente accelerato prima delle recenti elezioni amministrative regionali perché questo garantiva ulteriormente il successo della coalizione di Centrodestra. Però non vedo facile all’interno del governo una strategia che guarda all’autonomia differenziata.
L’Agenzia Italiana del Farmaco ha pubblicato il quattordicesimo Rapporto sulla sorveglianza dei vaccini anti-COVID-19. I dati raccolti e analizzati riguardano le segnalazioni di sospetta reazione avversa registrate nella Rete Nazionale di Farmacovigilanza (RNF) nei due anni di campagna vaccinale, dal 27 dicembre 2020 al 26 dicembre 2022, per i cinque vaccini in uso.
Nel periodo considerato sono pervenute 140.595 segnalazioni su un totale di 144.354.770 di dosi somministrate (tasso di segnalazione di 97 ogni 100.000 dosi), di cui l’81,3%(n. 114.290) riferite a eventi non gravi, come dolore in sede di iniezione, febbre, astenia/stanchezza, dolori muscolari.
Le segnalazioni gravi corrispondono al 18,7% del totale (n. 26.305), con un tasso di 18 eventi gravi ogni 100.000 dosi somministrate.
Nei due anni di campagna vaccinale Comirnaty è stato il vaccino più utilizzato in Italia (66,7%), seguito da Spikevax (23,8%), Vaxzevria (8,4%), Jcovden (1,1%) e Nuvaxovid (0,03%). Le segnalazioni per tipologia di vaccino sono invece così distribuite: Comirnaty 66,2%, Vaxzevria 17,3%, Spikevax 15,1%, Jcovden 1,3%, Nuvaxovid 0,1%.
Per tutti i vaccini gli eventi avversi più segnalati, perlopiù non gravi e già risolti al momento della segnalazione, sono febbre, stanchezza, cefalea, dolori muscolari/articolari, dolore in sede di iniezione, brividi e nausea, senza differenze significative fra i due sessi. Alla vaccinovigilanza di genere e all’analisi per sesso delle segnalazioni di sospette reazioni avverse da vaccino anti-COVID-19 è dedicato un approfondimento.
Non si osservano variazioni significative nell’andamento delle segnalazioni relative alla fascia pediatrica (5-16 anni).
In considerazione dell’andamento sostanzialmente stabile delle segnalazioni e in linea con l’approccio delle varie Agenzie regolatorie a livello europeo, d’ora in poi i dati sulle segnalazioni di sospette reazioni avverse ai vaccini anti-COVID-19 confluiranno nel Rapporto sulla sorveglianza post-marketing di tutti i vaccini, pubblicato annualmente dall’AIFA.