Home Blog Page 237

20° Rapporto sull’attività ospedaliera in Italia “Ospedali&Salute”

Aiop, l’Associazione italiana ospedalità privata, ha presentato, presso la Sala Capitolare di Palazzo della Minerva del Senato della Repubblica, il 20° Rapporto sull’attività ospedaliera in Italia “Ospedali&Salute”, realizzato in collaborazione con Ermeneia – Studi & Strategie di Sistema.

Attraverso un’analisi dei servizi sanitari, dell’evoluzione del settore, dei costi, delle difficoltà di accesso e della qualità percepita dai cittadini, è stato preso in considerazione il triennio di pandemia: dalla fase dell’emergenza straordinaria nel 2020 a quella proattiva del 2021, caratterizzata dal programma di vaccinazione, ma anche dal blocco e dal differimento delle prestazioni, per finire con il 2022, anno durante il quale ci si è trovati ad affrontare il fenomeno di servizi non erogati o procrastinati.

Schillaci

Per il Ministro della Salute Orazio Schillaci: “La doppia anima del nostro sistema ospedaliero, pubblico e privato, può rappresentare la chiave per risolvere alcune criticità esistenti e superare le inaccettabili disuguaglianze che tuttora persistono a livello territoriale. Dobbiamo implementare e allargare l’offerta, anche creando un sistema virtuoso tra pubblico e privato che possa garantire una presa in carico globale e appropriata delle esigenze di prevenzione, cura e assistenza di tutti i cittadini. Considero prioritario rispondere in modo tempestivo e adeguato alle esigenze di tutti coloro che sono rimasti indietro in questi anni, penso in particolare agli screening oncologici, ai ricoveri e agli interventi rimandati o sospesi soprattutto nelle prime fasi dell’emergenza sanitaria”.

In tal senso il Ministro ha commentato i risultati presentati nella giornata: “L’edizione 2022 del Rapporto Aiop restituisce una nitida fotografia degli ultimi anni caratterizzati dalla pandemia di Covid-19. Una novità rilevante è rappresentata dall’approvazione dell’emendamento al decreto Milleproroghe che, oltre a permettere di continuare a utilizzare i fondi resi disponibili con la legge di Bilancio 2022, dà alle Regioni la facoltà di avvalersi di una quota dello 0,3% del fondo sanitario per incrementare l’offerta di prestazioni in convenzione con le strutture private accreditate. In tema di risorse destinate al SSN – ha concluso Schillaci – abbiamo voluto dare un segnale di cambiamento, siamo arrivati a oltre 128 miliardi di euro per il fondo sanitario nazionale 2022 e aumentato le risorse del fondo per il triennio 2023-2025”.

Secondo Ugo Cappellacci, Presidente della Commissione Affari sociali della Camera dei Deputati: “Il Rapporto fotografa una situazione che ormai era chiara da molto, purtroppo le cifre sono drammatiche ed è necessario invertire la rotta. La spesa sanitaria deve necessariamente diventare un investimento, passando dal concetto di Prodotto interno lordo a quello di Benessere interno lordo e comprendendo che in sanità spendere meno prima significa spendere di più dopo. I limiti riscontrati dal Servizio Sanitario Nazionale durante la pandemia si possono recuperare solo tramite un’integrazione vera tra pubblico e privato. Dobbiamo, quindi, intervenire sul tema dei tetti per arrivare a recuperare i ritardi che rischiano di mettere in ginocchio il Paese. Rompiamo assieme questo tetto”.

Davide Faraone, Commissione Trasporti, poste e telecomunicazioni della Camera dei Deputati, ha dichiarato che: “Il Sistema Sanitario Nazionale è in gravissima crisi e il Covid ha peggiorato tale situazione. Il contributo del privato, dunque, è fondamentale per supportare il sistema e recuperare tutto ciò che è rimasto arretrato. Occorre però investire, stanziando risorse per almeno 10 miliardi di euro, di cui almeno 8 per il privato accreditato e intervenire con nuove assunzioni. È necessario superare gli steccati ideologici: pubblico e privato stanno seguendo la stessa identica missione ed è arrivato il momento di riconoscerlo”.

Barbara Cittadini Aiop

Per Barbara Cittadini, Presidente nazionale Aiop: “Il SSN soffre ancora del Long Covid. I dati parlano chiaro: a due anni dalla pandemia non solo non si riscontra il recupero atteso delle prestazioni mancate nel corso della fase pandemica più acuta, ma i volumi di attività e la qualità delle cure non sono tornati ai livelli pre-Covid né per le prestazioni programmate né per quelle urgenti”.

“Le forze centrifughe dal SSN sono sempre più evidenti – ha spiegato Cittadini – con sempre più utenti che, per ovviare alle liste d’attesa, si trovano costretti, se possono, a pagare le prestazioni o, in caso di indisponibilità economica, a rinunciare alle cure”.

Si tratta di una situazione che il Rapporto fotografa nei dettagli. La ricerca, infatti, è uno strumento di monitoraggio e valutazione dell’efficacia e dell’efficienza del sistema ospedaliero italiano, nelle sue componenti di diritto pubblico e di diritto privato del Servizio Sanitario Nazionale e coniuga i dati oggettivi dei flussi informativi correnti con i dati “soggettivi” ricavati da un’indagine annuale sull’esperienza dei pazienti.

Vogliamo riportare l’interesse del malato al centro del dibattito sulla sanità pubblica, troppo spesso orientato da visioni parziali, che prescindono dai principi di realtà” ha evidenziato la Presidente di Aiop, aggiungendo che “la spesa sanitaria pubblica italiana in rapporto al PIL continua a restare fortemente al di sotto della media dei Paesi OCSE e G7 e si continua a paralizzare l’erogazione di servizi alla salute, attraverso il meccanismo dei tetti di spesa, imponendo alle Regioni un limite massimo all’acquisto di prestazioni presso il privato accreditato e sacrificando i bisogni assistenziali dei pazienti sull’altare di una illogica predilezione per la proprietà pubblica degli asset”.

Cittadini ha ricordato che “ancora una volta, i dati parlano chiaro: le dinamiche “conflittuali” tra la componente di diritto pubblico e quella di diritto privato del SSN non interessano ai malati. L’interesse del paziente è quello di ricevere le cure migliori – dal punto di vista dell’efficacia, appropriatezza e sicurezza – e non, certamente, la natura giuridica dell’ospedale che le eroga. I malati desiderano, solamente, essere curati”.

“È necessario – ha concluso la Presidente – comprendere che ogni euro impiegato in sanità è un investimento per il progresso del Paese e che è indispensabile procedere ad un’alleanza di sistema, basata su un approccio collaborativo/competitivo tra la componente di diritto pubblico e la componente di diritto privato del SSN, preservando e aumentando gli ambiti di tutela, superando i condizionamenti ideologici, che, fino ad ora, hanno relegato la componente di diritto privato a un ruolo vicario e agendo attraverso una differente allocazione delle risorse alle strutture che assicurano prestazioni qualitativamente migliori e una gestione più efficiente”.

Per Domenico Mantoan, Direttore Generale Agenas: “Il sistema pubblico è ingolfato e non riesce a utilizzare le risorse anche aggiuntive che gli sono, di volta in volta, assegnate. Il comparto privato è l’unico settore al quale sono rimasti applicati i tetti di spesa. Siamo in una condizione in cui i 300 milioni riconosciuti alle strutture di diritto pubblico per smaltire le liste d’attesa non sono stati utilizzati e in cui il privato accreditato è volutamente limitato nella sua capacità produttiva. Nel nostro Paese lo Stato deve incarnare il ruolo costituzionalmente previsto di soggetto regolatore: questo significa interpretare i bisogni in maniera flessibile, senza restare ancorati a norme – come il Dl 95 – introdotte 10 anni fa e mai aggiornate; significa rendere effettivo il ruolo di valutazione a livello centrale per monitorare più accuratamente l’efficienza delle strutture pubbliche che – dobbiamo dirlo – viaggiano a piè di lista e orientate verso una programmazione libera di dare di più a chi garantisce una qualità maggiore al minor costo”.

Tonino Aceti, Presidente Salutequità, ha dichiarato: “Esiste un problema serio rispetto alle liste d’attesa e alla rinuncia alle cure a cui si somma il pregresso derivante dal Covid. Rispetto alla rinuncia alle cure abbiamo tassi raddoppiati rispetto al pre-Covid: in Sardegna – la Regione con la minore proporzione di privati accreditati – è quella con la percentuale maggiore, pari al 18%. Parallelamente, il sistema di misurazione istituzionale ai fini LEA è profondamente carente nel misurare il fenomeno delle liste d’attesa: solo un indicatore dovrebbe catturare la capacità delle Regioni di rispondere tempestivamente ai bisogni di cura. Sull’intramoenia ancora 5 Regioni non hanno istituito le relative commissioni di controllo e a fronte di un sistema che fa acqua da tutte le parti abbiamo, quindi, canali di accesso non controllato solo per chi se lo può permettere. Chi non ha disponibilità economica rinuncia alle cure e stiamo dinanzi a un diffuso fenomeno di progressivo aggravamento delle condizioni di salute e al proliferare di casi che arrivano in ospedale quando ormai la patologia è complessa e a uno stadio avanzato”.

All’evento, tra gli altri, hanno preso parte Maurizio Gasparri, Vicepresidente del Senato, Nadio Delai, sociologo, Presidente di Ermeneia e Gabriele Pelissero, Vicepresidente Aiop.

Clicca qui per consultare una sintesi del rapporto

Settimana del Cervello, dal 13 al 19 marzo iniziative in tutta Italia

“La Nuova Era Del Cervello”: si apre così l’edizione 2023 della Settimana Mondiale del Cervello, che, come ogni anno è promossa dalla Società Italiana di Neurologia e vedrà lo svolgimento di iniziative dal 13 al 19 marzo in tutta Italia.

La campagna della SIN nasce con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla prevenzione e la lotta alle numerose malattie neurologiche fornendo, al contempo, informazioni sui principali progressi raggiunti dalla ricerca scientifica.

Nuove tecnologie unite all’applicazione dell’Intelligenza Artificiale apriranno nuovi scenari nella diagnosi precoce e nel trattamento della Malattia di Alzheimer, dove è possibile intravedere nuovi orizzonti di cura grazie ai recenti esiti positivi degli studi sulle terapie biologiche dirette contro l’amiloide, proteina marker della malattia. Ulteriori aggiornamenti anche in campo preventivo per rallentare l’esordio della demenza, grazie alla combinazione della stimolazione cognitiva, della  dieta mediterranea e dell’esercizio fisico (Studio FINGER).

Inattese prospettive di trattamento si prevedono anche per la Malattia di Parkinson grazie a una ricerca tutta italiana: attraverso l’analisi della saliva, non solo si può fornire una diagnosi precisa ma addirittura prevedere la progressione della malattia. Inoltre, riguardo i nuovi ambiti terapeutici, importanti risultati sono emersi dall’utilizzo di ultrasuoni focalizzati sotto guida della Risonanza Magnetica (Magnetic Resonance guided Focused UltraSound) nei pazienti farmacoresistenti: i FUS provocando una lesione di una piccola area di tessuto cerebrale, il globo pallido, riducono da subito i tremori e con una efficacia che si mantiene a lungo nel tempo.

E nel campo della prognosi dell’emicrania, nuove metodologie diagnostichesono state utilizzate per studiare i valori di concentrazione di CGRP nel plasma e nel liquido lacrimale delle pazienti emicraniche dimostrando che i livelli di CGRP nel liquido lacrimale aumentano durante la fase mestruale a causa degli estrogeni.

Per questa patologia, nell’ambito della profilassi, oltre alla tossina botulinica, è ormai assodato il ruolo fondamentale dei nuovi farmaci monoclonali diretti contro il CGRP che riducono frequenza e intensità degli attacchi con iniezioni bi- o tri-mensili.

La messa a punto dei nuovi farmaci monoclonali cosiddetti biologici– ha evidenziato il Prof. Alfredo Berardelli, Presidente della Società Italiana di Neurologiasta aprendo una nuova era nella cura di gran parte delle malattie neurologiche. In questa edizione della Settimana Mondiale del Cervello, la SIN intende sottolineare i significativi progressi verificatisi non solo nella prevenzione, ma anche nella diagnosi precoce e nelle terapie che oggi possono essere impiegati per un efficace trattamento delle malattie neurologiche”.

In Italia, le malattie neurologiche hanno un forte impatto sulla popolazione: ben 12 milioni gli italiani affetti da disturbi del sonno; oltre 6 milioni soffrono di emicrania, 2/3 circa dei quali sono donne; 1 milione coloro che convivono ogni giorno con la Malattia di Alzheimer e hanno bisogno di costante assistenza;  400.000  le persone colpite da Malattia di Parkinson; la Sclerosi Multipla affligge circa 90.000 donne e uomini che devono convivere ogni giorno con i sintomi di una malattia che induce disabilità progressiva, ma anche con le difficoltà legate ai servizi sanitari e assistenziali. Numeri ugualmente preoccupanti sono quelli che descrivono i casi di ictus, quasi 200.000 nuovi casi ogni anno e circa 1 milione di persone vivono con gli esiti invalidanti della malattia.

Nella settimana dal 13 al 19 marzo i neurologi apriranno le porte dei luoghi dove lavorano e studiano, per condividere con i pazienti e con il pubblico gli obiettivi comuni e le strategie per combattere le malattie del cervello. Le iniziative gratuite riguarderanno incontri divulgativi, convegni, attività per gli studenti delle scuole e open day. Il calendario degli eventi sarà disponibile su www.neuro.it  

Dimostrato per la prima volta il legame diretto tra sonno e Alzheimer

È stata appena pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica internazionale Acta Neuropathologica Communications la scoperta che per la prima volta dimostra direttamente il legame tra sonno e malattia di Alzheimer. Il lavoro, frutto della collaborazione tra il Centro di Medicina del sonno dell’ospedale Molinette della Città della Salute di Torino (diretto dal professor Alessandro Cicolin) ed il Neuroscience Institute of Cavalieri Ottolenghi (NICO) (professoressa Michela Guglielmotto) entrambi afferenti al Dipartimento di Neuroscienze “Rita Levi Montalcini” dell’Università di Torino, ha esaminato l’effetto di un sonno disturbato in topi geneticamente predisposti alla deposizione di beta-amiloide. 

La sola frammentazione del sonno ottenuta inducendo brevi risvegli senza modificare il tempo totale del sonno, per un periodo di un mese (approssimativamente corrispondente a 3 anni di vita dell’uomo), compromette il funzionamento del sistema glinfatico, fa aumentare il deposito della proteina beta-amiloide e compromette irreversibilmente le funzioni cognitive dell’animale anche se giovane. 

Il riposo notturno nei pazienti affetti dalla malattia di Alzheimer è spesso disturbato fino ad arrivare ad una vera e propria inversione del ritmo sonno-veglia, ma è stato anche osservato che i disturbi del sonno stessi (ad es. deprivazione di sonno, insonnia ed apnee) possono influenzare negativamente il decorso della malattia. Nei pazienti con sonno disturbato, sia in termini di quantità che di qualità, si riscontra un aumento del deposito cerebrale di una proteina (beta-amiloide) implicata nella genesi della malattia di Alzheimer.  Lo studio ha dimostrato che tale aumento dipende da una sua ridotta eliminazione da parte del sistema glinfatico (il “sistema di pulizia” del cervello, particolarmente attivo proprio durante il sonno profondo).

La ricerca, oltre a dimostrare il forte legame presente tra disturbi del sonno e malattia di Alzheimer e dimostrarne il meccanismo, porta anche ad ulteriori considerazioni:

  • in soggetti predisposti alla malattia di Alzheimer, fin dall’età giovanile, un sonno disturbato può favorire l’instaurarsi di processi neurodegenerativi;
  • i processi neurodegenerativi stessi, caratteristici della malattia, possono a loro volta compromettere la regolazione del sonno, instaurando un vero e proprio circolo vizioso che accelera irrimediabilmente la progressione della malattia;
  • non è solo la quantità del sonno ad essere rilevante, ma anche la sua “qualità”: infatti è solo nel sonno profondo che il sistema glinfatico può svolgere efficientemente il compito di “pulizia” ed eliminazione delle sostanze neurotossiche che si accumulano in veglia;
  • anche in assenza di altri fattori (riduzione del tempo di sonno o condizioni ipossiche), la sola frammentazione del sonno a livello cerebrale, ostacolando il mantenimento del sonno profondo, è in grado di innescare e mantenere il processo.

Sempre di più il sonno svela i suoi misteri: da un iniziale concetto di semplice interruzione della veglia (“tempo perso”), si sta sempre più comprendendo come il sonno sia un fenomeno attivo, durante il quale vengono eliminate le sostanze neurotossiche che si accumulano in veglia e regola il nostro metabolismo, il sistema immunitario e circolatorio. È comprensibile quindi come i disturbi del sonno, quali insonnie, apnee nel sonno e sindrome delle gambe senza riposo, per citare solo i più frequenti, costituiscano un significativo fattore di rischio per obesità, ipertensione, diabete, infarto, ictus, cancro e demenze ed in tal senso da includere nelle politiche di prevenzione sanitaria.

Istat: indagine conoscitiva sulle forme integrative di previdenza e di assistenza sanitaria

Indagine conoscitiva sulle forme integrative di previdenza e di assistenza sanitaria nel quadro dell’efficacia complessiva dei sistemi di welfare e di tutela della salute. Audizione dell’Istituto Nazionale di Statistica, Dott.ssa Cristina Freguja, Direttrice della Direzione centrale per le statistiche sociali e il welfare alla 10a Commissione (Affari sociali, sanità, lavoro pubblico e privato, previdenza sociale) del Senato della Repubblica.

“Nell’audizione vengono forniti alcuni elementi conoscitivi in tema di assistenza sanitaria nell’ambito dell’Indagine conoscitiva in discussione.

Sarà dapprima proposta una breve analisi dell’andamento recente della spesa sanitaria per tipologia di finanziamento, sulla base delle informazioni contenute nel “Sistema dei Conti della Sanità”. Al fine di evidenziare l’esistenza di una domanda sanitaria inevasa – rilevata attraverso la rinuncia dei cittadini a prestazioni sanitarie ritenute necessarie – e il maggior ricorso all’“out of pocket”, verranno poi presentati i dati, relativi all’anno 2022, tratti dall’Indagine “Aspetti della vita quotidiana”. Si presenterà, infine, un approfondimento sui contributi per l’assistenza sanitaria pagati dai datori di lavoro ai propri dipendenti, reso possibile grazie alle informazioni amministrative raccolte ed elaborate nell’“Indagine sul reddito e le condizioni di vita delle famiglie”; l’analisi cattura un segmento del collettivo delle polizze assicurative, quelle che rientrano nel welfare aziendale.

Le nuove previsioni sul futuro demografico del Paese, aggiornate al 2021 e diffuse lo scorso settembre, hanno ribadito l’entità del processo di invecchiamento della popolazione, con la potenziale amplificazione degli squilibri strutturali già oggi evidenti; l’impatto di tale scenario sulle politiche di protezione sociale sarà rilevante, dovendo fronteggiare i fabbisogni di una quota crescente di anziani (il rapporto tra individui in età lavorativa – 15-64 anni – e non – 0-14 e 65 anni e più – passerà da circa tre a due nel 2021 a circa uno a uno nel 2050). L’aumento della pressione sul sistema sanitario, di welfare e previdenziale richiede dunque già da oggi uno sforzo di programmazione delle politiche per il futuro. A riguardo, l’Istat ha più volte ricordato il ruolo del SSN, i suoi punti di forza e di criticità, e come la pandemia abbia messo a dura prova il nostro sistema di assistenza (v. Rapporto Annuale Istat 2020 e audizione dell’Istat nell’ambito della proposta di “Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza” alla V Commissione “Bilancio, tesoro e programmazione” della Camera dei Deputati. In tema di previdenza, l’Istat produce annualmente i “Conti e le prestazioni della protezione sociale”, coerenti col Sistema europeo delle statistiche integrate della protezione sociale (Sespros) e con il Sistema dei Conti Nazionali. Sulle condizioni di vita dei pensionati si veda il Report dell’Istat; le ultime informazioni sono relative al biennio 2020-2021″.

Il testo completo dell’audizione è disponibile cliccando qui

Violenza sulle donne: il ruolo della farmacia

La farmacia è donna, lo dimostrano i dati (ultimo Rapporto sul personale del Sistema sanitario italiano): il 70% della categoria è composto da donne e una grande porzione dell’indotto deriva dall’ingresso di donne. Grazie alla capillarità diffusa sul territorio, molto spesso le farmacie sono il primo punto di informazione a cui le donne si rivolgono per avere supporto: un’evidenza resa ancora più eclatante dal lockdown, quando la farmacia è rimasta uno dei pochi luoghi sempre accessibili.

D’altro canto, nei mesi di maggiore intensità dell’emergenza sanitaria, fra marzo e maggio 2020, le chiamate al numero 1522 per la violenza sulle donne e lo stalking sono aumentate del 79,50% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La maggior parte dei casi di violenza registrati nel 2020 ha avuto origine da parte dei familiari con un percentuale del 18,5% rispetto al 12,6% del 2019, come evidenziano i numeri dell’Istat.

Per questo, molti farmacisti in tutta Italia si stanno formando per essere in grado di accogliere al meglio le richieste di aiuto. Dietro c’è il progetto Mimosa avviato nel 2014 dall’associazione Farmaciste Insieme. Si tratta di una campagna di informazione e sensibilizzazione contro la violenza sulle donne con il patrocinio di Federfarma, Federazione Ordini Farmacisti Italiani (FOFI), Fenagifar e Rete Vision (Victimology Support international Observatory & Network), sostenuta anche dalla della Fondazione Vodafone Italia, grazie alla quale nel 2021 è stata lanciata l’app informativa Bright Sky per aiutare le donne vittime di violenza domestica.

Angela Margiotta

Da molti anni la nostra associazione si impegna per mettere in rete le donne farmaciste: oggi abbiamo una delegata in ogni regione – spiega la presidente Angela Margiotta -. Negli ultimi anni il nostro obiettivo principale è stato di impegnarci contro la gravissima emergenza della violenza sulle donne, che molto spesso si rivolgono proprio alle farmacie per chiedere aiuto. Dopo il lancio dell’app, che è stata promossa tramite un Qr Code affisso nelle 19mila farmacie italiane, abbiamo collaborato alla progettazione e alla promozione del corso FAD La violenza contro le donne: il ruolo della farmacia: un evento formativo di grande importanza per aiutare i farmacisti ad accogliere le richieste delle donne vittime di violenza con consapevolezza e competenza”.

“L’esigenza di formare i farmacisti è stata immediata: un’evoluzione naturale del progetto Mimosa – aggiunge Anna Olivetti, Segretario CDA della Fondazione Francesco Cannavò, tra le realtà che collaborano al corso -. È molto importante, vista la difficoltà del tema, che i farmacisti siano formati su quale approccio tenere in questi casi, in linea con quanto le farmacie possano fare, così abbiamo coinvolto figure di spicco nel panorama italiano per illustrare loro gli aspetti giuridici, psicologici e in generale cosa possiamo fare per aiutare le donne che segnalano casi di violenza. Il riscontro è stato estremamente positivo: nei primi mesi in cui è stato reso disponibile il corso ha avuto oltre 8mila adesioni e nel 2023 sarà riproposto”.

“Il corso sulla violenza contro le donne è un momento molto importante della formazione della Federazione, perché l’argomento è purtroppo di estrema attualità e il farmacista può essere di grande ausilio sia per la capillarità della presenza delle farmacie sul territorio che per il fatto che spesso la farmacia è un punto di confidenza da parte dei clienti: il farmacista può quindi intercettare il malessere della donna vittima di violenza e aiutarla ad affrontarlo – commenta Giovanni Zorgno, membro della Commissione Nazionale per la Formazione Continua in Medicina, Coordinatore Comitato Scientifico FOFI – Prova dell’interesse della categoria per l’argomento è la partecipazione: oltre 8.170 farmacisti si sono formati lo scorso anno al 31 dicembre. Il tema è molto sentito”.

Per approfondire

Società scientifiche e associazioni: al via aggiornamento iscrizioni elenco nazionale

È pubblicato sul sito istituzionale del Ministero della salute – come rende noto il comunicato pubblicato sulla GU n. 43 del 20 febbraio – l’avviso per l’avvio della procedura  di aggiornamento  biennale  dell’elenco delle società scientifiche e delle  associazioni tecnico scientifiche delle professioni sanitarie (legge 8 marzo 2017, n. 24, art. 5, commi  1  e 2, e decreto ministeriale 2 agosto 2017)

L’Elenco delle società scientifiche e delle associazioni tecnico-scientifiche delle professioni sanitarie aggiornato è stato pubblicato il 23 settembre 2021 e integrato successivamente con le determine del 8 febbraio 2022 e 27 settembre 2022.

Le società scientifiche e le associazioni tecnico scientifiche delle professioni sanitarie già iscritte in Elenco non devono ripresentare la domanda.

Con l’avviso 20 febbraio 2023 si avvia invece la procedura di aggiornamento dell’Elenco.

Requisiti per l’iscrizione

Le società scientifiche e le associazioni tecnico-scientifiche delle professioni sanitarie che possono presentare la domanda di iscrizione devono possedere i requisiti previsti dal DM 2 agosto 2017 e dalla nota di chiarimenti DGPROF del 23/10/2017.

Modalità di iscrizione

Le società scientifiche e le associazioni tecnico-scientifiche delle professioni sanitarie interessate, possono presentare la domanda esclusivamente compilando il modulo on line di iscrizione dalle ore 12.00 del 21 febbraio 2023 alle ore 11.59 del 22 maggio 2023.

In caso di problemi tecnici è possibile contattare il servizio di assistenza tecnica del Ministero della salute tramite:

Il servizio è attivo dal lunedì alla domenica (h24 7/7), incluse le festività.

La domanda, firmata digitalmente dal legale rappresentante, deve essere inviata, entro i termini indicati, esclusivamente a mezzo pec all’indirizzo dgrups@postacert.sanita.it del Ministero della Salute – Direzione generale delle professioni sanitarie e delle risorse umane del Servizio sanitario nazionale.

Per eventuali informazioni aggiuntive è possibile inviare una e-mail all’indirizzo  elenco.soc.scientifiche@sanita.it

Alla richiesta di iscrizione devono essere allegati l’atto costitutivo redatto per atto pubblico e lo statuto, dai quali si evidenzino  gli elementi di cui all’articolo 2, comma 2 del Decreto ministeriale 2 agosto 2017.

Al termine della procedura l’elenco aggiornato verrà pubblicato sul portale del Ministero della Salute.

Caro vita: gli italiani tagliano le spese ma non quelle sanitarie

Nell’ultimo anno l’inflazione ha eroso in maniera significativa i risparmi e il potere di acquisto delle persone. E se in molti hanno provato a rimediare tagliando il superfluo o adottando buone abitudini antispreco, c’è il rischio che anche spese importanti – come quelle per la salute – subiscano l’impatto negativo del caro prezzi. È quello che sta accadendo? Per scoprirlo, UniSalute ha interrogato gli italiani su questo argomento, in una nuova indagine dell’Osservatorio Sanità svolto in collaborazione con Nomisma.

La ricerca di UniSalute conferma, innanzitutto, come l’inflazione si stia facendo sentire nella quotidianità delle persone: circa la metà (49%) afferma che le proprie scelte di vita sono fortemente influenzate dall’aumento dei prezzi e dal caro bollette,e il 40% dice di essere condizionato dalla situazione economica familiare. Di conseguenza, più di otto italiani su dieci (81%) hanno modificato le abitudini di spesa, tagliando prevalentemente i consumi fuori casa come bar e ristoranti (75% di chi ha cambiato le abitudini di spesa), ma anche i viaggi e le vacanze (63%) e in misura minore gli acquisti relativi all’abbigliamento (47%).

E le spese per la salute? L’impatto del caro vita c’è, ma in misura inferiore: dice di aver ridotto queste spese il 28% del campione interrogato, con una maggior incidenza sulle donne (32%) rispetto agli uomini (24%). La maggioranza (72%) degli intervistati, comunque, o non intende modificare questa voce di spesa (57%), o ha intenzione addirittura di aumentarla (15%): segno che in molti, forse a seguito della pandemia, hanno preso consapevolezza dell’importanza di tutelare e prendersi cura della propria salute.

Per approfondire questo aspetto, UniSalute ha chiesto a italiani e italiane se fossero più attenti al proprio benessere oggi rispetto a cinque anni fa. Per quanto riguarda il benessere fisico, ha risposto di sì il 37% degli intervistati; mentre in merito al benessere psicologico, si dichiara più attento il 34%, con un picco del 40% nella fascia 18-29 anni. Come motivazione di questa maggior attenzione, due su tre (66%) indicano proprio l’aver capito l’importanza di controllare in maniera continuativa il proprio stato di salute.

Ma è davvero così? Purtroppo, non sempre ai buoni propositi seguono i fatti: nel campione interrogato per la ricerca, ben il 54%dichiara di non aver svolto alcun esame di prevenzione e screening negli ultimi 12 mesi, con la motivazione prevalente (68%) di non aver avuto particolari problemi di salute. C’è ancora tanto da fare, insomma, per diffondere la cultura della prevenzione nel nostro Paese.

Preservazione ovociti, una possibilità non ancora per tutte

Oggi in Italia esistono circa un milione di persone sopravvissute al cancro e che, dopo la malattia, si possono riappropriare della loro vita. In questo passaggio, la genitorialità occupa una parte importate per molti di loro. Dopo le terapie, tuttavia, possono presentarsi problemi di fertilità.

Per questo, in alcune Regioni, è possibile congelare i propri ovociti prima di sottoporsi ai trattamenti più aggressivi, come chemio e radioterapia. 

“Purtroppo questa pratica non è ancora stata inserita nei Lea, i Livelli essenziali di assistenza”, rileva Elisabetta Coccia, ginecologa e direttrice del Centro di Procreazione medicalmente assistita dell’azienda ospedaliero universitaria di Careggi.

La preservazione della fertilità è una delle opzioni da offrire alle donne giovani che si confrontano con una patologia oncologica

È stata proprio la Toscana, con una delibera del 2015, a fare da apripista in questo ambito. “La preservazione della fertilità è una delle opzioni da offrire alle donne giovani che si confrontano con una patologia oncologica”, afferma l’esperta, che ricorda come, dal suo osservatorio, siano in aumento le persone giovani affette da linfomi, per esempio. “Si sono rivolte a noi anche minorenni, che si sono trovate improvvisamente a dover affrontare due problemi: la loro patologia e la volontà di avere figli un giorno, un tema su cui spesso non hanno ancora riflettuto seriamente”.

Chi riceve una diagnosi di tumore, infatti, si trova a dover decidere in pochissimo tempo se desidera congelare gli ovociti, che vanno estratti prima dell’inizio delle terapie. “Non sempre questo è possibile – sospira Coccia – Quando gli oncologi ritengono che non ci sia tempo, per esempio, non c’è nulla da fare: la nostra procedura dura 12-15 giorni”. Prima di poter prelevare gli ovociti, infatti, occorre stimolare il corpo con una terapia ormonale.

Da qui l’importanza di una diagnosi precoce: una persona che si sottopone regolarmente a visite di controllo, vedrà la sua malattia intercettata ai primi sintomi e avrà più tempo per decidere su questioni delicate e per sottoporsi a eventuali trattamenti prima di iniziare le terapie antitumorali.

Prendere coscienza

Nonostante esistano centri in quasi tutto il territorio nazionale (vedi cartina), è difficile capire se e come vengano informate le donne che avrebbero diritto a congelare gli ovuli, se lo desiderano.

“Noi abbiamo iniziato una campagna di sensibilizzazione con i ginecologi, ma occorrerebbe coinvolgere anche i medici di medicina generale”, afferma Coccia.

Soprattutto, in assenza di un percorso di indirizzamento definito, si lascia tutto in mano alle buona volontà (e alla sensibilità) dei singoli professionisti.

Affinché la macchina funzioni, al momento della diagnosi qualcuno dovrebbe informare le donne degli effetti collaterali delle terapie che andranno ad assumere (e questo di norma viene fatto) e della possibilità, qualora lo desiderino, di preservare la propria fertilità. “Basterebbe far sapere che esiste questa opzione e fornire i recapiti del centro più vicino: dopodiché starà a noi occuparci di fornire tutte le informazioni necessarie”, afferma l’esperta.

Il fatto che la pratica non sia inserita nei Lea, i Livelli essenziali di assistenza, non aiuta

Il fatto che la pratica non sia inserita nei Lea, i Livelli essenziali di assistenza, non aiuta: manca infatti un percorso standard che permetta di garantire il servizio a tutte le donne che lo desiderano, anche a quelle che, nel momento della diagnosi di una malattia seria, non pensano subito al desiderio di maternità.

Tumore al seno, linfoma di Hodgkin, leucemia: sono queste le patologie più diffuse tra le giovani donne che si presentano al Centro diretto da Elisabetta Coccia. “Si tratta di patologie che richiedono trattamenti che spesso danneggiano anche i gameti. Bisognerebbe quindi quantomeno porre la domanda sul futuro desiderio di maternità”.

La preservazione della fertilità, tuttavia, non è un’attività immediata: “Nelle donne post pubere, e quindi in Italia le adolescenti e le donne fino ai 38-40 anni, si fa una stimolazione delle ovaie con le gonadotropine che sono ormoni che abbiamo normalmente in circolo e che fanno sì che cresca un follicolo. In questo caso, somministrando gli ormoni dall’esterno, crescono più follicoli”. Successivamente le donne si sottopongono a controlli ecografici ormonali fino ad arrivare al momento in cui i follicoli hanno raggiunto una dimensione di 18-20 mm. “Si procede quindi a una piccola anestesia di 5-8 minuti e mediante l’ecografia transvaginale si inserisce un ago e si attirano i follicoli”.

Questo contenuto viene dato al biologo, che intercetta e vetrifica gli ovociti. “Normalmente la paziente sta da noi un paio di ore e dal giorno dopo può essere sottoposta a chemioterapia”.

Nelle giovanissime, invece, si procede con una laparoscopia e si asporta un pezzo di tessuto dell’ovaio che viene congelato. “Qualche anno fa ci fu il caso, al Meyer di Firenze, di una bambina di 9 anni con un tumore osseo. Non avendo ancora mestruato, si è proceduto in questo secondo modo”, afferma Coccia.

A Careggi, tra il 2017 e il 2022, ci sono state 112 richieste di consulenza oncologica, in aumento negli anni: “Non è solo una questione di maggiore informazione, purtroppo: a crescere è anche il numero di tumori diagnosticati in giovane età”. La metà delle donne, infatti, aveva un’età media di 25 anni. “Circa il 43% ha poi effettuato il trattamento, mentre le altre hanno optato per iniziare subito la terapia antitumorale”.

La riserva ovarica

Sebbene ci siano Centri per la preservazione della fertilità in quasi tutte le Regioni, spesso non sono così facili da raggiungere, per le pazienti. “Occorrerebbe intercettare tutti quei professionisti che le prendono in carico – afferma Coccia –: oncologi, ematologi, ginecologi, ma anche i medici di medicina generale. È importante far sapere loro che esistono centri di eccellenza cui possono indirizzare le donne per una consulenza”.

La Toscana è stata la prima regione a dotarsi di una delibera con cui assicura l’intero percorso a carico del servizio sanitario

Le modalità di erogazione del servizio, poi, dipendono dalle Regioni: la Toscana è stata la prima a dotarsi di una delibera con cui assicura l’intero percorso a carico del servizio sanitario. “I farmaci che servono per la stimolazione ormonale, per esempio, sono erogati gratuitamente solo per le pazienti oncologiche. Ecco che la nostra Regione si fa carico di questo costo anche per la preservazione della fertilità in donne affette per esempio da endometriosi severa”.

La Toscana è attenta anche alle ragazze con una riserva ovarica particolarmente bassa. Difficile da intercettare, questa condizione spesso viene scoperta perché le pazienti si muovono in modo proattivo, oppure in presenza di ginecologi particolarmente sensibili al tema.

“Basterebbe che il professionista sottoponesse le proprie assistite a un esame molto semplice, la conta dei follicoli antrali, per avere subito una fotografia della situazione”, afferma Coccia, che racconta di un caso di due gemelle diciassettenni con una bassissima riserva ovarica. “In casi come questi potrebbe essere opportuno ricorrere alla preservazione della fertilità, senza stress: si tratta infatti di donne che potrebbero andare in menopausa a 28-30 anni. Vista la tendenza in Italia ad avere il primo figlio molto avanti, questa pratica potrebbe difendere il loro futuro desiderio di maternità”.

Il social freezing

Poi c’è il capitolo delle donne che, pur essendo in buona salute, si trovano a dover procrastinare – per motivi economici, lavorativi o per l’assenza di un partner – l’idea di avere un figlio. “È conosciuto come social freezing, ma preferisco chiamarla scelta consapevole di fronte a un impedimento di varia natura”.

Queste donne possono rivolgersi al Servizio sanitario nazionale oppure alle cliniche private sempre più numerose anche in Italia. In entrambi i casi si tratta di un servizio a pagamento: “Nel pubblico costa circa la metà rispetto al privato”, rende noto Coccia.

Questo perché viene richiesta la quota che la Regione sostiene effettivamente: circa 1.400 euro.

Le donne ogni tre anni devono confermare la loro volontà alla conservazione, alla distruzione o alla donazione alla ricerca dei propri ovociti

Le donne ogni tre anni devono confermare la loro volontà alla conservazione, alla distruzione o alla donazione alla ricerca dei propri ovociti.

Nel 2019, nei 40 Centri (pubblici e privati) presenti sul territorio nazionale, sono stati crioconservati 1.254 ovociti per 213 cicli (con una media di 6 ovociti per ciclo). Leggera flessione nel 2020: su 38 centri, sono stati crioconservati 992 ovociti per 165 cicli. “Il leggero calo registrato è dovuto alla pandemia: durante quel periodo è proseguita in modo regolare solo l’attività di preservazione della fertilità per pazienti oncogiche e per altre patologie che non potevano essere differite”, spiega Giulia Scaravelli, responsabile del Registro nazionale della Procreazione medicalmente assistita dell’Istituto superiore di Sanità.

“Nel 2017 nel nostro Centro si sono effettuati 3-4 trattamenti. Nel 2022 sono stati 15”, rende noto Coccia, che sottolinea come sia urgente “che si cominci a parlare di salute riproduttiva, a 360 gradi. È importante che le persone conoscano il funzionamento del proprio corpo: solo in questo modo potranno prendere decisioni consapevoli”.

Infertilità: alleanza FIMMG-SIRU per promuovere prevenzione e diagnosi precoce

I medici di medicina generale e gli specialisti della riproduzione stringono un’alleanza strategica per contrastare i crescenti problemi di fertilità che riguardano fino al 20% delle coppie in Italia e che si riflettono inevitabilmente sul drastico calo delle nascite registrato nel nostro paese. Il primo passo che la Federazione Italiana dei Medici di Medicina Generale (FIMMG) e Società Italiana della Riproduzione Umana (SIRU) faranno insieme sarà quello di mettere a fuoco più aspetti possibili che riguardano la coppia infertile e il singolo paziente. In pratica, i medici di medicina generale che afferiscono alla FIMMG saranno chiamati a rispondere a un semplice e dettagliato questionario, che nei prossimi giorni coinvolgerà preliminarmente gli iscritti di FIMMG Napoli, che consentirà da un lato ad arrivare a una sorta di identikit delle coppie che si rivolgono al proprio medico di famiglia per problemi che riguardano la sfera sessuale e riproduttiva, dall’altro permetterà di comprendere in che modo i medici di medicina generale contribuiscono a indirizzare i loro pazienti verso specifici percorsi di prevenzione e diagnostico-terapeutici e dedicati alla fertilità e alla riproduzione.

“Questa opportunità – dichiara Luigi Sparano, Segretario Provinciale FIMMG Napoli – consentirà ai medici di medicina generale di fare emergere con tempestività “lo stato della salute riproduttiva” della popolazione in carico, favorendo la possibilità di reclutare percorsi diagnostici in tempi ragionevoli finalizzati ad adottare le migliori strategie terapeutiche”.  “I modelli di organizzazione della Medicina Generale nelle AAFFTT con presenza di personale fiduciario, contribuiranno a sostenere e promuovere informazioni mirate alla prevenzione del rischio di infertilità soprattutto nelle giovani generazioni in quanto le rilevazioni statistiche attuali mettono in luce un’allarmante indice di fertilità in netto calo nei giovani” aggiunge Vincenzo Schiavo, Referente FIMMG del progetto.

“L’iniziativa ha l’obiettivo di favorire una collaborazione tra gli operatori della salute riproduttiva in tutti i suoi aspetti per l’inquadramento della coppia infertile, dalla prevenzione primaria al percorso diagnostico e terapeutico”, spiega Antonino Guglielmino, Presidente area ginecologica della SIRU.

“Aspetto rilevante nel questionario è il coinvolgimento dei Medici di Medicina Generale in un percorso attivo e diretto nella prevenzione andrologica. Infatti, commenta Luigi Montano, Presidente area Andrologica della SIRU, è fondamentale stringere un’alleanza con i Medici di Medicina Generale in primis, lo faremo più avanti anche con i pediatri e biologi”. “Il nostro obiettivo è costruire insieme un percorso istituzionale con il Governo attuale per rendere strutturale e istituzionalizzare la visita andrologica e lo spermiogramma per tutti gli uomini, sin dall’adolescenza. In un paese come l’Italia, i cui tassi di natalità sono tra i più bassi al mondo, dove dal 2004 è venuta a mancare la visita di leva che rappresentava comunque un importante filtro, se si aggiungono poi i dati sempre più preoccupanti del declino spermatico a livello globale, è più che urgente intervenire per intercettare precocemente i pazienti che presentano disturbi trattabili e che in futuro potrebbero creare problemi di infertilità”, conclude Montano. 

Comitati etici per indagini cliniche con dispositivi medici, dal Ministero le indicazioni per la composizione e il funzionamento

In data 7 febbraio 2023 sono stati pubblicati sulla Gazzetta ufficiale i quattro Decreti ministeriali previsti dall’articolo 2, della legge 11 gennaio 2018, n. 3, in materia di sperimentazioni cliniche sui dispositivi medici e sui medicinali per uso umano.

Il Ministero ha emanato il 28 febbraio 2023 una Circolare che fornisce indicazioni riguardo le modalità di applicazione dei decreti e le implicazioni della nuova regolamentazione.

In particolare, si devono considerare gli effetti delle disposizioni introdotte dal Decreto del Ministro della salute 30 gennaio 2023, sulla definizione dei criteri per la composizione e il funzionamento dei comitati etici territoriali, e dal Decreto del Ministro della salute 26 gennaio 2023, sull’individuazione di 40 comitati etici territoriali.

Le innovazioni portate da questi due decreti richiedono quindi che vengano aggiornate le indicazioni che erano state fornite con la Circolare del 25 maggio 2021, relativa alla prima applicazione del Regolamento UE 2017/745 nel settore delle indagini cliniche relative ai dispositivi medici.

Sono altresì necessari dei chiarimenti sulle analogie e sulle differenze tra indagini cliniche sui dispositivi medici e sperimentazioni cliniche di medicinali per quel che riguarda il sistema delle tariffe e la fase transitoria che intercorre tra la pubblicazione dei decreti e la piena operatività dei 40 Comitati etici territoriali di recente individuazione.

Criteri per la composizione e il funzionamento dei Comitati etici territoriali

Il Decreto del Ministro della salute 30 gennaio 2023 sancisce che, a decorrere dall’8 febbraio 2023, data della sua entrata in vigore, per la valutazione di indagini cliniche sui dispositivi medici sono competenti in via esclusiva i comitati etici territoriali (indicati anche come «CET») e i comitati etici a valenza nazionale (indicati anche come «CEN»).

Individuazione dei Comitati etici territoriali

Il secondo decreto ministeriale, Decreto del Ministro della salute 26 gennaio 2023, individua i Comitati etici territoriali competenti in via esclusiva per la valutazione di indagini cliniche sui dispositivi medici.

Inoltre, il Decreto del Ministro della salute 26 gennaio 2023, sulla individuazione di quaranta comitati etici territoriali, e il Decreto del Ministro della salute 30 gennaio 2023, sulla determinazione della tariffa unica per le sperimentazioni cliniche, abrogano l’art.7 del decreto legislativo 24 giugno 2003, n. 211.

Per approfondire