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Dal Congresso SIT un nuovo modello di telemedicina

La tecnologia corre anche in medicina, ma il SSN non è ancora pronto. Il PNRR nella telemedicina investe un miliardo: un punto di partenza importante, ma non può rimanere isolato. Servono progetti a lungo termine condivisi da tutti gli attori in campo, formazione del personale sanitario, omogeneità a livello nazionale, un ruolo attivo degli utenti che devono essere adeguatamente informati. Con questi obiettivi, il 10-11 marzo si tiene a Bologna, presso il Centro Congressi Grand Hotel Savoia Regency, il Congresso della Società Italiana di Telemedicina – SIT, la International Consensus Assembly on Telemedicine, intitolata “Ratio Ethica e Ratio Technica: Concerting Governance, Research and Innovation for One Health”. Previsti oltre mille partecipanti tra specialisti di diverse discipline, rappresentanti di istituzioni, imprese, terzo settore. Tra i temi centrali, l’Intelligenza Artificiale, la gestione dei dati e la tutela della sicurezza nazionale, le nuove normative, la questione della privacy, oltre a tutte le implicazioni cliniche, soprattutto nelle malattie croniche.

Una nuova era per la tecnologia in medicina

La tecnologia in medicina significa sia robotica, chirurgia di precisione e strumenti complessi, che interventi quotidiani, identificabili in diagnosi precoci, visite online, monitoraggi costanti, terapie personalizzate.

Il congresso internazionale SIT propone la cooperazione tra diverse figure professionali che devono affrontare il cambiamento con decisioni strategiche e valori condivisi – sottolinea il Prof. Antonio Vittorino Gaddi, Presidente SIT – Per favorire un nuovo approccio all’uso della tecnologia in medicina sarà presentato un documento elaborato da medici e teologi, firmato dalle più alte autorità morali del Paese. Il Congresso sarà anche l’occasione per impostare un documento di telemedicina che coinvolga centinaia di società scientifiche. Inoltre, si presenteranno per la prima volta i codici biologici dell’uomo dimostrati sperimentalmente, una vera e propria rivoluzione scientifica. Con questi codici, nei prossimi anni, passeremo dall’1 al 30-40% di conoscenze sulla complessità delle malattie e la ricerca potrà dare risultati, soprattutto in oncologia e nelle patologie cardiovascolari. Siamo in una fase primordiale, ma questa è la seconda grande scoperta epocale a livello scientifico dopo il codice genetico”.

L’attività della SIT è iniziata nel 2004, quando la tecnologia era agli albori – spiega l’Avv. Chiara Rabbito, Presidente Comitato Scientifico Nazionale SIT – Questa esperienza ci dota di una competenza specifica sulla tecnologia trasversale alle diverse specialità, coniugando aspetti medico-scientifici, metodologici, antropologici e sociologici. La telemedicina non consiste nella televisita, che rappresenta una semplificazione esagerata, ma in un’applicazione della tecnologia nella realtà clinica quotidiana, in una struttura che permetta a dati e informazioni di interagire per proporre diagnosi precoci e terapie personalizzate. Non si elimina il rapporto fisico medico-paziente, ma avviene una ristrutturazione logica del flusso informativo. Affinché la telemedicina diventi parte integrante del SSN e permetta di migliorarlo sarà necessario andare oltre il PNRR e disporre di fondi strutturali e progetti di lungo termine”.

Le Linee Guida per la telemedicina in Cardiologia

L’ambito cardiovascolare è quello dove finora si sono realizzati i progressi più significativi, come si evince dalle prime Linee Guida per la Telemedicina in Cardiologia, frutto della collaborazione tra la SIT, l’Istituto Superiore di Sanità e tutte le società scientifiche di settore. Queste Linee Guida regolano le prestazioni di teleriabilitazione cardiovascolare e di telemonitoraggio cardiologico. Affrontano le prestazioni diagnostiche, come la televisita cardiologica, che avviene dopo una prima visita in presenza, e la telerefertazione. Con questo documento si guarda a un futuro che è già presente, ossia una rete tra l’ospedale, punto di riferimento per eventi acuti come scompenso cardiaco e aritmie, e la medicina del territorio, con il Medico di Medicina Generale e le case della salute, per la gestione della cronicità.

Uno degli elementi più innovativi risiede nell’approccio verso lo scompenso cardiaco – spiega la Prof.ssa Maria Grazia Modena, Vicepresidente SIT – Lo scompenso è la prima causa di ricovero in ospedale e la maggiore causa di ricovero inappropriato. Telemonitorare il paziente a domicilio significa poter vedere a distanza la frequenza cardiaca, la pressione arteriosa, la saturometria in vari momenti della giornata e valutare l’andamento della terapia; con questi elementi diventa possibile convocare il paziente in ospedale solo a fronte di reali necessità o per controlli regolari. Si evitano così accessi inutili in ospedale, ricoveri non necessari, assiepamenti di folle e barelle, riducendo anche la diffusione di infezioni nosocomiali. Un altro capitolo importante delle Linee Guida è il telecontrollo delle aritmie: oltre al classico holter, è possibile vedere gli episodi aritmici su un paziente con dispositivi elettronici come defibrillatori, pacemaker, loop recorder. I pazienti vengono dotati di un device collegato con wifi o bluetooth, per cui se si verificano problemi vi sono dei controlli remoti che permettono di far scattare prontamente l’allarme e di procedere a un’immediata convocazione in ospedale. Questi sono solo alcuni dei numerosi miglioramenti di cui si può giovare tanto la cardiologia quanto la medicina territoriale”.

OMS: servono enormi sforzi per ridurre il consumo di sale

Un rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), unico nel suo genere, dimostra che il mondo è fuori strada per raggiungere l’obiettivo globale di ridurre l’assunzione di sodio del 30% entro il 2025.

Il sodio, un nutriente essenziale, aumenta il rischio di malattie cardiache, ictus e morte prematura se consumato in eccesso. La principale fonte di sodio è il sale da tavola (cloruro di sodio), ma è contenuto anche in altri condimenti come il glutammato di sodio. Il rapporto mostra che solo il 5% degli Stati membri dell’OMS è protetto da politiche di riduzione del sodio obbligatorie e complete e il 73% di essi non dispone di una gamma completa di attuazione di tali politiche.

L’attuazione di politiche di riduzione del sodio altamente convenienti potrebbe salvare circa 7 milioni di vite a livello globale entro il 2030. È una componente importante dell’azione per raggiungere l’obiettivo di sviluppo sostenibile di ridurre i decessi per malattie non trasmissibili. Ma oggi solo nove paesi (Brasile, Cile, Repubblica Ceca, Lituania, Malesia, Messico, Arabia Saudita, Spagna e Uruguay) hanno un pacchetto completo di politiche raccomandate per ridurre l’assunzione di sodio.

“Le diete malsane sono una delle principali cause di morte e malattia a livello globale e l’eccessiva assunzione di sodio è uno dei principali colpevoli”, ha affermato il dottor Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’OMS. “Questo rapporto chiarisce che la maggior parte dei paesi è in ritardo nell’adottare politiche obbligatorie di riduzione del sodio, esponendo la propria popolazione al rischio di infarto, ictus e altri problemi di salute. L’Oms chiede a tutti i paesi di implementare i “Best Buys” per la riduzione del sodio e ai produttori di implementare i parametri di riferimento dell’Oms per il contenuto di sodio negli alimenti“.

Un approccio globale alla riduzione del sodio include l’adozione di politiche obbligatorie e i quattro interventi “Best Buy” dell’OMS relativi al sodio che contribuiscono notevolmente alla prevenzione delle malattie non trasmissibili. Questi includono:

  1. Riformulare gli alimenti in modo che contengano meno sale e stabilire tetti per la quantità di sodio negli alimenti e nei pasti
  2. Stabilire politiche di approvvigionamento alimentare pubblico per limitare gli alimenti ricchi di sale o sodio nelle istituzioni pubbliche come ospedali, scuole, luoghi di lavoro e case di cura
  3. Etichettatura sulla parte anteriore della confezione che aiuti i consumatori a selezionare i prodotti a basso contenuto di sodio
  4. Campagne di comunicazione e sui mass media per ridurre il consumo di sale/sodio
  5. I paesi sono incoraggiati a stabilire obiettivi di contenuto di sodio per gli alimenti trasformati, in linea con i benchmark globali del sodio dell’OMS

Le politiche obbligatorie di riduzione del sodio sono più efficaci, in quanto ottengono una copertura più ampia e tutelano dagli interessi commerciali, fornendo al contempo condizioni di parità per i produttori di alimenti. Come parte del rapporto, l’OMS ha sviluppato una scheda di valutazione del sodio per gli Stati membri basata sul tipo e sul numero di politiche di riduzione del sodio che hanno in atto.

“Questo importante rapporto dimostra che i paesi devono lavorare con urgenza per attuare politiche di riduzione del sodio ambiziose, obbligatorie e guidate dal governo per raggiungere l’obiettivo globale di ridurre il consumo di sale entro il 2025”, ha affermato il dott. Tom Frieden, presidente e CEO di Resolve to Save Lives, un organizzazione senza scopo di lucro che lavora con i paesi per prevenire 100 milioni di morti per malattie cardiovascolari in trent’anni. “Esistono misure comprovate che i governi possono attuare e innovazioni importanti, come i sali a basso contenuto di sodio. Il mondo ha bisogno di azione e ora, o molte più persone sperimenteranno attacchi di cuore e ictus invalidanti o mortali, ma prevenibili”.

Si stima che l’assunzione media globale di sale sia di 10,8 grammi al giorno, più del doppio della raccomandazione dell’OMS di meno di 5 grammi di sale al giorno (un cucchiaino). Mangiare troppo sale lo rende il principale fattore di rischio per la dieta e le morti legate all’alimentazione. Stanno emergendo ulteriori prove che documentano collegamenti tra un’elevata assunzione di sodio e un aumento del rischio di altre condizioni di salute come il cancro gastrico, l’obesità, l’osteoporosi e le malattie renali.

L’OMS invita gli Stati membri ad attuare politiche di riduzione dell’assunzione di sodio senza indugio e a mitigare gli effetti dannosi del consumo eccessivo di sale. L’OMS invita inoltre i produttori di alimenti a fissare ambiziosi obiettivi di riduzione del sodio nei loro prodotti.

‘Al cuore del diabete’, come si cura oggi e cosa ci attende domani

Parlare di diabete significa allargare la conversazione anche ai cardiologi e ai nefrologi, visti i danni prodotti dal ‘sangue dolce’ a cuore, reni e vasi di tutto l’organismo. E oggi più che mai, grazie ai farmaci innovativi multitasking, quali GLP1 analoghi e gliflozine, che controllano il diabete, proteggendo al contempo reni e cuore, alle nuove terapie per il diabete e alle loro performance emerse dagli ultimi studi clinici internazionali è dedicato il convegno ‘Al cuore del diabete’, giunto alla sua seconda edizione, che si tiene il oggi e domani, 10 e 11 marzo, presso l’Aula Brasca del Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS. 

“Alcuni farmaci studiati inizialmente per il diabete – afferma Andrea Giaccari, professor associato di Endocrinologia dell’Università Cattolica e Responsabile del Centro di Malattie Endocrine e Metaboliche di Fondazione Policlinico Gemelli IRCCS – danno una significativa protezione cardiovascolare; più di recente si è scoperto che conferiscono anche un’ottima protezione renale, e questo nelle persone con e senza diabete”. Viste le novità emerse nell’ultimo anno, dunque, l’edizione 2023 di questo congresso è co-organizzata dalla Società Italiana di Diabetologia (SID), dalla Società Italiana di Cardiologia (SIC) e dalla Società Italiana di Nefrologia (SIN).

“Al cuore del diabete – afferma il professor Giaccari, condirettore scientifico del congresso insieme ai professori Angelo Avogaro e Agostino Consoli – ci offre l’occasione ogni anno di presentare le ultime novità di settore, anche se ci rendiamo conto, una volta stilato il programma, che le cosiddette ‘novità’ ci galoppano dietro perché questo è un campo in rapidissima evoluzione”. E infatti già si guarda avanti ai nuovi farmaci, che si spera di prossimo arrivo, come la tirzepatide, già disponibile negli Stati Uniti.  “Si tratta – spiega il professor Giaccari- di un farmaco che si somministra per iniezione sottocutanea settimanale, attraverso una speciale ‘penna’ preriempita che ha dimostrato eccellenti performance negli studi sul diabete e sull’obesità. Tirzepatide è un dual agonist (analogo recettoriale di GLP1 e GIP); sarà il primo ad arrivare sul mercato ma non resterà l’unico a lungo. Sono infatti moltissimi gli ‘analoghi misti’ in via di sviluppo, non solo ‘doppi’ ma anche ‘tripli’ (GLP1, GIP e glucagone). E per quanto riguarda le indicazioni, queste potrebbero presto ampliarsi alla steatoepatite non alcolica (NASH). Quindi, nei nostri congressi in futuro andremo a ospitare con tutta probabilità anche i gastroenterologi. Un’altra molecola molto promettente nel campo del diabete e delle sue complicanze cardiovascolari e nefrologiche è il finerenone, un antagonista dei mineralcorticoidi che dovrebbe andare ad arricchire a breve il nostro armamentario terapeutico”.

È insomma un momento di grande fermento per il trattamento del diabete e delle sue complicanze, ma anche per quello della malattia renale cronica e dell’insufficienza cardiaca, anche nella popolazione non diabetica, grazie a questi farmaci ‘multitasking’. Farmaci preziosi per il trattamento del diabete, patologia che ‘inquina’ tutti gli organi. “Il diabete – ricorda il professor Giaccari – è un fattore di rischio per tante altre malattie e questi nuovi farmaci si sono dimostrati in grado di arrivare quasi a dimezzare il rischio delle patologie renali e cardiovascolari correlate al diabete. È dunque molto importante conoscerli, per poter scegliere il migliore da adattare al singolo paziente”.

Allargando lo sguardo alla medicina generale e al territorio, la recente introduzione della ‘nota 100’ da parte di AIFA rappresenta una vera e propria rivoluzione in questo campo; la prescrizione di questi farmaci innovativi fino a qualche tempo fa era infatti preclusa ai medici di famiglia e questo significava che le persone con diabete non potevano essere trattate con queste terapie, a meno che non fossero in cura presso i centri diabetologici o da uno specialista. “Ma sappiamo purtroppo – spiega il professor Giaccari – che al momento i centri di diabetologia riescono ad assistere meno della metà di tutta la popolazione diabetica. La nota 100, sdoganando la possibilità di prescrizione di questi farmaci innovativi da parte del medico di famiglia è venuta in parte a colmare questa discrepanza di trattamento”. Ma c’è naturalmente ancora molta strada da fare e l’equità di accesso ai nuovi farmaci non è del tutto realizzata. “Mentre noi specialisti siamo arrivati alla fine di questo percorso, dopo 10 anni di studi – conclude il professor Giaccari –  nel corso dei quali è stato introdotto in media un farmaco nuovo ogni anno, i medici di famiglia si trovano all’improvviso davanti un armamentario di 10 farmaci nuovi da poter prescrivere. C’è dunque bisogno di fare tanta formazione e noi siamo pronti a fare la nostra parte”.

Il convegno ‘Al Cuore del diabete’ porterà al Gemelli i rappresentanti di tre società scientifiche nazionali e il gotha italiano nel campo di diabete, cardiologia e nefrologia. Ma non sarà un congresso ‘top-down’.  Il format proposto è infatti quello dell’open forum; le relazioni degli opinion leader saranno infatti aperte alle considerazioni di molti altri esperti, chiamati a fare da discussant sulle idee esposte.

SARS-CoV-2 danneggia il DNA e causa invecchiamento cellulare e infiammazione

Ricercatori dell’IFOM di Milano e dell’Istituto di genetica molecolare del Consiglio nazionale delle ricerche di Pavia (CNR-IGM), con il contributo dei virologi dell’ICGEB di Trieste, hanno identificato le basi molecolari dell’aggressività e degli effetti deleteri di SARS-CoV-2: il virus provocherebbe danni al DNA della cellula e le impedirebbe di ripararli, provocando così senescenza cellulare ed infiammazione cronica. Lo studio, pubblicato sull’autorevole rivista scientifica Nature Cell Biology, pone le premesse conoscitive per sviluppare in prospettiva nuovi trattamenti farmacologici che limitino gli effetti di SARS-CoV-2

Sebbene dal dicembre 2019 ad oggi diversi progressi siano stati fatti in termini di diagnosi, cura e prevenzione, non è ancora chiaro perché SARS-CoV-2 abbia un impatto cosí grave sulla salute umana rispetto ad altri virus respiratori. Il gruppo IFOM guidato da Fabrizio d’Adda di Fagagna, specializzato da 20 anni nello studio della risposta al danno al DNA, un processo fondamentale attraverso cui le cellule del nostro corpo ci proteggono dagli effetti deleteri di vari processi fisiologici e patologici, compresi tumori e infezioni virali, ha scoperto uno dei motivi che rendono questo virus particolarmente aggressivo e i risultati sono stati pubblicati sull’autorevole testata scientifica Nature Cell Biology.

“Tutti i virus, si sa, sono parassiti. – spiega Fabrizio d’Adda di Fagagna, responsabile del laboratorio IFOM “Risposta al danno al DNA e Senescenza Cellulare” e Dirigente di ricerca al CNR-IGM di Pavia – Entrano in una cellula e iniziano a sfruttare tutto quello messo a disposizione dalla cellula infettata per replicarsi e diffondersi. E il SARS-CoV-2 è un virus particolarmente avido e abile. Nel nostro laboratorio ci siamo chiesti come avvenga questa operazione di ‘hackeraggio’ da parte del virus e se vi possa essere una connessione con quei processi che studiamo quotidianamente in ambiti patologici solo apparentemente distanti, quali tumori, malattie genetiche e condizione legate all’invecchiamento: tutti eventi accomunati dall’accumulo di danno al DNA”.

Partendo da queste premesse i primi autori di questo studio, i ricercatori di IFOMUbaldo Gioia e Sara Tavella, hanno individuato, attraverso l’uso di diversi sistemi cellulari in vitro, le cause molecolari alla base degli effetti deleteri del COVID-19, e ne hanno trovato conferma in vivo, sia in sistemi modello murini di infezione, sia in tessuti post-mortem derivati da pazienti affetti da COVID-19.

Quello che abbiamo osservato – illustrano Gioia e Tavella – è che SARS-CoV-2, una volta entrato nella cellula, ne dirotta i processi fondamentali, costringendola a smettere di produrre deossinucleotidi, i “mattoni” del DNA, per farle produrre i ribonucleotidi ovvero i “mattoni” che servono a sintetizzare l’RNA della cellula e, soprattutto, quello del virus. È proprio questa alterazione del processo cellulare operata dal virus a proprio vantaggio a consentire l’esplosiva replicazione virale all’interno della cellula infetta da SARS-CoV-2.” Una conseguenza drammatica di tale sfruttamento dei meccanismi cellulari da parte del virus risulta essere la carenza di deossinucleotidi: “la cellula – descrivono i ricercatori – non riesce a replicare adeguatamente il proprio DNA e accumula danni nel suo genoma. Inoltre – proseguono Gioia e Tavella – abbiamo scoperto che il virus, oltre a causare la rottura del DNA per mancanza di deossinucleotidi, interferisce anche con i meccanismi cellulari di riparazione di questo DNA danneggiato, inibendo la proteina 53BP1 essenziale per il processo di riparazione”.

Questi due eventi, danneggiamento del DNA e inibizione della sua riparazione, hanno effetti drammatici sulla cellula infetta da SARS-CoV-2 e sui pazienti. “Tra questi – commenta d’Adda di Fagagna – sicuramente il precoce invecchiamento delle cellule, detto senescenza cellulare, e l’associata produzione di citochine infiammatorie. Non a caso la principale causa dei sintomi più gravi nei pazienti affetti da COVID-19 è proprio un’eccessiva produzione di citochine infiammatorie, nota anche come ‘tempesta di citochine’. In base ai risultati ottenuti abbiamo evidenziato come l’accumulo di danno al DNA, l’unico componente insostituibile delle nostre cellule, possa dare un contributo importante alla tempesta infiammatoria scatenata dal virus”. Ma i ricercatori non si sono fermati a questa osservazione. “Fornendo alle cellule infettate un supplemento di deossinucleotidi – spiegano Gioia e Tavella – abbiamo dimostrato che, riducendo il danno al DNA causato dal virus, abbattiamo anche i livelli di infiammazione”.

“È importante sottolineare – precisa d’Adda di Fagagna – che senescenza cellulare e infiammazione cronica sono alla base dei processi di invecchiamento, che esso sia fisiologico o patologico, e infatti molti scienziati stanno scoprendo sempre più frequentemente evidenze di un invecchiamento accelerato in casi di gravi di COVID-19. In questo senso sarà importante studiare anche la correlazione tra queste nostre nuove scoperte e condizioni quali il cosiddetto long COVID, per sviluppare nuovi trattamenti farmacologici che limitino gli effetti di tale patologia.”

“Questo studio – conclude il ricercatore – non sarebbe stato possibile senza l’indispensabile collaborazione dei laboratori dell’ICGEB di Trieste condotti dai colleghi Alessandro Marcello e Serena Zacchigna che hanno compiuto gli esperimenti di infezione virale e analisi di materiale da pazienti. ” Oltre all’ICGEB hanno collaborato allo studio di IFOM il San Raffaele di Milano (Matteo Iannacone), l’Università degli Studi di Padova (Chiara Rampazzo), l’Istituto Neurologico Besta (Paola Cavalcante) e l’Università degli Studi di Palermo (Claudio Tripodo).

Piano Nazionale Demenze: a che punto siamo?

Il Piano Nazionale Demenze (PND), approvato il 30 ottobre 2014, è stato elaborato dal Ministero della Salute in collaborazione con le Regioni, l’Istituto Superiore di Sanità e le Associazioni Nazionali dei pazienti e dei familiari. Si tratta di un importante documento di sanità pubblica che fornisce indicazioni strategiche per il miglioramento degli interventi nell’ambito delle demenze.

Tra gli obiettivi del Piano rientra anche la creazione di un’adeguata rete di servizi dedicata ai casi di demenza. Per questo, nel 2017, il Ministero della Salute ha approvato le Linee di indirizzo Nazionali sui Percorsi Diagnostico Terapeutici Assistenziali (PDTA) per le Demenze che forniscono indicazioni efficaci per potenziare gli interventi in ambito medico-sanitario e sociale nella gestione delle demenze. Nello specifico, questo documento propone una definizione condivisa, teorica e operativa, dei PDTA e indica gli elementi per costruire tali percorsi destinati alla persona con demenza e alla sua famiglia, nell’ottica di fornire un supporto a chi è delegato alla progettazione e attuazione dei PDTA a livello regionale e locale, anche per “livellare” la forte eterogeneità e disomogeneità nei diversi territori.

Per comprendere “lo stato dell’arte” ci rivolgiamo al Professor Camillo Marra, Responsabile UOSD Clinica della Memoria della Fondazione Policlinico Agostino Gemelli – IRCCS presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e Presidente della SINdem, Associazione autonoma aderente alla SIN per le demenze.

Professor Marra, ci presenta innanzitutto il Piano Nazionale Demenze e ci spiega che cosa comporta?

Il Piano Nazionale Demenze è un documento di indirizzo, non definisce percorsi o piani di intervento. Descrive i requisiti, gli organismi, le caratteristiche e le qualità che dovrebbero essere rappresentati nei percorsi diagnostico-assistenziali per le demenze. Percorsi che poi, ogni Regione, dovrà definire. Sono, quindi, delle linee di indirizzo, che non hanno una validità pratica ma indicano gli obiettivi che si dovrebbero raggiungere per un ottimale sviluppo dei servizi e della presa in carico della patologia demenziale. In particolare, hanno permesso di costruire il modello di riferimento attorno al quale è stato scritto il PDTA nazionale per le demenze, ovvero il documento che descrive i requisiti che dovrebbero caratterizzare il percorso diagnostico-assistenziale del soggetto con demenza, anche a livello regionale.

In questo momento i PTDA regionali sono stati redatti soltanto da alcune Regioni

In questo momento i PTDA regionali sono stati redatti soltanto da alcune Regioni, come Veneto ed Emilia Romagna. Dovrebbe essere pronto a breve anche quello per il Piemonte. Per la Regione Lazio, invece, è stato recentemente stilato da un tavolo regionale, formato dall’Assessorato alla sanità e dall’Istituto Superiore di Sanità, e presentato l’8 febbraio 2023. Si è indicato quello che la Regione prevede debba essere l’organizzazione dei servizi per le demenze, dalla diagnostica più precoce, alla presa in carico del paziente nella fase terminale.

Può sembrare che di concreto non ci sia nulla, invece, c’è tanto. In questo momento nel Lazio abbiamo, ad esempio, 35 CDCD (Centro per i Disturbi Cognitivi e le Demenze), strutture RSA e Centri diurni e centrali di continuità assistenziale per la cronicità. L’obiettivo è rendere organica la presenza di queste strutture sul territorio, creare un flusso di pazienti e una modalità di accesso alle cure che accompagnino il paziente in tutto il suo percorso, evitando che questi centri, che lavorano in fasi diverse della malattia, siano completamente scollegati. Lo scopo è quindi creare un nuovo e più efficace percorso assistenziale. Ovviamente è un processo “a cascata”.

Adesso esiste un PTDA regionale che descrive come deve essere la linea di percorso per un paziente che arriva con un sospetto di demenza, che necessita quindi di accertamenti, al quale saranno prescritte le cure, in cui si prevede anche la somministrazione di terapie innovative, quando usciranno nuovi farmaci. Poi si prevede il passaggio ai centri diurni, alle RSA, l’intervento delle associazioni dei familiari, le case della salute, l’intervento di tutti quegli attori che entrano in gioco nel percorso dopo la fase diagnostico-terapeutica, quando il paziente comincia ad avere una certa cronicità.

Che cosa occorre fare a questo punto? Deve essere recepito il PDTA della Regione all’interno dei singoli distretti e delle singole aziende, perché sono questi ultimi che dovranno farsi carico di creare nel loro territorio una serie di punti di riferimento e di percorsi in cui il paziente sappia dove andare con l’avanzare della malattia. Ma anche l’operatore sanitario dovrà sapere dove inviare il paziente per i percorsi che riguardano, ad esempio, le cure palliative o altri aspetti che caratterizzano la fase più avanzata della malattia. È quindi, come dicevo, un percorso a cascata.

Redigere il Piano Nazionale Demenze e il PDTA è stato molto importante, perché sarà su quei documenti che le varie Regioni disegneranno i loro PTDA regionali, anche se poi saranno i direttori regionali di distretto che dovranno recepire nel concreto e implementare il piano nel loro territorio.

Le Regioni che si stanno muovendo obiettivamente sono ancora poche. Questa lentezza, secondo lei, a cosa è dovuta?

Solo nel 2021 è stato per la prima volta sovvenzionato con un finanziamento ad hoc da parte del Ministero

Molto è legato alle amministrazioni locali e alla mancanza di fondi. Il Piano Nazionale Demenze è stato pubblicato ormai quasi 10 anni fa ed è rimasto una scatola vuota a lungo, lontana da una piena applicazione. Solo nel 2021 è stato per la prima volta sovvenzionato con un finanziamento ad hoc da parte del Ministero: 15 milioni di euro per tre anni e sarà rifinanziato. I fondi quindi ci sono, ma sono limitati. 5 milioni annui per tutta Italia sono veramente pochi per costruire sia i percorsi assistenziali locali, sia per coprire le carenze di organico nelle varie strutture e nelle varie Regioni. Quello che si è fatto è cercare di coprire le fasi iniziali diagnostiche, quindi, ad esempio, la mancanza nei CDCD della figura del neuropsicologo, necessaria nella fase iniziale del percorso diagnostico. Proprio grazie al finanziamento del Piano Nazionale Demenze sono stati assunti in Italia circa 100 neuropsicologi. Una goccia nel mare, ma che vanno a coprire dei vuoti in alcuni distretti in cui mancava questa figura che serve come punto di partenza per avviare il percorso diagnostico.

Ora abbiamo il finanziamento e si spera che il PND cominci a camminare sulle sue gambe e che le Regioni inizino a recepirlo.

Che tipo di visione strategica e a lungo termine promuove il PND per la presa in carico delle persone con demenza? È coerente anche con i bisogni delle famiglie e dei caregiver? C’è una visione complessiva?

Sì, il PND ha varie caratteristiche e finalità, stabilisce obiettivi di formazione, di aiuto ai pazienti e ai caregiver, di diagnostica in fase precoce, di aumentare la sensibilizzazione, ecc. Sono tanti i punti del Piano che lo rendono un progetto piuttosto attuale, anche se è in corso un’attività di revisione al Tavolo Nazionale, che forse vedrà la luce alla fine del 2023. A cosa serve? Ad accogliere gli aggiornamenti, lo sviluppo di nuove tecniche di diagnostica molecolare avanzata, i biomarkers, a includere le nuove terapie e gli aspetti della prevenzione in maniera un po’ più consistente.

Per lei che è in prima linea nella gestione clinica delle demenze, si poteva fare qualcosa in più?

Il PND è una carta di intenti, che poi deve essere recepita dalle Regioni

Il PND è tutto sommato molto innovativo, moderno, scritto bene e introduce molti aspetti importanti. Ripeto, è una carta di intenti, che poi deve essere recepita dalle Regioni. Probabilmente è stata tenuta un po’ a margine la promozione dell’attività di ricerca, che guarda alle nuove terapie innovative. Resta comunque un piano moderno, va solo “aggiustato”.

Forse mancano le attività che permettono la concreta attuazione del piano. Il tavolo ha lavorato molto bene, ha prodotto molti documenti utili: il PDTA, il documento sui servizi informatici per la gestione del paziente in rete, come deve essere comunicata una diagnosi di demenza al paziente e al caregiver, ecc. Quindi, sono stati redatti degli ottimi documenti; però molto resta da fare, affinché questo piano diventi realtà o che tutti gli obiettivi si realizzino. Un po’ come la nostra costituzione. Quanti dei suoi articoli sono stati pienamente realizzati? Non molti. Il problema è sempre quello delle risorse. Se sono limitate si devono fare delle scelte. Per le demenze, affinché tutto funzioni come si deve, sono i mezzi economici che servono. Il PND è sicuramente qualcosa da cui iniziare.

Nel 2001, con l’arrivo dei primi farmaci per la demenza, nacquero i centri che dovevano valutarne l’efficacia terapeutica (centri Kronos). I 490 centri Kronos che furono costruiti a suo tempo, sono cresciuti, si sono sviluppati, alcuni sono spariti. Ora sono gli attuali CDCD specializzati nelle demenze. Quindi, quello che abbiamo attualmente si è costruito sulle ceneri di quel progetto, nato su una base spontanea, grazie a una speciale attenzione culturale che il nostro Paese ha sempre avuto verso gli anziani.

Se non si assegnano risorse al settore delle demenze (ed è comunque la prima volta che si sono messi in campo 15 milioni di euro per 3 anni), si continuerà a svolgere attività di servizio con quello che è stato costruito nel corso degli ultimi 20 anni. Tuttavia, con l’arrivo dei nuovi farmaci il cambio di passo diventerà necessario e il lavoro che si sta facendo è in quella direzione.

Per approfondire

COVID-19: i cani sono in grado di fiutare la presenza del virus sulle persone

I cani domestici possono essere addestrati per rilevare la presenza dell’infezione da Sars-Cov-2 in modo affidabile, sia su campioni biologici e in un ambiente controllato, come il laboratorio, che sul campo, annusando direttamente le persone.

Lo studio è stato coordinato da Mariangela Albertini, docente di Fisiologia Veterinaria presso il Dipartimento di Medicina Veterinaria e Scienze Animali della Statale di Milano, assieme alle scienziate Federica Pirrone e Patrizia Piotti, rispettivamente docente e ricercatrice presso lo stesso Dipartimento, e si è avvalso della collaborazione dei tecnici cinofili di Medical Detection Dogs Italy (MDDI). È stato appena pubblicato su Scientific Reports.

“Molti studi scientifici ed esperienze in diverse nazioni hanno dimostrato che il cane addestrato, che non appartiene a una specifica razza, ma che dimostra una buona attitudine a collaborare con il proprietario, è in grado di rilevare la presenza di patologie perché queste lasciano nell’organismo una firma odorosa costituita da molecole dette “composti organici volatili (VOCs)”, afferma la professoressa Albertini.

In questo studio, inizialmente tre cani, Nala, Otto ed Helix, sono stati addestrati in laboratorio a rilevare la presenza di Sars-Cov-2 in campioni di sudore provenienti da persone infette. Al termine dell’addestramento i cani hanno raggiunto in media una sensibilità del 93% e una specificità del 99%, mostrando un livello di accuratezza altamente concorde con quello della Rt-PCR utilizzata nei test molecolari e una riproducibilità nel tempo da moderata a forte.

In un secondo momento, Nala e altri quattro cani, Nim, Hope, Iris e Chaos, sono stati addestrati dai tecnici cinofili di MDDI a riconoscere la presenza della patologia annusando direttamente le persone. Per imparare questo compito, e poi per dimostrare l’acquisizione di questa capacità, i cani hanno lavorato nelle farmacie, annusando le persone che, in fila, attendevano di fare il tampone, e nelle quali segnalavano la presenza o meno del virus. In questa fase, l’accuratezza dei cinque cani è risultata molto al di sopra del minimo richiesto dall’OMS per i tamponi rapidi per SARS-CoV-2.

La performance dei cani come test di screening per identificare correttamente le persone positive è quindi soddisfacente e paragonabile, se non superiore, a quella di un test di screening standard, col vantaggio, tra gli altri, di non arrecare i fastidi provocati dal tampone nasofaringeo.

I risultati di questo studio, nel complesso, supportano l’idea che i cani da rilevamento biologico possano aiutare a ridurre la diffusione del virus in ambienti ad alto rischio, inclusi aeroporti, scuole e trasporti pubblici, e potrebbero rappresentare, per i servizi sanitari e per la comunità, una metodologia di screening non invasiva, economica, veloce e sicura, basata su una ricerca scientifica solida.

“Considerando che ancora, dopo 4 anni, il COVID-19 continua a circolare, spinto dalle nuove varianti altamente trasmissibili, l’auspicio è che questo protocollo possa essere utilizzato nella formazione di squadre cinofile operative sul territorio nazionale, che vengano schierate in occasione di grandi eventi pubblici e privati, o sui mezzi di trasporto, come prima risposta a nuove minacce o future pandemie”, conclude Albertini

Distribuzione Intermedia farmaci e dispositivi: 50 milioni di consegne, oltre 500 milioni di km percorsi

Sono gli ‘hangar’ dei farmaci, parafarmaci e dispositivi medici che garantiscono il rifornimento quotidiano e costante delle farmacie italiane. Sono le aziende di Distribuzione Intermedia riunite in Federfarma Servizi, la sigla che a tre anni esatti dall’inizio della pandemia Covid-19 fa di nuovo il punto sui numeri della distribuzione. 

Ripassi nel pomeriggio”: quello della distribuzione intermedia è il meccanismo invisibile dietro al camice bianco dei farmacisti, quello che permette di trovare il farmaco in farmacia a poche ore dalla richiesta.  

Federfarma Servizi rappresenta 18 aziende di distribuzione e servizi con circa 3.500 farmacie socie dirette. Negli ultimi tre anni le aziende associate hanno assistito le farmacie veicolando sul territorio 2 miliardi e 700 milioni di unità: 6 milioni di vaccini, 25 milioni di tamponi e test Covid, 175 milioni di mascherine, oltre a 2 miliardi di farmaci e 600 milioni di parafarmaci e dispositivi medici

Durante la pandemia il settore delle aziende di Distribuzione Intermedia ha lavorato senza sosta e senza alcuna riduzione del ritmo del servizio – pubblico ed essenziale per legge – per rispondere all’emergenza sanitaria. Eppure a distanza di tre anni, il settore è piegato dal caro energia e carburanti e dall’aumento dei costi finanziari, che mettono seriamente a rischio la sostenibilità del sistema.  

Il bisogno di un farmaco o un dispositivo è immediato e come tale la richiesta deve essere soddisfatta in poche ore. Come si può immaginare, una farmacia di medie dimensioni non può avere tutte le referenze disponibili. Una quota importante dei farmaci, inoltre, dev’essere conservata a temperatura controllata e in celle frigorifere – spiega Antonello Mirone, Presidente di Federfarma Serviziè un processo invisibile ma essenziale, come il servizio che svolgiamo per la comunità: le farmacie hanno disponibili centinaia di prodotti, ma non possono stoccare l’intero prontuario; quindi, richiedono alle nostre aziende ciò di cui hanno bisogno”. 

Un lavoro talmente capillare da prevedere anche più consegne al giorno che raggiungono anche le più piccole farmacie rurali, grazie a ordini inoltrati per via telematica. “Se vogliamo usare una metafora – aggiunge Mirone – siamo il muscolo che permette al braccio di porgere il prodotto di cui i cittadini hanno bisogno per la propria salute”. 

L’emergenza pandemica – continua il Presidente di Federfarma Servizi – è stata un pressure test anche per i nostri addetti, che hanno lavorato incessantemente dietro le quinte. Si pensi solo al reperimento di mascherine, tamponi e farmaci per il virus Sars-Cov-2 in aggiunta alle ordinarie necessità quotidiane. Solo nel triennio 2020-2023, i distributori intermedi affiliati a Federfarma servizi hanno effettuato quasi 50 milioni di consegne

Nonostante i numeri della pandemia vadano verso la normalizzazione, il settore è oggi messo ulteriormente alla prova dalla carenza di diversi farmaci: a causa dell’alterazione degli equilibri internazionali mancano alcuni antibiotici e molecole attive sul sistema cardiovascolare. Anche a livello internazionale, infatti, la filiera soffre la mancanza di materie prime e l’aumento dei prezzi che si sommano all’incremento del prezzo del carburante necessario all’illuminazione, all’automazione e a tenere accesi gli impianti di raffreddamento 24 ore su 24, 7 giorni su 7. 

È ora che il nostro ruolo esca dall’ombra: siamo in attesa dal 2010 di una riforma della remunerazione, oggi ancora più urgente alla luce dei costi di carburante ed energia e del pesante incremento dei costi finanziari, pena l’insostenibilità e la rimodulazione del servizio, a tutto danno dell’assistenza alla salute della popolazione – spiega il Presidente Mirone, che ricorda in proposito che Federfarma Servizi “ha costituito nel 2022 un’unità di crisi per affrontare l’emergenza e ha da tempo richiesto un incontro urgente al Ministro della Salute Schillaci.  

“Siamo già in estremo ritardo: se non si affronta questa emergenza sul piano dell’azione politico-istituzionale, per le nostre farmacie ‘ripassi nel pomeriggio’ – chiosa il Presidente Mirone – rischia di trasformarsi in un lontano ricordo”.

Formazione e sanità digitale: che cosa serve ai medici?

Sanità digitale e opportunità offerte ai professionisti della salute. Tutto allineato o restano dei gap da colmare? A colloquio con Antonio Libonati, responsabile per la Formazione in Sanità digitale di Anaao-Assomed e consigliere di questa associazione.

Dottor Libonati, inizio col chiederle qual è il livello di penetrazione della sanità digitale nelle strutture sanitarie visto dalla prospettiva dei medici. A che punto siamo? E quali sono le applicazioni più diffuse?

Il livello di penetrazione è disomogeneo sul territorio nazionale. Abbiamo 21 sistemi sanitari regionali che corrono a velocità differenti. E non è una novità. C’è però una spinta forte verso la digitalizzazione in tutto l’ambito sanitario. Dalle prenotazioni attraverso i Cup, ai fascicoli sanitari elettronici, passando per la telemedicina e molto altro. Siamo ancora indietro e molto resta da fare. Penso ad esempio alla cartella clinica elettronica che non è presente in tutte le strutture ospedaliere. Oltre alle carenze in ambito ospedaliero ci sono anche mancanze sul territorio, soprattutto nelle regioni dove la medicina di territorio è stata un po’ abbandonata nel passato. Bisogna rimettersi in carreggiata e correre più veloce. La strada è stata tracciata. Dobbiamo correre soprattutto noi medici.

Diverse ricerche hanno evidenziato che la classe medica non è contraria all’avvento della sanità digitale, che potrebbe migliorare il lavoro quotidiano sotto diversi punti di vista. Al contempo, però i medici lamentano la mancanza degli elementi più basilari che consentano di fare sanità digitale. Dalle strumentazioni obsolete alla linea internet non sempre ottimale che rende difficoltoso il trasferimento dei dati. Qual è la situazione reale?

I medici sono più propensi alla digitalizzazione rispetto a qualche anno fa: la pandemia ha dato una spinta importante

Si parla di sanità digitale da tanti anni. Oggi la classe medica è più propensa all’argomento di quanto non fosse alcuni anni fa. La pandemia ha dato una spinta importante in questo senso.

I medici però hanno bisogno degli strumenti necessari alla sanità digitale. Allo stesso modo le linee internet richiedono innovazione. Penso alle postazioni di continuità assistenziale, spesso non dotate di computer, dove si utilizza ancora il cartaceo. Penso alla compilazione delle terapie e dei diari clinici quotidiani, dei verbali operatori, che sono tuttora cartacei. Ciò non va più bene.

Un altro tema caldo è quello della formazione. Una certa parte dei medici italiani rimarca la necessità di formazione specifica per poter mettere in atto la sanità digitale con la “S” maiuscola. Lei cosa può dirci su questo punto?

È imprescindibile informare i medici e tutto il personale in ambito sanitario e parallelamente formarlo. Corsi di perfezionamento, master, corsi Ecm. Partendo proprio dall’università, possiamo pensare di creare una generazione di nuovi medici più vicini allo sviluppo tecnologico e a una sanità digitale. Oltre a quello dell’università, è fondamentale il ruolo degli ordini professionali.

Un’ultima battuta sul ruolo che potrebbe avere una buona applicazione della sanità digitale alla riforma della sanità territoriale soprattutto nel rapporto ospedale-case di comunità. Quali opportunità non possiamo permetterci di perdere?

Si tratta di opportunità che non possiamo perdere nell’ottica di rendere il Sistema sanitario più sostenibile, anche dal punto di vista dei costi. Uno studio Enpam del 2012 parla di un risparmio di circa tre miliardi di euro annui ottenibili con il semplice investimento nella sanità digitale. Decentrando così sul territorio una parte del carico che oggi grava sulle strutture ospedaliere.

Il teleconsulto può ottimizzare il percorso di diagnosi e cura del paziente

In ciò, la telemedicina può fare la differenza. Recentemente sono state diffuse le Linee guida, che prevedono una piattaforma nazionale. Favorire il teleconsulto, che certo non sostituirà in toto una visita medica, può dare un grande contributo per ottimizzare il percorso di diagnosi e cura del paziente. Bisogna altresì affrontare il nodo della gestione dei dati sanitari provenienti dalla telemedicina. Viceversa è ancora in larga parte inespressa la potenzialità offerta dai big data, attraverso le tecniche di deep learning. Che risulta fondamentale per attuare una medicina preventiva e predittiva, in modo da arrivare prima alla diagnosi e ridurre il tasso di aggravamento dei pazienti cronici.

Per approfondire

Telemedicina, firmato contratto per servizi piattaforma nazionale

È stato firmato oggi, alla presenza del ministro della Salute, Orazio Schillaci, il contratto tra AGENAS e il Raggruppamento Temporaneo di Impresa (RTI) Engineering Ingegneria Informatica S.p.A. e Almaviva S.p.A. per l’affidamento in concessione della “Progettazione, realizzazione e gestione dei Servizi abilitanti della Piattaforma nazionale di Telemedicina PNRR” – Missione 6 Componente 1 subinvestimento 1.2.3 “Telemedicina” per un valore di 250 milioni di euro.

Il Ministro Schillaci ha espresso viva soddisfazione per “un altro importante tassello, nell’ambito dell’attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza”. “La piattaforma nazionale di telemedicina – ha affermato il Ministro – ci permetterà di vincere la sfida per il superamento delle diseguaglianze nell’offerta delle prestazioni e dell’assistenza tra le diverse aree territoriali. Grazie alla piattaforma i professionisti sanitari potranno disporre di nuovi strumenti validati per operare efficacemente in ogni processo individuale e multi-disciplinare e allo stesso tempo verrà anche migliorata l’accessibilità dei pazienti alle cure e alle prestazioni. Saremo quindi in grado, grazie alla telemedicina, di dare risposte tempestive e di qualità alla domanda di servizi sanitari sul territorio. Questo si tradurrà in un significativo alleggerimento della pressione sugli ospedali e sui Pronto Soccorso spesso oberati da richieste inappropriate che finiscono col ripercuotersi negativamente sulla possibilità di assicurare nei tempi giusti gli interventi e le prestazioni necessarie a chi ne ha reale necessità. “L’accordo sottoscritto – ha concluso Schillaci – pone l’Italia all’avanguardia rispetto alle altre nazioni europee nell’utilizzo dei fondi del Pnrr in ambito sanitario e apre una fase nuova nella prospettiva di ammodernamento e razionalizzazione del nostro Servizio Sanitario Nazionale”.

A Padova si discute di “Natalità e denatalità: fotografie di sviluppo del paese”

In Italia in pochi decenni il tasso di natalità è sceso da 2,67 figli per donna fertile a 1,24 e, al tempo stesso la diminuzione del numero di persone in età fertile nel nostro paese è calato del 4% in 18 anni. Il combinato disposto tra la persistente denatalità ed il continuo aumento della longevità conduce a stimare che nel 2050 la popolazione non fertile sarà quantitativamente pari alla popolazione fertile. Un quadro allarmante su diversi fronti, in particolare quello politico e sociologico, con un forte impatto sullo sviluppo e l’avanzamento del nostro Paese.

Il convegno Natalità e denatalità: fotografie di sviluppo del paese, che si svolgerà giovedì 9 marzo alle 9 al Centro Culturale Altinate presso l’Auditorium San Gaetano di Padova, organizzato da Federsanità ANCI Veneto presieduta dal Dott. Domenico Scibetta, si prefigge di avviare un percorso di ricerca di nuove soluzioni per una efficace inversione di tendenza. Tra i protagonisti dei diversi incontri in programma ci saranno importanti esperti di sociologia, medicina, economia politica, specialisti del mondo accademico oltre a rappresentanti delle istituzioni nazionali come Tiziana Frittelli, Presidente Federsanità ANCI tra i patrocini nell’evento, e l’On. Elena Bonetti, membro della Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati, il Coordinatore nazionale Comitato Percorso Nascita del Ministero della Salute Gianfranco Jorizzo, e locali come Manuela Lanzarin, Assessore alla sanità e alle politiche sociali della Regione Veneto.

Inquadrare in maniera completa l’attuale situazione, capirne le cause, monitorarne gli effetti condividendoli con la comunità è un modo per sensibilizzare e rendere consapevoli stakeholder e specialisti, e trovare rimedi sociali e politici, efficaci e tempestivi, al fine di scongiurare scenari futuri ancora più negativi.

Il Convegno infatti, offre uno spazio di confronto su materie divenute di vitale importanza per l’agenda politica nazionale e regionale: nel corso della giornata si affronteranno varie tematiche, tra cui l’evoluzione della natalità dai primi anni del ‘900, il ruolo della scuola nell’educazione alla fertilità, oltre ai temi dell’endometriosi, della procreazione assistita ed infine interventi della politica su sostegno alle famiglie e incremento alla natalità.

Il convegno è aperto a tutti mediante iscrizione attraverso il seguente link.

L’evento Natalità e denatalità: fotografie di sviluppo del paese gode del patrocinio di Istituto Superiore di Sanità, Regione Veneto, Comune di Padova, ANCI, Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia (SIGO), Associazione Ostetrici Ginecologi Ospedalieri Italiani (AOGOI) e Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO).

Per approfondire