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Piattaforma Nazionale di Telemedicina: conclusa la procedura per l’affidamento della concessione

Si è conclusa la procedura svolta da AGENAS – in qualità di soggetto attuatore – in merito alle proposte di Partnership Pubblico Privato per l’affidamento in concessione per la “Progettazione, realizzazione e gestione dei Servizi abilitanti della Piattaforma nazionale di Telemedicina PNRR” – Missione 6 Componente 1 subinvestimento 1.2.3 “Telemedicina”.

La gara telematica attivata in data 12 ottobre 2022 ha visto quale soggetto aggiudicatario il costituendo Raggruppamento Temporaneo di Impresa (RTI) Engineering Ingegneria Informatica S.p.A. e Almaviva S.p.A. a fronte del corrispettivo complessivo della concessione decennale valorizzato in € 234.992.510,00 oltre i.v.a. ove dovuta unitamente agli eventuali oneri per l’attivazione dell’assetto transitorio.

La gara è stata esperita con il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa (OEPV), miglior rapporto qualità/prezzo ai sensi dell’art. 95 comma 10 bis del Codice, e ha visto la collaborazione dell’ANAC per la vigilanza preventiva-collaborativa finalizzata a verificare la conformità degli atti di gara alla normativa di settore, nonché all’individuazione di clausole e condizioni idonee a prevenire tentativi di infiltrazione criminale.

Si ricorda che la proposta dell’RTI, rispetto la progettazione, realizzazione e gestione dei Servizi Abilitanti della Piattaforma Nazionale di Telemedicina, garantirà la interoperabilità con le componenti comuni, condivise con l’architettura applicativa del FSE 2.0 e con l’Ecosistema dei Dati Sanitari (“EDS”) con l’obiettivo di:

  • favorire l’implementazione omogenea dei percorsi di telemedicina su tutto il territorio nazionale facilitando la presa in carico, acuta e cronica, da parte delle cure territoriali, favorendo la deospedalizzazione e potenziando qualità e sicurezza delle cure di prossimità;
  • colmare il divario tra le disparità territoriali e offrire maggiore integrazione tra i servizi sanitari regionali e le piattaforme nazionali attraverso soluzioni innovative, codifiche e standard terminologici condivisi a livello nazionale;
  • migliorare la qualità clinica e l’accessibilità ai servizi sanitari dei pazienti su tutto il territorio nazionale;
  • dotare i professionisti sanitari di nuovi strumenti validati al fine di operare efficacemente in ogni processo sia individuale che multi-disciplinare;
  • facilitare la programmazione, il governo e lo sviluppo della sanità digitale.

Tutte le informazioni relative alla procedura sono disponibili cliccando qui

Il ritiro sociale volontario tra i giovani in Italia

L’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa (Cnr-Ifc) ha condotto il primo studio nazionale volto a fornire una stima quantitativa dell’isolamento volontario nella popolazione adolescente: è il fenomeno dei cosiddetti “Hikikomori”, termine giapponese che in italiano si può tradurre come “ritirati sociali” e che indica la tendenza, nei giovani o giovanissimi, di smettere di uscire di casa, di frequentare scuola e amici, per chiudersi nelle proprie stanze e limitare al minimo i rapporti con l’esterno, mantenendo i contatti prevalentemente attraverso Internet. Il fenomeno, relativamente al quale risultavano finora pochi dati analitici, è ora oggetto di uno studio promosso dal Gruppo Abele in collaborazione con l’Università della Strada, volto a definire una prima stima quantitativa attendibile: il report integrale è disponibile sul sito web della onlus cliccando qui.

La ricerca ha preso le mosse dallo studio ESPAD®Italia (European School Survey Project on Alcohol and Other Drugs, condotto annualmente dal Cnr-Ifc rispetto al consumo di sostanze psicoattive), coinvolgendo un campione di oltre 12.000 studenti rappresentativo della popolazione studentesca italiana fra i 15 e i 19 anni.

I ragazzi sono stati intervistati attraverso un apposito set di domande volte a intercettare sia i comportamenti che le loro cause percepite: i risultati si basano sull’autovalutazione dei partecipanti stessi. “Il 2,1% del campione attribuisce a sé stesso la definizione di Hikikomori: proiettando il dato sulla popolazione studentesca* 15-19enne a livello nazionale, si può quindi stimare che circa 54.000 studenti italiani di scuola superiore si identifichino in una situazione di ritiro sociale”, afferma Sabrina Molinaro, ricercatrice del Cnr-Ifc. “Questo dato appare confermato dalle risposte sui periodi di ritiro effettivo: il 18,7% degli intervistati afferma, infatti, di non essere uscito per un tempo significativo, escludendo i periodi di lockdown, e di questi l’8,2% non è uscito per un tempo da 1 a 6 mesi e oltre: in quest’area si collocano sia le situazioni più gravi (oltre 6 mesi di chiusura), sia quelle a maggiore rischio (da 3 a 6 mesi). Le proiezioni ci parlano di circa l’1,7% degli studenti totali (44.000 ragazzi a livello nazionale) che si possono definire Hikikomori, mentre il 2,6% (67.000 giovani) sarebbero a rischio grave di diventarlo”.

L’età che si rivela maggiormente a rischio per la scelta di ritiro è quella che va dai 15 ai 17 anni, con un’incubazione delle cause del comportamento di auto-reclusione già nel periodo della scuola media. Le differenze di genere si rivelano nella percezione del ritiro – i maschi sono la maggioranza fra i ritirati effettivi, ma le femmine si attribuiscono più facilmente la definizione di Hikikomori – così come nell’utilizzo del tempo, con le ragazze più propense al sonno, alla lettura e alla tv, mentre i ragazzi al gaming online.
Fra le cause dell’isolamento, assume un peso determinante il senso di inadeguatezza rispetto ai compagni: “L’aver subito episodi di bullismo, contrariamente a quanto si possa ritenere, non è fra le ragioni più frequenti della scelta. Mentre si evince una fatica diffusa nei rapporti coi coetanei, caratterizzati da frustrazione e auto-svalutazione”, aggiunge Sonia Cerrai (Cnr-Ifc). “Un altro dato parzialmente sorprendente riguarda la reazione delle famiglie: più di un intervistato su 4, fra coloro che si definiscono ritirati, dichiara infatti che i genitori avrebbero accettato la cosa apparentemente senza porsi domande. Il dato è simile quando si parla degli insegnanti”.

Di fronte ai dati emersi, il Gruppo Abele intende stimolare una riflessione approfondita, anche attraverso un seminario per operatori, educatori e insegnanti, che verrà realizzato a Torino il 5 maggio prossimo. Prosegue intanto con un intervento educativo sperimentale, iniziato nel 2020. Spiega Milena Primavera, responsabile del percorso: “Il progetto Nove ¾ – vincitore di un premio dell’Accademia dei Lincei che ha finanziato anche lo studio in oggetto – si è fatto finora carico di una quarantina fra ragazzi e ragazze le cui famiglie non trovavano risposta alla chiusura e all’isolamento dei loro figli. Per loro si è attivato un affiancamento a domicilio, con la possibilità di frequentare un centro laboratoriale dedicato, dove si svolgono attività individuali o in piccolo gruppo con “maestri di mestiere” a partire dagli interessi espressi dai ragazzi. Ai genitori è offerto, in parallelo, un sostegno psicologico volto ad acquisire maggiori strumenti per gestire le difficoltà dei figli. Una prima sperimentazione, in rete con il sistema scolastico e i servizi socio-sanitari, per tentare di accompagnare i ragazzi isolati dal mondo a un diverso progetto di vita”.

Med-PaLM sarà il ChatGPT della sanità?

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Lo stanno sviluppando i ricercatori di Google e DeepMind, la società di Intelligenza Artificiale che fa capo ad Alphabet, la casa madre dell’azienda californiana. Med-PaLM, il primo software di intelligenza artificiale generativa dedicato all’ambito sanitario, è già atteso come il nuovo ChatGPT della medicina.

Le caratteristiche sono le stesse del programma di intelligenza artificiale creato da OpenAI, nata come organizzazione senza scopo di lucro fondata a San Francisco nel 2015 da Elon Musk con l’intento iniziale di occuparsi di ricerca e sviluppo di Intelligenza Artificiale. Il software che è stato creato e chiamato ChatGPT è ora in grado di rispondere a quesiti di ogni genere, fornire spiegazioni e risolvere problemi logico-matematici, nonché scrivere canzoni, fare i compiti di scuola e mettere insieme ricerche universitarie, abilità per cui di recente si è già attirato diverse critiche.

Il programma sarà in grado di mettere a confronto tutti i dati delle ultime ricerche mediche su un determinato problema

Med-PaLM è ancora in fase di sviluppo e viene progettato per essere in grado di rispondere ai quesiti sulla salute con un grado di precisione verosimilmente paragonabile a quella di un essere umano competente in materia. In che modo? Il programma sarà capace di mettere a confronto tutti i dati delle ultime ricerche mediche su un determinato problema. Un fatto che naturalmente non potrà che aprire interrogativi di tipo etico, filosofico ma anche scientifico su quanto sia opportuno che l’intelligenza artificiale possa affiancarsi alla figura del medico o a quella di un giornalista scientifico. Il programma sembrerebbe essere già in grado di redigere un articolo di carattere scientifico in modo accurato e non riconoscibile come prodotto da una macchina, partendo dalle ultime ricerche pubblicate.

Abbiamo commentato questa notizia e le sue implicazioni insieme a Chiara Sgarbossa, dell’Osservatorio Sanità Digitale del Politecnico di Milano.

Un falso problema di fiducia

Se proviamo chiedere a ChatGPT, il prototipo di OpenAI al quale il nuovo software a tema medico Med-PaLM di Google si ispira, se possiamo fidarci di lui, la risposta dice già molto: “In quanto modello linguistico non sono in grado di avere convinzioni o intenzioni, quindi non ci si può fidare o diffidare di me – risponde il software -. Sono semplicemente uno strumento in grado di fornire informazioni e risposte utili in base ai dati utilizzati per addestrarmi. È importante verificare tutte le informazioni che fornisco attraverso fonti indipendenti”.

Si aprono diversi interrogativi sull’uso dell’AI come possibile fonte di profitti

I fondatori di OpenAI, d’altro canto, hanno dichiarato che la speranza è che l’intelligenza artificiale possa portare solo benefici a tutta l’umanità.

Accanto al motivo filantropico però si aprono diversi interrogativi sull’uso dell’AI come possibile fonte di profitti. In pochi anni dalla sua creazione, OpenAI ha già attirato su di sé un finanziamento da 1 miliardo di dollari da Microsoft, dimostrando di aver aperto un campo su cui è bene non farsi trovare impreparati. Tanto da spingere le aziende tech concorrenti, come Google, ad accettare la sfida creando a loro volta un proprio software.

L’automazione, se applicata in ambito aziendale, potrebbe essere infatti in grado di sostituire le risorse umane nello svolgimento di diversi lavori, anche quelli più creativi come la produzione di un testo, o artistiche come la scrittura di un brano musicale. Secondo i sostenitori di questo settore di sviluppo fare ricerca in questo ambito è indispensabile per risolvere problemi multidisciplinari che attualmente sono insormontabili e hanno a che fare con le politiche ambientali e la ricerca medica. Al momento però sembra non porsi alcun vero problema di fiducia in quanto resta implicito che questi software, per ora, non sono in alcun modo in grado di sostituirsi al giudizio umano ma ne rappresentano un mero braccio armato virtuale.

Modelli linguistici di grandi dimensioni

Mentre ChatGPT si configura come un software dalle abilità generiche, Med-PaLM punta a diventare un chatbot operante in un modello linguistico di grandi dimensioni (LLM) ma ristretto al solo campo medico-sanitario. Un programma che potrebbe essere utile a generare risposte che incrociano una miriade di dati prodotti dalla ricerca medico-scientifica più recente e dalla letteratura. In altre parole, numeri e informazioni semplici, estrapolati da database incredibilmente vasti e complessi.

La capacità di generare un livello di interazione quasi umano, che ha fatto finora la fortuna di Chat GPT, non sembra essere l’obiettivo di Google e DeepMind, che stanno invece sviluppando Med-PaLM per operare all’interno di parametri più ristretti.

Secondo gli sviluppatori, il programma potrebbe essere presto in grado di avere un ruolo nella clinica

Il software sarà programmato per dare risposte su sette diversi set di dati, fra cui risposte a domande professionali su esami medici, su risultati di ricerche scientifiche e sulle domande dei consumatori su questioni mediche. Quest’ultimo set è stato perfezionato utilizzando le domande sulle condizioni mediche e i relativi sintomi che si trovano online.

I ricercatori che lo stanno sviluppando hanno fatto sapere che, se perfezionato, il programma potrebbe essere presto in grado di avere un ruolo nella clinica, andando a supportare i medici stessi nelle decisioni diagnostiche con una più vasta scala di dati a disposizione.

Al momento, le prestazioni sembrano incoraggianti, ma senz’altro restano inferiori a quelle dei medici, di cui sicuramente il software non può prendere il posto, essendo solamente un eventuale supporto in più.

Cosa ne pensano i medici: l’indagine del Politecnico

Chiara Sgarbossa

Affinché queste soluzioni possano avere un impatto concreto sul miglioramento dell’assistenza sanitaria, sarà necessario proseguire nell’addestramento di Med-PaLM e nella generazione di evidenze sempre più solide che dimostrino la sua attendibilità di risposta”, ha commentato Sgarbossa.

“Oltre a questo, bisognerà comprendere, con un approccio multidisciplinare che consideri anche temi etici e legali, oltre che sanitari, in quali contesti i professionisti sanitari potranno far leva su questi strumenti per essere supportati nelle decisioni – ha poi aggiunto –. Ritengo, infatti, che sistemi di Intelligenza Artificiale possano essere un valido alleato del medico nella pratica clinica, per velocizzare alcune scelte e per ridurre potenziali errori. Non si tratta di soluzioni che possano sostituire il medico e che possano essere utilizzate in autonomia da parte del paziente, soprattutto quando deve prendere decisioni sulla propria salute”.

I medici hanno un’opinione più favorevole sull’utilizzo di soluzioni di AI per fornire consigli sulla prevenzione e gli stili di vita

Nell’ambito dell’ultima ricerca, l’Osservatorio Sanità Digitale del Politecnico di Milano ha rilevato la percezione dei medici specialisti rispetto all’utilizzo di chatbot da parte dei pazienti. Ecco i risultati: “I medici hanno generalmente un’opinione più favorevole rispetto all’utilizzo di queste soluzioni per fornire consigli sulla prevenzione e gli stili di vita (57%) e per chiedere informazioni sull’assunzione di farmaci e terapie (48%) – ha spiegato Sgarbossa –. Al contrario, nel caso delle soluzioni che suggeriscono una diagnosi al paziente in base ai sintomi, il 53% dei medici specialisti valuta un impatto negativo o molto negativo: si tratta di un ambito visto con maggiore diffidenza da parte dei professionisti, per un potenziale utilizzo scorretto che il paziente potrebbe farne e sulle relative conseguenze sulla sua salute e sicurezza”.

Anaao chiede un tavolo con Ministero e Regioni su Emergenza-Urgenza

La Commissione Emergenza-Urgenza Anaao Assomed chiede un tavolo di lavoro permanente presso il Ministero della Salute e in ogni Regione sul sistema emergenza-urgenza per cercare soluzioni condivise che evitino il definitivo collasso del sistema.

Da anni Anaao Assomed denuncia ogni tipo di anomalie e violazioni a danno della tutela della salute, dei diritti dei medici e dei dirigenti sanitari nel mondo dell’Emergenza-Urgenza e dei Pronto Soccorso, contro cui gli stessi medici reagiscono con un incremento crescente di abbandono della professione pubblica, se non della stessa arte medica, la cosiddetta “great resignation”.

La recente nota del Garante della Privacy sulla tutela dei dati personali e della dignità in ambito sanitario, è la riprova del livello di disagio raggiunto: “le condizioni con cui operano i professionisti sanitari, specie nei pronto soccorso, non può costituire un ostacolo al pieno rispetto dei diritti fondamentali dell’individuo specie in un contesto come quello sanitario in cui le fragilità sono più evidenti”.

Il benessere organizzativo e lavorativo che pure sarebbe garantito dalla legge, è in caduta libera, e la strada che noi lavoratori dell’emergenza percorriamo ogni giorno è una salita che pare inarrestabile.

L’Anaao Assomed ribadisce con forza la sua netta contrarietà:

  • al problema del “boarding”, quei malati nei Pronto Soccorso in attesa da giorni o settimane di un posto letto per essere ricoverati, persino morendo su una barella in totale solitudine, e le lunghe attese delle ambulanze impossibilitate ad accedere ai dipartimenti di emergenza a causa del sovraffollamento, una questione drammatica che però si è diffusa a macchia di leopardo, con la maggior parte delle regioni al collasso e poche che hanno saputo affrontare il problema, indice di una totale e vergognosa assenza di capacità gestionale in molte aziende.
  • alla carenza di posti letto, tagliati con l’accetta da anni anche a favore dei privati, spremendo i medici in servizio e i malati, privi di adeguati spazi vitali nei reparti con posti letto aggiuntivi in stanza o nei corridoi.
  • al Pronto Soccorso come zona di confine senza regole, una terra di nessuno in cui si consumano le carenze dell’assistenza sul territorio, l’incapacità organizzativa, gli errori della politica e i drammi sociali di un’umanità disperata che chiede solo un giusto ed equo diritto alle cure.
  • al sistema territoriale di emergenza sanitaria depauperato di ambulanze, personale medico e infermieristico.
  • alla resistenza verso riforme eque sul sistema delle assunzioni, favorendo invece modalità di reclutamento con modelli privatistici e assegnazioni illegittime a soggetti non credibili come le cooperative di servizi, in barba a sentenze e leggi, incluse le deroghe al codice appalti applicato con fittizi richiami a “urgenze” che sono in realtà inefficienze cronicizzate e lasciate a consolidare, omettendo controlli su responsabilità penali, incluse infiltrazioni mafiose (deroga all’art. 80 D.lgs 50/2016).
  • al confinamento dei medici dell’emergenza-urgenza a burattini di un sistema carente, emarginati in carriere misere senza spiragli di crescita professionale e culturale all’interno delle proprie aziende, sommersi in una gestione delirante dell’assistenza ai cittadini.
  • al rinvio e all’inadeguatezza di risorse economiche insufficienti per tutti i medici, per valorizzare le loro professionalità aggirando i loro disagi lavorativi in un impoverimento che spinge alla disaffezione: l’indennità di Pronto Soccorso cosi come strutturata è misera, e le risorse INAIL per le certificazioni obbligatorie sono state depauperate.
  • alle violenze, aggressioni fisiche e verbali, incluso il mondo sommerso delle proteste agli URP, un vile sottobosco che rivela soltanto la fragilità di un sistema che vuole spostare sul personale i propri misfatti, aizzando i cittadini al conflitto verso le professioni e alla delegittimazione delle competenze.

Cari politici e direttori della sanità, anche voi siete cittadini, e nei servizi di emergenza urgenza potrete pure capitare, ma solo affrontando immediatamente con competenza e giusto confronto una tale gravità di problemi si potrà trovare una via comune per salvare l’assistenza ai cittadini.

Infermieri: tra uomini e donne divario salariale del 24%

“Si dovrebbe considerare con più attenzione la carenza di personale e lo sforzo che a quello in servizio è richiesto per coprire tutte le necessità dei servizi e i bisogni di salute dei cittadini, considerando che le differenze di genere spesso incidono anche sul corretto andamento dei ritmi familiari e che comunque ci sono da colmare differenze, anche economiche, del tutto ingiustificate vista l’assoluta parità di formazione e tipologia di lavoro svolta”. Lo ha affermato Barbara Mangiacavalli, Presidente della Federazione delle professioni infermieristiche (Fnopi), nel corso di un’audizione alla Commissione Politiche dell’Unione Europea del Senato sulla “direttiva del parlamento europeo e del consiglio sulle norme riguardanti gli organismi per la parità nel settore della parità di trattamento e delle pari opportunità tra donne e uomini in materia di occupazione e impiego”.

La professione infermieristica è caratterizzata da una prevalente presenza femminile: le donne (347.947 su quasi 460.000 iscritti agli ordini) rappresentano infatti il 76,5% dei professionisti della categoria. A livello europeo l’Italia si classifica ottava, ed è preceduta dalla Romania, tra i Paesi peggiori per quanto riguarda la retribuzione a favore delle donne nelle professioni sanitarie, con un divario salariale del 24% nei confronti degli uomini. I disallineamenti riguardano gli infermieri che operano all’interno di strutture non afferenti al Servizio Sanitario Nazionale.

La presidente della Fnopi ha illustrato poi alla Commissione una serie di proposte, che vanno dall’innovazione dei contratti di lavoro degli infermieri, per favorire la conciliazione tra vita privata e professionale, all’istituzione di servizi per l’infanzia e l’inserimento negli asili nido anche per i lavoratori in regime di libera professione. La Federazione chiede poi di garantire lo sviluppo economico e di carriera della professione, con la massima equità e parità di accesso e progressione tra generi, di ridurre il divario tra i differenti contratti di lavoro, di abbattere le differenze retributive all’interno dei differenti contratti tra pubblico e privato e di normalizzare il diritto al lavoro part time. Inoltre secondo la Fnpoi è necessaria una tutela legale d’ufficio e il supporto economico da parte delle aziende e dei datori di lavoro per la difesa dei professionisti oggetto di episodi di violenza, che nel caso degli infermieri riguardano per oltre il 75% le donne. Infine Mangiacavalli ha proposto di istituire l’ufficio del garante per i diritti sul lavoro all’interno di tutte le aziende pubbliche e private per la prevenzione e la tutela da episodi di discriminazione.

Consip, al via la gara per oltre 55mila dispositivi impiantabili di ultima generazione

Consip ha pubblicato la seconda edizione dell’Accordo quadro per la fornitura di 55.400 dispositivi impiantabili (pacemaker e defibrillatori, mono e bicamerali con relativi elettrocateteri e sistemi di introduzione, e loop recorder iniettabili).

L’obiettivo dell’iniziativa – che ha un valore complessivo stimato pari a circa 197 mln/€ e una durata di 12 mesi – è garantire alle strutture sanitarie pubbliche la fornitura di dispositivi di ultima generazione e rispondere alle attuali esigenze dei clinici in termini di funzionalità e condivisione dei dati, garantendo la rispondenza alle esigenze terapeutiche dei pazienti.

La gara prevede anche la fornitura di un sistema di monitoraggio remoto che consente il controllo a distanza di tutti i dispositivi impiantati, senza necessità del contatto diretto tra medico e paziente. I dati trasmessi mediante il monitoraggio remoto non riguardano solo i parametri elettrici del dispositivo, ma anche informazioni di carattere clinico, utili per una completa gestione a distanza del paziente. Il sistema offre numerosi vantaggi, sia per il paziente che per l’ospedale, tra cui sicuramente la riduzione del numero dei follow-up ambulatoriali, con conseguente abbattimento dei costi di trasporto e un maggior confort per il paziente, e la possibilità di controllo continuo del dispositivo che consente una maggiore rapidità nel riconoscimento di eventuali problemi, permettendo un’ottimizzazione dell’intervento medico.

Lo strumento dell’Accordo quadro – stipulato con tutti gli aggiudicatari che abbiano presentato una offerta valida – è stato scelto per garantire un’offerta ampia e flessibile di dispositivi innovativi e qualitativamente avanzati, da selezionare in base al criterio della “scelta clinica”, che consente di affidare la fornitura a qualsiasi operatore economico aggiudicatario in base alle esigenze specifiche del paziente.

Anche per questa seconda edizione dell’Accordo Quadro, Consip si è avvalsa del contributo della Associazione Italiana di Aritmologia e Cardiostimolazione – AIAC, al fine di garantire l’appropriatezza clinica e tecnologica dei dispositivi, nel rispetto delle esigenze del paziente.

Come per le altre gare del settore sanitario, le commissioni giudicatrici saranno composte da medici esperti del settore, per riporre la più ampia attenzione alle esigenze del paziente e alla promozione di innovazione tecnologica e qualità. A tale proposito, si ricorda che le candidature al ruolo di commissario di gara in ambito sanitario sono sempre aperte e accessibili ai funzionari di Aziende sanitarie pubbliche, tramite l’apposito censimento pubblicato sul sito Consip.

Il termine per la presentazione delle offerte da parte delle imprese è fissato alle ore 16 del 21 marzo 2023.

Autonomia differenziata, Gimbe: “Colpo di grazia al SSN”

Non si placa il dibattito sul regionalismo asimmetrico, anche noto come autonomia differenziata. Ne discutiamo con Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE.

Dottor Cartabellotta, cosa pensa del Ddl sul ‘regionalismo asimmetrico’ rispetto alla possibilità di colmare l’annoso divario sanitario tra le Regioni italiane? [Formulo questa domanda utilizzando appositamente questo termine che è riportato nel Ddl…]

Nino Cartabellotta

Concedere alle Regioni maggiori autonomie in materia di “tutela della salute” darà inevitabilmente il colpo di grazia ai princìpi di equità e universalismo che caratterizzano il Dna del nostro Servizio sanitario nazionale. Aumenteranno le diseguaglianze regionali e verrà normativamente legittimato il divario tra Nord e Sud, in violazione del principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini nel diritto alla tutela della salute.

Infatti, nonostante i livelli essenziali di assistenza (Lea) siano definiti dal 2001 e monitorati ogni anno dallo Stato, persistono inaccettabili diseguaglianze tra i diversi sistemi sanitari regionali. Peraltro, le Regioni che hanno già sottoscritto i pre-accordi (Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto) sono proprio quelle che erogano i migliori servizi sanitari e hanno maggiore capacità attrattiva sui pazienti del Centro-Sud, alimentando il fenomeno della “migrazione sanitaria”. Senza contare che alcune tra le maggiori autonomie richieste dalle tre Regioni rischiano di sovvertire l’organizzazione dei servizi sanitari, ostacolando il monitoraggio del Ministero della Salute. Tutto questo, in un momento storico in cui il Paese ha sottoscritto con l’Europa il Pnrr, il cui obiettivo trasversale è proprio quello di ridurre le diseguaglianze regionali e territoriali.

Da cosa dipendono le enormi differenze tra i servizi sanitari regionali? È un problema di risorse? Di capacità amministrative? O altro?

Dopo la pandemia, la sanità è stata progressivamente rimessa all’angolo

Le Regioni del Centro-Sud, dopo la riforma del Titolo V del 2001, non sono state in grado di organizzare adeguatamente i propri servizi sanitari, generando al tempo stesso enormi buchi nei propri bilanci. Di conseguenza, fatta eccezione per la Basilicata, tutte le Regioni del Centro-Sud sono finite in Piano di rientro (e la maggior parte non sono ancora uscite) o addirittura commissariate (a oggi lo sono Molise e Calabria). D’altronde, le nostre analisi indipendenti documentano la grave crisi di sostenibilità del Ssn ben prima dello scoppio della pandemia. L’imponente definanziamento pubblico di circa 37 miliardi di euro nel decennio 2010-2019; l’incompiuta del Dpcm sui nuovi Lea che aveva ampliato prestazioni e servizi a carico del Ssn senza copertura finanziaria; gli sprechi e le inefficienze; l’espansione incontrollata delle assicurazioni. Oltre alla non sempre leale collaborazione Stato-Regioni e alle aspettative spesso irrealistiche di cittadini e pazienti. In questo contesto la pandemia Covid-19 ha confermato il cagionevole “stato di salute del Ssn” e se nel pieno dell’emergenza tutte le forze politiche convergevano sulla necessità di potenziare e rilanciare il Ssn, progressivamente la sanità è stata nuovamente messa all’angolo.

Pochi giorni fa, a margine della terza Giornata nazionale del personale sanitario, socio-sanitario, socio-assistenziale il ministro della Salute Orazio Schillaci, rispetto al rischio di disgregazione del Ssn con l’autonomia differenziata, ha dichiarato: “La sanità è regionale dal 2001, sono 22 anni che gran parte della sanità è affidata alle Regioni con un’offerta variabile da regione a regione. Il tema dell’autonomia differenziata è importante, ma credo che bisogna riconoscere al Ministero della Salute un ruolo guida. Chi lavora bene continua a farlo e chi magari lavora meno bene può trovare nel Ministero una guida”. Lei pensa possa coesistere una regia nazionale significativa della sanità con l’attuazione asimmetrica di ciò che dovrebbe trovare un’omogenea messa a terra sul territorio nazionale? Penso ad esempio alla sanità digitale di cui al Pnrr, al Fse ecc.

Le parole del ministro Schillaci sono ineccepibili, ma il “ruolo guida” del ministero della Salute è una chimera politica e organizzativa per tre ragioni. Innanzitutto, dopo la riforma costituzionale del Titolo V nel 2001 il ministero è stato profondamente indebolito sino, addirittura a scomparire tra i dicasteri dal 2008 al 2009.

In secondo luogo, al momento, i poteri dello Stato in ambito sanitario continuano a rimanere molto frammentati tra i vari dipartimenti del ministero della Salute e gli enti vigilati (Iss, Aifa, Agenas), spesso con sovrapposizioni di ruoli e funzioni non sempre sinergici e talora conflittuali.

Ancora, gli strumenti utilizzati per verificare l’erogazione dei Lea da parte delle Regioni sono di fatto “spuntati”: infatti, prima la “Griglia Lea” e dal 2020 il Nuovo Sistema di Garanzia configurano più strumenti di political agreement tra Governo e Regioni che mezzi per valutare adeguatamente la qualità dell’assistenza sanitaria erogata alle persone; infine, gli strumenti (piani di rientro, commissariamenti) messi in campo dal ministero per “riprendere” le Regioni del Centro-Sud hanno permesso di ottenere il riequilibrio finanziario quasi ovunque, ma non di facilitare la riorganizzazione dei servizi sanitari regionali, complice anche la lunga stagione dei tagli che ha colpito il Ssn. In definitiva, affinchè la “regia nazionale” possa realmente essere efficace serve un nuovo (e improbabile) patto politico finalizzato a potenziare gli strumenti di indirizzo e verifica dello Stato sulle Regioni.

Il dado del Ddl autonomia differenziata però ormai è tratto. E le Regioni ad alto potenziale sanitario hanno già fatto richiesta di adesione. Quali azioni proporrebbe di mettere in campo per evitare pericolose derive che, a detta di molti, potrebbero esacerbare differenti livelli di accesso alla sanità a seconda delle regioni di residenza dei cittadini? In altre parole, come preservare equità ed universalismo del Ssn?

Il Ssn ormai da anni ha “tradito” equità e universalismo

Il Ssn ormai da anni ha “tradito” equità e universalismo, visto che si annoverano innumerevoli diseguaglianze nell’accesso ai servizi: da quelle regionali, con un gap ormai incolmabile tra Nord e Sud, a quelle tra aree urbane e rurali, sino alle diseguaglianze correlate al grado di istruzione, al reddito e al genere. A dispetto del principio fondante dell’universalismo, dunque, nei fatti oggi il Ssn garantisce una “salute diseguale. Con il report “Il Regionalismo differenziato in sanità” abbiamo già invitato il Governo a mettere da parte posizioni sbrigative e proposto in prima istanza di espungere la tutela della salute dalle materie su cui le Regioni possono richiedere maggiori autonomie.

In subordine, che l’eventuale attuazione del regionalismo differenziato in sanità venga gestita con estremo equilibrio, colmando innanzitutto il gap strutturale tra Nord e Sud del Paese, modificando i criteri di riparto del Fabbisogno Sanitario Nazionale e aumentando le capacità di indirizzo e verifica dello Stato sulle Regioni.

È indispensabile salvaguardare la capacità di redistribuzione del reddito senza compromettere l’esercizio dei diritti costituzionali fondamentali, in particolare quello alla tutela della salute: altrimenti, la sanità rischia di diventare un bene pubblico per i residenti nelle Regioni più ricche e un bene di consumo per quelle più povere. Già oggi il Ssn eroga un’assistenza sanitaria “diseguale” e l’universalismo è ormai diventato “selettivo”.

Uno dei punti caldi e controversi del Ddl è quello sui controlli di rispetto dei Lep (che poi sarebbero i ben noti Lea della sanità), possibili ma non obbligatori. Il rischio di un pasticciaccio all’italiana è rilevante… lei che ne pensa?

Al momento la bozza del Ddl Calderoli fa riferimento solo alla definizione dei Lep e non alla loro esigibilità, che inevitabilmente richiede dei controlli da parte dello Stato. È un capitolo tutto da scrivere e, per ciò che riguarda la sanità, da riscrivere.

L’impatto socio-economico delle patologie oncologiche

Pensavamo che l’oncologia avesse, rispetto ad altre patologie che impattano pesantemente sulla qualità della vita, come la sclerosi multipla o l’artrite reumatoide, un costo prevalentemente a carico del SSN. Invece il questionario PROFFIT ci dice che la cosiddetta tossicità finanziaria è un problema anche italiano, per quanto sia diverso e prezioso il nostro SSN rispetto ad altre realtà come gli Stati Uniti.

È quanto emerso nel corso dell’evento “L’impatto socio-economico delle patologie oncologiche. Quali sfide e quali risposte in campo”, organizzato dall’Associazione Preziosa e ospitato dalla Regione Piemonte, a Torino.

Sedici domande, come ha illustrato Massimo Di Maio, Direttore del Dipartimento di Oncologia del Mauriziano, fotografano il disagio, lo misurano e soprattutto sondano le possibili cause: un questionario che sarebbe auspicabile fosse impiegato in studi prospettici non solo per fotografare ma anche come tentativo di correzione e di miglioramento.

Favo, nella persona del Presidente Nazionale, Francesco De Lorenzo, ha riportato dati importanti e drammatici: in Italia, il 70% dei cittadini colpiti da cancro manifesta difficoltà finanziarie rilevanti; il 65% sottolinea conseguenze sulla salute mentale (gravi nel 6,7); per il 30% la malattia ha influito negativamente sulla carriera in termini di mancato avanzamento, riduzione dell’orario da full time a part time, ricollocazione in altro ambito professionale e, nei casi più drammatici, perdita del lavoro.

Tra i pazienti oncologici la popolazione attiva diminuisce dal 51% al 39% a seguito della diagnosi, un dato che sottolinea la difficoltà a mantenere il lavoro.

Diventa cruciale il territorio, come sottolinea Mario Airoldi, Responsabile Area Ospedaliera della Rete Oncologica Piemonte e Valle D’Aosta, per limitare la tossicità, il MMG deve essere maggiormente coinvolto.

“La gestione del follow-up è un altro costo che il paziente spesso subisce, come per la diagnostica – ha sottolineato -. Il accesso è il CAS che compie un qualcosa di unico in Italia con l’assegnazione del codice 048 per cui tutti gli accertamenti vengono effettuati senza un esborso da parte del paziente, semplicemente sulla base di un sospetto di tumore, sono indagini molto costose, ma se il paziente segue il percorso CAS i costi non sono caricati”.

Per il prof. Claudio Jommi, Ordinario dell’Università del Piemonte Orientale, oggi stiamo assistendo ad uno scivolamento silenzioso verso la spesa privata nel percorso del paziente, le risorse sono scarse e vanno gestite al meglio.

Visione integrata nella gestione dei percorsi, integrata nella componente sanitaria e sociale, un approccio non a silos nella gestione delle risorse e allocare le giuste risorse ai tre componenti del welfare: previdenza, assistenza e sanità.

Le evidenze riportate dai pazienti sono sempre più importanti, devono entrare sempre di più nel processo di valutazione dei benefici, delle problematiche di accesso e della patologia.

Le soluzioni proposte da Franco Ripa della Direzione Sanità Regione Piemonte, sono l’appropriatezza, la semplificazione e una buona comunicazione.

Laura Patrucco, Paziente Esperto Eupati e Patient Advocate Associazione Preziosa, ed Eugenia Caggese, Associazione Oncologica Bergamasca ODV, hanno sottolineato il tema importante del diritto all’oblio per i pazienti sopravviventi.

La lotta contro il cancro, hanno spiegato, non è uguale per tutti a causa delle disuguaglianze socio economiche diverse anche da regione a regione.

Per la patient advocacy il binomio salute e lavoro dovrebbe essere all’ordine del giorno oltre al concetto di cura e malattia, quindi diventa corretto parlare di riabilitazione oncologica integrata dei pazienti dopo la guarigione dalla malattia, se considerata come una parentesi di momentanea difficoltà.

La molecola NGF per limitare i danni cerebrali

L’Istituto di farmacologia traslazionale del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ift) di Roma, ha sviluppato un trattamento innovativo basato sull’inoculazione della molecola Nerve Growth Factor (NGF) per via nasale, che potrebbe ridurre gli effetti dei traumi cerebrali ed evitare anche il manifestarsi di disabilità di tipo motorio. 

La sperimentazione, i cui risultati sono pubblicati sul British Journal of Pharmacology, si inserisce in un contesto di cura nel quale è necessario agire con la massima tempestività: è noto, infatti, che in conseguenza di un trauma cerebrale (lesione primaria) si possono verificare in breve tempo una successione di eventi molecolari e biochimici tali da peggiorare ulteriormente il danno. “Sappiamo che queste lesioni possono attivare una serie di conseguenze a cascata quali ischemie (per un ridotto apporto di sangue), ipossie (per carenza di ossigeno) e neuroinfiammazioni, che acutizzano la gravità e aumentano l’estensione della lesione, con esiti spesso permanenti e invalidanti. Il nostro studio nasce quindi dalla necessità di prevenire, o limitare, alcuni di questi meccanismi che determinano l’insorgenza di danni secondari”, spiega Marzia Soligo del Cnr-Ift, autrice della ricerca.

Nello studio, i trattamenti hanno previsto la somministrazione di NGF umano su modelli murini e, a partire dal giorno seguente la fine del ciclo terapeutico, sono stati valutati l’insorgenza di sintomi di disabilità motoria e lo sviluppo di fenomeni di neuroinfiammazione.  “Abbiamo potuto constatare che questa molecola, messa a disposizione da Dompé farmaceutici, inoculata immediatamente dopo il trauma cerebrale, riesce a limitare e prevenire lo sviluppo di danni secondari responsabili della progressione generalizzata del danno cerebrale, come le disabilità di tipo motorio, sia nella zona di impatto (corteccia parietale) che in altre aree del cervello, quali l’ipotalamo. Sappiamo che le lesioni cerebrali traumatiche (TBI), che rappresentano uno dei maggiori problemi nel campo della neurologia, causano ogni anno in Europa circa 1,5 milioni di ricoveri e le popolazioni pediatriche e adolescenziali risultano essere ad alto rischio. Nell’ambito del progetto, inoltre, è in corso di svolgimento il primo studio clinico autorizzato in Italia che prevede l’uso di NGF veicolato al cervello tramite somministrazione intranasale in bambini con esiti di TBI grave. Benché questo trattamento sia applicato a pazienti con traumi cronici – cioè a distanza di mesi dal trauma – l’aspettativa è che questi dati preclinici possano aprire all’esplorazione degli effetti del trattamento precoce con NGF, da associare alle cure primarie per coloro che hanno appena subito una lesione cerebrale grave”, conclude Luigi Manni, ricercatore del Cnr-Ift e primo autore della ricerca.

La ricerca è stata sviluppata nell’ambito di un progetto di medicina traslazionale finanziato dal Ministero della Salute che, oltre ai ricercatori del Cnr-Ift Marzia Soligo e Luigi Manni, ha visto il coinvolgimento di ricercatori clinici della Fondazione Policlinico Gemelli di Roma, guidati dal professor Antonio Chiaretti.

Costi energetici nelle Aziende Sanitarie pubbliche tra il 2021 e il 2022

In considerazione del progressivo aumento del costo delle risorse energetiche in tutta Europa, incremento ancor più rilevante a seguito dallo scoppio del conflitto in Ucraina e dalla spirale inflazionistica tuttora in corso, AGENAS ha effettuato un’analisi dell’andamento dei costi energetici nelle Aziende Sanitarie Pubbliche, confrontando i dati 2022 e 2021 delle Regioni e Province Autonome di Trento e Bolzano.

Lo scopo del documento è quantificare, tramite l’analisi dei conti economici delle Regioni e delle Province Autonome, l’andamento dei costi energetici nei bilanci, fornendo una rappresentazione sintetica sia a livello complessivo nazionale sia di confronto tra le regioni e le Province Autonome. Il lavoro si inserisce tra le iniziative a supporto nel Ministero della salute, delle Regioni e Province Autonome di Trento e Bolzano ed esula da valutazioni su politiche regionali di efficientamento energetico o su variabili di contesto che possano aver influenzato l’andamento rappresentato, trattandosi essenzialmente di una fotografia dei dati registrati nei conti economici degli anni di riferimento.

Si ricorda, infine, che il legislatore ha previsto per l’anno 2022 finanziamenti per gli enti del Servizio Sanitario Nazionale al fine di contrastare gli effetti dell’aumento dei prezzi delle fonti energetiche.

I dati

La spesa per l’energia nelle aziende sanitarie, che nel 2021 in Italia ha avuto un’incidenza media di 1,3% sul totale dei costi di produzione, ha raggiunto a fine 2022 una media di 2,3%, impattando negativamente sui bilanci di aziende sanitarie e regioni. A livello nazionale, la spesa sanitaria relativa ai costi energetici di tutte le Regioni e Province Autonome per l’anno 2022 è aumentata complessivamente di 1.415.612.935 euro, corrispondente ad un aumento medio pro-capite di 23,98 euro.

La voce “Utenze elettricità”, che rappresenta il 52,3% della spesa complessiva nel 2022, ha subito un aumento, rispetto all’anno precedente, di 822.411.776,09 € (+96,2%); la voce “Riscaldamento”, che corrisponde al 36,3% della spesa, nello stesso periodo ha subito un aumento di 508.839.115,33 € (+77,5%); la voce “Altre utenze”, che rappresenta l’11,4% della spesa complessiva, registra invece un aumento nel 2022 di 84.362.043,09 € (+30,1%).